martedì 30 giugno 2015

COMPAGNI DI VOLO

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/preg_bello17.htm

COMPAGNI DI VOLO

Voglio ringraziarti, Signore,
per il dono della vita;
ho letto da qualche parte che gli uomini hanno un’ala soltanto:
possono volare solo rimanendo abbracciati.
A volte, nei momenti di confidenza, oso pensare, Signore,
che tu abbia un’ala soltanto, l’altra la tieni nascosta,
forse per farmi capire che tu non vuoi volare senza di me;
per questo mi hai dato la vita:
perché io fossi tuo compagno di volo.
Insegnami, allora, a librarmi con Te.
Perché vivere non è trascinare la vita,
non è strapparla, non è rosicchiarla,
vivere è abbandonarsi come un gabbiano all’ebbrezza del vento.
Vivere è assaporare l’avventura della libertà.
Vivere è stendere l’ala, l’unica ala,
con la fiducia di chi sa di avere nel volo
un partner grande come Te.
Ma non basta saper volare con Te, Signore.
Tu mi hai dato il compito
di abbracciare anche il fratello e aiutarlo a volare.
Ti chiedo perdono, perciò,
per tutte le ali che non ho aiutato a distendersi.
Non farmi più passare indifferente vicino al fratello
che è rimasto con l’ala, l’unica ala inesorabilmente impigliata
nella rete della miseria e della solitudine
e si è ormai persuaso di non essere più degno di volare con Te;
soprattutto per questo fratello sfortunato,
dammi, o Signore, un’ala di riserva.

( DON TONINO BELLO )

Folio 55r of the Bamberg Apocalypse depicts the angel showing John the New Jerusalem, with the Lamb of God at its center.

IL PARADISO DELLA TRASFIGURAZIONE

 
IL PARADISO DELLA TRASFIGURAZIONE
 
1 marzo 2015  
 
di Don Giuseppe Liberto
 
Il sublime significato della cristofania della Trasfigurazione si può capire soltanto nel contesto in cui gli evangelisti lo raccontano. I discepoli non comprendono come la vita possa nascere dalla morte, così come la Gloria possa essere nascosta nella Croce. Nella visione di quella trasfigurata bellezza in splendore di Luce, Dio concede ai discepoli di intravedere ciò che il viaggio di Gesù verso la croce nasconde. Nel vangelo di Marco, la trasfigurazione è preparata dal primo annunzio della passione e morte di Gesù (8,31-33); ed è anche seguita dal secondo annunzio della passione e dalla risposta che Gesù dà alla disputa dei discepoli su chi di loro fosse il più grande: Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti (9,30-35).
La Trasfigurazione ricorda Es 34,29ss. Il giudaismo, infatti, attendeva, per il tempo finale, la trasformazione dei giusti in splendore ultraterreno e in bellezza raggiante. Paolo già percepiva, in questa intensità di luce, la vita attuale del credente in Cristo (cf Rm 12,2; 2Cor 3,18). Sul Tabor, nella Persona dello Sposo, già risplende quella luce che brilla nel Corpo ecclesiale della Sposa. La Trasfigurazione del Messia è prova della sua divinità, è preludio e annunzio di paradiso, è saggio dell’umana glorificazione futura. L’evento taborico è realtà misteriosa che immerge lo sguardo nel regno dei Beati, è simbolo e anticipo, prefigurazione e pregustazione di quella beata condizione in cui lo splendore del volto di Cristo sarà anche quello dei beati. San Paolo, nella lettera ai cristiani di Filippi, afferma che Gesù trasfigurerà il nostro corpo mortale per conformarlo al suo Corpo glorioso (cf 3,21).
Accanto a Gesù, ci sono Mosè ed Elia. Essi avevano percepito l’avvento della Gloria divina impaziente di salvare l’uomo, ora possono lasciare la grotta del Sinai senza velarsi il volto e contemplare quel Corpo trasfigurato indicandolo come Colui al quale intendevano riferirsi nelle loro profezie.
Nella Trasfigurazione spiccano due momenti: la reazione di Pietro e la misteriosa voce del Padre. Pietro, contaminato dalla cristologia trionfalistica e affascinato dall’evento straordinario, trascura la cristologia del Figlio dell’uomo che deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, essere messo a morte e risorgere il terzo giorno (Lc 9,22). Ha appena professato la sua fede in Gesù e, subito dopo, si è opposto al suo annunzio: ora è incantato e, restando sul monte, desidera rendere eterna l’esperienza di quella visione paradisiaca. Quello di Pietro è solo desiderio umano e spontaneo che manifesta incomprensione sul significato dell’evento, che non è inizio del definitivo ma anticipo profetico e fugace di esso. La vocazione del discepolo, infatti, è quella di percorrere la strada del provvisorio e della croce.
Battesimo e Trasfigurazione hanno la stessa voce, quella del Padre. Nel Battesimo afferma: Tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto (Lc 3,22). Nella Trasfigurazione, confermando la predilezione verso il Figlio, il Padre dice: Ascoltatelo! (Lc 9,35). Gesù è il Profeta definitivo, l’atteggiamento del discepolo, perciò, non è quello di “indagare”, ma quello di “ascoltare”. Il battezzato rinuncia a essere misura della verità e si fa servo della Verità. Solo così la storia della salvezza non sarà soltanto visione beatifica della storia dell’amore divino, ma esperienza sublime della libertà dell’uomo trasfigurato che ascolta e racconta l’amore di Dio incarnato nel cuore e vissuto nella vita. Cristo trasfigurato irradia lo “splendore della gloria del Padre”. Questa epifania di bellezza divina suscita stupore e gioia nei tre discepoli. Lo sguardo della Bellezza e la percezione della Voce sono per propria natura sguardo ammirato e contemplante dell’Amore.
L’antifona ai primi Vespri della Trasfigurazione così canta: «Cristo Gesù, visibilità della Bellezza di Dio, ha fatto trasparire lo splendore della divinità nell’esperienza sensibile dell’umanità». Papa Leone Magno commenta affermando che la Trasfigurazione è l’evento “sacramentale” che maggiormente ci evidenzia la consistenza di una tale affermazione. La grazia epifanica e la contemplazione estetica della bellezza divina che la Trasfigurazione solennizza, sono opera estetica di riferimento teandrico cui rifarsi con sapienza verso la maturazione della spiritualità cristiana.
Pietro, attratto dallo splendore del Trasfigurato, con reazione umana e simpatica, esclama: Signore, è bello (kalòn) che noi siamo qui (Mc 9,5; Mt 17,4; Lc 9,33). Nel racconto della creazione troviamo lo stesso aggettivo che specifica la percezione della realtà che si sta gustando. Cristo trasfigurato si manifesta in forma divina e il divino si rivela attraverso la bellezza dell’umano. Fede e bellezza sono dono di Dio all’uomo. È meraviglioso notare come il Logos creatore, incarnandosi, passò tra gli uomini realizzando amore e operando il bene, cioè il “Buono”. E quest’amore, vissuto fino in fondo, ci ha manifestato la Gloria attraverso il “Bello”. Nella Trasfigurazione, l’esperienza estetica si trasforma in visione estatica. Il Tremendum si fa percepire attraverso il Fascinosum.
Ogni riflessione sulla bellezza non può prescindere dal puntare lo sguardo sulla “Gloria”. In ebraico, il termine richiama il concetto di “peso”, di “onore”. Riferito a Dio, indica la visibilità della sua manifestazione: il “peso” dello splendore della sua presenza nella creazione (Sal 19,2; Is 6,3), nella storia (Es 14,17-18; Sal 96,3), nel santuario (Es 40,34-35; 1Re 8,10-11; Sal 26,8). Nella Santa Scrittura, quando si parla di “Gloria”, si fa riferimento soltanto alla “Gloria di Dio”. Nella Trasfigurazione, nella Risurrezione e nel Ritorno glorioso, la “Gloria” è attribuita anche a Cristo. Nella notte del Natale di Gesù, i pastori vedono la manifestazione della Gloria del Signore (cf Lc 2,9). Gli angeli, attraverso il loro canto, annunziano la Gloria di Dio che è dono di pace agli uomini che Egli ama. Sulla via di Emmaus, il Risorto annunzia ai due discepoli che quelle sofferenze che spengono la loro speranza erano previste perché il Cristo entrasse nella sua Gloria (cf Lc 24-26). L’ingresso nella Gloria, attraverso la Risurrezione, offrirà all’uomo con-risorto in Cristo la con-glorificazione nel Risorto Glorificato. In questa glorificazione di Cristo è coinvolto anche il suo Corpo mistico che è la sua Chiesa.
San Paolo contempla Dio come il Padre della Gloria, quella gloria che ha in Lui la sua sorgente e il suo termine (cf Ef 1,17). Tutta la creazione partecipa di questa Gloria (cf 1Cor 2,7): fra le creature, soprattutto l’uomo è gloria di Dio perché è creato a sua immagine e somiglianza (cf 1Cor 11,7; 2Cor 3,7-11). Soltanto il peccato priva l’uomo di questa gloria (cf Rm 3,23). Infatti, Paolo afferma che tutti sono privi della gloria di Dio perché in Adamo tutti hanno peccato (cf Rm 5, 12-19) e perciò non hanno dato gloria a Dio (cf Rm 1,21).
La gloria di Dio è manifestata soprattutto nell’elevatio crucis come exaltatio gloriae. Questo mistero di discesa-ascesa di Gesù è magnificamente cantato nell’inno della lettera ai Filippesi in cui la Gloria è manifestata apertamente e definitivamente affinché ogni lingua acclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre (Fil 2,6-11). La sinfonia glorificatrice raggiunge il suo vertice nella seconda lettera ai Corinzi, in cui Paolo, con ardito contrappunto in splendore di bellezza, elabora un trittico elevatissimo. Dalla gloria di Dio alla sua rivelazione in Cristo, passa all’instaurazione della nuova alleanza in cui i battezzati sono trasfigurati in immagine di Cristo di gloria in gloria. Il canto, modulato all’interno del discorso di Paolo sul ministero apostolico, armonizza croce e gloria, sofferenza e vittoria, tutto irradiato dallo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio (2Cor 7,18; 4,4).
Nella scuola per i pittori sul Monte Athos, ogni iconografo-monaco, dopo avere seguito le varie istruzioni liturgiche, teologiche e tecniche, doveva superare un esame conclusivo dipingendo l’icona della Trasfigurazione. L’allievo mostrava così la sua capacità di saper realizzare, con l’arte raffinata della luce, il mistero nella visione di splendore anticipata dell’“ottavo giorno” dopo la gloriosa risurrezione dai morti, così come lo avevano visto i tre apostoli sul Tabor. Quest’esperienza della visione-ascolto trasfigurante, che conduce a poter essere assimilati all’oggetto contemplato, esige la capacità di percepire nello stupore la gloria di Dio gustando e assaporando la libertà ricevuta. Al dono della gloria-bellezza deve corrispondere, da parte dei credenti, l’impegno di comportarsi come figli della luce, rivestiti di Cristo, Luce del mondo (cf 1Ts 5,4-5; Rm 13,12-14; Ef 5,8). La trasformazione in luce, anzi, in splendore di gloria in gloria secondo l’azione dello Spirito, è trasfigurazione in bellezza teandrica: il Verbo, immagine-splendore del Padre, si è fatto uno di noi; lo Spirito, immagine-splendore del Verbo, è dato a ciascuno di noi; l’uomo, immagine-somiglianza di Dio, è divinizzato dal Verbo fatto Carne nello Spirito che è Dono. La visione-ascolto della Trasfigurazione ci libera dalla paura della Croce e dall’indifferenza della Risurrezione; ci invita a evitare ogni forma di trionfalismo e di superficialità e ci stimola, altresì, a percorrere la via della croce non con la sfiducia della rassegnazione ma con l’entusiasmo della speranza. Solo se trasfigurati in Cristo, i battezzati saranno capaci di trasfigurare il mondo in Cristo.

