venerdì 22 giugno 2018

San Giovanni Battista


24.6.18 NATIVITÀ DI SAN GIOVANNI BATTISTA


24.6.18 NATIVITÀ DI SAN GIOVANNI BATTISTA

Omelia (24-06-2018)
don Luciano Cantini
Chiamati per nome

Diede alla luce un figlio

Il racconto che Luca ci trasmette dell'annuncio e della nascita del Battista andrebbero letti in parallelo con gli stessi racconti che riguardano Gesù, non è il susseguirsi cronologico quanto il loro significato teologico che dovremmo considerare.
All'annuncio a Zaccaria (Lc 1,5-25) fa eco quello a Maria (Lc 1,26-38), alla nascita di Giovanni (Lc 1,57-66) corrisponde la nascita e la circoncisione di Gesù (Lc 2,1-21), col cantico di Zaccaria (Lc 1,67-80) risuona quello di Simeone (Lc 2,29-32): il sole sorge dall'alto è luce per rivelarti alle genti; di Giovanni si dice che cresceva e si fortificava nello spirito (Lc 1,80) mentre di Gesù: cresceva e si fortificava, pieno di sapienza e la grazia di Dio era su di lui (Lc 2,40); meraviglia, stupore, timore sono suscitati nella gente in entrambi gli avvenimenti (Lc 1,65-66 e 2,18-19).
Giovanni è Precursore dapprima della sua nascita; quanto è avvenuto nel tempio a Zaccaria è già annuncio della venuta del Signore, Dio ha posto fine alla nostra sterilità ci ha reso fecondi, ci conduce al battesimo al Giordano (Lc 3, 21-22) in cui è manifestato lo Spirito e ricevuto la conferma del Padre: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».
Il nostro itinerario di fede ha bisogno di confrontarsi con il Battista, passare attraverso il deserto in un impegno di conversione per il perdono dei peccati (Lc 3,3), per scoprire il senso di appartenenza alla famiglia umana e la necessità della comunione: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto» (Lc 3,11).

Otto giorni dopo
Il racconto della imposizione del nome è molto singolare, e per alcuni aspetti buffo, tanto da suscitare riflessioni anche al nostro tempo: la dinamica tra tradizione e novità, la condizione femminile, la relazione con i portatori di disabilità.
Volevano chiamarlo con il nome di suo padre per seguire la logica del tradizionalismo, del ?si è fatto sempre così?, per mantenere le cose come sono, come se la storia non camminasse, come se la Promessa e ogni Benedizione rimanessero cristallizzate nel passato, come se nella storia Dio non avesse offerto prospettive e speranze. Il tradizionalismo è la negazione dell'azione di Dio nel tempo, mentre il fare memoria chiede di ritornare sempre alle radici con grande rispetto per trovarvi stimoli e indicazioni per camminare avanti, crescere e rinnovarci. Rinnovarci è accogliere ogni giorno il dono di Dio che ogni giorno ci accompagna. Volevano portare Elisabetta e Zaccaria a trattare quella nascita come un evento qualsiasi senza riconoscere in esso la presenza decisiva del Signore.
Con lo stile deciso e delicato che ci sta trasmettendo Papa Francesco bisogna resistere a tutto ciò che vuole fare della Chiesa, e del clero in particolare, una combriccola di gente che, tradendo Cristo ed il Vangelo, sostituisce l'uno e l'altro con le proprie fisime, ammantandole di sacralità falsa. (Nunzio Galantino 23.12.14)
Ma sua madre intervenne per dare il nome al bambino che non viene presa in considerazione, anzi contestata. La tradizione prevedeva che il padre del bambino desse il nome al figlio seguendo la consuetudine della «discendenza». Il figlio è proprietà del padre, suo è il seme, la donna ha solo una funzione strumentale. Anche se la storia e la scienza ci hanno portato a capire altro ancora c'è molto da fare nel mondo perché il genio femminile sia rispettato e valorizzato.
Allora domandavano con cenni a suo padre, cosa strana visto che è scritto che divenne muto e non sordo. Purtroppo, è assai difficile comportarsi normalmente con chi ha delle disabilità, come se un deficit rendesse tutto il suo essere incapace, fino a negare la possibilità di intendere e di volere.
«Giovanni è il suo nome».
Il nome indica la persona, il suo unico ed irripetibile valore. Noi non ?ci chiamiamo?, ?siamo chiamati? dagli altri, siamo il frutto di una relazione, di cui il nome è espressione. Il figlio di Elisabetta e Zaccaria non porta il nome del padre nella carne, ma di chi lo ha generato in forza della Promessa: «Giovanni», che significa «Dio fa grazia» o «Dio fa misericordia». Ogni nome deriva da Dio: solo in Lui l'uomo comprende il valore della esistenza che ha ricevuto. 
Dio chiama ciascuno per nome, amandoci singolarmente, nella concretezza della nostra storia.... E implica una risposta personale, non presa a prestito, con un ?copia e incolla?. La vita cristiana infatti è intessuta di una serie di chiamate e di risposte: Dio continua a pronunciare il nostro nome nel corso degli anni, facendo risuonare in mille modi la sua chiamata a diventare conformi al suo Figlio Gesù. (Francesco, 18 aprile 2018)

