giovedì 31 dicembre 2015

Buon anno a tutti!

TEMA: IL VALORE DELLA PACE (2013 DA "SCUOLISSIMA")


TEMA: IL VALORE DELLA PACE (2013 DA "SCUOLISSIMA")

La pace è il bene più prezioso per l’umanità: purtroppo se ne comprende l’immenso valore solo quando questo bene viene perduto.

1) Il valore immenso della pace: un bene che nel passato è stato piuttosto raro.
La pace senz'altro il bene più grande a cui l’umanità possa aspirare, ma è stata anche tante volte negata da conflitti fra popoli e guerre civili, che hanno portato al genere umano sofferenze indicibili. Possiamo dire che la storia umana è caratterizzata solo da brevi periodi di pace e che le guerre siano sempre state, nel passato, il mezzo preferito per risolvere le controversie. Solo di recente possiamo dire che l’umanità, nella sua maggioranza, ha potuto godere di un lungo periodo di pace: infatti l’Europa, nel passato teatro di immani catastrofi belliche, dalla seconda guerra mondiale a oggi ha conosciuto oltre 45 anni di pace; mai un periodo tanto lungo senza guerra ha caratterizzato la storia del Vecchio Continente.
La pace è quella condizione che consente all'umanità di aspirare anche ad altri importanti valori, che hanno dato significato al lungo cammino umano, come la libertà, la giustizia, la democrazie. E’ infatti impossibile poter godere della libertà, senza che vi sia la concordia fra gli uomini, così come, ovviamente, non può esserci alcuna forma di giustizia in presenza della violenza e della sopraffazione che ogni guerra comporta. Allo stesso modo, la costruzione della vera democrazia si può avere solo in condizioni di pace duratura.
Scrittori, filosofi, profeti di religioni diverse, hanno sempre ammonito l’umanità a fare il possibile per non perdere il bene prezioso della pace, ma, troppo spesso l’uomo, nel passato, si è lasciato sopraffare dall'istinto ferino che la razionalità non è riuscita a controllare, dal fanatismo, dall'odio politico o religioso, dal gusto della violenza o più semplicemente dal bieco egoismo di difendere i propri interessi a danno di quelli degli altri.
Il valore della pace è assoluto, cioè non subordinato ad alcuna condizione, in quanto la perdita della pace comporta un danno sempre superiore a qualsiasi altro diritto violato o torto subito.
Ciò non significa che bisogna essere succubi di qualsiasi ricatto, ma semplicemente che non bisogna mai smarrire la via della ragione e della ricomposizione pacifica e negoziata di quei contrasti che sempre la dialettica dei rapporti sociali e internazionali fa emergere. Il valore immenso della pace viene compreso dagli uomini quasi sempre quando questi l’hanno irrimediabilmente perduta, ma allora diventa anche più difficile vincere l’odio che la spirale ella violenza ha generato.

2) Ancora oggi troppi focolai di tensione e guerre sono presenti nel mondo.
Purtroppo ancora oggi il mondo è insanguinato da troppe guerre locali e da focolai di tensione, capaci di far precipitare la situazione internazionale in una crisi di vaste proporzioni. Il Medio Oriente è forse la regione a più alto rischio per il contrasto arabo-israeliano che si trascina da troppi decenni, per la irrisolta questione palestinese, per l’importanza strategica della regione riguardo agli approvvigionamenti di petrolio. La guerra del Golfo, scoppiata nel 1991 in seguito all'invasione del Kuwait da parte dell’Iraq e caratterizzata dall'intervento militare degli alleati occidentali contro l’Iraq, con bombardamenti di città, centinaia di migliaia di vittime e la ritorsione irachena dei missili lanciati sul territorio israeliano, è il più evidente esempio dei rischi di allargamento di un conflitto capace di tenere sull'orlo del baratro l’intera comunità.
Anche il conflitto jugoslavo, con le forme inaudite di ferocia che ha evidenziato, è un esempio di quanto fragile possa essere la pace perfino all'interno del continente europeo e in un’area, come quella balcanica, già duramente provati da tanti conflitti che l’hanno insanguinata nel passato, per cui era lecito supporre che mai si sarebbero rivisti feroci scontri inter-etnici che pur si sono verificati.

3) La fine della cosiddetta guerra fredda non sembra aver liberato l’uomo dall'incubo del conflitto armato.
La fine della divisione dell’Europa in blocchi contrapposti (la NATO), raggruppante in paesi occidentali alleati degli USA, ed il Patto di Varsavia, comprendente gli ex paesi socialisti alleati dell’URSS) e la fine della cosiddetta guerra fredda col sempre possibile rischio dell’olocausto nucleare, ci avevano illuso che fosse ormai imminente la fine dell’incubo della guerra.
Qualcuno aveva addirittura parlato di fine della storia, proprio a voler significare che la storia umana era stata fino ad allora storia di contrasti e conflitti. Paradossalmente la fine della competizione tra le due superpotenze USA e URSS, uscite vittoriose dall'ultimo conflitto mondiale, ha eliminato quel controllo che comunque le due superpotenze garantivano sui conflitti locali, per cui la rottura di un equilibrio internazionale, consolidatosi in quasi 50 anni, ha liberato contrasti e nazionalismi prima sopiti, ora troppo spesso sfociati in conflitti armati. Basti ricordare i casi della Jugoslavia, dell’Angola, della Somalia, degli scontri inter-etnici nel Caucaso, nell'Asia centrale ex sovietica, nell'Afghanistan, ecc.
Forse è giunto il momento giusto affinché sparito il duopolio USA-URSS sul mondo, si lavori per realizzare un vero governo democratico del mondo, sulla base di un potenziamento del ruolo e delle funzioni dell’attuale O.N.U.

4) Troppe risorse che potrebbero alleviare tanti disagi e tante sofferenze dell’umanità sono purtroppo destinate alle spese per armamenti.
Troppe risorse sono bruciate nelle spese per armamenti, risorse che potrebbero essere utilizzate per alleviare le immense sofferenze di tanta parte della popolazione umana che, soprattutto nelle aree depresse del Terzo Mondo, vive in condizioni caratterizzate da fame, miseria, analfabetismo, igiene terribilmente precaria, alto tasso di mortalità infantile. Eppure tutti i governi del mondo, nessuno escluso, preferiscono spendere per allestire ordigni di morte, anziché per favorire la vita.

5) E’ possibile realizzare, in un prossimo futuro, l’aspirazione alla pace e alla concordia di tutta l’umanità? 
Facendo queste considerazioni, il pensiero va spontaneamente a quanto affermato dal poeta Salvatore Quasimodo nella sua poesia Uomo del mio tempo. Quasimodo vede, nella violenza della guerra, ripetersi il gesto di Caino, segno di un istinto di morte sempre presente nell'uomo  in quello primitivo, capace di uccidere con armi sempre più sofisticate e micidiali.
Io non voglio essere pessimista al punto di credere che nell'uomo alberghi sempre una disponibilità di violenza, un brutale istinto di sopraffazione e di morte, ma, sempre rifacendomi agli ultimi versi della poesia di Quasimodo, mi auguro che le nuove generazioni sappiano dimenticare i loro padri, cioè l’odio e il sangue versato in tante guerre che hanno contraddistinto le gesta delle vecchie generazioni.
Credo pertanto che, nel futuro, si possa dar vita a una nuova era di pace, di concordia e quindi di benessere per tutta l’umanità, se si sapranno comporre, con la presenza del negoziato, contrasti sempre possibili nella società umana, nella consapevolezza che raggiungere un’intesa, per le parti che contrappongono, significa, comunque sia, godere di benefici incommensurabilmente superiori rispetto ai danni e alle sofferenze conseguibili al precipitare della situazione in un conflitto armato.

mercoledì 30 dicembre 2015

CELEBRAZIONE DEI VESPRI E DEL TE DEUM DI RINGRAZIAMENTO PER LA FINE DELL’ANNO 2001 - OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II


 CELEBRAZIONE DEI VESPRI E DEL TE DEUM DI RINGRAZIAMENTO PER LA FINE DELL’ANNO 2001 - OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Lunedì, 31 dicembre 2001 

1. "Signore, è questo il tempo?": quante volte l'uomo si pone questo interrogativo, specie nei momenti drammatici della storia! È vivo in lui il desiderio di conoscere il senso e la dinamica degli eventi individuali e comunitari in cui si trova implicato. Vorrebbe sapere «prima» quel che succederà «poi», così da non essere colto di sorpresa.
Anche gli Apostoli non si sono mostrati insensibili a questo desiderio. Gesù però non ha mai assecondato questa curiosità. Quando gli è stata posta questa domanda, Egli ha risposto che soltanto il Padre celeste conosce e scandisce i tempi e i momenti (cfr At 1, 7). Ma ha aggiunto: "Avrete forza dallo Spirito che scenderà su di voi e mi sarete testimoni... fino agli estremi confini della terra" (At 1, 8). Li ha, cioè, invitati ad assumere un atteggiamento «nuovo» nei confronti del tempo.
Gesù ci esorta a non investigare inutilmente su ciò che è riservato a Dio - che è appunto il corso degli eventi -, ma a utilizzare il tempo che ciascuno ha a disposizione, - il presente - operando con amore filiale per la diffusione del Vangelo in ogni angolo del pianeta. Questa riflessione è quanto mai opportuna anche per noi, al compiersi di un anno e a poche ore dall'inizio dell'anno nuovo.
2. "Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna" (Gal 4, 4). Prima della nascita di Gesù l'uomo era soggetto alla tirannia del tempo, simile allo schiavo che non sa quello che ha in mente il suo padrone. Quando però "il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1, 14), questa prospettiva è stata totalmente ribaltata.
Nella Notte di Natale, che una settimana fa abbiamo celebrato, l'Eterno è entrato nella storia, il «non ancora» del tempo, scandito dall'inesorabile fluire dei giorni, si è coniugato misteriosamente con il «già» della manifestazione del Figlio di Dio. Nell'insondabile mistero dell'Incarnazione, il tempo raggiunge la propria pienezza. Dio abbraccia la storia degli uomini sulla terra per condurla al suo definitivo compimento.
Per noi credenti, il senso e il fine della storia e di ogni vicenda umana sono pertanto in Cristo. In Lui, Verbo eterno fatto carne nel grembo di Maria, l'eternità ci coinvolge, perché Dio ha voluto rendersi visibile, rivelando lo scopo della storia stessa e il destino delle fatiche di ogni persona che vive sulla terra.
Ecco perché in questa liturgia, mentre ci congediamo dal 2001, sentiamo il bisogno di rinnovare, con intima gioia, la nostra gratitudine a Dio che, nel suo Figlio, ci ha introdotti nel suo mistero dando inizio al tempo nuovo e definitivo.

