venerdì 30 ottobre 2015

All Saints Orthodox Church

OMELIA DEL CARD. ANGELO SCOLA - ARCIVESCOVO DI MILANO 2011


(l'Omelia è del Card Scola, essendo l'Arcidiocesi di Milano è rito ambrosiano, la seconda lettura non corrisponde le altre du si)

ARCIDIOCESI DI MILANO

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI

Ap 7,2-4.9-14; Sal 88; Rm 8,28-39; Mt 5,1-12a

OMELIA DEL CARD. ANGELO SCOLA - ARCIVESCOVO DI MILANO

DUOMO DI MILANO, 1 NOVEMBRE 2011

Il dono della santità

1.«Ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi… davanti all’Agnello… e tenevano rami di palma nelle loro mani » (Prima Lettura, Ap 7,9). La visione del Libro dell’Apocalisse apre uno squarcio sul Paradiso, il luogo della definitiva vittoria sulla morte: in Paradiso la diversità non è più un ostacolo (una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua); nulla potrà più sconfiggerci come mostrano i beati che sono in piedi - è la posizione del Risorto e dei risorti - con i rami di palma nelle loro mani, segno di vittoria. La Chiesa, nostra madre, illumina la vigilia della celebrazione dei defunti con il dono straordinario della Solennità di tutti i Santi. 
E «noi, pellegrini sulla terra - come tra poco ci farà pregare il Prefazio - verso la patria comune affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa di questi membri eletti della Chiesa, … amici e modelli di vita». In questo giorno si manifesta in modo eminente la comunione di tutte le membra del Corpo di Cristo, il legame di fraternità fra noi e con i nostri cari passati all’altra riva. È il mistero della Comunione dei Santi.
2. La Cappella musicale canterà allo spezzare del pane: «Ecce veniet Dominus/ et omnes Sancti eius cum eo/ et erit in die illa lux magna» (Ecco il Signore viene/ e tutti i suoi santi con Lui/ e sarà quello un giorno di grande luce). Purtroppo per secoli la nozione di santità si è molto allontanata dal suo significato originario. Nelle comunità primitive, infatti, con il termine “santi” si indicavano semplicemente tutti i battezzati. La santità, prima che una meta è un dono. Incomincia con la grazia del Battesimo. Ed il Battesimo è destinato a fiorire e dare frutti abbondanti anzitutto perché un Altro, il Padre, ha seminato. Infatti, attraverso l’azione dello Spirito Santo, la vita stessa di Cristo Risorto ci viene comunicata e, mettendo in moto la nostra libertà, ci trasforma. 
Così «tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno» (Epistola, Rm 8,28). La vita intesa come vocazione è proprio la chiamata personale ad attuare in pienezza, progressivamente, lungo tutta l’esistenza, il dono posto all’origine dal Battesimo. Qui sta il segreto della santità, che – per usare un linguaggio a noi più familiare – possiamo definire come la piena riuscita della nostra umanità.
3. «Non c’è personalità veramente perfetta che nei santi. Ma come? I santi si sono forse proposti di sviluppare la propria personalità? No. L’hanno trovata senza cercarla, perché non cercavano questa, ma Dio solo» (J. Maritain). Se il compimento umano/santità non è l’esito del nostro progetto, allora è il frutto maturo di quell’incessante quaerere Deum (cercare Dio) di cui ha parlato il Santo Padre qualche anno fa al Collegio Les Bernardins di Parigi. Come un bambino diventa uomo unicamente all’interno di relazioni buone, anzitutto con i suoi genitori e poi con tutti coloro cui è affidata la sua educazione, così la creatura si realizza vivendo quotidianamente in modo pieno e stabile la relazione con il Creatore. «I Santi – ha detto recentemente il Papa in Germania - ci mostrano che è possibile e che è bene vivere in rapporto con Dio e vivere questo rapporto in modo radicale, metterlo al primo posto e non riservare ad esso soltanto qualche angolo» (Benedetto XVI, Omelia ad Erfurt, 24 settembre 2011).
La relazione buona con Dio è la radice da cui si alimenta ogni relazione costitutiva: con noi stessi,  con gli altri e con il cosmo. Per questo come mostra con grande luminosità la storia delle nostre terre, i santi sono stati protagonisti di autenticità ecclesiale e di edificazione sociale, costruttori di civiltà. Per limitarci agli ultimi decenni della nostra storia, come non ricordare la Beata Marianna Sala, San Riccardo Pampuri, il Beato Luigi Talamoni, Santa Gianna Beretta Molla, il Beato Luigi Monza, il Beato Carlo Gnocchi, il Beato Padre Vismara, la Beata suor Enrichetta Alfieri, il Beato Serafino Morazzone? L’ininterrotta memoria di queste figure presso il nostro popolo è garanzia sicura del permanere tra noi di forze vive che ci faranno uscire dal travaglio che in questi tempi sta mettendo a dura prova le nostre terre e tutto il paese.
Se poi allarghiamo lo sguardo, non è possibile scrivere la storia di carità operosa, di educazione illuminata, di concordia civile, tutti fattori che appartengono per diritto proprio all’identità europea, se dimentichiamo nomi come Santa Caterina da Siena, San Giovanni di Dio, San Vincenzo de’ Paoli, San Tommaso Moro, San Giovanni Bosco o San Massimiliano Kolbe… Donne e uomini, trasfigurati dall’incontro con Gesù Risorto, le cui vite hanno illuminato e illuminano tuttora il presente delle nostre plurali società europee. Vale proprio la pena fare tesoro del celebre invito che la Didachè rivolgeva ai primi cristiani: «Cercate ogni giorno il volto dei santi e trovate riposo nei loro discorsi» (Didachè, IV,2).
4. «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?» (Epistola, Rm 8,31-32). In tal modo il Dio con noi (l’Emanuele annunciato dai Profeti), è definitivamente Dio per noi. «Vivere per Lui significa lasciarsi coinvolgere nel suo “essere per”» (Benedetto XVI, Spe salvi, 28). La speranza, la virtù bambina che tiene per mano le sorelle maggiori, fede e carità, nasce da un’esperienza di grande gioia. E quale gioia è più grande di quella che la Chiesa oggi ci propone col mistero della comunione dei Santi? Esso ci apre alla speranza certa della resurrezione nel nostro vero corpo, della nostra vita definitiva nella “casa piena di porte aperte” che è la Trinità (Hans Urs von Balthasar). Ci dice inoltre che la lunga schiera di beati e di santi - non solo quelli pubblicamente proclamati come tali dalla Chiesa, ma anche i tanti santi anonimi tra cui ci sono sicuramente nostri cari trapassati - ci accompagna con la preghiera e con l’affetto nel nostro pellegrinaggio terreno. Domani noi eleveremo per loro speciali preghiere di suffragio, ma loro stessi tendono le loro mani a noi e così ci assicurano compagnia intensa e quotidiana. Per questo, perché speriamo con speranza certa in un futuro di gloria, non per una nostalgia del passato, visitiamo i cimiteri. I nostri cari ci hanno preceduto e ci attendono sull’altra riva. Là, beati, li rivedremo.
5. Queste preziose convinzioni delle nostra fede non sono favole o miti per gente pusillanime che non si rassegna alla morte. Se facciamo spazio, nella mente e nel cuore, al Vangelo oggi proclamato lo possiamo comprendere bene. Il nucleo del brano di Matteo sulle beatitudini descrive infatti in primo luogo la personalità di Cristo. L’annuncio delle beatitudini è in realtà una rappresentazione che Gesù fa di sé attraverso la quale Egli ci invita alla Sua imitazione. «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Vangelo, Mt 5,7): Egli è colui che rivela e realizza sulla terra la misericordia del Padre. «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio» (Vangelo, Mt 5,8): Egli ha il cuore puro che vede di continuo il Padre. «Beati gli operatori di pace» (Vangelo, Mt 5,9): Egli - come scrive San Paolo - «è la nostra pace», in quanto ha ucciso l’inimicizia nel suo Corpo crocifisso. «Beati i perseguitati per la giustizia» (Vangelo, Mt 5,10): Egli è l’innocente perseguitato in quanto giustizia di Dio vivente e personale.
In questa Santa Eucaristia il futuro (il tempo della speranza) è già presente. Siamo «predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo» (Epistola, Rm 8,29). In Cristo tutto ciò che nell’insegnamento delle beatitudini ci viene promesso è già perfettamente attuato: il tempo è dato alla nostra libertà per compiere l’affascinante cammino di una sempre maggiore assimilazione a Lui. Ci accompagnino e ci proteggano la Vergine nostra madre e tutti i Santi. Amen