mercoledì 20 giugno 2018

Jesus Pantocrator


QUAL È IL POSTO DELL’ESSERE UMANO NELL’UNIVERSO? (TAIZÉ)


QUAL È IL POSTO DELL’ESSERE UMANO NELL’UNIVERSO? (TAIZÉ)

L’Antichità vedeva il mondo come una casa a tre piani: in alto il cielo, dimora di Dio e dei suoi angeli, sottoterra il regno dei morti, e in mezzo la terra, popolata da piante, animali e uomini. In un simile universo, l’importanza dell’essere umano sembrava andare da sé. Situato tra il mondo divino e il mondo creato, era chiamato ad essere mediatore tra i due.
La scienza moderna ha radicalmente trasformato questo modo di vedere. Perduti come siamo su un piccolo pianeta che gira attorno a una stella tra miliardi, in una galassia media in un universo in continua espansione, la pretesa d’attribuirci un posto centrale nell’ordine delle cose sembra avere qualcosa di smisurato, vedi aberrante.
Ma anche che l’uomo biblico poteva fare la medesima esperienza. Nel salmo 8, qualcuno guarda il vasto cielo notturno, popolato da stelle, e un grido sorge spontaneo sulle sue labbra: «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?» (v.5). L’immensità dell’universo aveva dunque qualcosa di schiacciante anche per lui.
Nel versetto seguente, tuttavia, il salmista ritrova la sua sicurezza in una convinzione che gli proviene dalla fede: «Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli». Il posto dell’essere umano nell’universo proviene in ultima analisi da una relazione con la Sorgente di ogni vita. Dio non l’ha scelto perché era il più impressionante degli esseri; in sé, fragile e piccolo, l’uomo è effettivamente poca cosa. La sua grandezza viene non dalle sue qualità, ma dalla chiamata divina: Dio l’ha eletto «perché abbia potere sulle opere delle (sue) mani» (v.7).
Qui incontriamo un altro problema. La parola «potere» può avere delle connotazioni negative. Gli esseri umani hanno il diritto, vedi il dovere, d’imporre la loro volontà sull’insieme della creazione? Non è proprio questo sfruttamento della terra a briglie sciolte da parte dell’umanità che ha creato tanti danni, di cui soffriamo le conseguenze?
Il verbo ebraico tradotto con «avere potere» si riferisce in primo luogo all’attività di un re. E in Israele, il re non aveva come compito quello di opprimere il popolo, ma di assicurare la giustizia e la pace nella società. Doveva usare il suo potere per fare in modo che i forti non schiacciassero i deboli, che l’armonia regnasse tra i diversi gruppi. Allo stesso modo, il ruolo degli esseri umani è presentato nella Bibbia come quello d’impiegare i propri doni d’intelligenza e di creatività per rendere l’universo più abitabile per tutti gli esseri. E in questa ricerca della pace cosmica, devono cominciare con la pace interiore che scaturisce dalla loro comunione con Dio, Sorgente di pace. Altrimenti, non fanno che proiettare le proprie divisioni sul mondo attorno ad essi.