IL CAMMINO NEL DESERTO

 
 IL CAMMINO NEL DESERTO
 
Attraverso l'aiuto di Mosè e i suoi prodigi, il popolo schiavo in Egitto ha potuto vedere la mano di Dio all'opera e sperimentarne la potenza. Un'esperienza sensazionale che al suo compimento esplode in un canto di gioia. Del resto che cosa può esserci di più straordinario nella vita dal vedersi salvare dalla morte?
 Ma questo non è tutto perché il racconto dell'esodo non si conclude qui: la prima parte, la salvezza fisica che Dio ha operato è solo una condizione preliminare a qualcosa di ben più grande che Dio voleva donare al popolo di Israele allora e vuole donare a noi oggi: la nostra libertà interiore, la nostra libertà di poter disporre di noi stessi.
Attenzione: questo è un punto cruciale, forse il più importante di questo nostro itinerario esistenziale e spirituale.
È opportuno cominciare la nostra riflessione ponendoci alcune domande:
•perché il popolo di Israele non è stato subito introdotto nella terra promessa ma ha dovuto vagare nel deserto per ben quarant'anni per fare un cammino che in bicicletta si può fare in due giorni? È un'osservazione del tutto legittima.
•A che cosa è servito tutto questo difficile peregrinare in una situazione, anche ambientale, piena di difficoltà?
•Che cosa si deve realizzare perché il popolo possa entrare nella terra promessa?
•Quali sono le condizioni necessarie affinché l'uomo, liberato dalla schiavitù del faraone possa entrare in questo territorio dove scorre latte e miele?
Le risposte a queste domande sono così importanti e complesse che ad esse sono dedicati tre libri, molti salmi e gli ultimi venticinque capitoli del libro dell'Esodo.
Sviluppo del tema
Per andare avanti è necessario capire che cosa è il passaggio nel deserto.
Tra la terra d'Egitto e la terra dove scorre latte e miele, senza dimenticare che Gerusalemme vuol dire luogo della pace, c'è uno spazio da attraversare che è ben più di uno spazio fisico: da una parte abbiamo la schiavitù, dall'altra la libertà; da una parte la sofferenza, dall'altra la felicità; c'è un cammino da fare, un cammino nel deserto: questa è la condizione per raggiungere la terra promessa, il luogo del benessere, il luogo della pace.
Una prima riflessione spirituale sorge spontanea. Per ricevere quello che Dio vuole donarci dobbiamo attraversare il deserto, perché il deserto è il luogo in cui Dio si manifesta, è il luogo in cui Dio offre la Sua comunione, la Sua alleanza.
 Questo è il punto fondamentale che siamo invitati ad assimilare.
L'agire di Dio va sempre oltre la visuale umana che è molto limitata. Guardando alla vicenda del popolo d'Egitto con un occhio limitato alla condizione di prigionia, non c'è dubbio che il raggiungimento della libertà fisica è l'obiettivo da perseguire con ogni forza. Quanti celebri film "profani" descrivono fughe rocambolesche da prigioni a prova di evasione? Ricordiamo due titoli famosi: "Fuga da Alcatraz" e "Le ali della libertà" in cui vediamo una situazione di prigionia/schiavitù che porta ad una volontà di fuga dagli aguzzini del carcere. La fuga è quindi necessità vitale di recupero di una situazione esistenziale che è oggettiva e anche giustificata in certi casi. Noi tifiamo e soffriamo per il carcerato in fuga, soprattutto se carcerato innocente.
La realtà di Dio va ben oltre. Dio vuole un bene che potremmo definire totale per il Suo popolo. Possiamo, anzi, dobbiamo vederlo come un rapporto filiale. Il genitore vuole tutto per suo figlio e il gesto materiale d'amore di un papà o di una mamma va ben oltre la dimensione fisica: lo sa benissimo ogni genitore.
Ecco allora che la liberazione di Israele dalla schiavitù non può limitarsi al solo fatto fisico. Va oltre e punta al ristabilimento di un rapporto diverso, vero e autentico con il Suo Signore, che è il Suo creatore e Padre: l'Esodo quindi non è un fine ma un mezzo, una condizione necessaria per recuperare questo rapporto, perché l'amore può esprimersi solo nella piena libertà e solo l'uomo libero può istituire un rapporto autentico con Dio. E più l'uomo è libero più è capace di relazionarsi con Dio.
Alcuni spunti di riflessione
Il cammino di Israele nel deserto è fatto di tre tappe:
1.il viaggio dal mare dei Giunchi al Sinai: tre giorni (Es 15,22- 18,27)
2.la permanenza al Sinai: qui si ratifica il patto di alleanza tra Dio e l'uomo attraverso il dono e l'accoglienza di tutte le leggi che regoleranno la vita di Israele come popolo redento e di tutte le altre prescrizioni riguardanti la costruzione del santuario e il culto (Es 19-40)
3.il cammino dal Sinai alla terra promessa: quarant'anni.
 
CONSIDERAZIONI SPIRITUALI SUL DESERTO
È arrivato ora anche per noi il momento di metterci in viaggio. Accompagniamo dunque idealmente Israele nella sua vicenda storica per capire che cosa questo esodo può rappresentare per ognuno di noi. La prima considerazione riguarda la corretta interpretazione della nozione simbolica del "deserto". Infatti, nel linguaggio biblico il simbolo è come una finestra: se viene dischiusa offre la possibilità di contemplare tutto il panorama.
Per interpretare bene il simbolo bisogna partire dal significato letterale del termine. Il nostro simbolo, il deserto indica prima di tutto una realtà sconosciuta e desolata; è il luogo dell'assenza della parola e dell'assenza della vita, sia vegetale che animale; tutto è brullo, arido, sterile. La vita umana è assente perché non sussistono le condizioni biologiche minime necessarie alla sopravvivenza del corpo. È un luogo flagellato dal sole cocente ed è caratterizzato da un caldo feroce durante il giorno e da un freddo pungente la notte; è un luogo arido e inospitale, che suscita timore, paura, panico. Dà un senso di disperazione e solitudine, silenzio e morte. Chi di noi avrebbe il coraggio di inoltrarsi nel deserto?
 Solitamente lo si evita, ma se proprio siamo costretti ad affrontarlo ci prepariamo al meglio, cercando di minimizzare i rischi, cerchiamo ogni garanzia sui sentieri, i punti di sosta, studiamo tempi e mappe, ci dotiamo dell'attrezzatura più adeguata.
 Da un punto di vista semplicemente geografico, con umano buon senso, Israele avrebbe potuto evitare questa avventura. Dio, invece, ha espressamente voluto un itinerario diverso.
 La deduzione immediata e logica è la seguente: questo percorso lungo e accidentato è condizione assolutamente necessaria e funzionale alla conquista della terra promessa.
Quando il faraone lasciò partire il popolo, Dio non lo condusse per la strada del paese dei Filistei, benché fosse più corta, perché Dio pensava: "Altrimenti il popolo, vedendo imminente la guerra, potrebbe pentirsi e tornare in Egitto". Dio guidò il popolo per la strada del deserto verso il Mare Rosso. Partirono da Succot e si accamparono a Etam, sul limite del deserto. Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte.
(Es 13,17-18.20-22)
È evidente, quindi, che il deserto della Scrittura non è tanto un luogo fisico quanto uno spazio simbolico. La Bibbia lo dice chiaramente: la via percorsa dagli eserciti del faraone poteva essere percorsa in soli tre giorni. Dio non permette la via corta per un motivo molto semplice: il popolo sarebbe arrivato all'appuntamento impreparato. Sarebbe stato il disastro.
 
