giovedì 30 aprile 2015

Icon of the Beloved Disciple from Mt. Angel Abbey – the inscription reads “My heart and my flesh cry out: O God, O living God!”

RIFLESSIONI AL VENTO - IRRIGA I DESERTI DELL'ANIMA!


RIFLESSIONI AL VENTO - IRRIGA I DESERTI DELL'ANIMA!

di Vincenzo Arnone 

Ascolta, amico lettore, quanto arriva nel profondo dell'anima tua dalle parole di un inno dei vespri che leggi nella penombra della sera e nella pace del cuore; ascolta e pacatamente rifletti: «Irriga, o Padre buono, / i deserti dell'anima / coi fiumi d'acqua viva / che sgorgano dal Cristo». Quanta avidità, quanta sete nell'anima orante che eleva il cuore, le braccia, il corpo intero al Signore Dio altissimo. Irriga: hai presente, amico lettore, il lavoro dei contadini, dei giardinieri nelle ore estive del torrido caldo, allorquando e ortaggi e fiori reclamano la goccia d'acqua che viene dall'alto, come se avessero e bocca e lingua e gola da inumidire non per una insensata avidità, bensì per la vita, la loro breve vita che si prolunga appena per pochi mesi. Irriga. Bagna... nel misterioso e infinito orizzonte, sotto la voce onnipotente del Dio altissimo, all'origine dei tempi: «Sia un firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque. [...] Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un unico luogo e appaia l'asciutto. [...] Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra». Le acque... Le acque! È la poesia dell'infinito, dell'indefinito, dell'archè di tutto, in cui campeggia la figura del Dio altissimo al di sopra delle acque, della terra, degli esseri viventi: degli uomini, delle bestie selvatiche, dei rettili come degli uccelli del cielo, dei pesci del mare come dei grandi e terribili mostri; agli albori del viaggio che segna le traiettorie della storia dell'uomo, all'ombra dello Spirito, dello Spiritus, di Ruah; Spiritus Dei ferebatur super aquas!
Mi sovvengono le parole della Bibbia, nelle pagine della Genesi, allorquando l'autore fa riferimento ai quattro punti cardinali con l'immagine delle acque. «Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre attorno a tutta la regione di Avìla, dove si trova l'oro, e l'oro di quella regione è fino. [...] Il secondo fiume si chiama Ghicon. [...] Il terzo fiume si chiama Tigri. [...] Il quarto fiume è l'Eufrate». Le origini di un mondo in largo, in vastità, al di là delle colonne, al di là della terra asciutta. Mi sovvengono, amico lettore, i versi del Papa-poeta nel Trittico romano, allorquando egli è affascinato dallo stupore «del seno di bosco (che discende) / al ritmo di montuose fiumare. / Questo ritmo mi rivela Te, / il Verbo primordiale. / [...] L'argentata cascata del torrente / che dal monte cade ritmato». Ciò che è estasi, meraviglia, stupore! Mi sovvengono parole relative a tante acque, a tante forme di acque: su nel cielo, sotto la terra, a lambire la terra: a dar vita, a distruggere, a piantare, a sradicare, ad abbattere, nella pace, nella gioia, nella disperazione... nella morte. Tante acque! Tante lacrime! Tante gioie!
Finché arrivo all'acqua del Messia, al pozzo di Giacobbe, a Sicar, in un mezzogiorno assolato e stanco, nel silenzio della campagna samaritana; e qui risento l'eco delle parole di Gesù, in cui ad ascoltare c'è una donna, prima diffidente poi devota, e ci sono le piante, i rovi, le erbe, i cani silenziosi, le nuvole attente, le spighe fruscianti al dolcissimo vento, gli asini fermi, e in lontananza i discepoli di ritorno dal fare la spesa (che scena altamente umana e divina).
Ascolta, amico lettore: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete, ma chi berrà dell'acqua che io gli darò non avrà più sete in eterno. Anzi l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna».
È questa l'acqua che irrigherà i deserti della tua anima. È questa l'acqua dello Spirito che ci fa un'unica Chiesa al dire di sant'Ireneo vescovo, nel momento in cui il santo riflette sulla missione dello Spirito Santo: «Come la farina non si amalgama in un'unica massa pastosa, né diventa un unico pane senza l'acqua, così neppure noi, moltitudine disunita, potevamo diventare un'unica Chiesa in Cristo Gesù senza "l'acqua" che scende dal cielo». È questa l'acqua che ti verrà data dal Padre buono. Ma chi è buono? Apri le pagine sacre e stendi il tuo occhio sui salmi 135, 136: «Lodate il Signore, perché il Signore è buono», «Rendete grazie al Signore, perché è buono»; e vai avanti nella paziente e sapiente lettura e t'imbatterai con il sacro vangelo di Luca in cui vi leggi: «Un notabile lo interrogò: "Maestro buono, che cosa debbo fare per avere in eredità la vita eterna?". Gesù gli rispose: "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo"». Dio solo è buono! La bontà, la magnanimità, la misericordia. Dio è buono e ti ri-darà vita abbondantemente.
Troveranno, le acque, nel loro veloce cammino, le aridità della tua vita, i deserti della tua vita. Le aridità! La terra arida, il campo arido, il cuore arido, il deserto alla maniera dell'angelo della Chiesa di Laodicea: «Così parla l'Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della creazione di Dio. Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo»; sei arido. I deserti della tua anima: le spigolosità, i rancori, l'avidità del potere, del denaro, l'egoismo, il vergognarsi di Dio e della fede, il rinchiudersi in sé stessi, il voltare le spalle a Dio e al prossimo, il voler essere puro e impuro, il voler niente e tutto, il voler essere della carne e dello spirito... I tuoi deserti che cingono la tua giornata e la tua vita.
Oh, se avessimo sulle labbra e nel cuore le parole di Agostino, peccatore e santo: «Quando ti confessiamo, o Signore, le nostre miserie e riconosciamo la tua misericordia verso di noi, manifestiamo il nostro amore per te perché, come hai cominciato, tu completi la nostra liberazione; perché cessiamo di essere infelici in noi stessi e diventiamo felici in te che ci hai chiamato »; perché ritroviamo l'acqua pura che irriga i deserti della nostra vita. Mi sovvengono parole – avvolte nelle melodie alte di una struggente bellezza – che danno un tripudio di zampilli d'acqua, un tripudio di immagini, di simboli, che aprono il cuore e danno diletto all'intelligenza e all'emozione: «Chi berrà la mia acqua non avrà più sete in eterno. / E quest'acqua sarà per lui fonte di vita per l'eternità. / Fiumi di acqua viva sgorgheranno in colui che crederà. / Nel Signore che dona a noi l'acqua di vita e di verità». Alzati, amico lettore, e bevi di quest'acqua che viene dal costato di Cristo, dal suo corpo morente e risorto nell'ora che cadono le ombre sul calvario di Gerusalemme, ma danno spazio, passati tre giorni, alla luce della risurrezione.

