lunedì 30 novembre 2015

Mattia Preti - The crucifixion of St Andrew

BENEDETTO XVI - ANDREA, IL PROTOCLITO - 30 NOVEMBRE


BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 14 giugno 2006 

ANDREA, IL PROTOCLITO 30 NOVEMBRE

Cari fratelli e sorelle,

nelle ultime due catechesi abbiamo parlato della figura di san Pietro. Adesso vogliamo, per quanto le fonti permettono, conoscere un po’ più da vicino anche gli altri undici Apostoli. Pertanto parliamo oggi del fratello di Simon Pietro, sant’Andrea, anch'egli uno dei Dodici. La prima caratteristica che colpisce in Andrea è il nome: non è ebraico, come ci si sarebbe aspettato, ma greco, segno non trascurabile di una certa apertura culturale della sua famiglia. Siamo in Galilea, dove la lingua e la cultura greche sono abbastanza presenti. Nelle liste dei Dodici, Andrea occupa il secondo posto, come in Matteo (10,1-4) e in Luca (6,13-16), oppure il quarto posto come in Marco (3,13-18) e negli Atti (1,13-14). In ogni caso, egli godeva sicuramente di grande prestigio all'interno delle prime comunità cristiane.
Il legame di sangue tra Pietro e Andrea, come anche la comune chiamata rivolta loro da Gesù, emergono esplicitamente nei Vangeli. Vi si legge: “Mentre Gesù camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone chiamato Pietro e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, perché erano pescatori. E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini»” (Mt 4,18-19; Mc 1,16-17). Dal Quarto Vangelo raccogliamo un altro particolare importante: in un primo momento, Andrea era discepolo di Giovanni Battista; e questo ci mostra che era un uomo che cercava, che condivideva la speranza d’Israele, che voleva conoscere più da vicino la parola del Signore, la realtà del Signore presente. Era veramente un uomo di fede e di speranza; e da Giovanni Battista un giorno sentì proclamare Gesù come “l’agnello di Dio” (Gv 1,36); egli allora si mosse e, insieme a un altro discepolo innominato, seguì Gesù, Colui che era chiamato da Giovanni “agnello di Dio”. L’evangelista riferisce: essi “videro dove dimorava e quel giorno dimorarono presso di lui” (Gv 1,37-39). Andrea quindi godette di preziosi momenti d’intimità con Gesù. Il racconto prosegue con un’annotazione significativa: “Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia, che significa il Cristo», e lo condusse a Gesù” (Gv 1,40-43), dimostrando subito un non comune spirito apostolico. Andrea, dunque, fu il primo degli Apostoli ad essere chiamato a seguire Gesù. Proprio su questa base la liturgia della Chiesa Bizantina lo onora con l'appellativo di Protóklitos, che significa appunto “primo chiamato”. Ed è certo che anche per il rapporto fraterno tra Pietro e Andrea la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli si sentono tra loro in modo speciale Chiese sorelle. Per sottolineare questo rapporto, il mio predecessore Papa Paolo VI, nel 1964, restituì l’insigne reliquia di sant’Andrea, fino ad allora custodita nella Basilica Vaticana, al Vescovo metropolita ortodosso della città di Patrasso in Grecia, dove secondo la tradizione l'Apostolo fu crocifisso.
Le tradizioni evangeliche rammentano particolarmente il nome di Andrea in altre tre occasioni che ci fanno conoscere un po’ di più quest’uomo. La prima è quella della moltiplicazione dei pani in Galilea. In quel frangente, fu Andrea a segnalare a Gesù la presenza di un ragazzo che aveva con sé cinque pani d'orzo e due pesci: ben poca cosa - egli rilevò - per tutta la gente convenuta in quel luogo (cfr Gv 6,8-9). Merita di essere sottolineato, nel caso, il realismo di Andrea: egli notò il ragazzo – quindi aveva già posto la domanda: “Ma che cos’è questo per tanta gente?” (ivi) - e si rese conto della insufficienza delle sue poche risorse. Gesù tuttavia seppe farle bastare per la moltitudine di persone venute ad ascoltarlo. La seconda occasione fu a Gerusalemme. Uscendo dalla città, un discepolo fece notare a Gesù lo spettacolo delle poderose mura che sorreggevano il Tempio. La risposta del Maestro fu sorprendente: disse che di quelle mura non sarebbe rimasta pietra su pietra. Andrea allora, insieme a Pietro, Giacomo e Giovanni, lo interrogò: “Dicci quando accadrà questo e quale sarà il segno che tutte queste cose staranno per compiersi” (Mc 13,1-4). Per rispondere a questa domanda Gesù pronunciò un importante discorso sulla distruzione di Gerusalemme e sulla fine del mondo, invitando i suoi discepoli a leggere con accortezza i segni del tempo e a restare sempre vigilanti. Dalla vicenda possiamo dedurre che non dobbiamo temere di porre domande a Gesù, ma al tempo stesso dobbiamo essere pronti ad accogliere gli insegnamenti, anche sorprendenti e difficili, che Egli ci offre.
Nei Vangeli è, infine, registrata una terza iniziativa di Andrea. Lo scenario è ancora Gerusalemme, poco prima della Passione. Per la festa di Pasqua - racconta Giovanni - erano venuti nella città santa anche alcuni Greci, probabilmente proseliti o timorati di Dio, venuti per adorare il Dio di Israele nella festa della Pasqua. Andrea e Filippo, i due apostoli con nomi greci, servono come interpreti e mediatori di questo piccolo gruppo di Greci presso Gesù. La risposta del Signore alla loro domanda appare – come spesso nel Vangelo di Giovanni – enigmatica, ma proprio così si rivela ricca di significato. Gesù dice ai due discepoli e, per loro tramite, al mondo greco: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (12,23-24). Che cosa significano queste parole in questo contesto? Gesù vuole dire: Sì, l’incontro tra me ed i Greci avrà luogo, ma non come semplice e breve colloquio tra me ed alcune persone, spinte soprattutto dalla curiosità. Con la mia morte, paragonabile alla caduta in terra di un chicco di grano, giungerà l’ora della mia glorificazione. Dalla mia morte sulla croce verrà la grande fecondità: il “chicco di grano morto” – simbolo di me crocifisso – diventerà nella risurrezione pane di vita per il mondo; sarà luce per i popoli e le culture. Sì, l’incontro con l’anima greca, col mondo greco, si realizzerà a quella profondità a cui allude la vicenda del chicco di grano che attira a sé le forze della terra e del cielo e diventa pane. In altre parole, Gesù profetizza la Chiesa dei greci, la Chiesa dei pagani, la Chiesa del mondo come frutto della sua Pasqua.
Tradizioni molto antiche vedono in Andrea, il quale ha trasmesso ai greci questa parola, non solo l’interprete di alcuni Greci nell’incontro con Gesù ora ricordato, ma lo considerano come apostolo dei Greci negli anni che succedettero alla Pentecoste; ci fanno sapere che nel resto della sua vita egli fu annunciatore e interprete di Gesù  per il mondo greco. Pietro, suo fratello, da Gerusalemme attraverso Antiochia giunse a Roma per esercitarvi la sua missione universale; Andrea fu invece l’apostolo del mondo greco: essi appaiono così in vita e in morte come veri fratelli – una fratellanza che si esprime simbolicamente nello speciale rapporto delle Sedi di Roma e di Costantinopoli, Chiese veramente sorelle.
Una tradizione successiva, come si è accennato, racconta della morte di Andrea a Patrasso, ove anch’egli subì il supplizio della crocifissione. In quel momento supremo, però, in modo analogo al fratello Pietro, egli chiese di essere posto sopra una croce diversa da quella di Gesù. Nel suo caso si trattò di una croce decussata, cioè a incrocio trasversale inclinato, che perciò venne detta “croce di sant'Andrea”. Ecco ciò che l’Apostolo avrebbe detto in quell’occasione, secondo un antico racconto (inizi del secolo VI) intitolato Passione di Andrea: “Salve, o Croce, inaugurata per mezzo del corpo di Cristo e divenuta adorna delle sue membra, come fossero perle preziose. Prima che il Signore salisse su di te, tu incutevi un timore terreno. Ora invece, dotata di un amore celeste, sei ricevuta come un dono. I credenti sanno, a tuo riguardo, quanta gioia tu possiedi, quanti regali tu tieni preparati. Sicuro dunque e pieno di gioia io vengo a te, perché anche tu mi riceva esultante come discepolo di colui che fu sospeso a te ... O Croce beata, che ricevesti la maestà e la bellezza delle membra del Signore! ... Prendimi e portami lontano dagli uomini e rendimi al mio Maestro, affinché per mezzo tuo mi riceva chi per te mi ha redento. Salve, o Croce; sì, salve davvero!”. Come si vede, c'è qui una profondissima spiritualità cristiana, che vede nella Croce non tanto uno strumento di tortura quanto piuttosto il mezzo incomparabile di una piena assimilazione al Redentore, al Chicco di grano caduto in terra. Noi dobbiamo imparare di qui una lezione molto importante: le nostre croci acquistano valore se considerate e accolte come parte della croce di Cristo, se raggiunte dal riverbero della sua luce. Soltanto da quella Croce anche le nostre sofferenze vengono nobilitate e acquistano il loro vero senso.
L'apostolo Andrea, dunque, ci insegni a seguire Gesù con prontezza (cfr Mt 4,20; Mc 1,18), a parlare con entusiasmo di Lui a quanti incontriamo, e soprattutto a coltivare con Lui un rapporto di vera familiarità, ben coscienti che solo in Lui possiamo trovare il senso ultimo della nostra vita e della nostra morte.