OMELIA 1 NOVEMBRE TUTTI I SANTI - BEATI I POVERI DI SPIRITO


OMELIA 1 NOVEMBRE TUTTI I SANTI

mons. Gianfranco Poma

Beati i poveri in spirito

Nella festa di "Tutti i santi" la Liturgia fa risuonare in tutto il mondo le "Beatitudini" evangeliche (Matt.5,1-12), "il testo - come scrive Gilbert Cesbron - più importante nella storia umana, una parola indirizzata a tutti (non solo ai credenti), l'unica luce che brilla ancora nelle tenebre di violenza, di paura, di solitudine, in cui è stato gettato l'Occidente dal proprio orgoglio ed egoismo". Il testo delle "Beatitudini" come lo troviamo nel Vangelo di Matteo, è talmente bello che rischia di essere scambiato per poesia, come qualcosa di romantico che accarezza i sentimenti senza cambiarci la vita.
In realtà, le "Beatitudini" in bocca a Gesù sono un grido che rompe gli equilibri chiusi su cui si regge il mondo, l'inizio della speranza e della forza per una rivoluzione inpensata che dà senso all'universo.
Radicate nelle attese degli antichi profeti, esse sono l'effetto del messaggio che Gesù ha cominciato ad annunciare: "Cambiate mentalità perché il Regno dei cieli è vicino" (Matt.4,17). Tutto ha inizio da questa lieta notizia, il Vangelo di cui Gesù è portatore: non si tratta della dottrina di un maestro particolarmente illuminato, né di un sistema etico più elevato. Si tratta dell'annuncio di un evento accaduto: in lui, Gesù di Nazareth, uomo come tutti, lo Spirito di Dio è disceso, la voce del Padre lo ha proclamato Figlio suo. Dio non è più irraggiungibile, perché Lui stesso è disceso: egli non è più il termine di una impotente ricerca dell'uomo, perché Dio stesso ha cercato e si è donato all'uomo. Questa è la novità del lieto annuncio di Gesù Cristo: chi incontra Lui, incontra quel Dio che vuole donarsi ad ogni uomo. E il radicale cambiamento, la "conversione" che Gesù chiede significa accogliere Dio che si è fatto vicino, lasciarsi amare da Lui e sperimentare che solo accogliendo l'Amore l'uomo diventa capace di amare.
Matteo narra (4,18-25) che l'annuncio di Gesù ha dato inizio ad un inarrestabile movimento di folla che si stringe a Lui: segno dell'umanità che in Lui ha trovato la speranza per intraprendere un cammino insperabile, nuovo popolo di Dio al seguito del nuovo Mosè, che non impone un'altra Legge sulle spalle troppo fragili dell'uomo, ma gli crea un cuore che gli fa vivere una vita nuova. Il "discorso della montagna" che Gesù sta per fare (Matt.5-7), è la carta fondamentale del nuovo popolo di Dio, non più Legge, ma Grazia; vita ben più impegnativa di quella imposta dalla Legge, impossibile se fosse affidata alle forze dell'uomo, ma ormai divenuta connaturale per l'uomo la cui fragilità è stata riempita dall'infinita potenza dell'Amore del Padre. Così, la fragilità diventa potenza, la povertà ricchezza: la logica del mondo è capovolta. Il lieto annuncio di Gesù cambia il mondo: i primi discepoli ne sono talmente afferrati che lasciano tutto e lo seguono. Ormai non si tratta più di cercare le forze per superare il limite umano che rimane invalicabile: l'infinito si è fatto piccolo per riempire e dilatare l'umano, tutto è grazia, dono, Amore. Le "Beatitudini" sono il grido di gioia, di felicità, di Gesù che vive personalmente l'infinito dentro la sua carne: diventano il grido di gioia di ogni uomo che seguendo Lui, ha il coraggio di accettare la propria umanità sentendo che essa non è fallimento, inutilità, disperazione, ma spazio riempito dall'infinito Amore. "Beati i poveri...". Il povero non è un fallito: proprio perché non ha nulla a cui aggrapparsi è amato solo da Dio. Si tratta di credere questo, sperimentarlo e viverlo quotidianamente. "Di essi è il regno dei cieli". L'uomo che avverte la propria povertà, ne ha paura, cerca di farsi ricco, cerca sicurezza aggrappandosi a ciò che poi diventa un idolo: all'uomo povero, che non si crea e non si lega a sicurezze illusorie, Dio dona se stesso. Dio solo riempie l'uomo: quanto è libero e tanto più gusta l'Amore di Dio. Lo studio del testo di Matteo mostra quanto l'evangelista nell'annuncio delle "Beatitudini" sia attento alla sua comunità: c'è pure una preoccupazione pedagogica nel Vangelo. L'annuncio: "beati i poveri..." può pure esporsi a tanti equivoci. Per questo Matteo aggiunge: "in spirito", che non significa una "spiritualizzazione" della povertà, quanto piuttosto l'esigenza di un cammino interiore di ricerca di verità, di sincero abbandono di ogni velleità di crearsi qualsiasi tipo di potente autosufficienza a cui aggrapparsi, per sentire che ciò che dà sicurezza e gioia all'uomo è solo l'Amore accolto in un cuore libero e povero. Così Matteo è preoccupato di chiarire che la povertà è fragilità davanti al mondo, è mitezza, bisogno di giustizia: ma l'Amore di Dio operante proprio dentro ciò che per il mondo è debole, crea già un agire nuovo fatto di misericordia, di purezza di cuore, di gesti di pace e di giustizia. E Matteo non intende illudere la sua comunità: chi crede l'Amore sente più che mai il permanere del limite umano dentro di sé e nel mondo, non si illude di entrare in un mondo di sogno, sperimenta che la pienezza dell'Amore è solo Lui, Dio, ma sente e vede che l'Amore è già adesso l'unica forza che rende bella la vita e dona felicità. L'ultima beatitudine esprime chiaramente la preoccupazione pedagogica di Matteo: la felicità sperimentata dal povero che gusta la forza sconvolgente dell'Amore di Dio è dentro una vita che continua ad essere segnata dal limite umano, in un mondo la cui logica è contraria a quella proclamata da Cristo. L'incontro con Lui è una esperienza così intensamente vera che comunica una felicità così grande che è solo divina, ma che pure illumina e rende lieti anche i nostri giorni oscuri.

giovedì 29 ottobre 2015

Iconography in Ancient House Churches

NELLA BIBBIA SETE E ARIDITÀ HANNO UN RIMEDIO SICURO. (G. RAVASI)


NELLA BIBBIA SETE E ARIDITÀ HANNO UN RIMEDIO SICURO. (G. RAVASI)
 
L’Osservatore Romano 2 settembre 2011

È questa la stagione nella quale riusciamo a comprendere in pienezza il valore di quella tetrade aggettivale che san Francesco ha dedicato nel suo Cantico a “sor’acqua”: “utile et humile et pretiosa et casta”. Tanti sono i profili che questa realtà presenta, soprattutto a livello sociale, come vediamo ininterrottamente nelle “lotte per l’acqua”, nelle tragedie legate alla siccità, nelle stesse politiche: si pensi, per stare vicino a noi, anche alla recente vicenda del referendum che l’aveva proprio per tema.
Si tratta, infatti, di una realtà veramente “utile et pretiosa”, principio della nostra composizione organica e della stessa sopravvivenza. Noi ora ci accontenteremo di lasciare spazio alla Bibbia che ci parlerà non solo della “materialità” dell’acqua ma anche e soprattutto della sua “simbolicità”. … Un panorama assolato, una steppa arida, un’oasi verdeggiante incastonata in una valle, una pista che si dipana negli spazi solitari, qualche raro albero e cespuglio: può sembrare uno stereotipo paesaggistico orientale, ma è effettivamente questo l’habitat prevalente dell’uomo della Bibbia ed è così che l’acqua costituisce, ieri e oggi, il cardine dei desideri e delle contese, l’archetipo dei simboli e delle idee del nomade e del sedentario.
La parola majim, “acqua”, risuona oltre 580 volte nell’Antico Testamento, come l’equivalente greco hydor ritorna un’ottantina di volte nel Nuovo (metà di queste occorrenze sono nel solo Vangelo di Giovanni); circa 1.500 versetti dell’Antico e oltre 430 del Nuovo Testamento sono “intrisi” d’acqua, perché oltre ai vocaboli citati c’è una vera e propria costellazione di realtà che ruotano attorno a questo elemento così prezioso, a partire dal pericoloso jam, il “mare”, o dal più domestico Giordano, passando attraverso le piogge (con nomi ebraici diversi, se autunnali, invernali o primaverili), le sorgenti, i fiumi, i torrenti, i canali, i pozzi, le cisterne, i serbatoi celesti, il diluvio, l’oceano e così via. Per non parlare poi dei verbi legati all’acqua come bere, abbeverare, aver sete, dissetare, versare, immergere (il “battezzare” nel greco neotestamentario), lavare, purificare…. Un filo d’acqua scorre idealmente attraverso le pagine delle Sacre Scritture, testimoniando una sete ancestrale, legata a coordinate geografiche ed ecologiche segnate dall’aridità. 
Non per nulla la Bibbia si apre con la creazione della luce e dell’acqua (Genesi, 1, 3-10) e con le piogge e la canalizzazione delle sorgenti (Genesi, 2, 4-6) e si chiude con “unfiume d’acqua viva limpida come cristallo che scaturisce dal trono di Dio e dell’Agnello” (Apocalisse, 22, 1). E in mezzo c’è sempre l’ansiosa ricerca dell’acqua e la sete. Basti solo pensare a Israele nel deserto e al suo grido: “Dateci acqua da bere!” (Esodo, 17, 2), o alla siccità vista come una maledizione celeste pronunziata dal profeta in nome di Dio: “Per la vita del Signore, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto – minaccia Elia – non ci sarà né rugiada né pioggia se non quando lo dirò io” (1 Re, 17, 1).
Geremia ci ha lasciato uno dei più vivaci e drammatici ritratti di questa piaga endemica del Vicino Oriente: “I ricchi mandano i loro servi in cerca d’acqua; essi si recano ai pozzi ma non la trovano e tornano coi recipienti vuoti. Sono delusi e confusi e si coprono il capo. Per il terreno screpolato, perché non cade pioggia nel paese, gli agricoltori sono delusi e confusi. La cerva partorisce nei campi e abbandona il parto perché non c’è erba. Gli onagri si fermano sulle alture e aspirano l’aria come sciacalli; i loro occhi languiscono perché non si trovano erbaggi” (14, 3-6)…. È per questo che, quando s’affacciano le nubi e cade la pioggia, si è convinti di ricevere una benedizione divina, come si legge nel Deuteronomio: “Il Signore apre per te il suo benefico tesoro, il cielo, per dare alla tua terra la pioggia a suo tempo e per benedire tutto il lavoro delle tue mani” (28, 12).
Tuttavia il Creatore, che è Padre di tutti, si preoccupa di ogni sua creatura prescindendo dal merito, come dirà Gesù: “Il Padre vostro celeste fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Matteo, 5, 45). E quando arriva la primavera con le sue piogge, il Salmista – in un dipinto poetico di straordinaria fragranza (65, 10-14) – immagina che il Signore passi col suo carro delle acque “dissetando la terra, gonfiando i fiumi, irrigando i solchi, amalgamando le zolle, bagnando il terreno con la pioggia: al suo passaggio stilla l’abbondanza, stillano i pascoli del deserto (…) e tutto canta e grida di gioia”.
L’uomo dà il suo contributo con le canalizzazioni e la tecnica idraulica: basti solo visitare nella fortezza di Meghiddo in Galilea l’imponente acquedotto o seguire la galleria (di 540 metri) scavata nell’VIII secolo prima dell’era cristiana, dal re Ezechia per portare l’acqua dalla sorgente di Ghicon fino alla riserva di Siloe a Gerusalemme (una lapide, conservata ora al museo archeologico di Istanbul evoca il momento emozionante della caduta dell’ultimo diaframma e dell’incontro delle due squadre di operai che da lati opposti avevano condotto lo scavo)…. Proprio perché è al centro della esistenza fisica, l’acqua diventa un simbolo dei valori assoluti, della vita anche nella sua dimensione spirituale, della stessa trascendenza.
Melville in quel particolare “romanzo d’acqua” che è Moby Dick scriveva: “Perché gli antichi Persiani consideravano sacro il mare? Perché i Greci gli assegnarono un dio a sé, fratello di Giove? Certo tutto questo non è senza significato. E ancora più profondo è il senso della favola di Narciso che, non potendo afferrare la tormentosa, dolce immagine che vedeva nella fonte, vi si immerse e annegò. Ma quella stessa immagine anche noi la vediamo in tutti i fiumi e oceani. È l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita, e questa è la chiave di tutto”. La stessa chiave è, dunque, adottata anche nella Bibbia e secondo uno spettro molto variegato di significati, non solo positivi. Pensiamo solo al segno del diluvio come atto giudiziario divino compiuto attraverso l’acqua e allo stesso esodo nel mar Rosso che si chiude come un sepolcro di morte sugli Egiziani oppressori o al citato jam, il “mare”, che meriterebbe una trattazione a sé stante, essendo per Israele il simbolo del caos, del nulla e persino del male: per questo Cristo cammina sulle onde e fa piombare i porci, animali impuri, nel mare e riesce a sostenere su quelle acque anche il discepolo impaurito, Pietro (Matteo, 14, 24-31)….
L’acqua è, però, prima di tutto e sopra tutto segno di vita e di trascendenza. Noi ora ci accontenteremo di mettere quasi in fila, in una sorta di elenco, alcuni dei tanti valori metaforici che le acque acquistano: esse, infatti, nella Bibbia non sono mai dolcemente contemplate come “chiare fresche dolci acque” alla maniera petrarchesca, ma sono celebrate come rimandi a realtà nascoste più alte. Così, l’acqua è per eccellenza simbolo di Dio, sorgente di vita. Basti solo evocare l’indimenticabile comparazione geremiana: “Essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate che non tengono l’acqua” (2, 13). L’acqua è segno della Parola divina senza la quale si soffoca e si è aridi: “Verranno giorni – dice il Signore – in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane né sete d’acqua, ma di ascoltare la parola del Signore… Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca” (Amos, 8, 11 e Isaia, 55, 10-11)….
L’acqua è simbolo della sapienza divina effusa in Israele: “Essa trabocca come il Tigri nella stagione dei frutti nuovi, fa dilagare l’intelligenza come l’Eufrate e come il Giordano nei giorni della mietitura, espande la dottrina come il Nilo, come il Ghicon nei giorni della vendemmia (…) Io sono come un canale derivante da un fiume e come un corso d’acqua sono uscita verso un giardino. Ho detto: Innaffierò il mio giardino e irrigherò la mia aiuola! Ed ecco il mio canale è divenuto un fiume e il mio fiume un mare” (Siracide, 24, 23-25.28-29).
L’acqua annunzia l’era messianica e la rinascita dell’umanità: “Scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa; la terra bruciata diventerà una palude e il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua” (Isaia, 35, 6-7). Anzi, l’acqua diventa l’emblema di Cristo, come si intuisce nel celebre dialogo con la Samaritana: “Chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà più sete, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Giovanni, 4, 14). È per questo che l’evangelista testimonia con insistenza che dal costato del Cristo crocifisso “uscì sangue e acqua” (19, 34). E come si intuisce nelle parole destinate alla donna di Samaria, l’acqua diventa anche il segno della vita nuova del credente nel quale è effuso lo Spirito di Dio. Gesù, durante la festa ebraica delle Capanne (che comprendeva proprio un rituale con l’acqua di Siloe), aveva esclamato: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Giovanni, 7, 7-39).
L’acqua, allora, è immagine della vita nuova del fedele che con essa si purifica il cuore del male (“Lavami da tutte le mie colpe”, Salmi, 51, 4), secondo quel rito lustrale che è presente in quasi tutte le culture religiose. Essa rappresenta, così, anche la rigenerazione interiore, destinata a dare frutti di giustizia: “Il giusto sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua; darà frutti a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai” (Salmi, 1, 3).
Ma l’acqua rimane soprattutto il simbolo supremo di quel Dio di cui l’uomo ha sempre sete ed è questa la costante preghiera di tutti coloro che cercano Dio con cuore sincero: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia (letteralmente “la mia gola”) ha sete di Dio, del Dio vivente (…) O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua…” (Salmi, 42, 2-3; 63, 2).

