venerdì 29 gennaio 2016

Paul vs. His Modern Inerrantist Interpreters

L'INNO ALLA CARITÀ - RE, DON PIERO


L'INNO ALLA CARITÀ - RE, DON PIERO

Autore: Re, Don Piero  Curatore: Riva, Sr. Maria Gloria

Fonte: CulturaCattolica.it

La carità, la più grande, è la virtù con la quale lo Spirito rinnova la facoltà di amare, rinvigorendola e assimilandola sempre più alla dinamica dello stesso amore che Cristo ha per il Padre e per il prossimo. Non è riducibile alle opere di elemosina o ai buoni sentimenti del filantropo, tanto meno l’amore cristiano è assimilabile all’erotismo. 
Proviene, tramite lo Spirito di Cristo, dalla «grazia, misericordia e pace» (1Tim 1, 2) di Dio Padre: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rom 5, 5). Il segno più chiaro e strumento più efficace di tale carità (agàpe) è la Croce: «Non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi» (Rom 8, 32). Anche per Paolo, dunque, vale già l’espressione agostiniana: “Se vedi la carità, vedi la Trinità” (De Trinitate, VIII, 8, 12), citata da papa Benedetto XVI nella Deus caritas est (n. 19): lo Spirito ci rende personalmente partecipi dei rapporti che intercorrono tra il Padre e il Figlio. E chi è “fervente nello Spirito” non renderà “a nessuno male per male” (Rom 12, 11. 17).
Lo Spirito di Dio-Amore dimora in noi fin dal battesimo (cf 1Cor 2, 16; cf Rom 5,5; Gal 5, 21) e ricevendo l’Eucaristia diventiamo sempre più un solo pane, un solo corpo (cf 1Cor 10,17; 12, 27); si riceverebbe la propria condanna, se si partecipasse alla Cena del Signore con in cuore la divisione tra fratelli e con l’indifferenza per i loro bisogni (cf 1Cor 11, 17-34).
Il primo frutto dello Spirito è l’amore (cf Gal 5, 22) ed è generatore di comunione all’interno della comunità cristiana (cf 2Cor 13, 13). L’unico Spirito dona a ciascuno i carismi e ministeri diversi, ma sempre per la utilità comune delle membra di uno stesso corpo, quello di Cristo (cf 1Cor 12, 1-31).
Proprio trattando dei doni distribuiti liberamente dallo Spirito, Paolo scioglie il celeberrimo inno alla carità (1Cor 13, 1-13), la «via migliore di tutte» (1Cor 12,31), delle tre la «virtù più grande» (1 Cor 13,13), il «vincolo della perfezione» (Col 3, 14).
Con la forza dolce della sua prosa ritmata, l’apostolo mette in luce in primo luogo il primato detenuto dalla carità sulle virtù umane e religiose (vv 1-3): cultura e doti mistiche; gli stessi tre doni come la profezia, la scienza («gnosis»), la fede che trasporta anche le montagne; perfino lo spogliarsi dei propri beni e l’eroismo di chi sacrifica la vita del corpo; tutto ciò, senza la carità, è decisamente vuoto del nulla, rimbombo di un gong, zero assoluto, vano spettacolo.
In secondo luogo (vv 4-7), l’inno descrive, elenca le opere che della carità sono frutto e segno, il corteo delle buone qualità che accompagnano l’amore autentico: apertura di cuore, bontà, umiltà, disinteresse, rispetto, perdono, pazienza; capacità di valorizzare l’altro e di infondere fiducia, di sopportazione dell’altro. 
Da ultimo (vv 8-12), Paolo assicura che «la carità non avrà mai fine» (v. 8), mentre le altre virtù svaniranno con la raggiunta conoscenza perfetta, «faccia a faccia», di Dio.
