sabato 8 agosto 2015

IL SENTIERO DELL’ATTESA (PREPARAZIONE AL NATALE, LO SO NON È NATALE!)


IL SENTIERO DELL’ATTESA (PREPARAZIONE AL NATALE, LO SO NON È NATALE!)

In preparazione al Natale proponiamo alcuni brani del volumetto HENRI J.M. NOUWEN, Il sentiero dell’attesa. La riflessione analizza uno degli atteggiamenti fondamentali dell’Avvento: l’attesa. Il nostro attendere Dio, la natura dell’attesa, la pratica dell’attesa, Dio che attende noi, dall’azione alla passione, la gloria di Dio e la nostra vita nuova.

Il nostro attendere Dio 
L’attesa non è un atteggiamento molto popolare. L’attesa non è qualcosa a cui la gente pensa con grande simpatia. Infatti, la maggior parte della gente considera l’attesa una perdita di tempo. Forse perché la cultura nella quale viviamo fondamentalmente dice: “Su, dai! Fa’ qualcosa! Dimostra che sei capace di agire! Non stare lì seduto ad aspettare!”. Per molti l’attesa è un deserto arido che si stende tra il luogo in cui essi si trovano e quello in cui vogliono andare. E alla gente non piace molto un posto simile. La gente vuole uscirne facendo qualcosa. Nella nostra situazione storica particolare, l’attesa è anche più difficile perché siamo cosi timorosi. Una delle emozioni più pervasive nell’atmosfera attorno a noi è la paura. La gente ha paura. paura dei sentimenti interiori, paura degli altri, e anche paura del futuro. Le persone timorose soffrono nell’attesa, perché quando abbiamo paura vogliamo andare via da dove siamo.
Ma se non possiamo fuggire, possiamo invece combattere. Molti dei nostri atti distruttivi derivano dalla paura che ci possa essere fatto qualcosa di dannoso. E se assumiamo una prospettiva più ampia - per cui non solo singoli individui, ma intere comunità e nazioni potrebbero avere paura di essere danneggiate - possiamo capire quanto sia penoso aspettare e che tentazione sia agire. Qui sono le radici di un approccio, del ‘primo attacco’ agli altri. Le persone che vivono in un mondo di paura è più probabile che diano risposte aggressive, ostili e distruttive che non le persone che non sono cosi impaurite. Più paura abbiamo, più penoso diventa l’aspettare. Questo è il motivo per cui l’attesa e un atteggiamento tanto impopolare per tanta gente.
Mi colpisce, pertanto, che tutte le figure che appaiono nelle prime pagine del Vangelo di Luca siano in attesa. Zaccaria ed Elisabetta stanno aspettando.
Maria sta aspettando. Simeone ed Anna, che si trovavano nel tempio mentre vi veniva condotto Gesù stanno aspettando. L’intera scena nuziale della buona novella è piena di persone che aspettano. E proprio all’inizio tutte queste persone in un modo o nell’altro sentono le parole: “Non temere! Ho qualcosa di bello da dirti”. Queste parole indicano che Zaccaria, Elisabetta, Maria, Simeone ed Anna stanno aspettando che qualcosa di nuovo e di bello accada loro.
Chi sono questi personaggi? Rappresentano Israele che attende. I Salmi sono pieni di questa attesa. “Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola. L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora. Israele attenda il Signore, perché presso il Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione” (Sal 129,5-7). “L’anima mia attende il Signore”: questo e il tema che risuona in tutta la Scrittura ebraica.
Ma non tutti coloro che abitano in Israele sono in attesa. Infatti, potremmo dire che i profeti criticavano il popolo (almeno in parte) per aver distolto la sua attenzione da ciò che stava venendo. L’attesa alla fine divenne l’atteggiamento del resto di Israele, di quel piccolo gruppo di israeliti che erano rimasti fedeli. Il profeta Sofonia dice: “Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele. Non commetteranno più iniquità e non proferiranno menzogna; non si troverà più nella loro bocca una lingua fraudolenta” (Sof 3,12-13). E’ il resto purificato del popolo fedele che è in attesa. Elisabetta, Zaccaria, Maria, Simeone ed Anna sono i rappresentanti di quel resto. Sono capaci di aspettare, di essere attenti, di vivere nella speranza…    
 La natura dell’attesa
 Attendere, come lo vediamo nei personaggi delle prime pagine del Vangelo, è attendere con un senso di promessa. “Zaccaria, tua moglie Elisabetta ti darà un figlio”. “Maria, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Lc 1,13.31). I personaggi che attendono hanno ricevuto una promessa: hanno ricevuto qualcosa che sta operando in loro, come un seme che ha cominciato a germogliare. Questo è molto importante. Noi possiamo veramente aspettare solo ciò che stiamo aspettando e già è cominciato per noi. Così, aspettare non è mai un movimento da niente a qualcosa. E’ sempre un movimento da qualcosa a qualcosa di più. Zaccaria, Elisabetta, Maria, Simeone e Anna stavano vivendo con una promessa che li nutriva, che li alimentava e che li rendeva capaci di stare dov’erano. E in questo modo, la promessa si poté realizzare in loro e per mezzo di loro.  
