sabato 10 ottobre 2015

CACCIARI E RAVASI: “TRA VERO E FALSO VINCE IL BELLO”


CACCIARI E RAVASI: “TRA VERO E FALSO VINCE IL BELLO”

TRA VERO E FALSO VINCE IL BELLO

Maurizio Cecchetti (Avvenire, 21/11/01)
DUBBIO E VERITA’: FRA SACRA SCRITTURA, ARTE E POESIA

Confronto tra Massimo Cacciari (Università di Venezia) e
Gianfranco Ravasi (Biblioteca Ambrosiana, Milano)
Lunedì 19 Novembre 2001 

Dubbio e verità: è stato il tema della X edizione dei “Confronti d’autunno” promossi dalla Società cooperativa di cultura popolare di Faenza. Lunedì sera hanno concluso il ciclo il filosofo Massimo Cacciari e il biblista Gianfranco Ravasi. L’arte è l’epifania di un invisibile che non si lascia circoscrivere e – per Cacciari – genera domande sull’autenticità del mondo; nel Nuovo Testamento vi sono invece i semi di una verità che si raggiunge “per via d’amore” secondo Ravasi, cioè con l’adesione concreta alla fede.

MASSIMO CACCIARI: “Pensiamo alla straordinaria varietà con cui l’idea di bellezza si esprime nelle nostre lingue. Ci sarà una ragione nel fatto che l’idea di bello viene espressa con termini così diversi. Il significato nel greco e nel latino rimanda all’integrità, alla salute: è bello ciò che è salvo, completo, che sta in piedi. E perciò merita di esser visto e contemplato. Qual è anticamente l’esempio più perfetto di forma bella? È il cosmo visibile, secondo i greci. Il Kosmos è il Kalon per eccellenza. Lì c’è un’armonia perfetta. Ma quest’armonia visibile del cosmo è qualcosa di assolutamente originario, o non dobbiamo piuttosto pensare che sia stata prodotta da qualcosa? Da questa domanda comincio a mettere in dubbio la bellezza manifesta: è veramente bella? È davvero il bello, to kalon, questo cosmo che mi si manifesta, o non fa che alludere a una bellezza che lo trascende? Rispetto alla bellezza di questo cosmo io mi atteggerò sempre come un pellegrino, come uno che deve oltrepassare questo spazio, se vuole attingere il vero bello; ma la bellezza visibile è qualcosa che nei fatti metto sempre in discussione, rispetto alla quale non mi sento mai a casa. Questo è il passaggio davvero fatale che opera Platone, quando pone come verità che l’ordine del cosmo che osserviamo è qualcosa di creato, un artificio del demiurgo. Platone nel Timeo lo dice chiaramente e si avverte che sta commettendo un parricidio rispetto alla tradizione che lo precede: il cosmo è un artificio, ma allora è mortale? Certo è mortale, ma è per la bontà del demiurgo che è reso immortale, grazie alla sua volontà, che pensa non sia bene scioglierne le catene che lo tengono insieme. A mio modestissimo avviso, la teologia cristiana è tutta glossa di questo passaggio di Platone. Qual è il paradosso rispetto a tutta la tradizione precedente? Questo passaggio di Platone fa sì che il cosmo diventa artificio, mentre veramente eterna e necessaria diventa la materia, la hyle, che il demiurgo plasma secondo le idee eterne e necessarie frutto della sua mente, la pronoia, ovvero la mente che prevede, progetta. Ma se il bello diventa artificio, come credergli? E che cosa farà il vero artista di fronte a questo? Dovrà tentare con tutte le sue forze di alludere nell’opera alla luce intellettuale che illumina il demiurgo, il resto è immagine più o meno vana. Solo la luce è propriamente umana, il resto è pallida imitazione di questa bellezza fuggitiva”.

GIANFRANCO RAVASI: “Aprendo il Vangelo di Giovanni al capitolo 14,6, abbiamo questa definizione della verità: “Io sono la via, la verità e la vita”. È una persona quella che dice di essere la verità, e questa persona è irradiazione del divino, di una luce che è prima ancora del demiurgo, la luce trascendente che, nel Prologo di Giovanni, è definita la “luce vera”, la luce della verità. Qui c’è dunque un mutamento rispetto alla tradizione greca: la conoscenza della verità come avviene? Attraverso l’incontro con una persona che è a sua volta il segno percepibile e storico del divino, del trascendente, dell’invisibile e dell’eterno. Un’altra scena tratta da Giovanni – Bulgakov la ricrea nel suo romanzo più significativo, Il maestro e Margherita – è quella del dialogo tra Pilato e Cristo, che è costruito tutto su una domanda e una risposta, o meglio su una domanda retorica, cioè di tono scettico, ironico e sarcastico, che non attende perciò una risposta, a cui Cristo invece risponde con l’indicazione di un percorso. Pilato domanda: “Che cos’è mai la verità?”. E Gesù risponde: “Colui che è veramente capace di avere la verità è colui che ascolta la mia voce”. Cristo parla, cioè, di una conoscenza che avviene attraverso l’ascolto e l’ascolto, in linguaggio biblico, significa adesione, una partecipazione, un’intimità, una comunione, un’esperienza d’amore. D’altra parte, è risaputo che la conoscenza d’amore va oltre la conoscenza razionale. Due innamorati possono stabilire un contatto di verità, conoscono profondamente se stessi, ma la loro conoscenza ha canali che sono oltre e altro rispetto a quelli, per esempio, della logica formale. La verità, dunque, si conosce soprattutto per via d’amore, ed è espressa in ebraico con il vocabolo emet, che ha la stessa radice di una parola che pronunciamo spesso: amen; è il verbo della fede, ma che di sua natura significa: fedeltà, stabilità, sicurezza, tranquillità, essere fondati su. Per cui la verità è abbandonarsi a una persona in un braccio che ti avvolge con la grande epifani del divino che reca in se”.

