venerdì 16 agosto 2019

Lc 12,49-53


VENTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


VENTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 

 Is 66, 18-21; Sal 116; Eb 12, 5-7.11-13; Lc 13, 22-30  

Molte volte il problema più grande che bisogna affrontare è scegliere la “porta” giusta, è scegliere per dove passare per trovare la vita, il senso della vita, la salvezza.
Nell’evangelo che oggi si ascolta pongono a Gesù ancora una domanda che a Lui interessa davvero poco … gli chiedono valutazioni numeriche: Sono pochi quelli che si salvano? Come al solito vogliono portare Gesù all’interno di una polemica francamente sterile e pericolosa: quanti si salvano? Negli ambienti rabbinici giravano espressioni come questa: “Dio ha creato questo mondo per amore di molti e quello futuro per amore di pochi”… è davvero un calcolo sterile: pochi o molti? Sterile perché diventa una discussione accademica, casistica, “religiosa”, una discussione che non porta da nessuna parte; ma è anche pericolosa perché chi si fa domande come questa, circa il numero, alla fin fine è sempre certo di stare nel numero dei pochi privilegiati, buoni, giusti che si salvano.
Queste cose davvero Gesù non le tollera … ed ecco che si impegna per portare questo discorso sterile e pericoloso su un altro campo … il problema per salvarsi è scegliere la porta giusta: attraverso cosa devo passare per accedere al Regno? Molti si affollano presso le porte larghe delle facili e rassicuranti osservanze: passeranno per quelle porte facili, ma si troveranno in un mondo “religioso” che non può offrire né vita, né verità.
Bisogna invece saper scegliere la porta giusta che è proprio quella stretta, e che potrebbe essere chiusa prima di quanto si immagini. E’ un’immagine potente questa della porta stretta, ed è anche un’immagine che evoca ancora una volta urgenza: non si può perdere tempo! E’ necessario far passare la propria vita per questa porta scomoda; l’immagine della porta che si chiude non vuole essere una minaccia, ma è un richiamo all’urgenza: la nostra vita è “breve” ed è “una”; non può essere sprecata al di qua della porta del Regno, occorre affrettarsi. Gesù dice: sforzatevi di entrare per quella porta; il verbo greco “agonízomai” significa “lottare”! Sì, bisogna lottare contro la tentazione di scegliere le porte larghe, comode, rassicuranti, che non costano … e non solo. Si deve anche far presto! Infatti è iniquo e stolto perdere tempo perché perdere tempo e perdere vita … la nostra vita, pesiamoci bene, è solo tempo!
E’ urgente passare e passare per quella porta perché solo oltre quella porta si trova il pascolo della vita; solo oltre quella porta si trova Colui che è già passato per quella porta stretta, solo oltre quella porta si trova Gesù.
L’evangelo di questa domenica si chiude con un detto celeberrimo di Gesù, un detto che troviamo più volte negli evangeli: Ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi. Se leggiamo questo detto non moralisticamente, ma con lo sguardo fisso su Gesù, ci accorgiamo che Lui è passato per la porta stretta perché semplicemente si è fatto ultimo, ha avuto il coraggio, come scrive Paolo nell’inno della sua Lettera ai cristiani di Filippi (cfr Fil 2,5-11), di non ritenere un tesoro da preservare con avarizia il suo essere Dio, ma si è fatto ultimo e questo “fino alla morte e alla morte di croce”: così è passato per la porta stretta, che l’ha condotto ad avere un nome che è salvezza per tutti gli uomini!
E’ la porta stretta che ci conduce al Regno, è la porta stretta che ci conduce a respirare nello spazio di Dio; nessun’altra appartenenza esteriore può essere un’assicurazione in tal senso! Insomma, non basta essere figli di Abramo, bisogna avere la fede di Abramo! Non è questione di sangue, di appartenenze previe, è questione di fede!
La pagina di Luca che oggi ascoltiamo è certo una polemica con quei Giudei che non avevano accolto Gesù, ma vuole essere sferzante anche per noi, sferzante per le nostre sicurezze di cristiani troppo spesso tentati di “giustizia”, e tentati di credere di stare dalla parte dei salvati e di starci spesso anche contro gli altri.
Nessuna presunzione che crei quietismi e rassicurazioni! E’ necessaria, invece, quella santa inquietudine che ci metta in moto, che ci metta in lotta per passare per quella stessa porta che Cristo Gesù ha già attraversato. La grande riflessione del Quarto Evangelo arriverà a far dire a Gesù: “Io sono la porta!” (cfr Gv 10, 9). E’ vero! La porta stretta non è solo la via di Gesù, ma è la via che è Gesù! Solo se si passa attraverso di Lui, fidandosi di Lui, si permette alla propria vita di entrare in quei pascoli di senso e di bellezza a cui aneliamo.

