sabato 30 maggio 2015

PAPA BENEDETTO - ANGELUS SULLA TRINITÀ (2005, 2006, 2009)


PAPA BENEDETTO - ANGELUS SULLA TRINITÀ (2005, 2006, 2009)

BENEDETTO XVI - ANGELUS

Piazza San Pietro
Solennità della Santissima Trinità
Domenica, 22 maggio 2005 

Cari fratelli e sorelle!
Oggi la liturgia celebra la solennità della Santissima Trinità, quasi a sottolineare che nella luce del mistero pasquale si rivela appieno il centro del cosmo e della storia: Dio stesso, Amore eterno e infinito. La parola che riassume tutta la rivelazione è questa: "Dio è amore" (1 Gv 4,8.16); e l’amore è sempre un mistero, una realtà che supera la ragione senza contraddirla, anzi, esaltandone le potenzialità. Gesù ci ha rivelato il mistero di Dio: Lui, il Figlio, ci ha fatto conoscere il Padre che è nei Cieli, e ci ha donato lo Spirito Santo, l’Amore del Padre e del Figlio. La teologia cristiana sintetizza la verità su Dio con questa espressione: un'unica sostanza in tre persone. Dio non è solitudine, ma perfetta comunione. Per questo la persona umana, immagine di Dio, si realizza nell’amore, che è dono sincero di sé.
Contempliamo il mistero dell’amore di Dio partecipato in modo sublime nella Santissima Eucaristia, Sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo, ripresentazione del suo Sacrificio redentore. Per questo sono lieto di rivolgere oggi, festa della Santissima Trinità, il mio saluto ai partecipanti al Congresso Eucaristico della Chiesa italiana, che si è aperto ieri a Bari. Nel cuore di questo Anno dedicato all’Eucaristia, il popolo cristiano converge intorno a Cristo presente nel Santissimo Sacramento, fonte e culmine della sua vita e della sua missione. In particolare, ogni parrocchia è chiamata a riscoprire la bellezza della Domenica, Giorno del Signore, in cui i discepoli di Cristo rinnovano nell’Eucaristia la comunione con Colui che dà senso alle gioie e alle fatiche di ogni giorno. "Senza la Domenica non possiamo vivere": così professavano i primi cristiani, anche a costo della vita, e così siamo chiamati a ripetere noi oggi.
In attesa di recarmi di persona domenica prossima a Bari per la Celebrazione eucaristica, sono sin da ora spiritualmente unito a questo importante evento ecclesiale. Invochiamo insieme l’intercessione della Vergine Maria, perché giornate di così intensa preghiera e adorazione di Cristo Eucaristia accendano nella Chiesa italiana un rinnovato ardore di fede, di speranza e di carità. A Maria vorrei anche affidare tutti i bambini, gli adolescenti e i giovani che in questo periodo fanno la loro prima Comunione o ricevono il sacramento della Cresima. Con questa intenzione recitiamo ora l’Angelus, rivivendo con Maria il mistero dell’Annunciazione.

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/angelus/2006/documents/hf_ben-xvi_ang_20060611.html

BENEDETTO XVI - ANGELUS

Piazza San Pietro
Solennità della Santissima Trinità
Domenica, 11 giugno 2006 

Cari fratelli e sorelle!
In questa domenica che segue la Pentecoste celebriamo la solennità della Santissima Trinità. Grazie allo Spirito Santo, che aiuta a comprendere le parole di Gesù e guida alla verità tutta intera (cfr Gv 14, 26; 16, 13), i credenti possono conoscere, per così dire, l'intimità di Dio stesso, scoprendo che Egli non è solitudine infinita, ma comunione di luce e di amore, vita donata e ricevuta in un eterno dialogo tra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo - Amante, Amato e Amore, per riecheggiare sant'Agostino. In questo mondo nessuno può vedere Dio, ma Egli stesso si è fatto conoscere così che, con l'apostolo Giovanni, possiamo affermare: "Dio è amore" (1 Gv 4, 8.16), "noi abbiamo riconosciuto l'amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto" (Enc. Deus caritas est, 1; cfr 1 Gv 4, 16). Chi incontra il Cristo ed entra con Lui in un rapporto di amicizia, accoglie la stessa Comunione trinitaria nella propria anima, secondo la promessa di Gesù ai discepoli: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14, 23).
Tutto l'universo, per chi ha fede, parla di Dio Uno e Trino. Dagli spazi interstellari fino alle particelle microscopiche, tutto ciò che esiste rimanda ad un Essere che si comunica nella molteplicità e varietà degli elementi, come in un'immensa sinfonia. Tutti gli esseri sono ordinati secondo un dinamismo armonico che possiamo analogicamente chiamare "amore". Ma solo nella persona umana, libera e ragionevole, questo dinamismo diventa spirituale, diventa amore responsabile, come risposta a Dio e al prossimo in un dono sincero di sé. In questo amore l'essere umano trova la sua verità e la sua felicità. Tra le diverse analogie dell'ineffabile mistero di Dio Uno e Trino che i credenti sono in grado di intravedere, vorrei citare quella della famiglia. Essa è chiamata ad essere una comunità di amore e di vita, nella quale le diversità devono concorrere a formare una "parabola di comunione".
Capolavoro della Santissima Trinità, tra tutte le creature, è la Vergine Maria: nel suo cuore umile e pieno di fede Dio si è preparato una degna dimora, per portare a compimento il mistero della salvezza. L'Amore divino ha trovato in Lei corrispondenza perfetta e nel suo grembo il Figlio Unigenito si è fatto uomo. Con fiducia filiale rivolgiamoci a Maria, perché, con il suo aiuto, possiamo progredire nell'amore e fare della nostra vita un canto di lode al Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo.

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/angelus/2009/documents/hf_ben-xvi_ang_20090607.html

BENEDETTO XVI - ANGELUS

Solennità della Santissima Trinità
Piazza San Pietro
Domenica, 7 giugno 2009 

Cari fratelli e sorelle!
Dopo il tempo pasquale, culminato nella festa di Pentecoste, la liturgia prevede queste tre solennità del Signore: oggi, la Santissima Trinità; giovedì prossimo, quella del Corpus Domini, che, in molti Paesi tra cui l’Italia, verrà celebrata domenica prossima; e infine, il venerdì successivo, la festa del Sacro Cuore di Gesù. Ciascuna di queste ricorrenze liturgiche evidenzia una prospettiva dalla quale si abbraccia l’intero mistero della fede cristiana: e cioè rispettivamente la realtà di Dio Uno e Trino, il Sacramento dell’Eucaristia e il centro divino-umano della Persona di Cristo. Sono in verità aspetti dell’unico mistero della salvezza, che in un certo senso riassumono tutto l’itinerario della rivelazione di Gesù, dall’incarnazione alla morte e risurrezione fino all’ascensione e al dono dello Spirito Santo.
Quest’oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza” (Prefazio): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. Lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il “nome” della Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore creatore. Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. “O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!” (Sal 8,2) – esclama il salmista. Parlando del “nome” la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il “tessuto” di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all’Amore. “In lui – disse san Paolo nell’Areòpago di Atene – viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore.

La Vergine Maria, nella sua docile umiltà, si è fatta ancella dell’Amore divino: ha accolto la volontà del Padre e ha concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo. In Lei l’Onnipotente si è costruito un tempio degno di Lui, e ne ha fatto il modello e l’immagine della Chiesa, mistero e casa di comunione per tutti gli uomini. Ci aiuti Maria, specchio della Trinità Santissima, a crescere nella fede nel mistero trinitario.

venerdì 29 maggio 2015

TRISAGIO - PREGHIERA ALLA SANTISSIMA TRINITÀ


TRISAGIO - PREGHIERA ALLA SANTISSIMA TRINITÀ 

E’ una delle preghiere più belle in onore della Santissima Trinità;
Un serto di invocazioni e di lodi prese dalla Sacra Scrittura e dalla Liturgia che aprono il cuore all’adorazione, al ringraziamento e all’amore verso le tre divine Persone; un’eco solenne del “Santo - Santo - Santo” che cantano in cielo gli Angeli e i Santi, riempie l’universo e trova gioiosa risonanza nel cuore dell’uomo; “un unico ininterrotto canto di lode e di gloria alla Santa Trinità”. 