Vincenzo Arnone

I SERAFINI FREMONO VEDENDO IL FIGLIO CHE LAVA I PIEDI AI FRATELLI DI MANUEL NIN


LA SETTIMANA SANTA NELLA TRADIZIONE SIRO-OCCIDENTALE 

I SERAFINI FREMONO VEDENDO IL FIGLIO CHE LAVA I PIEDI AI FRATELLI

DI MANUEL NIN 

Nei libri liturgici siro-occidentali la Domenica delle Palme porta il titolo di Domenica degli Osanna, caratterizzata dalla gioia poiché celebra la regalità del Signore. I testi si servono anche del genere letterario del dialogo:  "Sion dice:  Perché viene? Io non l'ho chiamato. Il profeta dice:  È il tuo Re e viene a regnare. Sion dice:  Io non voglio che lui regni su di me. Il profeta risponde:  Lui regnerà sulla Chiesa e ti abbandonerà. Sion dice:  Io non gli aprirò le mie porte e lui non entrerà. Il profeta risponde:  La Chiesa gli aprirà le sue e lo riceverà. Sion dice:  Se lui entra entro le mie mura, lo crocifiggerò. Il profeta risponde:  Mala sua croce vive e essa ti annienterà". 
Lunedì santo vi è la celebrazione delle Lampade. La chiesa è spogliata dalla gioia delle palme e sullo sfondo dell'altare viene messo un grande tappeto nero con una croce bianca e attorno tutti i simboli della Passione:  il catino per la lavanda delle mani di Pilato, il flagello, la corona di spine, il gallo della negazione, i chiodi, il martello, la spugna, la scala, la luna piena. La liturgia celebra il vangelo delle dieci vergini e nella seconda vigilia del mattutino si fa la processione delle lampade; i fedeli portano dei ceri in mano, mentre i testi sottolineano l'attesa dello Sposo:  "Come è bella questa notte in cui avviene l'incontro col nostro Salvatore; come è gloriosa, cara e bella; in essa si radunano giovani e vecchi, portando lampade e cantando inni; il battesimo è pronto come una sposa gloriosa e dà la vita a coloro che vi si tuffano e rinascono dal suo seno puro". 
La processione esce dalla chiesa e il sacerdote, inginocchiato davanti alla porta chiusa, recita una preghiera entrata in tutte le ore dell'ufficiatura siro-occidentale, ma che in questa notte del Lunedì santo prende tutta la sua forza drammatica:  "Alla tua porta, Signore, io busso, e chiedo dal tuo tesoro la misericordia. Io sono un peccatore e lungo gli anni ho abbandonato il tuo cammino. Dammi di confessare i miei peccati e io li eviterò e vivrò per la tua grazia. Alla porta di chi, Signore misericordioso, andremo a bussare, se non alla tua? Chi avremo come intercessore per le nostre mancanze se la tua misericordia non intercedesse per noi? Che il canto della nostra preghiera sia una chiave che apra la porta del cielo, e che gli arcangeli dicano:  Come dev'essere dolce il canto di quelli della terra perché il Signore ascolti subito le loro suppliche". 
Il Giovedì santo porta il titolo di Giovedì dei Misteri. Nell'eucaristia i testi mettono in luce la simbologia dell'agnello pasquale:  "Ecco che in Egitto viene ucciso l'agnello pasquale, e in Sion viene ucciso il vero agnello. L'Agnello di Dio ha liberato, col suo sangue, le nazioni dalle tenebre, come liberò Israele dall'Egitto. Molti agnelli sono stati uccisi; soltanto da uno di loro l'Egitto è stato vinto. Nostro Signore mangiò la Pasqua coi suoi discepoli. Con il pane spezzato l'azzimo arrivò alla fine. Il pane di colui che dà la vita, vivifica il mondo. La Chiesa ci dà un pane vivo, invece dell'azzimo che diede l'Egitto. Maria ci diede un pane vivo, invece del pane corrotto che diede Eva". 
La lavanda dei piedi è fatta dal vescovo a dodici preti anziani; il rito, contemporaneo alla lettura del vangelo, ha un aspetto drammatico e i testi sottolineano il contrasto:  "Tu che ti sei cinto con una corda e hai lavato i piedi ai discepoli, abbi pietà di noi, o Dio. Tu che sei il grande e che per amore ti sei abbassato e hai versato dell'acqua in una brocca. Tu che per natura sei Signore e hai lavato i piedi ai tuoi discepoli. Tu, a cui servono i cori di fuoco e che lavi i piedi agli uomini fatti dalla polvere". 
La lettura del vangelo è iniziata dal vescovo che poi passa il lezionario a un prete o a un diacono che canta con una voce drammatica e lenta il testo, mentre il vescovo esegue quello che descrive il vangelo. Il vescovo versa l'acqua nella brocca e la benedice con una preghiera che ci riporta alla consacrazione dell'acqua il giorno dell'Epifania che celebra il battesimo:  "Dio creatore di tutto quello che esiste, degli esseri visibili e invisibili, e sei glorificato dagli arcangeli, insieme al tuo Padre e al tuo Santo Spirito nell'alto dei cieli; tu sei venuto a cercare la pecora smarrita e, avendola trovata, l'hai portata sulle tue sante spalle e, con grande gioia, l'hai fatta entrare nella casa di tuo Padre, adesso, Signore, benedici noi con la tua grazia, purificaci per mezzo di quest'acqua che ci lava, dalla sporcizia dei peccati". 
La lavanda si conclude con diverse preghiere:  "Gabriele rimase stupefatto, Michele tremò e fu sconcertato, lo stupore si abbatté su di loro vedendo l'Essere di fuoco chinarsi e lavare i piedi ai discepoli". Sant'Efrem canta questo mistero dell'amore e la condiscendenza di Dio verso gli uomini:  "I serafini fremettero vedendo il Figlio che, cinto ai fianchi un lino, lavava nel catino i piedi, la sozzura del ladro che lo avrebbe consegnato. Il nostro Signore purificò il corpo dei fratelli nel catino che è simbolo della concordia. Nel ventre delle acque Cristo ci ha formato nuovamente".

mercoledì 29 aprile 2015

GIANFRANCO RAVASI - UN CANTO SENZA TEMPO


CANTI SUI SENTIERI DI DIO

 GIANFRANCO RAVASI

UN CANTO SENZA TEMPO

"Tra ciò che sentiamo alla lettura dei Salmi e ciò che proviamo alla lettura di Pindaro e Tetrarca c'è la stessa differenza che corre tra la patria e la terra straniera". Difficilmente si immaginerebbe che questa affermazione è di W. F. Nietzsche, celebre filosofo ateo tedesco del secolo scorso. Noi la poniamo proprio in apertura al viaggio che per diversi mesi condurremo insieme all'interno di quel mondo mirabile di poesia e di preghiera che è la collezione biblica dei 150 Salmi.
In questa tappa ci metteremo quasi nella posizione di Mosè, giunto alla frontiera ultima della sua vita e della terra promessa da Dio al suo popolo: sul monte Nebo, in Transgiordania, prima di morire, egli contempla dall'alto e da lontano  la terra tanto sognata e attesa. Anche noi daremo uno sguardo solo panoramico per ora a questo territorio ideale di fede e di vita, alle sue città e alle sue vie spirituali. Nella prossima puntata, invece, scenderemo dal monte e ci avvieremo per le varie strade del Salterio, alcune oscure e altre luminose, alcune facili e altre tormentate.
Il grande teologo D. Bonhoeffer, morto martire in un campo di concentramento nazista il sabato santo del 1945, nel suo libro Pregare i Salmi con Cristo scriveva acutamente: "Si rimane sorpresi di primo colpo che nella Bibbia vi sia un libro di preghiere. La Bibbia non è infatti tutta una parola di Dio rivolta a noi? Ora, le preghiere sono parole umane e perciò come possono trovarsi nella Bibbia? Se la Bibbia contiene un libro di preghiere, dobbiamo dedurre che la parola di Dio non è soltanto quella che egli vuole rivolgere a noi ma è anche quella che egli vuole sentirsi rivolgere da noi". E proprio perché è anche parola umana, quella del Salterio è segnata dal riso e dalle lacrime degli uomini, si snoda per le strade tra le speranze e le paure ed è legata ad una lingua (l'ebraico), a una cultura (quella semitica antica), a una storia (quella di Israele), ad uno spazio (quello di Palestina e del nostro pianeta).
È per questo che gli studiosi distinguono nei Salmi vari registri poetici e spirituali – i cosiddetti generi letterari – che riflettono appunto i sentimenti, le attese, gli incubi, le gioie degli uomini di tutti i tempi. Ci sono, allora, gli "inni" che celebrano Dio come Creatore del cosmo e Signore della storia; ci sono le "suppliche" che raccolgono l'eterna domanda dell'uomo di fronte alla sofferenza: "Perché, Signore?… Fino a quando, Signore, starai a guardare?… Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Per sempre?". Ci sono poi i canti di "fiducia" che esaltano l'abbandono sereno in Dio anche in mezzo alle oscurità: "Come un bimbo in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia", prega il poeta del salmo 131.
Ci sono poi i carmi "messianici" che, sul filo della genealogia e della discendenza di Davide, attendono l'apparizione gloriosa di un re – Messia, giusto e salvatore. Ci sono i testi "sapienziali" che si interrogano sul senso della vita e propongono la fedeltà alla parola di Dio "come lampada per i passi" sul sentiero dell'esistenza. Noi nel nostro percorso attingeremo a questi vari "generi" poetici e spirituali ma ogni lirica-preghiera che leggeremo ci svelerà un volto sempre diverso e nuovo, perché ogni orante mette una punta personale, un tocco intimo, un'annotazione sorprendente, e irripetibile da parte di altri suoi fratelli di fede, che pure hanno composto preghiere sullo stesso tema e con la stessa fiducia in Dio.
Ma queste pagine bibliche ci conquisteranno soprattutto con la ricchezza dei loro simboli, con lo splendore delle loro immagini, con l'intensità dei loro sentimenti e con la potenza della loro speranza. Anche se queste preghiere abbracciano un millennio di poesia e di fede dell'Israele biblico, la tradizione posteriore le ha messe tutte sotto il patrocinio ideale di Davide. Ora, una leggenda giudaica racconta che Davide, inseguito dalle truppe del suo avversario, il re Saul, vagava per le piste bruciate del deserto di Giuda. Con sé aveva solo il suo kinnor, la sua cetra. Una sera coi suoi amici aveva piantato le tende nell'oasi di Engheddi, "la sorgente del capriolo". Ad una palma aveva appeso la sua cetra e si era ritirato nella sua tenda scura come quella dei beduini. Stanco, Davide sentiva arrotolarsi lentamente su di sé il filo morbido del sonno. Ma ecco, all'improvviso, nel silenzio notturno un suono, dolce e straziante, malinconico e gioioso, dalle mille sfaccettature e modulazioni. Forse era il vento che faceva vibrare la sua cetra… Davide era uscito nell'oscurità della notte ed ecco: le dita di un angelo intessevano quella trama musicale sulle corde della sua lira. E la leggenda conclude: da quella notte Davide ebbe in dono le dita degli angeli per comporre le armonie dei Salmi.
Da quando i Salmi esistono e salgono al cielo, uscendo dal Tempio di Gerusalemme, attraversando i tetti delle nostre chiese, sciogliendosi nell'aria delle processioni, i musicisti e i cantori cercano di ottenere dita e voci d'angelo come nel racconto giudaico.
I Salmi, infatti, suppongono di essere cantati soprattutto nella liturgia. Non per nulla in essi si parla spesso di melodie, di cantori, di musicisti, di fanciulle che battono tamburelli, di danze con timpani e cetre, di trombe festive, di arpe ecc. Anzi, nell'ultimo inno, l'alleluia del Salmo 150, ai sette strumenti dell'orchestra del Tempio (corno, arpa, cetra, timpano, corde, flauti e cembali) si associa i suono universale di "tutto ciò che respira".
È per questo che i Salmi, oltre che diventare preghiera personale, devono essere la base della preghiera pubblica, comunitaria e corale della Chiesa e dell'intero popolo di Dio. È per questo che i Salmi devono essere cantati, e diventare la lode della liturgia in cui tutti sono chiamati a celebrare nella gioia e nel dolore il Signore: "Voi tutti, giovani e fanciulle, voi vecchi insieme ai ragazzi, lodate il nome del Signore perché solo il suo nome è meraviglioso!" (Salmo 148, 12-13). 
                                                                       