MASSIMO CACCIARI: “Una frattura segna tutta l’arte europea. Spezzato il vincolo tra cosmo e bellezza, ridotto il bello visibile a una semplice apparenza del vero bello, che cosa può diventare la nostra opera d’arte? Qual è la sua verità? Può diventare il movimento del ricercare, il dubbio perenne, il dubito ergo sum, dove il bello non è mai l’opera ma soltanto ciò che si cerca; oppure, l’opera diventa nient’altro che un ordine estetico, denuncia la propria artificialità, come condizione inoltrepassabile, proibendosi ogni allusività e nostalgia. Ma come può l’opera d’arte dimenticare la propria origine? Ecco allora che questo accomodamento di carattere estetico non è mai compiuto e genera malinconia o ironia sulla comicità della propria situazione. È la questione hegeliana della “morte dell’arte”: essendo costretta nell’artificiale, l’arte ironizza su se stessa. E l’arte moderna contemporanea rappresenta un tragico commento alle aporie, alle contraddizione di quella tradizione; è tutt’altro che un semplice oblio, una riduzione sul piano estetico-sensibile, poiché questa riduzione è vissuta tragicamente come commento a un’antinomia. Come rappresentare ogni ente come salvo, integro? Sono i fiamminghi a porre per primi la questione di una luce non naturalistica ma rivelativa; non quella della prospettiva, ma la luce che afferma l’ente nella sua possibilità eterna, nella sua salvezza. Senza questo non si comprende un segno e un colore di Cézanne, che non ha nulla a che fare con l’impressionismo, e sta in opposizione con correnti successive guidate da artisti come Malevich e Mondrian, dove la luce annulla l’ente”.

GIANFRANCO RAVASI: “Vorrei anch’io ora riprendere la questione del dubbio. L’incipit di una delle pochissime voci che nei dizionari biblici viene dedicata alla parola dubbio, è di una tedesca, Gertrud Ergot, che comincia così la sua trattazione: “Non interessa l’intelletto che riflette, ma il cuore che crede e ama”. Nel capitolo 14 di Matteo, Pietro viene verso Gesù che cammina sulle acque. È una scena di grande suggestione, perché il mare per il mondo semitico rappresenta il nulla, il caos che attenta continuamente al mondo della creazione. Gesù è colui che controlla il caos, e Pietro con la stessa forza della fede cammina sulle acque; se non che “Pietro s’impaurì per la forza delle onde”, e cominciò a sprofondare. E Cristo allora gli disse: “O uomo di piccola fede, perché hai dubitato?”. Il dubitare, che fa sprofondare nella tenebra, nasce da una mancanza di fede, da una mancanza di adesione a quella mano che ti sostiene. Un’altra scena di Matteo, quella conclusiva, al capitolo 28, mostra Cristo che appare nella gloria di una cristofania pasquale, e Matteo riferisce: “Si dice che gli undici gli si prostarono innanzi, alcuni però dubitavano”. Anche in quel momento in cui Cristo sfolgora in tutta la sua gloria, dunque, l’uomo che non possiede completamente l’adesione della fede, che non ha quella stabilità che dicevamo, è colui che dubita. Ma il dubbio, mi chiedo, è soltanto negativo? Voglio ricordare l’Ecclesiaste: Qoelet è la presenza più sconcertante della Bibbia. Continuamente s’interroga dubitando. Dubita della teologia tradizionale, dubita della struttura del mondo, della stessa armonia della storia della salvezza, dubita dell’esistenza, e questo dubbio alla fine lo sente come un peso enorme che non gli permette di conoscere la verità, ma nondimeno gli consente di entrare in percorsi che lo condurranno alla verità. Il suo merito è di spazzare via tutti i luoghi comuni e di porre le vere domande. Oscar Wilde diceva che le risposte sono capaci di darle tutti, mentre le vere domande può farle soltanto un genio”.

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