sabato 1 agosto 2020

moltiplicazione dei pani e dei pesci


XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (02/08/2020)


XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (02/08/2020)

Dal deserto al giardino
don Luca Garbinetto  

L'evento straordinario della distribuzione dei pani e dei pesci alla folla affamata raccolta attorno a Gesù è incorniciato fra due momenti di intimità del Figlio con il Padre. Il primo (v. 13) scaturisce dalla notizia ricevuta della morte di Giovanni Battista, ad opera di Erode. Il dramma umano, come tutti i nostri drammi di dolore e superbia, riporta il mondo all'origine: è il caos dei primordi. Ogni volta che l'odio e la violenza prevalgono nelle vicende della storia, la storia regredisce; dunque, ci troviamo qui di fronte all'esigenza di una nuova creazione.
È questo il senso profondo del segno che Gesù compie, non a caso ripreso più volte dagli evangelisti, a sottolinearne l'importanza. Nell'intimità della Trinità, allora, si custodisce il desiderio di ricreare nel bene, e da lì scaturisce l'opera che salva: il banchetto del regno si imbandisce nel cuore di Dio.
Allo stesso modo, l'agire operoso di Gesù, con tutta la creazione, culminerà con il riposo del sabato, allorché tornerà a ritirarsi solo nella preghiera notturna, per lodare il Padre delle meraviglie da Lui compiute (v. 23). Tutto l'essere di Gesù è compimento dell'opera creatrice, che non è finita, che continua a combattere la lotta contro il male, che coinvolge anche la creatura umana a partecipare di questa peculiare affinità con il Creatore.
Così scaturisce dalle viscere di Dio la commozione per la folla, vittima dello smarrimento della storia quando perde di vista l'Origine. Ed ecco che un nuovo Eden deve essere generato, perché il nostro Dio è ben diverso dagli idoli, i quali si preoccupano di essere serviti dagli uomini e di attingere ai loro beni: il nostro Dio, invece, si prende cura lui delle sue creature e si premura di organizzare tutto perché stiano bene. È Dio che nutre, è Dio che dà vita, è Dio che prepara l'ambiente perché ci sia la gioia. Così ha fatto creando i giorni e l'universo per l'uomo; così fa Gesù, portando a pienezza il mistero della vita.
Dove i discepoli vedono deserto, infatti, e quando essi spingono per disperdere le folle, Gesù piuttosto mantiene uniti gli affamati, stanchi e assetati, e intravede l'erba come spazio da abitare accogliente e fresco. È l'erba del Giardino, che permetterà il germogliare di frutti nuovi, rinnovando l'ebrezza dell'albero della vita. La potenza dell'amore di Dio, infatti, fa di un piccolo seme l'origine di nutrimenti abbondanti e generosi. E un piccolo seme si trova fra le mani creatrici di Gesù stesso: cosa sono infatti cinque pani e due pesci per tanta moltitudine? Solo la comunione con il Cielo può portare all'esuberanza del dono della vita: è la benedizione del Padre che trasforma un chicco in inesauribili pagnotte.
E tuttavia vi è qualcosa di estremamente importante che Gesù consegna ai suoi, come eredità da spendere per continuare a cambiare il deserto in giardino, per portare l'esodo alla sua meta, la terra promessa feconda e rigogliosa, per i doni del Creatore mediati dal parto del creato accogliente. Si tratta del coinvolgimento degli uomini, dell'appello alla condivisione, della sfida della solidarietà. Non è più solo, infatti, il Dio Uno e Trino che rigenera il mondo. Ci siamo anche noi, discepoli affamati di desiderio come le folle, ma anche impauriti e bloccati dalla paura di non essere gli unici e i migliori. Gesù chiede aiuto, anzi consegna una responsabilità: “Voi stessi date loro da mangiare!” (v. 16). Più che un comando, è una rivelazione: noi siamo capaci di moltiplicare i beni della terra perché vi sia pane e vita per tutti, senza distinzioni. Più ancora, possiamo condividere la grazia della famigliarità e dell'amicizia con Gesù. Nel suo cuore c'è posto per tutti!
E in questo operoso carisma di fratellanza realizziamo appieno la nostra natura, di creature modellate dalla polvere ma intrise del respiro del Cielo. Siamo immagine somigliante a Dio, svelato dal volto di Gesù compassionevole e solidale, intraprendente lavoratore della grazia. Anche noi, dunque, nel metterci a disposizione per donare all'altro, compiamo l'opera della creazione e diventiamo, in qualche modo, quasi Dio. La carità solidale è la legge del regno dei cieli, ciò che fa del deserto un Eden, in questo mondo troppo ferito di odio e violenza.
Il segno della moltiplicazione dei pani e dei pesci diventa così annuncio sconcertante del compimento delle promesse. Il banchetto di “cibi succulenti e grasse vivande” (cfr. Is 55,2) intravisto dal profeta si realizza, e c'è posto per tutti: una folla traboccante, ma ancor più traboccante e insuperabile è la benevolenza efficace di Dio. Nasce spontanea allora la considerazione: ma se tanta è l'esuberanza dell'amore, e se la condivisione reale e coraggiosa ne è la via perché anche noi uomini e donne del terzo millennio possiamo fare la nostra parte, di che cosa abbiamo paura?
“Cercate solo il regno di Dio e la sua giustizia: il resto vi sarà dato in più” (cfr. Mt 6,33).

