martedì 25 giugno 2019

Sacro Cuore di Gesù


GIOVANNI PAOLO II - ANGELUS - Sacro Cuore di Gesù (28.6)


GIOVANNI PAOLO II - ANGELUS - Sacro Cuore di Gesù (28.6)

Castel Gandolfo - Domenica, 17 settembre 1989 

Carissimi fratelli e sorelle!
1. In quest’ora dell’Angelus, fermiamoci per qualche istante a riflettere su quell’invocazione delle litanie del Sacro Cuore che dice: “Cuore di Gesù, salvezza di coloro che sperano in te, abbi pietà di noi”.
Nella Sacra Scrittura ricorre costantemente l’affermazione che il Signore è “un Dio che salva” (cf. Es 15, 2; Sal 51, 16; 79, 9; Is 46, 13) e che la salvezza è un dono gratuito del suo amore e della sua misericordia. L’apostolo Paolo, in un testo di alto valore dottrinale, afferma incisivamente: Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2, 4; 4, 10).
Questa volontà salvifica, che si è manifestata in tanti mirabili interventi di Dio nella storia, ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazaret, Verbo incarnato, Figlio di Dio e Figlio di Maria. In lui, infatti, si è compiuta pienamente la parola rivolta dal Signore al suo “Servo”: “Io ti renderò luce nelle nazioni / perché porti la mia salvezza / fino all’estremità della terra” (Is 49, 6; cf. Lc 2, 32).
2. Gesù è l’epifania dell’amore salvifico del Padre (cf. Tt 2, 11; 3, 4). Quando Simeone prese tra le braccia il bambino Gesù, esclamò: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza” (Lc 2, 30).
In Gesù, infatti, tutto è in funzione della sua missione di salvatore: il nome che porta (“Gesù” significa “Dio salva”), le parole che pronunzia, le azioni che compie, i sacramenti che istituisce.
Gesù è pienamente cosciente della missione che il Padre gli ha affidato: “Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19, 10). Dal suo Cuore, cioè dal nucleo più intimo del suo essere, sgorga quell’impegno per la salvezza dell’uomo che lo spinge a salire, come mite agnello, il monte Calvario, a stendere le braccia sulla croce e a “dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 45).
3. Nel Cuore di Cristo noi possiamo, dunque, riporre la nostra speranza. Quel Cuore - dice l’invocazione - è salvezza “per coloro che sperano in lui”. Il Signore stesso che, la vigilia della sua Passione, chiese agli apostoli di avere fiducia in lui - “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fiducia in Dio e abbiate fiducia anche in me” (Gv 14, 1) - oggi chiede a noi di confidare pienamente in lui: ce lo chiede perché ci ama, perché, per la nostra salvezza, ha avuto il Cuore trafitto, le mani e i piedi forati. Chiunque confida in Cristo e crede nella potenza del suo amore, rinnova in sé l’esperienza di Maria di Magdala, quale ce la presenta la liturgia pasquale: “Cristo, mia speranza. è risorto!” (Sequentia “in Dom. Paschae”).
Rifugiamoci, dunque, nel Cuore di Cristo! Egli ci offre una Parola che non passa (cf. Mt 24, 25), un amore che non viene meno, un’amicizia che non s’incrina, una presenza che non cessa (cf. Mt 28, 20).
La beata Vergine, “che accolse nel suo cuore immacolato il Verbo di Dio e meritò di concepirlo nel suo grembo verginale” (cf. Praefatio in Missa vot. B.V.M. Matris Ecclesiae), ci insegni a riporre nel Cuore del suo Figlio la nostra totale speranza, nella certezza che questa non sarà delusa.

venerdì 21 giugno 2019

Ultima Cena


SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)


SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)