3. Te Deum laudamus, / Te Dominum confitemur.

Con le parole dell'antico inno, eleviamo a Dio l'espressione della nostra profonda riconoscenza per il bene che, nell'arco dei trascorsi dodici mesi, Egli ci ha elargito.
Mentre scorrono davanti ai nostri occhi i tanti eventi dell'anno 2001, vorrei salutare con affetto il Cardinale Vicario, attorniato dai Vescovi Ausiliari e da numerosi parroci, miei preziosi collaboratori nel servizio pastorale alla Chiesa di Roma. Estendo il mio saluto al Signor Sindaco e ai membri della Giunta e del Consiglio Comunale, come pure alle altre Autorità presenti e a quanti sono qui in rappresentanza delle varie Istituzioni cittadine.
Giunga da questa Basilica tanto cara ai Romani il mio beneaugurante pensiero all'intera popolazione dell'Urbe e, in modo speciale, a quanti trascorrono questi giorni di festa tra disagi e difficoltà. A tutti assicuro il mio ricordo avvalorato da intensa e fervida preghiera, mentre invito ciascuno a proseguire con impegno nel proprio cammino fidando nella Provvidenza, sempre amorevole nei suoi misteriosi disegni.
4. Forte è ancora l'eco nella nostra Città del grande Giubileo, che ha segnato profondamente la vita di Roma e dei suoi abitanti, effondendo nella comunità dei credenti tanta ricchezza di grazia. L'Assemblea diocesana del giugno 2001, capillarmente preparata nelle parrocchie e nelle realtà ecclesiali, ha riproposto l'impegno della missione permanente come obiettivo su cui puntare con decisione in questi anni, secondo le indicazioni della Lettera apostolica Novo millennio ineunte e del programma pastorale diocesano, che ad essa si ispira.
Roma avverte un costante bisogno dell'annuncio di Cristo e dell'incontro con Lui, nell'ascolto della sua parola, nell'Eucaristia e nella carità. Occorre, dunque, che cresca l'anelito apostolico nel cuore dei sacerdoti, dei religiosi e religiose e dei tanti laici che hanno compreso la loro chiamata ad essere testimoni del Signore presso le famiglie e nei luoghi di lavoro.
A tutti ripeto quanto ho scritto nel messaggio inviato all'Assemblea diocesana del giugno scorso: "Prendete il largo per portare l'annuncio del Vangelo nelle case, negli ambienti, nei quartieri e nell'intera città" (n. 4).
Ogni comunità cristiana sia scuola di preghiera e palestra di santità, sia una famiglia di famiglie, dove l'accoglienza del Signore e la fraternità vissuta attorno all'Eucaristia si traducono nello slancio di una rinnovata evangelizzazione.
5. Collegato con la missione permanente è un altro grande obiettivo, indicato dal programma pastorale diocesano, e che sarà oggetto di singolare riflessione nel Convegno diocesano del giugno 2002: la pastorale vocazionale.
Ogni parrocchia e comunità è chiamata alla preghiera costante, perché il Signore mandi operai nella sua messe, e a una dinamica e fiduciosa opera formativa presso i giovani e le famiglie, affinché la chiamata di Dio sia compresa nella sua forza liberatrice e sia accolta con gioia e gratitudine.
Mi rivolgo soprattutto a voi, cari parroci e cari sacerdoti, perché la gioia di essere ministri di Cristo e la generosità del servizio alla Chiesa traspaiano sempre con evidenza nella vostra vita. È questa un'importante condizione per l'efficacia della pastorale vocazionale. Alla radice di ogni vocazione sacerdotale e religiosa c'è quasi sempre un sacerdote che, con l'esempio e la direzione spirituale, ha introdotto e accompagnato la persona in ricerca sulla via del «dono» e del «mistero».
6. Te Deum laudamus! Sale questa sera dal nostro cuore riconoscente questo canto di lode e di ringraziamento. Ringraziamento per i benefici ricevuti, per i traguardi apostolici conseguiti, per il bene realizzato. Vorrei rendere grazie, in modo speciale, per le trecento parrocchie della nostra Città che ho potuto sinora visitare. Chiedo a Dio la forza di proseguire, sino a quando Egli vorrà, nel servizio fedele alla Chiesa di Roma e al mondo intero.
Al termine di un anno, tuttavia, carissimi Fratelli e Sorelle, è particolarmente doveroso prendere coscienza anche delle proprie fragilità e dei momenti in cui non si è stati pienamente fedeli all'amore di Dio. Per le nostre mancanze e omissioni chiediamo perdono al Signore: Miserere nostri, Domine, miserere nostri. Continuiamo ad abbandonarci con fiducia alla bontà del Signore. Egli non mancherà di usarci misericordia, e di aiutarci a proseguire nel nostro impegno apostolico.
7. In Te, Domine, speravi: non confundar in aeternum! Ci affidiamo e ci abbandoniamo nelle tue mani, Signore del tempo e dell'eternità. Tu sei la nostra speranza: la speranza di Roma e del mondo; il sostegno dei deboli e il conforto degli smarriti, la gioia e la pace di chi Ti accoglie e Ti ama.


Mentre termina quest'anno e già lo sguardo si proietta su quello nuovo, il cuore si abbandona fiducioso ai tuoi misteriosi disegni di salvezza.

Fiat misericordia tua, Domine, super nos, quaemadmodum speravimus in Te.

Sia sempre con noi la tua misericordia: in Te abbiamo sperato. In Te solamente speriamo, o Cristo, Figlio della Vergine Maria, tua e nostra tenera Madre.


Te Deum 2012 e Adorazione Eucaristica

martedì 29 dicembre 2015

Mount Athos Chapel

28 DICEMBRE SANTI INNOCENTI - UFFICIO DELLE LETTURE: NON PARLANO ANCORA E GIÀ CONFESSANO CRISTO


28 DICEMBRE SANTI INNOCENTI (f) Martiri

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura

DAI «DISCORSI» DI SAN QUODVULTDEUS, VESCOVO
(Disc. 2 sul Simbolo; PL 40, 655)

NON PARLANO ANCORA E GIÀ CONFESSANO CRISTO

Il grande Re nasce piccolo bambino. I magi vengono da lontano, guidati dalla stella e giungono a Betlemme, per adorare colui che giace ancora nel presepio, ma regna in cielo e sulla terra. Quando i magi annunziano ad Erode che è nato il Re, egli si turba e, per non perdere il regno, cerca di ucciderlo, mentre, credendo in lui, sarebbe stato sicuro in questa vita e avrebbe regnato eternamente nell'altra.
Che cosa temi, o Erode, ora che hai sentito che è nato il Re? Cristo non è venuto per detronizzarti, ma per vincere il demonio. Tu, questo non lo comprendi, perciò ti turbi e infierisci; anzi, per togliere di mezzo quel solo che cerchi, diventi crudele facendo morire tanti bambini.
Le madri che piangono non ti fanno tornare sui tuoi passi, non ti commuove il lamento dei padri per l'uccisione dei loro figli, non ti arresta il gemito straziante dei bambini. La paura che ti serra il cuore ti spinge ad uccidere i bambini e, mentre cerchi di uccidere la Vita stessa, pensi di poter vivere a lungo, se riuscirai a condurre a termine ciò che brami. Ma egli, fonte della grazia, piccolo e grande nello stesso tempo, pur giacendo nel presepio, fa tremare il tuo trono; si serve di te che non conosci i suoi disegni e libera le anime dalla schiavitù del demonio. Ha accolto i figli dei nemici e li ha fatti suoi figli adottivi.
I bambini, senza saperlo, muoiono per Cristo, mentre i genitori piangono i martiri che muoiono. Cristo rende suoi testimoni quelli che non parlano ancora. Colui che era venuto per regnare, regna in questo modo. Il liberatore incomincia già a liberare e il salvatore concede già la sua salvezza.
Ma tu, o Erode, che tutto questo non sai, ti turbi e incrudelisci e mentre macchini ai danni di questo bambino, senza saperlo, già gli rendi omaggio.
O meraviglioso dono della grazia! Quali meriti hanno avuto questi bambini per vincere in questo modo? Non parlano ancora e già confessano Cristo! Non sono ancora capaci di affrontare la lotta, perché non muovono ancora le membra e tuttavia già portano trionfanti la palma della vittoria.