Sottrarre giorni a quei pascoli – ripetiamocelo – è iniquo e stolto!
E’ necessario scegliere oggi la porta giusta! 

 P.Fabrizio Cristarella Orestano

venerdì 12 luglio 2019

Il Buon Samaritano


QUINDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


QUINDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10, 25-37

La grande attenzione che oggi si deve fare dinanzi a questa pagina dell’evangelista Luca che è al cuore di questa domenica è quella di non ridurla a parola moralistica che dà buoni consigli religiosi e pii invitando a comportamenti solo etici … questa pagina infatti non è questo e se indica una via morale non è cero questo il suo primo scopo.
Il dottore della Legge che chiede a Gesù che cosa deve fare per avere la vita eterna si sente ricondotto da Gesù stesso verso il campo della Santa Scrittura di cui dovrebbe essere esperto; la risposta che dà a Gesù, pure esatta ed unificante (Luca pone sulle labbra di questo personaggio l’unificazione tra amore per Dio ed amore per il prossimo), attende ancora un compimento, un compimento che consiste nell’andare oltre quel “come se stessi”. Gesù conduce pian piano questo dottore della Legge verso questo compimento e lo fa sottolineando quella parola d’amore che Dio ha pronunciato sul suo popolo, una parola, che come oggi ascoltiamo dal passo del Deuteronomio, è stata posta sulle labbra e nel cuore del popolo perche sia fatta, sia fatta diventare vita. La parola dell’amore vuole concretezza e il dottore della Legge lo comprende; ecco, infatti, che il suo domandare, nato insidioso e malizioso (un dottore della Legge si alzò per tentare Gesù, cosi scrive Luca), pare che qui si trasformi in domanda sincera; la risposta a questa domanda è la celebre parabola del Buon Samaritano.
Il dottore chiede a Gesù, in fondo, dove, a chi, donare quell’amore preziosissimo che il cuore della Legge e Gesù, che rifugge dai mille casi e pure dalle rispostine pie e preconfezionate, risponde con il racconto di una storia, una storia precisa ma ampia, tanto ampia da avere il sapore della storia dell’umanità, da avere il sapore della storia della sua stessa vicenda di uomo tra gli uomini. Alcuni Padri, infatti, amano chiamare questa parabola non del Buon Samaritano ma Parabola del Figlio intendendo che in questo racconto è adombrata la vicenda del Figlio di Dio che si accosta compassionevole alle nostre piaghe. Così i Padri ne fecero una straordinaria allegoria per cui ogni elemento della narrazione divenne, nella loro lettura, un simbolo della vicenda della nostra salvezza, fino a parlare della locanda-Chiesa per arrivare ai due denari interpretati in svariati modi …
Senza entrare in questi particolari, quello che mi pare vada custodito è che certamente Gesù sta rispondendo alla domanda del dottore (Chi è il mio prossimo?) con una storia che non fa altro che raccontare il suo modo di agire con l’uomo. Infatti non è un caso che in questa parabola tutti i personaggi abbiano una specificazione che dà loro un nome: i briganti, un sacerdote, un levita, un samaritano, l’albergatore … tutti tranne uno: colui che non fa nulla tranne che lasciarsi amare e servire dal samaritano dopo essere stato vittima di briganti, lui è semplicemente un uomo. Di fronte all’uomo ci si può porre con rapina, con violenza, con indifferenza, col passare oltre oppure con compassione. Un samaritano passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione (in greco esplanchnìste dal verbo