lunedì 9 novembre 2015

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE - LETTURE E COMMENTO


DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE - LETTURE E COMMENTO

PIETRE VIVE POSTE SULLA PIETRA ANGOLARE

O Dio, che hai voluto chiamare tua Chiesa la moltitudine dei credenti, fa' che il popolo radunato  nel tuo nome ti adori, ti ami, ti segua, e sotto la tua guida giunga ai beni da te promessi. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio ...

Dal primo libro dei Re
Poi Salomone si pose davanti all'altare del Signore, in presenza di tutta l'assemblea d'Israele, stese le mani verso il cielo, e disse: «O Signore, Dio d'Israele! Non c'è nessun dio che sia simile a te, né lassù in cielo, né quaggiù in terra! Tu mantieni il patto e la misericordia verso i tuoi servi che camminano in tua presenza con tutto il cuore.
Ma è proprio vero che Dio abiterà sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non ti possono contenere; quanto meno questa casa che io ho costruita! Tuttavia, o Signore, Dio mio, abbi riguardo alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, ascolta il grido e la preghiera che oggi il tuo servo ti rivolge. Siano i tuoi occhi aperti notte e giorno su questa casa, sul luogo di cui dicesti: Qui sarà il mio nome! Ascolta la preghiera che il tuo servo farà rivolto a questo luogo! Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele quando pregheranno rivolti a questo luogo; ascoltali dal luogo della tua dimora nei cieli; ascolta e perdona! 1 Re 8,22-23.27-30

Dalla prima lettera di Pietro apostolo
Fratelli, accostandovi a Cristo, pietra vivente, rifiutata dagli uomini, ma davanti a Dio scelta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo. Infatti si legge nella Scrittura:
«Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa
e chiunque crede in essa non resterà confuso».
Per voi dunque che credete essa è preziosa; ma per gli increduli
«la pietra che i costruttori hanno rigettata
è diventata la pietra angolare,
pietra d'inciampo e sasso di ostacolo».
Essi, essendo disubbidienti, inciampano nella parola; e a questo sono stati anche destinati. Ma voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, perché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa; 1 Pt 2, 4-9

Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo la donna samaritana disse a Gesù: «Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato su questo monte, ma voi dite che a Gerusalemme è il luogo dove bisogna adorare». Gesù le disse: «Donna, credimi; l'ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma l'ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. Dio è Spirito; e quelli che l'adorano, bisogna che l'adorino in spirito e verità». Gv 4, 19-24