O Dio, vieni a salvarmi.
Signore, vieni presto in mio aiuto.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.

PRIMA PARTE

Dio Santo, Dio Forte, Dio Immortale,
Abbi pietà di noi.
Padre nostro…

A Te lode, a Te gloria, a Te grazie nei secoli, o beata Trinità.
Santo, Santo, Santo, il Signore Dio dell’universo.
I cieli e la terra sono pieni della tua gloria.
(Le due precedenti invocazioni si ripetono per nove volte)
Gloria al Padre a al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.

(La seconda e la terza parte, 
come la prima iniziando da Dio Santo, Dio Forte…) 

ANTIFONA:
Benedetta la Santa Trinità, che crea e governa l’universo,
benedetta ora e sempre.
Gloria a te, o Santa Trinità,
Tu ci doni misericordia e redenzione.

PREGHIAMO
O Dio Padre, che hai mandato nel mondo il tuo Figlio, Parola di verità, e lo Spirito santificatore per rivelare agli uomini in mistero della tua vita, fa’ che nella professione della vera fede riconosciamo la gloria della Trinità e adoriamo l’unico Dio in tre Persone.
Per Cristo nostro Signore. Amen

Conclusione:
In Te credo,
in Te spero,
Te amo,
Te adoro, o beata Trinità. 

Antifona finale:
Ave Figlia di Dio Padre,
Ave Maria di Dio Figlio,
Ave Sposa dello Spirito Santo,
Santuario della Santissima Trinità.

Unknown Author, Holy Trinity Icon

BENEDETTO XVI, ANGELUS: L'ESSERE UMANO PORTA IN SÉ LA TRACCIA DELLA TRINITÀ


BENEDETTO XVI, ANGELUS: L'ESSERE UMANO PORTA IN SÉ LA TRACCIA DELLA TRINITÀ

08/06/2009 di Archivio Notizie

“Quest'oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l'ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore non nell'unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza”: lo ha detto, ieri mattina, Benedetto XVI, prima di guidare la recita dell'Angelus da piazza San Pietro. Dio, ha aggiunto il Papa “è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore”. Dio, ha chiarito il Pontefice, “è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica”. Secondo il Santo Padre, ciò “lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari”. 
In tutto ciò che esiste, infatti, ha precisato Benedetto XVI, “è in un certo senso impresso il 'nome' della Santissima Trinità, perché tutto l'essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l'Amore creatore”. Tutto, insomma, “proviene dall'amore, tende all'amore, e si muove spinto dall'amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà”. Per il Pontefice, l'amore è l'identità “più vera” di Dio, “che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il 'tessuto' di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all'Amore”. “La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità – ha evidenziato il Papa - è questa: solo l'amore ci rende felici, perché viviamo in relazione, e viviamo per amare e per essere amati. Usando un'analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l'essere umano porta nel proprio 'genoma' la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore”.
Il Santo Padre ha anche ricordato le due solennità del Signore che si succederanno dopo la Santissima Trinità: il Corpus Domini e la festa del Sacro Cuore di Gesù. Ciascuna di queste tre ricorrenze liturgiche, ha rilevato, “evidenzia una prospettiva dalla quale si abbraccia l'intero mistero della fede cristiana: e cioè rispettivamente la realtà di Dio Uno e Trino, il Sacramento dell'Eucaristia e il centro divino-umano della Persona di Cristo”. “Sono in verità aspetti dell'unico mistero della salvezza, che in un certo senso riassumono tutto l'itinerario della rivelazione di Gesù, dall'incarnazione alla morte e risurrezione fino all'ascensione e al dono dello Spirito Santo”, ha sottolineato Benedetto XVI. Poi un'invocazione a Maria, che “nella sua docile umiltà, si è fatta ancella dell'Amore divino: ha accolto la volontà del Padre e ha concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo. In lei l'Onnipotente si è costruito un tempio degno di Lui, e ne ha fatto il modello e l'immagine della Chiesa, mistero e casa di comunione per tutti gli uomini”. “Ci aiuti Maria, specchio della Trinità Santissima, a crescere nella fede nel mistero trinitario”, ha concluso. Nei saluti in varie lingue, ai pellegrini francesi il Papa ha chiesto di pregare per i nuovi sacerdoti, per i seminaristi e i loro formatori

9A DOMENICA: SS. TRINITÀ - "PER MEZZO DELLO SPIRITO GRIDIAMO: "ABBÀ, PADRE!""


31 MAGGIO 2015 | 9A DOMENICA: SS. TRINITÀ - ANNO B | APPUNTI PER LA LECTIO

"PER MEZZO DELLO SPIRITO GRIDIAMO: "ABBÀ, PADRE!""