AQABA, LA PRIMA CHIESA CRISTIANA


LUOGHI SACRI L' ECCEZIONALE SCOPERTA DI UN GRUPPO DI RICERCATORI CANADESI E STATUNITENSI IN GIORDANIA. L' EDIFICIO RISALIREBBE AL TERZO SECOLO

AQABA, LA PRIMA CHIESA CRISTIANA

Cremonesi Lorenzo - Pagina 29 (24 luglio 1998) - Corriere della Sera

 L'eccezionale scoperta di un gruppo di ricercatori canadesi e statunitensi in Giordania. L'edificio risalirebbe al terzo secolo Aqaba, la prima chiesa cristiana (Giordania) e mura in alcuni punti sono tuttora alte oltre quattro metri, alla base uno strato di pietre eppoi mattoni d'argilla cotti al sole. Un complesso di grandi stanzoni, collegati tra loro da porte ad arco, lungo 28 metri e largo 24, molto semplice, senza mosaici o segni di culto particolari. Ecco cio' che rimane di quella che la spedizione di archeologi americani e canadesi ritiene possa essere la piu' antica chiesa mai portata alla luce sino ad ora. "I ritrovamenti di terracotta e alcune monete ci permettono di datare la sua costruzione a circa la meta' del terzo secolo dopo Cristo. Una scoperta importante, che consente tra l'altro di studiare meglio la grande diffusione del primo cristianesimo a poco piu' di due secoli dalla morte di Gesu'. Il valore sta inoltre nel fatto che arriva sino a noi nella sua pianta originale", sostiene il capo della spedizione, Thomas Parker, docente di archeologia all'universita' della Carolina del Nord. Una scoperta che solleva pero' anche qualche perplessita'. Per esempio la scelta del momento in cui viene resa pubblica: nell'imminenza delle celebrazioni per il Bimillenario. Non a caso i ministeri delle Antichita' e del Turismo giordani sono ben contenti di pubblicizzarla con la speranza di veder confluire su Aqaba ed Amman una fetta del flusso di turisti e pellegrini atteso da Roma a Gerusalemme. La possibilita' che quella di Aqaba sia davvero la chiesa piu' antica della cristianita' mai trovata resta molto concreta. Una scoperta quasi casuale. Il governo giordano sta promuovendo il rilancio economico e turistico del suo unico porto. E agli archeologi restano ormai ben pochi siti di ricerca. "Quello della chiesa e' praticamente l'unico rimasto presso le zone sabbiose del lungomare. Abbiamo iniziato a scavare e solo dopo una ventina di centimetri sono emerse le sommita' dei muri di cinta", raccontano. Sul lato orientale si trova un'abside rettangolare priva di altare. La struttura e' simile a quella delle chiese copte del Quinto secolo rinvenute lungo il Nilo. Inoltre ad un centinaio di metri e' stato individuato il cimitero dello stesso periodo con centinaia di tombe: in una di quelle gia' aperte e' stata ritrovata una croce di bronzo. E non va dimenticato che al celebre Concilio di Nicea, il primo che defini' i principali dogmi della cristianita' nel 325, tra i circa 250 vescovi intervenuti e' menzionato anche quello della comunita' di Aqaba. Sono prove sufficienti? "Sono quattro anni che scavo in questa zona. Per molto tempo ho preferito tacere. Ma ormai l'evidenza mi sembra schiacciante", risponde entusiasta Parker. Del resto i risultati degli scavi sono suffragati dalla storia della regione. Aqaba ai tempi di Lawrence d'Arabia si era ridotta ad un minuscolo villaggio beduino semi - abbandonato all'estremita' orientale del Golfo del Mar Rosso e nella zona piu' arida del tratto del deserto del Negev che parte dal Mar Morto. Quasi inesistenti le piogge, il clima torrido per gran parte dell'anno: l'unica acqua potabile e' quella sempre un po' salmastra della falda freatica. Ma prima della costruzione del Canale di Suez fu un punto di passaggio importantissimo dal Mediterraneo all'Oceano Indiano e viceversa. Le merci vi arrivavano via nave dall'Oriente e poi venivano portate a dorso di cammello sino a Gaza o alla grande oasi di El Arish per riprendere la rotta dell'Europa. "Ecco perche' i romani vi misero il presidio della Decima Legione, una delle piu' forti, la stessa che aveva distrutto Gerusalemme nel 70 dopo Cristo", sottolinea Parker. Nulla di strano dunque che ad Aqaba giungessero anche i proto - cristiani, o i giudeo - cristiani, come tanti storici definiscono gli adepti della Chiesa primitiva. Aqaba era per loro terra di missione: come ogni grande porto diventava il luogo privilegiato per diffondere il nuovo credo. "La chiesa avrebbe potuto essere costruita nel periodo di calma nella caccia ai cristiani che va dal 250 dopo Cristo alla feroce persecuzione voluta da Diocleziano nel 303. E infatti abbiamo rinvenuto tracce di una prima grave distruzione della struttura, compreso il crollo di gran parte del tetto, proprio agli inizi del Quarto secolo", aggiunge l'archeologo. Quindi una chiesa ben piu' antica di quelle individuate alle fondamenta della Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme e della Nativita' a Betlemme, entrambe del Quinto secolo. Uniche strutture piu' vecchie sono quelle scavate a Dura - Europas, sulle rive siriane dell'Eufrate, e la cosiddetta "casa di San Pietro", a Cafarnao, sulle sponde del lago di Tiberiade. Ma entrambe sono piccole abitazioni private, trasformate in cappelle cristiane solo molto piu' tardi. Nulla a che vedere con gli oltre cento fedeli che potevano riunirsi nella chiesa di Aqaba. Lorenzo Cremonesi

mercoledì 28 ottobre 2015

"Descent of Holy Spirit on the Apostles", fresco,(ingrandimento jpg)

CRISTO, AUTORE DELLA RISURREZIONE E DELLA VITA - Omelia pasquale» di un antico Autore


CRISTO, AUTORE DELLA RISURREZIONE E DELLA VITA 

Dall'«Omelia pasquale» di un antico Autore (Sermo 35, 6-9; PL 17 [ed. 1879], 696-697) 

