lunedì 2 novembre 2015

SUL SALMO 4 - SANT'AGOSTINO


SUL SALMO 4 - SANT'AGOSTINO

ESPOSIZIONE

Salmi e cantici.

1. [v 1.] Per la fine, salmo cantico di David. Cristo è fine della legge a giustificazione di ogni credente 1. Infatti qui fine significa perfezione, non consunzione. Ci si può chiedere se ogni cantico sia un salmo, o piuttosto ogni salmo un cantico; oppure ancora se vi sono alcuni cantici che non possono essere detti salmi, e salmi che non possono essere detti cantici. Dobbiamo considerare le Scritture, se per caso cantico non significhi letizia. Sono detti salmi quelli che sono cantati col salterio, di cui - tramanda la storia - il profeta David si serviva nei sacri misteri 2. Non è il caso qui di discutere di questo, perché sarebbe necessaria una lunga indagine e una prolungata dissertazione. Dobbiamo per ora considerare le parole dell'Uomo del Signore, dopo la risurrezione, oppure dell'uomo che crede nella Chiesa e spera in lui.

La preghiera di Cristo.
2. [v 2.] Quando l'ho invocato, mi ha esaudito il Dio della mia giustizia. Quando lo invocavo - è detto - mi ha esaudito Dio, dal quale deriva la mia giustizia. Nella tribolazione mi hai allargato il cuore: dalle angustie della tristezza mi hai condotto nella larghezza della gioia; poiché c'è tribolazione e angustia nell'anima di ogni uomo che opera il male 3. Ma colui che dice: rallegriamoci nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione genera la pazienza, con quel che segue, fino alle parole: perché la carità di Dio è diffusa nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 4, non ha il cuore in angustie, anche se esteriormente è angustiato dai persecutori. Il cambiamento di persona - col passare dalla terza persona, ha esaudito, subito alla seconda, mi hai allargato il cuore - se non ha lo scopo di rendere vario e armonioso il discorso, è piuttosto strano; è come se avesse infatti voluto dapprima mostrare agli uomini di essere stato esaudito, e poi rivolgersi a colui che lo ha esaudito. A meno che avendo indicato in qual modo è stato esaudito nella stessa dilatazione del cuore, abbia preferito parlare con Dio, così da mostrare anche in questo modo che cosa sia avere il cuore dilatato, cioè avere infuso nel cuore quel Dio con il quale parla in segreto. Giustamente perciò si applica questo alla persona di colui che, credendo in Cristo, è illuminato; non vedo però in quale modo tutto questo possa applicarsi alla persona stessa dell'Uomo del Signore, che la Sapienza di Dio ha assunto. Non è stato infatti da tale Sapienza qualche volta abbandonato. Ma siccome la stessa preghiera di lui è piuttosto una riprova della nostra debolezza, così anche di questo improvviso dilatarsi del cuore lo stesso Signore può parlare a nome dei suoi fedeli, la cui persona si è addossata anche quando ha detto: ero affamato, e non mi avete nutrito; ero assetato, e non mi deste da bere 5, con quel che segue. Ecco perché può dire anche qui hai dilatato a me a nome di uno dei suoi più piccoli che parla con Dio, la cui carità ha diffusa nel cuore grazie allo Spirito Santo che ci è stato donato 6. Abbi pietà di me, ed esaudisci la mia preghiera. Perché prega di nuovo, quando ha già dichiarato di essere stato esaudito e di essere stato tolto dalle angustie? Prega a cagion nostra, dato che di noi è detto: ma se speriamo ciò che non vediamo, con pazienza aspettiamo 7, oppure perché in colui che ha creduto sia portato a termine quanto ha avuto inizio.