(da SE VUOI)

Giovanni di Paolo, Saint Catherine of Siena Exchanging Her Hear twith Christ

«DONNA DI PRIMA, VERA GRANDEZZA» SANTA CATERIA DA SIENA (29 APRILE)


«DONNA DI PRIMA, VERA GRANDEZZA»  SANTA CATERIA DA SIENA (29 APRILE)

MARIA DI LORENZO

Mistica e condottiera della pace, santa Caterina da Siena volle bruciare la sua vita in un’unica fiamma d’amore: per la Chiesa e per la Vergine.  

«La storia della Chiesa in questi due millenni, nonostante tanti condizionamenti, ha conosciuto veramente il "genio della donna", avendo visto emergere nel suo seno donne di prima grandezza che hanno lasciato larga e benefica impronta di sé nel tempo. Penso alla lunga schiera di martiri, di sante, di mistiche insigni. Penso, in special modo, a santa Caterina da Siena…», scriveva Giovanni Paolo II nella sua lettera Alle donne (29.6.1995).
Canonizzata nel 1461 da Pio II e dichiarata Patrona d’Italia (con Francesco d’Assisi) nel 1939 da Pio XII, sessant’anni dopo è stata proclamata anche Patrona d’Europa.
La fragile Vergine di Siena, "serva dei servi di Gesù Cristo", è una figura abbagliante, un gigante della fede e della carità. Paolo VI la proclamò Dottore della Chiesa nel 1970: il più alto riconoscimento conferito ai maestri del sapere spirituale.

Contemplazione ed azione
Nata, quasi profeticamente, nel giorno dell’Annunciazione, il 25 marzo 1347, Caterina ha una gemella, Giovanna, che muore dopo soli pochi giorni di vita. Piccolissima, impara l’Ave Maria e la ripete spesso salendo e scendendo i gradini delle scale paterne, salutando ogni volta la Madonna con un inchino. Caterina non va a scuola, non ha maestri. È Gesù il suo maestro. Una dolce calamita. Crescendo matura il proposito di darsi tutta a lui: vuole solo una stanzetta per pregare e stare col suo Dio.
A sedici anni riceve l’abito dell’Ordine della penitenza di san Domenico: tunica e velo bianco, mantello nero. Il tempo della prima giovinezza è assorbito dai dolci colloqui con Dio nella sua cameretta, poi Gesù stesso la farà andare in mezzo agli uomini. Amante della contemplazione, Caterina ne soffre un po’, ma ubbidisce al comando divino: è giunto il momento di dedicarsi all’apostolato nel mondo.
«Il cuore è un cielo, perché vi si cela Dio», scriverà allora in una lettera. Nessuno potrà mai privarla di quella cella interiore: la contemplazione sarà tutta dentro l’azione, che diventa la scala verso Dio.
Caterina assiste gli ammalati, dona ai poveri, conduce famiglie nemiche a fare pace. Intorno a lei comincia a radunarsi una "famiglia" di discepoli: uomini e donne, artisti, religiosi, quasi tutti più anziani di lei, ma la chiamano "Mamma". E non ha che vent’anni.
Poco alla volta la sua azione travalica i confini cittadini per mezzo delle lettere che invia a ogni categoria di persone: uomini di governo e semplici artigiani, cardinali e papi, monaci e laici, regine e donne di casa. Sono anni molto turbolenti quelli in cui vive la Santa senese. E lei non si risparmia. Percorre le città della Toscana predicando la pace, richiama al dovere senza tanti preamboli re e governanti della terra. Le vengono attribuiti numerosi miracoli: guarigioni, conversioni, rappacificazioni.
Amata e odiata allo stesso modo, circondata di diffidenza e incredulità, nel 1375 riceve le stimmate. Le rivelazioni divine scandiscono il suo cammino interiore, visioni estatiche di Gesù sanguinante sulla croce e di sua Madre. Come succede a tanti santi che toccano le vette della mistica, intorno a lei c’era chi non credeva ai suoi miracoli, alle sue estasi. Tentazioni, tribolazioni e profondissimi dolori sono il suo pane quotidiano. Caterina soffre e prega. La preghiera, come insegna Maria, è la madre di tutte le virtù.