SUSSURRI DI VITA DAL SILENZIO - IL MONTE ATHOS


SUSSURRI DI VITA DAL SILENZIO

di Pietro Pisarra

Sembrava immobile, come una reliquia sotto vetro. O una foto ingiallita dal tempo: barbe lunghe, paramenti dorati, icone e volute di incenso, fissati per sempre nella stessa posa da un lampo di magnesio, come nei clichés di un orientalista ottocentesco. Un mondo prigioniero del suo ritualismo. Asfittico. Chiuso alla modernità, impermeabile al vento della storia. E litigioso, come tutte le istituzioni al tramonto. Ma forse era solo un’impressione superficiale, un’illusione ottica. Perché sotto la campana di vetro del tradizionalismo o sotto gli strati della grande glaciazione comunista, il monachesimo ortodosso continuava a vivere, ad agitarsi, a tener desto lo spirito dei Padri e a cercare nuove vie.
Vedi il Monte Athos. Da più di mille anni, l’Aghion Oros, la Santa Montagna, è il giardino della Vergine, vietato a ogni altra presenza femminile. Una repubblica teocratica, sotto il protettorato della Grecia. Un minuscolo Stato di venti monasteri principali o laure e di numerose skite e kellía, comunità più piccole o eremitaggi sparsi in luoghi impervi, a strapiombo sul mare. Negli ultimi dodici anni, il numero dei monaci sull’Athos è aumentato di circa il cinquanta per cento: Greci, Russi, Serbi, Bulgari e Rumeni, erano 1.536 nel 1991; ora sono più di 2.300. Ma le statistiche non spiegano tutto. Per capire che cosa sta cambiando e perché l’Athos sia tornato a richiamare giovani da ogni parte del mondo ortodosso e della diaspora (dall’America o dall’Australia) è necessario percorrere i sentieri che collegano Kariès, la capitale, ai monasteri di Stavronikíta o di Ivíron, dove la vita monastica è stata rinnovata sotto l’impulso dell’igumeno Vassili. Parlare coi monaci di Símonos Petra, della Grande Lavra, di Filothéu. Assistere alla divina liturgia, dopo aver vinto le resistenze dei monaci, diffidenti verso i cristiani di altre confessioni. Contemplare i volti e le icone, volti che ormai sembrano icone, trasfigurati dalla grazia e dall’hesychia, la pace che nasce dalla preghiera del cuore, dalla ripetizione incessante della formula: «Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore».
Dapprima resti sorpreso, quando vedi e senti pronunciare la stessa litania dai monaci che ti stanno di fronte e che ti sorridono: sembra un fatto meccanico, formale, vuoto. Poi capisci: sono novizi, alle prime armi, hanno bisogno di udire il suono della propria voce, di aggrapparsi a qualche certezza esteriore. Non è così per gli anziani che praticano la preghiera del cuore o per gli altri monaci dell’Athos. «Siamo come la terra che continuamente accoglie nelle sue viscere la rugiada celeste, la pioggia spirituale della nostra santa tradizione», scrive l’igumeno Vassili. E aggiunge che l’unicità del monachesimo ortodosso non può essere definita facilmente: «Appena i Padri stanno per esprimerla, appena dal mutismo la fanno emergere nella parola, il loro discorso parla con ossimori: dicono che l’essere fermi qui è movimento, che il silenzio diviene parola, la morte vita e il torto subìto ragione».
Forse tutta la condizione cristiana – e non solo il monachesimo orientale – è nel segno dell’ossimoro, di un’antinomia apparente tra realtà diverse: essere nel mondo, ma non del mondo, amanti della terra e in cammino verso la patria celeste. Ma sull’Athos l’ossimoro prende anche altre forme: ci sono i monaci che si confrontano, sia pur timidamente, con la modernità, che navigano su Internet, che curano siti web, che non rifiutano il dialogo con le altre confessioni; e ci sono gli "zeloti", gli integristi o i tradizionalisti che periodicamente innalzano le loro lugubri bandiere con la scritta: «Ortodossia o morte». Come a Esfigménu, dove un centinaio di "zeloti", asserragliati nella cittadella del monastero, rifiutano l’autorità del Patriarca ecumenico (sotto la cui giurisdizione è posto l’Athos), accusano di eresia chiunque non la pensi come loro e turbano la pace della Santa Montagna.
Si possono liquidare come folklore e colore questi eccessi di fanatismo. Eppure, nonostante il folklore e il colore, nonostante gli irrigidimenti, le chiusure, gli anatemi scagliati contro gli altri cristiani, l’Athos è rimasto il giardino della Vergine, riserva spirituale, luogo di ascesi e di pace. Una repubblica della fede cara a tutti i cristiani di Oriente.
Qui il rinnovamento è cominciato con la riscoperta del cenobitismo in tutti i monasteri e con l’abbandono progressivo dell’idiorritmia (da ídios, individuale, privato, e rithmós, cadenza, ritmo), ancora molto diffusa vent’anni fa. I monaci che praticavano questa forma di vita erano liberi di organizzare le proprie giornate e di provvedere alla propria sussistenza, ritrovandosi comunitariamente solo per la celebrazione della divina liturgia. E alcuni ne approfittavano per accumulare una piccola fortuna, mentre altri vivevano in condizioni di povertà estrema.
Il giardino della Vergine non poteva tollerare simili ingiustizie paleocapitalistiche. Era necessario voltare pagina. Era necessario riscoprire la gratuità della condizione monastica. «Il monaco sa di non essere "produttivo"», ha scritto l’igumeno Vassili (in Voci dal Monte Athos, Servitium, 1994). «Ha imparato dalla nostra tradizione che esiste un’inattività che si trova al di sopra di ogni attività. Il monaco non fa assolutamente "nulla", misurato con criteri mondani. E con questo "nulla" risuscita nuovi mondi».
E fuori dall’Athos, al di là della Santa Montagna? Cosa sta cambiando nei monasteri della Grecia, del Kosovo, della Russia o nei Paesi della diaspora? Quali sono i semi e i segni del rinnovamento? Quali gli indizi e le spie? Se si vuol capire dove va la Chiesa ortodossa – come sempre, nella sua storia, sballottata dalle opposte esigenze del tradizionalismo e dell’apertura al nuovo, della vocazione all’universalità e dei particolarismi etnici, del polveroso ritualismo e della ricerca di nuove forme di testimonianza – bisogna scrutare la mappa del monachesimo, entrare nelle chiese o negli atelier degli iconografi, dialogare con i giovani teologi e i maestri di spiritualità formatisi nelle scuole di teologia della diaspora, all’Institut Saint-Serge di Parigi o al St. Vladimir’s Theological Seminary di New York.
Nei momenti decisivi, quando la storia – come scriveva il poeta Iosif Brodskij a proposito di Bisanzio – somiglia a un semaforo sballato, con tutte le tre luci accese contemporaneamente, i monasteri sono un passaggio, un crocevia inevitabile, luoghi in cui si elabora il nuovo. «I monaci sono la forza e le fondamenta della Chiesa», diceva Teodoro Studita, difensore delle icone durante la controversia iconoclasta e riformatore del monachesimo orientale (759-826). E che cosa sarebbe l’Ortodossia senza i suoi monasteri, senza le comunità che perpetuano la tradizione di Pacomio e di Basilio? Che cosa sarebbe, senza gli uomini e le donne che hanno scelto la «vita angelica», il nascondimento in un eremo, senza i santi, gli asceti, i folli in Cristo, senza gli starcy, i padri spirituali della tradizione russa?
Secondo il vescovo Kallistos Ware, la storia della Chiesa ortodossa nel XX secolo è stata segnata da tre parole-chiave: martyria, diaspora, hesychia, la testimonianza che può condurre al martirio, la dispersione al di là dei confini storici dell’Ortodossia e la rinascita spirituale nel solco della tradizione filocalica (da «Filocalia», amore della bellezza, titolo della famosa raccolta di testi di ascetica e mistica pubblicata a Venezia, nel 1782, da Nicodemo l’Agiorita).
E ora? Qual è la testimonianza del monachesimo ortodosso? «Il senso della nostra vocazione oggi non è cambiato rispetto al monachesimo delle origini: è la ricerca di Dio, una ricerca personale, nella relazione privilegiata con il Cristo», dice padre Simeone, superiore del monastero di San Silvano l’Athonita nel centro della Francia, non lontano da Le Mans. «Questa ricerca ci fa incontrare la persona del Cristo, lasciandoci illuminare dalla sua bellezza e dalla sua luce». Come altri monaci, anche Vassili dell’Athos insiste sull’importanza della bellezza: «Il monaco è filocalico con la sua ascesi. È creatore di bellezza: un artista. E non lavora semplicemente colori, suoni o parole, ma lavora se stesso, nella sua totalità. Plasma il suo essere. Cerca di darsi interamente a Dio perché sia questi a plasmarlo». Rendere testimonianza della Bellezza: è questo il "genio" specifico del monachesimo ortodosso, la sua funzione vitale?
A giudicare dai tesori della vita liturgica o dal lavoro di tanti monaci iconografi sembrerebbe di sì. Certamente, questo è il lato più affascinante della medaglia o, se si vuole, dell’ossimoro di cui è fatta la vita monastica: più affascinante dell’altro che pure di tanto in tanto affiora e cioè la tentazione della chiusura e del ripiegamento su sé stessi.

Pietro Pisarra

lunedì 28 dicembre 2015

Guido Reni, Santi martiri, innocenti

INCONTRO DI CATECHESI E DI PREGHIERA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI CON I BAMBINI DELLA PRIMA COMUNIONE


INCONTRO DI CATECHESI E DI PREGHIERA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI CON I BAMBINI DELLA PRIMA COMUNIONE

Piazza San Pietro - Sabato, 15 ottobre 2005 

CATECHESI DEL SANTO PADRE

Andrea: «Caro Papa, quale ricordo hai del giorno della tua prima Comunione?»

