mercoledì 23 settembre 2015

FLORENSKIJ SPIEGA PERCHÉ CI VUOLE UN AMICO PER CONOSCERE DIO E IL MONDO


FLORENSKIJ SPIEGA PERCHÉ CI VUOLE UN AMICO PER CONOSCERE DIO E IL MONDO

L’amicizia come nascita misteriosa del Tu è il luogo nel quale incomincia la rivelazione della Verità. L’amicizia è la contemplazione di se stesso, attraverso l’Amico, in Dio. 
             Ancora giovanissimo, da poco iscrittosi alla Facoltà di Matematica e Fisica dell’Università di Mosca, Pavel A. Florenskij scriveva profeticamente in una lettera alla madre di voler dedicare la propria vita a dar forma ad una nuova sintesi tra l’ecclesialità e la cultura universale, «far confluire l’intero insegnamento della Chiesa in una visione filosofico-scientifica e artistica del mondo».
              Così, non appena discussa la sua tesi di laurea, che suscitò grande ammirazione tra i maggiori matematici dell’epoca, i quali gli offrirono la possibilità di intraprendere una brillante carriera accademica, nel 1904 sorprendentemente egli si iscrisse all’Accademia Teologica di Mosca per dedicarsi alla ricerca delle radici dottrinali e spirituali della cultura cristiana in rapporto alla conoscenza integrale del mondo.
             L’obiettivo venne perseguito con tenacia dal giovane Florenskij, mettendo a frutto una molteplicità di competenze in svariati campi di ricerca, al punto tale da essere denominato dai suoi contemporanei il “Leonardo da Vinci della Russia”. In effetti, l’elaborazione scientifica complessiva di questo genio del pensiero russo che spazia nelle molteplici forme dello scibile con singolare competenza e padronanza dei più svariati registri formali, non finisce mai di stupire, sia per l’originalità del pensiero e delle intuizioni, sia per la competenza interdisciplinare che anticipano molti versanti della ricerca filosofica e scientifica contemporanea.
             Nel pensiero di padre Florenskij, sacerdote scienziato, ma anche sposo e padre di cinque figli, poi martire della Chiesa ortodossa che ha saputo pensare, affermare e testimoniare la verità nel cuore della tragedia del Novecento, vita e pensiero, fede e ragione, cristianesimo e cultura, invenzione scientifica e creazione artistica costituiscono un’unica indissolubile realtà, un’unica totalità organica animata da un ininterrotto palpitare di nessi.
             Consapevole dei rischi e delle persecuzioni in atto, Florenskij subisce tutte le umiliazioni e le violenze che conosciamo, fino all’atto estremo del sacrificio di sé per rendere possibile la liberazione di altri compagni di cella. Florenskij venne arrestato nel maggio del 1933 e dopo alcuni mesi di carcere condannato a dieci anni di lavori forzati, prima nel Campo siberiano di Skovorodino, poi nel terribile gulag delle isole Solovki. Verso la fine del 1937 egli venne improvvisamente trasferito a Leningrado per essere fucilato l’8 dicembre del 1937, all’età di 55 anni.
Un capolavoro del pensiero del XX secolo
             Tra i frutti più maturi di questa prima fase di elaborazione filosofico-teologica spicca l’opera considerata generalmente il suo capolavoro, vale a dire La colonna e il fondamento della verità (Stolp i utverždenie istiny) pubblicato per la prima volta nel 1914. L’opera suscitò grande ammirazione e stupore, ma anche alcune reazioni critiche soprattutto da parte di alcuni esponenti della teologia ortodossa, piuttosto restii a cogliere la portata innovativa del metodo epistolare, messo in atto da questo singolare “trattato” teologico-filosofico, ma anche la radicalità spirituale dei contenuti ivi proposti.