Modello di vita interiore
«Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce»: in questo modo cominciava tutte le sue lettere. Ne scrisse moltissime. Forti e tenere, accorate e severe. Erano esortazioni, richiami, ammonimenti, richieste appassionate dettate per lo più ai discepoli, giacché solo sul finire della sua vita a fatica imparò a leggere e a scrivere.
Maria è il modello della vita interiore della Santa senese. Nel "dì di Maria", come lei chiamava il sabato, era solita digiunare in suo onore, e di sabato volle iniziare il famoso Dialogo della Divina Provvidenza. Recitava l’Ufficio della Madonna e aveva una grande devozione per il rosario, sulle orme del padre san Domenico.
«O Maria, Maria, tempio della Trinità…», comincia la grande preghiera pronunciata dalla Santa nella festa dell’Annunciazione; «Maria che porti il fuoco della carità! Maria che porgi la misericordia, Maria che hai fatto germogliare il frutto, Maria che hai ricomprato l’umana generazione, perché hai portato in te il Verbo per mezzo del quale è stato ricomprato il mondo: Cristo lo ha ricomprato con la sua passione e tu con il dolore del corpo e della mente. Maria mare pacifico, Maria donatrice di pace, Maria terra fruttifera. Tu, Maria, sei quella nuova pianta dalla quale abbiamo ricevuto il fiore profumato del Verbo unigenito Figlio di Dio, perché in te, terra fruttifera, questo Verbo fu seminato. Tu sei la terra e la pianta. Maria carro di fuoco, tu hai portato il fuoco nascosto e velato sotto la cenere della tua umanità...».
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Secolarità consacrata
Maria è per Caterina come un’esca posta da Dio per salvare le anime, giacché il Signore non permette che siano perduti quelli che in vita l’hanno amata. In lei vede la perfetta incarnazione della misericordia divina, e la supplica perciò per la salvezza di un perugino condannato al patibolo che lei assisterà al momento dell’esecuzione.
Sul modello di Maria, la sua presenza si fa esempio e preghiera, saggezza di madre, correzione forte e fraterna. La Chiesa è il grande amore di Caterina, che soleva definire il Papa «il dolce Cristo in terra». E così nel 1378 la Santa viene invitata da Urbano VI a Firenze per trattare la pace. Il Papa, a causa del suo zelo riformatore, si era fatto molti nemici, sicché quell’anno a Fondi alcuni cardinali, francesi in maggioranza, avevano eletto un antipapa, Clemente VII, dando inizio al grande scisma d’Occidente, che terminerà solo nel 1417.
Caterina in quel frangente si fece in quattro per arginare lo scisma. Parlò ai cardinali riuniti in concistoro, esortando a voce e per lettera. Era una diplomatica nata, capace di ricucire con straordinario talento anche le relazioni politico-religiose più difficili e controverse.
Caterina è una donna, una illetterata per giunta, ma non fa fatica a imporsi su una moltitudine di uomini. Con lei il mistero della femminilità si fa dono da spendere per gli altri, per tutti quei fratelli sul cui volto è impressa la traccia rovente dell’amore di Cristo.
Questa libera donna di Dio, questa grande mistica e condottiera della pace, sarà la madre di una moltitudine di anime attraverso i secoli, e con la scelta della verginità vissuta nel mondo dischiuderà la via a un nuovo tipo di vita religiosa che oggigiorno è particolarmente diffusa nella Chiesa: la secolarità consacrata.

PAPA FRANCESCO: APERTI ALLE SORPRESE


PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

APERTI ALLE SORPRESE

Martedì, 28 aprile 2015 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.096, 29/04/2015)

Chiedere al Signore «la grazia di non avere paura quando lo Spirito, con sicurezza, mi dice di fare un passo avanti». E domandare il «coraggio apostolico di portare vita e non fare della nostra vita cristiana un museo di ricordi». È questa la duplice raccomandazione con cui Papa Francesco ha concluso, nella mattina di martedì 28 aprile, l’omelia della messa nella cappella di Casa Santa Marta.
Commentando le letture del giorno, il Pontefice si è soffermato in particolare sulla prima, tratta dagli Atti degli apostoli (11, 19-26), nella quale — ha ricordato — si narra che «dopo i primi tempi di gioia, dopo l’effusione dello Spirito Santo, c’erano nella Chiesa momenti belli, ma anche tanti problemi». Uno di questi era rappresentato dal fatto che alcuni predicassero «il Vangelo ai greci, ai pagani, a quelli che non erano israeliti». Infatti, ha spiegato Francesco, «questo era tanto strano, sembrava una nuova dottrina». Del resto, ha fatto notare, già c’era «stato l’episodio di Pietro alla casa di Cornelio» che aveva suscitato indignazione: «Ma tu sei andato lì, sei entrato in una casa pagana! Sei diventato impuro», lo avevano redarguito.
Ora accadeva una cosa simile: «dopo la persecuzione, dopo il martirio di Stefano» i discepoli si erano dispersi e a Gerusalemme erano rimasti soltanto gli apostoli. Alcuni di quei discepoli erano «arrivati ad Antiochia e predicavano nelle sinagoghe, agli ebrei». Ma «altri, giunti da Cipro e da Cirene, cominciarono a parlare anche ai greci, annunciando che Gesù è il Signore: “E la mano del Signore era con loro e così un grande numero credette e si convertì”».
Così, quando «questa notizia “giunse alle orecchie della Chiesa di Gerusalemme”, creò inquietudine». Al punto che gli apostoli «inviarono una specie di “visita canonica”, dicendo a Barnaba: “Vai, fai una visita lì e poi vedremo il da farsi”». Però «quando Barnaba giunse e vide quella grazia di Dio, rimase felice e riportò tranquillità e pace alla Chiesa di Gerusalemme». Insomma per il Papa l’episodio narrato negli Atti parla ancora una volta di “novità”, che irrompono «in quella mentalità» secondo la quale Gesù era venuto soltanto «per salvare il suo popolo, il popolo scelto dal Padre». Una mentalità incapace ancora di percepire «come altri popoli facessero parte» del piano di salvezza divino.
«Ma — ha avvertito il Pontefice, citando il libro di Isaia — nelle profezie c’era». Però loro «non capivano. Non capivano che Dio è il Dio delle novità: “Io faccio tutto nuovo”, ci dice»; non comprendevano «che lo Spirito Santo è venuto proprio per questo, per rinnovarci e continuamente opera per rinnovarci». Anzi, ha constatato, «questo mette timore. Nella storia della Chiesa possiamo vedere da allora fino a oggi quante paure abbiano suscitato le sorprese dello Spirito Santo. È il Dio delle sorprese». E a chi volesse obiettare: «Ma, padre, ci sono novità e novità! Alcune novità, si vede che sono di Dio, altre no», Francesco ha risposto con le parole di Pietro ai fratelli di Gerusalemme, allorché viene rimproverato per essere entrato nella casa di Cornelio: «Quando io ho visto che era dato loro ciò che noi abbiamo ricevuto, chi ero io per negare il battesimo?».
È la stessa idea presente nel brano della liturgia del giorno su Barnaba, definito «uomo virtuoso» e «pieno di Spirito Santo». Con la sottolineatura che «in tutti e due c’è lo Spirito Santo, che fa vedere la verità». Cosa che invece «da soli» non possiamo fare. «Con la nostra intelligenza non possiamo», ha ribadito il Papa, spiegando: «Possiamo studiare tutta la storia della salvezza, possiamo studiare tutta la teologia, ma senza lo Spirito non possiamo capire. È proprio lo Spirito che ci fa capire la verità o — usando le parole di Gesù — è lo Spirito che ci fa conoscere la voce di Gesù: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco e loro mi seguono”».
In definitiva per Francesco «l’andare avanti della Chiesa è opera dello Spirito Santo. È lui che opera». Lo stesso «Gesù ha detto agli apostoli: “Io vi invierò il dono del Padre e lui vi farà ricordare e vi insegnerà”». Come? Richiamando quello che Gesù ha detto e riferendosi alle profezie: «Per questo, nei primi discorsi, anche in quello di Stefano, c’è una rilettura — ha chiarito il Pontefice — di tutte le profezie. È opera dello Spirito Santo, che fa ricordare la storia in chiave di Gesù risorto: “e lui vi insegnerà la strada”».
In proposito il Papa ha anche suggerito «come fare» per essere sicuri che la voce che sentiamo è quella di Gesù e che quanto sentiamo di dover fare è opera dello Spirito Santo. Bisogna, ha ribadito «pregare. Senza preghiera, non c’è spazio per lo Spirito»; occorre «chiedere a Dio che ci mandi questo dono: “Signore, dacci lo Spirito Santo perché possiamo discernere in ogni tempo cosa dobbiamo fare”». Facendo bene attenzione al fatto che ciò «non significa ripetere sempre la stessa cosa. Il messaggio è lo stesso: ma la Chiesa va avanti, la Chiesa va avanti con queste sorprese, con queste novità dello Spirito Santo».
Dunque «bisogna discernerle e per discernerle bisogna pregare, chiedere questa grazia». Come hanno fatto Barnaba, che «era pieno dello Spirito Santo e ha capito subito», e Pietro, che «ha visto e disse: “Ma chi sono io per negare qui il battesimo?”». Infatti, lo Spirito Santo «non ci fa sbagliare».
Anche in questo caso il Papa si è detto consapevole delle obiezioni che potrebbero essere mosse al suo ragionamento: «Ma, padre, perché crearsi tanti problemi? Facciamo le cose come le abbiamo sempre fatte, così siamo più sicuri». E la risposta è stata che questa ipotesi potrebbe essere «un’alternativa», ma sarebbe «un’alternativa sterile; un’alternativa di “morte”». Mentre è molto meglio, ha concluso, «rischiare, con la preghiera, con l’umiltà, di accettare quello che lo Spirito ci chiede di cambiare secondo il tempo in cui viviamo: questa è la strada».

martedì 28 aprile 2015

AMA IL SILENZIO (Michel Hubaut, ofm.)