Innanzitutto vorrei dire grazie per questa festa della fede che mi offrite, per la vostra presenza e la vostra gioia. Ringrazio e saluto per l'abbraccio che ho avuto da alcuni di voi, un abbraccio che simbolicamente vale per voi tutti, naturalmente. Quanto alla domanda, mi ricordo bene del giorno della mia Prima Comunione. Era una bella domenica di marzo del 1936, quindi 69 anni fa. Era un giorno di sole, la chiesa molto bella, la musica, erano tante le belle cose delle quali mi ricordo. Eravamo una trentina di ragazzi e di ragazze del nostro piccolo paese, di non più di 500 abitanti. Ma nel centro dei miei ricordi gioiosi e belli sta questo pensiero - la stessa cosa è già stata detta dal vostro portavoce - che ho capito che Gesù è entrato nel mio cuore, ha fatto visita proprio a me. E con Gesù Dio stesso è con me. E che questo è un dono di amore che realmente vale più di tutto il resto che può essere dato dalla vita; e così sono stato realmente pieno di una grande gioia perché Gesù era venuto da me. E ho capito che adesso cominciava una nuova tappa della mia vita, avevo 9 anni, e che adesso era importante rimanere fedele a questo incontro, a questa Comunione. Ho promesso al Signore, per quanto potevo: "Io vorrei essere sempre con te" e l'ho pregato: "Ma sii soprattutto tu con me". E così sono andato avanti nella mia vita. Grazie a Dio, il Signore mi ha sempre preso per la mano, mi ha guidato anche in situazioni difficili. E così questa gioia della Prima Comunione era un inizio di un cammino fatto insieme. Spero che, anche per tutti voi, la Prima Comunione che avete ricevuto in quest'Anno dell'Eucaristia sia l’inizio di un'amicizia per tutta la vita con Gesù. Inizio di un cammino insieme, perché andando con Gesù andiamo bene e la vita diventa buona.
Livia: «Santo Padre, prima del giorno della mia Prima Comunione mi sono confessata. Mi sono poi confessata altre volte. Ma volevo chiederti: devo confessarmi tutte le volte che faccio la Comunione? Anche quando ho fatto gli stessi peccati? Perché mi accorgo che sono sempre quelli».
Direi due cose: la prima, naturalmente, è che non devi confessarti sempre prima della Comunione, se non hai fatto peccati così gravi che sarebbe necessario confessarsi. Quindi, non è necessario confessarsi prima di ogni Comunione eucaristica. Questo è il primo punto. Necessario è soltanto nel caso che hai commesso un peccato realmente grave, che hai offeso profondamente Gesù, così che l’amicizia è distrutta e devi ricominciare di nuovo. Solo in questo caso, quando si è in peccato "mortale", cioè grave, è necessario confessarsi prima della Comunione. Questo è il primo punto. Il secondo: anche se, come ho detto, non è necessario confessarsi prima di ogni Comunione, è molto utile confessarsi con una certa regolarità. È vero, di solito, i nostri peccati sono sempre gli stessi, ma facciamo pulizia delle nostre abitazioni, delle nostre camere, almeno ogni settimana, anche se la sporcizia è sempre la stessa. Per vivere nel pulito, per ricominciare; altrimenti, forse la sporcizia non si vede, ma si accumula. Una cosa simile vale anche per l'anima, per me stesso, se non mi confesso mai, l'anima rimane trascurata e, alla fine, sono sempre contento di me e non capisco più che devo anche lavorare per essere migliore, che devo andare avanti. E questa pulizia dell'anima, che Gesù ci dà nel Sacramento della Confessione, ci aiuta ad avere una coscienza più svelta, più aperta e così anche di maturare spiritualmente e come persona umana. Quindi due cose: confessarsi è necessario soltanto in caso di un peccato grave, ma è molto utile confessarsi regolarmente per coltivare la pulizia, la bellezza dell'anima e maturare man mano nella vita.
Andrea: «La mia catechista, preparandomi al giorno della mia Prima Comunione, mi ha detto che Gesù è presente nell'Eucaristia. Ma come? Io non lo vedo!»
Sì, non lo vediamo, ma ci sono tante cose che non vediamo e che esistono e sono essenziali. Per esempio, non vediamo la nostra ragione, tuttavia abbiamo la ragione. Non vediamo la nostra intelligenza e l'abbiamo. Non vediamo, in una parola, la nostra anima e tuttavia esiste e ne vediamo gli effetti, perché possiamo parlare, pensare, decidere ecc... Così pure non vediamo, per esempio, la corrente elettrica, e tuttavia vediamo che esiste, vediamo questo microfono come funziona; vediamo le luci. In una parola, proprio le cose più profonde, che sostengono realmente la vita e il mondo, non le vediamo, ma possiamo vedere, sentire gli effetti. L'elettricità, la corrente non le vediamo, ma la luce la vediamo. E così via. E così anche il Signore risorto non lo vediamo con i nostri occhi, ma vediamo che dove è Gesù, gli uomini cambiano, diventano migliori. Si crea una maggiore capacità di pace, di riconciliazione, ecc... Quindi, non vediamo il Signore stesso, ma vediamo gli effetti: così possiamo capire che Gesù è presente. Come ho detto, proprio le cose invisibili sono le più profonde e importanti. Andiamo dunque incontro a questo Signore invisibile, ma forte, che ci aiuta a vivere bene.
Giulia: «Santità, tutti ci dicono che è importante andare a Messa alla domenica. Noi ci andremmo volentieri ma spesso i nostri genitori non ci accompagnano perché alla domenica dormono, il papà e la mamma di un mio amico lavorano in un negozio e noi spesso andiamo fuori città per trovare i nonni. Puoi dire a loro una parola perché capiscano che è importante andare a Messa insieme, ogni domenica?»
Riterrei di sì, naturalmente, con grande amore, con grande rispetto per i genitori che, certamente, hanno tante cose da fare. Ma tuttavia, con il rispetto e l’amore di una figlia, si può dire: cara mamma, caro papà, sarebbe così importante per noi tutti, anche per te incontrarci con Gesù. Questo ci arricchisce, porta un elemento importante alla nostra vita. Insieme troviamo un po' di tempo, possiamo trovare una possibilità. Forse anche dove abita la nonna si troverà la possibilità. In una parola direi, con grande amore e rispetto per i genitori, direi loro: "Capite che questo non è solo importante per me, non lo dicono solo i catechisti, è importante per tutti noi; e sarà una luce della domenica per tutta la nostra famiglia".
Alessandro: «A cosa serve andare alla Santa Messa e ricevere la Comunione per la vita di tutti i giorni?»
Serve per trovare il centro della vita. Noi la viviamo in mezzo a tante cose. E le persone che non vanno in chiesa non sanno che a loro manca proprio Gesù. Sentono però che manca qualcosa nella loro vita. Se Dio resta assente nella mia vita, se Gesù è assente dalla mia vita, mi manca una guida, mi manca una amicizia essenziale, mi manca anche una gioia che è importante per la vita. La forza anche di crescere come uomo, di superare i miei vizi e di maturare umanamente. Quindi, non vediamo subito l'effetto dell'essere con Gesù quando andiamo alla Comunione; lo si vede col tempo. Come anche, nel corso delle settimane, degli anni, si sente sempre più l'assenza di Dio, l'assenza di Gesù. È una lacuna fondamentale e distruttiva . Potrei adesso facilmente parlare dei Paesi dove l'ateismo ha governato per anni; come ne sono risultate distrutte le anime, ed anche la terra; e così possiamo vedere che è importante, anzi, direi, fondamentale, nutrirsi di Gesù nella comunione. E’ Lui che ci dà la luce, ci offre la guida per la nostra vita, una guida della quale abbiamo bisogno.
Anna: «Caro Papa, ci puoi spiegare cosa voleva dire Gesù quando ha detto alla gente che lo seguiva: "Io sono il pane della vita"»?
Allora dobbiamo forse innanzitutto chiarire che cos'è il pane. Noi abbiamo oggi una cucina raffinata e ricca di diversissimi cibi, ma nelle situazioni più semplici il pane è il fondamento della nutrizione e se Gesù si chiama il pane della vita, il pane è, diciamo, la sigla, un'abbreviazione per tutto il nutrimento. E come abbiamo bisogno di nutrirci corporalmente per vivere, così anche lo spirito, l'anima in noi, la volontà, ha bisogno di nutrirsi. Noi, come persone umane, non abbiamo solo un corpo, ma anche un'anima; siamo persone pensanti con una volontà, un’intelligenza, e dobbiamo nutrire anche lo spirito, l'anima, perché possa maturare, perché possa realmente arrivare alla sua pienezza. E, quindi, se Gesù dice io sono il pane della vita, vuol dire che Gesù stesso è questo nutrimento della nostra anima, dell'uomo interiore del quale abbiamo bisogno, perché anche l'anima deve nutrirsi. E non bastano le cose tecniche, pur tanto importanti. Abbiamo bisogno proprio di questa amicizia di Dio, che ci aiuta a prendere le decisioni giuste. Abbiamo bisogno di maturare umanamente. Con altre parole, Gesù ci nutre così che diventiamo realmente persone mature e la nostra vita diventa buona.
Adriano: «Santo Padre, ci hanno detto che oggi faremo l'Adorazione Eucaristica? Che cosa è? Come si fa? Ce lo puoi spiegare? Grazie»
Allora, che cos'è l'adorazione, come si fa, lo vedremo subito, perché tutto è ben preparato: faremo delle preghiere, dei canti, la genuflessione e siamo così davanti a Gesù. Ma, naturalmente, la tua domanda esige una risposta più profonda: non solo come fare, ma che cosa è l'adorazione. Io direi: adorazione è riconoscere che Gesù è mio Signore, che Gesù mi mostra la via da prendere, mi fa capire che vivo bene soltanto se conosco la strada indicata da Lui, solo se seguo la via che Lui mi mostra. Quindi, adorare è dire: «Gesù, io sono tuo e ti seguo nella mia vita, non vorrei mai perdere questa amicizia, questa comunione con te». Potrei anche dire che l'adorazione nella sua essenza è un abbraccio con Gesù, nel quale gli dico: «Io sono tuo e ti prego sii anche tu sempre con me».