La festa della SS. Trinità è come una festa di sintesi, che vuole riportare tutti noi alla "fonte" da cui origina, nella sua ordinata e lenta scanditura, la multiforme storia della nostra salvezza. Dovendo la Liturgia celebrare i vari aspetti del mistero cristiano, essa li scagliona lungo tutto l'arco dell'anno: alla fine, però, abbiamo come tanti frammenti di un immenso disegno che rischia di sfuggirci nella sua orditura di fondo. Lo stesso mistero pasquale fa parte di un disegno più vasto e trascendente, e non si capisce se non rapportato ad una "fonte" primordiale, da cui esso pure trae la sua origine.
Orbene, la "fonte" di tutta l'economia salvifica è precisamente la SS. Trinità, il mistero cioè di questa immensa circolazione di amore e di vita che, lentamente disvelandosi nella creazione e nella storia, ci permette di intuire qualcosa dei fulgori anche dell'Incarnazione, della Pasqua, della Pentecoste. Dante, nella sua sensibilità cristiana e nella sua altissima intuizione artistica, non ha avuto torto quando, alla conclusione della sua avventurosa peregrinazione simbolica nell'oltretomba, tutto riporta al mistero di Dio uno e trino: "Nel suo profondo vidi che s'interna / legato con amore in un volume, / ciò che per l'universo si squaderna" (Par. XXXIII, 85-87).
"Sappi dunque che il Signore è Dio e non ve n'è altro"
Non intendiamo fare qui delle interessanti disquisizioni teologiche, che pur ci tenterebbero, ma vogliamo solo seguire certe indicazioni che ci fornisce la Liturgia con le suggestive letture bibliche proposteci.
E la cosa più interessante che da esse viene fuori è che il "mistero" trinitario non ci appare tanto come una sfida alla nostra intelligenza, per cui ci dobbiamo piegare a terra, umiliati e quasi atterriti da tanta incomprensibile grandezza, quanto come un immenso oceano di amore in cui è pur dolce "naufragare".
È la Trinità "economica" (K. Rahner), cioè quella che ci si disvela nella storia della salvezza, più che quella freddamente teologica, che le letture bibliche ci presentano.
Si prenda, ad esempio, la prima lettura che, in realtà, non ci parla in alcun modo del "Dio Trinità", ma solo dell'unico Dio d'Israele: "Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n'è altro" (Dt 4,39). Però il Dio "unico" d'Israele ci viene presentato con tale carica di amore per il suo popolo che, in un certo senso, ci prepara ad accettare la grande rivelazione del Nuovo Testamento: un Dio che ama, non può essere che un Dio "fecondo" al di dentro di sé, prima ancora che esserlo "ad extra"!
"Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l'uomo sulla terra e da una estremità dei cieli all'altra, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l'hai udita tu, e che rimanesse vivo?..." (Dt 4,32-34).
È dunque sul piano della "storia" e della propria esperienza di popolo "scelto", a cui Dio si è rivelato nei "prodigi" d'Egitto e del deserto e nel "fuoco" ardente del Sinai, che Israele può farsi l'idea giusta del suo Dio: un Dio che agisce solo per amore, per mera gratuità, all'unico scopo di crearsi, più che un "popolo", addirittura una famiglia immensa di "figli".
"Non avete ricevuto uno spirito da schiavi, ma da figli adottivi"
È il tema che viene ripreso ed approfondito, nella luce ormai piena della rivelazione, dal breve ma densissimo brano di san Paolo proposto come seconda lettura: "Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno Spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: "Abbà, Padre!". Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio..." (Rm 8,14-17).
È evidente qui la confessione di fede "trinitaria" di Paolo, la quale, del resto, è un presupposto fondamentale di tutta la sua teologia: abbiamo il "grido" e l'invocazione al "Padre", suggerita in noi dallo "Spirito di Dio", che ci fa scoprire la nostra condizione di "figli" insieme all'unico "Figlio", Cristo, del quale diventiamo "coeredi" in virtù della nostra "partecipazione" alla sua "sofferenza" e alla sua "gloria".
Ma oltre a questa affermazione fondamentale, ci sono delle considerazioni anche più stimolanti che ci suggerisce il brano che stiamo esaminando.
E la prima è la seguente: anche i credenti sono misteriosamente "coinvolti" nella vita di amore che lega il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Quando essi, alla luce e nella forza dello Spirito, "gridano" non solo la loro fiducia ma anche la loro richiesta di aiuto a Dio, chiamandolo "Padre", adoperano la stessa espressione usata da Gesù nella preghiera del Getsemani, che Marco soltanto ci riferisce nel suo originale aramaico: "Abbà" (14,36).
Gli studiosi hanno messo in evidenza il tono intenso di affettività e di calore che essa comporta: qualcosa come "papà mio, babbo carissimo". Gesù dunque si rivolge a Dio, in quei momenti drammatici, evocando nella forma più commossa i suoi rapporti unici con lui: pur nella distinzione di persona, che del resto si riflette nella diversità delle situazioni (lui sofferente si rivolge all'onnipotenza amorevole del Padre!), Gesù si sente intimamente legato al Padre, come fasciato e protetto dall'onda infinita del suo amore.
La formula dovette impressionare talmente gli apostoli e i primi cristiani, che essi ce l'hanno trasmessa nel suo tenore originale. Anzi, se ne sono serviti per esprimere i loro "nuovi" rapporti con Dio: ormai inseriti in Cristo per la fede, essi pure potevano rivolgersi a Dio chiamandolo non più soltanto "Padre nostro", come del resto Gesù stesso ci aveva insegnato, ma "Abbà", cioè "papà", esprimendo in tal modo piena sicurezza e fiducia filiale, alla stessa maniera di Gesù.
È quanto san Paolo ci testimonia nel passo che stiamo esaminando e in un passo parallelo della lettera ai Galati: "Che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio" (Gal 4,6-7).
Ripeto, la novità di tutto questo non sta nel fatto che anche noi possiamo invocare Dio come "Padre", ma che lo possiamo invocare "Abbà", come Cristo l'ha invocato e lo invoca anche oggi nella gloria del cielo: la Trinità, dunque, è già in noi per la nostra "assimilazione" a Cristo, che ci rappresenta e ci presenta come "figli" davanti al Padre!
"Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio"
E, accanto a questa, un'altra considerazione: la Trinità è presente in noi per la presenza anche dello Spirito Santo nel nostro cuore. Ce lo ricordano i testi paolini sopra citati: "Che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio..." (Gal 4,6); "Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio" (Rm 8,16).
Dio dunque "manda" il suo Spirito come "artefice" e "testimone" insieme della nostra "figliolanza" divina: essa, infatti, non consiste tanto in un nuovo rapporto "giuridico" con Dio, quanto nella "trasformazione" effettiva del nostro essere, fino al punto di poter esser chiamati "nuova creatura", e nella conseguente trasformazione morale e spirituale della nostra vita. Soprattutto questo ultimo aspetto ha bisogno di essere continuamente stimolato e riequilibrato: "figli di Dio" si diventa costantemente! E si diventa nella misura in cui si è capaci di "amare" Dio come "Padre".
Orbene, tutto questo è possibile a condizione che lo "Spiritus creator" sia in noi continuamente per questa opera di "trasfigurazione" filiale: lui che è il legame di amore tra il Padre e il Figlio, il frutto e la sorgente nello stesso tempo di questo amore, farà esplodere ed alimenterà la nostra "filialità amorosa", che fin dal presente ci immette nel circuito della vita trinitaria. È quanto ci ricorda ancora san Paolo in un passo stupendo della lettera ai Romani: "La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" (Rm 5,5).
"Battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo"
Il brano di Vangelo, nello sfondo della celebrazione liturgica odierna, è particolarmente significativo perché pone nella bocca stessa del Risorto la più precisa confessione di fede trinitaria del Nuovo Testamento: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato" (Mt 28,19-20). Data la precisione della formula trinitaria, gli esegeti pensano che essa risenta dell'uso liturgico battesimale, ben presto stabilitosi nella comunità primitiva dietro le indicazioni stesse di Cristo.
Lasciando però da parte tale questione di storia della redazione del testo evangelico, a noi interessa piuttosto cogliere il senso teologico della formula. E mi sembra che esso sia riassumibile in questa affermazione: il battesimo, che è il sacramento che ci fa "figli di Dio", ci consacra alla celebrazione e al "culto" della Trinità. Quell'essere "battezzati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" non è solo una professione di fede, che esprime la nostra nuova appartenenza a Dio, ma direi soprattutto un "movimento" di confluenza e di adesione alla Trinità (in greco abbiamo la preposizione eis = verso), di cui vogliamo celebrare ed esaltare il mistero ("il nome") nella nostra vita.
"Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo"
E questo non soltanto come singoli credenti, ma anche come comunità. È evidente, infatti, che in tutto il contesto Gesù ha presente l'umanità intera in quanto è invitata a far parte della sua nuova comunità di salvezza ("ammaestrate tutte le nazioni"), che si qualifica come comunità di culto, consacrata al Dio Padre, al Dio Figlio, al Dio Spirito Santo. È in tale modo che la Chiesa si realizza quale "stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce" (1 Pt 2,9).
Una comunità di salvezza, dunque, la Chiesa, che deve saper "proclamare" al mondo, con l'annuncio e con la testimonianza della vita, che Dio ha talmente amato il suo popolo, da rivelargli non solo il "mistero" della sua vita intima, ma di ammetterlo già a "partecipare" di questa stessa vita.
La presenza "con noi" del Cristo risorto, "tutti i giorni sino alla fine del mondo" (Mt 28,20), è garanzia di questa "dimensione" trinitaria della nostra esistenza. Per mezzo di Cristo, infatti, abbiamo ormai "accesso al Padre in un solo Spirito" (Ef 2,18).

Da CIPRIANI S.,

PROPOSTE DI PREGHIERA CONTEMPLATIVA / 2: - LA PRESENZA DI DIO, S. Anselmo di Aosta


PROPOSTE DI PREGHIERA CONTEMPLATIVA / 2: 

LA PRESENZA DI DIO

Orsù, misero mortale,
fuggi via per breve tempo dalle tue occupazioni,
lascia per un po' i tuoi pensieri tumultuosi.
Allontana in questo momento i gravi affanni
e metti da parte le tue faticose attività.
attendi un poco a Dio e riposa in lui.