"Ricordando la felicità per il riacquisto della salvezza, Paolo proclama: «Come per Adamo la morte entrò in questo mondo, così per Cristo la salvezza è di nuovo data al mondo»; e ancora: «Il primo uomo fu tratto dalla terra, ed è quindi terrestre; il secondo uomo viene dal cielo, ed è quindi celeste». 
E poi dice ancora: «Come abbiamo portato l'immagine del terrestre», cioè dell'uomo vecchio nel peccato, «porteremo anche l'immagine del celeste», cioè abbiamo la salvezza dell'uomo assunto, redento, rinnovato e purificato in Cristo, poiché proprio lo stesso Apostolo dice: Cristo è il principio, cioè l'autore della risurrezione e della vita; poi quelli che sono di Cristo, cioè quelli che vivono seguendo l'esempio della sua purezza, e hanno così la sicurezza nella speranza della sua risurrezione, e possederanno con lui la gloria della celeste promessa, come dice lo stesso Signore nel Vangelo: «Colui che mi seguirà, non perirà, ma passerà dalla morte alla vita». 
Così la passione del Salvatore è salvezza della vita dell'uomo. Per questo infatti volle morire per noi, affinché noi, credendo in lui, vivessimo per sempre. Volle diventare nel tempo quello che noi siamo, affinché, raggiunta la promessa della sua eternità, noi vivessimo con lui per sempre. 
Questa, dico, è quella grazia dei misteri celesti, questo è il dono della Pasqua, questa è la festa dell'anno che più desideriamo, questi sono gli inizi delle realtà vivificanti. 
Da qui i figli generati nel vitale lavacro della santa Chiesa, rinati nella semplicità dei bambini, fanno risuonare il balbettio della loro innocenza. Da qui i casti padri, e da qui le pudiche madri continuano, per mezzo della fede, una nuova, innumerevole discendenza. Da qui, sotto l'albero della fede, dallo zampillo di una pura fonte, risplende l'ornato dei ceri. Da qui sono santificati con il dono del merito celeste, e sono nutriti dal glorioso mistero del sacramento spirituale. Da qui, dal grembo della Chiesa beata, viene alimentata la fraternità di un unico popolo, e gli adoratori della sostanza dell'unica divinità e onnipotenza e del nome delle tre persone cantano con il Profeta il salmo della festa annuale: «Questo è il giorno che ha fatto il Signore: esultiamo e rallegriamoci».  
Mi chiedo: Quale giorno? Quello che ha dato il principio alla vita, l'inizio della luce, l'autore della chiarità, cioè lo stesso Signore Gesù Cristo, che ha detto di se stesso: «Io sono il giorno; chi cammina durante il giorno, non inciampa», cioè: Chi segue Cristo in tutto, ricalcando le sue orme arriverà fino alle soglie della luce eterna; come egli stesso, quando ancora era quaggiù con il corpo, prega per noi il Padre dicendo. «Padre, voglio che dove sono io, siano anche coloro che hanno creduto in me; affinché come tu sei in me e io in te, così anche essi rimangano in noi»." 
 

Preghiera 
O Dio, che nella liturgia pasquale ci dai la gioia di rivivere ogni anno la risurrezione del Signore: concedi che l’esultanza di questi giorni raggiunga la sua pienezza nella Pasqua eterna. Per Cristo nostro Signore.Amen

"a cura del Dipartimento di Teologia Spirituale 
della Pontificia Università della Santa Croce"

BENEDETTO XVI - LOTTA NOTTURNA E INCONTRO CON DIO (GEN 32,23-33)


BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 25 maggio 2011 

L'uomo in preghiera (4)

LOTTA NOTTURNA E INCONTRO CON DIO (GEN 32,23-33)

Cari fratelli e sorelle,

Oggi vorrei riflettere con voi su un testo del Libro della Genesi che narra un episodio abbastanza particolare della storia del Patriarca Giacobbe. È un brano di non facile interpretazione, ma importante per la nostra vita di fede e di preghiera; si tratta del racconto della lotta con Dio al guado dello Yabboq, del quale abbiamo sentito un brano.
Come ricorderete, Giacobbe aveva sottratto al suo gemello Esaù la primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie e aveva poi carpito con l’inganno la benedizione del padre Isacco, ormai molto anziano, approfittando della sua cecità. Sfuggito all’ira di Esaù, si era rifugiato presso un parente, Labano; si era sposato, si era arricchito e ora stava tornando nella terra natale, pronto ad affrontare il fratello dopo aver messo in opera alcuni prudenti accorgimenti. Ma quando è tutto pronto per questo incontro, dopo aver fatto attraversare a coloro che erano con lui il guado del torrente che delimitava il territorio di Esaù, Giacobbe, rimasto solo, viene aggredito improvvisamente da uno sconosciuto con il quale lotta per tutta una notte. Proprio questo combattimento corpo a corpo - che troviamo nel capitolo 32 del Libro della Genesi - diventa per lui una singolare esperienza di Dio.
La notte è il tempo favorevole per agire nel nascondimento, il tempo, dunque, migliore per Giacobbe, per entrare nel territorio del fratello senza essere visto e forse con l’illusione di prendere Esaù alla sprovvista. Ma è invece lui che viene sorpreso da un attacco imprevisto, per il quale non era preparato. Aveva usato la sua astuzia per tentare di sottrarsi a una situazione pericolosa, pensava di riuscire ad avere tutto sotto controllo, e invece si trova ora ad affrontare una lotta misteriosa che lo coglie nella solitudine e senza dargli la possibilità di organizzare una difesa adeguata. Inerme, nella notte, il Patriarca Giacobbe combatte con qualcuno. Il testo non specifica l’identità dell’aggressore; usa un termine ebraico che indica “un uomo” in modo generico, “uno, qualcuno”; si tratta, quindi, di una definizione vaga, indeterminata, che volutamente mantiene l’assalitore nel mistero. È buio, Giacobbe non riesce a vedere distintamente il suo contendente e anche per il lettore, per noi, esso rimane ignoto; qualcuno sta opponendosi al Patriarca, è questo l’unico dato certo fornito dal narratore. Solo alla fine, quando la lotta sarà ormai terminata e quel “qualcuno” sarà sparito, solo allora Giacobbe lo nominerà e potrà dire di aver lottato con Dio.
L’episodio si svolge dunque nell’oscurità ed è difficile percepire non solo l’identità dell’assalitore di Giacobbe, ma anche quale sia l’andamento della lotta. Leggendo il brano, risulta difficoltoso stabilire chi dei due contendenti riesca ad avere la meglio; i verbi utilizzati sono spesso senza soggetto esplicito, e le azioni si svolgono in modo quasi contraddittorio, così che quando si pensa che sia uno dei due a prevalere, l’azione successiva subito smentisce e presenta l’altro come vincitore. All’inizio, infatti, Giacobbe sembra essere il più forte, e l’avversario – dice il testo – «non riusciva a vincerlo» (v. 26); eppure colpisce Giacobbe all’articolazione del femore, provocandone la slogatura. Si dovrebbe allora pensare che Giacobbe debba soccombere, ma invece è l’altro a chiedergli di lasciarlo andare; e il Patriarca rifiuta, ponendo una condizione: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto» (v. 27). Colui che con l’inganno aveva defraudato il fratello della benedizione del primogenito, ora la pretende dallo sconosciuto, di cui forse comincia a intravedere i connotati divini, ma senza poterlo ancora veramente riconoscere.
Il rivale, che sembra trattenuto e dunque sconfitto da Giacobbe, invece di piegarsi alla richiesta del Patriarca, gli chiede il nome: “Come ti chiami?”. E il Patriarca risponde: “Giacobbe” (v. 28). Qui la lotta subisce una svolta importante. Conoscere il nome di qualcuno, infatti, implica una sorta di potere sulla persona, perché il nome, nella mentalità biblica, contiene la realtà più profonda dell’individuo, ne svela il segreto e il destino. Conoscere il nome vuol dire allora conoscere la verità dell’altro e questo consente di poterlo dominare. Quando dunque, alla richiesta dello sconosciuto, Giacobbe rivela il proprio nome, si sta mettendo nelle mani del suo oppositore, è una forma di resa, di consegna totale di sé all’altro.
Ma in questo gesto di arrendersi anche Giacobbe paradossalmente risulta vincitore, perché riceve un nome nuovo, insieme al riconoscimento di vittoria da parte dell’avversario, che gli dice: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto» (v. 29). “Giacobbe” era un nome che richiamava l’origine problematica del Patriarca; in ebraico, infatti, ricorda il termine “calcagno”, e rimanda il lettore al momento della nascita di Giacobbe, quando, uscendo dal grembo materno, teneva con la mano il calcagno del fratello gemello (cfr Gen 25,26), quasi prefigurando lo scavalcamento ai danni del fratello che avrebbe consumato in età adulta; ma il nome Giacobbe richiama anche il verbo “ingannare, soppiantare”. Ebbene, ora, nella lotta, il Patriarca rivela al suo oppositore, in un gesto di consegna e di resa, la propria realtà di ingannatore, di soppiantatore; ma l’altro, che è Dio, trasforma questa realtà negativa in positiva: Giacobbe l’ingannatore diventa Israele, gli viene dato un nome nuovo che segna una nuova identità. Ma anche qui, il racconto mantiene la sua voluta duplicità, perché il significato più probabile del nome Israele è “Dio è forte, Dio vince”.
Dunque Giacobbe ha prevalso, ha vinto - è l’avversario stesso ad affermarlo - ma la sua nuova identità, ricevuta dallo stesso avversario, afferma e testimonia la vittoria di Dio. E quando Giacobbe chiederà a sua volta il nome al suo contendente, questi rifiuterà di dirlo, ma si rivelerà in un gesto inequivocabile, donando la benedizione. Quella benedizione che il Patriarca aveva chiesto all’inizio della lotta gli viene ora concessa. E non è la benedizione ghermita con inganno, ma quella gratuitamente donata da Dio, che Giacobbe può ricevere perché ormai solo, senza protezione, senza astuzie e raggiri, si consegna inerme, accetta di arrendersi e confessa la verità su se stesso. Così, al termine della lotta, ricevuta la benedizione, il Patriarca può finalmente riconoscere l’altro, il Dio della benedizione: «Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva» (v. 31), e può ora attraversare il guado, portatore di un nome nuovo ma “vinto” da Dio e segnato per sempre, zoppicante per la ferita ricevuta.
Le spiegazioni che l’esegesi biblica può dare riguardo a questo brano sono molteplici; in particolare, gli studiosi riconoscono in esso intenti e componenti letterari di vario genere, come pure riferimenti a qualche racconto popolare. Ma quando questi elementi vengono assunti dagli autori sacri e inglobati nel racconto biblico, essi cambiano di significato e il testo si apre a dimensioni più ampie. L’episodio della lotta allo Yabboq si offre così al credente come testo paradigmatico in cui il popolo di Israele parla della propria origine e delinea i tratti di una particolare relazione tra Dio e l’uomo. Per questo, come affermato anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, «la tradizione spirituale della Chiesa ha visto in questo racconto il simbolo della preghiera come combattimento della fede e vittoria della perseveranza» (n. 2573). Il testo biblico ci parla della lunga notte della ricerca di Dio, della lotta per conoscerne il nome e vederne il volto; è la notte della preghiera che con tenacia e perseveranza chiede a Dio la benedizione e un nome nuovo, una nuova realtà frutto di conversione e di perdono.
La notte di Giacobbe al guado dello Yabboq diventa così per il credente un punto di riferimento per capire la relazione con Dio che nella preghiera trova la sua massima espressione. La preghiera richiede fiducia, vicinanza, quasi in un corpo a corpo simbolico non con un Dio nemico, avversario, ma con un Signore benedicente che rimane sempre misterioso, che appare irraggiungibile. Per questo l’autore sacro utilizza il simbolo della lotta, che implica forza d’animo, perseveranza, tenacia nel raggiungere ciò che si desidera. E se l’oggetto del desiderio è il rapporto con Dio, la sua benedizione e il suo amore, allora la lotta non potrà che culminare nel dono di se stessi a Dio, nel riconoscere la propria debolezza, che vince proprio quando giunge a consegnarsi nelle mani misericordiose di Dio.
Cari fratelli e sorelle, tutta la nostra vita è come questa lunga notte di lotta e di preghiera, da consumare nel desiderio e nella richiesta di una benedizione di Dio che non può essere strappata o vinta contando sulle nostre forze, ma deve essere ricevuta con umiltà da Lui, come dono gratuito che permette, infine, di riconoscere il volto del Signore. E quando questo avviene, tutta la nostra realtà cambia, riceviamo un nome nuovo e la benedizione di Dio. E ancora di più: Giacobbe, che riceve un nome nuovo, diventa Israele, dà un nome nuovo anche al luogo in cui ha lottato con Dio, lo ha pregato; lo rinomina Penuel, che significa “Volto di Dio”. Con questo nome riconosce quel luogo colmo della presenza del Signore, rende sacra quella terra imprimendovi quasi la memoria di quel misterioso incontro con Dio. Colui che si lascia benedire da Dio, si abbandona a Lui, si lascia trasformare da Lui, rende benedetto il mondo. Che il Signore ci aiuti a combattere la buona battaglia della fede (cfr 1Tm 6,12; 2Tm 4,7) e a chiedere, nella nostra preghiera, la sua benedizione, perché ci rinnovi nell’attesa di vedere il suo Volto. Grazie.