 

ANTICA OMELIA SUL MARTIRIO DEI SANTI INNOCENTI


ANTICA OMELIA SUL MARTIRIO DEI SANTI INNOCENTI

Erode voleva sopprimere un bambino solo, ma ne fece entrare centoquarantamila in paradiso. Il bambino risparmiato, causa del massacro,doveva un giorno salvare una moltitudine di uomini con il suo sacrificio.
Per quel primogenito gli innocenti perirono di spada, ma per il peccato del mondo proprio quel bambino si lascerà appendere alla croce. La morte degli innocenti riempi il cielo, la morte dell'Unigenito svuoterà l'inferno.
Questo Re ha introdotto gli innocenti in una luce invisibile all'occhio umano, e ha illuminato con il suo fulgore le tenebre degli inferi. Gli angeli esultano per i loro nuovi compagni, ma i demoni tremano per un arrivo cosi glorioso, domandandosi a vicenda: Chi è mai costui, uscito con tanto onore dal mondo?
Vi è gioia in cielo per quelle anime luminose, ma vi è pianto per i demoni all'inferno, i cui chiavistelli sono spezzati. Gli angeli esultano di avere ricevuto in cielo un esercito tanto glorioso ma i demoni gemono di vedere ( Sal 117,26.27 ) l'inferno svuotato a tal punto da un uomo solo.
I santi innocenti ottennero la vita eterna dopo una breve morte. Cristo ha donato la vita a una moltitudine, dopo aver conosciuto la morte durante tre giorni. Morendo per tutti, egli ha loro concesso la vita definitiva, permettendo a quei numerosi fanciulli di rallegrarsi in cielo e di gioire nella gloria dell'Agnello. Fra di loro l'Agnello esulta, lui che fu sospeso alla croce per la salvezza del mondo.
0 infanzia beata la vostra, santi innocenti! Avete sparso il sangue per Cristo prima di poter commettere la colpa. Dolce martirio il vostro! L'avete subito per Cristo. 0 santa infanzia! Avete ottenuto la gloria senza penare a lungo sulla terra. Come esprimere la vostra beatitudine? Avete ricevuto la morte al posto di Cristo.
Il vostro martirio supera tutti gli altri, o santi innocenti, perché Cristo vi consegna la palma insieme con la corona. Siete stati rivestiti della veste candida senza passare per il lavacro del battesimo. Il sangue sparso e consacrato vi bastò per battesimo: foste immolati come vere vittime per Cristo Gesù. Desideriamo vedervi, o santi innocenti, non perché lo meritiamo, ma perché lo vogliamo. Chiedete al Signore che ci sia data la capacità di ascoltare degnamente il vostro cantico di lode.
Questi fanciulli hanno meritato la patria del cielo appena usciti dal grembo materno. Se l'età ce lo consente, imitiamo questi neonati incoscienti che una morte gloriosa condusse nel Regno dei cieli. Non possiamo morire di spada per Cristo: almeno mortifichiamo il male in noi. Dopo aver peccato davanti a Dio, cancelliamolo con la conversione.
Se la spada non può più farci morire per lui, impegniamoci nel bene per vivere alla presenza di Dio.
Vivete nella santità, fratelli, perché l'uomo che si riconosce peccatore guarisca grazie alla penitenza e non vada in perdizione. Anche se scorgete in voi solo un pulviscolo di malizia, badate di non perdere la patria del cielo per esili colpe: non sapete che anche senza peccati da piangere, c'è da conquistare la vita e il regno?
Questi santi martiri erano innocenti, eppure acquistarono col proprio sangue la vita del cielo.
Essi ottennero la corona del martirio, a prezzo della spada; però anche a noi oggi è offerta la gloria del martirio, in una forma invisibile e interiore.
Possiamo davvero consumare tale martirio, fratelli miei, se amiamo gli amici in Dio e i nemici a motivo di Dio, facendo loro quanto desideriamo sia fatto a noi. Il Signore dice appunto nel vangelo: Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. 2.( Lc -6.31 )

l.( Di questa omelia, proveniente dal codice Cassinense 117, la critica finora ha potuto soltanto dire che si tratta di un testo antico.)
2 .( Lc -6.31 )

sabato 26 dicembre 2015

Jesus at 12 years old shocking the Priests with the wisdom he shared with them.

OMELIA - SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO C) (27-12-2015)


OMELIA - SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO C) (27-12-2015)

padre Gian Franco Scarpitta

Il riverbero di Nazareth

Maria ha concepito miracolosamente nello Spirito Santo il suo bambino, consapevole di aver reso possibile l'incarnazione del Verbo. Anche se su questo è la "benedetta fra le donne" e la massima privilegiata, non è l'unica donna ad essere stata beneficiata da un parto straordinario. Anche se in modo differente, altre donne sono state raggiunte da un particolare premio del Signore riguardante la gestazione straordinaria, come nel caso di Sara, la moglie di Abramo che meritò un figlio per la generosità ospitale del marito, la sopra ricordata Elisabetta che "tutti dicevano sterile" e la disperata Anna, rivale di Peninna di cui alla Prima lettura di oggi, che viene gratificata dalla nascita inaspettata di un figlio, che deciderà di consacrare al Signore concedendolo al sacerdote Eli nel tempio. Si tratta in quest'ultimo caso di un atto di gratitudine nei confronti di Dio, che solo donne pie e timorate possono fare e che adesso ci invita a guardare a Maria come a colei che, grata al Signore per aver ricevuto il Bambino divino malgrado la sua affermata verginità, si appresta adesso a consacrarlo definitivamente a Dio, non soltanto conducendolo al tempio di Gerusalemme secondo le prescrizioni della legge di Mosè (Lc 2, 22 - 39), ma anche accettando in prospettiva che questo Bambino possa essere un giorno la causa per cui la sua "anima sarà trafitta da una spada". Maria consacra il suo Figlio a Dio nell'umile sottomissione alla sua volontà, anche se questa volgerà al peggio perché riguarderà lo strazio della croce di Gesù. Dicevamo poc'anzi che lei non è l'unica donna ad avere un parto straordinario e inaspettato, ma è l'unica donna alla quale le atrocità del destino non risparmieranno angoscia e dolore. L'unica cioè che consapevolmente si aspetta che il suo Gesù sarà ucciso. Ovviamente Maria accoglie questa previsione non sopportandola da povera derelitta, ma con il sostegno e con la forza che Giuseppe certamente le garantisce. Come pure assieme a Giuseppe fronteggia ogni sorta di pericolo e di difficoltà che la sua gestazione comporta e qualsiasi altro sospiro o patema d'animo che dovrà sopportare con pazienza e risoluzione nella crescita e nella formazione del piccolo. Il parto verginale di Maria con tutti i suoi sacrifici annessi ci fa pensare alle lacrime e alle amarezze di tutte quelle giovani donne che sono impossibilitate a incorniciare il romanzo del loro matrimonio con la gioia di un figlio, perché sterili e infeconde. L'impossibilità di procreare, che tante volte viene scoperta dopo le nozze, riduce tante giovani madri alla mestizia e allo scoramento. Come ci si sente sapendo di non poter avere bambini, per i quali prima del matrimonio ci si infervorava? A volte si provano sensi di frustrazione e di abbandono e non di rado ci si sente inferiori e sottomessi ad altre coppie fertili. Si prova l'angoscia di un sogno infranto, di un progetto di vita andato a monte che neppure le adozioni sono in grado di estinguere o almeno di lenire. E' triste pensare a che tante mamme con troppa facilità ricorrano alla contraccezione e agli aborti per il solo egoismo di voler evitare la responsabilità della prole, mentre tante altre ragazze cadono in depressione per la loro sterilità o impossibilità di partorire!
La sola presenza di Maria e Giuseppe accanto a Gesù appena nato ci edifica di come ogni nascituro debba essere considerato un dono unico e irripetibile e che la procreazione responsabile è la vera risorsa della famiglia e della società. Come pure Maria, assieme alle succitate donne gratificate con il dono della gravidanza, ci insegna e coltivare fiducia e speranza nelle situazioni di sterilità e di difficoltà gestativa. Come pure il nucleo globale della Santa Famiglia di Nazareth ci induce a credere nella continuità della convivenza insieme nonostante le immancabili difficoltà d'intesa e di comunicativa che possano insorgere fra i coniugi o fra genitori e figli; ci incoraggia e credere nella sacralità del matrimonio in un'epoca in cui sempre più coppie si sfasciano sul nascere o si pongono alternative al matrimonio sacramento nella convivenza, nelle unioni di fatto o nella sregolatezza della condotta sessuale. Ignominioso in quest'ultimo caso il fenomeno ormai dilagante di donne anche regolarmente sposate e madri di famiglia che si concedono effimeratezze carnali con altri uomini diversi dal proprio coniuge; in parecchi casi senza che il coniuge stesso abbia nulla da obiettare! E' una realtà di fatto deprimente che oltre che a distruggere il senso della famiglia tende ad incentivare la cultura del deprezzamento del proprio corpo. Ed è ormai risaputo che l'affluenza continua di donne immigrate ha determinato da più parti la disgregazione di tante coppie e relativi nuclei familiari. Fortunatamente non mancano tuttavia associazioni o movimenti di recupero del valore della famiglia tradizionalmente intesa, anche nelle aree non credenti. E' piacevole riscontrare come in tante nostre parrocchie si stiano accrescendo i cosidetti "gruppi famiglia" che aiutano e orientano non poco tante coppie separate. Il che ci lascia fiduciosi intorno al futuro della famiglia, perché fin quando vi è chi crede in determinati valori positivi tanto più questi possono affermarsi e consolidarsi. Maria e Giuseppe ci sono di orientamento ed è quanto mai necessario trarre dalla loro figura e dal loro atteggiamento umile, pio e zelante nonché determinato e convinto per perseverare nella tutela delle nostre famiglie e nel ripristino del reale concetto di unione sponsale e di convivenza fra genitori e figli.
Il succitato tema della gravidanza straordinaria, purtroppo non concessa oggi a tante coppie sterili, non può non richiamarci all'attenzione intorno alla preziosità della convivenza familiare, alla considerazione che questa rimane pur sempre un privilegio e un bene incalcolabile dal quale si può trarre profitto noi stessi e gli altri. La famiglia tradizionalmente intesa e avvalorata dalla fedeltà coniugale e dalla perseveranza generale nel bene non può non essere osservata dalla società come un corpo organico che si avvale dell'unione e della compattezza per essere produttivo. Occorre lottare non tanto per la famiglia per la sua unità in tutti i sensi del termine: materiale, morale e spirituale. Questa unità deriva dal vero amore incondizionato fra i coniugi fra di loro, dalla loro reciproca appartenenza e dal vincolo di solidale comunione per il quale si sentono fatti l'uno per l'altro e di conseguenza nessuno dei due conosce alternative di sorta. Deriva dalla vocazione alla vita coniugale, cioè dal fatto che essa deve essere considerata un dono trascendentale e non un espediente costruito su sperimentazioni puramente nostrane o su illusioni passeggere. La medesima concordia fra i due coniugi inevitabilmente si trasmetterà ai figli che ne faranno esperienza diretta in primo luogo nella testimonianza per esserne anch'essi apportatori a tutti gli altri.
Perché la nostra famiglia sia un riverbero di quella di Nazareth.