È Salomone stesso, che porta a termine la costruzione del tempio di Gerusalemme, a dedicarlo a Dio, invocando l’Altissimo – colui che abita i cieli – di venire a vivere in mezzo al suo popolo, una casa tra le case, come c’era una tenda tra le tende quando si camminava dall’Egitto verso la terra promessa. Il grande e saggio re che succede a Davide chiede al signoe di entrare nel tempio, come era ospite nella tenda – la nube e il fuoco che accompagnava il cammino e decideva quando partire e quando fermarsi – della prima comunità dei salvati. Chiede di essere vicino al popolo, per ascoltare le richieste del popolo, sia quando viene al tempio (e quindi sta in esso anche fisicamente), sia quando si rivolge al tempio e quindi da qualsiasi punto della terra ha lo sguardo, il corpo, ma soprattutto il cuore e la mente rivolti a Dio, di cui il tempio è solo un segno, per quanto potente e meraviglioso.
Salomone intuisce il rischio di considerare il tempio come qualcosa di sacro al punto di confonderlo con Dio e sostituirlo a lui, per cui si confida nel tempio (non saremo deportati a Babilonia perché il tempio è in piedi; possiamo fare qualsiasi commercio se per il buon funzionamento del tempio) o si prende paura se il tempio non esiste più (siamo a Babilonia e non c’è più il tempio perché distrutto, siamo tagliati fuori dalla comunione con Dio), si sacralizzano i riti, si crea una casta specifica – gli addetti al tempio e ai suoi riti – che pian piano mette in secondo piano il tempio stesso, e quindi pure il Dio che in esso vi abita e le sue parole fondamentali: amare Dio e il prossimo. Il rischio è di non voler più essere “il prossimo” dell’uomo che ha incontrato – e subìto – i banditi; questo era il comportamento giudicato sbagliato anche dallo stesso interlocutore di Gesù (“chi è il mio prossimo?”) e impersonato dal sacerdote e dal levita (proprio gli addetti al tempioe ai suoi riti), nella parabola del “buon samaritano”.
Gesù porta a compimento questa presenza di Dio, e questi dubbi di Salomone: non un luogo fatto di pietre, ma un uomo diventa il luogo in cui Dio abita; è lui stesso “l’Emmanuele”, il Dio con noi, e non solo quando bambino “vagisce” nella mangiatoia di Betlemme. È il Dio che abita in mezzo al popolo, ma sembra preferire la tenda, che parla di disponibilità al cammino, di presenza ma non fissità, come invece rischia di essere il tempio. È lui il nuovo tempio, in cui abita Dio, un tempio che può essere distrutto dagli uomini e che lui stesso ricostruisce in tre giorni: la sua presenza può essere momentaneamente eliminata, ma risorge e si allarga e comunica a tutti. È la pietra vivente – perchè il Dio che vive (a differenza degli idoli che sono opera delle mani dell’uomo e non “funzionano”), pietra santa, perché porta la santità di Dio, che non è tanto separazione – l’origine di santo è “separato”, “messo da una parte”, separato dal resto,  quasi isolato per essere di pochi eletti – , è Gesù la pietra scartata, rifiutata, non compresa e non ascoltata, che non viene accolto, fino alla scelta di eliminarlo – pensando che sia per il bene del popolo “è meglio che uno solo muoia…” – ma che sola tra tutte rimane e viene riconosciuta dal Padre come pietra angolare su cui costruire il tempio nuovo di Dio. È grazie a lui che noi diventiamo “pietre vive”, edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo che siamo noi. È il momento, dice Gesù alla Samaritana, - che del tempio di Gerusalemme non sa cosa farsene, ma ha il suo riferimento al tempio di Samaria, ma forse senza essere una assidua frequentatrice – che non si litighi sul luogo, anche se come Giudeo è convinto di avere la vera risposta di Dio, bensì si punti sul modo di adorare Dio, seguendo lo Spirito e vivendo la verità. Lasciandosi costruire come pietre vive sull’unico fondamento: colui che il Padre ha mandato e lo Spirito ha consacrato per essere il luogo-uomo in cui Dio e umanità si incontrano, la presenza contemporanea di colui che neppure i cieli contengono, ma è venuto a vivere – e continua a farlo – in mezzo a noi. Abita in mezzo a noi per insegnarci a vivere da figlio di Dio, superando la contrapposizione tra luoghi, tempi, gesti, valori sacri e gli stessi “laici”, quasi che ci sia un tempo da dedicare a Dio, facendo dei gesti che lui vuole, per poi riservarsi tutto il resto per noi, secondo regole ben diverse, che dimenticano quelle stesse di lui. Anche noi forse corriamo il rischio di avere dei luoghi “santi”, separati, e pensare che solo in essi troviamo Dio, solo con quei riti lo adoriamo, e lui abbia gusto solamente dei nostri sacrifici, solo questi apprezzi, condivida, benedica, approvi... Dimenticando, forse per comodità, forse per interesse, che Dio è anche nel prossimo, nel povero soprattutto, e che se dobbiamo lasciare la preghiera per un’opera buona lasciamo Dio per Iddio, un’opera di Dio – la preghiera – per un’altra: la carità, l’amore (ricorda san Vincenzo de Paoli).
Solo se viviamo questa libertà siamo “pietre vive” che formano casa spirituale (= animata, guidata, diretta dalla Spirito), per esercitare un sacerdozio santo (quello del battesimo, quindi accessibile a tutti, per cui siamo “ordinati” già nel primo momento della nostra vita), essere sacerdoti santi per offrire sacrifici spirituali (non significa il contrario di quelli fisici, con il rischio che siano “evanescenti”, bensì scelte concrete che il dono lo Spirito suscita in noi, opere che sono in linea con lui), che risultano quindi graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo, perché da lui suggeriti e accompagnati. È la Trinità stessa a entrare in gioco, a venire a vivere in questo tempio che è Cristo e sul quale anche noi siamo edificati.
Se nessuno tempio può contenere Dio, nel senso che è tutto e solo lì, che si può invocare solo in quel luogo, con quelle parole, vivendo quei riti… non possiamo neppure presumere di esaurire la presenza di Dio né in noi come persone, né come comunità: siamo nella storia di Dio, ma solo una strada verso il regno, non la meta ultima; una forma (storica, importante, ma non esaustiva) della sua presenza, non la presenza stessa. Comunità per il regno e non il regno che esaurisce tutte le attese. Certo serve anche un edificio che offre sicurezza, ma perché chi vi abita – Dio e noi – è in cammino e l’Altissimo pianta la sua tenda in mezzo alle nostre. Vogliamo essere una Chiesa – assemblea radunata dalla Parola e per i sacramenti e per la vita – che cammina nella storia per non pensare di chiudersi nelle chiese – solo un luogo utile per le riunioni della comunità – per non confondere la santità – essere come Dio – con la sacralità: luoghi, oggetti, tempi che sono dedicati a Dio e rimangono buoni finché sono “spirituali” ovvero animati dallo Spirito che è anche vento, e quindi in movimento, fuoco che riscalda e illumina, lingue che annuncia… e non regolamento, norme, tradizione, consuetudine…che blocca qualsiasi cammino. Non tanto per il gusto di essere sempre diversi, ma per rispondere a cui che neppure i cieli possono contenere e taluni pretendono di costringere nelle loro regole, dimenticando a volte quelle stesse che Dio offre: amare lui con tutto il cuore, la mente e le forze e amare il prossimo come se stessi…tenendo conto che Gesù spiega questo con la storia del samaritano che forse non frequenta il tempio di Gerusalemme, come la sua amica e concittadina presso il pozzo di Sicar – ma “frequenta” il luoghi della sofferenza e se ne prende cura.
Siamo infatti una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, perché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa una comunità missionaria, perché non ha luogo definitivi, bensì tende in da piantare e togliere per andare oltre e nuovamente piantarle. Un esempio: la cura di noi e degli altri che mettiamo di volta in volta in alcune nostre scelte per poi passare ad altre mete, puntare su altri doni, da ricevere e far fruttificare.
Questa Parola di Dio cosa conferma e cosa rimette in discussione delle mie idee e scelte (non sempre sono in piena sintonia)?
Cosa significa in concreto che anch’io sono parte di questa una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, perché proclami le virtù di colui che ci ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa ?
Devo scegliere tra essere un uomo o una donna del tempio, come il levita e il sacerdote o la profetessa Anna, o un samaritano che incontra e si fa prossimo di chi è nel bisogno? O tutte le due realtà in una sintesi che non viene se non lasciandosi guidare dallo Spirito, imitando il modello (come pietre che sono poste su quella di fondamento) che è Cristo stesso?
Cosa posso chiedere a Dio, attraverso lo Spirito e Cristo, perché si realizzi questo suo sogno su di me? Quali motivi di preghiera suscita in me questa Parola annunciata?

Nessun commento:

Posta un commento

se mi scrivete mi fate piacere