(S. Anselmo di Aosta, vescovo)

Dentro di te trovi Dio
Non cercarlo altrove, dentro di te trovi Dio. Non nel denaro, né nel sesso e neppure nel potere, ma dentro di te Egli dimora. Così lo ha cercato Agostino d'Ippona e lo ha trovato e si è convertito.
Mi sono esercitato a creare attorno a me il silenzio e il deserto e così ora posso dedicarmi a Dio, presente in me.
Presentarmi a Dio che vive in me è un esercizio che ha bisogno dell'aiuto dello Spirito Santo, infatti è un incontro personale con Colui che abita in me, come sua scelta d'amore. È vero che Egli è presente ovunque, in ogni tempo e in ogni luogo, ma tu cercalo dentro di te perché Egli ha piantato la sua tenda nel tuo cuore. Lì sei atteso, lì è tutto per te.
Mettersi alla presenza di Dio è dunque l'atto più divino e divinizzante che io possa fare. Mi metto infatti in diretto contatto con Dio, l'Eterno, il Creatore, il Padre che Gesù ci ha donato. Tutto ciò è possibile perché questo mio corpo mortale è il tempio dello Spirito Santo che ha preso dimora in me.
Quando non sai pregare, quando stai attraversando il Mar Rosso, se ti senti colpito a morte o se attraversi un deserto infuocato, sia che tu ti ribelli contro tutto e contro tutti , sia che tu abbia perduto ogni energia e ogni speranza e che ti senta completamente smarrito, fa', ti prego, questo piccolo esercizio: "Eccomi, sono qui, Signore! Io davanti a Te, alla tua presenza e non so fare altro". E resta lì, in ginocchio o seduto, in chiesa o in casa. Se ti senti di farlo, piangi e grida forte dentro di te, tutta la tua disperazione e il tuo bisogno di liberà.
Allora abbassa la voce e quasi bisbigliando rivolgiti a Dio e digli: Padre mio sono qui nelle tue mani, proprio come ha fatto Gesù in croce.
Ma anche se tutto va a gonfie vele per te, se sei in pace con tutti e con tutto, se stai sollevandoti da terra pieno di gioia e di fervore, ti prego, scendi giù, entra nel profondo del tuo piccolissimo io, e prova ripetere: "Sono qui, Signore, qui davanti a te, io e tu, perché non so fare altro".
E resta lì. Testa a testa con Lui, le mani tue nelle mani sue e il cuore aperto l'uno all'altro, mentre nello Spirito Santo ti sarà dato di ripetere: Ancora, ancora!
Con l'orazione della presenza io ho aperto la porta al Signore che bussa. Ora Egli entra in casa tua. Il tuo impegno sarà quello di tenergli compagnia: questa è la strada della santità, aperta a tutte le categorie degli uomini,, nessuna esclusa, come insegna San Francesco di Sales.

Benedetto sei tu, Signore
Ascolta il mio canto, Gesù, tu che sei qui con me, tu Signore mio e Dio mio. Il mio cuore batte quando Tu mi pensi e Tu mi pensi sempre. 
Ti amo perché Tu mi ami e in me Tu ami coloro che io amo. Dentro e fuori di me, sempre Tu, con la tua grande e amorosa presenza.
Sono contento di Te, mio Gesù. Meglio non potevi fare. Ti sento e Ti respiro, profondamente. Sei di casa, più che non lo sia io stesso. In tutti i risvolti dell'anima mia, sei presente, e con molta discrezione. Non ho segreti per Te. Quanto è mio, è già Tuo.
Benedetto sei Tu, Signore! 
Ascolta sempre questa piccola melodia che le ,ie labbra ti cantano. Non sono io, sai ma il tuo Santo Spirito in me.
Io e Tu, insieme, per una presenza amorosa mia e Tua, di fronte al Padre e ai fratelli.
Fa' che io possa contemplare il tuo volto e Tu in me presentati ai miei fratelli. Perché non vedano me, ma Te, Gesù, ricco di misericordia, di grazia,di affetto e di consolazione. Attirali a Te.
Benedetto sei Tu, Signore!
Ecco, io continuo a cantare. vita mia, anima mia, cuore mio benedite il Signore, perché è Lui che mi sostiene e mi dà gioia. Benedetto il mio Dio, il mio Gesù, che compie in ne quanto gli piace, mentre io poveretto mi distraggo e dormo. 
Vieni, Signore. Ti riservo il primo posto nei miei sensi spirituali: Te voglio vedere, toccare, voglio sentire la Tua voce. Ecco, ora Ti metto al centro di tutto me stesso, Ti metto là dove risiede il mio io più profondo e più caro, nel mio cuore, là dove io amo e mi dono senza riserve.
Benedetto sei Tu, Signore!
Sto cantando ancora e nessuno se ne accorge. Ho eliminato ogni ragionamento, ogni preghiera. Tu a tavola con me e io con Te. Sento il profumo della Tua presenza. Tu solo mi interessi, Gesù. 
Benedetto sei Tu, Signore!

Amami, sorella mia, mia amica,
mia colomba, perfetta mia
(Ct 5,2).

Gesù: Aprimi, aprimi, sorella mia e figlia, nella quale mi sono compiaciuto.
L'anima: Vieni, entra, Signore Gesù, mio tutto. Entra, la porta è spalancata. Lo Spirito Santo mi ha preparato per Te, per questa Tua meravigliosa presenza. Non fa bisogno che Te lo dica: Sei in casa Tua. 
La Tua presenza, Gesù! Con Te, nella potenza amorosa dello Spirito che mi ha fatto nuovo, mi rivolgo al Padre e Gli dico: Abbà, Papà! Con Te, Gesù, per Te e in Te, tutto il mio amore, tutto l'onore, tutta la gloria a Dio Padre nostro. Egli mi ama di un amore infinito, ancor prima della creazione mi ha amato, e Tu ne sei il pegno. Mi ha creato a tua immagine. Mi tiene in vita per l'amore e la compassione che tu hai verso di me.
Scusami, Gesù, se ho osato affermare che io Ti ho aperto la porta. Nel Tuo Spirito ho potuto farlo, e nel Tuo Spirito Ti ho accolto come mio Signore, e nel Tuo Spirito sono consapevole che Tu sei presente in me. Per questo stesso Tuo Spirito io Ti conosco, Ti sento, Ti possiedo, Ti amo e offro Te ai miei fratelli. 
Mio caro, Perché mi dici "aprimi" quando a porte chiuse Tu entri? SI. Maranatha! Vieni, Signore!
Gesù:Aprimi, sorella mia e sposa, mia amica, mia colomba, perfetta mia, aprimi. Consegnami la chiave di ogni tuo segreto, di ogni tuo desiderio.
L'anima: La mia porta è spalancata, amore mio e sposo, ogni accesso ai miei sensi è aperto a Te, la mia mente, la mia volontà tutto è Tuo, e il mio cuore ancora di più. Qui dentro Tu mi troverai sempre: ho deciso di non evadere più. 
Al centro della mia vita, nel pieno possesso della mia libertà, e nel vuoto più metto Te amico e Signore mio, fratello e sposo, roccia e canto, dimora e presenza. Io e Tu, ed è già tutto, ed è già sempre!

Alcuni appunti sulla presenza
La presenza si attua con un semplice sguardo di fede, un fissare gli occhi su Gesù, proprio come diceva al suo santo Curato il contadino di Ars, in preghiera davanti al tabernacolo: "Io lo guardo ed egli mi guarda". (cfr. CCC 2715). 
La presenza diventa contemplazione quando uno intreccia "una relazione viva e personale" con Dio che è vivo e vero. Io corro da Lui e mi metto davanti a Lui, il mio Dio che è sempre presente nel profondo del mio cuore, e così non devo cercare tanto. Sempre nelle nella fede e nell'amore, doni dello Spirito.
Dunque l'appuntamento per una sincera e profonda relazione a tu per tu con Dio esige che ci mettiamo alla sua presenza. (cfr. CCC 2558). Così esercitati, ovunque tu sia, in macchina, al mercato, al lavoro o in casa.
Entrare nell'orazione di una semplice presenza vuoi dire portarci al centre del nostro cuore, là dove ha preso dimora Colui che amiamo. Concentro la mente, la volontà e tutto il mio essere, faccio scendere tutto me stesso verso il mio cuore, dove lo Spirito Santo ha allestito la sua tenda, Cielo dei Cieli, dimora della SS. Trinità.
Per i doni della fede, dell'amore e della sicura certezza noi possiamo entrare alla presenza di Dio, per consegnarci totalmente a Lui (cfr. CCC 2711). Allora dirò: Il mio cuore è pronto per Te, per Te o mia Trinità beata.
La Bibbia ci dice chiaramente che la presenza e l'intimità costituiscono la caratteristica essenziale dell'alleanza di Dio con il suo popolo. E, con l'Incarnazione del Verbo nel grembo di Maria, ecco la novità perfetta: La Presenza e l'intimità di Dio diventa personale e sensibile. (cfr. Gv 1,14).
Gesù, nostro Dio e nostro Tutto, è sempre presente in persona nei Sacramenti e per mezzo di essi Egli, in modo inspiegabile, misterioso ma reale, ci dona la vera vita. 
Nella Eucaristia Egli è presente con un rapporto bello e perfetto, grazie al quale, noi resi concorporei e partecipi della sua vita, diventiamo sue membra e cosa sua.
La presenza di Gesù nel Tabernacolo è vera, reale, sostanziale, e noi lo crediano fermamente non per i sensi ma per la fede e lo adoriamo con amore e stupore, con desiderio e abbandono in Lui, sia che ci troviamo nella gioia o nel dolore.
Questa casa, che sono io, mente, cuore, corpo, l'ha costruita Lui stesso, per sé e non ostante tutto prima di entrare Egli bussa e mi porge la sua proposta: "Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (Ap 3,20).