             Nonostante la sua assoluta rilevanza nella storia della cultura europea, tanto da essere considerata da parte di autorevoli studiosi «una delle opere fondamentali del pensiero cristiano del secolo XX», per una sorta di drammatica ironia essa resta ancora in gran parte un capolavoro sconosciuto della filosofia russa al culmine della sua fioritura. Lo Stolp (La colonna) è un sorprendente itinerarium filosofico, un’abbagliante teoria logica e gnoseologica, ma anche un maestoso trattato ascetico e spirituale, un sorprendente poema teologico e lirico. In essa coesistono in un perfetto equilibrio il linguaggio filosofico della logica formale e matematica con quello della metafisica e della mistagogia patristica, dell’ontologia personalista e della letteratura mistica. Esaminando l’impianto del testo ancora risuonano emblematiche le parole pronunciate dal filosofo Evgenij Trubeckoj dopo la lettura: «Forse, in tutta la letteratura mondiale, se si fa eccezione per Le Confessioni di Sant’Agostino, non c’è analisi più illuminante e tormentata dell’animo umano, lacerato dal peccato e dal dubbio, e nessun’opera ha saputo manifestare con tanta chiarezza la necessità di un aiuto dall’alto per soccorrere il dubbio, come quella di Pavel Florenskij».
             A quasi un secolo dalla prima comparsa, l’opera custodisce ancora intatta tutta la sua inviolabile radicalità e la sua potenza di pensiero, la disarmante trasparenza e semplicità della confessione interiore unitamente all’ardita e implacabile trattazione filosofica e teologica alle prese con le questioni cruciali dell’esistenza umana e cristiana. I dodici capitoli dei quali l’opera si compone, concepiti come Lettere ad un amico, ancora oggi stupiscono non solo per vastità e complessità di conoscenza, per il coraggioso tentativo di far interagire tra loro i diversi saperi e le molteplici forme e possibilità della ragione, ma soprattutto per la profondità dello sguardo rivolto verso gli abissi dell’umano nell’agonica ricerca di una luce di salvezza, di un’autentica sapienza d’amore, che ha la sua fonte generatrice nel dialogo d’amore tra le tre persone della santissima Trinità.
             Le dodici Lettere si configurano simbolicamente come le dodici porte attraverso le quali è possibile accedere, dopo un tormentato e appassionante cammino ascetico, alla soglia della città celeste, sul confine tra i due mondi, quello del visibile e quello dell’invisibile, dell’umano e del divino, fino ad abitare il mistero della divinoumanità. Lungo questo cammino dell’anima assetata di verità e di senso, il passaggio ad ogni porta disvela al lettore un differente angolo visuale, conducendolo gradualmente fino alla visione unitaria e integrale del mondo, alla contemplazione dell’unità della conoscenza e della sapienza faticosamente agognata. Ripensare la filosofia a partire dall’ontologia trinitaria, e quindi dal principio di consustanzialità, è infatti la sfida cruciale attorno alla quale si regge l’intera opera, un compito di una decisività irrevocabile per il filosofo chiamato a interpretare e a vivere il rapporto vitale tra “i due mondi” alla luce di tale principio. Proprio questa radicalità della prospettiva trinitaria estesa alla realtà conoscibile rimase allora incompresa, alimentando dubbi e perplessità.
             Alla filosofia Florenskij riserva il compito di mettere in atto un rigoroso esercizio della ragione, evitando che questa si riduca ad astratto e vuoto razionalismo e schematismo concettuale, a ragione paga soltanto di una corrispondenza formale ad una norma. Al contrario, la ragione deve poter sussumere in sé la vita, instaurare un legame vitale con l’essere, poiché come afferma padre Pavel: «Se la ragione non partecipa dell’essere, neanche l’essere partecipa della ragione, cioè esso è alogico, e allora è inevitabile considerare illusoria ogni sorta di nichilismo, fino all’appassito e triste scetticismo» (p. 84).