venerdì 25 dicembre 2015

Adoration of the Shepherds by Guido Reni.

NATALE TRA MUSICA E POESIA. UN VAGITO CHE PARLA AL CUORE. DI GIANFRANCO RAVASI


NATALE TRA MUSICA E POESIA. UN VAGITO CHE PARLA AL CUORE. DI GIANFRANCO RAVASI

“Dio ha abbandonato la gloria ed è venuto a me. / Ha vissuto con gli esseri insignificanti come me. / Per me, e in vece mia, si è rassegnato / a prendere su di sé vergogna e umiliazioni. / Essere oggetto di attenzioni simili! / Chi sono io? / Per me il Re è morto versando il suo sangue. / Chi sono io? / Egli ha pregato per me”. No, non è un autore spirituale all’origine di queste righe dedicate al tema teologico dell’Incarnazione. Sorprenderà un po’ tutti, ma questi sono i versi della canzone Chi sono io? di un mito (non solo americano) del rock’n roll, Elvis Presley, morto come è noto da più di trent’anni, eppure sempre celebrato, amato e fin idolatrato. Non si deve, infatti, dimenticare che il suo tessuto testuale-musicale non intrecciava solo trasgressione e convenzione, esasperazione e stereotipi, protesta e perbenismo, ma anche contaminava il country bianco col rythm and blues nero, i cui temi e motivi avevano spesso echi spirituali. Dopo tutto, recentemente un saggio di Andrea Morandi dedicato agli U2 (In the name of love, Milano, Arcana, 2009, pagine 652, euro 22,00) ha dimostrato l’ibridazione di molti testi biblici (soprattutto salmici) nei testi di questo gruppo irlandese. Scriveva, a proposito, questo critico musicale:  “Per Bono (il loro famoso leader) Davide è la prima popstar e i Salmi i primi blues. Lo stesso Bono sembra quasi identificarsi con lui. Davide ha un rapporto difficile con Dio, i suoi sono canti di lode e di lamento, così come molti salmi rock degli U2”.
Ma ritorniamo al testo dell’ancor più celebre autore di Heartbreak Hotel, cioè a Presley. Il Cristo che egli canta è delineato quasi sulla base del mirabile inno paolino della Lettera ai Filippesi, un brano che oscilla tra Incarnazione e Glorificazione pasquale. Citiamo solo quanto riguarda la cosiddetta kènosis, quello “svuotamento” che ha il suo abisso non solo nella nascita secondo la carne, ma soprattutto nella morte del Figlio di Dio:  “Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (2, 6-8).
Presley dice un po’ le stesse cose in modo più popolare e immediato e rivela un’eco di quella fede in cui era stato allevato. Nascendo in mezzo a noi, in una provincia sperduta dell’impero romano, Cristo abbandona la sua gloria per entrare nel nostro orizzonte segnato dall’infelicità, assumendo su di sé la nostra vergogna. Si fa compagno delle nostre lacrime ed è pronto a sacrificarsi per noi. È curioso notare che la scrittrice contemporanea giapponese, Ayako Sono, ha introdotto la canzone di Presley nel suo romanzo Le mani sporche di Dio, nel quale si descrive un quadro che raffigura Gesù col volto divino aureolato di luce, ma con le mani rozze e screpolate di un contadino che lavora la terra. Con questa evocazione del popolare e mitizzato cantante americano, abbiamo voluto aprire un nostro libero e semplificato viaggio, in pochissime tappe, all’interno di un ideale Natale “orante”. Cercheremo, cioè, non di ricorrere a testi sacri connessi col mistero centrale dell’Incarnazione (tra l’altro, i citati U2 hanno rimandato nel loro brano Magnificent al cantico di Maria, il Magnificat) e neppure alle infinite riletture letterarie del Natale, spesso raccolte nelle varie antologie “Natale dei poeti”, “Natale d’autore” e così via.
Vorremmo, invece, offrire una piccola e un po’ casuale selezione di invocazioni non sentimentali o retoriche – questo è, infatti, sovente il rischio del genere natalizio (lo diceva persino Moravia comparando il Natale attuale a un’anfora antica fatta emergere dal mare e piena di incrostazioni, quelle appunto del consumismo e dell’enfasi devozionale) – invocazioni rivolte al “Cristo, pensoso palpito, / astro incarnato nelle umane tenebre”, come scriveva Ungaretti nella sua famosa, dolcissima lirica orante presente nella raccolta Il dolore. Partiamo, allora, dal Seicento inglese con uno dei massimi poeti di quell’epoca, l’autore del Paradiso perduto, John Milton. È dalla sua Ode alla natività del Signore che traiamo una strofa. I lettori sentiranno in questa poesia spirituale l’eco di un salmo che la liturgia cristiana usa proprio in chiave natalizia. Lasciamoci condurre dai versi del poeta inglese:  “Sì, allora fedeltà e Giustizia / ritorneranno verso gli uomini, / avvolte in un arcobaleno. / Gloriosamente vestita, la Bontà si siederà nel mezzo, / poggiando sul trono di un lampo celeste / e raccogliendo ai suoi piedi scintillanti / un tessuto di nubi. / E il cielo, come per una festa, o Signore, / spalancherà completamente le porte / del tuo grande palazzo”. Il fedele sente la necessità che nel suo Natale Gesù ritorni con il corteo di virtù dipinto dal poeta. C’è, infatti, bisogno della Fedeltà e della Giustizia come abitanti del nostro pianeta, ove le ingiustizie e i tradimenti trionfano. È necessario che la Bontà prenda residenza nelle nostre città crudeli e indifferenti al gemito dei poveri. Dicevamo sopra che Milton allude a un salmo. È l’85 che canta così:  “Fedeltà e Verità allora si abbracceranno, / Giustizia e Pace si baceranno. / Dalla terra germoglierà la Verità, / dal cielo si affaccerà la Giustizia”.
La tradizione ha collocato la nascita di Gesù nella notte sulla base di una libera lettura di un passo del libro della Sapienza:  “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, si slanciò in mezzo alla terra” (18, 14-15). Solo che il passo continuava descrivendo quella parola come “un guerriero implacabile che reggeva, simile a spada affilata, il tuo ordine inesorabile:  fermatasi, riempì tutto di morte” (18, 15-16). Si trattava, infatti, dell’angelo sterminatore dei primogeniti egizi nella notte pasquale. Il contrasto “tenebra-luce” è comunque rimasto per definire il Natale ed è valido più che per ragioni cronologiche (i Vangeli non dicono nulla riguardo a una nascita notturna di Gesù) per motivi spirituali, come ci ricorda Giovanni nel prologo al suo Vangelo:  “La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno sopraffatta” (si può tradurre anche:  “ma le tenebre non l’hanno compresa”). Sul tema ritorniamo con una breve meditazione orante di un importante filosofo irlandese del IX secolo, Giovanni Scoto Eriugena. La desumiamo dalle sue riflessioni sulle gerarchie celesti, che prendevano spunto da un anonimo teologo cristiano del V-VI secolo noto con lo pseudonimo di Dionigi Areopagita:  “La luce divina appare nella notte divina, notte che sboccia quando tramontano le luci del mondo. Nella luce divina il chiarore della terra si fa tenebra, il grande si fa piccolo, l’umano diventa Dio, l’ignoto è svelato. La luce divina è amore della sapienza celeste; fissando in essa lo sguardo, Dio si rivela”. Il suggerimento implicito è quello che la tradizione cristiana spesso idealmente ripete per rendere più autentica la liturgia:  spegniamo le luci materiali, ignoriamo i festoni delle luminarie, cerchiamo invece quella luce che s’accende nella contemplazione di Cristo, luce del mondo, per essere rischiarati nel cammino della vita. Alle soglie del Natale si accendono, infatti, le luminarie della pubblicità commerciale, si riscaldano i buoni sentimenti, si mobilita la retorica di una vaga spiritualità che si alimenta di pastorali, di presepi, di abeti e di neve. Eppure è possibile celebrare il Natale del Signore con tenerezza, pur nella sobrietà e nel rigore che il mistero cristiano dell’Incarnazione esige. Ci aiuta una preghiera-poesia entrata nell’innologia popolare tedesca. Il titolo è generico, Da cantare ogni giorno, l’autore è un poeta molto noto in Germania anche per certe canzoni folcloristiche come Il vino del Reno, quel Matthias Claudius (1740-1815), che si firmava con lo pseudonimo di Asmus. Tra l’altro, una delle sue liriche più famose, La morte e la fanciulla, fu messa in musica da Franz Schubert.