splanchìizo) dice Luca, usando un verbo che negli Evangeli è usato per dirci della commozione profonda di Gesù (cfr Mc 6,34; Lc 7,13); è il verbo della commozione della donna-madre dinanzi al dolore del proprio figlio, dinanzi al pianto del proprio figlio … è commozione viscerale, è dolore che parte dall’ “utero” dove quel figlio si è formato. Il verbo greco che Luca usa è lo stesso che traduce, nell’Antica Alleanza, il verbo ebraico che i profeti usano per dire che il Signore si commuove per il suo popolo (cfr Os 11,8). Questo verbo dunque tradisce l’identità del samaritano: adombra Gesù stesso, Gesù che si è accostato all’uomo ferito, abbandonato a se stesso, preda della violenza e della morte.
Capiamo così che la parabola è rivelativa; è necessario dunque leggerla non sul piano morale che resta sullo sfondo come conseguenza di quell’evento d’amore che è il Figlio di Dio venuto a cercarci sulle nostre strade di deserto e di morte.
La parabola ci invita a cambiare le prospettive delle nostre domande a Dio, domande sempre sul piano moraleggiante, sempre con lo scopo di farci rassicurare sulle cose da fare.
Chi è il mio prossimo?, aveva chiesto il dottore intendendo chiedere Chi devo amare?; la risposta di Gesù è una risposta assolutamente capovolgente: Il tuo prossimo è chi ha compassione di te! E’ una risposta sconvolgente: non bisogna cercare tanto a favore di chi agire e a chi dispensare la propria generosità, quanto è necessario farsi trovare da Colui che ha compassione di noi. Se non ci lasciamo trovare da Gesù, che è venuto a cercarci nella nostra povertà ferita e malata di morte, non potremo essere capaci di misericordia vera. Se non ci lasciamo afferrare da Lui che vuole farsi carico di noi, la nostra sarà sempre una parodia di misericordia, una parodia di amore per il prossimo. Una parodia perché il grande rischio è che i nostri siano gesti ed atti egoistici paludati da amore, gesti protesi a volersi sentire buoni e giusti. Questo non accade invece quando mi lascio trovare da Gesù, quando gli so mostrare le mie ferite, le mie solitudini senza speranza, le mie impotenze … allora dovrò abbandonare ogni autosufficienza, ogni pretesa di attività e dovrò lasciarmi vedere, amare, curare, caricare, affidare da Gesù. Riconoscendo in primo luogo che Gesù si è fatto a me prossimo fisserò lo sguardo su di Lui e sulla sua gratuità ad ogni costo … allora capirò che amare il prossimo come me stesso chiede un oltre, chiede un compimento: contemplando Colui che si è fatto buon samaritano per me capirò che l’amore parte dall’amare il prossimo come me stesso ma deve compiersi in un amare il prossimo più di me stesso, in un amore fino all’estremo.
Un amore così solo Gesù ce lo può dire e donare.
Il racconto allora è chiaramente rivelativo perché ci conduce alla contemplazione di Gesù, il Figlio di Dio nella nostra carne in cui, come dice l’autore della Lettera ai cristiani di Colosse di cui oggi leggiamo un tratto del primo capitolo, abita ogni pienezza e che ha riconciliato il mondo con il sangue della sua croce; ha amato con il suo sangue, nel suo sangue.
La via della vita eterna di cui il dottore della Legge chiede all’inizio del suo incontro con Gesù, passa per l’amore di Gesù; è il lasciarsi amare nella verità per camminare, pur se con fatica, verso un amore nella verità, un amore che non abbia paura di amare il prossimo più di se stesso. Questa è la via di Gesù.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