martedì 27 ottobre 2015

Russian Icon of Our Lady of Fatima

MALATTIA E PREGHIERA


MALATTIA E PREGHIERA

28 luglio 2015 |

L’etimologia collega la preghiera alla precarietà. La malattia, che fa sentire all’uomo la precarietà del suo esistere, il suo essere sovrastato da forze che lo dominano e la sua condizione di corpo minacciato, è una situazione in cui a volte anche l’uomo non credente vede sorgere in lui un’apertura al trascendente, una preghiera, o almeno un’attività linguistica che ha un “dio” come destinatario sia di suppliche che di invettive, di invocazioni e di bestemmie.
Per il cristiano la preghiera è ricerca di integrazione fra la vita tutta e tutte le situazioni esistenziali, dunque anche la malattia, e il Dio rivelato in Gesù Cristo.
Se la preghiera è l’eloquenza della fede, la malattia, che mette in crisi l’integrità psicofisica dell’uomo, costituisce anche una prova della fede, dell’immagine di Dio che il malato nutre, e segna l’inizio di un cammino per rifare l’unità spezzata fra la propria vita personale e l’immagine di Dio, tra fede e vita. Che altro è, infatti, la preghiera se non il cammino in cui il credente, a partire dalle prove della propria vita, purifica e converte le proprie immagini di Dio ponendole davanti al Cristo crocifisso, piena e definitiva rivelazione del volto di Dio?
L’esempio di Paolo è significativo. Afflitto da una “spina nella carne” che con tutta probabilità consiste in una malattia, egli prega intensamente il Signore di liberarlo da questa sofferenza, ma la sua preghiera incontra questa risposta del Signore: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza” (2Cor 12,9). La preghiera di Paolo resta non esaudita, ma non inefficace: essa infatti porta Paolo ad accogliere la volontà di Dio e a mutare la sua immagine di Dio vedendosi maggiormente conformato all’immagine di Dio che è il Cristo crocifisso.
La preghiera cristiana aiuta la conformazione del credente al Cristo crocifisso.
 Abbiamo qui un criterio importante della preghiera cristiana e della preghiera di domanda in particolare. La preghiera esprime una relazione filiale e manifesta la fiducia con cui un figlio si rivolge al Padre: in questa relazione tutto può essere chiesto, anche – ovviamente – la guarigione, non solo la forza di sopportare la prova. Del resto, quando l’uomo prega porta tutto se stesso nella preghiera, anche il desiderio di pienezza di vita, anche le persone con cui vive o ha vissuto, anche la sua storia passata e il suo anelito di futuro. L’Antico e il Nuovo Testamento sono pieni di domande di guarigione rivolte a Dio e a Gesù e la tradizione cristiana ha forgiato quell’immagine del “Cristo medico” cui sono rivolte bellissime preghiere e in base alla quale Ambrogio scrive: “Cristo è tutto per noi. Se vuoi curare una ferita, egli è il medico; se bruci dalla febbre, egli è la fonte d’acqua; se hai bisogno di aiuto, egli è la forza; se temi la morte, egli è la vita“.
Al tempo stesso, la relazione di filialità espressa nella preghiera all’Abba, trova per il cristiano un esempio normante nella preghiera del Figlio, Gesù Cristo. E la preghiera di Gesù al Getsemani chiede sì che, se possibile, il calice passi da lui, ma subito aggiunge: “Non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36), “Non come voglio io, ma come vuoi tu” (Mt 26,39).
Vi sono un modo e un contenuto che rappresentano i limiti al cui interno la preghiera cristiana di domanda deve sempre accettare di avvenire: modo e contenuto che si deposizioneFranciasintetizzano nella croce di Cristo. La preghiera cristiana non chiede che Dio faccia la volontà dell’uomo, ma porta l’uomo a discernere e a sottomettersi alla volontà di Dio. La preghiera del malato è dunque anche una lotta nella quale egli potrà arrivare a dare il nome di croce alla propria malattia che non guarisce.
In questo suo cammino faticoso è certamente consigliabile al malato la preghiera dei salmi: questi, infatti, rappresentano una riserva di linguaggio estremamente ricca per uomini moderni che sono incapaci di “dire” la sofferenza, di “dire” il proprio corpo (il malato che prega nei salmi sempre legge e dice il proprio corpo, mostrando così che pregare è leggere la propria situazione esistenziale davanti a Dio per vivere in obbedienza a Dio), e di dirli “davanti a Dio”. I salmi, in cui spesso l’orante prega a partire da una situazione di sofferenza, sono al tempo stesso una testimonianza e un modello: testimonianza di chi si trova nella malattia o l’ha traversata, modello per chi oggi vive un’analoga esperienza e, mediante l’appropriazione, trova nelle parole del salmo le parole con cui dire la sua situazione.
Certo, normalmente la malattia fa emergere la qualità e la misura di preghiera cui si era abituati: se non si è mai pregato, sarà difficile inventare la preghiera nei momenti più critici. Ma anche quando non si sa o non si riesce a esprimere verbalmente una preghiera, per mancanza di forze, per impotenza, la fede riconosce che il malato, nella sua stessa debolezza e fragilità, è supplica vivente rivolta al Signore, è preghiera. L’accompagnatore poi, che ha a lungo ascoltato il malato, può arrivare a discernere se è possibile proporre al malato di pregare insieme, di ascoltare insieme la parola del Signore contenuta nella Scrittura, nei vangeli. E comunque l’accompagnatore potrà sempre pregare intimamente, in cuor suo, di fronte alla non disponibilità del malato. Di certo, l’accompagnatore è chiamato a stare vicino al malato anche nella distanza da lui, e questo con l’intercessione. Nell’intercessione, nel ricordare davanti al Signore il malato, l’orante ottiene in dono uno sguardo rinnovato e purificato su di lui, uno sguardo più conforme allo sguardo di Dio stesso.
E non si dimentichi mai che la preghiera per il malato e con il malato non può non rivestire una dimensione ecclesiale: una comunità cristiana locale che si riunisca in preghiera attorno a un malato riconosce nella sua persona il sacramento del Cristo che edifica la comunità con la potenza della sua debolezza.