IL DESERTO NELLA SCRITTURA
Il deserto biblico è un tempo di crescita, di maturazione, è uno spazio più temporale che fisico; è un transito temporale ordinato a una maturazione. È il tempo della preparazione, della promessa, come qualsiasi altro evento della vita umana.
 Come può essere per una gravidanza, o per il travaglio dell'adolescenza, o per il cammino della formazione agli studi, o, ancora, per il periodo dell'innamoramento, la permanenza nel deserto è, a dispetto della realtà fisica che evoca, un periodo di grande fecondità che prelude ad una vita nuova.
 A ben guardare l'esistenza umana, e se la consideriamo in questa prospettiva, essa si sviluppa attraverso una serie di passaggi da uno stadio all'altro e, quindi da un deserto all'altro. Se tutti vivessimo bene quei passaggi saremmo pronti anche alla morte. Diceva Heidegger che "l'unica cosa importante nella vita è prepararsi alla morte". Con questo, non vogliamo affatto rivestire di cupa rassegnazione la nostra dimensione. Tutt'altro.
Nell'esperienza salvifica descritta dalla Scrittura vediamo che, se lo consideriamo dal punto di vista spirituale, della fede, il deserto è tempo di purificazione interiore, di prova, di maturazione spirituale, dell'esperienza dell'incontro con il Signore che offre la sua comunione e rivela il suo volto.
 Questa comunione piena porta alla consapevolezza di sé, delle proprie risorse e mancanze. Ma al tempo stesso porta alla pacificazione con noi stessi, alla nostra realizzazione piena. Un'esistenza pacificata sarà allora un'esistenza vissuta nella serenità, nella pace, nella gioia. Nella nostra condizione esistenziale sicuramente non mancheranno mai i rovesci della vita; non possiamo dimenticarci che, come esseri umani, abbiamo limiti psicofisici e biologici oggettivi e viviamo in una realtà fisica e sociale che generalmente è ostile. Se avessimo la piena consapevolezza della loro ineluttabilità e della loro necessità li vivremmo senza subirli.
Spiritualmente è quindi un errore fuggire dal nostro deserto quotidiano, perché così facendo perdiamo la possibilità dell'incontro con Dio.
Ma come possiamo evitare questa fuga che, a ben vedere, ci porterebbe a tornare alla schiavitù in Egitto e dirigerci invece fiduciosi e decisi verso il monte Sinai, il luogo dell'incontro? La risposta è semplice: il cammino è possibile se è Dio che ci conduce. Noi non conosciamo la strada. L'esperienza umana insegna che quando siamo convinti di conoscere la strada in realtà non stiamo seguendo Dio ma noi stessi.
Dobbiamo farci condurre docilmente da Dio, fidandoci di Lui, cercando nella nostra vita i segni della Sua presenza che, a dispetto di quanto pensiamo, sono molto più numerosi di quanto non immaginiamo.
Torniamo alla narrazione biblica dell'Esodo:
Ad ogni tappa, quando la nube s'innalzava e lasciava la Dimora, gli Israeliti levavano l'accampamento. Se la nube non si innalzava, essi non partivano, finché non si fosse innalzata. Perché la nube del Signore durante il giorno rimaneva sulla Dimora e durante la notte vi era in essa un fuoco, visibile a tutta la casa d'Israele, per tutto il tempo del loro viaggio.
(Es. 40,36-38)
Con queste parole sintetiche ed incisive si conclude il libro biblico dell'Esodo. Una chiusura estremamente significativa ripresa anche nel libro successivo, quello dei Numeri:
Se la nube rimaneva ferma sulla dimora due giorni o un mese o un anno, gli Israeliti restavano accampati e non partivano: quando la nube si alzava, levavano il campo. Per ordine del Signore si accampavano e per ordine del Signore levavano il campo;
 (Nm 9, 22-23a)
Questa è la vita nel deserto, la condizione per arrivare alla terra promessa, e così che ha voluto il Signore. È Lui che guida il nostro cammino, Lui che provvede al cibo e all'acqua necessari alla nostra sussistenza. Ci vuole fede per vivere in funzione di ciò che è necessario per il nostro viaggio, accogliendolo direttamente dalla mano del Signore, ricevendo quanto vuole Lui e ciò che Lui vuole darci.
 Facciamo un'altra considerazione connessa al viaggio. Nel famoso racconto della manna apprendiamo che è Dio stesso a procurare il cibo necessario, sempre lo stesso, solo per quella giornata: questo per insegnare al popolo che doveva dipendere da Dio ogni giorno. Ogni giorno Dio provvedeva cibo fresco in quantità sufficiente al fabbisogno di ciascuno.
Allora il Signore disse a Mosè: "Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no. Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il doppio di ciò che raccoglieranno ogni altro giorno".
(Es, 16. 16,4-5)
Noi non ragioniamo in questo modo. Siamo strutturati per programmare il nostro futuro, in ogni suo dettaglio: è istintivo, è nella nostra natura.
Il grande insegnamento biblico rovescia totalmente la nostra logica e ci dice che si può camminare nel deserto solo se ci si abbandona alla Divina Provvidenza. Questo significa rinunciare alle proprie risorse, ai propri ragionamenti alle proprie paure o convenienze. Nel deserto si cammina seguendo la guida di un Altro: in tutto e per tutto.
Una via illogica per noi esseri razionali. Eppure questa è l'unica via che conduce a Dio. Per poter intraprendere questo viaggio è dunque necessaria una grande fiducia. In caso contrario le prove, la fatica, la mancanza di un appoggio ci travolgeranno. Soccomberemo al dubbio, alla tentazione di ritornare sui nostri passi. Non è un cammino facile. Eppure questo è il solo viaggio che può farci maturare nella fede, quella fede totale che ci permette di incontrare Dio faccia a faccia. Come è stato per Mosè, per i Patriarchi, per tutti gli amici di Dio.

LA FEDE: UNA DIMENSIONE ESISTENZIALE
La fede si presenta così come una condizione che accompagna tutta l'esistenza, una dimensione del vivere quotidiano che deve progressivamente maturare.
 Tale processo di maturazione può concretizzarsi solo nella prova: non attraverso ragionamenti mentali, ma vivendo una stretta comunione con Dio.
Questo processo non è facile. Richiede uno sforzo straordinario di abbandono di noi stessi a Dio. E il popolo di Israele non manca di darci una prova delle difficoltà e dei rischi. Pur avendo ottenuto la liberazione da una condizione di sofferenza, umiliazione e morte, il nuovo popolo si trova ora quasi a rimpiangere il proprio passato che, pur nella prigionia, gli garantiva qualcosa di certo. Inizia a serpeggiare allora un sentimento di ostilità, mormorazione e ribellione degli israeliti verso Mosè, la guida del popolo accreditata da Dio stesso per mezzo dei prodigi:
Mosè fece levare l'accampamento di Israele dal Mare Rosso ed essi avanzarono verso il deserto di Sur. Camminarono tre giorni nel deserto e non trovarono acqua. Arrivarono a Mara, ma non potevano bere le acque di Mara, perché erano amare. Per questo erano state chiamate Mara. Allora il popolo mormorò contro Mosè: "Che berremo?".
 (Es 15,22-24)
Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: "Fossimo morti per mano del Signore nel paese d'Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine".
(Es 16,2-3)
Il popolo protestò contro Mosè: "Dateci acqua da bere!". Mosè disse loro: "Perché protestate con me? Perché mettete alla prova il Signore?". In quel luogo dunque il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: "Perché ci hai fatti uscire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?".  (Es 17,2-3)
 
IL RIMPIANTO DELLA PRIGIONE
Il deserto può diventare il luogo dove si rimpiange la propria schiavitù. Questo evento, questa situazione è ben descritta nel salmo 94 che la Chiesa recita tutte le mattine nell'invitatorio della liturgia delle ore.
Il viaggio di Israele verso la libertà a causa della sua ribellione arriva a diventare un viaggio di morte. I fuoriusciti dall'Egitto non vedranno la terra promessa e saranno condannati a vagare per quarant'anni nel deserto: "Ah se il mio popolo si fosse fidato …".
Nel capitolo 14 del libro dei Numeri leggiamo:
Allora tutta la comunità alzò la voce e diede in alte grida; il popolo pianse tutta quella notte. Tutti gli Israeliti mormoravano contro Mosè e contro Aronne e tutta la comunità disse loro: "Oh! fossimo morti nel paese d'Egitto o fossimo morti in questo deserto! E perché il Signore ci conduce in quel paese per cadere di spada? Le nostre mogli e i nostri bambini saranno preda. Non sarebbe meglio per noi tornare in Egitto?". Si dissero l'un l'altro: "Diamoci un capo e torniamo in Egitto".
(Nm 14,1-4)
Il Signore disse: "Io perdono come tu hai chiesto; ma, per la mia vita, com'è vero che tutta la terra sarà piena della gloria del Signore, tutti quegli uomini che hanno visto la mia gloria e i prodigi compiuti da me in Egitto e nel deserto e tuttavia mi hanno messo alla prova gia dieci volte e non hanno obbedito alla mia voce, certo non vedranno il paese che ho giurato di dare ai loro padri. Nessuno di quelli che mi hanno disprezzato lo vedrà;
(Nm 14,20-23)
I vostri figli saranno nomadi nel deserto per quarant'anni e porteranno il peso delle vostre infedeltà, finché i vostri cadaveri siano tutti quanti nel deserto. Secondo il numero dei giorni che avete impiegato per esplorare il paese, quaranta giorni, sconterete le vostre iniquità per quarant'anni, un anno per ogni giorno e conoscerete la mia ostilità. Io, il Signore, ho parlato. Così agirò con tutta questa comunità malvagia che si è riunita contro di me: in questo deserto saranno annientati e qui moriranno".
 (Nm 14,33-35)
Come si vede, la Scrittura non è un libro celebrativo. Gli scrittori, ispirati dallo Spirito Santo, non si sono preoccupati di scrivere un racconto epico. E questo ci deve confortare e far riflettere: ai redattori interessava evidenziare come l'uomo può diventare misero, meschino e auto-condannarsi all'infelicità. Questo per mettere in guardia proprio noi, oggi, in questo momento.
Purtroppo leggiamo di un avvenimento tragicamente emblematico. Leggiamo nell'esodo una catena di espressioni e comportamenti umani che fanno pensare. Nonostante il popolo abbia visto cose grandi, sperimentato la potenza di Dio e la Sua provvidenza, alla fine cede alla parte più misera di sé.
 C'è una legge di solidarietà che ci lega ai nostri figli. Se due genitori hanno una malattia spirituale la trasmettono ai figli. I figli di Israele hanno pagato per la debolezza dei propri genitori. Nonostante il passaggio attraverso le piaghe, il passaggio dal mare dei giunchi, il ricevimento della legge da Dio, la Torah, la stipula dell'alleanza con Dio, tutti sono morti. Nessuno è arrivato al luogo della felicità, della pace. È mancata la fede in Dio.
 