Parlando della carità, (come in tutta la Scrittura, eccetto due volte nel Vecchio Testamento), Paolo usa il termine “agàpe“ e non quello di “eros“. Soprattutto a partire dalla cultura illuminista, si suole contrapporre il primo al secondo: “Agàpe” indicherebbe l’amore gratuito e offerto dall’alto, con il quale Dio ama l’uomo, la dedizione all’altro totalmente disinteressata e sofferta; “Eros” indicherebbe il desiderio/passione bramosi e possessivi, tesi alla propria esclusiva soddisfazione. Anche i medievali avevano distinto (e rischiato di contrapporre) l’amore di benevolenza e di dilezione dall’amore di concupiscenza. Paolo stesso confessa di avvertire drammaticamente il contrasto interiore tra la libertà non ancora liberata e la libertà liberata dalla grazia (cf Rom 7, 24s).
Invece, nell’enciclica Deus caritas est (nn. 3-12), Benedetto XVI fa scoprire nell’amore biblicamente ben inteso, differenza e unità tra “eros” e “agàpe”, la giusta unità nell’unica realtà dell’amore. “Eros” e “agàpe”, l’amore ascendente e quello discendente, non sono mai completamente scindibili: nel vero amore umano, come in quello divino.
Nella natura creata dell’uomo, spirito e materia si compenetrano sempre e profondamente (cf Gen 2, 23s). L’eros umano, all’inizio prevalentemente possessivo, se accoglie l’agàpe di Dio, è aiutato a purificarsi, passando anche da rinunce; e non perché da queste sia avvelenato e soffocato, ma per elevarsi, divenendo sempre più cura dell’altro, vita vissuta per l’altro. Fino all’estasi mistica nell’incontro con Dio, soltanto nel quale il cuore umano può trovare pace piena e definitiva: “Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito” (1Cor 6, 17).
Ed anche l’amore con cui Dio ci ama (sempre “agàpe”) non è mai del tutto esente da “eros”. Il Dio biblico ha vera compassione del suo popolo e di ogni uomo (cf Os 11, 8s; Cantico dei Cantici, ecc). Soprattutto sulla croce del Figlio, l’Amore incarnato di Dio.
La carità del cristiano è dunque la forma e costituisce il valore di ogni virtù, la buona sostanza dell’essere comunionale, senza della quale ogni bene cessa di essere tale (cf 1Cor 13, 1-3).
E tutti i membri della Chiesa - il corpo di Cristo «ben scompaginato e connesso», «secondo l’energia propria di ogni membro» - «vivendo secondo la verità nella carità» «riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità» (cf Ef 4, 15s). 
Da qui le sue insistenti esortazioni intonate a questa essenziale virtù: «Ricercate la carità» (1Cor 14, 1), «vivete in pace tra voi…non spegnete lo Spirito» (1Tes 5, 12-19), «amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno» (Rom 12, 10), «salutate i fratelli con il bacio santo» (2Tess 3, 27); «Se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri, perdonatevi scambievolmente. Come il Signore ci ha perdonato, così fate anche voi» (Col 3, 13). 
Da quanto Paolo insegna sulla centralità di Cristo e del suo rapporto con il cristiano, consegue che nella vita quotidiana sono due gli atteggiamenti, tra loro inscindibili, che non ci devono abbandonare. Da una parte occorre coltivare l’umiltà e la riconoscenza di aver tutto ricevuto dalla sua grazia, vigilare perché nessun altro “idolo” sostituisca Cristo cui tutto è dovuto, affinché dalla libertà acquisita non si ricada nell’umiliante schiavitù. D’altra parte, occorre alimentare la gioia e la fiducia di chi “è in lui”, radicalmente gli appartiene. Si tratta di seguire l’esortazione di Paolo: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1Cor 11,1) e rimanere sulla roccia più stabile e sicura che si possa immaginare: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rom 8, 31). Nessuno «potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rom 8, 39); «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4, 13).