Dodici ceste
don Luciano Cantini  

Congeda la folla
Al termine di una giornata faticosa, visto il luogo desertico e senza risorse, i dodici si preoccupano della situazione che si era venuta a creare e si rivolgono a Gesù: «Congeda la folla».
Se da una parte i discepoli manifestano una giusta preoccupazione per tanta gente, dall'altra la soluzione prospettata fa molto pensare: che ognuno si arrangi, chi ha denaro può comprarsi il cibo, chi non ce l'ha è problema suo, si dia da fare... non è un problema nostro, torni a casa sua. Quel deserto di cose e risorse diventa anche un deserto di persone. Si chiudono le porte, i confini, alle navi si impedisce di attraccare, si mettono in atto i respingimenti, si frappongono ostacoli di ogni genere con un solo risultato certo che il deserto si allarga e i cuori si inaridiscono. Stiamo costruendo una società con lo sguardo corto, togliamo speranza agli altri perché noi l'abbiamo persa, abbiamo fatto dell'egoismo il metro della nostra esistenza, così finanza e politica annaspano senza prospettive.
Voi stessi date
L'invito di Gesù: «Voi stessi date loro da mangiare» sembra piuttosto una sfida, quella della “comunione”, della condivisione, di mettersi in gioco, di stare con questa folla affamata, di partecipare attivamente alla soluzione dei problemi. Fare “la comunione” non è relegabile in un puro atto di spiritualità avulso dalla concretezza della storia, cieco alle provocazioni che la Provvidenza ci sta inviando in continuazione. La comunione chiede una particolare attenzione al momento che stiamo vivendo, la storia non ci è estranea come non sono estranei gli altri con i loro bisogni. La comunione non si fa con i sentimenti o con le parole ma con fatti concreti che ci mettono all'opera. L'invito di Gesù è di una chiarezza estrema.
Cinque pani e due pesci
La prima risposta è semplice si mette a disposizione quello che c'è... cinque pani e due pesci. La seconda è ancora più impegnativa... andiamo noi a comprare: se mettere a disposizione quello che c'è non basta si mette mano alla borsa. Eppure, queste risposte per quanto generose peccano della pretesa di voler risolvere la situazione da soli, non si tiene contro delle risorse degli altri. È la proposta di chi pensa di avere la soluzione pronta per gli altri e al posto degli altri; c'è generosità (a volte anche il compiacimento di essere benefattore) ma manca di “comunione”.
Gesù chiede che la moltitudine impari a fare comunione, i piccoli gruppi servono a guardarsi negli occhi, condividere le fatiche della giornata, scoprire ed apprezzare i doni di cui ciascuno è portatore... inizia così nella fraternità un cammino di liberazione. Infatti, letteralmente, la richiesta di Gesù suona: "fateli sdraiare a gruppi di circa cinquanta": lo sdraiarsi è l'atteggiamento dell'uomo libero che consuma il pasto (i servi mangiano seduti). Non c'è comunione senza libertà e non ci può essere libertà senza comunione.
Li spezzò
La successione dei verbi usati, rende evidente il richiamo all'Eucarestia, allo spezzare il pane che è segno sommo della comunione e della presenza del Cristo in mezzo a noi. Nel vangelo non c'è traccia del "moltiplicare", piuttosto spezzare e dare, queste parole sono il miracolo: è un gesto alla nostra portata, alla portata di tutti. Il Signore dà il pane ed i pesci ai discepoli e questi lo danno alla folla. Qui si chiude il cerchio della comunione: il pane offerto dai discepoli nelle mani del Cristo diventa segno del suo dono, i discepoli lo ricevono di nuovo per portare a compimento la loro offerta. Gesù consegna ai discepoli di allora, alla Chiesa di oggi, agli uomini di ogni tempo il segno di un pane spezzato e condiviso, ciò che è di ciascuno condiviso per molti. Proprio il contrario del nostro mondo d'oggi che concentra in poche mani le risorse disponibili. La nuova umanità, la Chiesa, si realizza dallo spezzare il pane, dalla comunione, dalla libertà dall'egoismo e le sue paure: ci sono risorse da condividere, calore umano e parole di speranza da scambiarci. Lo spezzare il pane rende presente e riconoscibile il Signore nella nostra vita, le dodici ceste di ciò che è avanzato sono il segno dell'abbondanza con cui Dio corona la Comunione.