AMA IL SILENZIO

(Michel Hubaut, ofm.) 

Ama il silenzio,
è il tuo maestro,
vai alla sua scuola.
Ti insegnerà a guardare l’icona di Gesù Cristo,
e a mettere a fuoco lo sguardo del cuore
sul volto di Dio
che ti rivela il tuo volto, e quello di ogni uomo.

Ama il silenzio,
è il tuo maestro,
vai alla sua scuola.
Ti insegnerà a guardare il volto sfigurato di Gesù Cristo,
e a mettere a fuoco lo sguardo del cuore
sul volto di Dio che ti guarda
nello sguardo dell'uomo affamato, o torturato.

Ama il silenzio,
è il tuo maestro,
vai alla sua scuola.
Ti insegnerà a guardare il volto trasfigurato di Gesù Cristo,
e a cogliere nel cuore della creazione
i riflessi del Creatore,
per vedere nello spessore delle cose,
la loro vera dimensione interiore,
e negli umili gesti di ogni creatura
le tracce della Sua bontà.

Ama il silenzio,
è il tuo maestro,
vai alla sua scuola.
Ti insegnerà a guardare il volto umano e divino
di Colui che è sorgente e termine
della nostra storia.
Ti insegnerà a vedere spiragli di luce
nel mare delle nostre difficoltà,
i germi dell'eterno nel nostro breve presente,
e il divenire nascosto di ogni vivente.

Ama il silenzio,
è il tuo maestro,
vai alla sua scuola.
Ti insegnerà a guardare il vero volto
di Dio e dell'uomo,
ti darà lo sguardo interiore della fede,
che insegna a guardare gli uomini,
le loro gioie, e le loro sofferenze,
le loro disperazioni, e le loro speranze,
tutti i piccoli e grandi avvenimenti della vita,
con gli occhi di Gesù Cristo.

Discesa di Gesù negli inferi

DISCORSO DI S. PAOLO ALL’AREOPAGO: PRIMO DOCUMENTO DELL’INCONTRO TRA MONDO GRECO E ANNUNCIO CRISTIANO.


DISCORSO DI S. PAOLO ALL’AREOPAGO: PRIMO DOCUMENTO DELL’INCONTRO TRA MONDO GRECO E ANNUNCIO CRISTIANO. 
 
Marta Sordi 

Il primo incontro tra mondo greco e cristiani ci è documentato dal cap. 17 degli Atti degli Apostoli: da una parte ci sono filosofi stoici ed epicurei, i dotti del tempo che, sentendo San Paolo discutere ogni giorno sulla piazza con. quelli che incontrava, si chiedono: "Cosa vuoi dire questo σπερματολόγος (ciarlatano)?". E lo condussero all'Areopago.
Dall'altra parte c'è San Paolo che, originario di Tarso, luogo di incontro tra cultura greca e mondo ebraico, doveva ben conoscere il poeta e filosofo stoico Arato che cita nel rispondere al dotto pubblico ateniese. Di questo poeta, tipico rappresentante della cultura ellenistica, Paolo assume il linguaggio, le categorie, i concetti, ma caricando ogni sua parola di una valenza nuova ed estranea a Stoici ed Epicurei, della novità portata dal fatto di Cristo.
Il pubblico ateniese lo segue senza interromperlo finché San Paolo parla di Resurrezione. A questo punto alcuni ridono, altri si allontanano, altri gli dicono : " Di questo ti ascolteremo un'altra volta". Pochissimi si unirono a lui e Paolo lasciò Atene per dirigersi a Corinto.
  
Paolo di Tarso
San Paolo originario di Tarso doveva ben conoscere quel poeta e filosofo stoico o stoicizzante Arato di Soli che cita nella prima parte del suo discorso. A Tarso, infatti, lo stoicismo ebbe seguaci e maestri, e Tarso, come ha rnesso in evidenza lo Scarpat [1], fu un sicuro punto di contatto tra cultura greca e mondo ebraico.
La prima parte del discorso di Paolo, che prende spunto da una iscrizione al "Dio ignoto" da lui vista nelle vie di Atene, è una lettura in chiave giudaico-cristiara dei primi 19 versi (il cosiddetto Inno a Zeus) dei Phaenomena di Arato. E Paolo in effetti deriva da Arato non solo la citazione esplicita (Atti 17,28) del v. 5, ma anche l’immagine del Dìo provvidente che fissa agli uomini i tempi prestabiliti. In Arato - v. 10 sgg. - si tratta degli astri e dei segni nel cielo che distinguono il corso dell ' anno e delle stagioni.
 
Paolo davanti all’Areopago
Il viaggio di Paolo ad Atene è collocabile verso la fine del 49 e gli inizi del 50: esso precede infatti il soggiorno a Corinto che inizia appunto ai primi del 50 [2] e termina nell'estate del 51 poco dopo l'arrivo del nuovo proconsole Gallione [3].
Al tempo di Paolo, nel I sec. d.C., Atene era ormai soltanto una fiorente città turistica e universitaria: già alla fine del IV sec. a.C., decaduta dalla sua antica potenza militare e politica, Atene aveva assunto un atteggiamento filoromano, e fin dal tempo delle guerre macedoniche e dopo l’annessione della Grecia alla provincia di Macedonia nel 146, era rimasta civitas libera et foederata. Sotto il controllo romano aveva ottenuto prosperità e privilegi e ricambiato i romani con una costante fedeltà. Solo nell’88 a.C., al tempo dell’invasione della Grecia da parte di Mitridate, Atene aveva defezionato; riconquistata da Silla era stata perdonata in nome dei suoi antenati [4] e aveva ottenuto nuovamente quella libertà e quell’autonomia che secondo Stradone conservava ancora all’epoca di Augusto.
In realtà sembra che l’intervento di Silla abbia corretto in senso oligarchico la costituzione ateniese, alimentando in modo particolare i poteri della Bulé [5] e dell'Areopago [6]. 
Quest’ultimo appare in effetti nelle iscrizioni e nelle fonti letterarie del I sec. a.C. il consiglio per eccellenza dello stato ateniese: oltre ai poteri giudiziari che esercita ancora per lo meno nel 17 d.C. [7], l’Areopago onora gli stranieri e sorveglia i costumi. Una particolare sorveglianza l’Areopago sembra aver esercitato sugli insegnamenti riservati alla gioventù. Sono queste competenze dell’Areopago che spiegano la decisione degli ascoltatori di Paolo di condurlo davanti all’Areopago [8] per dar ragione della nuova dottrina da lui insegnata. E’ dunque possibile che il discorso di Paolo sia stato tenuto veramente in mezzo all’Areopago e che non si tratti di una finzione letteraria, come alcuni credono, anche se il discorso non sembra comportare una seduta formale del consiglio areopagitico: la presenza di una donna tra gli ascoltatori di Paolo - Damaride - rivela infatti il carattere informale dell’assemblea.
 