 

"SI SENTIRONO TRAFIGGERE IL CUORE" (AT 2, 37) - BENEDETTO XVI IN APERTURA DEL CONVEGNO DELLA DIOCESI DI ROMA


"SI SENTIRONO TRAFIGGERE IL CUORE" (AT 2, 37). LA GIOIA DI GENERARE ALLA FEDE NELLA CHIESA DI ROMA. DISCORSO DEL PAPA BENEDETTO XVI IN APERTURA DEL CONVEGNO DELLA DIOCESI DI ROMA

Riprendiamo sul nostro sito il testo del discorso pronunciato dal papa Benedetto XVI il 13/6/2011 in apertura del Convegno della diocesi di Roma "Si sentirono trafiggere il cuore" (At 2, 37). La gioia di generare alla fede nella Chiesa di Roma. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (14/6/2011)

Cari fratelli e sorelle!
Con animo grato al Signore ci ritroviamo in questa Basilica di San Giovanni in Laterano per l’apertura dell’annuale Convegno diocesano. Rendiamo grazie a Dio che ci consente questa sera di fare nostra l’esperienza della prima comunità cristiana, la quale "aveva un cuore solo e un’anima sola" (At 4,32). Ringrazio il Cardinale Vicario per le parole che tanto cortesemente e cordialmente mi ha rivolto a nome di tutti e porgo a ciascuno il mio saluto più cordiale, assicurando la mia preghiera per voi e per coloro che non possono essere qui a condividere questa importante tappa della vita della nostra Diocesi, in particolare per coloro che vivono momenti di sofferenza fisica o spirituale.
Ho appreso con piacere che in questo anno pastorale avete cominciato a dare attuazione alle indicazioni emerse nel Convegno dell’anno passato, e confido che anche in futuro ogni comunità, soprattutto parrocchiale, continui ad impegnarsi a curare sempre meglio, con l’aiuto offerto dalla Diocesi, la celebrazione dell’Eucaristia, particolarmente quella domenicale, preparando adeguatamente gli operatori pastorali e adoperandosi affinché il Mistero dell’altare sia vissuto sempre più quale sorgente da cui attingere la forza per una più incisiva testimonianza della carità, che rinnovi il tessuto sociale della nostra città.
Il tema di questa nuova tappa della verifica pastorale, "La gioia di generare alla fede nella Chiesa di Roma – L’Iniziazione Cristiana", si collega con il cammino già compiuto. Infatti, ormai da parecchi anni la nostra Diocesi è impegnata a riflettere sulla trasmissione della fede. Mi torna alla memoria che, proprio in questa Basilica, in un intervento durante il Sinodo Romano, citai alcune parole che mi aveva scritto in una piccola lettera Hans Urs von Balthasar: "La fede non deve essere presupposta ma proposta". E’ proprio così. La fede non si conserva di per se stessa nel mondo, non si trasmette automaticamente nel cuore dell’uomo, ma deve essere sempre annunciata.
E l’annuncio della fede, a sua volta, per essere efficace deve partire da un cuore che crede, che spera, che ama, un cuore che adora Cristo e crede nella forza dello Spirito Santo! Così avvenne fin dal principio, come ci ricorda l’episodio biblico scelto per illuminare la verifica pastorale. Esso è tratto dal 2° capitolo degli Atti degli Apostoli, nel quale san Luca, subito dopo aver narrato l’evento della discesa dello Spirito Santo a Pentecoste, riporta il primo discorso che san Pietro rivolse a tutti. La professione di fede posta alla conclusione del discorso – "Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso" (At 2,36) – è il lieto annuncio che la Chiesa da secoli non cessa di ripetere ad ogni uomo.
A quell’annuncio - leggiamo negli Atti degli Apostoli - tutti «si sentirono trafiggere il cuore» (2,37). Questa reazione fu generata certamente dalla grazia di Dio: tutti compresero che quella proclamazione realizzava le promesse e faceva desiderare a ciascuno la conversione e il perdono dei propri peccati. Le parole di Pietro non si limitavano ad un semplice annuncio di fatti, ne mostravano il significato, ricollegando la vicenda di Gesù alle promesse di Dio, alle attese di Israele e, quindi, a quelle di ogni uomo.
La gente di Gerusalemme comprese che la risurrezione di Gesù era in grado ed è in grado di illuminare l’esistenza umana. E in effetti da questo evento è nata una nuova comprensione della dignità dell’uomo e del suo destino eterno, della relazione fra uomo e donna, del significato ultimo del dolore, dell’impegno nella costruzione della società.
La risposta della fede nasce quando l’uomo scopre, per grazia di Dio, che credere significa trovare la vita vera, la "vita piena". Uno dei grandi Padri della Chiesa, Sant’Ilario di Poitiers, ha scritto di essere diventato credente nel momento in cui ha compreso, ascoltando il Vangelo, che per una vita veramente felice erano insufficienti sia il possesso, sia il tranquillo godimento delle cose e che c’era qualcosa di più importante e prezioso: la conoscenza della verità e la pienezza dell’amore donati da Cristo (cfr De Trinitate 1,2).
Cari amici, la Chiesa, ciascuno di noi, deve portare nel mondo questa lieta notizia che Gesù è il Signore, Colui nel quale la vicinanza e l’amore di Dio per ogni singolo uomo e donna, e per l’umanità intera si sono fatti carne. Questo annuncio deve risuonare nuovamente nelle regioni di antica tradizione cristiana. Il beato Giovanni Paolo II ha parlato della necessità di una nuova evangelizzazione rivolta a quanti, pur avendo già sentito parlare della fede, non apprezzano, non conoscono più la bellezza del Cristianesimo, anzi, talvolta lo ritengono addirittura un ostacolo per raggiungere la felicità. Perciò oggi desidero ripetere quanto dissi ai giovani nella Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia: "La felicità che cercate, la felicità che avete diritto di gustare ha un nome, un volto: quello di Gesù di Nazareth, nascosto nell’Eucaristia"!

Se gli uomini dimenticano Dio è anche perché spesso si riduce la persona di Gesù a un uomo sapiente e ne viene affievolita se non negata la divinità. Questo modo di pensare impedisce di cogliere la novità radicale del Cristianesimo, perché se Gesù non è il Figlio unico del Padre, allora nemmeno Dio è venuto a visitare la storia dell’uomo, abbiamo solo idee umane di Dio.

L’incarnazione, invece, appartiene al cuore del Vangelo! Cresca, dunque, l’impegno per una rinnovata stagione di evangelizzazione, che è compito non solo di alcuni, ma di tutti i membri della Chiesa. L'evangelizzazione ci fa sapere che Dio è vicino: Dio ci è mostrato.

In quest’ora della storia, non è forse questa la missione che il Signore ci affida: annunciare la permanente novità del Vangelo, come Pietro e Paolo quando giunsero nella nostra città? Non dobbiamo anche noi oggi mostrare la bellezza e la ragionevolezza della fede, portare la luce di Dio all’uomo del nostro tempo, con coraggio, con convinzione, con gioia? Molte sono le persone che ancora non hanno incontrato il Signore: ad esse va rivolta una speciale cura pastorale.

Accanto ai bambini e ai ragazzi di famiglie cristiane che chiedono di percorrere gli itinerari dell’iniziazione cristiana, ci sono adulti che non hanno ricevuto il Battesimo, o che si sono allontananti dalla fede e dalla Chiesa. E’ un’attenzione pastorale oggi più che mai urgente, che chiede di impegnarci con fiducia, sostenuti dalla certezza che la grazia di Dio sempre opera, anche oggi, nel cuore dell’uomo. Io stesso ho la gioia di battezzare ogni anno, durante la Veglia pasquale, alcuni giovani e adulti, e incorporarli nel Corpo di Cristo, nella comunione col Signore e così nella comunione con l'amore di Dio.
Ma chi è il messaggero di questo lieto annuncio? Sicuramente lo è ogni battezzato. Soprattutto lo sono i genitori, ai quali spetta il compito di chiedere il Battesimo per i propri figli. Quanto grande è questo dono che la liturgia chiama "porta della nostra salvezza, inizio della vita in Cristo, fonte dell’umanità nuova" (Prefazio del Battesimo)!
Tutti i papà e le mamme sono chiamati a cooperare con Dio nella trasmissione del dono inestimabile della vita, ma anche a far conoscere Colui che è la Vita e la vita non è realmente trasmessa se non si conosce anche il fondamento e la fonte perenne della vita. Cari genitori, la Chiesa, come madre premurosa, intende sostenervi in questo vostro fondamentale compito.
Fin da piccoli, i bambini hanno bisogno di Dio, perché l'uomo dall'inizio ha bisogno di Dio, ed hanno la capacità di percepire la sua grandezza; sanno apprezzare il valore della preghiera - del parlare con questo Dio - e dei riti, così come intuire la differenza fra il bene ed il male. Sappiate, allora, accompagnarli nella fede, in questa conoscenza di Dio, in questa amicizia con Dio, in questa conoscenza della differenza tra il bene e il male. Accompagnateli nella fede sin dalla più tenera età.
E come coltivare poi il germe della vita eterna a mano a mano che il bambino cresce? San Cipriano ci ricorda: "Nessuno può avere Dio per Padre, se non ha la Chiesa per Madre". Ed è perciò che non diciamo Padre mio, ma Padre nostro, perché solo nel "noi" della Chiesa, dei fratelli e sorelle, siamo figli. Da sempre la comunità cristiana ha accompagnato la formazione dei bambini e dei ragazzi, aiutandoli non solo a comprendere con l’intelligenza le verità della fede, ma anche a vivere esperienze di preghiera, di carità e di fraternità.
La parola della fede rischia di rimanere muta, se non trova una comunità che la mette in pratica, rendendola viva ed attraente, come esperienza della realtà della vera vita. Ancora oggi gli oratori, i campi estivi, le piccole e grandi esperienze di servizio sono un prezioso aiuto per gli adolescenti che compiono il cammino dell’iniziazione cristiana, a maturare un coerente impegno di vita. Incoraggio, quindi, a percorrere questa strada che fa scoprire il Vangelo non come un’utopia, ma come la forma piena e reale dell’esistenza.
Tutto ciò va proposto in particolare a coloro che si preparano a ricevere il sacramento della Cresima, affinché il dono dello Spirito Santo confermi la gioia di essere stati generati figli di Dio. Vi invito dunque a dedicarvi con passione alla riscoperta di questo Sacramento, perché chi è già battezzato possa ricevere in dono da Dio il sigillo della fede e diventi pienamente testimone di Cristo.
Perché tutto questo risulti efficace e porti frutto è necessario che la conoscenza di Gesù cresca e si prolunghi oltre la celebrazione dei Sacramenti. È questo il compito della catechesi, come ricordava il beato Giovanni Paolo II, che scrisse: "La specificità della catechesi, distinta dal primo annuncio del Vangelo, che ha suscitato la conversione, tende al duplice obiettivo di far maturare la fede iniziale e di educare il vero discepolo di Cristo mediante una conoscenza più approfondita e più sistematica della persona e del messaggio del nostro Signore Gesù Cristo" (Esort. ap. Catechesi tradendae, 19).
La catechesi è azione ecclesiale e pertanto è necessario che i catechisti insegnino e testimonino la fede della Chiesa e non una loro interpretazione. Proprio per questo è stato realizzato il Catechismo della Chiesa Cattolica, che idealmente questa sera riconsegno a tutti voi, affinché la Chiesa di Roma possa impegnarsi con rinnovata gioia nell’educazione alla fede. La struttura del Catechismo deriva dall’esperienza del catecumenato della Chiesa dei primi secoli e riprende gli elementi fondamentali che fanno di una persona un cristiano: la fede, i Sacramenti, i comandamenti, il Padre nostro.
Per tutto questo è necessario educare anche al silenzio e all’interiorità. Confido che nelleparrocchie di Roma gli itinerari di iniziazione cristiana educhino alla preghiera, perché essa permei la vita ed aiuti a trovare la Verità che abita il nostro cuore. E la troviamo realmente nel dialogo personale con Dio.  La fedeltà alla fede della Chiesa, poi, deve coniugarsi con una "creatività catechetica" che tenga conto del contesto, della cultura e dell’età dei destinatari. Il patrimonio di storia e arte che Roma custodisce è una via ulteriore per avvicinare le persone alla fede: molto ci parla della realtà della fede qui a Roma. Invito tutti a fare tesoro nella catechesi di questa "via della bellezza" che conduce a Colui che è, secondo S. Agostino, la Bellezza tanto antica e sempre nuova.
Cari fratelli e sorelle, desidero ringraziarvi per il vostro generoso e prezioso servizio in questa affascinante opera di evangelizzazione e di catechesi. Non abbiate paura di impegnarvi per il Vangelo! Nonostante le difficoltà che incontrate nel conciliare le esigenze familiari e del lavoro con quelle delle comunità in cui svolgete la vostra missione, confidate sempre nell’aiuto della Vergine Maria, Stella dell’Evangelizzazione. Anche il Beato Giovanni Paolo II, che fino all’ultimo si prodigò per annunciare il Vangelo nella nostra città ed amò con particolare affetto i giovani, intercede per noi presso il Padre. Mentre vi assicuro la mia costante preghiera, di cuore imparto a tutti la Benedizione Apostolica. Grazie per la vostra attenzione.