RIFLESSIONI CONCLUSIVE
Dalle considerazioni svolte, alla luce della esperienza di Israele, vediamo che il deserto, che evoca morte e aridità nel nostro immaginario, può essere una vera opportunità di verifica per noi stessi, per la nostra vita, il nostro spirito. Perché il deserto è il luogo dell'autenticità, della verità e della crescita: solo quando arriviamo all'essenziale possiamo veramente capire chi siamo e se abbiamo fiducia in Dio.
Per questi motivi il deserto diventa condizione essenziale per un'autentica esperienza spirituale di fede.
La vita ci insegna che sono pochi gli incontri umani veramente autentici e significativi: perché spesso manca il desiderio di affrontare i momenti della crescita, quelle situazioni che possono essere pesanti perché implicano da parte nostra un forte sforzo personale, e non sempre vogliamo intraprendere questa fatica.
Ci sono anche pochi veri grandi amori perché non si è capaci di inoltrarsi nel deserto per incontrare l'altro. Il vero amore è andare incontro all'altro, rinunciare a sé stessi per donarsi ed entrare in comunione con l'altro: la non volontà di seguire questa strada è quella che porta quasi sempre, nel 99% dei casi, al fallimento di un rapporto d'amore.
Il rapporto con Dio, che è rapporto d'amore, non sfugge a questa logica: pochi incontrano Dio, perché pochi sono disposti ad incamminarsi nel deserto dove lo possono incontrare.
È opportuno allora chiedersi, con maturità e realismo, che cosa cerchiamo davvero in un rapporto con Dio: il Suo volto o la sua consolazione?
 La comunione con Dio è l'unica dimensione esistenziale che porta pienezza e vita, ma per realizzarsi richiede un passaggio doloroso che è essenzialmente la presa di coscienza di sé. Un periodo di deserto, appunto. È una dinamica che fa paura perché porta sofferenza. Succede allora che spesso si cercano scappatoie in cose e rapporti apparentemente più facili che, però, non conducono all'incontro con Dio e si risolvono in una situazione di morte.
Sia ben chiaro che ancora non stiamo facendo un discorso cristiano. L'esperienza del deserto è un'esperienza spirituale universale che travalica la tradizione cristiana, perché è una dimensione dello spirito, è uno schema concettuale, spirituale col quale affrontare la vita.
Spesso sentiamo di persone che fuggono il cristianesimo perché trovano duro e difficile il cammino della croce, della sofferenza, il martirio personale che ci porta a rinunciare a noi stessi. Spesso sembra che altre religioni offrano vie più facili. Non è così. Tutte le discipline spirituali storiche, quelle autentiche, arrivano a questo passaggio: la negazione di sé e l'abbandono in Dio. Qualunque cammino che vuole negare questa dimensione, fallisce in partenza ed è solo una grande illusione che ben presto rivelerà il suo nulla.
Attraverso l'esperienza biblica del deserto, Dio vuole rivelare il mistero della crescita, della vita e della morte. Oltre alla vicenda dell'esodo, i riferimenti al deserto sono tanti nella Scrittura.
Pensiamo ai profeti come Osea che parlano del deserto come tempo di attesa e incontro:
la attirerò nel deserto e parlerò al suo cuore
(Os 2, 14)
Il Nuovo Testamento si apre nel deserto; è nell'aridità di una terra secca e solitaria che predica Giovanni il Battista, è nel deserto che Gesù viene tentato; ancora, Gesù vive il deserto nel suo viaggio a Gerusalemme, nell'orto degli Ulivi, sul Calvario.
Il deserto spirituale è presentato da tanti mistici come S. Giovanni della Croce e il suo cammino nella notte oscura.
INFLUSSO DELL'ESODO SULLA CHIESA
Oggi l'esodo ha un forte influsso anche nella Chiesa. Lo vediamo in due grandi prospettive.
La prima è quella della teologia della liberazione, sviluppata sopratutto nel sud America e nell'Africa oppressa. Essa si sforza di portare all'attenzione ecclesiale la necessità della liberazione di tutto l'uomo, compresa la sua condizione sociale.
La seconda è quella della ecclesiologia del Concilio Vaticano Secondo che ha ridefinito la Chiesa in modo nuovo rispetto al passato: prima la Chiesa era definita come la societas perfecta, oggi è definita come il popolo di Dio peregrinante sulla terra. Lo dice chiaramente la Lumen Gentium: "la Chiesa è pellegrina sulla terra alla ricerca del Regno" e noi cristiani siamo, oggi, il popolo di Dio in cammino nel deserto del mondo verso la Gerusalemme del Cielo.
GUIDA PER LA RIFLESSIONE PERSONALE
È interessante a questo punto porci alcune domande che possono essere altrettante piste di riflessione personale.
 Chiediamoci:
•l'idea del cammino nel deserto fa parte della nostra prospettiva di fede oppure cerchiamo di evitarla ad ogni costo?
•Nel momento in cui ci troviamo nel nostro deserto, come lo viviamo? Lo accogliamo serenamente o lo subiamo?
•C'è mai stato un deserto vero nella nostra vita? Come lo abbiamo vissuto? È stato un momento di crescita o lo abbiamo negato?
•Quando Dio ci chiama ad entrare nel deserto, riusciamo a riconoscere il suo invito e ci inoltriamo in questa dimensione abbandonandoci a Lui con fede, sicuri che se permette questa prova noi abbiamo le forze per contrastarla? oppure ci ribelliamo con il rifiuto ed entriamo in conflitto con Dio?
 

lunedì 29 giugno 2015

SALMO 115 - RENDIMENTO DI GRAZIE NEL TEMPIO - BENEDETTO XVI


BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 25 maggio 2005 

SALMO 115 - RENDIMENTO DI GRAZIE NEL TEMPIO

Primi Vespri - Domenica 3a settimana

1. Il Salmo 115 col quale abbiamo ora pregato è stato sempre in uso nella tradizione cristiana, a partire da san Paolo che, citandone l’avvio nella traduzione greca della Settanta, così scrive ai cristiani di Corinto: «Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo» (2Cor 4,13).
L’Apostolo si sente in spirituale accordo col Salmista nella serena fiducia e nella sincera testimonianza, nonostante le sofferenze e debolezze umane. Scrivendo ai Romani, Paolo riprenderà il v. 2 del Salmo e delineerà un contrasto tra il Dio fedele e l’uomo incoerente: «Resti fermo che Dio è verace e ogni uomo mentitore» (Rm 3,4).
La tradizione successiva trasformerà questo canto in una celebrazione del martirio (cfr Origene, Esortazione al martirio, 18: Testi di Spiritualità, Milano 1985, pp. 127-129) a causa dell’affermazione della «morte preziosa dei fedeli» (cfr Sal 115,15). Oppure ne farà un testo eucaristico in considerazione del riferimento al «calice della salvezza» che il Salmista eleva invocando il nome del Signore (cfr v. 13). Questo calice è identificato dalla tradizione cristiana col «calice della benedizione» (cfr 1Cor 10,16), col «calice della nuova alleanza» (cfr 1Cor 11,25; Lc 22,20): sono espressioni che nel Nuovo Testamento rimandano appunto all’Eucaristia.
2. Il Salmo 115 nell’originale ebraico costituisce un’unica composizione col Salmo precedente, il 114. Ambedue costituiscono un ringraziamento unitario, rivolto al Signore che libera dall’incubo della morte.
Nel nostro testo affiora la memoria di un passato angoscioso: l’orante ha tenuta alta la fiaccola della fede, anche quando sulle sue labbra affiorava l’amarezza della disperazione e dell’infelicità (cfr Sal 115,10). Attorno, infatti, si levava come una cortina gelida di odio e di inganno, perché il prossimo si manifestava falso e infedele (cfr v. 11). La supplica, però, ora si trasforma in gratitudine perché il Signore ha sollevato il suo fedele dal gorgo oscuro della menzogna (cfr v. 12).
L’orante si dispone, perciò, ad offrire un sacrificio di ringraziamento, nel quale si berrà al calice rituale, la coppa della libagione sacra che è segno di riconoscenza per la liberazione (cfr v. 13). È quindi la Liturgia la sede privilegiata in cui innalzare la lode grata al Dio salvatore.
3. Infatti si fa cenno esplicito, oltre che al rito sacrificale, anche all’assemblea di «tutto il popolo», davanti al quale l’orante scioglie il voto e testimonia la propria fede (cfr v. 14). Sarà in questa circostanza che egli renderà pubblico il suo ringraziamento, ben sapendo che, anche quando incombe la morte, il Signore è chino su di lui con amore. Dio non è indifferente al dramma della sua creatura, ma spezza le sue catene (cfr v. 16).
L’orante salvato dalla morte si sente «servo» del Signore, «figlio della sua ancella» (ibidem), una bella espressione orientale per indicare chi è nato nella stessa casa del padrone. Il Salmista professa umilmente e con gioia la sua appartenenza alla casa di Dio, alla famiglia delle creature unite a lui nell’amore e nella fedeltà.
4. Il Salmo, sempre attraverso le parole dell’orante, finisce evocando di nuovo il rito di ringraziamento che sarà celebrato nella cornice del tempio (cfr vv. 17-19). La sua preghiera si collocherà così in ambito comunitario. La sua vicenda personale è narrata perché sia per tutti di stimolo a credere e ad amare il Signore. Sullo sfondo, pertanto, possiamo scorgere l’intero popolo di Dio mentre ringrazia il Signore della vita, il quale non abbandona il giusto nel grembo oscuro del dolore e della morte, ma lo guida alla speranza e alla vita.
5. Concludiamo la nostra riflessione affidandoci alle parole di san Basilio Magno che, nell’Omelia sul Salmo 115, così commenta la domanda e la risposta presenti nel Salmo: “Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato? Alzerò il calice della salvezza. Il Salmista ha compreso i moltissimi doni ricevuti da Dio: dal non essere è stato condotto all’essere, è stato plasmato dalla terra e dotato di ragione… ha poi scorto l’economia di salvezza a favore del genere umano, riconoscendo che il Signore ha dato se stesso in redenzione al posto di tutti noi; e rimane incerto, cercando fra tutte le cose che gli appartengono, quale dono possa mai trovare che sia degno del Signore. Che cosa dunque renderò al Signore? Non sacrifici, né olocausti… ma tutta la mia stessa vita. Per questo dice: Alzerò il calice della salvezza, chiamando calice il patire nel combattimento spirituale, il resistere al peccato sino alla morte. Ciò che, del resto, insegnò il nostro Salvatore nel Vangelo: Padre, se è possibile, passi da me questo calice; e di nuovo ai discepoli: potete bere il calice che io berrò?, significando chiaramente la morte che accoglieva per la salvezza del mondo» (PG XXX, 109).