venerdì 24 luglio 2020

parabola del tesoro nascosto


XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (26/07/2020)


XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (26/07/2020)

Dal tesoro nascosto alla rete
padre Gian Franco Scarpitta  

Le parabole hanno l'efficacia di comunicare una realtà profonda per mezzo di immagini, metafore e paradigmi e ben si adattano a un argomento profondo e denso di significato come quello del Regno dei Cieli, del quale sarebbe molto difficile veicolare la realtà per mezzo dei soli concetti e astrattismi.
Già nelle Domeniche precedenti il Regno veniva descritto come un “seme”, cioè come qualcosa di oltremodo minuscolo e in apparenza insignificante che tuttavia è in grado di crescere e di apportare copiosi frutti; in una seconda riflessione abbiamo osservato che il Regno, realtà donata da Dio a vantaggio dell'uomo, viene disturbata dalla presenza della zizzania, cioè dagli artefatti dell'antico avversario che vuole distogliere la nostra attenzione su di esso... Adesso Matteo prosegue la sua esposizione con una serie di similitudini che vertono ad identificare la realtà del Regno di Dio prima con un bene prezioso dal valore inestimabile ( un tesoro nascosto) poi con l'inventiva di un mercante (il mercante di perle) e quindi con una rete che, gettata in mare, raccoglie una moltitudine di pesci.
Il Regno viene identificato cioè con una realtà generalizzata, con una cosa e con una persona furba e attiva, mentre prima veniva associata ad esso la realtà del seme.
Evidentemente Gesù vuole tratteggiare innanzitutto che si tratta di una realtà di natura trascendente, che non dipende dalle competenze propriamente umane, ma che deriva solamente da Dio. Egli solo, che regna nelle parole e nelle opere di Gesù Cristo, può farci dono di questa rinnovata dimensione di vita in grado di trasformare l'intimo e la collettività. Ciononostante, come diceva Seneca “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove arrivare”: la realtà gratuita del Regno di Dio richiede accoglienza e impegno da parte dell'uomo, intraprendenza e determinazione, decisione motivata da consapevolezza e presa di coscienza. Se Dio elargisce la sua grazia a piene mani, occorre disporci ad accoglierla, ma non senza decisione e intraprendenza nella collaborazione.
Probabilmente è per questo che la liturgia di oggi ci offre la figura di Salomone che, giovane regnante in erba, mostrandosi ben lungi dall'esternare inane entusiasmo e inappropriata inventiva malcauta, chiede al Signore nient'altro che la saggezza nel governare per poter esercitare la giustizia e l'equità presso il suo popolo. E' convinto che il popolo d'Israele è li ai suoi piedi, che ha davanti a se tutte le opportunità e tutte le possibilità di affermazione e di trionfo, ma è altrettanto consapevole che la sua funzione è quella di rappresentare Dio stesso nella promozione del bene comune e che il regno che gli viene affidato non è sola questione di successo personale. E allora chiede: “Non voglio oro ne argento, ma solo la saggezza nel governare.” Una richiesta ce sottende all'umiltà e alla responsabilità, elementi pertinenti alla realtà del Regno apportato da Cristo.
Come è necessario vendere ogni cosa per acquistare un campo quando si sa che esso nasconde un tesoro prezioso, come un mercante ricorre a qualsiasi strategia di business pur di appropriarsi di ciò che gli renderà il mille per uno, così occorre mettersi in gioco e attivarsi con ogni mezzo, anche rinunciando a determinate scelte, se si vuole guadagnare la fruttuosità del Regno di Dio. Il Regno è un dono, che va accolto come a volte come un seme, a volte come un oggetto prezioso. In entrambi i casi essa richiede pazienza, concentrazione, impegno e spesso anche fiducia e perseveranza nelle avversità. Il Regno è una realtà già presente perché Gesù l'ha portata nella sua stessa incarnazione e ne ha dato il saggio nelle parole e nelle opere di misericordia, tuttavia è una dimensione in continua espansione, una realtà che progredisce giorno dopo giorno e che avrà il suo apice al momento finale. Cioè nel giorno del giudizio, quando vi sarà la cernita fra i pesci meritevoli e quelli da scartare. Per questo senso il Regno di Dio è paragonabile anche a una grossa rete da pesca gettata in mare: è una dimensione offerta a tutti, alla quale tutti sono invitati e nella quale tutti vengono coinvolti perché la salvezza è donata a tutti i popoli indiscriminatamente. Ciò nondimeno, non si tratta di una scelta obbligatoria, ma che interpella la libertà decisionale di ciascuno. Siamo liberi di scegliere e come esiste la prontezza e l'abnegazione del mercante di perle, così pure vi è l'ignavia e la refrattarietà di chi ostinatamente la rifiuta o addirittura oppone al Regno il mito illusorio del maligno.
Occorre accettare quindi che al momento il seme sparso su terreno buono conviva con la zizzania, che il tesoro nascosto soccomba a volte alla putredine palese, che il bene nella sua globalità viva il suo conflitto con il male dilagante, fino a quando si compirà definitivamente la speranza per il ritorno definitivo del Giudice giusto che regnerà per sempre.
San Francesco di Paola diceva: "Se ci siamo incontrati e mi hai dimenticato, non hai perso nulla. Ma se incontri Gesù Cristo e lo dimentichi, hai perso tutto." Ciò che siamo invitati ad instaurare con Gesù è infatti l'incontro, la confidenza e le basi dell'amicizia continua e duratura che (come del resto qualsiasi amicizia) va coltivata con passione e costanza, pena il venir meno a noi stessi quando dovessimo perderla. Vivere la sua amicizia è invece regnare accanto a lui.