 D. Timoteo MUNARI sdb

giovedì 28 maggio 2015

David with the Harp, Chagall

DALLE PIRAMIDI AL CALVARIO, TUTTI SIMBOLI DEL DIVINO


DALLE PIRAMIDI AL CALVARIO, TUTTI SIMBOLI DEL DIVINO

DI JULIEN RIES 
  
Attraverso i testi che l’uomo ci ha tramandato dopo l’invenzione della scrittura e attraverso le costruzioni che ha realizzato in epoche lontane entriamo nella sua concezione del simbolismo della montagna. Le nostre prime guide sono i Sumeri e gli Egizi dell’Antico Impero che ci fanno scoprire il senso della montagna sacra.
La Mesopotamia fornisce uno dei simboli più eloquenti, la ziggurat, di cui si sono trovate le rovine di trentacinque esemplari. La ziggurat era una montagna artificiale costruita in modo tale da permettere alla divinità di discendere sulla terra. Un tempio era edificato alla sommità e accoglieva la statua divina. Un altro tempio era situato alla base: era il luogo di accoglienza dell’ospite divino. Scale monumentali collegavano le terrazze tra di loro. Questa architettura doveva servire alla teoria dei preti durante la solenne processione.
A Larsa, la ziggurat aveva un nome significativo: casa del legame tra cielo e terra. Durante la festa di primavera, l’akitu, a Babilonia la statua del dio Marduk scendeva dal cielo e per due settimane compiva un percorso festivo di tempio in tempio prima di risalire verso il reame celeste. Ad Assur la ziggurat era la casa della montagna-universo; a Borsippa, la casa delle sette guide del cielo e della terra, cioè dei sette pianeti. Sappiamo che a Babilonia il tempio della sommità era dipinto di blu, colore della volta celeste.
In Egitto il più antico simbolo della montagna sacra è la piramide, superstruttura della tomba del faraone sotto la III dinastia: è il caso di Sakkara, situata di fronte alla residenza reale di Menphis. Innalzata dal re Djoser (parola che corrisponde al vocabolo del sacro nell’Egitto faraonico), questa piramide doveva permettere al re defunto di salire nel dominio celeste: simbolo dell’ascensione verso il sole. Dalla V dinastia i teologi di Heliopolis daranno al faraone il titolo di figlio di Ra, figlio del Sole.
Il secondo simbolo egiziano della montagna è l’obelisco: grande ago monolitico di granito innalzato davanti ai pilastri dei templi, soprattutto a partire dal Regno Medio (2130-1600). L’obelisco è simbolo del luogo primordiale sul quale il sole ha preso posto al momento della creazione. Grazie alla punta piramidale dalla sommità coperta d’oro massiccio, è simbolo del sole stesso. Così l’obelisco è il simbolo della montagna cosmica che ha dato slancio al sole, il simbolo del sole e della volta celeste attraverso cui compie la sua corsa. Per costruire queste montagne simboliche sacre, i faraoni spendevano fortune. Il conquistatore dell’Egitto Assurbanipal si vanta d’aver portato da Tebe fino in Assiria due obelischi di elettro di 2.500 talenti ciascuno, il che significa 75.250 chili di questo metallo che contiene il 75 per cento d’oro.
Il grande impero ittita d’Anatolia (1380-1180) aveva per capitale Hattusa, di cui abbiamo ritrovato la prodigiosa biblioteca: 30 mila tavolette coperte da scrittura cuneiforme. Per gli Ittiti, la montagna costituiva una delle principali manifestazioni del sacro. In questo Paese caratterizzato da un rilievo montuoso molto accentuato, le grandi feste religiose si celebravano sulla sommità delle montagne: i preti vi salivano per incontrare gli dei che vi avevano stabilito la loro residenza.
Il tema della montagna considerata come residenza della divinità è molto diffuso nelle antiche culture. In India il monte Meru – una montagna mitica – è la dimora di Indra, il dio della guerra. Il Kailà-sa è la montagna sulla quale dimora il dio Siva. L’Olimpo è il luogo del soggiorno di dei e dee della Grecia classica. In Giappone i vulcani sono considerati la residenza delle divinità. In Cina, presso i maestri taoisti, il monte K’ouen-Louen è simbolo del soggiorno dell’immortalità. Nella mitologia taoista, la fama di questo monte proviene da un maestro celeste, Tchang Tao-ling, che vi avrebbe trovato due spade destinate a cacciare i cattivi spiriti e che vi avrebbe bevuto l’elisir di immortalità prima di salire al cielo su un dragone dai cinque colori. Questa montagna è considerata come il luogo di soggiorno degli immortali.
Sulla montagna la divinità ha fatto ascoltare la sua voce. È il caso del dio ittita delle tempeste. In Africa e in America i miti testimoniano di brume, di nubi, di lampi che in prossimità delle montagne segnalano le variazioni dei sentimenti degli dei in relazione ai comportamenti degli uomini.
Nella Bibbia il simbolismo della montagna come luogo della parola di Dio occupa un grande spazio. L’esperienza storica di Israele si radica nella teofania del Sinai (Es 19-24). Dio si è rivelato a Mosè e attraverso di lui ha concluso un’alleanza con Israele sul Sinai. Dio l’ha chiamato dall’alto della montagna, gli ha annunciato che Egli stesso sarebbe disceso il terzo giorno sulla montagna. Mosè sale a incontrare Dio: la congiunzione terra-cielo si realizza e Dio dà il decalogo a Mosè. Nella Bibbia il Sinai diviene un prototipo, un simbolo primordiale dell’incontro di Dio con il suo popolo: Sion, Tabor, Garizim, Carmelo. Su quest’ultimo monte il profeta Elia confonde i preti di Baal facendo discendere il fuoco dal cielo sull’olocausto da lui preparato (1 Re 18).
Nella vita di Gesù la montagna occupa un posto privilegiato. Tre volte troviamo la montagna come luogo di manifestazione e di solenne proclamazione. La prima di queste manifestazioni è il Sermone della Montagna con la carta delle beatitudini (Mt 5,1-12; Lc 6,20-23). Abbiamo quindi la teofania della Trasfigurazione di Gesù (Mt 17,1-8; Mc 9,2-8; Lc 9,28-36). Infine sul Monte degli Ulivi ha luogo l’Ascensione di Gesù che ha consegnato ai suoi Apostoli il suo supremo testamento (At 1,12). Del resto proprio sul Monte degli Ulivi Matteo (Mt 24,3) e Marco (Mc 13,3) collocano il discorso escatologico di Gesù.
In tutte le civiltà incontriamo il simbolo dell’asse del mondo. Nelle antiche culture del Vicino Oriente emerge l’immagine di tre regioni cosmiche collegate da un asse: cielo-terra-inferno. Questa tradizione di Nippur e di Babilonia è stata ereditata dagli ebrei presso i quali si tramanda che la roccia di Gerusalemme penetri profondamente nelle acque sotterranee. Ritroviamo la nozione dell’apsu mesopotamico e del tehom ebraico sia in India sia a Roma, dove il mundus è una fossa che comunica con il mondo inferiore. Nell’immaginario dei popoli, la rotazione della cupola celeste si appoggia su una montagna centrale. Essa gira come un gigantesco pilastro che nei miti prende l’aspetto di una colonna di ferro o d’oro o come un albero di ferro. Presso i Germani, l’irminsul è un alto palo di legno rinforzato da una punta in ferro che fa da perno. Irminsul sarà il grande albero Yggdrasill degli Scandinavi. I popoli uralo-altaici innalzano la yurta, un’abitazione che si appoggia su un albero maestro centrale, replica del pilastro cosmico. Il foro della sommità si apre sulla stella polare.