venerdì 28 giugno 2019

"ti seguirò ovunque tu vada"


TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 1Re 19,16b. 19-21; Sal 15; Gal 5,1. 13-18; Lc  9, 51-62

L’Evangelo di questa domenica è il racconto dell’inizio del grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme, verso la passione, verso il compimento (stavano per compiersi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo) un viaggio che Gesù affronta con un “sì” netto ad una strada della quale comprende solo una cosa: deve fidarsi del Padre pur tra il rifiuto degli uomini e tra i dolori. Luca scrive alla lettera che Gesù indurì il suo volto verso Gerusalemme; questo indurimento è il contrario dell’indurimento del cuore, è un essere fermo e stabile nel volere la volontà del Padre.
            In questo cammino Gesù sarà sempre più solo; nell’Evangelo di Luca Gesù dodicenne aveva detto che doveva essere nelle cose del Padre suo, ed ecco che ora sta andandoci definitivamente: sul Calvario starà tra le cose del Padre suo, ci starà sulla croce ma mettendosi nelle sue mani (Padre, nelle tue mani consegno l’anima mia cfr Lc 23,46).
            Qui, al capitolo nove, inizia questo cammino verso quelle mani, mani che non vedrà ma che Gesù saprà, nella fede, essere reali più di ogni realtà.
            Nel suo cammino di Messia impotente delle potenze mondane, Gesù conoscerà rifiuto ed incomprensione; da subito i samaritani lo rifiutano e proprio perché sta andando verso Gerusalemme; è qui ci pare che Luca usi una sottigliezza con un testo a doppio livello: per i samaritani Gerusalemme è la città nemica luogo del culto rivale (primo livello), ma Gerusalemme sarà anche il luogo della croce ed un Messia crocefisso è oltre ogni possibilità di accettazione (secondo livello)! Non sono però solo i samaritani a rifiutarlo, anche i suoi mostrano tutta la distanza da quelle logiche del Regno che Gesù aveva annunziato per tutto quel lungo tempo con loro; Giacomo e Giovanni, infatti, ancora qui sognano un Messia che usi le potenze del cielo per rendere schiavi gli uomini (vuoi che diciamo che un fuoco scenda dal cielo e li distrugga?)…anche i suoi non capiscono che il Messia incamminato nel suo esodo (cfr Lc 9, 31) ha scelto l’impotenza della croce ed è solo su quella strada che lo si può seguire per davvero.
            La sequela del Messia Gesù non può sopportare dei “ma”; se Elia (nella prima lettura tratta dal Primo libro dei Re) può tollerare un piccolo rinvio della sequela da parte di Eliseo, Gesù non tollera né “se”, né “ma”. Non basta essere affascinati da Gesù e non basta il generico volerlo seguire, è necessario sapere che Colui che si segue ci porta su una via davvero altra rispetto ad ogni attesa mondana; la sua è certo una via di libertà autentica, come scrive Paolo nella Lettera ai cristiani della Galazia nel passo che oggi si proclama, una libertà con uno straordinario sapore di verità ma che ha anche un prezzo.
            I tre uomini che compaiono nel testo evangelico di oggi sono lì a dirci di questa vera sequela che ha delle esigenze con le quali non si può giocare.
Il primo è pieno di entusiasmo e dice parole impegnative che paiono compromettenti; per Gesù però non bastano; non lo si segue presi solo da un entusiasmo di un momento, si deve sapere che quella di Gesù è davvero una via altra; segno di questa alterità è un’affermazione di Gesù: Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo, espressione tipicamente semitica non per dire che Gesù è povero (quanta retorica si è fatta su questo punto!) ma per dire che Gesù ha scelto il celibato, non ha una moglie. La scelta celibataria di Gesù è segno di una via davvero altra, scelta perlomeno insolita per un ebreo se non addirittura considerata empia.
Il secondo riceve addirittura da Gesù stesso la parola di chiamata: Seguimi! Quest’uomo però ha un problema grave, pone davanti a Gesù ed alle esigenze della sequela un “prima”: Lascia prima che vada a seppellire mio padre. Il “no” di Gesù è carico di forza drammatica: porre un “prima” (un qualsiasi “prima”) è diventare un morto tra i morti; quello che conta è andare ed annunciare il Reno con una vita donata.
Il terzo promette di seguire Gesù ma pure lui ha dei “ma”; sono “ma” malati di nostalgie e rimpianti, sono “ma” che spingono a voltarsi indietro ed invece Gesù è Colui che ha reso duro il suo volto verso una meta che gli sta davanti; volgersi indietro è imboccare un altro cammino, non quello di Gesù; dietro c’è la sicurezza di ieri, c’è la calda certezza dell’oggi, davanti invece c’è un futuro incerto di una vita tutta consegnata all’amore. E’ questa la via di Gesù!
La domanda che ancora questa domenica ci interpella è allora: “Ti basta davvero lo stare con Gesù in una via tanto “altra” che non tollera né mondanità, né rimandi, né rimpianti?” Insomma, siamo disposti, come scrive Paolo, a lasciarci guidare dallo spirito per non essere più schiavi dei desideri e dei punti di vista mondani?
La via di Gesù è via di libertà, una libertà “costosa” in cui ogni compromesso porta inquinamento e catene.
            Seguire Gesù è indurire come Lui, con Lui, il nostro volto con un “sì” sempre più libero e gioioso alle vie del Padre. 

             P.Fabrizio Cristarella Orestano