In secondo luogo, l’attesa è attiva.
La maggior parte di noi pensa all’attesa come a qualcosa di molto passivo, uno stato senza speranza determinato da eventi completamente al di fuori delle nostre mani. L’autobus è in ritardo. Non ci puoi fare niente, cosi non ti resta che sederti e solo aspettare. Non è difficile capire l’irritazione che la gente prova quando qualcuno dice: “Semplicemente aspetta”. Parole come queste sembrano spingerci nella passività.
Ma non c’è nulla di questa passività nella Scrittura. Coloro che sono in attesa aspettano molto attivamente. Essi sanno che ciò che stanno aspettando sta germogliando dal terreno sul quale si trovano. Questo è il segreto. Il segreto dell’attesa è la fede che il seme è stato piantato, che qualcosa è iniziato. Attesa attiva significa essere pienamente presenti al momento, nella convinzione che qualcosa sta accadendo dove sei tu e che vuoi essere presente a quel momento.
Una persona in attesa è qualcuno che è presente al momento, che crede che questo momento è il momento.  
Una persona in attesa è una persona paziente. La parola ‘pazienza’ vuol dire la buona volontà di stare dove siamo e di vivere la situazione nella fede che qualcosa di nascosto si manifesterà a noi. Le persone impazienti si aspettano sempre che l’evento importante stia avvenendo in qualche altro luogo, e quindi vogliono andare altrove. Il momento presente è vuoto.
Le persone pazienti, invece, osano restare dove sono. Vivere con pazienza significa vivere attivamente nel presente e qui attendere.
L’attesa, allora, non è passiva. Essa comporta il nutrire il momento, come una madre nutre il bambino che sta crescendo nel suo grembo. Zacccaria, Elisabetta, Maria, Simeone ed Anna erano presenti al momento. Questo è il motivo per cui essi poterono sentire l’angelo. Erano vigili, attenti alla voce che parlava loro e diceva: “Non temete! Qualcosa sta per accadervi. Fate attenzione”.  
Ma c’è di più. L’attesa è senza fine. Un’attesa senza fine è difficile per noi perché tendiamo ad aspettare qualcosa di molto concreto, qualcosa che desideriamo avere. Molto della nostra attesa è pieno di desideri: “Vorrei avere un lavoro. Vorrei che il tempo fosse migliore. Vorrei che il dolore passasse”. Siamo pieni di desideri e la nostra attesa resta facilmente impigliata in questi desideri. Per questa ragione, molta parte della nostra attesa è a termine.
Invece, il nostro attendere è un modo di tenere sotto controllo il futuro. Noi vogliamo che il futuro vada in una direzione molto precisa, e se questo non accade ci rammarichiamo e possiamo persino scivolare nella disperazione. Questo è il motivo per cui ci è tanto difficile trascorrere il tempo nell’attesa; vogliamo fare le cose che porteranno alla realizzazione degli eventi desiderati. Qui possiamo vedere come i desideri tendono ad essere collegati con le paure.  
Zaccaria, Elisabetta, Maria, Simeone ed Anna, invece, non erano pieni di desideri.
Erano pieni di speranza. La speranza è qualcosa di molto diverso. La speranza è avere fiducia che qualcosa si compirà secondo le promesse e non semplicemente secondo i nostri desideri. Quindi la speranza è sempre senza fine.
Io ho trovato molto importante nella mia vita personale lasciar morire i miei desideri e cominciare a sperare. E’ stato solo quando ero pronto a lasciar morire i miei desideri che qualcosa di realmente nuovo, qualcosa al di là delle mie proprie aspettative, ha potuto accadermi.