LA PREGHIERA DI GESÙ SVILUPPA E RADICALIZZA GLI ELEMENTI DELLA SPIRITUALITÀ

http://www.messaggerocappuccino.it/index.php/parola/236-2012mc9-par-2

PAROLE VECCHIE PER VITA NUOVA

LA PREGHIERA DI GESÙ SVILUPPA E RADICALIZZA GLI ELEMENTI DELLA SPIRITUALITÀ

di Matteo Ferrari
Monaco di Camaldoli
 
Cambio di congiunzione
La preghiera è un’esperienza fondamentale per Israele e per la primitiva comunità cristiana nel loro rapporto con Dio, come lo è per tutti i credenti di ogni luogo e tradizione religiosa. Il vocabolario della preghiera è molto ricco e articolato sia nel Primo che nel Nuovo Testamento. Ogni evangelista, narrando a modo suo l’evento Gesù Cristo, ha anche affrontato questo tema centrale attraverso una prospettiva propria. Certamente Luca è l’evangelista che affronta in modo più articolato questo tema, ma anche Matteo non manca di trattarne, inserendolo soprattutto nel primo grande discorso di Gesù, che costituisce il cuore e il fondamento dell’annuncio del vangelo.
Un primo veloce riferimento alla preghiera lo troviamo in riferimento alla “preghiera per i nemici” (Mt 5,44). Innanzitutto dobbiamo entrare nel senso di quelle che abitualmente sono dette “antitesi”, cogliendo nelle parole di Gesù l’intenzione di contrapporsi al giudaismo del suo tempo. In realtà non dovremmo tradurre con “ma io vi dico”, cioè con valore “avversativo”, bensì con “e io vi dico”, riconoscendo nelle parole di Gesù la volontà non di contestare i precetti del giudaismo del suo tempo, bensì per fornirne una interpretazione più radicale. Alla luce di questa prospettiva, anche questo primo riferimento alla preghiera in Matteo, assume il suo importante significato. La preghiera è messa in parallelo all’amore: “e io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano”. La preghiera è una modalità per esprimere l’amore più radicale, cioè quello per i nemici. Nel vangelo di Luca questo aspetto del valore della preghiera lo troviamo addirittura quando Gesù sulla croce concretamente prega per i suoi uccisori (Lc 23,34).
Dopo questo primo accenno alla preghiera, nel c. 6 troviamo la parte del primo vangelo nella quale questo tema viene affrontato in modo più esplicito e diretto (Mt 6,5-15). Nel vangelo di Luca l’insegnamento di Gesù sulla preghiera nasce da una domanda dei discepoli che, vedendo pregare il loro maestro, gli chiedono di trasmettere loro il suo modo di vivere, l’esperienza della preghiera. In Matteo non è così, ma il tema della preghiera si colloca nel contesto dell’insegnamento di Gesù sull’elemosina (Mt 6,2-4), sulla preghiera e sul digiuno (Mt 6,16-18). La preghiera viene quindi trattata da Matteo non in modo isolato, ma nel contesto di tre elementi centrali della spiritualità ebraica del tempo di Gesù. Per avere un’idea di qualcosa di simile potremmo far riferimento al testo delle Pirqè Avot (Detti dei padri) dove si parla di “tre colonne” del mondo. Un celebre detto, attribuito al Sommo sacerdote Simeone il Giusto, recita: “Il mondo poggia su tre colonne: lo studio della Torà, e la ‘avodà (culto) e le opere di misericordia” (I,2). A questo proposito scrive Alberto Mello: «Possiamo forse ritrovare qui [cioè nel testo di Matteo] le stesse cose, benché disposte in un ordine inverso: il culto e la preghiera sono sinonimi; elemosina e opere di misericordia si equivalgono. Resta il digiuno che è altra cosa dallo studio della Torà, ma è una pratica religiosa che può predisporre proprio a questo (cf. Dt 8,3). Quindi si può emettere l’ipotesi che queste tre pratiche sono i ‘pilastri del mondo’ secondo Matteo» (Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, Magnano Biellese 1995, p. 124).

Modalità da evitare
Riguardo alla preghiera, innanzitutto ci sono delle premesse che nascono dal confronto con delle modalità di pregare ritenute errate. In Mt 6,5 si dice di non essere «simili agli ipocriti» che pregano «per essere visti dalla gente». Gesù chiede ai suoi discepoli di “pregare nel segreto”. In questa richiesta si passa dal voi al tu, da “quando pregate” a “quando tu preghi” (Mt 6,6). Questa tensione ci dice che la preghiera è un fatto comunitario che fonda la sua autenticità su un’esperienza profondamente personale. La preghiera autentica non può convivere con l’ipocrisia.
In secondo luogo Gesù insegna a pregare senza “sprecare le parole”. Anche in questo caso si fa un confronto in negativo con “i pagani”, che “credono di venire esauditi a forza di parole”. La qualità della preghiera dei discepoli di Gesù non si misura a partire dalla quantità di parole e di formule, ma si fonda sul rapporto personale con il Padre.
Infine Gesù offre ai suoi discepoli un “modello” di preghiera, il Padre nostro. E’ impossibile commentare un testo così ricco in poche righe, ma possiamo ugualmente lasciarci colpire dalle espressioni e dai termini principali che in questo testo troviamo. Gesù non insegna qualcosa di nuovo ai suoi discepoli (cf. la preghiera ebraica del Qaddish), ma come un buon maestro consegna ai suoi discepoli le “parole” della tradizione di Israele in un modo che è “nuovo” e vivo. Anche questo è un fatto significativo: si insegna a pregare non consegnando parole nuove, ma una esperienza viva di preghiera. E così Gesù fa con i suoi discepoli.

Come Gesù col Padre
Vediamo allora alcuni elementi fondamentali. Innanzitutto Gesù insegna ai suoi discepoli a rivolgersi a Dio chiamandolo “Padre”. Certo non è una novità per la Bibbia e per la tradizione ebraica rivolgersi a Dio chiamandolo Padre (cf. Is 64,7)). Tuttavia questo non toglie valore al fatto che Gesù insegni ai suoi discepoli a pregare prima di tutto rivolgendosi a Dio chiamandolo “Padre”. Infatti Gesù vuole che i suoi discepoli entrino nella medesima relazione con Dio che egli ha vissuto. Anche in questo caso non si tratta di “parole nuove”, ma di quella novità che consiste in quel rapporto unico con il Padre che Gesù vive.
La preghiera poi è fatta da una prima parte che è più nel segno della lode che della domanda: «sia santificato il tuo nome, venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà». Certo si tratta anche di una invocazione perché Dio continui a rendersi presente nella storia dell’umanità come ha fatto con i padri, ma è anche una confessione della sua grandezza. La prima parola che Gesù chiede di rivolgere a Dio è la confessione della sua misericordia. Poi viene la parte dedicata alla domanda, dove si chiede per prima cosa il pane “del giorno”. Una espressione che può rimandare alla manna nel deserto e che ci invita ad chiedere a Dio non qualcosa di straordinario o doni da accumulare, ma ciò che basta al sostentamento di un giorno, con la fiducia che Dio non ci abbandonerà mai e non ci farà mancare il pane del giorno successivo. In secondo luogo si chiede a Dio di rimettere i nostri debiti, cioè il perdono del peccato. Anche in questo caso non è solo una domanda di perdono, ma anche un impegno a vivere il perdono: «come noi li rimettiamo ai nostri debitori». E infine la richiesta di non farci entrare nella tentazione e di liberarci dal male. Non è Dio che ci fa entrare in tentazione, ma lui può salvarci dal pericolo di lasciarci trascinare dal male.
Pochi tratti sulla preghiera che Gesù insegna ai suoi discepoli sono sufficienti per tracciare il volto della preghiera cristiana. Una preghiera che non è isolata ma sempre da vedere in un insieme più ampio, come una delle tre colonne su cui poggia il mondo. Una preghiera che fondamentalmente consiste nell’entrare nella preghiera stessa di Gesù. E’ bello e significativo un testo di Cipriano di Cartagine che esprime proprio questo, commentando il Padre nostro: «Preghiamo, fratelli carissimi, come ci ha insegnato Dio facendosi nostro maestro. Affettuosa e familiare è la preghiera in cui ci rivolgiamo a Dio con le sue stesse parole, in cui ci facciamo sentire attraverso la preghiera di Cristo. Che il Padre riconosca, quando noi preghiamo, le parole del proprio Figlio. Sia presente anche nella nostra voce colui che abita nel nostro cuore» (La preghiera del Signore, 3).