OMELIA (31-01-2016) - L'INNO ALLA CARITÀ E ALLA MISERICORDIA


OMELIA (31-01-2016) - L'INNO ALLA CARITÀ E ALLA MISERICORDIA

padre Antonio Rungi

Questa quarta domenica del tempo ordinario ci offre testi della parola di Dio, molto impegnativi da un punto di vista morale, soprattutto la seconda lettura, tratta dalla prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi, nella quale è presentato il celebre inno alla carità, che ben a ragione, in un contesto giubilare come quello che stiamo vivendo, possiamo definire l'inno alla misericordia. Approfondendo il testo, si comprende perfettamente quanto siamo lontani da questo stile di vita che dovrebbe essere tipico di ogni buon cristiano e di ogni uomo di buona volontà. Invece, molto spesso ci troviamo a parlare e ad inneggiare all'amore e alla carità, ma poi, nella vita quotidiana, non la viviamo affatto, non sappiamo immergerci nell'esperienza vera della tolleranza, del perdono e della misericordia. L'Apostolo Paolo ci fa comprendere l'importanza di questo tema centrale per un autentico cammino di conversione che chiunque vuole farlo, non può prescindere dal porsi con senso di responsabilità davanti al grande mistero del dono e del perdono.
Possiamo avere di tutto e di più nella vita, ma se non abbiamo amore, se non viviamo la carità, siamo campane stonate, che danno semplicemente fastidio al solo primo rintocco del loro dire. Quante prediche, in tutti gli ambienti, in ordine alla carità e all'amore, e poi nessuno, o poche persone, sanno vivere l'amore nel vero senso della parola, secondo un modello che Paolo Apostolo ci propone in questa sinfonia del cuore, che batte per un solo scopo: dono e perdono. "La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta". Saper vivere in questa logica dell'amore e del perdono è sicuramente l'esperienza mistica più bella ed esaltante di ogni credente. Non un amore distorto e deviato, non un amore egoistico, fine a se stesso e interessato al proprio successo e alla propria carriera, ma un amore sincero, capace di entrare nelle maglie più intime e profonde della nostra personalità, spesso contorta e senza apertura alla relazione. Non bisogna aver paura di amare e di annunciare l'amore, di proclamarlo e gridarlo al mondo intero, di cantarlo con la stessa passione dello spirito con cui lo canta anche il profeta Geremia, nel brano della prima lettura della liturgia della parola di questa domenica di fine gennaio 2016. «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni. Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, àlzati e di' loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro. Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti». Annunciare l'amore come via di salvezza e liberazione dell'uomo, schiavo di tante cose che lo rendono pauroso e dubbioso su molte questione, anche apparentemente banali ed insignificanti. Si ha paura di amare, di essere amati e soprattutto si ha terrore di annunciare l'amore ogni giorno, con la gioia nel cuore di chi incontra il Signore e trova forza e coraggio per combattere e vincere la noia del quotidiano. Il coraggio vero ce l'ho dimostrato Gesù, che, durante la sua vita e nella sua attività pubblica, ha parlato dell'amore, ma ha vissuto nell'amore, perché è stato e continua ad essere dalla parte degli umili e degli ultimi. Non c'è vangelo dell'amore e della carità, se non passa attraverso la testimonianza di un profondo convincimento interiore che solo amando, si sogna e si spera, ma anche ci si impegna concretamente a dare un volto nuovo alla nostra storia. Gesù ci provò a farlo, partendo proprio dalla Sinagoga del suo Nazaret, ma ebbe forti resistenze, al punto tale che Egli stesso cita un antico proverbio (medico, cura te stesso) per dire che un profeta è rifiutato proprio tra i suoi e nella sua patria. Come è vera questa affermazione di principio, lo dimostra il fatto che i cristiani sono considerati, dal coloro che non credono, a partire dai familiari più stretti, alla capacità di ogni persona umana di riabilitarsi mediante il dono, il perdono e s l'amore. Di fronte alle parole di contestazione da parte di Gesù nei confronti dei falsi giusti di Israele, egli usa parole dure, che fanno scuola da sole: "All'udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino". Se una comunità non sa entrare in un vero dialogo d'amore, bisogna andare oltre, passare in altre zone, dove più sentita è l'accoglienza della parola di Dio. Se una persona non sa condividere vere esperienze di carità, fraternità, misericordia, si fa necessaria passare oltre, come fece Gesù con i suoi compaesani, per nulla aperti all'accoglienza.

Sia questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo a Dio in questo giorno di festa: "Dio grande e misericordioso, concedi a noi tuoi fedeli di adorarti con tutta l'anima e di amare i nostri fratelli nella carità del Cristo". Amen.

