martedì 8 dicembre 2015

MARIA CI FA DA MAESTRA PER DIVENIRE “TERRA FERTILE” PER LA PAROLA DI DIO - JOSEPH RATZINGER


MARIA CI FA DA MAESTRA PER DIVENIRE “TERRA FERTILE” PER LA PAROLA DI DIO - JOSEPH RATZINGER

“La parola uscita dalla mia bocca non ritornerà a me senza effetto” (55,11).
Quando il profeta Isaia faceva questa affermazione, essa non era affatto il rilievo di una cosa tanto ovvia, ma piuttosto una contraddizione a quel che ci si poteva aspettare. Perché questo brano appartiene certamente alla narrazione della passione di Israele, ove si legge che i richiami di Dio al suo popolo subiscono continue sconfitte e che la sua parola resta invariabilmente senza frutto, mentre Dio appare sì assiso sul palco della storia, ma non come vincitore. Perché tutto era avvenuto in segni: il passaggio del Mar Rosso, lo spuntare dell’epoca dei re, il ritorno in patria di Israele dall’esilio, tutto questo ora svanisce. La semina di Dio nel mondo non sembra dare risultati. Perciò l’oracolo, sebbene avvolto di oscurità, è un incoraggiamento per tutti coloro che nonostante tutto continuano a credere nella potenza di Dio, convinti che il mondo non è soltanto roccia in cui il seme non può trovare spazio e certi che la terra non sarà solo e sempre una crosta superficiale, da cui i passeri giorno per giorno beccan via subito quel seme che vi è caduto sopra (cf Mc 4,1-9).
Per noi cristiani, questa affermazione del profeta Isaia suona come promessa di Gesù Cristo, grazie al quale la parola di Dio è ora veramente penetrata nella terra ed è divenuta pane per tutti noi: seme che porta frutto per i secoli, risposta feconda, in cui il discorso di Dio si è radicato in questo mondo in modo vitale. È difficile rinvenire altrove il mistero di Cristo collegato a quello di Maria in una forma così chiara e stretta come nella prospettiva di questa promessa: perché quando si afferma che la parola, o meglio, il seme porta frutto, si vuol dire che esso non cade sulla terra per rimbalzarvi come una palla, ma che penetra invece profondamente nel suolo per assorbirne la linfa e trasformarla in se stesso. Presa così la terra in sé, produce realmente qualcosa di nuovo, transustanziando la stessa terra in frutto. Il chicco non resta solo: ad esso appartiene il mistero materno della terra – a Cristo appartiene Maria, suolo santo della Chiesa, come appropriatamente la chiamano i Padri. Il mistero di Maria significa appunto questo, che la parola di Dio non rimase sola, assunse anzi in sé l’altro, la terra; nella “terra” della Madre la parola divenne uomo e ora di nuovo, impastata con la terra dell’intera umanità, può far ritorno a Dio.
Il vangelo ci spiega come sia possibile agli uomini diventare un campo fertile per la parola di Dio. Essi lo possono divenire, preparando quegli elementi, nei quali una vita può crescere e maturare. Raggiungono lo scopo, vivendo essi stessi di tali elementi; trasformandosi cioè essi stessi, impregnati della parola, in parola; inabissando la vita nella preghiera e quindi in Dio.

Terra buona
Luca ci introduce al mistero mariano a più riprese dice di Maria che “custodiva” la parola nel suo cuore (2,19; 2,51; cf 1,29). Maria ha radunato in sé le correnti d’Israele; in sé ha portato, pregando, la sofferenza e la grandezza di tale storia per convertirla in fertile terreno per il Dio vivente.
Pregare, come ci dice il Vangelo, significa indubbiamente molto di più che parlare senza riflessione, che emettere parole.
Essere terreno per la parola vuol dire essere una terra che si lascia assorbire del seme, che al seme si assimila, rinunciando a se stessa, per farlo germogliare.
Con la sua maternità Maria ha trasfuso in esso la sostanza di sé, corpo e anima, affinché una nuova vita potesse venir fuori. Il detto sulla spada che le trafiggerà l’anima (Lc 2,35) ha un significato molto più grande e profondo: Maria si mette a completa disposizione come suolo, si lascia usare e consumare per venir trasformata in Colui che ha bisogno di noi per diventare frutto della terra.

Desiderio di Dio
Nella colletta del primo martedì di Quaresima, noi veniamo sollecitati a farci desiderio struggente di Dio. I Padri della Chiesa sostengono che pregare non è altro che cambiarsi in desiderio struggente del Signore.
In Maria quest’orazione viene esaudita: ella è, vorrei dire, una coppa del desiderio in cui la vita diviene preghiera e la preghiera vita. San Giovanni ha meravigliosamente alluso a tale processo di trasformazione, non chiamando mai Maria per nome nel suo Vangelo. Si riferisce a lei soltanto come alla madre di Gesù. Ella ha in un certo senso messo da parte quanto in lei vi era di personale per essere unicamente a disposizione del Figlio; ed è proprio in questo che Maria ha realizzato la sua personalità.
Penso che simile connessione tra il mistero di Cristo e quello di Maria, sia di grande importanza nella nostra epoca di attivismo di cui la mentalità occidentale ha toccato le punte massime. Perché nel nostro modo di pensare vale ancora solo il principio del maschio: fare, produrre, pianificare il mondo e, semmai, rifabbricarselo da sé, senza dover niente a nessuno, facendo invece affidamento solo sulle proprie risorse. Non a caso, perciò, con questa mentalità abbiamo sempre di più separato Cristo dalla Madre, senza renderci conto che Maria, in quanto sua madre, potrebbe significare qualcosa di indispensabile per la teologia e per la fede. Tutto questo modo di riferirsi alla Chiesa parte perciò da un modo errato di pensare. La consideriamo spesso anche noi quasi come un prodotto tecnico che intendiamo programmare con perspicacia e realizzare con un dispendio enorme di energie. Ci meravigliamo se poi succede quanto annota San L. M. Grignon di Montfort in calce ad un detto del profeta Aggeo (1,6): “«Voi fate molto, ma non ne vien fuori niente!». Se il fare prende il sopravvento, divenendo autonomo, quelle cose che non sono da farsi, ma che sono vive e vogliono maturare, non potranno più esistere”.

Chiesa, mistero di Maria
È necessario che usciamo da questa unilateralità di prospettive propria dell’attivismo occidentale per non degradare la Chiesa a un prodotto del nostro fare e pianificare. La Chiesa non è un manufatto finito, ma seme vivente di Dio che vuole svilupparsi e arrivare a maturazione. Per questo essa ha bisogno del mistero mariano, anzi è essa stesa mistero di Maria. Può esserci in essa fecondità solo se si sottomette a questo segno, solo cioè se diventa terra santa per la parola. Dobbiamo accettare il simbolo del suolo fertile, dobbiamo nuovamente divenire uomini che aspettano, raccolti nel proprio intimo, persone che nella profondità della preghiera, dell’anelito e della fede danno spazio alla crescita.
                                                                             

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