VIVERE RICONCILIATI


VIVERE RICONCILIATI

di M. Basilea Schlink 

Vivere riconciliati: questo è il nostro desiderio; così regnerebbero la pace e la gioia. Ma purtroppo niente è così difficile come arrivare a tale riconciliazione. È come se il Nemico facesse di tutto per elevare barriere tra noi e il nostro prossimo, nella famiglia, nel lavoro, ovunque, affinché tale riconciliazione non possa verificarsi, ma al contrario cresca sempre di più l'amarezza, l'allontanamento e la divisione. Tuttavia ci sarà possibile vivere insieme riconciliati? La vita dei popoli sembra dimostrare il contrario. Guerra e minacce di guerra riempiono il mondo. L'ingiustizia e l'anarchia prevalgono, mentre la carità si raffredda, domina la violenza, il terrorismo avanza vittoriosamente.
Come è possibile questo? I negoziati di pace si moltiplicano. In tutto il mondo si parla di unione, di fratellanza universale, di tendenze all'unità come mai, sorgono alleanze di popoli su scala mondiale, ma ciò nonostante la pace si allontana più che mai. Siamo forse sulla soglia di una catastrofe mondiale? Come possiamo spiegare quanto avviene?
Noi uomini, nella temeraria esaltazione di noi stessi, ci dichiariamo indipendenti da Dio perseverando nel nostro peccato di odio, di ribellione e di amarezza. Pensiamo di potere, nonostante tutto, solo con le nostre forze, realizzare "la pace", ma una pace così è una pace illusoria. Il tempo della riconciliazione e della pace verrà tra i popoli qui sulla terra soltanto quando il Signore Gesù Cristo, vero Messia e Salvatore, apparirà in potenza e gloria. Gesù solo, e non noi peccatori, ma soltanto Lui, quando nella Sua gloria ritornerà, stabilirà il Suo Regno di giustizia e di pace. Innumerevoli uomini dovranno riconoscere davanti a Lui, il Giudice, la verità e confessare: "Siamo stati noi che abbiamo ostacolato la riconciliazione nel mondo e la pace tra i popoli. Noi abbiamo commesso l'ingiustizia, siamo colpevoli di odio e del nostro rifiuto a riconciliarci".
Ma nonostante la nostra colpevolezza uni verso gli altri, la riconciliazione può iniziare già oggi nei nostri rapporti personali per propagarsi e diffondersi intorno a noi, se scegliamo il cammino del pentimento e della conversione. Gesù opera questo e noi lo abbiamo sperimentato molte volte.
Un giorno una donna venne a trovarci; aveva il cuore profondamente amareggiato. Essa viveva con la madre anziana e inferma, che - secondo lei - le rendeva la vita insopportabile. Immediatamente però la luce della Parola di Dio e della verità la illuminò sulla sua situazione nei rapporti scambievoli. All'amarezza di questa figlia subentrarono lacrime di pentimento che la portarono al "prossimo passo", essa tornò dalla mamma offrendole un mazzo di fiori. E l'effetto si diffonde: con questo primo passo l'amore vince e anche i rapporti con altre persone si trasformano. La madre, che a sua volta era in inimicizia con i suoi vicini, poi chiede attraverso la figlia, dal suo letto d'inferma, perdono a ciascuno di loro, per iscritto. Nasce così uno spirito di riconciliazione che si diffonde in tutto il paese.
Vivere riconciliati insieme: oggi, in un clima pieno di tensione è forse impossibile? No. È sempre possibile, purché gli uomini siano disposti a riconoscere la verità e la propria colpevolezza nella mancanza di amore e pazienza verso il prossimo. È possibile quando, pur sentendosi amareggiati e offesi, non accusano ma si pentono dai loro peccati come nel caso di quella figlia nei rapporti con la madre. Così irrompe la carità, come in una terra bene arata e concimata, dove le piante fioriscono nella loro bellezza. La carità ridestata, misericordiosa verso il prossimo, irrompe nel cuore chiuso e forse amareggiato facendolo intenerire; gli uomini divisi dalla discordia si ritrovano insieme. Sì, la riconciliazione tra gli uomini è possibile come è vero che Gesù si è fatto il nostro Mediatore e ci ha redenti sulla croce del Golgota rendendoci riconciliati, capaci di perdonare e disposti a perdere l'amarezza del nostro cuore.
Questa vita riconciliata che rappresenta una parte del Regno dei Cieli sulla terra deve e può cominciare in mezzo a noi, quando Gesù è veramente il Signore della nostra vita e noi viviamo secondo il Suo comandamento: "Se tuo fratello ha qualcosa contro di te o tu contro di lui va' a riconciliarti".
Se tu vivi la riconciliazione nella tua vita personale, poi si diffonde un effetto benefico nella tua famiglia, nella tua vita professionale, nel luogo dove abiti, simile ad onde che vanno lontano. La riconciliazione è contagiosa e anche altri giungono alla riconciliazione. Anzi di più: il nostro destino per l'eternità, dove vivremo senza fine, dipende da questa riconciliazione, perché Gesù dice che il non riconciliato dovrà soffrire, patire prigioniero nell'altro mondo finché non avrà pagato fino all'ultimo centesimo (Matteo 5:26).
Questo è l'appello che ci rivolge il Signore: riconciliati!
Lo stesso appello è stato rivolto al mio cuore obbligandomi alla preghiera. Io stessa nell'anno 1944 e negli anni successivi potei sperimentare che cosa significa ricevere il perdono di Gesù: Egli ci riconcilia con Dio e ne deriva quel movimento di irradiazione riconciliatrice che si diffonde tra di noi. Da ciò è caratterizzata la missione che mi è stata affidata. All'inizio degli anni trenta il Signore mi ha concesso il pentimento perché non avevo saputo vivere riconciliata con una persona difficile. Quando riconobbi la colpa della mia mancanza di amore, non soltanto si rinnovò la nostra relazione, ma sentii rinnovato anche il mio amore per Gesù, il quale mi aveva già perdonata.
Questa esperienza la comunicai alla mia collaboratrice che più tardi divenne cofondatrice della nostra Comunità, la quale a sua volta ne fece esperienza. Sotto le durissime prove con le quali il giudizio di Dio ha colpito il nostro popolo nella seconda guerra mondiale, questo spirito di riconciliazione e di pentimento ha conquistato anche le giovani dei nostri circoli biblici, operando riconciliazioni dei giovani con i genitori e compagni di scuola.
La nostra Comunità è nata da quel circolo giovanile ed è caratterizzata da questo spirito di riconciliazione. Era nel disegno di Dio che fosse fondata in Germania, proprio in un momento in cui il nostro Paese è stato allontanato dal resto delle nazioni a causa delle sue colpe. La nostra "piccola Terra di Kanaan", dove viviamo la riconciliazione scambievole nella vita quotidiana, ha potuto trasmettere questo segno dell'amore riconciliatore di Dio. È stata un'esperienza della Sua grazia il fatto che tante persone delle nazioni verso le quali noi tedeschi ci siamo resi colpevoli sono venuti a noi. Attraverso il perdono di Gesù Dio ha suscitato con il pentimento diffusivo un movimento di riconciliazione da uomo a uomo, da nazione a nazione, in tutto il mondo. Molti hanno riscoperto "il primo amore" per Gesù. Vincoli di amore si sono stabiliti fra tutti e innumerevoli persone, in questa esperienza di riconciliazione, hanno pregustato la pace celeste.
La riconciliazione con Dio e tra di noi porta gioia tra le tenebre del nostro tempo. Invece la non riconciliazione sempre all'infelicità. Nulla produce tanta amarezza e perfino odio come il non essere disposti a riconciliarsi. Si vede sempre la colpa altrui e non si vuole riconoscere la propria. Questo distrugge ogni rapporto tra gli uomini, tra i popoli, tra le razze, tra le varie confessioni cristiane e porta con sé la perdizione. È qui la causa di tutto il malcontento, di tutte le guerre e le disgrazie. Noi possiamo contenere questa carenza di pace nel mondo, questa sofferenza, riconoscendo nella nostra vita la nostra colpa contro l'amore, pentendoci e convertendoci.
Già oggi il Regno di pace di Gesù e della riconciliazione vuole cominciare tra di noi come aurora del giorno del Suo ritorno, per stabilire il Suo Regno, il mondo nuovo nel quale regneranno per sempre la pace e la giustizia. Quest'ora è vicina; è per questo che Satana si accanisce maggiormente lì dove è il dominio di Gesù: nella Chiesa, tra i cristiani. Come principe di questo mondo vuole sedurli con slogan di attualità come, per esempio: "la ribellione contro l'autorità", la "solidarietà umana" intesa come una tolleranza verso il peccato, "cambiamenti nelle strutture della società" da conseguirsi, se necessario, anche con la violenza.
Ma Gesù ci indica il giusto cammino per raggiungere il Regno di Dio, della pace e della gioia che ci fanno pregustare il Cielo. "Ravvedetevi da ogni rancore e irriconciliazione, così soltanto verrà la vera riconciliazione, la vera pace". Siamo redenti da Gesù Cristo per riflettere la Sua immagine di amore riconciliatore e soltanto questo amore nato da Dio è più forte della potenza dell'odio che ci toglie ogni pace. Questo amore già oggi rappresenta qualcosa del Regno di Dio che si avvicina.
Perciò: va' incontro a colui verso il quale provi del risentimento nel cuore o verso chi che sai ce l'ha con te. Lascia vincere l'amore. Così inizia il Regno dei Cieli.