sabato 18 luglio 2020

il grano e la zizzania


XVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (19/07/2020


XVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (19/07/2020)

Luca Rubin  
Se ti senti piccolo hai una buona parabola: anzi tre

Il brano di oggi completa quello precedente, dove Gesù ha raccontato la parabola del seminatore. Il brano che andremo a meditare ora, contiene ben tre parabole, utilizzate da Gesù per parlarci del regno dei cieli: un uomo che semina, un granello di senape e il lievito. In questo ambito agricolo, botanico e culinario, cogliamo qualche parola luminosa per poter brillare e illuminare il nostro quotidiano.
Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’ una e l’ altro crescano insieme fino alla mietitura.
La prima parabola con la quale Gesù illustra il regno dei cieli ha come protagonista principale un uomo che ha seminato del seme buono nel suo campo: un uomo, una persona senza nome, chiamalo col tuo nome, entra in scena e vediamo cosa succede. Semini un seme buono, non robaccia, un seme che porterà un frutto buono, e lo semini nel tuo campo: il testo non dice se è un campo con terreno buono o no, ma è il tuo campo, così com'è, tu semina.
In questa situazione così bella e positiva, ricca di speranza e attesa, si inserisce un'azione notturna, quando tutti dormivano, quindi un'azione losca, fatta furbescamente: un nemico del seminatore sparge zizzania, un'erba infestante di per sé molto simile al grano, ma che grano non è. Wikipedia ci insegna che la zizzania, se ingerita provoca forti emicranie, vertigini, vomito ed oscuramento della vista. La sua somiglianza col grano e la sua tossicità rende la gestione di quel campo molto problematica e pericolosa.
I servi propongono una soluzione: estirpiamo la zizzania! Gesù però non è d'accordo, e qui cogliamo almeno tre atteggiamenti del Signore:
La pazienza della verità: poiché la zizzania è molto simile al grano, ma con conseguenze nefaste, è bene agire con grande pazienza, sopportando che essa possa prosperare in mezzo alle buone spighe. Questo crescere insieme del bene e del male non cambia lo stato delle cose: il bene rimane bene e il male rimane male. Ciò che fa la differenza è la consapevolezza: è presente la zizzania, ma per il momento non è bene strapparla via, per non danneggiare il buono.
La tutela della verità: la zizzania non è una semplice erbaccia infestante: è altamente tossica, e se finisce tra le macine del mulino, arrecherà gravi danni ai consumatori, una vera e propria strage! Eppure questa verità così terribile ha bisogno di attese, di sedimentazioni, di modo che non si agisca di impulso, ma a mente lucida e con molta presenza.
La bontà della verità: neanche la più piccola spiga deve andare perduta a causa della zizzania. L'attenzione è massima, e la verità cede il passo al buono presente.
Al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponè telo nel mio granaio”.
Si può finalmente intervenire. Quando il grano è pronto per essere mietuto, c'è bisogno di un passaggio molto delicato e da eseguire con molta attenzione: la raccolta della zizzania, da legare in fasci e da bruciare. Questa procedura impedisce che qualche spiga velenosa possa rimanere nel campo, e il fuoco distrugge tutto il potenziale cattivo presente.