Come leggere oggi i racconti biblici della creazione?
È evidente che i racconti della creazione all’inizio delle nostre bibbie non sono scritti secondo l’ottica della scienza moderna. Perciò, certuni vorrebbero rifiutarli senza appello. Altri, per reazione, si sforzano di provare che descrivono meglio delle teorie moderne la realtà. Possiamo superare quello che sembra un dialogo tra sordi?
Innanzitutto, il preteso conflitto tra fede e scienza trova poco appoggio nei testi stessi. Il primo capitolo del libro della Genesi è a suo modo «scientifico», perché testimonia la capacità di un’osservazione minuziosa e un’attitudine per la classificazione. Per esempio, al versetto 12, le differenti specie di piante sono accuratamente distinte le une dalle altre, e molto verosimilmente secondo il modo di riprodursi: germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto con il seme. Solamente non è la scienza dei nostri giorni, poiché gli autori biblici non avevano né la metodologia né gli strumenti di cui noi disponiamo.
Però la vera differenza tra i racconti biblici e uno studio scientifico delle origini dell’universo non consiste tanto nel metodo impiegato ma piuttosto nelle domande poste. I fisici e i biologi del nostro tempo s’interessano innanzitutto dei meccanismi con i quali il mondo e la vita sono stati formati, e che permettono loro di continuare a funzionare. Gli autori biblici avevano tutt’altra preoccupazione: volevano esprimere la continuità tra la storia d’Israele con il suo Dio, da una parte, e l’umanità e l’universo nel suo insieme, dall’altra. Volevano far comprendere che il loro Dio era veramente universale, implicato a fondo nell’esistenza e la sorte di tutto ciò che esiste.
Di più, volevano mostrare come il mondo così come lo conosciamo scaturisca dall’identità di questo Dio. Che cosa fa parte dei suoi tratti essenziali in quanto creato da Dio, e che cosa, invece, non è in conformità con il suo statuto di creazione divina? Comprendere in questo modo le nostre origini, è trovare le basi che ci permettono di vivere come si deve. La preoccupazione degli autori biblici è in questo modo tutto tranne teorica. La loro ricerca fa parte di ciò che la Bibbia chiama sapienza, il tentativo di condurre un’esistenza in armonia con la realtà.
Vedere nei racconti biblici un’alternativa alle teorie scientifiche o un film di «come era realmente», è votarsi alla delusione. Se cercassimo invece di comprendere il significato della nostra esistenza, potremmo trovarci intuizioni che vanno lontano. Se tutto risale in definitiva a Dio, la relazione con lui offre la chiave per situarci in una vita che ha veramente un senso.