Saint Pierre et Paul devant Néron

L'ULTIMO SERMONE DI SANT'ANTONIO: DEDICATO AI SANTI PIETRO E PAOLO

 
L'ULTIMO SERMONE DI SANT'ANTONIO: DEDICATO AI SANTI PIETRO E PAOLO
 
sabato 29 giugno 2013
 
Nel Sermonario del santo Dottore di Padova il testo dedicato ai due Apostoli, colonne della Chiesa, è l'ultimo tra quelli in onore dei santi. Come si sa, i Sermoni festivi che Antonio stava componendo vengono lasciati incompiuti a causa della sua prematura morte.
Tuttavia per la solennità odierna il Dottore Evangelico ci parla ancora dai suoi scritti. Ne rileggiamo un paragrafo, preso dal cuore del Sermone allegorico (cioè, nella terminologia antoniana: dottrinale) sui santi Pietro e Paolo (qui si può leggere l'intero testo). Secondo il sistema classico della predicazione medievale Antonio parte per i suoi discorsi da un versetto biblico, che spesso a noi può apparire completamente scollegato rispetto all'occasione. Ma l'occhio penetrante del commentatore spirituale non guarda secondo le categorie contemporanee, ma bada ai richiami interni delle parole e segue le suggestioni degli agganci lessicali che si rincorrono nella catena delle citazioni. In questo caso il passo biblico da cui si parte è Dt 33,18-19: «Rallègrati, Zabulon, nella tua uscita, e tu, Issacar, nelle tue tende. Chiameranno i popoli sulla montagna e immoleranno sacrifici legittimi. Succhieranno come latte le inondazioni del mare»:
Questi due apostoli furono, come oggi, lieti nel loro martirio: Pietro «nella sua uscita», dal supplizio della croce alla gloria dell'eterna beatitudine; Paolo «nelle tende», uscendo dalla tenda del suo corpo ed entrando nella tenda dell'abitazione celeste. Pietro è lieto della croce, Paolo della spada, perché sono sicuri dell'eterna ricompensa, alla quale, mentre erano in vita, avevano chiamato i popoli loro affidati.
«Chiameranno i popoli sulla montagna». Leggiamo nel libro dei Numeri: «Il Signore parlò a Mosè dicendo: Fatti due trombe d'argento battuto, con le quali potrai radunare la moltitudine» (Nm 10,1-2). Questi due apostoli sono detti trombe d'argento per la grande risonanza della loro predicazione; «d'argento battuto» perché subirono il martirio. Queste due trombe le ha fatte Cristo, cioè le ha scelte con la sua grazia, e per mezzo di esse ha chiamato la moltitudine dei popoli alla montagna della vita eterna. E come le trombe di Mosè radunavano il popolo per la guerra, per i banchetti sacri e per le solennità (cf. Nm 10,9-10), così questi due apostoli chiamarono i popoli alla guerra contro i vizi. Dice Pietro: «Siate temperanti e vegliate, perché il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente, va in giro cercando chi divorare» (1Pt 5,8). E Paolo: «Imbracciate lo scudo della fede, con il quale potrete respingere e spegnere tutti i dardi infuocati del maligno» (Ef 6,16).
Li chiamarono ai banchetti dell'innocenza e della santa vita. Pietro: «Come bambini appena nati, bramate il puro latte spirituale per crescere con esso verso la salvezza: se davvero avete già gustato come è buono il Signore» (1Pt 2,2-3). E Paolo: «Banchettiamo con azimi di sincerità e di verità» (1Cor 5,8).
Li chiamarono alla grande festa della patria celeste. Pietro: «Esulterete di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, la salvezza dell'anima vostra» (1Pt 1,8-9). E Paolo: «Correte anche voi in modo da conquistare il premio» (1Cor 9,24); e di nuovo: «Finché arriviamo tutti allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13).
E dopo che queste trombe, questi due apostoli, ebbero chiamato i popoli ai tre impegni indicati, sentiamo che cosa hanno fatto essi stessi. «E immoleranno sacrifici legittimi» (alla lett. vittime di giustizia). È ciò che hanno fatto oggi, immolando a Cristo, con il martirio, i loro corpi come vittime di giustizia, perché erano giusti e santi.
(Sermone per la Festa dei Santi Pietro e Paolo §10)
 

L'INCIDENTE DI ANTIOCHIA E LA SHOAH - LA DISPUTA TRA PIETRO E PAOLO

 
L'INCIDENTE DI ANTIOCHIA E LA SHOAH 
 
 DON CURZIO NITOGLIA
 
9 settembre 2010
 
LA DISPUTA TRA PIETRO E PAOLO
 
   S. Paolo nell’epistola ai Galati (II, 11-21) ci narra della controversia sorta tra lui e S. Pietro quanto a due diversi modi di agire  pastoralmente, che però avrebbero avuto conseguenze dottrinali e  dommatiche. Nel 49 ad Antiochia alcuni cristiani giudaizzanti, iniziarono a criticare l’attività missionaria di S. Paolo e S. Barnaba, affermando che per salvarsi non bastava il battesimo, ma era necessaria la circoncisione e l’osservanza della legge cerimoniale ebraica dell’Antico Testamento (At, XV, 1 ss.). Costoro volevano imporre ai cristiani il giudaismo quale “fratello maggiore e prediletto”, come se “L’Antica Alleanza non fosse mai stata revocata”, “nihil sub sole novi”. S. Paolo invece, ispirato dallo Spirito Santo e garantito dall’inerranza biblica, aveva scritto che oramai, con l’Incarnazione del Verbo e la sua morte in Croce, ci si salva solo “per mezzo della Fede senza le opere della Legge [cerimoniale] mosaica” (Rom., III, 28). L’Apostolo si appellò contro i giudaizzanti a S. Pietro, che indisse il primo Concilio ecumenico della Chiesa cattolica a Gerusalemme nel 50. Egli assieme agli Apostoli “cum Petro et sub Petro” definì che “noi [giudei] crediamo di essere salvati per la grazia del Signore Gesù Cristo allo stesso modo che i pagani” (At.,XV, 11). Tuttavia S. Giacomo, “pro bono pacis” suggerì un accorgimento pastorale per non urtare la suscettibilità dei cristiani di origine ebraica, chiedendo che i pagani divenuti cristiani si astenessero, ad tempus e in certi luoghi, da alcune pratiche (le carni immolate agli idoli, il matrimonio tra parenti anche relativamente lontani, la carne di animali soffocati e il sangue), non perché cattive in sé, ma in quanto suscettibili di essere male interpretate da coloro che venivano dal giudaismo al cristianesimo. Tutto filava liscio, quando poco tempo dopo S. Pietro si recò ad Antiochia e conformemente alla dottrina del Concilio di Gerusalemme andava a pranzo anche dai pagani convertitisi a Cristo, ma ciò per gli ebrei era severamente proibito, poiché il “cerimoniale” mosaico considerava immondi i pagani. Tuttavia dopo Cristo i cristiani che provenivano dal paganesimo non solo non erano più immondi, ma erano stati santificati dalla grazia abituale. Allora S. Pietro “temendo quelli della circoncisione cominciò a non frequentare più i cristiani convertiti che erano di origini pagane. E con lui anche altri giudei. […]. Quando vidi che non marciavano diritto - scrive S. Paolo - rispetto al Vangelo, dissi a Cefa davanti a tutti: ‘Se tu che sei giudeo e vivi alla gentile e non alla giudaica, perché obblighi i Gentili a giudaizzare’?” (Gal., II, 12-14). La pratica o condotta pastorale di Cefa era equivoca, non peccaminosa in sé ma suscettibile di portare all’errore  dogmatico giudaizzante. Si era lasciato “intimorire” e si era “appartato” dai cristiani di origine non-ebraica. Dovendo dispiacere a qualcuno si cerca sempre o quasi di farlo con i meno pericolosi e potenti. Tuttavia la pastorale che in sé non era gravemente peccaminosa, poteva passare da questione prudenziale a problema dottrinale:  Cristo ha bisogno anche del cerimoniale mosaico o basta da Sé a salvarci? È la Fede e le “buone opere” (i 10 Comandamenti) a salvare l’uomo o le “opere cerimoniali giudaiche”? Di fronte a questo pericolo di pervertimento dogmatico, S. Paolo insorse, pubblicamente e con energia, fece notare a S. Pietro la pericolosità delle conseguenze dogmatiche della sua condotta pastorale o prudenziale. “Quando venne Cefa ad Antiochia, gli resistetti in faccia, poiché era reprensibile ossia era in torto” (Gal., II, 11). Si oppose a lui in pubblico e non alle spalle. Certamente il comportamento prudenziale di Pietro in sé non obbligava de jure o per principio nessuno all’osservanza dogmatico-morale del cerimoniale mosaico. Tuttavia il suo modo di agire, troppo prudente, spingeva verso il vincolo del giudaismo come fosse obbligante. S. Tommaso d’Aquino vi vede soltanto un peccato veniale di fragilità (S. Th.  I-II, q. 103, a. 4; Ad Galatas, cap. III, lect. 7-8)[1]. Tale debolezza o peccato veniale di Pietro non mina l’infallibilità pontificia anzi la conferma. Il suo esempio trascina tutti, anche Barnaba, solo Paolo (che soffriva di una specie di “epilessia”, ma non ne era calunniato dai confratelli) non lo segue. È certo ed è rivelato che ad Antiochia in quei giorni Pietro ha sbagliato pastoralmente, senza far naufragio dommaticamente, poiché non ha voluto obbligare a credere e ad agire alla maniera ebraica, ciò era stato definito da Pietro e dagli Apostoli riuniti al Concilio di Gerusalemme cum Petro et sub Petro infallibilmente e dogmaticamente. Ma per agire troppo prudentemente Cefa sbagliò pastoralmente o praticamente, non vedendo le conclusioni  dogmatiche che altri avrebbero tratte dal suo modus operandi. Vi fu solo un errore di comportamento pratico o pastorale (“conversationis fuit vitium, non praedicationis”, Tertulliano, De praescrptione haereticorum, XXIII), in un ambito in cui il Papa non è assistito infallibilmente dallo Spirito Santo.
Sua attualità per noi
Tale episodio è oggi più attuale che mai, il Papa può errare pastoralmente, senza inficiare il suo Primato, la sua Infallibilità e l’Indefettibilità della Chiesa, quindi nel Concilio Vaticano II, voluto esplicitamente “pastorale” e non dogmatico da Giovanni XXIII e Paolo VI, vi possono esser degli errori (cfr. B. Gherardini, Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, 2009; Id., Tradidi quod et accepi. La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa, Frigento, 2010). Di fronte a tali errori è lecita la resistenza pubblica e attiva, senza dover giungere alla conclusione della “sede abitualmente vacante” occupata da un impostore.
La morale da trarne
Dulcis in fundo, l’errore pratico e iper-prudenziale di Pietro “propter moetum judaeorum” si ripresenta dal 1965 ad oggi (27 febbraio 2010) e terrorizza i Papi, che - inoltre - non osano riaffermare la verità. Il loro errore è più grave di quello di Pietro, poiché è dottrinale e non solo prudenziale, ma non inficia l’Infallibilità della Chiesa in quanto tale insegnamento ecumenico verso il giudaismo talmudico non vuole essere dogmatico e non vuole obbligare a credere, manca ad esso la “voluntas defieniendi”, che sola lo renderebbe infallibile. Purtroppo essa ha invaso anche le menti e i cuori degli uomini, degli storici e degli ecclesiastici, i quali non osano chiedere le prove della eliminazione fisica di 6 milioni di ebrei, tramite camere a gas (detta “shoah). Tale parola fa paura e ci si inchina supinamente davanti ad essa, pur non godendo di prove serie, storiche, documentarie, scientifiche. Se qualche storico o ecclesiastico si azzarda a chiederle, viene tacciato di “nazista”, “negazionista” e messo ai margini della società e della Chiesa. Sarebbe bene che chi detiene il potere nella Società civile come in quella ecclesiastica, mediti sia sul comportamento coraggioso di Paolo, che riprese in pubblico Pietro e soprattutto su quello umile e aperto alla verità di Pietro, che riconobbe candidamente di aver sbagliato, per un eccesso di “prudenza”. Tale questione in sé non è dogmatica, ma le sue conseguenze lo sono, proprio come avvenne ad Antiochia, poiché Jules Isaac chiese ed ottenne la Dichiarazione “Nostra aetate” del Vaticano II, a partire dalla terribile shoah. Ora “Nostra aetate” è una questione di Fede e da essa è nato un lungo insegnamento erroneo, non dommaticamente vincolante, che è in contraddizione con la retta interpretazione della S. Scrittura fornita dai Padri della Chiesa, e dal magistero ecclesiastico sino a Pio XII. La gerarchia cattolica non può nascondersi dietro a un dito e dire “è solo un problema storico”, no da esso ne consegue il ribaltamento della dottrina tradizionale sui rapporti tra Antico e Nuovo Testamento (“L’Antica Alleanza mai revocata”, Giovanni Paolo II a Magonza nel 1980; gli “Ebrei fratelli maggiori e prediletti nella Fede di Abramo”, Giovanni Paolo II, 13 aprile 1986; “chi nega la shoah quale sterminio pianificato di 6 milioni di ebrei tramite camere a gas, non può esercitare il ministero episcopale nella Chiesa cattolica”, Benedetto XVI, febbraio 2010) e più ancora tra Cristianesimo e talmudismo. Quindi non si può tacere, anzi occorre riaffermare la dottrina tradizionale e sfatare il mito sterminazionista dell’olocausto ebraico che vorrebbe rimpiazzare quello di Gesù Cristo. Altrimenti si cede inizialmente su una questione storica per arrivare a errare in materia di Fede e di Morale, come sarebbe avvenuto ad Antiochia se Paolo non avesse parlato in pubblico e con energia e se Pietro non avesse ammesso di essersi sbagliato. Ne va in gioco la dottrina bi-millenaria della Chiesa e il rischio di giudaizzare, per eccesso di prudenzialità o pastoralità. Ostinarsi a far finta di nulla significa perpetuare l’equivoco del Vaticano II.
“O Dio che ci hai consacrato col martirio dei tuoi Apostoli Pietro e Paolo, concedi alla tua Chiesa di seguire in tutto l’insegnamento e gli esempi di coloro da cui ricevette le primizie della Fede”.
 