Rapporti tra Paolo e gli Stoici di Roma
Il dialogo di Paolo con gli Stoici, interrotto bruscamente ad Atene, sembra essere stato ripreso a Roma dove lo stoicismo era la filosofia dominante. Esso era presente come dottrina morale e politica più che come spiegazione teoretica della realtà, e appariva perciò connaturale alla mentalità vetero-romana della classe dirigente.
Un clima di rapporti e dialogo tra stoici romani e cristiani è attestato da una serie di fatti: 
- dalla stima che il martire Giustino (II sec.) mostra per il filosofo stoico Musonio Rufo vissuto il secolo precedente e da lui chiamato martire inconsapevole di Cristo, e dal giudizio di Tertulliano su Seneca, che chiama saepe noster.
- dalla concordanza che lo stesso Giustino rileva a più riprese nelle sue apologie tra morale stoica e morale cristiana Giustino rileva a più riprese nelle sue apologie tra morale stoica e morale cristiana.
- dall'accordo esistente tra la concezione politica degli Stoici e in particolare il loro concetto di libertas e 1'atteggiamento dei Cristiani verso lo Stato così come ci è rivelato dalla I lettera di Pietro e dalla lettera ai Romani di San Paolo.
- dalla quasi coincidenza negli stessi anni della persecuzione contro i Cristiani e contro gli Stoici sotto Nerone e Domiziano. In questi anni infatti Cristiani e Sroici caddero vittime dell’incomprensione e dell’impopolarità delle folle.
Ma alcuni elementi in particolare permettono di dare fondamento alla tradizione di un’amicizia tra il filosofo stoico Seneca e Paolo, che trova la sua esplicitazione nell’epistolario a loro attribuito:
- Seneca era fratello di Gallione, con cui Paolo aveva avuto rapporti a Corinto, ed era amico di Burro, prefetto del pretorio al tempo della prima prigionia romana di Paolo. Lo stesso Burro fu responsabile del trattamento liberale riservato a Paolo (gli Atti insistono sulla parresia, la libertà di parola con cui Paolo poté durante questa prigionia predicare il Vangelo) e con ogni probabilità responsabile della sua assoluzione.
 - Lo Scarpat [9] osserva che l’uso del termine caro (“carne”) in Seneca è affine a quello paolino di σάρξ (“carne”) e di probabile influenza giudeo-ellenistica. Un’ulteriore conferma si ha in un altro stoico romano contemporaneo di Paolo, il poeta Persio, che ricorda con lo stesso significato paolino di “carne” la pulpa scelerata che impedisce agli uomini una retta e pura pratica religiosa, e sembra anche in altri passi riecheggiare concetti della predicazione cristiana.
Possiamo quindi concludere che Paolo ebbe contatti con lo stoicismo romano e quasi certamente conobbe Seneca.
 
[1] G. Scarpat, Il pensiero religioso di Seneca, Brescia 1977, p.74
[2] Subito dopo l’espulsione degli Ebrei da Roma nel 49: Suet. Claud. 25
[3] Il governo di Gallione in Acaia durò dall’estate del 51 al 52.
[4] App. Mitr. 38
[5] Bulé: consiglio cittadino dell’antica polis 
[6] Areopago: sede del più antico tribunale di Atene su una collinetta presso l’acropoli.
[7] Tac. Ann. II, 55
[8] Atti 17, 19
[9] Op. cit.p. 77 sgg.

 

BENEDETTO XVI - L'UOMO IN PREGHIERA - (ESEMPI DI PREGHIERA PRESENTI NELLE ANTICHE CULTURE)


BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 4 maggio 2011 

L'UOMO IN PREGHIERA - (ESEMPI DI PREGHIERA PRESENTI NELLE ANTICHE CULTURE)

Cari fratelli e sorelle,

quest’oggi vorrei iniziare una nuova serie di catechesi. Dopo le catechesi sui Padri della Chiesa, sui grandi teologi del Medioevo, sulle grandi donne, vorrei adesso scegliere un tema che sta molto a cuore a tutti noi: è il tema della preghiera, in modo specifico di quella cristiana, la preghiera, cioè, che ci ha insegnato Gesù e che continua ad insegnarci la Chiesa. E’ in Gesù, infatti, che l’uomo diventa capace di accostarsi a Dio con la profondità e l’intimità del rapporto di paternità e di figliolanza. Insieme ai primi discepoli, con umile confidenza ci rivolgiamo allora al Maestro e Gli chiediamo: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11,1).
Nelle prossime catechesi, accostando la Sacra Scrittura, la grande tradizione dei Padri della Chiesa, dei Maestri di spiritualità, della Liturgia vogliamo imparare a vivere ancora più intensamente il nostro rapporto con il Signore, quasi una “Scuola della preghiera”. Sappiamo bene, infatti, che la preghiera non va data per scontata: occorre imparare a pregare, quasi acquisendo sempre di nuovo quest’arte; anche coloro che sono molto avanzati nella vita spirituale sentono sempre il bisogno di mettersi alla scuola di Gesù per apprendere a pregare con autenticità. Riceviamo la prima lezione dal Signore attraverso il Suo esempio. I Vangeli ci descrivono Gesù in dialogo intimo e costante con il Padre: è una comunione profonda di colui che è venuto nel mondo non per fare la sua volontà, ma quella del Padre che lo ha inviato per la salvezza dell’uomo.
In questa prima catechesi, come introduzione, vorrei proporre alcuni esempi di preghiera presenti nelle antiche culture, per rilevare come, praticamente sempre e dappertutto si siano rivolti a Dio.
Comincio con l’antico Egitto, come esempio. Qui un uomo cieco, chiedendo alla divinità di restituirgli la vista, attesta qualcosa di universalmente umano, qual è la pura e semplice preghiera di domanda da parte di chi si trova nella sofferenza, quest’uomo prega: “Il mio cuore desidera vederti... Tu che mi hai fatto vedere le tenebre, crea la luce per me. Che io ti veda! China su di me il tuo volto diletto” (A. Barucq – F. Daumas, Hymnes et prières de l’Egypte ancienne, Paris 1980, trad. it. in Preghiere dell’umanità, Brescia 1993, p. 30). Che io ti veda; qui sta il nucleo della preghiera!