“Io ti ringrazio e mi rallegro, Signore, / come un fanciullo, del dono del Natale, / poiché io esisto, io esisto! / E poiché ho te, bel volto umano, / e il sole, il monte e il mare, / le fronde e l’erba posso vedere, / e di sera camminare / sotto l’esercito delle stelle e la cara luna; / e poiché mi sento felice / come quando, fanciulli, venivamo / e vedevamo ciò che il santo / Cristo ci aveva donato. Amen”. Senza alte pretese letterarie, questo breve inno ci ricorda il dono della vita che nel Natale è emblematicamente rappresentato, ma anche la bellezza di esistere in questo mondo ricco di meraviglie. A Dio chiede di conservarci quel cuore di fanciullo che sa ancora stupirsi, come quando sgranavamo gli occhi di fronte ai doni natalizi. Senza enfasi o svenevolezze, è forse necessario ritrovare la purezza e la semplicità dei sentimenti. C’è, infatti, anche una “preghiera del cuore” nella tradizione spirituale. Essa non è melassa sentimentale, ma sincerità e limpidità dell’anima che si apre a Dio. Come diceva un santo monaco del Sinai, il mistico Gregorio, nato attorno al 1255 e morto nel 1347, “solo la preghiera che sgorga dal profondo del cuore è fonte di ogni bene e irriga l’anima come un giardino”. E nella Regola dei certosini, i monaci dall’osservanza più severa e rigorosa, si legge l’appello ad “abituarsi all’ascolto tranquillo del cuore, che permette a Dio di penetrarvi attraverso tutte le vie e tutti i percorsi”.
Il famoso drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, nonostante il professato ateismo, in una sua poesia immaginava una famiglia di povera gente che in una stamberga attende il Natale. Ebbene, essi aspettano veramente Cristo perché, faceva dire loro Brecht, “tu ci sei veramente necessario”. Al di là dei luoghi comuni, il Natale dovrebbe essere soprattutto la celebrazione della fraternità operosa tra gli uomini. Il Cristo che entra nella storia non è quello glorioso delle icone e delle absidi, ma il figlio di una famiglia misera, persino perseguitata e profuga, simile a quella di tanti clandestini o migranti dei nostri giorni. Pietro di Celle, nato attorno al 1147, divenuto monaco benedettino e vescovo, e morto a Chartres nel 1183, ci offre in un suo sermone una semplice e intensa invocazione a Gesù, che viene a noi non nella pompa trionfale, ma nella semplicità che non umilia e non allontana nessuno, anzi tutti attrae a sé:  “Vieni Gesù, nell’umiltà delle fasce e non nella grandezza, nella mangiatoia e non sulle nubi del cielo, fra le braccia di tua madre e non sul trono della maestà, sull’asina e non sui cherubini. Vieni verso di noi e non contro di noi, per salvare e non per giudicare, per visitare nella pace e non per condannare nell’ira. Se vieni così, Gesù, invece di sfuggirti, noi fuggiremo verso di te”.
È un Dio bambino che non respinge, quello del Natale. È un Dio che si pone al livello ultimo degli uomini per poter accogliere tutti. È un Dio che entra nella nostra carne così fragile, simile all'”erba che germoglia al mattino:  all’alba fiorisce, germoglia e a sera è falciata e dissecca” (Salmi, 90, 5-6). Per questo il Natale deve spogliarsi dell’enfasi, dell’eccezionalità, per essere la celebrazione della quotidianità e della semplicità. Il vescovo e scrittore francese François de Fénelon (1651-1715) in una sua meditazione natalizia affermava:  “Ho bisogno della semplicità dei bambini. Mentre il Verbo incarnato, la Parola onnipotente del Padre tace, vagisce, piange e geme, posso io continuare a compiacermi dell’elucubrazione del mio spirito e a soffrire se questo mondo non ha un’idea abbastanza alta delle mie capacità? Ho scelto di essere nel silenzio e nell’oscurità per unirmi all’impotenza e ai vagiti del bambino Gesù”.
A conclusione di questa piccola e libera antologia di testi oranti natalizi, vorrei porre le parole di uno scrittore più vicino ai nostri giorni che conobbi in vita e del quale celebrai l’addio funebre a Milano nel 2007, pochi giorni prima che io abbandonassi quella città per Roma. Si tratta di Raffaele Crovi, nato nell’hinterland milanese nel 1934 e radicato nella metropoli lombarda ove fu anche una presenza attiva in ambito editoriale. Una sua raccolta poetica è intitolata appunto L’utopia del Natale (1982) e da essa estraiamo questi versi che hanno il sapore antico di una litania, le cui invocazioni sono però moderne e vicine a noi:  “A Natale, cometa dei desideri, / a Natale, culla di sogni e di pensieri, / a Natale, di poesia capoverso, / tu nasci e rinasci, Cristo, diverso. / Tu sei la povertà e la carità, / tu sei la legge e la violazione, / tu sei la forza e l’umiltà, / sei la realtà e l’immaginazione. / Nel mondo destinato a finire / tu solo hai saputo unire / il rinascere e il morire”.
Come si è detto, sappiamo bene quanto sia facile “incartare” il Natale in una confezione-regalo, con un po’ di lustrini, stelline e bacche. Certo, questa data è anche una “culla di sogni” e di desideri, di fantasia e di tenerezza. Ma il cuore deve battere altrove. Ci conduce ove c’è povertà, ci ricorda la carità, ci richiama alla libertà, ci obbliga all’impegno, ci chiede umiltà, esige coraggio, ci invita al cielo, ma ci costringe alla terra, ci offre speranza, ma ci impone la fedeltà. In questa serie di poli ultimi corre il filo luminoso del Natale. Esso, però, è sospeso soprattutto tra due altri estremi, Betlemme e il Calvario, tra il nascere e il morire di Cristo che viene in mezzo a noi diventando uno di noi. Ma il suo nascere è per noi un rinascere e il suo morire un risorgere. Per questo le Chiese d’Oriente considerano il Natale una festa pasquale. Non è solo la dolce memoria della nascita di un Bambino, è la celebrazione della rinascita dell’umanità che “geme interiormente aspettando l’adozione a figli e la redenzione del nostro corpo” (Romani, 8, 23).
Fermiamoci, allora, qui in questo nostro itinerario nel vasto orizzonte delle invocazioni rivolte al Bambino di Betlemme. Chi desidera, invece, uscire dal genere da noi adottato ed entrare nella sterminata letteratura “natalizia” dovrà solo confrontarsi con l’imbarazzo della scelta. Ci permettiamo, però, un consiglio tra i mille possibili, quello di riprendere tra le mani due deliziosi e intensi racconti. Il primo è il bellissimo e popolare  Christmas Carol (“Canto di Natale) pubblicato da Charles Dickens nel 1843, e recentemente riproposto in versione cinematografica dalla Disney con la regia di Robert Zemeckis, con l’emozionante conversione “natalizia” del vecchio avaro Scrooge; l’altro è il meno noto ma altrettanto intenso Il dono dei Magi dell’americano O. Henry, pseudonimo di William S. Porter (1862-1910), breve storia di una coppia povera che si scambia un dono “sorprendentemente” inutile, ma straordinariamente emblematico del loro vero amore. Sì, perché il Natale non è una metafora spirituale, ma un segno efficace di grazia e di amore. Il filosofo Ludwig Wittgenstein nei suoi quaderni annotava:  “Il cristianesimo non è una dottrina, non è una teoria di ciò che è stato e di ciò che sarà nell’anima umana, ma è la descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo”. Un evento che sommuove e feconda il terreno arido della storia.