La beatitudine della verità.
3. [v 3.] Figli degli uomini, fino a quando sarete duri di cuore? Concediamo che il vostro errore si sia protratto fino all'avvento del Figlio di Dio: ma perché siete anche ora duri di cuore? Quando giungerete alla fine delle menzogne, se, mentre la verità è presente, non la possedete? Perché amate la vanità e cercate la menzogna? Come volete essere beati nelle cose più infime? Rende beati solo la Verità, per la quale tutte le cose sono vere. Infatti, vanità delle vanità e tutto è vanità 8. Cosa resta all'uomo di tutto il suo affaticarsi, con il quale egli sotto il sole si affatica? 9 Perché dunque rimanete così schiavi dell'amore alle cose temporali? Perché inseguite cose infime quali la vanità e la menzogna, come se fossero le prime? Desiderate infatti che restino con voi quelle cose che, tutte, passano come se fossero ombre.
4. [v 4.] E sappiate che il Signore ha fatto mirabile il suo Santo: chi è, se non Colui che ha risuscitato dagli inferi, e ha collocato in cielo alla sua destra? È dunque rimproverato il genere umano, affinché dall'amore di questo mondo si converta finalmente a lui. Se qualcuno si stupisce per la congiunzione premessa all'inizio, là dove si dice: e sappiate, si può facilmente osservare nelle Scritture che questo modo di esprimersi è familiare nel linguaggio dei profeti. Trovi infatti spesso un inizio del genere: e il Signore disse a lui, e la parola del Signore a lui fu rivolta. Probabilmente questa connessione indicata dalla congiunzione - mentre non precede una sentenza cui sia connessa la successiva - forse suggerisce in modo mirabile che l'espressione della verità con la parola è unita a quella visione che si manifesta nel cuore. Si potrebbe dire peraltro qui che la frase precedente: perché amate la vanità e cercate la menzogna, è disposta così come per dire: non amate la vanità e non cercate la menzogna. Dopo aver detto questo, segue logicamente: e sappiate che il Signore ha fatto mirabile il suo Santo. Ma ci vieta di unire questa proposizione con la precedente il diapsalma posto in mezzo; per alcuni si tratta di una parola ebraica, che significa: Sia fatto; per altri di un termine greco, con cui si indica un intervallo nel salmeggiare, nel senso che salmo è ciò che è cantato, mentre diapsalma è la pausa interposta nel canto; ne segue che come synsalma indica l'unione di più voci nel canto, così diapsalma indica la loro separazione, nella quale una certa sosta segna un passaggio nella continuità. Ebbene, sia questo o quello il significato, oppure sia un altro, è certamente credibile che è errato continuare a collegare il senso del concetto laddove si interpone il diapsalma.

Come pregare.
5. Il Signore mi esaudirà quando avrò gridato verso di lui. Credo che qui noi siamo esortati a implorare l'aiuto di Dio con grande intensità di cuore, cioè con il grido interiore dello spirito. Infatti, come dobbiamo rendere grazie per l'illuminazione in questa vita, così dobbiamo pregare per il riposo [eterno] dopo questa vita. Ecco perché, o dalla voce del fedele che annunzia il Vangelo o dalla voce stessa del Signore, dobbiamo intendere queste parole come se fosse detto: il Signore vi esaudirà quando avrete gridato verso di lui.