Attraverso realizzazioni, opere, costruzioni, monumenti, l’homo religiosus esprime le sue credenze e le esteriorizza al fine di creare un quadro di vita nel cui contesto svolgere le sue attività. Templi e santuari sono rappresentazioni alquanto significative della simbolica sacrale della montagna.
Lo stupa indiano, originariamente un tumulo edificato sulle reliquie di Buddha, è divenuto un importante centro di pellegrinaggio. In India lo stupa di Sañci è molto ben conservato. Lo stupa indiano aveva la forma di una vasta cupola emisferica rappresentante la volta celeste. Sulla sommità è eretto un piccolo tempio, casa mitica delle divinità. Un asse va dal basso verso l’alto. Intorno allo stupa edificato su un quadrato, un muro di cinta apre attraverso quattro portici sui quattro punti cardinali. Lo stupa è dunque una collina sacra, simbolo del centro del mondo. In Birmania, in Cambogia, in Vietnam questa collina è divenuta piramide, cono o pilastro che mette, così, in evidenza il simbolismo dell’axis mundi. Questa ricca simbolica ha la funzione di aiutare il pellegrino buddhista nella sua meditazione.
La piramide è la montagna simbolica in relazione con il sole. In Egitto è in relazione diretta con il culto funerario reso al faraone: simbolo ascensionale. Nelle culture precolombiane le piramidi sono templi solari: ne esistono un migliaio in Messico. In Bolivia, a Tiahuanaco, nell’antica civiltà degli Incas, la piramide d’Akapana è perfettamente orientata secondo i punti cardinali. Essa è al centro di un complesso architettonico nel quale è rappresentato il mito della creazione in un contesto di culto solare. A Pumapunka, una piramide di 150 metri di altezza porta alla sua sommità un tempio consacrato al giaguaro, simbolo della corsa notturna degli astri. Alla sommità di queste piramidi, i sacerdoti celebravano i sacrifici in onore del sole affinché questi continuasse la sua corsa vitale per gli uomini e la natura.
La Ka`ba, santuario per eccellenza dell’islam, è la «casa di Allah», il centro del mondo. Orientandosi verso di essa, i musulmani del mondo intero rivolgono la loro preghiera cinque volte al giorno. Ogni anno centinaia di migliaia di pellegrini vi affluiscono. Nella letteratura mistica, la Ka`ba è il primo tempio del cosmo, replica della montagna sacra. Costituisce il grande simbolo dell’unità dell’islam in preghiera, nella sua missione di adorazione del Dio unico.
Sulla montagna santa Dio ha sigillato l’Alleanza con Mosè e gli ha anche rivelato i dettagli del santuario che avrebbe dovuto costruire. In tal modo la montagna storica del Sinai e il Tempio fatto secondo un modello rivelato da Dio sono due realtà che si sovrappongono nell’Antico Testamento. La linea simbolica va dal Sinai alla collina di Sion. Il salmo 48 celebra la città, la montagna sacra e il Tempio, che diviene il luogo del pellegrinaggio del popolo eletto. I salmi graduali (120-134) cantano questo pellegrinaggio verso la montagna sacra, sulla quale il popolo adora il suo Dio.
Ritroviamo il simbolismo biblico e universale nel tempio cristiano, già con i Padri della Chiesa. Sul Golgota, la montagna santa, ha avuto luogo storicamente il sacrificio del Cristo. La grande visione di Giovanni è quella dell’Agnello «... che sta sul monte Sion» (Ap 14,1); l’Epistola agli Ebrei parla del monte Sion «... nella città di Dio, la Gerusalemme celeste» (Eb 12,23). Così la scena del calvario prende un rilievo molto particolare. L’arte cristiana primitiva e bizantina ha trattato mirabilmente questo simbolismo della montagna della salvezza. Questo simbolismo è ripreso essenzialmente nella costruzione dell’altare: i gradini sono simbolo della montagna santa divenuta Golgota mistico in cui il prete celebra il sacrificio della Nuova Alleanza.
Secondo J. Hani (Le symbolisme du temple chrétien, pp. 78-79) bisogna tener conto di un fatto: nell’antichità le torri delle chiese non ospitavano le campane. Esse erano un cubo o una piramide sormontata da una cupola. In tal modo si comprende come la torre, con la piramide e la freccia che la sovrasta, sia un’immagine della montagna cosmica.
Il simbolismo del tempio cristiano assume interamente il suo significato nell’ordine simbolico della liturgia orientale cristiana che dispiega, nello spazio e nel tempo, l’opera d’amore di Dio e canta la Santa Trinità. Cristo è il tempio nuovo, il luogo unico in cui si può adorare il Padre in spirito e in verità. Ma bisogna edificare templi provvisori che sono, dice Massimo il Confessore, a un tempo immagine di Dio e dell’Universo. Ogni chiesa è un piccolo Universo il cui simbolismo si esprime attraverso un doppio movimento: un asse verticale, attraverso la cupola sormontata dalla lanterna e da una seconda cupola, quella del Cristo Pantocrator; un asse orizzontale, in marcia verso l’Oriente.
In conclusione, il simbolismo della montagna è contrassegnato da due elementi, l’altezza e il centro, due dimensioni che sottolineano bene la ricerca del sacro dell’homo religiosus. La montagna è una via per l’uomo che cerca la trascendenza. Il tema dell’ascensione si ritrova continuamente nei gesti e nei vocaboli di diverse culture, come nelle descrizioni delle tappe spirituali presso i mistici. L’ascensione è il segno della vocazione spirituale dell’uomo, cosa che spiega la molteplicità dei simboli della montagna: ziggurat, costruzione di santuari, templi, chiese, eremitaggi sulle alture; processioni e pellegrinaggi nelle diverse religioni; ierofanie e teofanie. Sulla montagna l’uomo può meglio udire la voce di Dio perché quivi è vicino al cielo.
La montagna è anche un centro in cui l’uomo in cerca del sacro è in grado di ricevere un messaggio che lo trasforma. I taoisti vanno in udienza sulla montagna. Alcune montagne, luoghi sacri del buddhismo in Giappone, sono ispiratrici d’illuminazione. In tutto il mondo, migliaia di luoghi di culto sulla sommità di montagne aiutano l’homo religiosus a vivere un’esperienza più intima del sacro. Sulla collina, i discepoli di Gesù hanno ascoltato il messaggio delle beatitudini e gli Apostoli privilegiati hanno visto sulla montagna la gloria di Gesù trasfigurato davanti a loro.