             Ma come uscire da questo «pantano del relativismo»? Occorre considerare la ragione umana nella sua forza reale, nella sua attività, mostrando come la ragione partecipi dell’essere e l’essere della razionalità. Per Florenskij «la ragione non è un sistema di funzioni meccaniche sempre uguali a se stesse, ugualmente applicabili a qualunque materiale e a qualunque situazione. No, essa è qualcosa di vivo e di teleologico, un organo dell’essere umano, un modus di interazione dinamica del soggetto conoscente con l’oggetto conoscibile, vale a dire un tipo di relazione vitale con la realtà».
             Proprio questa relazione vitale con la realtà spetta alla dialettica del pensiero. In tal modo si esce gradualmente dal sistema dei concetti chiusi e rassicuranti del quieto possesso, dallo schematismo della ragione logica, formale e calcolante, per inoltrarsi verso lo spazio aperto dei compossibili e delle differenti forme della conoscenza resi attingibili dalla «ragione nuova», fino a scorgerne gli immensi spazi della razionalità e della sapienza. Sono questi i nuovi orizzonti dilatati dalle dinamiche forme dialettiche del pensiero messe in atto da Florenskij (ragione relazionale, simbolica, comunionale, poetica, mistica ecc.) che scaturiscono dalla comune relazione vitale con la realtà indagata e contemplata oltre il suo apparente strato fenomenico, anticipando una sorprendente consonanza con quanto più recentemente sostenuto dal magistero di Benedetto XVI circa la necessità di una ragione aperta, allargata, trascendente.
Conoscenza e amore
             Nei primi quattro capitoli dello Stolp, da matematico e rigoroso uomo di scienza, Florenskij delinea un’esemplare ricerca della verità colta nel suo valore logico, ontologico e salvifico, come cammino verso la sapienza dell’amore. Dapprima egli persegue la sua ricerca attraverso la messa in atto di una ragione esigente, di un rigoroso esercizio delle forme logiche e gnoseologiche della ragione. Qui si esplicano i criteri della veridicità e dell’attendibilità, si analizzano i concetti accessori ed in più l’autore in maniera specifica e rigorosa delimita le riflessioni con gli strumenti della filosofia razionale con le regole della sillogistica formale nel loro diverso grado di attendibilità dimostrativa, conducendole fino alle loro estreme possibilità, tanto da percepire (sulla scorta di Pascal e dell’ultimo Schelling) una sorta di «abisso della ragione» che fa precipitare la coscienza nel più tormentato inferno scettico.
             Gli approdi di questa prima tappa sono insostenibili, poiché nessuna legge d’identità e principio di ragion sufficiente, quali criteri logici fondativi della ragione filosofica, possono di fatto corrispondere alla legge universale dell’essere, in quanto questa si disvela soltanto nel «volto interiore della profondità della vita inaccessibile al raziocinio; e in questa vita esso può avere la sua radice e la sua giustificazione» (p. 82). È questo uno dei momenti più delicati e complessi de La colonna, in cui l’argomentazione logica subisce uno snodo decisivo, passando dallo schematismo astratto della legge dell’identità, chiuso nella sua statica e mortifera tautologia, alla concezione viva e vivificante che per la prima volta lascia intravedere la possibilità di definirsi in relazione ad un’alterità.
             Per Florenskij l’autentica conoscenza è la conoscenza essenziale della verità che avviene attraverso la partecipazione ontologica alla verità stessa e questo implica l’accoglimento dell’amore quale sostanza divina, un «entrare nelle viscere della Divina Unitrinità». Attraverso l’esperienza dell’amore, si esce dall’empirico per entrare nel Regno della verità triipostatica attraverso l’esperienza di una «conoscenza che si fa amore», custodita nel dogma dell’unica e indivisibile sostanza della Trinità.