giovedì 20 giugno 2019

la predicazione di San Pietro


CAMMINARE CON CRISTO NELLA STORIA / 2: IN ATTESA DELLO SPIRITO


CAMMINARE CON CRISTO NELLA STORIA / 2: IN ATTESA DELLO SPIRITO

Iniziamo le nostre meditazioni sugli Atti, tenendo presente che Luca non perde mai di vista Gesù. gli sa che la vita cristiana e quella comunitaria sono essenzialmente una vita di relazione con il Signore-Risorto, che trasforma con il suo Spirito e rende Suoi testimoni. L’azione dello Spirito, tuttavia ha una premessa. Gli Apostoli come si sono preparati a ricevere l’investitura dello Spirito? Gli Atti raccontano che essi dopo che Gesù fu assunto in cielo, “ritornarono a Gerusalemme dal monte degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato” (At 1,11-12). Il verbo “ritornare” già dice che sono in atteggiamento di ubbidienza a Gesù che ha loro detto di “non allontanarsi dalla città fino a quando non saranno rivestiti di forza dall’alto”, mentre la ripetizione del nome della città dice quanto sia importante che la loro missione inizi dove Gesù ha concluso la sua, mediante il Mistero della sua morte e Risurrezione.
Ma c’è qualcosa di più nel testo citato. Solo da questo testo, infatti, conosciamo il luogo dell’ultimo incontro con Gesù: è il monte degli Ulivi, una località assai evocativa. È qui, infatti, secondo Ez 11,23, che si posa la “gloria del Signore” che lascia Gerusalemme per recarsi tra i deportati ed essere “un santuario in mezzo a loro” (Ez 11,16); ed è ancora su questo monte che il Signore poserà i suoi piedi alla fine dei tempi (Zac 14,4). Anche Gesù un giorno ritornerà. Il fatto poi che si affermi che la distanza tra il monte degli Ulivi e Gerusalemme sia “il cammino permesso in un sabato”, vuole certamente indicarci che la prima comunità era composta da persone che osservavano la Legge di Mosè e, forse, che quel giorno era sabato. Però non è solo questo che la qualifica. La prima comunità, infatti, è...
Una comunità-comunione (1,12-14)
È un tema assai caro a Luca che ora caratterizza la comunità dicendo: “erano tutti perseveranti e concordi nella preghiera” (1,14). Si tratta di una preghiera compiuta nella più perfetta intimità e di un modo di vivere che non tiene conto né dei vincoli di parentela né dei ruoli sociali o qualifiche culturali. Ciò che conta è l’adesione a Gesù e al suo progetto di vita. Questo è il vero e unico fondamento di una comunità-comunione. Ed è solo questo che ancora oggi deve caratterizzare ogni comunità cristiana. Ma perché gli Apostoli sono in preghiera? Per imitare Gesù! Ecco un’altra caratteristica della vita cristiana, anzi la più importante. Per questo non si può mai perdere di vista Gesù. La situazione concreta che la comunità sta vivendo è di attesa del dono dello Spirito Santo. Perciò si comporta come Gesù, che dopo essere stato battezzato, con semplice acqua, da Giovanni, si raccolse in preghiera e su di Lui scese lo Spirito Santo che lo qualificò, come uomo, per la sua missione messianica. Per questo, anche la prima comunità è ora in preghiera, perché come ha loro detto Gesù “fra non molti giorni sarete battezzati in Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni, iniziando da Gerusalemme”.
Ma chi sono questi testimoni? Innanzitutto gli Apostoli: “Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelota, Giuda di Giacomo e ...” (1,13). È la seconda volta che Luca offre la lista degli Apostoli, dei testimoni oculari della vita di Gesù. La prima volta (Lc 6,14-15) però erano “Dodici”, ora invece come indicano i puntini finali, ne manca uno: sono solo “Undici”, c’è un posto vuoto, manca il nome di Giuda, di colui che tradì il Maestro. Può forse rimanere vuoto il suo posto? No! Perché, secondo Gesù, sono Dodici quelli che debbono sedere in trono nel suo regno “per giudicare le dodici tribù d’Israele” (Lc 22,36). Il posto vuoto suscita quindi un problema che sarà presto risolto.
Gli Apostoli non erano soli: con loro c’era “Maria, la madre di Gesù”. E non poteva mancare perché è colei che, “adombrata dallo Spirito Santo, dalla Potenza dell’Altissimo” (Lc 1,35) ha dato alla luce il Messia; è colei che è “beata perché ha creduto...”, come disse Elisabetta (Lc 1,45): per questo ora siede tra i credenti; è colei che nel Magnificat ha cantato le grandi opere di Dio, come faranno tra poco i discepoli (At 2,11). Perciò, Essa, esperta di Spirito Santo, non poteva mancare nella prima comunità: è la madre di Gesù. Poi ci sono alcune donne, forse quelle che hanno accompagnato Gesù fin dalla Galilea (Lc 8,1-3); e infine i “fratelli”, cioè quelli della parentela di Gesù, una volta increduli (Gv 7,5), ora credenti.