Presso le religioni della Mesopotamia dominava un senso di colpa arcano e paralizzante, non privo, però, della speranza di riscatto e liberazione da parte di Dio. Possiamo così apprezzare questa supplica da parte di un credente di quegli antichi culti, che suona così: “O Dio che sei indulgente anche nella colpa più grave, assolvi il mio peccato... Guarda, Signore, al tuo servo spossato, e soffia la tua brezza su di lui: senza indugio perdonagli. Allevia la tua punizione severa. Sciolto dai legami, fa’ che io torni a respirare; spezza la mia catena, scioglimi dai lacci” (M.-J. Seux, Hymnes et prières aux Dieux de Babylone et d’Assyrie, Paris 1976, trad. it. in Preghiere dell’umanità, op. cit., p. 37). Sono espressioni che dimostrano come l’uomo, nella sua ricerca di Dio, ne abbia intuito, sia pur confusamente, da una parte la sua colpa, dall’altra aspetti di misericordia e di bontà divina.
All’interno della religione pagana dell’antica Grecia si assiste a un’evoluzione molto significativa: le preghiere, pur continuando a invocare l’aiuto divino per ottenere il favore celeste in tutte le circostanze della vita quotidiana e per conseguire dei benefici materiali, si orientano progressivamente verso le richieste più disinteressate, che consentono all’uomo credente di approfondire il suo rapporto con Dio e di diventare migliore. Per esempio, il grande filosofo Platone riporta una preghiera del suo maestro, Socrate, ritenuto giustamente uno dei fondatori del pensiero occidentale. Così pregava Socrate: “Fate che io sia bello di dentro. Che io ritenga ricco chi è sapiente e che di denaro ne possegga solo quanto ne può prendere e portare il saggio. Non chiedo di più” (Opere I. Fedro 279c, trad. it. P. Pucci, Bari 1966). Vorrebbe essere soprattutto bello di dentro e sapiente, e non ricco di denaro.
In quegli eccelsi capolavori della letteratura di tutti i tempi che sono le tragedie greche, ancor oggi, dopo venticinque secoli, lette, meditate e rappresentate, sono contenute delle preghiere che esprimono il desiderio di conoscere Dio e di adorare la sua maestà. Una di queste recita così: “Sostegno della terra, che sopra la terra hai sede, chiunque tu sia, difficile a intendersi, Zeus, sia tu legge di natura o di pensiero dei mortali, a te mi rivolgo: giacché tu, procedendo per vie silenziose, guidi le vicende umane secondo giustizia” (Euripide, Troiane, 884-886, trad. it. G. Mancini, in Preghiere dell’umanità, op. cit., p. 54). Dio rimane un po’ nebuloso e tuttavia l’uomo conosce questo Dio sconosciuto e prega colui che guida le vie della terra.
Anche presso i Romani, che costituirono quel grande Impero in cui nacque e si diffuse in gran parte il Cristianesimo delle origini, la preghiera, anche se associata a una concezione utilitaristica e fondamentalmente legata alla richiesta della protezione divina sulla vita della comunità civile, si apre talvolta a invocazioni ammirevoli per il fervore della pietà personale, che si trasforma in lode e ringraziamento. Ne è testimone un autore dell’Africa romana del II secolo dopo Cristo, Apuleio. Nei suoi scritti egli manifesta l’insoddisfazione dei contemporanei nei confronti della religione tradizionale e il desiderio di un rapporto più autentico con Dio. Nel suo capolavoro, intitolato Le metamorfosi, un credente si rivolge a una divinità femminile con queste parole: “Tu sì sei santa, tu sei in ogni tempo salvatrice dell’umana specie, tu, nella tua generosità, porgi sempre aiuto ai mortali, tu offri ai miseri in travaglio il dolce affetto che può avere una madre. Né giorno né notte né attimo alcuno, per breve che sia, passa senza che tu lo colmi dei tuoi benefici” (Apuleio di Madaura, Metamorfosi IX, 25, trad. it. C. Annaratone, in Preghiere dell’umanità, op. cit., p. 79).
Nello stesso periodo l’imperatore Marco Aurelio – che era pure filosofo pensoso della condizione umana – afferma la necessità di pregare per stabilire una cooperazione fruttuosa tra azione divina e azione umana. Scrive nei suo Ricordi: “Chi ti ha detto che gli dèi non ci aiutino anche in ciò che dipende da noi? Comincia dunque a pregarli, e vedrai” (Dictionnaire de Spiritualitè XII/2, col. 2213). Questo consiglio dell’imperatore filosofo è stato effettivamente messo in pratica da innumerevoli generazioni di uomini prima di Cristo, dimostrando così che la vita umana senza la preghiera, che apre la nostra esistenza al mistero di Dio, diventa priva di senso e di riferimento. In ogni preghiera, infatti, si esprime sempre la verità della creatura umana, che da una parte sperimenta debolezza e indigenza, e perciò chiede aiuto al Cielo, e dall’altra è dotata di una straordinaria dignità, perché, preparandosi ad accogliere la Rivelazione divina, si scopre capace di entrare in comunione con Dio.
Cari amici, in questi esempi di preghiere delle diverse epoche e civiltà emerge la consapevolezza che l’essere umano ha della sua condizione di creatura e della sua dipendenza da un Altro a lui superiore e fonte di ogni bene. L’uomo di tutti i tempi prega perché non può fare a meno di chiedersi quale sia il senso della sua esistenza, che rimane oscuro e sconfortante, se non viene messo in rapporto con il mistero di Dio e del suo disegno sul mondo. La vita umana è un intreccio di bene e male, di sofferenza immeritata e di gioia e bellezza, che spontaneamente e irresistibilmente ci spinge a chiedere a Dio quella luce e quella forza interiori che ci soccorrano sulla terra e dischiudano una speranza che vada oltre i confini della morte. Le religioni pagane rimangono un’invocazione che dalla terra attende una parola dal Cielo. Uno degli ultimi grandi filosofi pagani, vissuto già in piena epoca cristiana, Proclo di Costantinopoli, dà voce a questa attesa, dicendo: “Inconoscibile, nessuno ti contiene. Tutto ciò che pensiamo ti appartiene. Sono da te i nostri mali e i nostri beni, da te ogni nostro anelito dipende, o Ineffabile, che le nostre anime sentono presente, a te elevando un inno di silenzio” (Hymni, ed. E. Vogt, Wiesbaden 1957, in Preghiere dell’umanità, op. cit., p. 61).
Negli esempi di preghiera delle varie culture, che abbiamo considerato, possiamo vedere una testimonianza della dimensione religiosa e del desiderio di Dio iscritto nel cuore di ogni uomo, che ricevono compimento e piena espressione nell’Antico e nel Nuovo Testamento. La Rivelazione, infatti, purifica e porta alla sua pienezza l’anelito originario dell’uomo a Dio, offrendogli, nella preghiera, la possibilità di un rapporto più profondo con il Padre celeste.
All’inizio di questo nostro cammino nella “Scuola della preghiera” vogliamo allora chiedere al Signore che illumini la nostra mente e il nostro cuore perché il rapporto con Lui nella preghiera sia sempre più intenso, affettuoso e costante. Ancora una volta diciamoGli: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11,1).

lunedì 27 aprile 2015

Giovanni Paolo I - preghiera a Maria "Sede della Sapienza"


GIOVANNI PAOLO II

ANGELUS

Castel Gandolfo - Domenica, 4 settembre 1983 

1. Noi invochiamo la Santa Vergine come “Sede della Sapienza”. Ma che cos’è la Sapienza? O, meglio, chi è la Sapienza?

In alcuni testi dell’Antico Testamento, elaborati specialmente dopo l’esilio babilonese, la Sapienza viene identificata con la Legge di Mosè (Dt 4, 6; Sir 24, 1-25; Bar 3, 12; 4, 1), anzi con il complesso delle Sacre Scritture (Sir 1, 1-3. 6-14). In quei libri venerandi è documentata la storia del Signore col suo popolo, e, pertanto, vi è in essi manifestata la Sapienza di Dio, cioè il suo disegno, il suo pensiero, a riguardo non solo d’Israele, ma dell’umanità intera e di tutta la creazione (Sir 42, 15; 50, 24; Sap 8, 8; 9, 9.18; 10, 1-19. 21).
Di conseguenza, il sapiente sarà colui che legge, scruta i Libri Sacri e custodisce nel cuore la “Torah”, per ricavarne lezioni di vita (Sal 107, 1-42. 43; Sir 50, 27-28).
Questa amorosa frequentazione della Storia sacra si fa più intensa nei giorni della sofferenza (Gdt 8, 25-29), quando cioè il comportamento di Dio appare enigmatico (Sir 4, 17-18): “Il suo pensiero, infatti - dice la Scrittura - è più vasto del mare e il suo consiglio più del grande abisso” (Sir 24, 27).
Il pio israelita, reso sapiente dal magistero delle Scritture, guarda gli uomini e il mondo nell’ottica di Dio. Anzi, così vivendo, contrae vincoli specialissimi con lui; diviene figlio (Sir 15, 2 a), fratello (Pr 7, 4), amico (Sap 8, 18), sposo (Sap 8, 2 b. 9. 16; Sir 15, 2 b) della Sapienza.
2. Il messaggio del Nuovo Testamento insegna che Cristo è “Sapienza di Dio” (1 Cor 1, 24). Nella sua Persona, nelle sue parole e nei suoi gesti il Padre rivela in maniera definitiva qual è il suo progetto di redenzione (cf. Lc 7, 29. 30. 35). È un piano difficile a capirsi, perché passa attraverso lo scandalo della sofferenza e della Croce (1 Cor 1, 25).
Maria Santissima è “Sede della Sapienza” in quanto accolse Gesù, Sapienza incarnata, nel cuore e nel grembo. Col “fiat” dell’Annunciazione, ella accettò di servire la volontà divina, e la Sapienza pose dimora nel suo seno, facendo di lei una sua discepola esemplare. La Vergine fu beata non tanto per aver allattato il Figlio di Dio, quanto piuttosto per aver nutrito se stessa col latte salutare della Parola di Dio (cf. Lc 11, 27-28).
3. A imitazione di Maria, il cuore di ogni credente si trasforma in abitacolo di Cristo-Sapienza. A somiglianza di ciò che avveniva tra il verace israelita e la Sapienza, anche tra noi e il Signore si instaura una forma arcana di parentela spirituale. Lo dice Gesù stesso: “Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12, 50; cf. Mc 3, 35; Lc 8, 21).
Maria ci guidi e ci aiuti a vivere in tal modo i nostri rapporti con Gesù Redentore.