Suggerimenti per una vita di riconciliazione
1. Fa' attenzione perché nei tuoi discorsi e nelle tue azioni non manchi mai il sale dell'amore. Esso è il granello d'oro che un giorno, nell'eternità, quando saranno pesate le tue opere, peserà molto. Preoccupati dunque che esso sia presente nelle tue azioni - e questo ti aiuterà per una vita riconciliata.
2. Perdona di tutto cuore a chi ti ha fatto un torto - poiché beati sono coloro che perdonano - essi saranno perdonati da Dio.
3. Non rimanere in debito di amore verso il tuo prossimo, poiché se rimani in debito di amore, rimani in debito di tutto. Se invece glielo doni, gli dai tutto. Questo contribuisce alla scambievole riconciliazione e Dio ti ricolmerà d'amore e ti ricompenserà.
4. Sta' attento a non tener conto e a non risentirti del male che ti sia stato fatto o che sia stato detto di te. Perdona, e avrai in compenso la cosa più sublime: il perdono dei tuoi peccati.
5. Accetta sempre di nuovo la croce di dover vivere con persone difficili e sopporta per amore di Gesù quelli che ti offendono, ti fanno torto e si comportano in modo ostile verso di te. Allora può essere donata la riconciliazione.
6. Sopporta con un amore particolare chi ti riesce difficile da sopportare. Questo contribuisce alla riconciliazione. E tu potrai essere sicuro di un particolare amore di Dio nel tuo peccato e nella tua miseria.
7. Lascia che il tuo cuore trabocchi di un perdono infinito verso il tuo prossimo che sempre di nuovo è colpevole verso di te. E Dio ti donerà la pienezza della sua misericordia e sarai inondato come da un fiume di letizia.
8. Non costruisci il regno di Dio, il regno della pace e dell'amore, se sostieni il tuo diritto. Il lottare e il litigare sono nemici del Regno di Dio e di Cristo. Scegli dunque la pace - anche se costasse il tuo diritto - e sarai amico di Dio.
9. L'amore di Dio non ha limiti. Egli ci dice: "Siate i Miei seguaci!" Non porre limiti all'amore per il tuo prossimo, anche se ti avesse fatto del male - con ciò porresti un limite tra te e Dio.
10. Ama coloro che non ti sono simpatici - accoglili con amore nel tuo cuore e invoca su di loro molte benedizioni. Allora Dio ti accoglierà e tu farai la strada su cui ti può essere donata la riconciliazione.

Preghiera     

Signore Gesù Cristo,
fa' di me un'immagine del Tuo amore!

Donami l'amore che si presenta
con la tenerezza riconciliante di un vero figlio di Dio.

Donami l'amore che non giudica, non misura,
donami l'amore che dimentica il peccato altrui.

Donami l'amore che perdona come Te,
che è amorevolmente pronto alla riconciliazione.

Donami l'amore che perdona senza fine,
finché cessi l'inimicizia e inizi la riconciliazione.

Donami l'amore che sa perdonare,
che guarda con misericordia il nemico.

Donami l'amore che benedice sempre,
anche ogni nemico, secondo la Tua volontà.

Donami l'amore che non rende il male per il male,
ma sopporta umilmente, con pazienza, ogni ingiuria.

Donami l'amore che vede il bene anche nel mio nemico
e che lo ama con la Tua carità.

Donami l'amore, ascolta la mia supplica!
Per questo dono Tu hai sofferto la croce,
Tu me l'hai acquistato, o Signore Gesù Cristo.

sabato 28 novembre 2015

TUTTI STIAMO ASPETTANDO QUALCOSA, QUALCUNO..


TUTTI STIAMO ASPETTANDO QUALCOSA, QUALCUNO...

Senza quasi accorgercene siamo giunti anche quest’anno a Natale... Penso che è da vari giorni che aspettavamo questi momenti, questi giorni di Natale. Li abbiamo attesi così come una madre aspetta un figlio: con trepidazione, con impazienza... Abbiamo atteso a lungo ma, inutile nascondercelo, domani forse attenderemo ancora...