lunedì 26 ottobre 2015

The ark of Noah and the cosmic covenant

UNA SPIRITUALITÀ BIBLICA DEL GIUBILEO


UNA SPIRITUALITÀ BIBLICA DEL GIUBILEO

Marcelo Barros

"Quando sente il suono dello shofar o del jobel, 
l'Eterno lascia il trono di giustizia
e va a sedersi sii quello della misericordia.
Egli ha pietà del suo popolo e cambia il suo giudizio"
(Libro del Talmud)

Poiché il Giubileo implica un tempo di rivalutazione e giudizio, è bene vedere quali elementi il Giubileo giudichi e met-ta in discussione, nella nostra vita personale e nella realtà delle Chiese. Poiché il nucleo della fede è la mistica o la spiritualità, certamente è in questo ambito di spiritualità che la proposta del Giubileo può aiutare di più a rinnovarci.

a - Riscattare il tempo
Ci sono persone che non vedono un senso nel festeggiare anni-versari o date speciali. Alcuni scherzano dicendo che non voglio-no festeggiare il fatto di essere più vecchi. Il modo biblico di trattare con il tempo è diverso. Come abbiamo già visto, il popolo di Dio è chiamato a "riscattare il tempo". Il tem-po non è solo contato o calcolato come giorni che passano. Come dice Qoelet: "Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo, per ogni faccenda sotto il sole. C'è un tempo per nascere e un tempo per morire. (...). C'è un tempo per amare e un tempo per odiare" (Qo 3,1.8). Celebrare il Giubileo è accogliere un tempo speciale nella nostra vita. È fare di quell'anno o di quel momento commemorativo un tempo per ricordare, un tempo per correggersi e un tempo per ri-cominciare il cammino. Parliamo brevemente su ciascuno di que-sti tre elementi della spiritualità del Giubileo.

b - Giubileo, un tempo per ricordare

Chi completa 50 anni di vita o di matrimonio, o di qualcosa di im-portante, ha come primo obbligo quello di ricordare il tempo che è passato. Non per nostalgia, o perché sia legato al passato. Ma per recuperare "il fervore dei primi tempi", "la gioia del primo amore". Anche per il popolo che celebra il Giubileo il primo elemento è che sia un tempo per ravvivare la memoria. Forse vi chiederete se è proprio necessaria un'istituzione o una ce-lebrazione per aiutare le persone a ricordare. Il fatto è che, secon-do la Bibbia, anche Dio vuole essere ricordato: "Sulle tue mura, Gerusalemme, ha posto sentinelle. Per tutto il giorno e tutta la not-te non taceranno mai, per ravvivare la memoria del Signore' (Is 62,6). Oggi esiste una malattia della quale non si sa quasi nulla. Né l'origine né l'evoluzione. Un male terribile che fa paura a tutti. La malattia senza cura sicura e alcuna speranza di trovare una cu-ra nei prossimi anni. La malattia si chiama Morbo di Alzheimer no-me del neurologo che la riconobbe nel 1907. Alcune delle più fa-mose stelle del cinema, come David Niven e Rita Hayworth, mori-rono per questo male. Questo male attacca la memoria. La perso-na perde il ricordo del passato e anche la coscienza della propria identità. Si trova condannata al silenzio, senza passato né futuro. Chiunque può contrarre questa malattia, e anche un popolo o una comunità possono ammalarsi e addirittura morire per mancanza di memoria storica. Una comunità o un popolo che abbia penso la co-gnizione della sua storia o delle sue ragioni è un popolo condan-nato alla schiavitù o alla distruzione, come coloro che non hanno più possibilità di parlare e di esistere al mondo. Il rabbino Baal Scèm Tov, fondatore dell'hassidismo, insegnava: "La dimenticanza porta alla schiavitù e all'esilio, mentre la memo-ria porta alla liberazione". Ciò che caratterizza il popolo giudeo è proprio il fatto di essere proiettato verso il futuro a causa del suo passato. L'esistenza giu-daica si fonda sul passato, sulla memoria. E stato un popolo che ha affrontato molte invasioni, e fu dominato da molti imperi; affrontò l'ellenismo, l'impero romano, il regime dell'islam, la teocrazia del-la Chiesa medievale, fino al Nazismo. Marek Halter ha scritto una storia del popolo giudeo; si intitola "La memoria di Abramo". Questo titolo del librO è ammirevole, e già rivela il senso della storia del quale l'autore afferma: "Attraverso 19 secoli e 8O generazioni, Abramo è mio antenato e la sua storia è la mia storia". "Essere Giudeo è testimoniare" (E. Wiesel). Come ci piacerebbe che i popoli afrolatini-indios potessero dire la stessa cosa! Tuttavia una coscienza di questo tipo non si costruisce spontaneamente. C'è un metodo, Un cammino che conduce a questo: la celebrazio-ne. Ogni Sabato, ogni festa e ogni anno sabbatico e di Giubileo hanno la funzione di mantenere viva la memoria. Il ricordo, es-sendo collettivo, presuppone il rito e la festa per alimentare il cuo-re e lo spirito. Ogni commemorazione è in realtà una ri-memoria. Le preghiere della festa dell'anno nuovo (Hosh Hashanah) si chia-mano zikronoth (ricordi), perché ringraziano Dio per l'anno che è passato, ricordando quello che Egli ha fatto per il suo popolo. La radice Z-K-R si riferisce al ricordo. Solo nell'Antico Testamento figura 258 volte. La maggior parte in testi di salmi e preghiere. Per il fatto che Dio si ricorda di Abramo, Lot è risparmiato dal ca-stigo di Sodoma e Gomorra (Gen 19,29). Dio si ricorda di Rache-le che è sterile, ed essa resta incinta (Gen 30,22). Ricordando la sua amicizia con i patriarchi Dio interviene in Egitto per liberare gli Ebrei (Sal 405,8; 106,45; 111,5). Possiamo dire che è il ricordo o la memoria di Dio che orienta le decisioni e ispira il comportamento di Israele. Per questo "Credere è ricordarsi". Nella preghiera e nella meditazione della parola di Dio, la persona e la comunità si ricorda delle azioni di Dio e, in un certo senso, "Ri-corda a Dio la sua misericordia". I salmi ripetono con insistenza "Ricordati, Signore!" (Cf Sal 25,6; 74,2; 89,5119,49). In questo cli-ma di alleanza, anche i credenti si ricordano di Dio (Cf. Sal 42,7; 77,4; 78,34; 105,5; 106,7; 143,4). Questo punto così centrale nella spiritualità giudaica è un fulcro importante da riprendere per il nostro metodo di preghiera e me-ditazione. Non dobbiamo ripetere lo stile degli israeliti, copiando testi dalla parola di Dio nella frangia del vestito o negli stipiti del-le porte, ma capire che questo ci aiuta a vivere questa memoria permanente, e a non dimenticare che siamo consacrati/te. Ripete-re che un fulcro del culto biblico sia il memoriale è importante per-ché, a volte, nelle celebrazioni più legate al cammino del popolo, percepisco che le persone, preoccupate di celebrare la vita, di e-sprimere la realtà e fare un culto molto attuale, non ricordano di accogliere questa dimensione importante. Facciamo il memoriale del Signore ("Fate questo in memoria di me"), attualizzandolo alla nostra cultura, celebrandolo al modo di oggi e legandolo con la nostra vita. Allora il fatto di fare ricordo non diminuisce l'attualità storica del culto. La preghiera dei salmi ci può aiutare a legare queste due dimensioni: ricordare e attualizzare. Il comandamento del ricordo, in quanto rifiuta l'indifferenza e la banalizzazione (ripetere per abitudine, in qualsiasi modo), ci inse-gna a valutare il peso degli eventi presenti. Così la memoria co-struisce un futuro. E ciò che accade in Israele può accadere anche per tutti noi. Concretamente, celebrare questo Giubileo sarà rivedere se stiamo riprendendo sul serio l'impegno assunto con noi stessi, con gli al-tri (la coppia, la famiglia, la comunità, la Chiesa, anche il partito, con la sua categoria sociale e con la società politica) e con Dio. Ri-cordando il giorno della nostra promessa e del nostro impegno, per rinnovarli.