giovedì 28 gennaio 2016

Chagall, Le livre du Cantique des cantiques

IL SILENZIO ELOQUENTE DEL PADRE - ENZO BIANCHI


IL SILENZIO ELOQUENTE DEL PADRE - ENZO BIANCHI

Quando incolpiamo Dio di mutismo, quando attribuiamo a lui il vuoto del nostro cuore è perché in realtà siamo noi incapaci di ascoltarlo, perché cerchiamo da lui una parola che sia a nostra immagine e somiglianza.
Tra le numerose accezioni del silenzio ve n’è una che ai nostri giorni è chiamata in causa con eccessiva facilità: il silenzio di Dio. E non nel senso tragicamente interrogativo del suo apparente tacere di fronte all’abisso del male, bensì in quello più spicciolo, quotidiano, personale. Quante volte, infatti capita di ascoltare lamentele che paiono accuse scagliate verso il cielo: “Dio non mi parla, non mi dice nulla!”. Parole pronunciate sovente non da grandi figure spirituali, avanzate negli anni, la cui lunga esperienza di preghiera può aver conosciuto anche la “notte oscura” dell’assenza di Dio, bensì da giovani o da comuni credenti che paiono quasi giustificare così la loro mancanza di fede, il loro allontanarsi dai luoghi e dai tempi della preghiera, del dialogo con il Signore nella fedeltà dell’amore. Sì, è diventato quasi un vezzo chiedersi “dov’è Dio?” ogni volta che siamo scossi da qualche evento terribile e imputargli un silenzio colpevole nel dipanarsi della storia come nelle nostre vicende personali. Questo, tra l’altro, ci libera dai ben più inquietanti interrogativi: “Dov’è l’uomo, fratello del suo simile? Dove sono io? Che ne ho fatto della mia responsabilità e solidarietà?”.
 In realtà, il “silenzio di Dio” è un’espressione biblica che l’Antico Testamento in particolare mette in bocca a uomini e donne in preghiera. Questo suggerisce che il Dio silente non è tanto un argomento di chiacchiera o discussione ma piuttosto l’interrogativo al culmine di un cammino di sofferenza: quando si è colti dal dolore, dall’oppressione, dallo sterminio, dall’ingiustizia che uccide e non vi è nessun uomo che venga in aiuto, nessuno che ascolti, che prenda le difese, che denunci il male, allora il credente chiama Dio e, se ancora nulla cambia, lo supplica accoratamente: “O Dio, non restare muto, non startene in silenzio!” (Sal 82,2), “Dio della mia lode, esci dal silenzio!” (Sal 109,1), “Se tu resti muto, io sono come chi scende nella fossa” (Sal  28,1). Anche Giobbe ha gridato: “Urlo verso di te e non rispondi!” (Gb 30,20). Chi prega così non pretende che Dio parli, ma pretende che qualcosa cambi nella propria situazione, che vi sia un mutamento nella realtà circostante e un cambiamento in se stesso: infatti, si può anche vivere un cammino di sofferenza e non denunciare il silenzio di Dio, ma questo è possibile solo se si giunge a capire che quel cammino ha un senso. Gesù nella sua estrema derelizione sulla croce si è rivolto a Dio chiedendogli: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, intonando così il salmo 22, il canto del giusto perseguitato a morte. Ma proprio in quel salmo, dopo il lamento, quando sembra che tutto ormai sia solo aporia, che tutto sia ormai finito, la voce dell’orante si leva ad esclamare: “Tu mi hai risposto!”.
 Ma queste invocazioni dei salmisti, queste suppliche a Dio perché cessi di starsene in silenzio vanno decodificate: si tratta di discernere se è Dio che fa silenzio o non piuttosto il credente, il popolo, l’orante che non ascolta, che è incapace di cogliere la parola di Dio, pronunciata magari in altro modo, attraverso eventi e vicende inattese e non prevedibili?. E comunque, perché non cogliere che Dio può parlare anche nel silenzio? Sì, il silenzio può essere una modalità altra del suo linguaggio, accanto a quella della parola pronunciata e della parola-evento che si realizza. Non dovremmo scordare un testo biblico estremamente illuminante in proposito, un testo che un tempo risuonava come antifona di introito nella messa della notte di Natale: “Mentre un silenzio profondo avvolgeva ogni cosa... dall’alto dei cieli... la tua parola onnipotente si lanciò dal trono regale” (Sap 18,14-15). Mistero di parola e silenzio in Dio.
 Sì, Dio è in verità silenzio e parola: non silenzio muto e sordo, ma silenzio che è un modo di comunicare altro rispetto alla parola, un modo che in determinate circostanze può rivelarsi più efficace ed “eloquente” di qualsiasi discorso. La parola di Dio resta iscritta nel suo grande silenzio e in esso trova la propria origine e la propria leggibilità: da parte nostra dobbiamo ascoltare l’uno e l’altra, perché entrambi sono presenza di Dio, di quel Dio che non può non essere presenza, perché come tale si è sempre manifestato. Sappiamo che la tentazione dell’ateismo, del nulla, della “nientità” è costantemente in agguato anche, e forse soprattutto, per gli uomini e le donne di preghiera, per i grandi contemplativi che vivono nella fede e nella salda adesione al Signore: anche loro possono giungere a lamentarsi del silenzio di Dio, a piangerne l’assenza e a invocarne una parola. Ma proprio costoro ci testimoniano che non per questo la presenza di Dio viene meno: Dio è sempre presente all’uomo, da lui creato a propria immagine e da lui amato fino all’estremo. Quando incolpiamo Dio di mutismo, quando attribuiamo a lui il vuoto del nostro cuore è perché in realtà siamo noi incapaci di ascoltarlo, perché cerchiamo da lui una parola che sia a nostra immagine e somiglianza.