Senza quasi accorgercene siamo giunti anche quest’anno a Natale. È la festa dell’amore di Dio per noi, la festa di un Dio che si è stufato di stare seduto sulla sua bella poltrona ed è sceso a condividere la sua vita con noi, a sporcarsi le mani con l’uomo.
Nel sogno Dio rivela a Giuseppe il suo progetto e, attraverso la visione dell’angelo, gli dice di non temere, ma di fidarsi e di accogliere Maria nella sua vita. Mi piace pensare che Dio parla anche a voi attraverso i sogni che coltivate nella vostra vita. Ognuno di voi ha grandi sogni dentro di sé, sogni che non vanno messi nel cassetto, sogni che non vanno accantonati perché irrealizzabili. Ascoltate i vostri sogni, quelli veri, quelli belli, quelli che danno senso alla vostra vita. Chiedetevi: quale è il sogno vero, profondo, irripetibile della mia vita? Cercatelo, trovatelo quel sogno che già ora è presente dentro di voi. E ascoltatelo. Non è forse quello che anche Giuseppe ha fatto? Non è forse vero che anche lui ha ascoltato un sogno?
Non accontentiamoci di volare a bassa quota, ma impariamo da Dio a sognare: impariamo a sognare così come sogna Dio. Dio ci salva perché, così come a Giuseppe, ci restituisce la capacità di sognare, cioè di sperare: i sogni sono il grembo della speranza ovvero il luogo in cui impariamo a sperare..
Penso che è da vari giorni che aspettavamo questi momenti, questi giorni di Natale. Li abbiamo attesi così come una madre aspetta un figlio: con trepidazione, con impazienza… Abbiamo atteso a lungo ma, inutile nascondercelo, domani forse attenderemo ancora. Tutti stiamo aspettando qualcosa, qualcuno. C’è chi aspetta che la propria famiglia oramai a pezzi si riunisca, c’è chi attende che il proprio padre o la propria madre torni a casa, c’è chi attende il proprio amico che se n’è andato, c’è chi attende di non trovare più il proprio papà ubriaco, c’è chi attende nuove amicizie, c’è chi attende di essere amato da qualcuno… Tutti attendiamo e forse per tanti questi giorni non sono altro che una pausa di una vita frantumata. Ma la vera tristezza non è quando la sera non sei atteso da nessuno e ti ritrovi solo o quando scopri che i cocci rotti si accumulano, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita, quando ai sogni non ci credi più. Chi non attende, chi non spera, chi non sogna prima o poi incomincia a marcire dentro, prima o poi getta la spugna della vita. Chi non attende, chi non sogna muore.
Il Natale ci insegna che anche Dio attende e sogna. Il nostro cuore è pieno di desideri, la nostra anima vive di aspirazioni, di voglia di vivere alla grande… Anche il cuore di Dio è pieno di desideri. Anche Dio sogna. E Dio sogna che ogni nostra attesa possa essere colmata, Dio sogna che sopra ogni cosa nella nostra vita ci possa essere l’amore, perché siamo fatti per amare e per essere amati.
Quando ero piccolo non vedevo l'ora che venisse Natale perché mi avevano insegnato che la notte di Natale sarebbe passato Gesù Bambino a portare i doni per me e tutta la famiglia. E mi avevano insegnato che Gesù Bambino portava doni in più a chi si comportava bene durante l'anno. Ma ad ogni Natale rimanevo meravigliato nel vedere che i doni arrivavano a tutti in misura più o meno uguale. E mi dicevo: Deve essere veramente buono questo Gesù Bambino se non fa differenze tra i bambini buoni e quelli meno buoni. E mi dicevo ancora: Deve essere veramente buono questo Gesù Bambino se ogni anno ritorna anche se siamo sempre meno buoni.
Oggi, come allora, mi piace pensare che Gesù Bambino viene ancora a portare i suoi doni a tutti non facendo alcuna differenza, ma guardando alla bontà e alle speranze di ogni cuore. Quando eravamo bambini le attese erano tante... E oggi, le nostre attese sono ancora tante? O forse riteniamo di poterne fare a meno?
Prova a chiederti: Cosa cerco quando sogno la felicità… Cosa cerco quando la bellezza mi attrae… Cosa cerco quando ho sete di radicalità, rifiuto il compromesso e voglio andare contro corrente… Cosa cerco quando niente mi soddisfa… Cosa cerco quando sento in me il desiderio di fare della mia vita qualcosa di grande…
Forse stai solo cercando quello che Dio ha sognato per te. Forse stai solo cercando Dio.
E allora entra nel sogno di Dio per te. E sarà Natale davvero!
Buon Natale, quello Vero.

(Teologo Borèl) Dicembre 2005 - autore: Redazione GxG

venerdì 27 novembre 2015

L'albero di Jesse

COMMENTO BIBLICO-PATRISTICO DELLA PAROLA DI DIO


TEMPO AVVENTO - ANNO LITURGICO C  | 2 DICEMBRE 2012 - 1A DOMENICA C

LETTURE DELLA PAROLA DI DIO della DOMENICA:
Commento biblico-patristico della Parola di Dio

* Ger 33,14-16 - Io farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia.
* Dal salmo 24 - Rit.: A te, Signore, innalzo l'anima mia.
* 1 Ts 3,12-4,2 - Il Signore renda saldi e irreprensibili i vostri cuori al momento della sua venuta.
* Canto al Vangelo - Alleluia. Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza. Alleluia.
* Lc 21,25-28.34-36 - La vostra liberazione è vicina.

Nella speranza e nell'amore
Oggi si ricomincia. Possiamo avere talvolta l'impressione che la vita non sia altro che un monotono trascorrere del tempo, privo di novità e d'interesse. Non dev'essere così per il cristiano. Il ciclo liturgico non è, per chi lo comprende e cerca di viverlo, un qualche cosa di formale, di artificiale. Nel giro di un anno ci viene ripresentata, nelle sue grandi tappe, la storia della salvezza, come un invito e un aiuto a non lasciarci vincere dal torpore ma, guardando al Signore venuto a salvarci, a rispondere alla sua chiamata con uno slancio che ogni giorno si rinnova.

"Farò germogliare un germoglio"
Il germoglio è la vita che ricomincia. Crescerà e, a suo tempo, darà il fiore e il frutto. Il profeta si riferisce immediatamente al ritorno del popolo dall'esilio; nel contesto liturgico dell'Avvento il germoglio è - in prospettiva più lontana, nella storia della salvezza che Dio prepara all'umanità - il Messia. Canteremo nella liturgia natalizia: "Un germoglio è spuntato da Iesse, una stella è sorta da Giacobbe; dalla Vergine è nato il Salvatore: lode a te, nostro Dio". Il popolo ebreo lo attendeva: noi sappiamo che è venuto. Ricorderemo nel Natale l'evento che sta al centro della storia. Non è giusto che ci prepariamo?
Cristiani, prendiamo il nome da Gesù Cristo, figlio di Dio e figlio di Maria, nato a Betlemme per noi, morto per noi sulla croce. Ci ricordiamo di lui? Crediamo in lui? Prendiamo il suo Vangelo come norma della nostra vita? Sappiamo guardare a lui come al Liberatore nostro e dei nostri fratelli? "Alzatevi e levate il capo perché la vostra liberazione è vicina".
La sua parola deve sostenere la nostra speranza. Io, tutti gli uomini, non siamo in balìa di un cieco destino, ma ci guida e ci sostiene la mano del Padre. Ma per vivere nella speranza è necessario che i nostri cuori "non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita". È la condanna del consumismo, della ricerca sfrenata del benessere fine a se stesso, dimenticando i valori autentici che siamo chiamati a perseguire nella fedeltà alla vocazione di uomini e di cristiani.

Verrà "con potenza e gloria grande"
Dio ha operato per la liberazione del suo popolo lungo tutto l'arco della sua storia, dall'uscita dall'Egitto al ritorno dall'esilio di Babilonia, salutato da Geremia. Ma il tempo della grande liberazione sarà annunziato come imminente dal vecchio Zaccaria quando, contemplando nel suo figlio Giovanni, bambino di otto giorni, il "profeta dell'Altissimo", che andrà "innanzi al Signore a preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati", ricorderà il giuramento fatto da Dio "ad Abramo nostro padre, di concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia" (Lc 1,73-77).
Trent'anni dopo, Gesù proclamerà avverata in se stesso la profezia di Isaia: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore" (Lc 4,18-19). Malati e ossessi, ciechi e zoppi, sordi e muti saranno da lui liberati dalle loro infermità, qualche volta, come nella guarigione del paralitico, con l'esplicita menzione della liberazione dai peccati (Mc 2,5-11).
Ai suoi ostinati avversari, schiavi del peccato, offrirà inutilmente la liberazione dal peccato con l'annunzio della verità (cf Gv 8,31-36), mentre la liberazione sarà cercata con umiltà e con gioia dai peccatori pentiti. Ma nel vangelo di oggi Gesù parla, riferendosi insieme alla distruzione di Gerusalemme e alla fine del mondo, della liberazione ultima e definitiva, che egli ci apporterà quando verrà "su una nube con potenza e gloria grande", o, come dice Paolo, "con tutti i suoi santi".
Dobbiamo confidare in lui, nostro liberatore, e collaborare con lui alla liberazione nostra e dei fratelli. Liberazione, per quanto sta in noi, da tutto ciò che opprime l'uomo chiamato a libertà: miseria e fame, abbandono ed emarginazione, malattia e ignoranza. Liberazione dalle ingiustizie, dallo sfruttamento, dalla prepotenza. Liberazione, soprattutto, dal peccato, radice delle oppressioni e delle ingiustizie; dal peccato dell'egoismo, dell'odio, della ricerca sfrenata del piacere. La fede in Gesù che è venuto e che verrà, davanti al quale dovremo comparire per essere giudicati, ciascuno al termine della sua vita, tutti alla fine del mondo, deve animarci e sostenerci.
Ci esorta s. Massimo richiamando le parole dell'apostolo: "Fratelli, prepariamoci al futuro giudizio del mondo, muniamoci di armi celesti, cingiamo la corazza della fede, proteggiamoci con l'elmo della salvezza e difendiamoci con la parola di Dio come spada spirituale (cf Ef 6,14-17)". Dobbiamo pregare. "Vegliate e pregate in ogni momento". Lavorare e lottare per la liberazione nostra e degli altri, dei vicini e dei lontani.

