mercoledì 8 luglio 2015

LA DANZA SAPIENTE DI DIO


LA DANZA SAPIENTE DI DIO

«La bellezza salverà il mondo».Molti ripetono questa frase dello scrittore russo F. Dostoevskij; anche Giovanni Paolo Il l’ha citata nella sua Lettera agli artisti (n. 16) dello scorso anno. Essa è presente nel romanzo L’idiota (parte III, capitolo V) e ben s’adatta al protagonista, il principe Myshkin, una creatura spiritualmente superiore, dall’animo candido e generoso, pronto a immolarsi per il prossimo, figura interpretata da alcuni come immagine di Cristo.
La stessa Bibbia è convinta che la bellezza abbia una sua forza di salvezza, anche perché - come abbiamo avuto occasione di dire altre volte- in ebraico un unico aggettivo, tob, Indica contemporaneamente il “buono” e il “bello”. In questa luce si riesce a comprendere perché nell’originale greco del Vongelo di Giovanni (10,1 1) Cristo è presentato come il «il bel pastore»
— in greco kalos, “bello” — alludendo però anche alla dimensione della bontà e dell’amore, come di solito si traduce («Io sono il buon pastore»).
Per la Bibbia, perciò, Dio è bello e irradia splendore e fascino: «Confemplatelo e sarete raggianti», si legge nel Salmo 34,6. Anzi, in un passo del libro dei proverbi la Sapienza divina è raffigurata come amon, un termine che può significare “architetto” ma anche “giovane”. Forse questo secondo senso è il più pertinente perché la Sapienza è dipinta come una bella ragazza che si abbandona a una danza, a una specie di ebbrezza festosa: «Ero come amon, ero la sua delizia ogni giorno, danzando ogni istante, danzando sulla disteso terrestre, trovando la mia allegria tra i figli dell’uomo» (Proverbi 8,30-31).
Un Dio che danza, svelandosi nella sua Sapienza creatrice, mentre è accompagnato da una corale angelica: «Le stelle del mattino acclamano in coro e tutti i figli di Dio (cioè gli angeli) gridavano la loro gioia» (Giobbe 38,7). L’idea sarà ripresa dal Salmo 148 che fa intonare un grandioso alleluia agli angeli, ai cieli e agli astri, ma che introduce anche una corale terrestre con 22 cantori che sono altrettante creature. Perché proprio 22? Perché questo è il numero delle lettere dell’alfabeto ebraico: tutto l’essere è contenuto nell’alfabeto delle creature e tutto è lode, armonia, musica per il Signore. Anzi, nell’ultimo versetto del Salterio, il Salmo 150,6, si dice:
«Ogni essere che respira canti un alleluia al Signorel».
Anche Shakespeare nel Mercante di Venezia (1596-97) ha questi versi:
«Fin il più piccolo mondo che tu ammiri, / compiendo il suo moto, canta come un
angelo». E in una delle sue ultime poesie (1980) Riccardo Bacchelli osservava che «non c’è creato / che non torni a lode del Creatore... / in un lume d’arcano / aperto a tutti e a nessuno: / all’uomo». E, infatti, l’uomo la creatura che riesce a contemplare la bellezza che si dispiega nella creazione ed è lui che riesce a cogliere la “musica silenziosa” che percorre cieli e terra.
E ciò che aveva intuito l’antico poeta biblico che rappresentava la notte e il giorno come sentinelle che cantano un messaggio divino: «I cieli narrano la gloria di Dio, / il firmamento annunzia le opere delle sue mani; / il giorno affida il messaggio al giorno, / la notte ne trasmette notizia alla notte, / senza discorsi, senza parole, / senza che si odo alcun suono. / Eppure la loro voce si espande per tutta la terra...» (Salmo 19,2-5).

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