(L'autore) Enzo Bianchi, scritti vari - autore: Enzo Bianchi

GIANFRANCO RAVASI - LOTTÒ FACCIA A FACCIA CON DIO


GIANFRANCO RAVASI - LOTTÒ FACCIA A FACCIA CON DIO  
   
  Un uomo lottò con Giacobbe fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore... Giacobbe gli disse: 
non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!... Gli disse:
Non ti chiamerai più Giacobbe ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto! Giacobbe gli chiese:
Dimmi il tuo nome! Rispose: 
Perché mi domandi il nome? E lo benedisse». 
Sono queste le battute principali di una pagina grandiosa del libro della Genesi (32,23-33), quella della lotta di Giacobbe con un personaggio misterioso, identificato dalla tradizione con un angelo, segno del mistero divino, lotta che si svolge sulle rivedi un affluente del Giordano, il fiume Jabbok.
Questo duello ha affascinato nei secoli l’arte e la letteratura. 
Nell’arte paleocristiana la lotta è modellata sui gruppi statuari degli antichi gladiatori della classicità greco-romana. 
Indimenticabile è la straordinaria mobilità e potenza del fronteggiarsi tra Giacobbe e l’angelo nella tela di Rembrandt (1659) conservata a Berlino, superiore al classicheggiante affresco di Delacroix eseguito tra il 1853 e il 1861 perla chiesa di San Sulpizio a Parigi e all’olio su tela di Chagall e così via. 
Suggestivo è anche il quadro Visione dopo il sermone di Gauguin (1888), conservato a Edimburgo. 
In primo piano le tipiche cuffie delle donne bretoni; esse hanno ascoltato un sermone su Genesi 32: al centro, in una piazza color sangue, esse vedono l’angelo e Giacobbe piegato mentre sta lottando.
Il mistero dell’incontro-scontro con Dio si riproduce nella quotidianità della vita, all’uscita della chiesa, nella piazza del villaggio. 
Il poeta russo Majakowskij, invece, lo riproponeva come parabola del suo rifiuto di Dio:
«È risaputo: tra me e Dio ci sono moltissimi dissensi... Egli è il sovrano del tutto, mio rivale, mio insuperabile nemico». 
Antitetiche saranno, invece, le interpretazioni religiose di altri scrittori, come Pierre Emmanuel, Alphonse de Lamartine, Tahar Ben Jelloun, Elie Wiesel e altri ancora. 
Il teologo americano Harvey Cox osservava che «il nome, cioè la realtà del nuovo popolo, Israele, non è costituito più in base alla fedeltà, ma piuttosto in ragione della lotta con Dio».
Il racconto biblico è inquadrato all’interno del ritorno di Giacobbe nella terra dei padri dopo l’esilio presso lo zio Labano per sfuggire al fratello ingannato Esaù. La vicenda del fiume Jabbok è una specie di “agonia”, cioè di lotta e di morte dalla quale nasce un uomo nuovo che non si chiamerà più Giacobbe ma porterà il nome del popolo stesso, Israele. 
E significativo che il profeta Osea e il libro della Sapienza vedranno questo episodio come una preghiera del patriarca. Osea: «Giacobbe da adulto lottò con Dio, lottò con l’angelo e vinse, pianse e domandò grazia» (12,4-5). 
II libro della Sapienza: «Il Signore assegnò a Giacobbe la vittoria in dura lotta perché sapesse che la pietà è più potente di tutto» (10,12).
   
   

mercoledì 27 gennaio 2016

The Family Altar, a Place of Prayer

GIOVANNI PAOLO II (1990) - (il "soffio" di Dio sulla creazione, titolo mio stralciato dal testo)


GIOVANNI PAOLO II - (il "soffio" di Dio sulla creazione, titolo mio stralciato dal testo)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 10 gennaio 1990 