"Crescere e abbondare nell'amore"
Per indicare ai Tessalonicesi come prepararsi alla "venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi", Paolo si riferisce alle "norme" che ha dato loro a voce, "da parte del Signore Gesù", sul come comportarsi "in modo da piacere a Dio". Una di quelle "norme" è richiamata espressamente, in forma di augurio: "Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell'amore vicendevole e verso tutti". Perché, scriveva più tardi ai Romani, tutto il nostro debito verso il prossimo si compendia nell'"amore vicendevole, perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge... Pieno compimento della legge è l'amore" (Rm 13,8.10).
Perché è venuto Gesù a Betlemme? Perché "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Gv 3,16); "In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui" (1 Gv 4,9).
Perché verrà a prenderci con sé al termine della nostra vita, alla fine del mondo? Perché ci ama e vuole farci felici per sempre nel suo amore. Da noi attende la risposta. "Rimanete nel mio amore" (Gv 15,9). Amare i fratelli. "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati" (Gv 15,12); "Se Dio ci ha amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri" (1 Gv 4,11).
"Non c'è assolutamente nessun peccato", afferma il Crisostomo commentando la 2ª lettura, "che la forza dell'amore, come fuoco che consuma, non sia capace di distruggere".

 Da: PELLEGRINO M., Servire la Parola, Anno C, Elledici, Torino-Leuman

OMELIA - 1A AVVENTO ANNO C : VEGLIAMO E PREGHIAMO NELL'ATTESA DEL REDENTORE


OMELIA - 1A AVVENTO ANNO C

padre Antonio Rungi

VEGLIAMO E PREGHIAMO NELL'ATTESA DEL REDENTORE

Inizia oggi il nuovo anno liturgico 2015/ 2016 e parimenti la preparazione al Santo Natale del 2015. La prima domenica di Avvento, infatti, costituisce il progetto iniziale di un cammino spirituale che intendiamo fare in questo anno che è speciale per il motivo ben noto della celebrazione del Giubileo della misericordia, indetto da papa Francesco e che inizierà martedì, 8 dicembre 2015 e si concluderà il 20 novembre 2016. 

La parola di Dio di questa prima domenica di Avvento viene in nostro aiuto e soccorso per indirizzare il cammino di questo tempo forte dell'anno liturgico ed il cammino giubilare, L'uno e l'altro cammino si pongono sulle orme di Cristo, il Messia, di Giovanni Battista, il Precursore e di Maria, la Madre purissima di Cristo, nostro salvatore. La seconda lettura di oggi ci offre l'incipit per questo itinerario di fede che vogliamo sinceramente svolgere, anche in quell'ottica del giubileo inteso come pellegrinaggio interiore di ogni autentico uomo che cerca Dio con la sincerità del proprio cura. 

Il cammino dell'Avvento e quello Giubilare richiede la presa di coscienza di ciò che è urgente fare per la nostra persona conversione e purificazione. Le regole del vangelo sono regole che aprono il cuore di ogni credente alla misericordia e al perdono. Cristo che si incarna nel grembo verginale di Maria è il Figlio di Dio e il Redentore dell'umanità. Il nome del Redentore è "Misericordia". Gesù, infatti, è il volto della misericordia del Padre. Con questo spirito vogliamo iniziare a prepararci a Natale 2015 e al Giubileo, fissando, fin d'ora, il nostro sguardo sul volto luminoso di Gesù Bambino e sul volto dolcissimo della Vergine Maria e del volto purissimo di San Giuseppe. 

Lo stesso profeta Geremia nella prima lettura di questa domenica di Avvento ci invita a riflettere sul tema della venuta del Salvatore che noi, annualmente, ricordiamo, nella liturgia, con la solennità del santo Natale del 25 dicembre: "Ecco, verranno giorni - oràcolo del Signore - nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d'Israele e alla casa di Giuda. In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia". Nell'accogliere questo grido di speranza, quello suono del corno della pace e della giustizia, ci guardiamo intorno a noi e scorgiamo quanto sia urgente, nel nostro tempo, tradurre l'annuncio della venuta del Signore in un'era di pace e di riconciliazione per tutta l'umanità Le tante afflizioni di questi ultimi mesi non ci lasciano sereni e tranquilli e come cristiani vogliamo davvero impegnarci su serio nel tradurre le parole in comportamenti e opere di bene, che poi sono indicate nelle opere di misericordia corporale e spirituale.

Il forte monito che ci viene dal Vangelo di questa domenica, che parla del giudizio universale e della preparazione personale ed ecclesiale ad esso, ci chiede di essenziali cose da fare e farle davvero e seriamente: la preghiera e la vigilanza cristiana, al fine di evitare ogni forma di dissipazione e di distrazione dalle cose che non sono indirizzare verso la vita eterna. In Vangelo, infatti, ci rammenta di stare attenti a noi stessi, a che i nostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non ci piombi addosso all'improvviso; per cui, dobbiamo vegliare in ogni momento pregando, perché troviamo la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al tribunale di Dio.
Lavorare seriamente e convintamente per non lasciare spazio alle forze del male che seminano terrore, morte, paura quando nella vita viene a mancare una visione di fede e di speranza in Colui che è venuto a salvarci e a non a condannarci, è venuto per servire e non per essere servito. 
Vogliamo cantare e gridare con gioia quello che ci viene ricordato nel Salmo responsoriale di questa prima domenica di penitenza e di conversione per tutti noi: "Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza. Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta; guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via. Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà per chi custodisce la sua alleanza e i suoi precetti. Il Signore si confida con chi lo teme: gli fa conoscere la sua alleanza" (Sal 24).

giovedì 26 novembre 2015

Virgen del Esperanza, Santuario de Onda, Castellón, España

PAPA BENEDETTO, SALMO 3 "Nell’angoscia, nel pericolo, nel dolore, l’uomo chiede aiuto, e Dio risponde" (2011)


PAPA BENEDETTO, SALMO 3 "Nell’angoscia, nel pericolo, nel dolore, l’uomo chiede aiuto, e Dio risponde" (2011)

Benedetto XVI, dopo la parentesi estiva, riprendendo le catechesi del mercoledì è entrato nel vivo della "scuola della preghiera" ed ha offerto una profonda riflessione sul Salmo 3, un Salmo di lamento e di supplica pervaso di profonda fiducia, in cui la certezza della presenza di Dio fonda la preghiera che scaturisce da una condizione di estrema difficoltà in cui si trova l’orante.

