sabato 24 ottobre 2015

LA MISTICA DELLA LUCE – LA MISTICA DELLA TENEBRA


LA MISTICA DELLA LUCE – LA MISTICA DELLA GLORIA DI DIO

LA MISTICA DELLA TENEBRA – L’ESPERIENZA DELL’ABBANDONO DA PARTE DI DIO

Atanasije Jevtic 

I grandi mistici cristiani parlano di tenebra e luce. Io direi – tuttavia chiedo che queste mie parole non siano intese come un atteggiamento confessionale, ma come un’esposizione di dati di fatto –, che la mistica orientale, la tradizione cristiana parlano più della mistica della luce, mentre la mistica e la tradizione occidentale trattano sì della mistica della luce, ma pongono l’accento anche sulla mistica della tenebra. Si tratta di quella notte mistica che si prova il più spesso dopo l’esperienza della mistica della luce. In Oriente ha messo in evidenza sino ad un certo punto questo carattere san Isacco Siro, mentre la maggioranza parla della mistica della luce. Certo si parla anche in Oriente delle “tenebre divine” (Theios gnophos), cioè di qualcosa di indeterminato, da cui può chiaramente risplendere la luce. Della tenebra divina tratta particolarmente Dionisio l’Areopagita ed ancor prima di lui Gregorio di Nissa, allorché scrive che Mosè, salendo sul Monte Sinai, passò “attraverso la tenebra” ed appena in questa tenebra divina, cominciò a sperimentare la manifestazione di Dio e la visione di Dio alle spalle, poiché come uomo del Vecchio Testamento non aveva la pienezza della visione onde vedere Dio faccia a faccia. Tale genere di visione è una realtà neotestamentaria, di cui Mosè fu reso degno sul Tabor in occasione della trasfigurazione del Signore.
Si tratta del fatto che la via a Dio, nei mistici cristiani, conduce attraverso abissi e dirupi, come direbbe padre Justin Popovic, alla rinascita interiore ed alla trasfigurazione dell’uomo, non ad una reincarnazione o metamorfosi. Di tutto ciò non c’è nulla nella mistica cristiana, ma essa riguarda, per mezzo della purificazione, la sua vera trasformazione in uomo, la sua trasformazione in immagine di Dio. Su questa via l’uomo deve attraversare molte zone di ombra, sia quelle interiori che quelle attorno a sé e nel mondo e nella vita. Un mistico egiziano del IV secolo dice che l’uomo nel peccato in realtà vive in un ambiente oscuro, sudicio e tenebroso e solo quando il raggio di luce dall’esterno penetra in quell’ambiente, egli si accorge delle sue condizioni. Nel linguaggio mistico ciò significa che l’uomo solo quando comincia a godere della luce divina, della grazia, ottenute per mezzo della penitenza e ristabilendo i rapporti con Dio per mezzo della fede, dell’amore e della trasfigurazione interiore, si rende conto delle tenebre che sono in lui. A ciò accenna anche il Cristo quando dice: “L’occhio vostro sia splendente e così deve risplendere la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano il bene che voi fate e ringrazino il Padre vostro che è nei Cieli”[1].
L’esperienza della tenebra o la mistica delle tenebre in Oriente s’identifica con l’esperienza da parte dell’uomo dell’abbandono di Dio, della lontananza da Dio, della separazione da Dio. Nello stesso tempo la consapevolezza di questa condizione è un invito a superarla. In san Isacco Siro e particolarmente nei mistici occidentali ed a quanto mi consta anche in Giovanni della Croce c’è dopo l’esperienza della luce quella della notte mistica, della tenebra, di un certo abbandono di Dio, che è poco conosciuta in Oriente. In ciò c’è una certa differenza fra la mistica cristiana orientale e quella occidentale. In Oriente, particolarmente nell’Esichasmo, le cui radici risalgono lontano nel tempo, particolarmente nel secolo XIV nei Balcani si manifesta questa mistica della luce divina, in particolare nella cosiddetta luce taborica, luce increata, non materiale, eterna e divina.
Ritorniamo un po’ indietro ad approfondire questo concetto e vedremo che già gli Apostoli scrivono che “Dio è luce e che in lui non c’è alcuna tenebra”[2], e che “egli vive in una luce inaccessibile”[3]. Questa luce divina è il modo in cui egli appare e si manifesta. Tale manifestazione di Dio “nella gloria” si trova già nell’Antico Testamento, specie nei Profeti. E questa mistica della gloria di Dio è, in realtà, la mistica della luce. Ma l’allontanamento dalla gloria di Dio si manifesta come mistica delle tenebre, dell’abbandono di Dio.
Un teologo greco contemporaneo, Nisiotis, nel suo libro “Sull’esistenzialismo ed il Cristianesimo”, scrive che forse i più grandi mistici godono di quegli istanti o ore o giorni di luce, uscendo dalla normale tenebra quotidiana, ed allora essi ci manifestano questo mondo superiore di luce destinato all’uomo. Non direi che questa sua interpretazione sia del tutto corretta, ma in ogni modo ciò accade anche ai mistici cristiani che fanno l’esperienza delle più profonde tenebre nell’abbandono di Dio e poi si sollevano da esso alla luce divina. In Oriente questa esperienza è più dinamica, più ascetica. Se l’esperienza è la tenebra, ne consegue che a maggior ragione è necessario un atteggiamento dinamico per raggiungere quello stato che in serbo si chiama “podviznistvo”, in Occidente “ascesi”. E’ questo un invito all’uomo per un’ulteriore continua elevazione, per un’incessante crescita nella lotta, nel superamento, nella nuova nascita secondo la grazia, nella nuova vita e con ciò nella reale umanizzazione di se stessi e nel reale avvicinamento all’“uomo autentico”, secondo le parole dell’Apostolo Paolo: “Finché non giungiamo all’uomo perfetto, nella misura della pienezza del Cristo”[4]. 

Da “Pravoslavni Misionar”, 2, 85; trad. di A. S. 


[1] Matteo 6, 22; 5,16; cfr. Luca 11,36.
[2] 1 Giovanni 1, 5.
[3] 1 Timoteo 6, 16.
[4] Efesini 4, 13.

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