1. Nel linguaggio biblico il rilievo dato alla “ruah” come “soffio di Dio” sembra dimostrare che l’analogia tra l’azione divina invisibile, spirituale, penetrante, onnipotente, e il vento, era radicata nella psicologia e nella tradizione, a cui attingevano e nello stesso tempo davano nuovo alimento gli autori sacri. Pur nella varietà di significati derivati, il termine serviva sempre per esprimere una “forza vitale” operativa dall’esterno o dall’interno dell’uomo e del mondo. Anche quando non designava direttamente la persona divina, il termine riferito a Dio - “spirito (o soffio) di Dio” - imprimeva e faceva crescere nell’anima di Israele l’idea di un Dio spirituale che interviene nella storia e nella vita dell’uomo, e preparava il terreno alla futura rivelazione dello Spirito Santo.
Così possiamo dire che già dalla narrazione della creazione, nel Libro della Genesi, la presenza dello “spirito (o vento) di Dio”, che aleggiava sulle acque mentre la terra era deserta e vuota e le tenebre coprivano l’abisso (cf. Gen 1, 2), è un riferimento di notevole efficacia a “quella forza vitale”. Esso suggerisce che il “soffio” o “spirito” di Dio ha avuto un ruolo nella creazione: quasi un potere di animazione, insieme con la “parola” che dà l’essere e l’ordine alle cose.
2. La connessione tra lo spirito di Dio e le acque, che osserviamo all’inizio del racconto della creazione, si ritrova in altra forma in diversi brani della Bibbia e vi diventa anche più stretta, perché lo Spirito stesso viene presentato come un’acqua fecondante, sorgente di nuova vita. Nel libro della consolazione, il Secondo-Isaia esprime questa promessa di Dio: “Io farò scorrere acqua sul suolo assetato, torrenti sul terreno arido. Verserò il mio spirito sulla tua discendenza, la mia benedizione sui tuoi posteri; cresceranno come erba in mezzo all’acqua, come salici lungo acque correnti (Is 44, 3-4). L’acqua che Dio promette di far scorrere è il suo spirito, che egli “verserà” sui figli del suo popolo. Non diversamente il profeta Ezechiele annuncia che Dio “effonderà” il suo spirito sulla casa d’Israele (Ez 39, 29), e il profeta Gioele riprende la stessa espressione che assimila lo spirito a un’acqua versata: “Effonderò il mio spirito, dice Dio, sopra ogni carne . . .” (Gl 3, 1).
Il simbolismo dell’acqua, con riferimento allo Spirito, sarà ripreso nel Nuovo Testamento e arricchito di nuove sfumature. Avremo occasione di tornarvi.
3. Nel racconto della creazione, dopo la menzione iniziale dello spirito o soffio di Dio che aleggiava sulle acque (Gen 1, 2) non troviamo più la parola “ruah”, nome ebraico dello spirito. Il modo però in cui viene descritta la creazione dell’uomo suggerisce un rapporto con lo spirito o soffio di Dio. Infatti si legge che, dopo aver plasmato l’uomo con polvere del suolo, il Signore Dio “soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un’anima vivente” (Gen 2, 7). La parola “alito” (in ebraico “neshama”) è un sinonimo di “soffio” o “spirito” (“ruah”), come si vede dal parallelismo con altri testi: invece di “alito di vita” leggiamo “soffio di vita” (Gen 6, 17).D’altra parte, l’azione di “soffiare”, attribuita a Dio nel racconto della creazione, viene ascritta allo Spirito nella visione profetica della risurrezione (Ez 37, 9).
La Sacra Scrittura ci fa quindi capire che Dio è intervenuto per mezzo del suo soffio o spirito per fare dell’uomo un essere animato. Nell’uomo c’è un “alito di vita”, che proviene dal “soffiare” di Dio stesso. Nell’uomo c’è un soffio o spirito che assomiglia al soffio o spirito di Dio.
Quando il Libro della Genesi, al capitolo 2, parla della creazione degli animali (Gen 2, 19), non accenna a una relazione così stretta col soffio di Dio. Dal capitolo precedente sappiamo che l’uomo è stato creato “a immagine e somiglianza di Dio” (Gen 1, 26-27).