Gesù spiega la parabola appena meditata, collocando la mietitura alla fine del mondo. Esistono tuttavia, nella nostra vita di ogni giorno, campi estesi di buone spighe, e seminatori di gelosie, invidie, cattiverie, maldicenze... Oltre alle varie situazioni personali, assistiamo inermi alle catastrofi naturali, alle pandemie, alle morti, in una parola, a tutto ciò che di negativo e triste ci circonda. In queste occasioni si eleva molto spesso un'accorata domanda: Dov'è Dio? Perché non interviene? Se Dio esistesse non permetterebbe queste cose. Se ci fai caso, è la stessa domanda dei servi: “Vuoi che andiamo a raccogliere la zizzania?" Anche in questo caso, Dio fornisce la medesima risposta: No, per non danneggiare maggiormente tutto il bene.
Hai un foglietto vicino a te? Scrivi tutti i campi di spighe buone che ti circondano. Possono essere nomi di persone che ti hanno aiutato, situazioni, testimonianze, ricordi, cose che hai fatto tu o altri: questo ti aiuterà a vedere che il bene è più forte del male, ma non fa rumore.
Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’ orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami.
Il più piccolo. Dio ragiona al contrario del mondo. Grande, forte, invincibile, enorme? Ebbene, Dio preferisce piccolo, debole, vulnerabile, esiguo. Questa seconda parabola ci presenta Semino, il più piccolo seme del mondo, eppure Semino ha grandi prospettive e grandi desideri: diventare un grande albero, produrre frutti meravigliosi, e ospitare addirittura qualche nido con uccellini cinguettanti. Tu, così piccolo? Non ce la farai mai! Ebbene, un giorno un uomo (magari si chiama come te), prese Semino e lo seminò. E meraviglia delle meraviglie: tutti i suoi desideri si sono realizzati, alla grande! Questo capovolgimento di pensiero ci sta proprio scomodo, come una scarpa troppo piccola, appunto. Eppure solo entrando nella logica illogica di Dio porteremo frutto.
Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata.
E per finire, tutti in cucina. In tempi di pandemia il lievito andava a ruba, anche lui così piccolo, in queste bustine così leggere, eppure senza di lui non ci sarebbero pizze, torte, pasticcini e mille altre cose buone, pensa che sventura. Anche qui il lievito ci dice che Dio ama le cose piccole, come ci ricorda Santa Teresa di Lisieux.
Con queste piccole cose, con noi, sue piccole creature Dio crea addirittura il suo Regno, con la R maiuscola, certamente, perché Lui è il più abile dei seminatori, che porta un campo infestato dalla zizzania a produrre buon grano, che trae da Semino un grande albero, e che in cucina sforna prelibatezze grazie ala piccola quantità di lievito. Tutto sta nel fidarsi di un Dio così attento al bene di una piccola spiga, al cuore di un piccolo seme, alla forza di un po' di lievito. Fidarsi di Dio è vivere con Lui ogni attimo, attendere il momento giusto per intervenire, portare frutto, fare silenziosamente il bene. E la tua vita sarà una parabola per altre vite.