Il Salmo 3 – ha detto Il Papa - è riferito dalla tradizione ebraica a Davide nel momento in cui fugge dal figlio Assalonne (cfr v. 1): è uno degli episodi più drammatici e sofferti nella vita del re, quando suo figlio usurpa il suo trono regale e lo costringe a lasciare Gerusalemme per salvarsi la vita (cfr 2Sam 15ss)…
Nel grido del Salmista, ogni uomo può riconoscere quei sentimenti di dolore, di amarezza e insieme di fiducia in Dio che, secondo la narrazione biblica, avevano accompagnato la fuga di Davide dalla sua città. Il Salmo inizia con un’invocazione al Signore:
«Signore, quanti sono i miei avversari!
Molti contro di me insorgono.
Molti dicono della mia vita:
"Per lui non c’è salvezza in Dio!"» (vv. 2-3).
La descrizione che l’orante fa della sua situazione è quindi segnata da toni fortemente drammatici. Per tre volte si ribadisce l’idea di moltitudine - "numerosi", "molti", "tanti" - che nel testo originale è detta con la stessa radice ebraica, così da sottolineare ancora di più l’enormità del pericolo, in modo ripetitivo, quasi martellante. Questa insistenza sul numero e la grandezza dei nemici serve a esprimere la percezione, da parte del Salmista, dell’assoluta sproporzione esistente tra lui e i suoi persecutori, una sproporzione che giustifica e fonda l’urgenza della sua richiesta di aiuto: gli oppressori sono tanti, prendono il sopravvento, mentre l’orante è solo e inerme, in balìa dei suoi aggressori… Costoro insinuano che il Signore non può intervenire, affermano che neppure Dio può salvarlo. L’aggressione quindi non è solo fisica, ma tocca la dimensione spirituale: "il Signore non può salvarlo", dicono… È l’estrema tentazione a cui il credente è sottoposto, è la tentazione di perdere la fede, la fiducia nella vicinanza di Dio.
Il giusto supera l’ultima prova, resta saldo nella fede e nella certezza della verità e nella piena fiducia in Dio, e proprio così trova la vita e la verità.
L’orante del nostro Salmo è quindi chiamato a rispondere con la fede agli attacchi degli empi: i nemici – ha ribadito il Papa - negano che Dio possa aiutarlo, egli invece Lo invoca, Lo chiama per nome, "Signore", e poi si rivolge a Lui con un "tu" enfatico, che esprime una rapporto saldo, solido, e racchiude in sé la certezza della risposta divina:
«Ma tu sei mio scudo Signore,
sei la mia gloria e tieni alta la mia testa.
A gran voce grido al Signore
ed egli mi risponde dalla sua santa montagna» (vv. 4-5).
La visione dei nemici ora scompare, non hanno vinto perché chi crede in Dio è sicuro che Dio è il suo amico: resta solo il "Tu" di Dio, ai "molti" si contrappone ora uno solo, ma molto più grande e potente di molti avversari.
L’uomo non è più solo – ha sottolineato il Papa - i nemici non sono imbattibili come sembravano, perché il Signore ascolta il grido dell’oppresso e risponde dal luogo della sua presenza, dal suo monte santo. L’uomo grida, nell’angoscia, nel pericolo, nel dolore; l’uomo chiede aiuto, e Dio risponde. Questo intrecciarsi di grido umano e risposta divina è la dialettica della preghiera e la chiave di lettura di tutta la storia della salvezza.
La preghiera - ha detto Benedetto XVI - esprime la certezza di una presenza divina già sperimentata e creduta, che nella risposta salvifica di Dio si manifesta in pienezza. Questo è rilevante: che nella nostra preghiera sia importante, presente, la certezza della presenza di Dio. Così, il Salmista, che si sente assediato dalla morte, confessa la sua fede nel Dio della vita che, come scudo, lo avvolge all’intorno con una protezione invulnerabile; chi pensava di essere ormai perduto può sollevare il capo, perché il Signore lo salva; l’orante, minacciato e schernito, è nella gloria, perché Dio è la sua gloria.
La risposta divina che accoglie la preghiera dona al Salmista una sicurezza totale; è finita anche la paura, e il grido si acquieta nella pace, in una profonda tranquillità interiore:
«Io mi corico, mi addormento e mi risveglio: 
il Signore mi sostiene.
Non temo la folla numerosa
che intorno a me si è accampata» (vv. 6-7).
L’orante, pur in mezzo al pericolo e alla battaglia, può addormentarsi tranquillo, in un inequivocabile atteggiamento di abbandono fiducioso…. La paura della morte è vinta dalla presenza di Colui che non muore… Alla visibilità dell’assalto nemico, massiccio, imponente, si contrappone l’invisibile presenza di Dio, con tutta la sua invincibile potenza. Ed è a Lui che di nuovo il Salmista, dopo le sue espressioni di fiducia, rivolge la preghiera: «Sorgi, Signore! Salvami, Dio mio!» (v. 8a) …
Colpiti alla bocca, non potranno più aggredire con la loro distruttiva violenza e non potranno più insinuare il male del dubbio nella presenza e nell’azione di Dio: il loro parlare insensato e blasfemo è definitivamente smentito e ridotto al silenzio dall’intervento salvifico del Signore (cfr v. 8bc). Così, il Salmista può concludere la sua preghiera con una frase dalle connotazioni liturgiche che celebra, nella gratitudine e nella lode, il Dio della vita: «La salvezza viene dal Signore, sul tuo popolo la tua benedizione» (v. 9)…
Pregando questo Salmo – ha concluso la catechesi Benedetto XVI - possiamo fare nostri i sentimenti del Salmista, figura del giusto perseguitato che trova in Gesù il suo compimento. Nel dolore, nel pericolo, nell’amarezza dell’incomprensione e dell’offesa, le parole del Salmo aprono il nostro cuore alla certezza confortante della fede. Dio è sempre vicino - anche nelle difficoltà, nei problemi, nelle oscurità della vita - ascolta, risponde e salva, a suo modo…
Che il Signore ci doni fede, venga in aiuto della nostra debolezza e ci renda capaci di credere e di pregare in ogni angoscia, nelle notti dolorose del dubbio e nei lunghi giorni del dolore, abbandonandoci con fiducia a Lui,nostro
"scudo"e nostra "gloria".

LE ORIGINI DEL GIUBILEO SI RICOLLEGANO ALL'ANTICO TESTAMENTO.


ORIGINI DEL GIUBILEO

LE ORIGINI DEL GIUBILEO SI RICOLLEGANO ALL'ANTICO TESTAMENTO. 

La legge di Mosè aveva fissato per il popolo ebraico un anno particolare: "Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel Paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, Né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il giubileo, esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In quest'anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo" (Libro del Levitico, XXV, 8-55; XXVII, 16-25). 
La tromba con cui si annunciava questo anno particolare era un corno d'ariete, che in ebraico si dice "Jobel", da cui deriva la parola "Giubileo". 
La celebrazione di quest'anno comportava anche la restituzione di tutti i terreni; inoltre, le case acquistate dopo l'ultimo Giubileo dovevano tornare senza indennizzo al primo proprietario (in città però tornavano solo le case dei sacerdoti e dei leviti) e gli schiavi israeliti potevano riacquistare la libertà.
Giuseppe Flavio afferma, ma è tesi discutibile, che venivano condonati anche i debiti. In questo modo la legge assicurava un periodico ritorno dei diritti di proprietà, personali e reali, allo stato primitivo, limitando il latifondo e la schiavitù. Con tutto ciò il significato del Giubileo era schiettamente religioso, espiatorio (Lev., XXV, 9), prima che sociale.
Nel Nuovo Testamento Gesù si presenta come Colui che porta a compimento l'antico Giubileo, essendo venuto a "predicare l'anno di grazia del Signore" (Isaia). 
IL GIUBILEO CRISTIANO - Nella Chiesa cattolica il Giubileo è comunemente detto anche Anno Santo non solo perché si inizia, si svolge e si conclude con solenni riti sacri, ma anche perché è destinato a promuovere la santità di vita.
Si tratta di un perdono generale, ossia di un'indulgenza plenaria che il Papa concede sotto determinate condizioni ai fedeli. Teologicamente è quindi fondato sul valore delle indulgenze e sul potere che ha la Chiesa di elargirle.
Nella tradizione cattolica il Giubileo è un grande evento religioso, è l'anno della remissione dei peccati e delle pene per i peccati, è l'anno della riconciliazione tra i contendenti, della conversione e della penitenza sacramentale e, di conseguenza, della solidarietà, della speranza, della giustizia, dell'impegno al servizio di Dio nella gioia e nella pace con i fratelli. L'anno giubilare è soprattutto l'anno di Cristo, portatore di vita e di grazia all'umanità.
      Il primo Anno Santo fu promulgato con grande solennità da papa Bonifacio VIII nel 1300 con la bolla Antiquorum habet digna fide relatio, in cui si prometteva una grande remissione dei peccati a chi visitasse con speciali modalità in Roma le basiliche di S. Pietro e S. Paolo. Con ciò il Papa volle venire incontro alla diffusa aspirazione di tutta la cristianità a una profonda rigenerazione morale (e in effetti eccezionale fu il concorso dei pellegrini: il Villani calcola che a Roma ve ne fossero in permanenza, per tutto l'anno, duecentomila), e al tempo stesso riaffermare l'altissimo concetto che egli aveva, anche sul piano temporale, della Chiesa e della sua dignità di pontefice.
      Il secondo Giubileo fu annunciato nel 1343 da Avignone da papa Clemente VI, che portò a 50 anni l'intervallo giubilare.
Urbano VI nel 1389, a ricordo degli anni di vita di Gesù, stabilì che il Giubileo si celebrasse ogni 33 anni e lo indisse per il 1390.
Paolo II nel 1470 ridusse l'intervallo giubilare a 25 anni e perciò l’Anno Santo venne celebrato nel 1475 dal successore Sisto IV. 
L'intervallo di 25 anni fissato da Paolo Il è tuttora valido e dal 1475 i Giubilei sono stati regolarmente celebrati allo scadere di ogni quarto di secolo.
      Le finalità peculiari del Giubileo vengono fissate dal pontefice con la bolla di promulgazione e sono per lo più una determinazione dei fini generali a cui per sua natura il Giubileo è ordinato: richiamo della Chiesa alla vita della grazia, ripresa della vita sacramentale, rinnovamento della vita morale, ecc.
Le condizioni richieste per validamente lucrare il Giubileo furono precisate in forma pressoché definitiva da papa Benedetto XIV in occasione della celebrazione del 1750. Ordinariamente, quando la bolla di promulgazione non si pronunci diversamente, sono richieste tre condizioni: visita delle quattro maggiori basiliche di Roma (S. Pietro, S. Paolo, S. Giovanni, S. Maria Maggiore), sacramento della Confessione e della Comunione, preghiere a intenzione del pontefice.
Il rituale del Giubileo risale ad Alessandro VI (1500) ed è forse dovuto al suo cerimoniere Giovanni Burcardo. Funzione caratteristica è l'apertura della Porta Santa, la porta a destra di ciascuna delle quattro basiliche che, murata allo scadere dell'ultimo Giubileo, viene aperta alla vigilia del Natale precedente il nuovo Anno Santo; la cerimonia in S. Pietro è officiata dal Papa stesso.
      Il Giubileo del 2000 assume un'importanza speciale perché, facendosi quasi ovunque il computo del decorso degli anni a partire dalla venuta di Cristo nel mondo, vengono celebrati i duemila anni dalla nascita di Cristo (prescindendo dall'esattezza del computo cronologico). Non solo, ma si tratta del primo Anno Santo a cavallo tra la fine di un millennio e l’inizio di un altro: il primo Giubileo, infatti, fu indetto da Papa Bonifacio VIII nel 1300. 
Il Giubileo dell'anno 2000 vuole essere, così, una grande preghiera di lode e di ringraziamento per il dono dell'Incarnazione del Figlio di Dio e della Redenzione da lui operata.
 Il Giubileo può essere: ordinario, se legato a scadenze prestabilite; straordinario, o minore, se viene indetto per qualche avvenimento di particolare importanza. 
Gli Anni Santi ordinari, celebrati fino ad oggi, sono 25; quello del 2000 sarà il ventiseiesimo.
La consuetudine di indire Giubilei straordinari risale al 1585 (papa Sisto V): la loro durata è varia, da pochi giorni ad un anno. Gli ultimi Anni Santi straordinari di questo secolo sono quelli del 1933 (indetto da papa Pio XI per il XIX centenario della Redenzione), del 1966 (indetto per celebrare la chiusura del Concilio Vaticano II) e del 1983 (indetto da papa Giovanni Paolo II per i 1950 anni della Redenzione). 
 Papa Giovanni Paolo II, al secolo Carol WojtylaNel 1987 Giovanni Paolo II ha indetto anche un Anno Mariano.

