giovedì 20 agosto 2015

CARD. RAVASI: ECONOMIA IMPURA E OSCURA


CARD. RAVASI: ECONOMIA IMPURA E OSCURA

DI GIANFRANCO RAVASI 

«Roba mia, vientene con me!». Lo strillo di Mazzarò che ammazza a colpi di bastone le sue anatre e i suoi tacchini perché lo seguano nella tomba è il motto fulminante che esprime meglio di ogni analisi psicologica la pulsione compulsiva e impulsiva per la «roba», come appunto s'intitola la celebre «novella rusticana» di Giovanni Verga. È difficile dar torto a san Paolo quando classifica «l'avarizia insaziabile come un'idolatria» (Colossesi 3,5), ed è significativo notare che il vocabolo fenicio-aramaico con cui Cristo definisce la ricchezza, mammona, è fondato sulla stessa radice ('mn) del verbo «credere». Già due o tre secoli prima, allineandosi alle brucianti staffilate dei profeti, il più gelido Qohelet-Ecclesiaste annotava: «Chi ama il denaro, mai si sazia di denaro?» (5,9). 
Si potrebbe proseguire a lungo moltiplicando deprecazioni letterarie e spirituali contro questa «antica lupa» la cui «fame è sanza fine cupa», come dichiarava Dante nel canto XX del Purgatorio. Quando anni fa preparai un libro sui vizi capitali, le schede che accumulai sull'avarizia equiparavano quelle sulla lussuria, rivelando così che sono queste le due esse dominanti anche in letteratura («soldi», «sesso»), oltre che nella storia, prevalendo su altre esse come «superbia» e «soldati», che pure hanno un loro potere. Ebbene, un apprezzato filosofo morale, Silvano Petrosino, ci ha offerto l'ultimo anello di una sterminata bibliografia sul denaro come segno esistenziale più che strumento finanziario. 
E lo ha fatto in modo emblematico, percorrendo liberamente testi suggestivi di Kafka, Kojève, Lacan, dell'amato Lévinas e di Simmel, intrecciati con altre evocazioni, stando sempre attento a marcare l'investitura a «fantasma» che il denaro riceve. Ma non si cada in un equivoco: «Il fantasma ha una tale consistenza d'essere da produrre continui effetti di presenza». Anzi, il desiderio che lo genera lo rende più decisivo di ogni altra realtà, ne fa un «paradiso», da mezzo lo intronizza a fine, lo venera come onnipotente e ne fa una religione, l'idolatria appunto a cui sopra si accennava. Divertente ma pertinente era la definizione di «felicità per l'uomo moderno» coniata da Erich Fromm nella sua Arte di amare: «Guardare le vetrine e comprare tutto quello che si vuole in contanti o a rate». In questa linea il denaro diventa - come scrive Petrosino in un bel capitolo - «lo scambiatore universale» (o, con Simmel, «il mezzo assoluto»): «L'identità del denaro è proprio quella di non averla, dato che attraverso di esso è possibile entrare in possesso di ogni altra identità». 
Karl Kraus nei suoi Detti e contraddetti ci ha lasciato, però, un'osservazione illuminante: «Il vizio e la virtù sono parenti, come il carbone e i diamanti a causa del comune carbonio» o, se si vuole con Taine, «come il vetriolo e lo zucchero» che hanno entrambi per base il glucosio. È per questo, allora, che il denaro e i beni materiali possono essere in realtà strumenti di una virtù altrettanto capitale, la carità. Proprio col sottotitolo «Una teologia dei beni materiali», lo studioso americano di Denver, Craig L. Blomberg, presenta una sua analisi religiosa di taglio soprattutto biblico su queste realtà la cui moralità è definita dall'uso che ne fa l'umanità. E quanto sia scandaloso quest'uso risulta dal dato statistico di base: il 2% della popolazione adulta del nostro pianeta possiede più della metà della ricchezza mondiale. 
È, perciò, necessario introdurre un diverso concetto di «economia» che la faccia ritornare a essere veramente nómos (legge) dell'oikos (casa) della terra nella quale tutti viviamo e non una pura (anzi impura) e semplice (anzi oscura) tecnica finanziaria, monetaria e commerciale. Il saggio di Blomberg percorre tutte le Sacre Scritture tenendo conto del loro messaggio riguardo alle ricchezze, mostrandone anche l'evoluzione, le oscillazioni, le strutture permanenti. Il tutto è posto all'insegna di un motto moderato proposto dal libro biblico dei Proverbi, ma curiosamente attribuito a un arabo, un certo Agur, appartenente alla tribù di Massa, un clan dell'Arabia settentrionale: «Non darmi né povertà né ricchezza» (30,8). L'invocazione a Dio continuava così: «Fammi avere solo il mio pezzo di pane, perché se troppo sazio, io non ti rinneghi e dica: Chi è mai il Signore? Oppure, ridotto all'indigenza, non rubi e maledica il nome di Dio». 
Naturalmente l'insegnamento biblico, soprattutto neotestamentario, è più articolato, e lo studio lo mostra, talora con applicazioni un po' "all'americana", non prive di qualche semplificazione. L'opera, rimane, comunque, uno strumento prezioso per comprendere quanto la religione ebraico-cristiana sia «incarnata» e la sua «utopia» sia paradossalmente molto più realistica del vaniloquio di una certa politica o delle illusioni di una finanza ingannevole. Certo è che il principio regolatore supremo rimane la carità e uno studioso spagnolo, Juan María Laboa, ha tentato di elaborare una «storia della carità» lungo l'itinerario bimillenario del Cristianesimo, partendo proprio da quel monito che Gesù rivolse ai suoi seguaci l'ultima sera della sua vita terrena: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Giovanni 13,35). 
La trama del volume è necessariamente diacronica e si affida a una sequenza vivace di una cinquantina di scene emblematiche che vedono sfilare, ad esempio, i Padri della Chiesa coi loro appelli alla giustizia sociale, il monachesimo, un Martino impresso nella memoria di tutti col suo mantello diviso col povero, Francesco d'Assisi e gli Ordini medicanti, le infinite istituzioni caritative cristiane, l'istruzione dei poveri, le Reducciones gesuitiche, giù giù fino ai preti operai, a Helder Câmara e Oscar Romero, a Madre Teresa e alle sue suore, alla Caritas e così via. Malgrado le deviazioni, le infedeltà, il trionfalismo di alcuni suoi membri, la Chiesa ha impugnato costantemente il vessillo della carità e ancor oggi molti sacerdoti e laici sono l'anima del volontariato sociale in modo radicale ed esemplare. Inciso sul frontone ideale di ogni edificio religioso cristiano, deve sempre brillare quell'appello di Gesù: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli (affamati, assetati, stranieri, nudi, malati, carcerati), l'avete fatto a me» (Matteo 25,40). Era stato lui, infatti, a introdurre la legge, paradossale (ma non troppo) in economia, del «perdere per trovare», convinto che «ci sia più gioia nel dare che nel ricevere» (Atti 20,35). (Il Sole24ore)

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