martedì 19 giugno 2018

Gesù Buon Pastore


BENEDETTO XVI - Salmo 138,13-18.23-24 - O Dio, tu mi scruti e mi conosci


BENEDETTO XVI - Salmo 138,13-18.23-24 - O Dio, tu mi scruti e mi conosci

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 28 dicembre 2005 

Vespri - Mercoledì 4a settimana

1. In questa Udienza generale del mercoledì dell’Ottava di Natale, festa liturgica dei Santi Innocenti, riprendiamo la nostra meditazione sul Salmo 138, la cui lettura orante è proposta dalla Liturgia dei Vespri in due tappe distinte. Dopo aver contemplato nella prima parte (cfr vv. 1-12) il Dio onnisciente e onnipotente, Signore dell’essere e della storia, ora questo inno sapienziale di intensa bellezza e passione punta verso la realtà più alta e mirabile dell’intero universo, l’uomo, definito come il «prodigio» di Dio (cfr v. 14). Si tratta, in realtà, di un tema profondamente in sintonia con il clima natalizio che stiamo vivendo in questi giorni, nei quali celebriamo il grande mistero del Figlio di Dio fattosi uomo per la nostra salvezza.
Dopo aver considerato lo sguardo e la presenza del Creatore che spaziano in tutto l’orizzonte cosmico, nella seconda parte del Salmo che meditiamo oggi, gli occhi amorevoli di Dio si rivolgono all’essere umano, considerato nel suo inizio pieno e completo. Egli è ancora «informe» nell’utero materno: il vocabolo ebraico usato è stato inteso da qualche studioso della Bibbia come rimando all’«embrione», descritto in quel termine come una piccola realtà ovale, arrotolata, ma sulla quale si pone già lo sguardo benevolo e amoroso degli occhi di Dio (cfr v. 16).
2. Il Salmista per definire l’azione divina all’interno del grembo materno ricorre alle classiche immagini bibliche, mentre la cavità generatrice della madre è comparata alle «profondità della terra», ossia alla costante vitalità della grande madre terra (cfr v. 15).
C’e innanzitutto il simbolo del vasaio e dello scultore che «forma», plasma la sua creazione artistica, il suo capolavoro, proprio come si diceva nel libro della Genesi per la creazione dell’uomo: «Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo» (Gn 2,7). C’è, poi, il simbolo «tessile», che evoca la delicatezza della pelle, della carne, dei nervi «intessuti» sullo scheletro osseo. Anche Giobbe rievocava con forza queste e altre immagini per esaltare quel capolavoro che è la persona umana, pur percossa e ferita dalla sofferenza: «Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto integro in ogni parte… Ricordati che come argilla mi hai plasmato… Non mi hai colato forse come latte e fatto accagliare come cacio? Di pelle e di carne mi hai rivestito, d’ossa e di nervi mi hai intessuto» (Gb 10,8-11).
3. Estremamente potente è, nel nostro Salmo, l’idea che Dio di quell’embrione ancora «informe» veda già tutto il futuro: nel libro della vita del Signore già sono scritti i giorni che quella creatura vivrà e colmerà di opere durante la sua esistenza terrena. Torna così ad emergere la grandezza trascendente della conoscenza divina, che non abbraccia solo il passato e il presente dell’umanità, ma anche l’arco ancora nascosto del futuro. Ma appare anche la grandezza di questa piccola creatura umana non nata, formata dalle mani di Dio e circondata dal suo amore: un elogio biblico dell'essere umano dal primo momento della sua esistenza.
Noi ora vorremmo affidarci alla riflessione che san Gregorio Magno, nelle sue Omelie su Ezechiele, ha intessuto sulla frase del Salmo da noi prima commentata: «Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro» (v. 16). Su quelle parole il Pontefice e Padre della Chiesa ha costruito un’originale e delicata meditazione riguardante quanti nella Comunità cristiana sono più deboli nel loro cammino spirituale.
E dice che anche i deboli nella fede e nella vita cristiana fanno parte dell'architettura della Chiesa, vi "vengono tuttavia annoverati... in virtù del buon desiderio. È vero, sono imperfetti e piccoli, tuttavia per quanto riescono a comprendere, amano Dio e il prossimo e non trascurano di compiere il bene che possono. Anche se non arrivano ancora ai doni spirituali, tanto da aprire l'anima all'azione perfetta e all'ardente contemplazione, tuttavia non si tirano indietro dall'amore di Dio e del prossimo, nella misura in cui sono in grado di capirlo. Per cui avviene che anch'essi contribuiscono, pur collocati in posto meno importante, all'edificazione della Chiesa, poiché, sebbene inferiori per dottrina, profezia, grazia dei miracoli e completo disprezzo del mondo, tuttavia poggiano sul fondamento del timore e dell'amore, nel quale trovano la loro solidità" (2, 3, 12-13, Opere di Gregorio Magno, III/2, Roma 1993, pp. 79.81).
Il messaggio di san Gregorio diventa una grande consolazione per tutti noi che procediamo spesso con fatica nel cammino della vita spirituale ed ecclesiale. Il Signore ci conosce e ci circonda tutti con il suo amore.