(L’Osservatore Romano – 25 dicembre 2009)

martedì 22 dicembre 2015

Geboorte van Christus

PAPA FRANCESCO - NATIVITÀ DEL SIGNORE 2014 . OMELIA DELLA NOTTE


SANTA MESSA DELLA NOTTE

SOLENNITÀ DELLA NATIVITÀ DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana

Mercoledì, 24 dicembre 2014

«Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1). «Un angelo del Signore si presentò [ai pastori] e la gloria del Signore li avvolse di luce» (Lc 2,9). Così la liturgia di questa santa notte di Natale ci presenta la nascita del Salvatore: come luce che penetra e dissolve la più densa oscurità. La presenza del Signore in mezzo al suo popolo cancella il peso della sconfitta e la tristezza della schiavitù, e instaura la gioia e la letizia.
Anche noi, in questa notte benedetta, siamo venuti alla casa di Dio attraversando le tenebre che avvolgono la terra, ma guidati dalla fiamma della fede che illumina i nostri passi e  animati dalla speranza di trovare la “grande luce”. Aprendo il nostro cuore, abbiamo anche noi la possibilità di contemplare il miracolo di quel bambino-sole che rischiara l’orizzonte sorgendo dall’alto.
L’origine delle tenebre che avvolgono il mondo si perde nella notte dei tempi. Ripensiamo all’oscuro momento in cui fu commesso il primo crimine dell’umanità, quando la mano di Caino, accecato dall’invidia, colpì a morte il fratello Abele (cfr Gen 4,8). Così, il corso dei secoli è stato segnato da violenze, guerre, odio, sopraffazione. Ma Dio, che aveva riposto le proprie attese nell’uomo fatto a sua immagine e somiglianza, aspettava. Dio aspettava. Egli ha atteso talmente a lungo che forse ad un certo punto avrebbe dovuto rinunciare. Invece non poteva rinunciare, non poteva rinnegare sé stesso (cfr 2 Tm 2,13). Perciò ha continuato ad aspettare con pazienza di fronte alla corruzione di uomini e popoli. La pazienza di Dio. Quanto è difficile capire questo: la pazienza di Dio verso di noi!
Lungo il cammino della storia, la luce che squarcia il buio ci rivela che Dio è Padre e che la sua paziente fedeltà è più forte delle tenebre e della corruzione. In questo consiste l’annuncio della notte di Natale. Dio non conosce lo scatto d’ira e l’impazienza; è sempre lì, come il padre della parabola del figlio prodigo, in attesa di intravedere da lontano il ritorno del figlio perduto; e tutti i giorni, con pazienza. La pazienza di Dio.
La profezia di Isaia annuncia il sorgere di una immensa luce che squarcia il buio. Essa nasce a Betlemme e viene accolta dalle mani amorevoli di Maria, dall’affetto di Giuseppe, dallo stupore dei pastori. Quando gli angeli annunciarono ai pastori la nascita del Redentore, lo fecero con queste parole: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,12). Il “segno” è proprio l’umiltà di Dio, l’umiltà di Dio portata all’estremo; è l’amore con cui, quella notte, Egli ha assunto la nostra fragilità, la nostra sofferenza, le nostre angosce, i nostri desideri e i nostri limiti. Il messaggio che tutti aspettavano, quello che tutti cercavano nel profondo della propria anima, non era altro che la tenerezza di Dio: Dio che ci guarda con occhi colmi di affetto, che accetta la nostra miseria, Dio innamorato della nostra piccolezza.
In questa santa notte, mentre contempliamo il Bambino Gesù appena nato e deposto in una mangiatoia, siamo invitati a riflettere. Come accogliamo la tenerezza di Dio? Mi lascio raggiungere da Lui, mi lascio abbracciare, oppure gli impedisco di avvicinarsi? “Ma io cerco il Signore” – potremmo ribattere. Tuttavia, la cosa più importante non è cercarlo, bensì lasciare che sia Lui a cercarmi, a trovarmi e ad accarezzarmi con amorevolezza. Questa è la domanda che il Bambino ci pone con la sua sola presenza: permetto a Dio di volermi bene?
E ancora: abbiamo il coraggio di accogliere con tenerezza le situazioni difficili e i problemi di chi ci sta accanto, oppure preferiamo le soluzioni impersonali, magari efficienti ma prive del calore del Vangelo? Quanto bisogno di tenerezza ha oggi il mondo! Pazienza di Dio, vicinanza di Dio, tenerezza di Dio.
La risposta del cristiano non può essere diversa da quella che Dio dà alla nostra piccolezza. La vita va affrontata con bontà, con mansuetudine. Quando ci rendiamo conto che Dio è innamorato della nostra piccolezza, che Egli stesso si fa piccolo per incontrarci meglio, non possiamo non aprirgli il nostro cuore, e supplicarlo: “Signore, aiutami ad essere come te, donami la grazia della tenerezza nelle circostanze più dure della vita, donami la grazia della prossimità di fronte ad ogni necessità, della mitezza in qualsiasi conflitto”.
Cari fratelli e sorelle, in questa notte santa contempliamo il presepe: lì «il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (Is 9,1). La vide la gente semplice, la gente disposta ad accogliere il dono di Dio. Al contrario, non la videro gli arroganti, i superbi, coloro che stabiliscono le leggi secondo i propri criteri personali, quelli che assumono atteggiamenti di chiusura. Guardiamo il presepe e preghiamo, chiedendo alla Vergine Madre: “O Maria, mostraci Gesù!”.
 

NATALE DEL SIGNORE 2015 - MESSA DELLA NOTTE


NATALE DEL SIGNORE 2015 - MESSA DELLA NOTTE

padre Gian Franco Scarpitta

L'universalità della notte

Luca si premura di collocare l'episodio in una precisa cornice storica, che è quella fra il 30 a.C e il 14 d.C, quando era imperatore Ottaviano, che tutti nell'Impero esaltavano come il Divino, l'Augusto. In quel periodo (forse fra il 6 e il 12 d. C) era governatore della Siria Quirinio a cui era venivano affidati alcuni censimenti del popolo e questo di cui si parla era "ultimo censimento", che invitava tutti i cittadini a farsi censire e con molta probabilità anche fra coloro che erano proprietari terrieri. Maria e Giuseppe si recano a Betlemme per questo motivo: Giuseppe doveva farsi censire assieme a Maria perché, entrambi cittadini esemplari e integerrimi nel dovere, dovevano probabilmente dichiarare alcune loro proprietà in quei luoghi, oltre che registrare se stessi. E avviene quello che la storia umana ricorda per sommi capi, ma anche ciò che la fede ci invita a celebrare e a rivivere tutti gli anni. E' la fede infatti a farci da maestra in questa vicenda e non tanto le coordinate spazio temporali. Essa ci dice che Maria in questa circostanza difficile partorisce il figlio tanto atteso che ben sapeva essere il frutto dello Spirito Santo, il dono più grande che Dio potesse fare agli uomini. Per dare ragione della nostra fede, Luca, superata la prima parentesi della descrizione storica e immediata, chiama in causa episodi e personaggi molto eloquenti per importanza: Giuseppe, definito Galieleo e Nazaretano; Maria, che affronta un parto difficile per la refrattarietà dell'albergo (caravanserraglio) che si rifiuta di ospitare la coppia di coniugi nonostante l'evidenza di una donna in difficili condizioni e poi i pastori e gli angeli. I pastori sono i primi destinatari dell'annuncio celeste, proprio loro che, per la loro condizione di persone rozze e illetterate, non sono in grado di comprendere la Legge di Mosè e per ciò stesso sono reietti e abominevoli. Qualche studioso fa la seguente riflessione: anche Davide, il pastorello giovane che Dio aveva scelto per essere consacrato re, venne individuato e scelto quando pascolava il gregge del padre (1Sam 16); ora Gesù è in mezzo ai pastori come il Pastore universale della stirpe di Davide, come del resto lui stesso si designerà al popolo. Adesso il Bambino esercita un ruolo di Pastore che raduna tutti i popoli e le nazioni, a partire da coloro che sono normalmente abbandonai a se stessi a causa dei pregiudizi di quanti li considerano peccatori. Proprio i peccatori e i lontani sono i primi destinatari dell'amicizia del Figlio di Dio incarnato e con essi tutti quanti i popoli, Ebrei, pagani, non credenti che vengono simboleggiati dalla presenza del bue e dell'asinello (Ratzinger). L'effetto della Nascita ha valenza universale e cosmica: tutti quanti si ritrovano nella greppia di Betlemme e anche noi vi ci avvicendiamo. Dovremmo tuttavia arrivare al Bambino non con la consueta indifferenza o superficialità che normalmente ci caratterizza, ma con i sentimenti stessi dei pastori di Betlemme che sonnecchiavano all'addiaccio e che vengono avvinti dal fascino dell'annuncio angelico. Anche noi dovremmo infatti considerarci peccatori, insufficienti e precari, bisognosi di essere raggiunti dalla Luce e avvolti dal Mistero del Dio che, pur restando Dio, si fa Bambino per tutti. La notte di Natale, che ci raccoglie tutti quanti in chiesa in massa come mai negli altri periodi dell'anno, deve inculcare anche in noi il desiderio di quella notte lontana dei giorni del censimento di Augusto, perché anche noi possiamo comprendere di essere in realtà peccatori e bisognosi di chi ci usi misericordia, per poter sperimentare la misericordia immediata nello stesso Pargoletto di Betlemme. Proprio come i pastori, così anche noi. Non nel senso che sarebbe bello ricevere un annuncio angelico, ma nel senso ancora più radicale e marcato che dovremmo meritarlo con un atto di obiettiva umiltà.
La notte è sempre stata il luogo della salvezza, il tempo in cui Dio agisce a favore del popolo, come ad esempio la notte in cui liberava gli Israeliti dalla schiavitù dell'Egitto o come quando risparmiò ad Abramo di sacrificare il proprio Figlio. In questa notte noi celebriamo come Dio si incarna e assume la carne di un Bambino e ancora più grandioso è che Dio, anche facendosi Bambino, resta pur sempre Dio, poiché la natura è sempre duplice: umana e divina. Non possiamo che restare ammirati dalla grandezza e dall'onnipotenza di Dio che non prescinde anzi suppone amore e misericordia.