Proviamo solo ad immaginare che cosa Maria stava in realtà dicendo con le parole: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38). Stava dicendo: “Io non so cosa significhi tutto questo, ma ho fiducia che accadranno cose belle”. Tanto profonda era la sua fiducia che la sua attesa fosse aperta a tutte le possibilità. E lei non voleva controllarle. Credeva che quando ascoltava con attenzione, poteva aver fiducia in ciò che stava per accadere.  
Attendere a tempo indeterminato è un atteggiamento enormemente radicale verso la vita.
E’ avere fiducia che ci accadrà qualcosa che è molto al di là della nostra immaginazione.
E’ abbandonare il controllo del nostro futuro e lasciare che sia Dio a determinare la nostra vita. E’ vivere con la convinzione che Dio ci plasma secondo l’amore di Dio e non secondo la nostra paura La vita spirituale è una vita in cui noi aspettiamo, stiamo in attesa, attivamente presenti al momento, aspettando che cose nuove ci accadano, cose nuove che sono molto al di là della nostra stessa immaginazione o previsione. Questo, certamente, è un atteggiamento molto radicale verso la vita in un mondo preoccupato di controllare gli eventi.   
La pratica dell’attesa
 …In che modo attendiamo? Aspettiamo insieme, con la parola di Dio in mezzo a noi.  
Aspettare è prima di tutto un aspettare insieme.
Uno dei passi più belli della Scrittura è Lc 1,39-56, che ci narra della visita di Maria ad Elisabetta. Cosa accadde quando Maria ricevette le parole della promessa? Andò da Elisabetta. Qualcosa stava accadendo ad Elisabetta così come a Maria. Ma come poterono viverlo fino alla fine?  
Trovo l’incontro di queste due donne molto toccante, perché Elisabetta e Maria si incontrarono e favorirono l’una l’attesa dell’altra. La visita di Maria rese Elisabetta consapevole di ciò che stava aspettando. Il bambino sussultò di gioia in lei. Maria confermò l’attesa di Elisabetta. E allora Elisabetta disse a Maria: “Beata colei che ha creduto alle parole del Signore” (Lc 1,45). E Maria rispose: “ L’anima mia magnifica il Signore” (Lc 1,46) Ella trabocca esaltante di gioia.
Queste due donne si sono create reciprocamente lo spazio per aspettare. Hanno confermato l’una per l’altra che stava accadendo qualcosa che valeva la pena attendere.
Qui vediamo un modello per la comunità cristiana.
E’ una comunità di sostegno, celebrazione e proclamazione che noi possiamo far crescere ciò che è già iniziato in noi. La visita di Elisabetta e Maria è nella Bibbia una delle espressioni più belle di ciò che significa formare comunità, essere insieme, riuniti attorno ad una promessa, proclamando ciò che sta accadendo tra noi.  
E’ questo che la preghiera esprime. E’ radunarsi insieme attorno alla promessa. In questo consiste la celebrazione. E’ far crescere ciò che c’è già. In questo consiste l’Eucaristia. E’ dire “Grazie” per il seme che è stato piantato. E dire “Stiamo aspettando il Signore, che è già venuto”.  
Tutto il significato della comunità cristiana sta nell’offrire l’uno all’altro uno spazio in cui aspettiamo ciò che abbiamo già visto. La comunità cristiana è il luogo in cui manteniamo viva la fiamma tra noi e la prendiamo seriamente, così che possa crescere e diventare più robusta in noi. In questo modo possiamo vivere con coraggio, con la fiducia che c’è una forza spirituale in noi che ci permette di vivere in questo mondo senza venire continuamente fuorviati dalla disperazione. Questo è il modo in cui osiamo dire che Dio è un Dio d’amore anche quando vediamo odio tutt’intorno a noi. Questo è il motivo per cui possiamo annunciare che Dio è un Dio di vita anche quando vediamo morte e distruzione e angoscia tutt’intorno a noi. Noi lo diciamo insieme. Lo confermiamo l’uno nell’altro. Aspettare insieme, alimentare ciò che è già cominciato, attendere il suo compimento: questo è il significato del matrimonio, dell’amicizia, della comunità e della vita cristiana.  
In secondo luogo, il nostro attendere è sempre plasmato dalla nostra attenzione alla parola.
E’ attendere nella consapevolezza che qualcuno vuole parlarci. La domanda è: siamo presenti? Siamo in casa, pronti a rispondere al campanello della porta? Abbiamo bisogno di aspettare insieme per tenerci spiritualmente in casa l’un l’altro, così che quando la parola entrerà possa diventare carne in noi. Questo è il motivo per cui il Libro di Dio è sempre in mezzo a coloro che si radunano. Leggiamo la parola così che la parola possa diventare carne ed avere una nuova vita in noi.  