domenica 28 giugno 2015

Church of Saints Peter & Paul, Malta

SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO 2008 - OMELIE BARTOLOMEO I E BENEDETTO XVI

 
CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO
OMELIE DEL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO I E DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
 
Basilica Vaticana
 
Domenica, 29 giugno 2008
 
INTRODUZIONE DEL SANTO PADRE ALL'OMELIA DEL PATRIARCA

Fratelli e Sorelle,
la grande festa dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di questa Chiesa di Roma e posti a fondamento, insieme agli altri Apostoli, della Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, ci porta ogni anno la gradita presenza di una Delegazione fraterna della Chiesa di Costantinopoli, che quest’anno, per la coincidenza con l’apertura dell’"Anno Paolino", è guidata dallo stesso Patriarca, Sua Santità Bartolomeo I. A lui rivolgo il mio cordiale saluto, mentre esprimo la gioia di avere ancora una volta la felice opportunità di scambiare con lui il bacio della pace, nella comune speranza di vedere avvicinarsi il giorno dell’"unitatis redintegratio", il giorno della piena comunione tra noi.
Saluto pure i membri della Delegazione patriarcale, come anche i Rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali, che ci onorano della loro presenza, offrendo con ciò un segno della volontà di intensificare il cammino verso la piena unità tra i discepoli di Cristo. Ci disponiamo ora ad ascoltare le riflessioni di Sua Santità il Patriarca Ecumenico, parole che vogliamo accogliere con il cuore aperto, perché ci vengono dal nostro Fratello amato nel Signore.
 
OMELIA DEL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO I
Santità,
avendo ancora viva la gioia e l’emozione della personale e benedetta partecipazione di Vostra Santità alla Festa Patronale di Costantinopoli, nella memoria di San Andrea Apostolo, il Primo Chiamato, nel novembre del 2006, ci siamo mossi "con passo esultante", dal Fanar della Nuova Roma, per venire presso di Voi, per partecipare alla Vostra gioia nella Festa Patronale della Antica Roma. E siamo giunti presso di Voi "con la pienezza della Benedizione del Vangelo di Cristo" (Rom. 15,29), restituendo l’onore e l’amore, festeggiando insieme col nostro prediletto Fratello nella terra d’Occidente, "i sicuri e ispirati araldi, i Corifei dei Discepoli del Signore", i Santi Apostoli Pietro, fratello di Andrea, e Paolo - queste due immense, centrali colonne elevate verso il cielo, di tutta quanta la Chiesa, le quali – in questa storica città, - hanno dato anche l’ultima lampante confessione di Cristo e qui hanno reso la loro anima al Signore con il martirio, uno attraverso la croce e l’altro per mezzo della spada, santificandola.
Salutiamo quindi, con profondissimo e devoto amore, da parte della Santissima Chiesa di Costantinopoli e dei suoi figli sparsi nel mondo, la Vostra Santità, desiderato Fratello, augurando dal cuore "a quanti sono in Roma amati da Dio" (Rom. 1,7), di godere buona salute, pace, prosperità, e di progredire giorno e notte verso la salvezza "ferventi nello spirito, servendo il Signore, lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera" (Rom. 12, 11-12).
In entrambe le Chiese, Santità, onoriamo debitamente e veneriamo tanto colui che ha dato una confessione salvifica della Divinità di Cristo, Pietro, quanto il vaso di elezione, Paolo, il quale ha proclamato questa confessione e fede fino ai confini dell’universo, in mezzo alle più inimmaginabili difficoltà e pericoli. Festeggiamo la loro memoria, dall’anno di salvezza 258 in avanti, il 29 giugno, in Occidente e in Oriente, dove nei giorni che precedono, secondo la tradizione della Chiesa antica, in Oriente ci siamo preparati anche per mezzo del digiuno, osservato in loro onore. Per sottolineare maggiormente l’uguale loro valore, ma anche per il loro peso nella Chiesa e nella sua opera rigeneratrice e salvifica durante i secoli, l’Oriente li onora abitualmente anche attraverso un’icona comune, nella quale o tengono nelle loro sante mani un piccolo veliero, che simboleggia la Chiesa, o si abbracciano l’un l’altro e si scambiano il bacio in Cristo.
Proprio questo bacio siamo venuti a scambiare con Voi, Santità, sottolineando l’ardente desiderio in Cristo e l’amore, cose queste che ci toccano da vicino gli uni gli altri.
Il Dialogo teologico tra le nostre Chiese "in fede, verità e amore", grazie all’aiuto divino, va avanti, al di là delle notevoli difficoltà che sussistono ed alle note problematiche. Desideriamo veramente e preghiamo assai per questo; che queste difficoltà siano superate e che i problemi vengano meno, il più velocemente possibile, per raggiungere l’oggetto del desiderio finale, a gloria di Dio.
Tale desiderio sappiamo bene essere anche il Vostro, come siamo anche certi che Vostra Santità non tralascerà nulla lavorando di persona, assieme ai suoi illustri collaboratori attraverso un perfetto appianamento della via, verso un positivo completamento a Dio piacente, dei lavori del Dialogo.
Santità, abbiamo proclamato l’anno 2008, "Anno dell’Apostolo Paolo", così come anche Voi fate del giorno odierno fino all’anno prossimo, nel compimento dei duemila anni dalla nascita del Grande Apostolo. Nell’ambito delle relative manifestazioni per l’anniversario, in cui abbiamo pure venerato il preciso luogo del Suo Martirio, programmiamo tra le altre cose un sacro pellegrinaggio ad alcuni monumenti della attività evangelica dell’Apostolo in Oriente, come Efeso, Perge, ed altre città dell’Asia Minore, ma anche Rodi e Creta, alla località chiamata "Buoni Porti". Siate sicuro, Santità, che in questo sacro tragitto, sarete presente anche Voi, camminando con noi in spirito, e che ciascun luogo eleveremo un’ardente preghiera per Voi e per i nostri fratelli della venerabile Chiesa Romano-Cattolica, rivolgendo una forte supplica e intercessione del divino Paolo al Signore per Voi.
E ora, venerando i patimenti e la croce di Pietro e abbracciando la catena e le stigmate di Paolo, onorando la confessione e il martirio e la venerata morte di entrambi per il Nome del Signore, che porta veramente alla Vita, glorifichiamo il Dio Tre volte Santo e lo supplichiamo, affinché per l’intercessione dei suoi Protocorifei Apostoli, doni a noi e a tutti i figli ovunque nel mondo della Chiesa Ortodossa e Romano-Cattolica, quaggiù "l’unione della fede e la comunione dello Spirito Santo" nel "legame della pace" e lassù, invece, la vita eterna e la grande misericordia. Amen.
 