C’èra un posto vuoto (1,15-26)
Non poteva rimanere vuoto, ma come colmarlo? Luca ne approfitta per continuare il tema “comunità”. Quando una comunità cristiana o un cristiano è di fronte a un problema cruciale, deve raccogliersi nell’ascolto della Parola di Dio e nella preghiera. Qui l’iniziativa dell’ascolto la prende Pietro che, alzatosi in mezzo ai “fratelli” (tali sono i cristiani), dice: “È necessario che si compia ciò che fu predetto dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda che fece da guida a quelli che arrestarono Gesù”.
Ci si aspetterebbe subito la citazione della Scrittura e invece ecco Pietro che aiuta i “fratelli” a riflettere, quasi a farsi un esame di coscienza pensando a Giuda: “Era uno dei nostri e ha avuto la sua parte nel nostro servizio”. Cioè: era uno dei Dodici che ha fatto arrestare Gesù; uno di noi che ha tradito Gesù. Forse pensa al pericolo in cui tutti si sono trovati “durante la Passione”: la tentazione di abbandonare il Maestro è stata forte.
La meditazione continua con la mano di Luca che parla della triste fine di Giuda. Lo fa citando una leggenda “nota a tutti gli abitanti di Gerusalemme”, ma ce n’erano molte assai diverse. Luca ne sceglie una e non gli interessa che sia vero o no quello che racconta; a lui interessa infondere nel lettore un senso di orrore in modo che senta quanto sia orribile la sorte di un traditore, di un uomo iniquo, di uno che abbandonò il ruolo che Gesù gli aveva affidato nella sua Chiesa: non ha più voluto essere uno dei “Dodici”.
Ebbene è questo evento che realizza quanto dice lo Spirito Santo nella Scrittura: “La sua dimora diventi deserta” (Sal 69,25). Il salmo dice : “la loro dimora”, perché parla di tutti gli iniqui; ora però lo Spirito Santo intende riferirsi al solo Giuda e perciò dice “la sua dimora”. Solo che ha lasciato vuoto un posto importante nella comunità, un posto che non può rimanere vuoto e perciò, citando un altro salmo, si dice (traduciamo con più aderenza il testo): “Un altro subentri nel suo incarico di supervisore”; traslitterando: “nell’episcopato”.
“Un altro”, ma chi può assumersi un tale compito? Pietro ne enuncia con chiarezza i criteri: dev’essere uno che “è stato con Gesù dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui fu tolto a noi ed elevato in cielo”. Cioè, solo un testimone oculare della vita terrena di Gesù e di Gesù-Risorto può diventare testimone della sua Risurrezione. Tra i presenti (circa 120) ce n’erano due: “Giuseppe, soprannominato Giusto, e Mattia”. La parola “Giusto” direbbe: è questo che dev’essere scelto! Ma i discepoli non se la sentono di essere loro a scegliere. Essi, gli Undici, sono stati scelti dal Signore; è quindi logico che anche il “Dodicesimo” lo sia. Perciò eccoli affidarsi alla preghiera: “Tu, Signore, mostraci quale di questi due hai scelto”. Gettarono la sorte e questa cadde su Mattia che subito fu aggregato agli Undici.