c - Il Giubileo, tempo per convertirsi.
Se il Giubileo è il tempo del giudizio di Dio (Jobel=tromba), cele-brare un Giubileo è sottomettersi interiormente a questo giudizio e lasciarsi criticare e correggere dalla Parola di Dio. Secondo il Quarto Vangelo, durante la cena, lavando i piedi dei di-scepoli, Gesù disse: "Voi siete già mondi, per la Parola che vi ho annunziato" (Gv 15,3). Nell'attuale Giubileo, è importante che questa proposta peniten-ziale non si limiti agli aspetti interiori e morali di ciascuna persona. L'appello di Dio alla conversione riguarda il cuore di ogni uomo e donna, ma è rivolto alla comunità e in vista della trasformazione della società e della riunificazione dell'armonia cosmica che l'es-sere umano, in balia dei suoi istinti egoisti, minaccia. L'appello di Dio sovverte leggi economiche e sociali dell'attuale sistema domi-nante la società, e rivela all'umanità che tutto l'universo è parola di amore, uscita dalla sapienza divina. Oggi viviamo un'epoca nella quale risorge ogni tipo di misticismo. Certamente questa è una ricchezza, e dobbiamo dialogare e impa-rare da tutte queste correnti di spiritualità. Tuttavia, per chi impara dalla Bibbia un cammino spirituale, il criterio fondamentale per va-lutare se una mistica è reale e positiva, è la sua base etica e il suo rapporto con la giustizia del Regno, cioè una giustizia di liberazio-ne e di vita per l'essere umano, per la terra e per tutto l'universo. Come abbiamo visto, difficilmente i potenti di questo mondo ac-coglieranno la proposta del Giubileo come cammino per sé e per la società. Se però i piccoli lo accoglieranno, si libereranno dalla legittimazione che viene data alla legge. In ogni società la legge deve essere rispettata, ma è necessario che sia giusta. Un atteggia-mento può essere totalmente giusto ma illegale. In questo caso quale è l'atteggiamento delle persone che hanno fame e sete di giu-stizia? Il metodo di Gesù e dei profeti fu quello di mettere in di-scussione la legge e lottare per la giustizia. Per Gesù stesso la persona che gli piace e si unisce a Dio "non è chi dice: Signore, Signore! Entra nel Regno di Dio chi pratica la vo-lontà di Dio" (cfr. Mt 7,21). Nell'Antico Testamento, i profeti annunciarono la conversione che ha come base il cambiamento del cuore, cioè dell'intimo essere u-mano e non solo delle strutture esterne. Chiedevano: "Circoncide-te il cuore e non indurite la mente di fronte a Dio" (cfr. Dt 10,16). La dimensione interiore e quella sociale devono rimanere intima-mente legate. Ogni credente è chiamato a lavorare per trasforma-re questo mondo, preoccupandosi, allo stesso tempo, di converti-re il proprio cuore e trasformarsi "attraverso il rinnovo della men-talità" (cfr. Rm 12,2). È Dio che cambia il nostro cuore di pietra in un cuore di carne dandoci il suo Spirito, Madre di tenerezza e com-passione (cfr. Ez 36). Quando a 48 anni entrai in monastero, mi stupivo sempre quando ogni sera cominciavamo l'ufficio della compieta cantando: "Con-vertiti a noi, o Dio, nostro Salvatore" (Sal 80,14). Mi intimoriva il fatto di chiedere a Dio di convertirsi. Pensavo che chi doveva con-vertirsi fosse la comunità o il credente. Oggi capisco meglio la pa-rola del salmo. Secondo la spiritualità biblica, non siamo solo noi che ci convertiamo. Anche Dio si converte a noi. Anzi, siamo chia-mati a convertirci a Dio perché è Lui che, per primo, con il suo amore materno, si volta verso di noi, si converte a noi. In un certo senso, il testo rabbinico che ho citato all'inizio di questo capitolo allude a questa "conversione" di Dio: "Quando sente il suono del shofar o il jobel (la tromba del Giubileo), l'Eterno lascia il trono della giustizia e va a sedersi su quello della misericordia. Egli ha pietà del suo popolo e cambia il suo giudizio". La spiritualità giudaica, a contatto con le culture in mezzo alle qua-li il popolo di Israele dovette convivere, assunse questa polarizza-zione tra giustizia e misericordia tanto estranea alla mentalità bi-blica. Nei testi biblici più antichi, la giustizia di Dio è esattamente espressione della sua misericordia, o del suo amore materno (com-passione). In qualche modo, il Giubileo (il suono della tromba) serve per ricordare la misericordia di Dio per il suo popolo. Secondo un rabbino del III secolo, Abramo avrebbe detto a Dio: "Maestro dell'universo, quando mi desti l'ordine di prendere il mio figlio unico, soffocai la mia tenerezza per compiere la tua volontà. Oh mio Dio, ora ti prego che ogni volta che i discendenti di Isac-co si renderanno colpevoli di trasgressioni, ti degni, per effetto del-la tua grazia, di ricordare questo sacrificio e ti riempia di pietà". Concretamente, quindi, il Giubileo è riunificare nell'esperienza giornaliera della vita una preoccupazione di giustizia nei confron-ti dell'umanità, della terra, dell'universo e di noi stessi, in un atteg-giamento interiore di continuo cambiamento etico della mente e del cuore. Molte volte, queste due dimensioni o livelli di vita spiri-tuale (sociale e interiore) nella nostra vita sono in disaccordo e in lotta quotidiana non perché vogliamo che sia così, ma per la man-canza di un metodo che ci aiuti. Il Giubileo ci propone una cele-brazione che ricorda la proposta iniziale della nostra vita (rifare l'opzione iniziale). Chiede di condonare i debiti di riconciliarci con le persone dalle quali ci siamo separati/e e di intensificare l'impegno di solidarietà con i poveri e gli esclusi del mondo. Sia al mondo che ad ogni discepolo/a, la parola di Gesù risuona oggi, ripetendo: "Convertitevi perché il Regno di Dio è venuto". Il tempo del Giubileo è un segno dell'anticipazione del Regno di Dio.

d - Giubileo, tempo per ricominciare
Se il Giubileo ci fa chiedere perdono è perché accettiamo di con-vertirci e di cambiare atteggiamento. Si può parlare di perdono, solo se c'è un cambiamento di cammino: un nuovo inizio. Anche sul piano politico, l'amnistia è vera e giusta se c'è una riparazione delle ingiustizie commesse e un cambiamento effettivo da iniziare. Quando, nella sinagoga di Nazareth, Gesù finì di citare il testo di I-saia proponendo un anno di Giubileo straordinario, concluse: "Oggi si è adempiuta questa parola di Dio che voi avete udito con i vostri orecchi" (Lc 4,21). Come ho già accennato, la Parola non fu solo il testo letterale di I-saia, ma fu riletta a partire dall'ottica personale e della missione salvatrice di Gesù. Celebrare il Giubileo non è solo ripetere una legge e ritornare al cammino iniziale. Questo confermerebbe quanto dice la Sapienza: "Niente c'è nuovo sotto il sole". È necessario accogliere il tempo nuovo con le sue esigenze pro-prie e le sue caratteristiche. Il nostro Dio è quello che dice: "Fac-cio nuove tutte le cose" (Ap 21,7). Vivere una spiritualità del Giubileo è aprirsi alla creatività dello Spirito. Paolo spiegava: "Se qualcuno è di Cristo, è una nuova crea-tura. Tutto si fa nuovo" (2 Cor 5,14). Un teologo americano propone: 'Credo che nel mondo in cui vi-viamo, una virtù primordiale per colui che vuole vivere un cam-mino spirituale sia la creatività. Propongo che ciascuna persona as-suma con se stesso l'impegno di restare creativa, di sostenere la creatività e di appoggiarsi reciprocamente nell'esercizio della creatività" Come vedete, è urgente che questa mistica del Giubileo e l'aper-tura alla creatività dello Spirito penetrino profondamente nella stessa Chiesa Cattolica perché anch'essa viva quello che propone agli altri. I Uno degli elementi fondamentali della creatività dello Spirito è la libertà che Egli ispira e provoca. "Dove c'è lo Spirito del Signore lì è libertà" (2 Cor 5,17). Nella Bibbia, la stessa origine del Giubileo fu motivata dalla ne-cessità di liberare chi non era libero. La libertà è il cuore stesso del Giubileo. Anche l'usanza romana del Giubileo, come è stato detto, ebbe inizio per la capacità creativa di un monaco che divenne papa e fu capace di creare un mezzo che liberasse i fedeli dagli obblighi cu-riali e stimolasse la relazione con Dio in un modo più libero e popolare. Poiché l'istituzione del Giubileo cattolico ebbe origine nella pietà popolare e come espressione di una spiritualità penitenziale di ca-rattere monastico, possiamo ora restituire a questo Giubileo la sua ispirazione più genuina. Il Giubileo ci invita a "metterci in cammino", approfondendo la mist-ica del pellegrino che ha alimentato così fortemente gli uomini e donne che fin dai tempi antichi hanno vissuto il cammino misti-co. La figura del pellegrino è l'immagine dell'essere umano che sperimenta la precarietà dell'esistere e vive l'insoddisfazione del cuore per il "qui e ora". Chi vive più profondamente la spiritualità cerca di fondarsi su una stabilità interiore fondamentale (San Benedetto ordina addirittura di fare un voto di stabilità), per non es-sere vittima delle proprie fantasie. Ma allo stesso tempo è sempre pellegrino, in cerca di un luogo e di un tempo diversi, che rivelino il nuovo senso della vita come accadde ai discepoli di Emmaus (Cfr. Lc 24,13-35). Proprio perché è un "tempo nuovo" che proclama un nuovo inizio della vita e del cammino, liberati dai debiti e dalle schiavitù contratte nel passato, il Giubileo contiene un messaggio di rinnova-mento interiore e sociale. Nel Medioevo Maestro Eckhart, uno dei maggiori mistici del cri-stianesimo occidentale, insegnava che "Il mistico dentro di noi è il bambino che esiste in noi". Infelicemente, le Chiese cristiane han-no sviluppato metodi e tecniche di spiritualità che rendono le persone troppo serie, artificialmente adulte e non ci aiutano ad esprimere quella giovialità che appare nei Vangeli come "infanzia spirituale". Solo i mistici e gli stregoni hanno stimolato questo caratte-re ludico della vita con Dio. Secondo Metildes de Magdeburg, una monaca Benedettina medievale, Dio dice ad ogni persona che lo cerca: "Sono tuo compagno, guiderò il bambino che c'è in te nei modi più meravigliosi, perché io ti ho scelto". Sembra quasi Mil-ton Nascimento che canta: "Dentro di me abita un bambino, un burattino. Quando dentro di me l'adulto vacilla, viene il bambino e mi prende per mano". Questo ci porta alla decisione di vedere come sta il nostro umore. Se celebrare il Giubileo è far festa, questo spirito implica, come in tutti i popoli e culture, "entrare nello spirito ludico", danzare con il vento, correre lungo la spiaggia, piantare tende nei deserti delle nostre città ed essere capaci di non prenderci troppo sul serio. Dio guida il bambino che è dentro di noi in modo meraviglioso.

(Da: "Giubileo per un tempo nuovo", pp. 36-44, Ed. Traccedizioni - Piombino (Li) 1998)