La penitenza.
6. [v 5.] Adiratevi, e non peccate. Qualcuno infatti potrebbe obiettare: chi è degno di essere esaudito, o in qual modo il peccatore non invoca invano il Signore? Perciò adiratevi - è detto - e non peccate. Queste parole possono essere intese in due modi: o, anche se vi adirate, non peccate, cioè, anche se sorge in voi un movimento dell'anima che non potete più padroneggiare a cagione della condanna del peccato, almeno ad esso non consentano la ragione e lo spirito, che nell'intimo è rigenerato da Dio, in modo da servire con lo spirito alla legge di Dio 10, anche se con la carne serviamo ancora alla legge del peccato; ovvero: fate penitenza, cioè adiratevi con voi stessi per i peccati trascorsi, e cessate di peccare per l'avvenire. E quelle cose che dite nei vostri cuori: è sottinteso "ditele", in modo che la frase completa sia questa: ciò che dite, ditelo nei vostri cuori, cioè non siate quel popolo a proposito del quale è detto: con le labbra mi onorano, ma il loro cuore è lontano da me 11. Abbiate compunzione nei vostri giacigli: cioè, come già è stato detto, nei cuori. Questi infatti sono i recessi dei quali ci parla anche il Signore, affinché entrati in essi preghiamo dopo aver chiuso le porte 12. E abbiate compunzione si riferisce, o al dolore della penitenza con il quale l'anima trafigge se stessa per punirsi onde non subire il supplizio che seguirebbe alla condanna di Dio nel giorno del giudizio; oppure al dovere di stimolarsi quasi con pungoli per vegliare e vedere la luce di Cristo. Peraltro alcuni dicono che si legge più opportunamente non abbiate compunzione ma apritevi: infatti nel salterio greco si legge  che concerne quel dilatarsi del cuore che permette di accogliere l'amore che si diffonde per mezzo dello Spirito Santo.
7. [v 6.] Immolate il sacrificio di giustizia, e sperate nel Signore. Lo stesso concetto è espresso in un altro salmo: sacrificio a Dio è lo spirito contrito 13. Ecco perché non è errato intendere che il sacrificio di giustizia è quello che si compie per mezzo della penitenza. Cosa c'è infatti di più giusto che ciascuno si adiri più per i propri peccati, che non per quelli altrui, e si immoli a Dio punendo se stesso? Oppure, sacrificio di giustizia sono le opere giuste compiute dopo la penitenza? Il diapsalma posto in mezzo, suggerisce forse opportunamente anche il passaggio dalla vita antica alla vita nuova; di modo che soppresso o ridotto impotente il vecchio uomo grazie alla penitenza, il sacrificio di giustizia sia offerto a Dio secondo la rigenerazione dell'uomo nuovo, quando la stessa anima già purificata si offre e si pone sull'altare della fede, per essere posseduta dal fuoco divino, cioè dallo Spirito Santo. Per cui il senso è questo: immolate il sacrificio di giustizia, e sperate nel Signore, cioè vivete rettamente e sperate nel dono dello Spirito Santo, affinché vi illumini la verità nella quale avete creduto.