OMELIA DEL SANTO PADRE
Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari fratelli e sorelle!
Fin dai tempi più antichi la Chiesa di Roma celebra la solennità dei grandi Apostoli Pietro e Paolo come unica festa nello stesso giorno, il 29 giugno. Attraverso il loro martirio, essi sono diventati fratelli; insieme sono i fondatori della nuova Roma cristiana. Come tali li canta l’inno dei secondi Vespri che risale a Paolino di Aquileia (+ 806): «O Roma felix – Roma felice, adornata di porpora dal sangue prezioso di Principi tanto grandi. Tu superi ogni bellezza del mondo, non per merito tuo, ma per il merito dei santi che hai ucciso con la spada sanguinante». Il sangue dei martiri non invoca vendetta, ma riconcilia. Non si presenta come accusa, ma come «luce aurea», secondo le parole dell’inno dei primi Vespri: si presenta come forza dell’amore che supera l’odio e la violenza, fondando così una nuova città, una nuova comunità. Per il loro martirio, essi – Pietro e Paolo – fanno adesso parte di Roma: mediante il martirio anche Pietro è diventato cittadino romano per sempre. Mediante il martirio, mediante la loro fede e il loro amore, i due Apostoli indicano dove sta la vera speranza, e sono fondatori di un nuovo genere di città, che deve formarsi sempre di nuovo in mezzo alla vecchia città umana, la quale resta minacciata dalle forze contrarie del peccato e dell’egoismo degli uomini.
In virtù del loro martirio, Pietro e Paolo sono in reciproco rapporto per sempre. Un’immagine preferita dell’iconografia cristiana è l’abbraccio dei due Apostoli in cammino verso il martirio. Possiamo dire: il loro stesso martirio, nel più profondo, è la realizzazione di un abbraccio fraterno. Essi muoiono per l’unico Cristo e, nella testimonianza per la quale danno la vita, sono una cosa sola. Negli scritti del Nuovo Testamento possiamo, per così dire, seguire lo sviluppo del loro abbraccio, questo fare unità nella testimonianza e nella missione. Tutto inizia quando Paolo, tre anni dopo la sua conversione, va a Gerusalemme, «per consultare Cefa» (Gal 1,18). Quattordici anni dopo, egli sale di nuovo a Gerusalemme, per esporre «alle persone più ragguardevoli» il Vangelo che egli predica, per non trovarsi nel rischio «di correre o di aver corso invano» (Gal 2,1s). Alla fine di questo incontro, Giacomo, Cefa e Giovanni gli danno la destra, confermando così la comunione che li congiunge nell’unico Vangelo di Gesù Cristo (Gal 2,9). Un bel segno di questo interiore abbraccio in crescita, che si sviluppa nonostante la diversità dei temperamenti e dei compiti, lo trovo nel fatto che i collaboratori menzionati alla fine della Prima Lettera di san Pietro – Silvano e Marco – sono collaboratori altrettanto stretti di san Paolo. Nella comunanza dei collaboratori si rende visibile in modo molto concreto la comunione dell’unica Chiesa, l’abbraccio dei grandi Apostoli.
Almeno due volte Pietro e Paolo si sono incontrati a Gerusalemme; alla fine il percorso di ambedue sbocca a Roma. Perché? È questo forse qualcosa di più di un puro caso? Vi è contenuto forse un messaggio duraturo? Paolo arrivò a Roma come prigioniero, ma allo stesso tempo come cittadino romano che, dopo l’arresto in Gerusalemme, proprio in quanto tale aveva fatto ricorso all’imperatore, al cui tribunale fu portato. Ma in un senso ancora più profondo, Paolo è venuto volontariamente a Roma. Mediante la più importante delle sue Lettere si era già avvicinato interiormente a questa città: alla Chiesa in Roma aveva indirizzato lo scritto che più di ogni altro è la sintesi dell’intero suo annuncio e della sua fede. Nel saluto iniziale della Lettera dice che della fede dei cristiani di Roma parla tutto il mondo e che questa fede, quindi, è nota ovunque come esemplare (Rm 1,8). E scrive poi: «Non voglio pertanto che ignoriate, fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi, ma finora ne sono stato impedito» (1,13). Alla fine della Lettera riprende questo tema parlando ora del suo progetto di andare fino in Spagna. «Quando andrò in Spagna spero, passando, di vedervi, e di esser da voi aiutato per recarmi in quella regione, dopo avere goduto un poco della vostra presenza» (15,24). «E so che, giungendo presso di voi, verrò con la pienezza della benedizione di Cristo» (15,29). Sono due cose che qui si rendono evidenti: Roma è per Paolo una tappa sulla via verso la Spagna, cioè – secondo il suo concetto del mondo – verso il lembo estremo della terra. Considera sua missione la realizzazione del compito ricevuto da Cristo di portare il Vangelo sino agli estremi confini del mondo. In questo percorso ci sta Roma. Mentre di solito Paolo va soltanto nei luoghi in cui il Vangelo non è ancora annunciato, Roma costituisce un’eccezione. Lì egli trova una Chiesa della cui fede parla il mondo. L’andare a Roma fa parte dell’universalità della sua missione come inviato a tutti i popoli. La via verso Roma, che già prima del suo viaggio esterno egli ha percorso interiormente con la sua Lettera, è parte integrante del suo compito di portare il Vangelo a tutte le genti – di fondare la Chiesa cattolica, universale. L’andare a Roma è per lui espressione della cattolicità della sua missione. Roma deve rendere visibile la fede a tutto il mondo, deve essere il luogo dell’incontro nell’unica fede.
Ma perché Pietro è andato a Roma? Su ciò il Nuovo Testamento non si pronuncia in modo diretto. Ci dà tuttavia qualche indicazione. Il Vangelo di san Marco, che possiamo considerare un riflesso della predicazione di san Pietro, è intimamente orientato verso il momento in cui il centurione romano, di fronte alla morte in croce di Gesù Cristo, dice: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (15,39). Presso la Croce si svela il mistero di Gesù Cristo. Sotto la Croce nasce la Chiesa delle genti: il centurione del plotone romano di esecuzione riconosce in Cristo il Figlio di Dio. Gli Atti degli Apostoli descrivono come tappa decisiva per l’ingresso del Vangelo nel mondo dei pagani l’episodio di Cornelio, il centurione della coorte italica. Dietro un comando di Dio, egli manda qualcuno a prendere Pietro e questi, seguendo pure lui un ordine divino, va nella casa del centurione e predica. Mentre sta parlando, lo Spirito Santo scende sulla comunità domestica radunata e Pietro dice: «Forse che si può proibire che siano battezzati con l'acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?» (At 10,47). Così, nel Concilio degli Apostoli, Pietro diventa l’intercessore per la Chiesa dei pagani i quali non hanno bisogno della Legge, perché Dio ha «purificato i loro cuori con la fede» (At 15,9). Certo, nella Lettera ai Galati Paolo dice che Dio ha dato a Pietro la forza per il ministero apostolico tra i circoncisi, a lui, Paolo, invece per il ministero tra i pagani (2,8). Ma questa assegnazione poteva essere in vigore soltanto finché Pietro rimaneva con i Dodici a Gerusalemme nella speranza che tutto Israele aderisse a Cristo. Di fronte all’ulteriore sviluppo, i Dodici riconobbero l’ora in cui anch’essi dovevano incamminarsi verso il mondo intero, per annunciargli il Vangelo. Pietro che, secondo l’ordine di Dio, per primo aveva aperto la porta ai pagani lascia ora la presidenza della Chiesa cristiano-giudaica a Giacomo il minore, per dedicarsi alla sua vera missione: al ministero per l’unità dell’unica Chiesa di Dio formata da giudei e pagani. Il desiderio di san Paolo di andare a Roma sottolinea – come abbiamo visto – tra le caratteristiche della Chiesa soprattutto la parola «catholica». Il cammino di san Pietro verso Roma, come rappresentante dei popoli del mondo, sta soprattutto sotto la parola «una»: il suo compito è di creare l’unità della catholica, della Chiesa formata da giudei e pagani, della Chiesa di tutti i popoli. Ed è questa la missione permanente di Pietro: far sì che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura o con un solo Stato. Che sia sempre la Chiesa di tutti. Che riunisca l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore. Grazie alla tecnica dappertutto uguale, grazie alla rete mondiale di informazioni, come anche grazie al collegamento di interessi comuni, esistono oggi nel mondo modi nuovi di unità, che però fanno esplodere anche nuovi contrasti e danno nuovo impeto a quelli vecchi. In mezzo a questa unità esterna, basata sulle cose materiali, abbiamo tanto più bisogno dell’unità interiore, che proviene dalla pace di Dio – unità di tutti coloro che mediante Gesù Cristo sono diventati fratelli e sorelle. È questa la missione permanente di Pietro e anche il compito particolare affidato alla Chiesa di Roma.
Cari Confratelli nell’Episcopato! Vorrei ora rivolgermi a voi che siete venuti a Roma per ricevere il pallio come simbolo della vostra dignità e della vostra responsabilità di Arcivescovi nella Chiesa di Gesù Cristo. Il pallio è stato tessuto con la lana di pecore, che il Vescovo di Roma benedice ogni anno nella festa della Cattedra di Pietro, mettendole con ciò, per così dire, da parte affinché diventino un simbolo per il gregge di Cristo, che voi presiedete. Quando prendiamo il pallio sulle spalle, quel gesto ci ricorda il Pastore che prende sulle spalle la pecorella smarrita, che da sola non trova più la via verso casa, e la riporta all’ovile. I Padri della Chiesa hanno visto in questa pecorella l’immagine di tutta l’umanità, dell’intera natura umana, che si è persa e non trova più la via verso casa. Il Pastore che la riporta a casa può essere soltanto il Logos, la Parola eterna di Dio stesso. Nell’incarnazione Egli ha preso tutti noi – la pecorella «uomo» – sulle sue spalle. Egli, la Parola eterna, il vero Pastore dell’umanità, ci porta; nella sua umanità porta ciascuno di noi sulle sue spalle. Sulla via della Croce ci ha portato a casa, ci porta a casa. Ma Egli vuole avere anche degli uomini che «portino» insieme con Lui. Essere Pastore nella Chiesa di Cristo significa partecipare a questo compito, del quale il pallio fa memoria. Quando lo indossiamo, Egli ci chiede: «Porti, insieme con me, anche tu coloro che mi appartengono? Li porti verso di me, verso Gesù Cristo?» E allora ci viene in mente il racconto dell’invio di Pietro da parte del Risorto. Il Cristo risorto collega l’ordine: «Pasci le mie pecorelle» inscindibilmente con la domanda: «Mi ami, mi ami tu più di costoro?». Ogni volta che indossiamo il pallio del Pastore del gregge di Cristo dovremmo sentire questa domanda: «Mi ami tu?» e dovremmo lasciarci interrogare circa il di più d’amore che Egli si aspetta dal Pastore.
Così il pallio diventa simbolo del nostro amore per il Pastore Cristo e del nostro amare insieme con Lui – diventa simbolo della chiamata ad amare gli uomini come Lui, insieme con Lui: quelli che sono in ricerca, che hanno delle domande, quelli che sono sicuri di sé e gli umili, i semplici e i grandi; diventa simbolo della chiamata ad amare tutti loro con la forza di Cristo e in vista di Cristo, affinché possano trovare Lui e in Lui se stessi. Ma il pallio, che ricevete «dalla» tomba di san Pietro, ha ancora un secondo significato, inscindibilmente connesso col primo. Per comprenderlo può esserci di aiuto una parola della Prima Lettera di san Pietro. Nella sua esortazione ai presbiteri di pascere il gregge in modo giusto, egli – san Pietro – qualifica se stesso synpresbýteros – con-presbitero (5,1). Questa formula contiene implicitamente un’affermazione del principio della successione apostolica: i Pastori che si succedono sono Pastori come lui, lo sono insieme con lui, appartengono al comune ministero dei Pastori della Chiesa di Gesù Cristo, un ministero che continua in loro. Ma questo "con" ha ancora due altri significati. Esprime anche la realtà che indichiamo oggi con la parola «collegialità» dei Vescovi. Tutti noi siamo con-presbiteri. Nessuno è Pastore da solo. Stiamo nella successione degli Apostoli solo grazie all’essere nella comunione del collegio, nel quale trova la sua continuazione il collegio degli Apostoli. La comunione, il "noi" dei Pastori fa parte dell’essere Pastori, perché il gregge è uno solo, l’unica Chiesa di Gesù Cristo. E infine, questo "con" rimanda anche alla comunione con Pietro e col suo successore come garanzia dell’unità. Così il pallio ci parla della cattolicità della Chiesa, della comunione universale di Pastore e gregge. E ci rimanda all’apostolicità: alla comunione con la fede degli Apostoli, sulla quale è fondata la Chiesa. Ci parla della ecclesia una, catholica, apostolica e naturalmente, legandoci a Cristo, ci parla proprio anche del fatto che la Chiesa è sancta e che il nostro operare è un servizio alla sua santità.
Ciò mi fa ritornare, infine, ancora a san Paolo e alla sua missione. Egli ha espresso l’essenziale della sua missione, come pure la ragione più profonda del suo desiderio di andare a Roma, nel capitolo 15 della Lettera ai Romani in una frase straordinariamente bella. Egli si sa chiamato «a servire come liturgo di Gesù Cristo per le genti, amministrando da sacerdote il Vangelo di Dio, perché i pagani divengano una oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo» (15,6). Solo in questo versetto Paolo usa la parola «hierourgein» – amministrare da sacerdote – insieme con «leitourgós» – liturgo: egli parla della liturgia cosmica, in cui il mondo stesso degli uomini deve diventare adorazione di Dio, oblazione nello Spirito Santo. Quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, quando nella sua realtà sarà diventato adorazione, allora avrà raggiunto la sua meta, allora sarà sano e salvo. È questo l’obiettivo ultimo della missione apostolica di san Paolo e della nostra missione. A tale ministero il Signore ci chiama. Preghiamo in questa ora, affinché Egli ci aiuti a svolgerlo in modo giusto, a diventare veri liturghi di Gesù Cristo. Amen.
  