mercoledì 25 novembre 2015

Divine Mercy Rosary Candle

Isaia 55,10-11 (L'efficacia della Parola di Dio "non ritornerà a me senza effetto")


Isaia 55,10-11 (L'efficacia della Parola di Dio "non ritornerà a me senza effetto")

Così dice il Signore:

 10 "Come la pioggia e la neve scendono dal cielo 
e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, 
senza averla fecondata e fatta germogliare, 
perché dia il seme al seminatore 
e pane da mangiare, 

11 così sarà della parola uscita dalla mia bocca: 
non ritornerà a me senza effetto, 
senza aver operato ciò che desidero 
e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata". 

COMMENTO
Isaia 55,10-11 

L’efficacia della parola di Dio
La seconda parte del libro di Isaia (cc. 40-55) contiene gli oracoli pronunziati da un anonimo profeta, chiamato convenzionalmente Deuteroisaia, il quale annunzia la fine dell’esilio e l’imminente liberazione dei giudei esiliati in Babilonia e il loro ritorno nella terra promessa. Il Deuteroisaia dà una grande importanza al tema della parola divina, la cui efficacia viene sottolineata sia all’inizio che al termine della raccolta. All’inizio si dice, a garanzia dell’attuazione delle promesse profetiche, che la parola di Dio rimane in eterno (40,8). Nel capitolo conclusivo della raccolta l’autore torna nuovamente su questo tema: in esso il profeta preannunzia anzitutto la ricostituzione dell’alleanza e il rinnovo dei privilegi assegnati a Israele (vv. 1-7); in seguito mette in evidenza, in opposizione ai progetti e alle critiche umane, la trascendenza di JHWH e dei suoi piani concernenti la salvezza d’Israele (vv. 8-9). A conferma di tutto ciò viene portato il testo liturgico riguardante l’efficacia della parola (vv. 10-11). 
Il testo consiste in un’unica frase che contiene un paragone tra ciò che avviene nella natura e l’attuazione della parola divina. Il primo termine del confronto viene così formulato: «Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare...» (v. 10). In questa descrizione, ricavata dall’esperienza agricola, quello su cui si fa leva è l’efficacia dell’acqua che, sotto forma di pioggia o di neve, non scende mai sulla terra senza fecondarla, facendole produrre il frumento che l’agricoltore utilizzerà sia come seme sia per la semina dell’anno successivo, sia per fare il pane che serve al nutrimento della sua famiglia.
Il secondo termine di paragone è così delineato «...così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (v. 11). La parola divina avrà dunque la stessa efficacia dell’acqua che scende sui campi: una volta che è pronunziata essa non può rimanere senza effetto, cioè senza attuare la volontà divina in essa formulata. Il contenuto di questa parola consiste negli oracoli raccolti nel libro, e cioè fondamentalmente il ritorno del popolo dall’esilio e la sua restaurazione. Questo grande evento viene dunque presentato ancora una volta come il risultato non di sforzi umani, ma di un intervento divino con il quale si attua un progetto elaborato fin dall’eternità.
In questo testo la parola di Dio è personificata come la Sapienza (cfr. Pr 8,22), la quale, come la parola, esce anch’essa dalla bocca di Dio (cfr. Sir 24,3), e lo Spirito (cfr. Sap 1,5-7). Essa è presentata come un messaggero o un agente divino che non solo annuncia il futuro realizzarsi di eventi straordinari, ma che li attua essa stessa efficacemente (cfr. Sap 18,14-15). Tra il Dio lontano, avvolto nel suo mistero eterno, e il Dio vicino, che opera nella storia del mondo, si situa la Parola che scende dal cielo per realizzare la salvezza. Il Deuteroisaia spiega dunque la storia del mondo, in modo particolare la storia sacra d’Israele, per mezzo della presenza profonda ed onnipotente della Parola. 

Linee interpretative
Il Deuteroisaia unisce in una vigorosa sintesi la credenza israelitica nella creazione del mondo da parte di JHWH e quella nella sua volontà salvifica in forza della quale governa il mondo e Israele. Proprio perché è il Dio creatore, cui sottostanno tutte le creature, JHWH dirige gli eventi della storia umana mediante la sua onnipotenza e onniscienza. Anche le grandi potenze mondiali sono un nulla di fronte a lui (cfr. Is 40,14-16.21-23). In questa prospettiva il profeta può parlare dell’ascolto della Parola, della sua infallibile efficacia, del suo certo compimento e della felicità che essa produce. Nel contesto storico dell’esilio la Parola è l’annuncio gioioso che Dio è presente in mezzo al popolo come Salvatore. Sin dal primo momento in cui questo vangelo è comunicato ed accolto con fede, la Parola comincia a realizzare la sua opera salvifica, che sarà poi estesa ad altri grazie alla propagazione che ne faranno coloro che in essa hanno creduto. 
La parola incontrerà certo anche l’opposizione da parte degli esuli, che opporranno ad essa la loro incredulità, come attesta la vicenda dolorosa del Servo di JHWH (cfr. Is 53). L’opposizione però sarà vinta in una drammatica lotta. Il fatto che gli eventi passati si siano realizzati diventa la garanzia che anche quelli non ancora compiuti si realizzeranno infallibilmente in un futuro ormai prossimo. Anzi le modalità con cui si è attuata l’opera divina nel passato offre anche una trama e i motivi letterari con cui descrivere l’avvenire. Il passato, spogliato della sua unicità storica, viene trasformato e idealizzato, assumendo così un valore esemplare: esso diventa un sogno espresso in forma simbolica che la fede afferma come realtà certa. In questo senso la parola diventa il motore della storia, coinvolgendo il credente in una vicenda che si attua infallibilmente, ma non senza il suo contributo coraggioso e quotidiano.