Julien Ries
   

IL SENSO DELLA SOFFERENZA - SALVATI DA CHE COSA? LA SOSTITUZIONE VICARIA IN GIRARD E LEVINAS


SALVATI DA CHE COSA? LA SOSTITUZIONE VICARIA IN GIRARD E LEVINAS

(26 MAGGIO 2004)

IL SENSO DELLA SOFFERENZA

Un lungo e gradito intervento propone alcune letture del tema dell'«ira divina» alternative a quella proposta in Salvati da che cosa?, valorizzando soprattutto il punto di vista della sofferenza del giusto:

La questione / le questioni
Prima di porre in essere la domanda sul «perché il male» in realtà la questione sarebbe da porre sul: «perché il mondo, perché l'uomo, perché io». Se fosse possibile dare o trovare una risposta a tutto ciò, allora sarebbe più chiara anche la questione del male ed i temi ad esso connessi, ad esempio quelli della giustizia, il ruolo del carnefice, quello della vittima ed i rapporti che li connettono l'uno all'altro, la sofferenza gratuita del giusto.
Altro problema si pone a mio avviso nell'accezione che diamo all'ira divina: intendiamo forse la collera di Dio? oppure vogliamo porla in correlazione con l'espiazione e quindi leggerla come una possibilità di redenzione? e ancora: l'ira di Dio ci mostra il suo vero volto?
La sofferenza come «significato» nella prospettiva mitica
Mircea Eliade, nel libro Il mito dell'eterno ritorno. Archetipi e ripetizione (Borla, Roma 1999, pp. 102-103) riferisce l'esistenza di un mito cosmico-agrario della tradizione mediterraneo-mesopotamica che mette in correlazione le tematiche della sofferenza e della resurrezione, in cui il protagonista è il dio Tammuz che soffre, muore e poi risorge. In quest'ottica, evidenzia Eliade, la sofferenza dell'uomo non è solo paragonata a quella del dio ma in qualche modo riceve una sua contestualizzazione (ripetizione dell'archetipo, come il dio) e ha un effetto consolatorio che dà speranza per il futuro: qualsiasi sofferenza alla luce di ciò può essere sopportata a patto che ci si ricordi di Tammuz. La sofferenza e la morte non sono mai, pertanto, lette in modo definitivo, ad esse seguirà sempre una resurrezione, ogni sconfitta annullata dalla vittoria finale. Tammuz soffre ingiustamente, è il paradigma del giusto e dell'innocente, egli viene percosso, rinchiuso in un pozzo e alla fine liberato dalla Grande Dea e resuscitato. Ciò che è inaccettabile nella prospettiva mitica è la sofferenza senza un perché; se invece inserita in un contesto essa diviene sopportabile.

Il Talmud e il ruggito di Dio
Mi sembra interessante sottolineare la prospettiva che pone in atto la tradizione orale rabbinica, espressa nel Talmud (vedi Sofia Cavalletti [curatrice], Talmud. Il trattato delle benedizioni [Berakhot], Utet, Torino 2003), nella quale si parla del «lamento del Signore» che ha dato origine, in alcuni ambienti mistici, al Tiqqun Hasoth, cioè alla restaurazione della mezzanotte, in cui si recitano salmi e lamenti per l'esilio della Shekhinah:
Disse Rab Jishaq, figlio di Shemuèl, anome di Rab: La notte ha tre vigilie e ad ogni vigilia siede il Santo, Egli sia benedetto, e ruggisce come un leone e dice: «Guai ai figli, perché a causa dei loro peccati io ho distrutto la mia Casa e ho dato alle fiamme il mio tempio e li ho esiliati tra le genti del mondo» (p. 71). [...] Ognuno in cui il Santo, Egli sia benedetto, si compiace, Egli lo colpisce per mezzo di sofferenze, come è detto: «E il Signore si compiacque di lui e lo colpì a mezzo di malattie» (Is 53,10) [...] ed ancora: «Se egli rende se stesso come un sacrificio per la colpa commessa» (Is 53,10) così anche le sofferenze possono essere considerate come espressione dell'amore di Dio, se volontariamente accettate (p. 86). «La mia ira passerà e io ti concederò pace» (p. 101).

La prospettiva biblica del Libro di Giobbe: la sofferenza senza un perché
Questo libro, che è al contempo un testo poetico e drammatico, ha in sé racchiuse delle chiare finalità che potremmo definire, proprio alla luce delle tematiche che propone, formativo-educative-esistenziali. In esso è presente il pathos di una coscienza che cerca le ragioni del suo soffrire e si opera un vero e proprio scavo all'interno, non solo della soggettività umana, ma dello stesso rapporto che intercorre tra Dio e l'uomo, tra l'ira divina e la sofferenza del giusto.
La storia è nota. Giobbe ignora il motivo del suo soffrire, la sua condanna più grande risiede infatti nel patire senza conoscere le ragioni del suo soffrire; egli però non si rassegna, non si limita all'essere passivo come lo schiavo di cui parla Isaia 53 e si lancia in una ricerca rischiosa, ai limiti delle sue possibilità, ma non per questo rinunciabile. La sua storia ed il suo cercare-a-tentoni-nelle tenebre potrebbe essere letta come il prototipo dell'umanità sofferente di ogni epoca, che s'interroga sul senso del proprio cammino-nel-mondo e non rinuncia ad esplorare il significato di un dolore che appare irrimediabilemente come non-senso; altresì e, questa mi sembra la prospettiva assolutamente innovativa e rivoluzionaria del testo, Giobbe non rifiuta la sofferenza, la accoglie su di sé e proprio alla luce di essa cerca di discernere le ragioni del suo soffrire. Come? Interrogando lo stesso Dio. Quale chiave di lettura dare a tutto ciò? È sorprendente il fatto che Dio, pur rispondendo a Giobbe che
non è dato all'uomo chiedere conto a Dio del suo operato, dato che gliene mancano sia la competenza sia il diritto ed invece spetta solo a Lui, nella sua suprema libertà, l'agire secondo schemi che sono incomprensibili per l'uomo, che la sua saggezza non è quella dell'uomo; al contempo lo prende sul serio ed è proprio questo che consente a Giobbe di uscire dal vicolo cieco nel quale si trovava ed accettare la risposta che gli viene data, anche se agli occhi umani essa può apparire un non-senso come la stessa sofferenza (J. Alberto Soggin, Introduzione all'Antico Testamento. Dalle origini alla chiusura del Canone alessandrino, Paideia, Brescia 1987, 4ª ed., p. 479).
Quello che vorrei sottolineare è che Giobbe trova proprio nell'essere-preso-sul-serio come interlocutore le ragioni dell'accettazione; letta in quest'ottica l'ira divina o comunque la sofferenza del giusto assumono una connotazione assolutamente diversa da quanto propone Girard e si snodano su uno sfondo o all'interno di un contesto che le accomuna: l'uomo non è mai solo strumento-in-quanto-creatura nelle mani di Dio, ma è Soggetto, è Io proprio a partire dal Tu divino. La dignità umana, il Sé, come afferma Rosenzweig, la stessa essenza dell'uomo in quanto soggetto, non risiedono allora in lui, ma nello stesso Dio inteso come provvidenza e redenzione.
Ma come conciliare questa prospettiva con la innegabile sofferenza del giusto? Mi sembra interessante porre l'attenzione su ciò che Mario Trevi scrive nell'introduzione a Il libro di Giobbe (Feltrinelli, Milano 1991) quando afferma che
il Dio che continuasse a parlare come fa Jhwh del Libro di Giobbe, dovrebbe farsi carico di Auschwitz e non sarebbe facile per Lui [...]. È probabile che occorra avere il coraggio di essere più radicali [...] Dio non è il Signore del mondo ma solo il signore dell'uomo. Dio non è il Signore dell'universo, non è il Signore della natura. È il Signore venturo dell'uomo, in quel breve margine in cui questo, espunto dalla natura, ha sperimentato una difficilissima libertà (p. 41).
Ed è proprio questo ciò che cerca Giobbe e ciò che cerca ogni uomo: non un Dio inteso come demiurgo che si degrada in un'esibizione di forza (così potrebbe essere letta l'Ira divina), ma un Dio che abbia bisogno della collaborazione umana per l'avvento del Regno, cioè per l'edificazione, congiunta, di un universo etico in perenne costruzione, nella prospettiva del «già e non ancora» giovanneo.