sabato 27 giugno 2015

BENEDETTO XVI : L'UOMO IN PREGHIERA (4) - LOTTA NOTTURNA E INCONTRO CON DIO (GEN 32,23-33)

 
BENEDETTO XVI
 
UDIENZA GENERALE
 
Piazza San Pietro
 
Mercoledì, 25 maggio 2011
 
L'UOMO IN PREGHIERA (4) - LOTTA NOTTURNA E INCONTRO CON DIO (GEN 32,23-33)
 
Cari fratelli e sorelle,
Oggi vorrei riflettere con voi su un testo del Libro della Genesi che narra un episodio abbastanza particolare della storia del Patriarca Giacobbe. È un brano di non facile interpretazione, ma importante per la nostra vita di fede e di preghiera; si tratta del racconto della lotta con Dio al guado dello Yabboq, del quale abbiamo sentito un brano.
Come ricorderete, Giacobbe aveva sottratto al suo gemello Esaù la primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie e aveva poi carpito con l’inganno la benedizione del padre Isacco, ormai molto anziano, approfittando della sua cecità. Sfuggito all’ira di Esaù, si era rifugiato presso un parente, Labano; si era sposato, si era arricchito e ora stava tornando nella terra natale, pronto ad affrontare il fratello dopo aver messo in opera alcuni prudenti accorgimenti. Ma quando è tutto pronto per questo incontro, dopo aver fatto attraversare a coloro che erano con lui il guado del torrente che delimitava il territorio di Esaù, Giacobbe, rimasto solo, viene aggredito improvvisamente da uno sconosciuto con il quale lotta per tutta una notte. Proprio questo combattimento corpo a corpo - che troviamo nel capitolo 32 del Libro della Genesi - diventa per lui una singolare esperienza di Dio.
La notte è il tempo favorevole per agire nel nascondimento, il tempo, dunque, migliore per Giacobbe, per entrare nel territorio del fratello senza essere visto e forse con l’illusione di prendere Esaù alla sprovvista. Ma è invece lui che viene sorpreso da un attacco imprevisto, per il quale non era preparato. Aveva usato la sua astuzia per tentare di sottrarsi a una situazione pericolosa, pensava di riuscire ad avere tutto sotto controllo, e invece si trova ora ad affrontare una lotta misteriosa che lo coglie nella solitudine e senza dargli la possibilità di organizzare una difesa adeguata. Inerme, nella notte, il Patriarca Giacobbe combatte con qualcuno. Il testo non specifica l’identità dell’aggressore; usa un termine ebraico che indica “un uomo” in modo generico, “uno, qualcuno”; si tratta, quindi, di una definizione vaga, indeterminata, che volutamente mantiene l’assalitore nel mistero. È buio, Giacobbe non riesce a vedere distintamente il suo contendente e anche per il lettore, per noi, esso rimane ignoto; qualcuno sta opponendosi al Patriarca, è questo l’unico dato certo fornito dal narratore. Solo alla fine, quando la lotta sarà ormai terminata e quel “qualcuno” sarà sparito, solo allora Giacobbe lo nominerà e potrà dire di aver lottato con Dio.
L’episodio si svolge dunque nell’oscurità ed è difficile percepire non solo l’identità dell’assalitore di Giacobbe, ma anche quale sia l’andamento della lotta. Leggendo il brano, risulta difficoltoso stabilire chi dei due contendenti riesca ad avere la meglio; i verbi utilizzati sono spesso senza soggetto esplicito, e le azioni si svolgono in modo quasi contraddittorio, così che quando si pensa che sia uno dei due a prevalere, l’azione successiva subito smentisce e presenta l’altro come vincitore. All’inizio, infatti, Giacobbe sembra essere il più forte, e l’avversario – dice il testo – «non riusciva a vincerlo» (v. 26); eppure colpisce Giacobbe all’articolazione del femore, provocandone la slogatura. Si dovrebbe allora pensare che Giacobbe debba soccombere, ma invece è l’altro a chiedergli di lasciarlo andare; e il Patriarca rifiuta, ponendo una condizione: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto» (v. 27). Colui che con l’inganno aveva defraudato il fratello della benedizione del primogenito, ora la pretende dallo sconosciuto, di cui forse comincia a intravedere i connotati divini, ma senza poterlo ancora veramente riconoscere.
Il rivale, che sembra trattenuto e dunque sconfitto da Giacobbe, invece di piegarsi alla richiesta del Patriarca, gli chiede il nome: “Come ti chiami?”. E il Patriarca risponde: “Giacobbe” (v. 28). Qui la lotta subisce una svolta importante. Conoscere il nome di qualcuno, infatti, implica una sorta di potere sulla persona, perché il nome, nella mentalità biblica, contiene la realtà più profonda dell’individuo, ne svela il segreto e il destino. Conoscere il nome vuol dire allora conoscere la verità dell’altro e questo consente di poterlo dominare. Quando dunque, alla richiesta dello sconosciuto, Giacobbe rivela il proprio nome, si sta mettendo nelle mani del suo oppositore, è una forma di resa, di consegna totale di sé all’altro.
Ma in questo gesto di arrendersi anche Giacobbe paradossalmente risulta vincitore, perché riceve un nome nuovo, insieme al riconoscimento di vittoria da parte dell’avversario, che gli dice: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto» (v. 29). “Giacobbe” era un nome che richiamava l’origine problematica del Patriarca; in ebraico, infatti, ricorda il termine “calcagno”, e rimanda il lettore al momento della nascita di Giacobbe, quando, uscendo dal grembo materno, teneva con la mano il calcagno del fratello gemello (cfr Gen 25,26), quasi prefigurando lo scavalcamento ai danni del fratello che avrebbe consumato in età adulta; ma il nome Giacobbe richiama anche il verbo “ingannare, soppiantare”. Ebbene, ora, nella lotta, il Patriarca rivela al suo oppositore, in un gesto di consegna e di resa, la propria realtà di ingannatore, di soppiantatore; ma l’altro, che è Dio, trasforma questa realtà negativa in positiva: Giacobbe l’ingannatore diventa Israele, gli viene dato un nome nuovo che segna una nuova identità. Ma anche qui, il racconto mantiene la sua voluta duplicità, perché il significato più probabile del nome Israele è “Dio è forte, Dio vince”.
Dunque Giacobbe ha prevalso, ha vinto - è l’avversario stesso ad affermarlo - ma la sua nuova identità, ricevuta dallo stesso avversario, afferma e testimonia la vittoria di Dio. E quando Giacobbe chiederà a sua volta il nome al suo contendente, questi rifiuterà di dirlo, ma si rivelerà in un gesto inequivocabile, donando la benedizione. Quella benedizione che il Patriarca aveva chiesto all’inizio della lotta gli viene ora concessa. E non è la benedizione ghermita con inganno, ma quella gratuitamente donata da Dio, che Giacobbe può ricevere perché ormai solo, senza protezione, senza astuzie e raggiri, si consegna inerme, accetta di arrendersi e confessa la verità su se stesso. Così, al termine della lotta, ricevuta la benedizione, il Patriarca può finalmente riconoscere l’altro, il Dio della benedizione: «Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva» (v. 31), e può ora attraversare il guado, portatore di un nome nuovo ma “vinto” da Dio e segnato per sempre, zoppicante per la ferita ricevuta.
Le spiegazioni che l’esegesi biblica può dare riguardo a questo brano sono molteplici; in particolare, gli studiosi riconoscono in esso intenti e componenti letterari di vario genere, come pure riferimenti a qualche racconto popolare. Ma quando questi elementi vengono assunti dagli autori sacri e inglobati nel racconto biblico, essi cambiano di significato e il testo si apre a dimensioni più ampie. L’episodio della lotta allo Yabboq si offre così al credente come testo paradigmatico in cui il popolo di Israele parla della propria origine e delinea i tratti di una particolare relazione tra Dio e l’uomo. Per questo, come affermato anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, «la tradizione spirituale della Chiesa ha visto in questo racconto il simbolo della preghiera come combattimento della fede e vittoria della perseveranza» (n. 2573). Il testo biblico ci parla della lunga notte della ricerca di Dio, della lotta per conoscerne il nome e vederne il volto; è la notte della preghiera che con tenacia e perseveranza chiede a Dio la benedizione e un nome nuovo, una nuova realtà frutto di conversione e di perdono.
La notte di Giacobbe al guado dello Yabboq diventa così per il credente un punto di riferimento per capire la relazione con Dio che nella preghiera trova la sua massima espressione. La preghiera richiede fiducia, vicinanza, quasi in un corpo a corpo simbolico non con un Dio nemico, avversario, ma con un Signore benedicente che rimane sempre misterioso, che appare irraggiungibile. Per questo l’autore sacro utilizza il simbolo della lotta, che implica forza d’animo, perseveranza, tenacia nel raggiungere ciò che si desidera. E se l’oggetto del desiderio è il rapporto con Dio, la sua benedizione e il suo amore, allora la lotta non potrà che culminare nel dono di se stessi a Dio, nel riconoscere la propria debolezza, che vince proprio quando giunge a consegnarsi nelle mani misericordiose di Dio.
Cari fratelli e sorelle, tutta la nostra vita è come questa lunga notte di lotta e di preghiera, da consumare nel desiderio e nella richiesta di una benedizione di Dio che non può essere strappata o vinta contando sulle nostre forze, ma deve essere ricevuta con umiltà da Lui, come dono gratuito che permette, infine, di riconoscere il volto del Signore. E quando questo avviene, tutta la nostra realtà cambia, riceviamo un nome nuovo e la benedizione di Dio. E ancora di più: Giacobbe, che riceve un nome nuovo, diventa Israele, dà un nome nuovo anche al luogo in cui ha lottato con Dio, lo ha pregato; lo rinomina Penuel, che significa “Volto di Dio”. Con questo nome riconosce quel luogo colmo della presenza del Signore, rende sacra quella terra imprimendovi quasi la memoria di quel misterioso incontro con Dio. Colui che si lascia benedire da Dio, si abbandona a Lui, si lascia trasformare da Lui, rende benedetto il mondo. Che il Signore ci aiuti a combattere la buona battaglia della fede (cfr 1Tm 6,12; 2Tm 4,7) e a chiedere, nella nostra preghiera, la sua benedizione, perché ci rinnovi nell’attesa di vedere il suo Volto. Grazie.