Simone Weil, una scrittrice ebrea, ha detto: “Aspettare pazientemente nella speranza e il fondamento della vita spirituale”. Quando Gesù parla della fine dei tempi, parla precisamente dell’importanza dell’attesa. Dice che nazioni combatteranno contro nazioni e che ci saranno guerre e terremoti e sofferenza grande. Gli uomini saranno molto angosciati e diranno: “Il Cristo e la! No, e qui!”. Molti resteranno sconcertati, e molti saranno ingannati. Ma Gesù dice: dovete stare pronti, rimanere svegli, restare in sintonia con la parola di Dio, così che possiate sopravvivere a tutto quello che sta per accadere ed essere capaci di stare fiduciosamente (cum-fide, con fiducia) alla presenza di Dio insieme nella comunità (cfr. Mt 24). Questo è l’gatteggiamento dell’attesa che ci permette di essere il popolo che può vivere in un mondo molto caotico e sopravvivere spiritualmente…
Nella passione e risurrezione di Gesù vediamo Dio come un Dio in attesa… 
Dall’azione alla passione 
La parola centrale nel racconto dell’arresto di Gesù: ...fu consegnato. Alcune traduzioni dicono che Gesù fu “tradito” ma il testo greco dice “essere consegnato”. Giuda consegnò Gesù (Mc 14,10). La cosa rilevante, però, è che la stessa parola è usata non solo per Giuda, ma anche per Dio.
Dio non risparmiò Gesù, ma lo consegnò a beneficio di noi tutti (cfr. Rom 8,32).  
Così questo termine ‘essere consegnato’ gioca un ruolo centrale nella vita di Gesù. Certo, questo dramma dell’essere consegnato divide radicalmente la vita di Gesù in due.
La prima parte della vita di Gesù è piena di attività. Gesù prende ogni sorta di iniziativa. Egli parla, predica, guarisce, viaggia da una cittadina all’altra.
Ma immediatamente dopo che Gesù è consegnato, diventa uno a cui le cose vengono fatte. E’ arrestato; e condotto dal sommo sacerdote; è portato davanti a Pilato; è incoronato di spine; è inchiodato a una croce. Gli vengono fatte cose sulle quali non ha nessun controllo. Questo è il significato della passione: essere l’oggetto delle azioni di altre persone.  
E’ importante per noi renderci conto che quando Gesù dice: “Tutto è compiuto” (Gv 19,30), non intende dire semplicemente: “Ho fatto tutte le cose che volevo fare”. Egli intende dire anche: “Ho lasciato che mi fossero fatte le cose che era necessario fossero fatte perché io compissi la mia vocazione”. Gesù non compie la sua vocazione soltanto nell’azione, ma anche nella passione. Egli non compie la sua vocazione solo facendo le cose che il Padre lo ha inviato a fare, ma anche lasciando che gli vengano fatte le cose che il Padre permette che gli siano fatte.  
La passione è una sorta di attesa: l’attesa di ciò che altre persone faranno. Gesù andava a Gerusalemme ad annunciare la buona novella agli abitanti di quella città. E Gesù sapeva che li avrebbe messi davanti ad una scelta: sarai mio discepolo, o sarai il mio carnefice? Non c’è una via di mezzo. Gesù andò a Gerusalemme a mettere la gente in una situazione in cui essi dovevano dire ‘Sì’ o ‘No’.
Questo è il grande dramma della passione di Gesù: doveva aspettare come la gente avrebbe risposto. Che cosa avrebbero fatto? Lo avrebbero tradito o lo avrebbero seguito? In un certo senso, la sua agonia non è semplicemente l’agonia di avvicinarsi alla morte. E’ anche l’agonia di dover aspettare. E’ l’agonia di un Dio che dipende da noi per come Dio manifesterà fino in fondo la sua presenza divina in mezzo a noi. E’ l’agonia del Dio che, in un modo molto misterioso, ci permette di decidere come Dio sarà Dio.
Qui intravediamo il mistero dell’incarnazione di Dio. Dio si fece uomo non solo per agire in mezzo a noi, ma anche per essere colui che riceve le nostre risposte. 
Tutta l’azione si conclude nella passione perché la risposta alla nostra azione non è a nostra portata di mano.
Questo e il mistero del lavoro, il mistero dell’amore, il mistero dell’amicizia, il mistero della comunità: questi comportano sempre l’attesa.
E questo è il mistero dell’amore di Gesù. Dio rivela se stesso in Gesù come colui che aspetta la nostra risposta.
