mercoledì 25 novembre 2015

Isaia 55,10-11 (L'efficacia della Parola di Dio "non ritornerà a me senza effetto")


Isaia 55,10-11 (L'efficacia della Parola di Dio "non ritornerà a me senza effetto")

Così dice il Signore:

 10 "Come la pioggia e la neve scendono dal cielo 
e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, 
senza averla fecondata e fatta germogliare, 
perché dia il seme al seminatore 
e pane da mangiare, 

11 così sarà della parola uscita dalla mia bocca: 
non ritornerà a me senza effetto, 
senza aver operato ciò che desidero 
e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata". 

COMMENTO
Isaia 55,10-11 

L’efficacia della parola di Dio
La seconda parte del libro di Isaia (cc. 40-55) contiene gli oracoli pronunziati da un anonimo profeta, chiamato convenzionalmente Deuteroisaia, il quale annunzia la fine dell’esilio e l’imminente liberazione dei giudei esiliati in Babilonia e il loro ritorno nella terra promessa. Il Deuteroisaia dà una grande importanza al tema della parola divina, la cui efficacia viene sottolineata sia all’inizio che al termine della raccolta. All’inizio si dice, a garanzia dell’attuazione delle promesse profetiche, che la parola di Dio rimane in eterno (40,8). Nel capitolo conclusivo della raccolta l’autore torna nuovamente su questo tema: in esso il profeta preannunzia anzitutto la ricostituzione dell’alleanza e il rinnovo dei privilegi assegnati a Israele (vv. 1-7); in seguito mette in evidenza, in opposizione ai progetti e alle critiche umane, la trascendenza di JHWH e dei suoi piani concernenti la salvezza d’Israele (vv. 8-9). A conferma di tutto ciò viene portato il testo liturgico riguardante l’efficacia della parola (vv. 10-11). 
Il testo consiste in un’unica frase che contiene un paragone tra ciò che avviene nella natura e l’attuazione della parola divina. Il primo termine del confronto viene così formulato: «Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare...» (v. 10). In questa descrizione, ricavata dall’esperienza agricola, quello su cui si fa leva è l’efficacia dell’acqua che, sotto forma di pioggia o di neve, non scende mai sulla terra senza fecondarla, facendole produrre il frumento che l’agricoltore utilizzerà sia come seme sia per la semina dell’anno successivo, sia per fare il pane che serve al nutrimento della sua famiglia.
Il secondo termine di paragone è così delineato «...così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (v. 11). La parola divina avrà dunque la stessa efficacia dell’acqua che scende sui campi: una volta che è pronunziata essa non può rimanere senza effetto, cioè senza attuare la volontà divina in essa formulata. Il contenuto di questa parola consiste negli oracoli raccolti nel libro, e cioè fondamentalmente il ritorno del popolo dall’esilio e la sua restaurazione. Questo grande evento viene dunque presentato ancora una volta come il risultato non di sforzi umani, ma di un intervento divino con il quale si attua un progetto elaborato fin dall’eternità.
In questo testo la parola di Dio è personificata come la Sapienza (cfr. Pr 8,22), la quale, come la parola, esce anch’essa dalla bocca di Dio (cfr. Sir 24,3), e lo Spirito (cfr. Sap 1,5-7). Essa è presentata come un messaggero o un agente divino che non solo annuncia il futuro realizzarsi di eventi straordinari, ma che li attua essa stessa efficacemente (cfr. Sap 18,14-15). Tra il Dio lontano, avvolto nel suo mistero eterno, e il Dio vicino, che opera nella storia del mondo, si situa la Parola che scende dal cielo per realizzare la salvezza. Il Deuteroisaia spiega dunque la storia del mondo, in modo particolare la storia sacra d’Israele, per mezzo della presenza profonda ed onnipotente della Parola. 

Linee interpretative
Il Deuteroisaia unisce in una vigorosa sintesi la credenza israelitica nella creazione del mondo da parte di JHWH e quella nella sua volontà salvifica in forza della quale governa il mondo e Israele. Proprio perché è il Dio creatore, cui sottostanno tutte le creature, JHWH dirige gli eventi della storia umana mediante la sua onnipotenza e onniscienza. Anche le grandi potenze mondiali sono un nulla di fronte a lui (cfr. Is 40,14-16.21-23). In questa prospettiva il profeta può parlare dell’ascolto della Parola, della sua infallibile efficacia, del suo certo compimento e della felicità che essa produce. Nel contesto storico dell’esilio la Parola è l’annuncio gioioso che Dio è presente in mezzo al popolo come Salvatore. Sin dal primo momento in cui questo vangelo è comunicato ed accolto con fede, la Parola comincia a realizzare la sua opera salvifica, che sarà poi estesa ad altri grazie alla propagazione che ne faranno coloro che in essa hanno creduto. 
La parola incontrerà certo anche l’opposizione da parte degli esuli, che opporranno ad essa la loro incredulità, come attesta la vicenda dolorosa del Servo di JHWH (cfr. Is 53). L’opposizione però sarà vinta in una drammatica lotta. Il fatto che gli eventi passati si siano realizzati diventa la garanzia che anche quelli non ancora compiuti si realizzeranno infallibilmente in un futuro ormai prossimo. Anzi le modalità con cui si è attuata l’opera divina nel passato offre anche una trama e i motivi letterari con cui descrivere l’avvenire. Il passato, spogliato della sua unicità storica, viene trasformato e idealizzato, assumendo così un valore esemplare: esso diventa un sogno espresso in forma simbolica che la fede afferma come realtà certa. In questo senso la parola diventa il motore della storia, coinvolgendo il credente in una vicenda che si attua infallibilmente, ma non senza il suo contributo coraggioso e quotidiano.

Nessun commento:

Posta un commento

se mi scrivete mi fate piacere