La prospettiva di Franz Rosenzweig
«Se voi mi date testimonianza allora, io sono Dio, e altrimenti no» (Pesikta 12, 6; Is 43,10). È curioso notare che sia Levinas sia Rosenzweig si richiamano a quest'immagine per porre la questione del rapporto Dio-uomo in un'ottica che definirei filiale e prossemica. Qui non si pone l'accento sull'Ira divina, ma sulla gloria dell'infinito che è strettamente connessa alla presenza di Dio e dell'uomo, che si legano in modo inscindibile.
«Laddove voi mi testimoniate io ci sarò»: non si parla qui di una presenza che esce in modo assoluto, quasi fosse imposta, ma si pone l'accento sulla debolezza di Dio che è strettamente connessa alla debolezza della soggettività, che è altresì legata al valore della testimonianza e al per-l'altro. Non un uomo quindi sottoposto alla funesta Ira divina, ma un'anima che prega per la venuta del Regno (La stella della redenzione, Marietti, Genova-Milano 2003, p. 197): questa è l'immagine che Rosenzweig ci dà della soggettività dopo la rivelazione, che viene da lui definita «storicità del miracolo» e che culmina in un desiderio inappagato, nel «grido inappagato che attende risposta». È così infatti che l'autore legge l'esperienza di Giobbe:
Il fatto che l'anima abbia il coraggio di desiderare in tal modo, di chiedere così, di gridare così, [...] è l'opera della Rivelazione. [...] Esso non proviene più dalla quiete beata dell'anima dell'essere-amata, ma sale con nuova inquietudine da una profondità nuova [...] al di là della prossimità non vista, ma sentita dell'amante, prorompe in singhiozzi fin entro al crepuscolo dell'infinito (p. 198).
A mio avviso, la sostituzione vicaria di cui parla Levinas è una soggettività che si costituisce a partire all'alterità: «Dov'è Abele tuo fratello?». È qui che è racchiuso tutto il senso di un Io che si costituisce come Tu nell'ottica di una libertà-come-responsabilità, per dirla con Jean-Luc Nancy di una libertà-di-cui-si-fa-esperienza.
Rosenzweig altresì indica il prossimo come «vicario» del più lontano che diviene attingibile in ogni istante; nell'«Ama il prossimo tuo come te stesso» egli legge tutto ciò con «il tuo prossimo è come te» (p. 257). All'uomo non spetta pertanto negare se stesso; anzi, proprio alla luce di questo amore il sé viene confermato in modo univoco; ma al contempo gli viene detto:
Egli è come te, non te, quindi, tu, rimani tu e devi rimanere tale [...] ma per te egli è il tuo tu, un tu come te, un io [...] un'anima (p. 258).
Quale Dio dunque e per quale uomo? È molto bella e suggestiva la conclusione con cui Rosenzweig termina la sua opera ed è proprio con questa immagine di Dio e l'uomo che camminano l'uno al fianco dell'altro, come un Io, come un Tu che vorrei concludere:
Camminare in semplicità con il tuo Dio: qui non si richiede nulla più della completa presenza della fiducia. Ma fiducia è una parola grande. È il seme da cui crescono fede speranza e amore ed il frutto che da essi matura. È la cosa più semplice di tutte e proprio per questo la più difficile. Ad ogni istante essa osa dire «è vero!» alla verità. Camminare in semplicità con il tuo Dio. Le parole stanno scritte sulla porta, sulla porta che dal misterioso-miracoloso splendore del santuario di Dio, dove nessun uomo può restare a vivere, conduce verso l'esterno. Ma su che cosa si aprono allora i battenti di questa porta? Non lo sai? Sulla vita.
Cristiana De Gregorio
Tutte le idee qui presentate o accennate meritano di essere discusse, e questo spazio è aperto per ulteriori interventi. Io da parte mia ho l'impressione che spostare l'attenzione sulla sofferenza del giusto, se da una parte porta in primo piano il tema del senso personale della sofferenza (cosa preziosissima), dall'altra non incrocia due problemi che sono lancinanti nella teologia cristiana: l'esistenza di una punizione eterna, e il ruolo redentore della passione di Cristo. Certo, entrambi questi temi affondano le loro radici in ultima analisi in elementi propri anche alla riflessione ebraica (che qui sono stati diffusamente evocati), ma perlomeno la storia della loro recezione ed elaborazione mostra un «di più» che non mi pare facilmente riducibile. Detto in altre parole: il problema della sofferenza si esaurisce nel problema del senso che le dà il sofferente, o no? Se la risposta è positiva, penso non esista nulla in contrario a vedere già in Giobbe o nel Talmud una soteriologia: sapere e percepire che la «sofferenza» è il segno del'amore di Dio è già una salvezza da essa, perché la ferita diventa ferita d'amore. A questo punto davvero Girard entra molto poco e il suo sarebbe solo il tentativo di capovolgere sulle geometrie sociali cose che hanno il loro posto nella profondità dell'anima.
Ma se nella sofferenza c'è qualcosa che non si lascia ridurre a problema del senso, qualcosa per così dire che «sporge», ci sarà un abisso che va esplorato in corrispondenza di ogni millimetro di «sporgenza». Forse affermare che Dio non è il Signore del mondo (ma solo dell'uomo), o negargli in qualche senso l'attributo dell'onnipotenza (come fece Jonas) sono tutte strategie per evitare questo abisso. Certo, Dio diventa così ancor più il compagno di strada dell'uomo («camminare in semplicità con il tuo Dio», come dice Rosenzweig citando Michea), ma il rischio potrebbe essere abbandonare tutto il mondo ad una cupa insignificanza: un rischio che mi ricorda troppo da vicino la teoria marcionita della creazione da parte di un cattivo demiurgo per poterlo correre a cuor leggero.

mercoledì 27 maggio 2015

RESTA CON NOI, SIGNORE, PERCHÉ SI FA SERA


RESTA CON NOI, SIGNORE, PERCHÉ SI FA SERA

Antonietta Milella, Commento al Vangelo

Quando le parole non bastano, specialmente quelle scritte dalla tua mano.
Quando non basta che sei venuto a spiegarcele con la tua vita e a testimoniarne la verità con la tua morte.
Quando non basta tutto questo per riconoscerti nel compagno di viaggio che parla con noi.
Quando siamo tristi e smarriti perché pensiamo che te ne sei andato per sempre, nella maniera più atroce, triste e dolorosa e ci hai lasciati irrimediabilmente soli, senza speranza...
Ti prego, fermati a mangiare con noi.
La sera, il buio fa più paura, se tu non ci sei.
Rimani con noi, riposati un po', prima di riprendere il viaggio attraverso le strade del mondo.
Signore, resta con noi che non ancora riusciamo a capirti, non ancora riusciamo a capacitarci che sei andato a morire.
Signore, resta con noi ancora un poco, forse il miracolo di vederti risorto anche noi potremo vederlo, se ci aprirai gli occhi al tuo folgorante mistero.
Torna a spezzare quel pane che la sera prima di morire distribuisti ai tuoi discepoli, invitandoli a fare altrettanto, in memoria di te, perché tutti ne avessimo sempre.
Fatti conoscere nella quotidianità di un gesto così tanto familiare, non capito, dimenticato, quando solennemente lo benedicesti, perché non rimanessimo mai senza di te, mai ci sentissimo soli, mai pensassimo che te ne eri andato per sempre.
Ti voglio incontrare, Signore nel pane spezzato, un gesto che non abbiamo capito abbastanza, ti vogliamo, Signore, riconoscere nella semplicità di ciò che tu hai trasformato in segno indelebile di te che sei il Cristo morto e risorto per noi.
Vogliamo, Signore, incontrarti e abbracciati per sempre, sicuri che non te ne andrai, convinti che quand'anche fosse, hai dato ai tuoi ministri il potere di renderti vivo e presente nell'Eucaristia.
A torto abbiamo pensato che ci avevi illusi, dicendo che saresti stato sempre con noi, sbagliavamo quando ti abbiamo visto morire e non abbiamo creduto che saresti risorto, invano ti stavamo cercando senza guardarti nel volto, senza ascoltare parole che ci avrebbero dato speranza.
Ma ora che il pane è stato spezzato, ora sì che ho capito e ho gioito, perché a tutto tu avevi pensato prima di tornare dal Padre, trasformandoti in cibo e bevanda perenne, per quelli che avevano fame e sete di te.
Grazie Signore perché ora so che tu sei risorto davvero e per sempre.
Grazie, perché ora so dove trovarti.