Pentecoste (2,1-13)
“Finalmente giunse al suo compimento il cinquantesimo (= pentecoste) giorno”. Lasciateci tradurre così, e anche dire: “Finalmente giunse quel giorno”. C’è forse un modo migliore per esprimere che la parola “compimento” implica il senso di un’intensa attesa? Di una lunga attesa, iniziata con il profeta Ezechiele (36,27)? E per i discepoli di un’imminente attesa? Sono ancora lì, tutti riuniti insieme e ora sentono che è giunto il giorno promesso da Gesù, il giorno in cui saranno battezzati in Spirito Santo, il giorno che li renderà suoi testimoni e che darà loro la possibilità di confrontarsi con le “dodici tribù d’Israele”. È il giorno in cui ha inizio la Chiesa.
Se la Pentecoste ebraica ricordava a Israele il giorno in cui fu data la legge (Es 19,16-19; 20,1-17), la Pentecoste cristiana ricorda il giorno in cui viene data la “legge dello Spirito”, della “Nuova Alleanza” (Ger 31,31). Per questo i cristiani continuano a vivere la loro esistenza facendo memoria di questo inizio storico e rileggendo con gioia quello che avvenne quel giorno: “Si trovavano tutti insieme quando all’improvviso venne dal cielo un rombo come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi”.
La terminologia riecheggia la teofania del Sinai (Es 19,8.16-18). Là e qui si afferma che erano tutti insieme, cioè uniti e concordi senza discriminazioni o esclusivismi, tutti affascinati e sbigottiti dall’azione sovrana e potente di Dio che si visibilizza loro con i simboli del vento e del fuoco. Il vento rappresenta la forza dello Spirito che soffia dove vuole (Gv 3,8); il fuoco indica la forza trasformante dello Spirito che si visibilizza in tante lingue di fuoco. Lingue diversificate perché lo Spirito abilita gli apostoli a parlare “altre lingue”, le lingue dei popoli a cui si deve annunciare la salvezza. Una cosa simile avvenne anche al Sinai. Secondo la tradizione giudaica, però, non ci fu solo un “tuono” (= voce di Dio), ma dei “tuoni” perché la voce di Dio si divise in più lingue, 70, in modo che tutte le nazioni potessero comprendere.
Meditando ci accorgiamo che un senso di universalità pervade tutto il testo, subito confermato dalla lunga lista dei popoli appartenenti a “ogni nazione che è sotto il cielo” (v. 5). C’era gente di ogni nazione quel giorno a Gerusalemme e tutti, appena udirono il fragore del vento, si radunarono e furono sbigottiti perché ciascuno sentiva gli apostoli parlare nella propria lingua e annunziare nel suo dialetto “le grandi opere di Dio”. Chi legge sente che il racconto sprigiona un entusiasmo indescrivibile e forse è così perché Luca a cinquant’anni di distanza sente che quel giorno “il seme della Parola di salvezza” è stato seminato nei cuori di tanti che poi l’hanno portato lontano e l’hanno fatto fruttificare, riunendo gente di ogni nazione in Cristo e in comunione tra loro. La parola dell’annuncio, infatti, si adatta e si incultura in ogni popolo e annulla per sempre quanto è avvenuto a Babele. Anche oggi, alcuni vogliono standardizzare la vita dei popoli, e annullare ogni diversità. Lo Spirito invece è una forza unificatrice e rispettosa di ogni cultura e di ogni differenza.
Significativo è il fatto che i popoli siano indicati con il nome del loro territorio, con una variante: “visitatori di Roma che risiedono qui, sia giudei sia convertiti al giudaismo”. Con questa espressione Luca vuole indicare che il cristianesimo, forse, è giunto a Roma prima ancora che arrivasse un Apostolo, grazie a questi romani presenti a Gerusalemme.
Ma osserviamo attentamente l’atteggiamento dei presenti. Il testo dice che “tutti udivano gli Apostoli annunciare le grandi opere di Dio”. Ma come reagiscono all’annuncio? Alcuni dicendo: “Che significa questo?”, altri invece ridendo, esclamano: “Sono pieni di vino dolce”, cioè: sono cose incomprensibili. Ebbene queste espressioni dicono che non basta l’annuncio: è necessaria la catechesi. Ed è quello che Pietro sta per fare e che noi continueremo a costatare negli Atti e che possiamo costatare nella storia della Chiesa: il bisogno di una catechesi che evidenzi l’azione dello Spirito distruttore di ogni “Babele” e creatore di comunione in ogni comunità e tra i popoli.

Preghiamo
O Padre, che hai effuso l’amore nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo, fa’ che io sappia ogni giorno unirmi alla preghiera della Chiesa che in ogni Eucaristia invoca la pienezza dello Spirito Santo perché formiamo un solo corpo e un solo spirito. Concedi che questa preghiera crei in noi l’impegno ad essere nella società portatori di riconciliazione e di pace. Aiutaci a collaborare con lo Spirito Santo che vuole formare di tutti i popoli una sola famiglia nel rispetto di ogni persona e cultura. Amen!
 Mario Galizzi SDB