La filosofia dell’amicizia
             Ma la radicalità di Florenskij sta nell’aver introdotto questa categoria della consustanzialità, in analogia con la consustanzialità trinitaria, all’interno dei rapporti umani. Per il pensatore russo, infatti, l’amicizia è qui sulla terra quasi l’emanazione della forza divina irradiante da Dio che ama. Non certo per caso il destinatario delle Lettere dello Stolp, il placido fratello, il caro, alato amico al quale si rivolge Florenskij, diversamente da quanto ipotizzato in passato, è Sergej S. Troickij, con il quale condivise gli studi all’Accademia Teologica di Mosca, che sposò poi nel 1909 la sorella di Pavel e poco dopo venne tragicamente ucciso. La morte dell’amico più caro avvenuta al culmine della composizione dello Stolp, determinò in padre Florenskij un profondo turbamento interiore, con la conseguente necessità di rivedere l’impianto stilistico dell’opera trasformandola in un dialogo ininterrotto con l’amico ormai inesorabilmente lontano, eppure «eternamente vicino».
             La scelta della forma epistolare non ha nulla di casuale, di arbitrario e tanto meno di «artificioso», in quanto risponde alla più interiore necessità teoretica di un raccordo sostanziale tra ragione e passione. Per Florenskij il dialogo con l’amico si configura come l’intima adesione alla verità dell’amore trinitario, entro il flusso e il ritmo della vita stessa, nella profonda convinzione, come attesta La colonna, che «l’amicizia come nascita misteriosa del Tu è il luogo nel quale incomincia la rivelazione della Verità (…) Questa rivelazione si compie nell’amore personale e sincero di due persone, nell’amicizia, quando a chi ama è concesso in forma previa, di distruggere l’autoidentità, di abolire i confini dell’Io, di uscire da se stesso e di trovare il proprio Io nell’Io dell’altro» (p. 404).
             La “filosofia dell’homoousìa” che intesse da cima a fondo l’architettura del suo capolavoro, va compresa alla luce della filosofia dialogica dell’amicizia, la quale ha la pretesa di rivelare nientemeno che una consustanzialità anticipata o una «anticipata conoscenza della Verità». Nella lettera su L’amicizia il pensatore russo porta ai suoi esiti più maturi l’ethos ontologico trinitario che ha nella relazione personale di amicizia, quale riverbero radioso delle «dimore celesti», la sua concretizzazione esistenziale. L’amicizia, che è sempre esodo verso la terra inesplorata dell’altro, verso il suo mistero e forse la sua impenetrabilità, è anche la cifra di una «consustanzialità anticipata», e proprio in quanto tale essa «non è solo etica e psicologica, ma prima di tutto ontologica e mistica, e così l’hanno veduta in tutti i tempi coloro che hanno contemplato le profondità dell’esistenza (…). L’amicizia è la contemplazione di se stesso, attraverso l’Amico, in Dio » (p. 448).
             Nell’epoca della frammentazione e dell’atomizzazione analitica della cultura, Florenskij ha avuto il coraggio di proporre questa originale Summa, rilanciando con vigore teoretico e spirituale un rinnovato confronto e incontro tra filosofia e teologia, rinsaldando quei nessi vitali tra ragione ed essere, tra ragione e passione, tra conoscenza e amore, tra sapienza e amore, legami palpitanti di vita che il pensiero moderno e contemporaneo ha spesso smarrito o intenzionalmente abbandonato.
             Egli resta così uno dei rari pensatori del Novecento che sia riuscito nella delicatissima impresa di assumere l’esperienza teorica e pratica dell’amore come cardine di un nuovo pensare, evitando il rischio incombente delle astratte costruzioni edificanti e moralistiche o delle fughe spiritualistiche. La filosofia della religione di padre Florenskij ha infatti la sua chiave ermeneutica nell’amore quale fulcro dell’esperienza rivelativa e della conoscenza; un’intellezione d’amore che restituisce alla filosofia la sua originaria vocazione sapienziale, instaurando un legame vivo con il mistero fontale dell’amore trinitario. 

(Teologo Borèl) Luglio 2010 - autore: Natalino Valentini

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