Queen of Sheba, and Solomon, King of Israel

LA CHIESA E IL MONDO DELL’ARTE - CARD. POUPARD


LA CHIESA E IL MONDO DELL’ARTE - CARD. POUPARD

Il Papa agli artisti

Riportiamo la bella e sostanziosa presentazione fatta dal card. Paul Poupard alla Lettera di Giovanni Paolo II agli artisti.

È una Lettera scritta con intimità e verità di accenti, sincerità di stato d’animo, partecipazione oserei dire appassionata di "collega", che guarda con amore straordinario alle arti universali in simbiosi con la fede cattolica. Alla sua base non c’è storia da raccontare, se non riferimenti significativi a Cyprian Norwid e Adam Mickiewicz, Nicolò Cusano e Pavel Florenskij, Dante e Dostoevskij, Claudel e Chagall, le divine liturgie di Oriente e di Occidente. C’è il desiderio indefesso del Santo Padre di riaffermare, rinnovare e, se necessario, rilanciare il dialogo con gli artisti, all’indomani del Concilio Vaticano II, ampiamente citato proprio perché quell’assemblea "ha gettato – scrive il Papa – le basi di un rinnovato rapporto fra la Chiesa e la cultura, con immediati riflessi anche per il mondo dell’arte, che si propone nel segno dell’amicizia, dell’apertura e del dialogo". Con questa Lettera, il rapporto si approfondisce e sviluppa nel segno dell’intimità, della condivisione e della speranza.
Le prospettive in cui il Pontefice inserisce il suo personalissimo dialogo con gli artisti sono tre, ben delineate: una teologica, una storica ed una terza che pervade tutta la Lettera, centrata sull’esistenza dell’uomo e la responsabilità e finalità dell’arte: una prospettiva etico-esistenziale.
La prospettiva teologica struttura l’intero pensiero del Papa. La Santa Trinità – Padre, Figlio e Spirito Santo – entra e pervade l’animo dell’artista e le sue opere. La creazione del Padre, l’incarnazione del Figlio e l’ispirazione dello Spirito Santo operano continuamente nell’animo dell’artista.
Con il Padre, l’artista è associato nell’opera divina: "Dio ha chiamato all’esistenza l’uomo trasmettendogli il compito d’essere artefice... chiamandolo a condividere la sua potenza creatrice".
Con il Figlio incarnato, l’arte contempla la fondamentale manifestazione del "Dio-Mistero", operando una "fioritura di bellezza" che ha pervaso e nutrito duemila anni di storia dell’umanità. "Facendosi uomo, il Figlio di Dio ha introdotto nella storia dell’umanità tutta la ricchezza evangelica della verità e del bene, e con essa ha svelato anche una nuova dimensione della bellezza: il messaggio evangelico ne è colmo fino all’orlo". Ecco lo Splendor Veritatis, in fecondo dialogo tra Fides et Ratio.
Con lo Spirito Santo, "misterioso artista dell’universo", consociato al Padre e al Figlio nell’opera creatrice, il Papa si rivolge direttamente agli artisti del Terzo Millennio, rileggendo l’intera storia della creazione e redenzione dell’umanità. "Lo Spirito creatore pervadeva sin dall’inizio l’opera della creazione". E oggi pervade ogni creazione artistica, incontrando il genio dell’uomo, raggiungendolo "...con una sorta di illuminazione interiore che unisce insieme l’indicazione del bene e del bello, e risveglia in lui le energie della mente e del cuore, rendendolo atto a concepire l’idea e a darle forma nell’opera d’arte". Così l’essere umano "...ha la possibilità di fare una qualche esperienza dell’Assoluto che lo trascende". La bellezza di questo Assoluto "è cifra del mistero e richiamo al trascendente". Permettetemi di sottolineare quanto Giovanni Paolo II sia davvero artista, quando descrive la bellezza come "invito a gustare la vita e a sognare il futuro"!
La prospettiva storica occupa la centralità della Lettera. Il Papa premette: "Non è nelle mie intenzioni richiamare cose che voi, artisti, ben conoscete". Eppure questo excursus non manca di fecondità: il mondo classico, in cui il bello si coniuga al vero perché "...anche attraverso le vie dell’arte gli animi fossero rapiti dal sensibile all’eterno"; il Medioevo, con l’arte delle icone, "in un certo senso sacramento", in Oriente, e l’arte delle chiese in Occidente, piegando così "la materia all’adorazione del mistero"; l’Umanesimo e il Rinascimento, in cui l’attenzione per l’uomo, il mondo, la realtà della storia "di per sé, non è affatto un pericolo per la fede cristiana, centrata sul mistero dell’Incarnazione, e dunque sulla valorizzazione dell’uomo da parte di Dio". Infine l’età moderna, con le sue luci e le sue ombre, segnata dall’assenza e talvolta dall’opposizione a Dio. Ma anche qui emerge quell’incondizionata fiducia e forte ottimismo tipico di Giovanni Paolo II: "La Chiesa ha continuato a nutrire un grande apprezzamento per il valore dell’arte come tale. Questa, ...quando è autentica, ha un’intima affinità con il mondo della fede, sicché, persino nelle condizioni di maggior distacco della cultura dalla Chiesa, proprio l’arte continua a costituire una sorta di ponte gettato verso l’esperienza religiosa... (e) l’artista si fa in qualche modo voce dell’universale attesa di redenzione".
La prospettiva etico-esistenziale ne scaturisce spontaneamente. Il Papa invita a "penetrare con intuizione creativa nel mistero del Dio incarnato e, al contempo, nel mistero dell’uomo". Questa è vera missione responsabile. Ogni uomo è chiamato ad essere artefice della propria vita: "in un certo senso, egli deve farne un’opera d’arte, un capolavoro". Ancor più questo vale per l’artista, in cui si sommano due disposizioni, quella morale e quell’artistica. Perché nel modellare un’opera d’arte "egli riflette non solo ciò che è, ma come lo è". Il rapporto tra bello e bene prende una fisionomia molto attuale nel pensiero di Giovanni Paolo II, come stimolo alla coscienza e fonte di attività creatrice responsabile: l’artista "avverte al tempo stesso l’obbligo di non sprecare questo talento – la vocazione artistica – ma di svilupparlo". L’artista è al servizio del bene comune: "C’è dunque un’etica, anzi una spiritualità del servizio artistico, che a suo modo contribuisce alla vita e alla rinascita di un popolo".
La Chiesa ha bisogno dell’arte. Perché "l’arte deve rendere percepibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello spirito, dell’invisibile, di Dio". Giovanni Paolo II con coraggio, tipico suo, fa a se stesso e propone a tutti gli artisti e lettori, credenti e non credenti, un’ultima domanda, che mi ha colpito: "L’arte ha bisogno della Chiesa?". Egli stesso la definisce una domanda provocatoria: e con quante provocazioni Giovanni Paolo II ci abbia colpito nei suoi oltre vent’anni di pontificato ne siamo tutti testimoni. Il Papa afferma che questa provocazione "...ha una sua motivazione legittima e profonda". Entra così nell’animo stesso dell’artista: lo esplora, perché lo conosce, artista lui stesso. In una visione che non esclude la fecondità di altri contesti religiosi, ma non relativizza il fatto di come "il dogma centrale dell’Incarnazione del Verbo di Dio offre all’artista un orizzonte particolarmente ricco di motivi di ispirazione".
L’appello finale agli artisti riconferma l’alleanza tra Vangelo ed arte, la prossimità tra il mistero del Dio incarnato e il mistero dell’uomo: siate ben consci, artisti di tutto il mondo, che "...l’umanità di tutti i tempi – anche quella di oggi – aspetta di essere illuminata sul proprio cammino e il proprio destino". Rifacendosi alla propria personale esperienza, sorregge questa sua esortazione finale con una citazione del poeta Adam Mickiewicz: "Emerge dal caos il mondo dello spirito", ed una preghiera alla Vergine Santa, la "tutta bella" cantata da Dante, per gioire nel riverbero dello Spirito di Dio. Firmata nel giorno della Pasqua di Risurrezione, questa Lettera ci porta con ammirazione, ebbrezza e indicibile gioia, verso la bellezza autentica, "aprendo gli animi al senso dell’eterno", per gustare, già su questa terra, un poco di Paradiso, grazie a nuove epifanie della bellezza, auspicate dal Santo Padre.

Card. Paul Poupard