Precisamente in questa attesa ci viene rivelata l’intensità dell’amore di Dio.
Se Dio ci costringesse ad amare, noi non saremmo veramente amanti…
 La gloria di Dio e la nostra vita nuova
 La risurrezione non è semplicemente la vita dopo la morte. Prima di tutto, è la vita che sgorga nella passione di Gesù, nel suo attendere. Il racconto dei patimenti di Gesù rivela che la risurrezione ha inizio anche nel mezzo della passione. Una folla guidata da Giuda venne al Getsemani. “Gesù allora... si fece innanzi e disse loro: ‘Chi cercate?’. Risposero: ‘Gesù, il Nazareno’. Disse loro Gesù: ‘Sono io!’... Appena disse: ‘Sono io’, indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: ‘Chi cercate?’. Risposero: ‘Gesù, il Nazareno’. Gesù replicò: ‘Vi ho detto che sono io: Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano’” (Gv 18,4-8).  
Proprio quando Gesù è consegnato alla sua passione, egli manifesta la sua gloria. “Chi cercate?... Sono io!”, sono le parole che rimandano completamente a Mosè e al roveto ardente: “Io sono colui che sono” (cfr. Es 3,1-6). Nel Getsernani la gloria di Dio si manifestò ed essi caddero distesi per terra. Allora Gesù fu consegnato. Ma già nel suo essere consegnato vediamo la gloria di Dio che si consegna a noi. La gloria di Dio rivelata in Gesù abbraccia la passione così come la risurrezione.  
“E come Mosè innalzò il serpente nel deserto”, dice Gesù, ”così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15).
Egli è innalzato come una vittima passiva, così la croce è un segno di desolazione. Egli è innalzato nella gloria, così la croce diventa nello stesso tempo un segno di speranza. Improvvisamente ci rendiamo conto che la gloria di Dio, la divinità di Dio, esplode nella passione di Gesù precisamente nel momento dell’estremo sacrificio. Così la vita nuova diventa visibile non solo nella risurrezione nel terzo giorno, ma già nella passione, nell’essere consegnato. Perché? Perché è nella passione che la pienezza dell’amore di Dio risplende.
E’ un amore che attende, un amore che non cerca il controllo.  
Quando ci concediamo di percepire pienamente come subiamo le azioni di altri, riusciamo ad entrare in contatto con una vita nuova della cui esistenza non avevamo neppure coscienza...
Se consideriamo il nostro mondo, quanto possiamo realmente avere sotto controllo? La nostra vita non è in larga parte passione? I molti modi in cui subiamo le azioni di altre persone di eventi e della cultura in cui viviamo, e di molti altri fattori al di là del nostro controllo spesso lasciano poco spazio alle nostre iniziative personali. Questo si fa particolarmente evidente quando ci accorgiamo di quante persone sono handicappate, ammalate croniche, anziane o economicamente disagiate.  
Sembra che nella nostra società vi siano sempre più persone che hanno sempre meno influenza sulle decisioni che riguardano la loro esistenza personale.
Di conseguenza, diventa sempre più importante riconoscere che la maggior parte della nostra esistenza comporta l’attesa nel senso di essere ‘agiti’.
Ma la vita di Gesù ci dice che non avere il controllo fa parte della condizione umana. La sua vocazione si è compiuta non solo nell’azione, ma anche nella passione, nell’attesa.  
Immaginiamo quanto è importante questo messaggio per gli uomini e le donne del nostro mondo. Se è vero che Dio in Gesù Cristo è in attesa della nostra risposta all’amore divino, allora possiamo scoprire una prospettiva totalmente nuova su come stare in attesa nella vita. Possiamo imparare ad essere uomini e donne obbedienti che non cercano sempre di tornare all’azione, ma che ravvisano il compimento della nostra umanità più profonda nella passione, nell’attesa.
Se riusciremo a fare questo… il nostro servizio agli altri implicherà aiutarli a vedere la gloria irrompe: non solo dove sono attivi, ma anche dove vengono ‘agiti’. E così la spiritualità dell’attesa non è semplicemente la nostra attesa di Dio. E’ anche partecipare all’attesa di noi da parte di Dio e in questo modo giungere a partecipare dell’amore più profondo, che e l’amore di Dio.
  
HENRI J.M. NOUWEN, Il sentiero dell’attesa, Queriniana, Brescia 1996
(L'autore) Henri. J.M. Nouwen, scritti vari - autore: Henri. J.M. Nouwen

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