mercoledì 9 settembre 2015

SAN PAOLO: IL GRANDE PELLEGRINO (2009 credo)


SAN PAOLO: IL GRANDE PELLEGRINO (2009 credo)

Se diciamo "pellegrino" pensiamo subito ai nostri cari santuari, a un luogo in cui si arriva. Ma "pellegrino" significa letteralmente uno che attraversa i campi, cioè uno che viaggia, che va di luogo in luogo. In questo senso, chi più pellegrino di san Paolo? A piedi, a cavallo, su un carro, per nave, con tutti i mezzi di trasporto di duemila anni fa, l'instancabile apostolo ha percorso in lungo e in largo il mondo allora conosciuto, affrontando ostacoli, persecuzioni,  carcere, disastri di ogni genere. Egli stesso li rievoca nella sua seconda lettera ai Corinti: "Cinque volte ho ricevuto i trentanove colpi dai giudei, tre volte mi hanno fustigato con le verghe, una volta lapidato, tre volte ho fatto naufragio… Quanti viaggi a piedi tra i pericoli! Pericoli dei fiumi, pericoli degli assassini, percoli dai miei compatrioti, pericoli dai Gentili, pericoli nelle città, pericoli nelle solitudini del deserto, pericoli del mare, pericoli dei falsi fratelli, nelle fatiche e nelle avversità, nella fame e nella sete, nei tanti digiuni, nel freddo e nella nudità".
     Il mondo allora conosciuto - Europa, Asia, Africa -  gravitava intorno al Mediterraneo. E Paolo di Tarso ne percorse le vie e le acque fino a conoscerne quasi ogni angolo, ogni città o villaggio che potesse accogliere l'Annuncio. Gerusalemme, Damasco, Antiochia, Seleucia, Cipro, Pafo, Antiochia di Pisidia, Filippi, Atene, Corinto, Efeso, Malta, e via via fino in Italia, fino a Roma, verso il martirio.  Se non l'avessero decapitato in età ancora non tarda, Paolo sarebbe stato capace di varcare l'oceano e arrivare in America, spinto dal fuoco divorante che gli ardeva dentro.
     Perché parlare ancora di san Paolo?  Perché compie duemila anni. Il 2008-2009 è infatti l' "anno Paolino", il grande giubileo proclamato per il bimillenario della nascita del santo apostolo. La data è approssimativa, d'accordo; ma poco importa.  Per un anno, da giugno a giugno, si parlerà molto di lui, del grande pellegrino che consumò sandali e vita sulle vie della fede, dell'annuncio, del martirio.
   Non a caso la sua conversione avvenne su una strada. La "via di Damasco", passata in proverbio per definire qualcosa di improvviso e di folgorante, qualcosa che cambia tutto. Paolo di Tarso si chiamava in realtà Saulo, Saul, come il grande e terribile re dell'Antico Testamento. Era della sua stessa tribù (di Beniamino) e gli somigliava un po' per il temperamento passionale e problematico. Era un uomo colto e un ebreo devotissimo: allievo del grande Gamaliele. E ardeva di santo sdegno contro la nuova setta di fanatici che insidiava la santità della Legge, sulle orme di quello strano profeta nazareno che lui, Saulo, non aveva conosciuto di persona, ma che tanti danni stava facendo tramite i suoi seguaci postumi. Una mala erba da estirpare senza pietà. Quando il giovane Stefano morì sotto i colpi di pietra, Saulo reggeva i vestiti dei lapidatori.
    Ma neppure le appassionate parole di Stefano avevano fatto breccia nel suo cuore. Occorreva incontrare "lui", quello che non aveva incontrato in vita. "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?" La folgorazione, il buio, la crisi, il deserto, la nuova vita. Fino al martirio. Ma la decapitazione era solo il suggello cruento di un martirio di ogni giorno, nel corpo e nell'anima. Il martirio di "dover" portare l'Annuncio, a chi ascolta e chi no, a tempo e fuori tempo, tra tempeste di mare e bufere di uomini, a dispetto della cattiva salute e della poca vista, contro amici, nemici, parenti, istituzioni, non esclusa la stessa nascente Chiesa cristiana (che, tra l'altro, si disse "cristiana" proprio a partire dal viaggio di Paolo ad Antiochia). Tasto doloroso.
   Ma Paolo - si volle chiamare così, "piccolo", per umiltà - non fu solo un instancabile, eroico pellegrino. Fu il primo, sistematico teologo della nuova fede, dopo il mistico Giovanni (nessun teologo raggiungerà mai questi due, per genialità e grandezza); tanto fondamentale nell' "inculturazione" del cristianesimo nella società e nella cultura dell'epoca - quella cultura greco-latina che abbiamo ancora, e quanto, nel sangue - da indurre certi filosofi neoidealisti del secolo scorso a sostenere che il cristianesimo lo ha addirittura inventato lui.
    E fu  uno straordinario, geniale comunicatore, preso a modello fin nell'età dei mass media da giornalisti, editori, papi (papa Montini volle essere un altro Paolo, un "pellegrino annunciatore" come lui).  La sua parola appassionata - scritta o a voce - trascinava. Scriveva in greco, la lingua internazionale dell'epoca, perché voleva convertire il mondo, dilatare la redenzione di "Israele" a dimensioni planetarie. Oggi forse scriverebbe in inglese.  Quanto gli piacerebbe Internet! Quanto gli piacerebbe il sito www.annopaolino.org, curato dalla basilica romana di San Paolo fuori le Mura, cuore del bimillenario! Oggi, in un attimo giunge in tutte le case del mondo quell'Annuncio che lui, Paolo, portava faticosamente affrontando fatiche e ostacoli a non finire.  Pensate, se avesse avuto i mezzi di oggi, televisione, radio, telefono, stampa, computer, Internet, posta elettronica. Ma non aveva altro che se stesso e le sue lettere. Dove non arrivava lui, arrivavano quelle. Aspettate con ansia, lette con emozione, conservate religiosamente, fino ai nostri giorni. Lettere che insegnavano, sostenevano, confortavano, ravvivavano la presenza dell'Apostolo passato di lì e ormai lontano, e intanto ponevano le basi della grande nuova teologia. Lettere d'amore, dettate da una fiamma tanto grande da non poter essere contenuta,

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