Presenza interiore di Cristo.
8. [v 7.] Tuttavia sperate nel Signore resta ancora una espressione oscura. Ma che cosa si spera, se non il bene? Siccome però ciascuno vuole ottenere da Dio quel bene che ama, e difficilmente si trova chi ami i beni interiori - cioè quelli che riguardano l'uomo interiore, i soli che debbono essere amati, mentre gli altri debbono essere soltanto usati per necessità, e non fruiti per goderne -, mirabilmente, dopo aver detto: sperate nel Signore, soggiunge: molti dicono: chi ci farà vedere il bene? Queste parole e questa domanda ricorrono quotidianamente sulla bocca di tutti gli stolti e gli empi, sia di quelli che desiderano la pace e la tranquillità nella vita del secolo e non la trovano a cagione della perversità del genere umano, i quali osano persino accusare - ciechi - l'ordine delle cose perché credono, tutti presi dai loro meriti, che i tempi presenti siano peggiori di quelli trascorsi; sia di coloro che dubitano o disperano della stessa vita futura che ci è promessa, e perciò dicono spesso: chissà se è vero? Oppure: chi è venuto dall'inferno per annunziarci tali cose? Ebbene, in modo magnifico e conciso, ma solo per chi vede nell'intimo, [il salmista] mostra quali beni debbono essere ricercati. Alla domanda di quanti dicono: chi ci mostra il bene? risponde: è impressa in noi la luce del tuo volto, o Signore. Questa luce è il completo e vero bene dell'uomo, che si vede non con gli occhi ma con lo spirito. È impressa, ha detto, in noi, così come nel denaro è impressa l'immagine del re. Perché l'uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio 14, e questa peccando ha corrotto; il suo bene perciò è vero ed eterno, se rinascendo gli viene impresso. Credo che questo, come alcuni interpretano con cautela, si riferisca a ciò che il Signore dice, vedendo la moneta di Cesare: date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio 15. È come se dicesse: allo stesso modo con cui Cesare esige da voi l'impressione della sua immagine così la esige anche Dio; per cui, come si ridà a Cesare la moneta, così si ridà a Dio l'anima illuminata e impressa dalla luce del suo volto. Hai messo la gioia nel mio cuore. Non dobbiamo dunque cercare la gioia fuori, presso coloro che, ancora duri di cuore, amano la vanità e ricercano la menzogna, ma dentro, ove è impressa la luce del volto di Dio. Cristo abita infatti nell'uomo interiore 16, dice l'Apostolo; e spetta dunque all'uomo interiore vedere la verità, dato che [il Signore] ha detto: Io sono la verità 17. E quando [Cristo] parlava nell'Apostolo, che poteva dire: volete forse ricevere una prova che Cristo parla in me? 18, certamente non gli parlava esteriormente, ma nel suo stesso cuore, cioè in quel recesso in cui si deve pregare 19.
9. [vv 8.9.] Ma gli uomini che inseguono le cose temporali - e certamente sono molti - non sanno dire altro se non chi ci mostrerà il bene, perché non sono capaci di vedere i veri e sicuri beni entro se stessi. Di conseguenza molto giustamente di costoro dice il salmista quanto segue: nel tempo del frumento, del vino e dell'olio loro, si sono moltiplicati. Non è oziosa l'aggiunta loro. C'è infatti anche il frumento di Dio, che è appunto il pane vivo che discende dal cielo 20. E c'è pure il vino di Dio, perché - è detto - si inebrieranno nell'abbondanza della tua casa 21. Neppure manca l'olio di Dio, a proposito del quale è detto: ungesti nell'olio il mio capo 22. Ma questi, e sono molti, che dicono: chi ci farà vedere il bene?, e non vedono che dentro di loro sta il regno dei Cieli 23, nel tempo del frumento, del vino e dell'olio loro, si sono moltiplicati. Infatti, non sempre il moltiplicarsi significa abbondanza; talvolta significa scarsezza; quando l'anima dedita ai piaceri terreni brucia sempre di cupidigia, e non può saziarsi ed è impedita da molteplici e tumultuosi pensieri, lo schietto bene non si lascia scorgere: tale è quella anima di cui è detto: perché il corpo corruttibile appesantisce l'anima, e la dimora terrena opprime la mente agitata da molti pensieri 24. Quest'anima, nel passare e nell'avvicendarsi dei beni terreni, cioè nel tempo del frumento, del vino e dell'olio suo, si è a tal punto colmata e "moltiplicata" in fantasmi senza numero, che non può più compiere quanto le è ordinato: nutrite sentimenti buoni rispetto a Dio e cercatelo in semplicità di cuore 25. Questa molteplicità è infatti duramente opposta a quella semplicità. E perciò, abbandonati costoro - e sono molti - apertamente moltiplicati nella cupidigia delle cose terrene, e che dicono: chi ci mostrerà il bene? (dato che il bene si deve cercare non all'esterno, ma nell'intimo e con semplicità di cuore) l'uomo fedele esulta e dice: in pace, nello stesso momento mi addormenterò, e prenderò sonno. A ragione siffatti spiriti possono sperare il totale distacco dalle cose mortali e l'oblio delle miserie del secolo, distacco e oblio che sono convenientemente e in senso profetico raffigurati nelle parole addormentarsi e sonno, in cui la completa pace non può essere interrotta da nessuno strepito. Tutto questo non si ottiene però in questa vita, ma dobbiamo sperarlo nell'altra. Lo dimostrano le parole stesse, perché sono al tempo futuro. Non dice infatti: mi sono addormentato e ho preso sonno, oppure mi addormento e prendo sonno, ma mi addormenterò e prenderò sonno. Allora questo corpo corruttibile si rivestirà di incorruttibilità, e questo corpo mortale sarà rivestito di immortalità; allora la morte sarà assorbita nella vittoria 26. Ecco perché l'Apostolo dice: ma se speriamo ciò che non vediamo, con pazienza aspettiamo 27.
10. [v 10.] Per questo, opportunamente aggiunge per ultimo: perché tu solo, o Signore, mi hai fatto abitare nella speranza. Qui non dice: farai; ma dice: hai fatto. In ciò in cui consiste già questa speranza, vi sarà certamente anche quello che si spera. Giustamente dice: singolarmente. Possiamo considerarlo come opposto a quei molti i quali, moltiplicati nel tempo del loro frumento, del loro vino e del loro olio, dicono: Chi ci mostrerà il bene? Questa molteplicità infatti perisce, e invece resta salda l'unità nei santi, a proposito dei quali leggiamo negli Atti degli Apostoli: ma nella moltitudine dei credenti una era l'anima e uno il cuore 28. Dobbiamo dunque essere soli e semplici, cioè isolati dalla folla e dalla turba delle cose che nascono e muoiono, innamorati dell'eternità e dell'unità, se bramiamo essere stretti all'unico Dio e Signore nostro.

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