4. Altri testi, tuttavia, ammettono che anche gli animali hanno un alito o soffio vitale e che l’hanno ricevuto da Dio. Sotto questo aspetto l’uomo, uscito dalle mani di Dio, appare solidale con tutti gli esseri viventi. Così il Salmo 104 non pone distinzione tra gli uomini e gli animali quando dice, rivolgendosi a Dio creatore: “Tutti da te aspettano che tu dia loro il cibo in tempo opportuno. Tu lo provvedi, essi lo raccolgono” (Sal 104, 27-28). Poi il Salmista aggiunge: “Se togli loro il soffio, muoiono e ritornano nella polvere. Mandi il tuo soffio, sono creati e rinnovati la faccia della terra” (Sal 104, 29-30). L’esistenza delle creature dipende dunque dall’azione del soffio-spirito di Dio, che non solo crea, ma anche conserva e rinnova continuamente la faccia della terra.
5. La prima creazione, purtroppo, fu devastata dal peccato. Dio, però, non l’abbandonò alla distruzione, ma ne preparò la salvezza, che doveva costituire una “nuova creazione” (cf. Is 65, 17; Gal 6, 15; Ap 21, 5). L’azione dello Spirito di Dio per questa nuova creazione viene suggerita dalla famosa profezia di Ezechiele sulla risurrezione. In una visione impressionante, il profeta ha sotto gli occhi una vasta pianura “piena di ossa”, e riceve l’ordine di profetizzare su queste ossa e di annunziare: “Ossa inaridite, udite la parola del Signore. Dice il Signore a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo Spirito e rivivrete . . .” (Ez 37, 1-5). Il profeta esegue l’ordine divino e vede “un movimento fra le ossa, che si accostavano l’uno all’altro, ciascuno al suo corrispondente” (Ez 37, 7). Poi appaiono i nervi, la carne cresce, la pelle ricopre i corpi e infine, alla voce del profeta, lo spirito entra in quei corpi, che ritornano allora in vita e si alzano in piedi (Ez 37, 8-10).
Il senso primo di questa visione era di annunciare la restaurazione del popolo d’Israele dopo la devastazione e l’esilio: “Queste ossa sono tutta la gente d’Israele”, dice il Signore. Gli israeliti si consideravano perduti, senza speranza. Dio promette loro: “Farò entrare in voi il mio spirito e vivrete” (Ez 37, 14). Alla luce però del mistero pasquale di Gesù, le parole del profeta acquistano un senso più forte, quello di annunciare una vera risurrezione dei nostri corpi mortali grazie all’azione dello Spirito di Dio.
L’apostolo Paolo esprime questa certezza di fede, dicendo: “Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rm 8, 11).
La nuova creazione, infatti, ha avuto il suo inizio grazie all’azione dello Spirito Santo nella morte e risurrezione di Cristo. Nella sua Passione, Gesù ha accolto pienamente l’azione dello Spirito Santo nel suo essere umano (cf. Eb 9, 14), il quale ha condotto attraverso la morte a una nuova vita (cf. Rm 6, 10), che egli è ormai in grado di comunicare a tutti i credenti, trasmettendo loro questo stesso Spirito, prima in modo iniziale, nel battesimo, poi pienamente nella risurrezione finale.
La sera di Pasqua, Gesù risorto, apparendo ai discepoli nel Cenacolo, rinnova su di loro la stessa azione che Dio creatore aveva compiuto su Adamo. Dio aveva “soffiato” sul corpo dell’uomo per dargli vita. Gesù “soffia” sui discepoli e dice loro: “Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20, 22).
Il soffio umano di Gesù serve così all’attuazione di un’opera divina più meravigliosa ancora di quella iniziale. Non si tratta soltanto di creare un uomo vivente, come nella prima creazione, ma d’introdurre gli uomini nella vita divina.
6. A buon diritto, perciò, san Paolo stabilisce un parallelismo e un’antitesi tra Adamo e Cristo, tra la prima e la seconda creazione, quando scrive: “Se c’è un corpo animato (in greco psychikon, da psyché che significa anima), vi è anche un corpo spirituale (pneumatikon, cioè completamente permeato e trasformato dallo Spirito di Dio), poiché sta scritto che il primo uomo, Adamo, divenne un’anima vivente (Gen 2, 7), ma l’ultimo Adamo è divenuto spirito che fa vivere” (1 Cor 15, 45). Cristo risorto, nuovo Adamo, è talmente permeato, nella sua umanità, dallo Spirito Santo, che può essere chiamato lui stesso “spirito”.
Infatti questa sua umanità non ha solo la pienezza dello Spirito Santo per se stessa, ma anche la capacità di comunicare la vita dello Spirito a tutti gli uomini. “Se qualcuno è in Cristo, scrive ancora San Paolo, è una nuova creatura” (2 Cor 5, 17).
Si manifesta così pienamente, nel mistero di Cristo morto e risorto, l’azione creatrice e rinnovatrice dello Spirito di Dio, che la Chiesa invoca dicendo: “Veni Creator Spiritus”, “Vieni, Spirito Creatore”.

SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI - WALTER KASPER (2005)


CELEBRAZIONE DEI VESPRI A CONCLUSIONE DELLA "SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI 2005" NELLA DIOCESI DI ROMA

OMELIA DEL CARD. WALTER KASPER

Martedì, 25 gennaio 2005  

GESÙ CRISTO: IL NOSTRO FONDAMENTO COMUNE

Cari fratelli e sorelle,

"Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo." (1 Cor 3,11) Con queste forti parole l’Apostolo Paolo ci ricorda l’unico fondamento sul quale la Chiesa è costruita, e allo stesso tempo ci spiega la ragione del nostro impegno ecumenico. Perché essere fondato nell’unico Signore Gesù Cristo implica la professione nella "Chiesa, una e santa" ed esclude le divisioni. Non si può dire: "Io sono di Paolo" o "io sono di Apollo" (1 Cor 3,4). Tramite l’unico battesimo siamo tutti in Cristo. La "Unitatis redintegratio", cioè la ricomposizione dell’unità è dunque uno dei compiti prioritari della Chiesa.
1. Lo scorso anno abbiamo celebrato il 40mo anniversario del Decreto conciliare "Unitatis redintegratio", che parla di ecumenismo. La Conferenza Internazionale a Rocca di Papa nel mese di novembre è stata un’ulteriore conferma dell’attualità di questo documento e dell’urgente necessità di renderlo una realtà concreta. Il Decreto, infatti, esprime chiaramente una delle priorità del Concilio Vaticano II: l’unità visibile di tutti i discepoli di Cristo, per la quale il nostro Signore ha pregato alla vigilia della sua morte (cf. Gv 17,21). In occasione di tale anniversario, abbiamo espresso la nostra profonda gratitudine per ciò che lo Spirito Santo ha realizzato nel corso degli ultimi quarant’anni.
Oggi, all’inizio di questo nuovo anno, non vogliamo volgere uno sguardo al passato, ma desideriamo guardare al futuro, al futuro dell’ecumenismo. Dai suoi albori, all’inizio del XX secolo, il movimento ecumenico ha conosciuto grandi cambiamenti nel mondo e nelle nostre Chiese. La situazione ecumenica stessa è molto diversa. A volte, lo slancio iniziale sembra correre il rischio di scivolare in uno stato letargico e di perdere la sua credibilità. Emergono, da un lato, segni di reticenza e di resistenza e, dall’altro, segni di rassegnazione e di frustrazione. Allora, non possiamo continuare a ripetere: "business as usual", tutto come al solito. Cosa dovremmo fare, piuttosto? Cosa possiamo fare?
2. Non mancano proposte per rivedere i metodi, cambiare le strutture, integrare nuovi membri, esaminare le questioni urgenti, persino rilanciare una riflessione sui nostri intenti, sui nostri scopi e sul nostro ordine del giorno.
Questi suggerimenti possono essere, in una certa misura, ragionevoli e rilevanti. Ma nella lettura che abbiamo appena ascoltato, Paolo ci fa un’altra proposta. Egli si definisce un architetto che, come tale, deve progettare la costruzione della casa, ovvero della dimora e del tempio di Dio, che è la Chiesa. Un buon architetto – ci dice Paolo – non inizia con il tetto o con la struttura interna, ma comincia dalle fondamenta. Soltanto un solido fondamento, edificato non sulla sabbia ma sulla roccia, secondo le parole di Gesù nel discorso della montagna, fa sì che la casa rimanga salda e non crolli allo scatenarsi delle intemperie (cf. Mt 7,24-27).
Perciò Paolo ci invita a riflettere di nuovo sul fondamento del nostro lavoro. La sua risposta è chiarissima: "Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo". La risposta alle nuove sfide è una risposta di fede ed una risposta spirituale, cioè una risposta radicata nella vita e nello spirito di Cristo.
La fede in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è il fondamento del battesimo, che fa di noi dei cristiani, incorporandoci nella Chiesa (cf. 1 Cor 12,13; Gal 3,28). La confessione cristologica di fede in Gesù Cristo come unico salvatore di tutta l’umanità fa parte della formula di base del Consiglio Ecumenico delle Chiese e costituisce l’accordo fondamentale, il denominatore comune, di tutti coloro che partecipano al movimento ecumenico. E la comune testimonianza missionaria, la quale professa che la salvezza è solo nel nome di Gesù Cristo (Atti 4,12), davanti a un mondo che ancora non lo conosce, o non lo conosce più, è precisamente il fine dell’impegno ecumenico. Così, Gesù Cristo non è soltanto il fondamento, ma è lo scopo del nostro impegno ecumenico; in Lui tutti noi saremo una sola cosa. "Tutti sotto l’unico capo Gesù Cristo", hanno detto i padri fondatori luterani nei loro scritti confessionali.
Ma questa realtà è ancora chiara a tutti noi? La teniamo ben presente nel corso delle nostre discussioni e riflessioni? Non ci troviamo piuttosto nella situazione in cui il nostro compito prioritario, la nostra maggiore sfida è ricordare e rafforzare il nostro comune fondamento ed evitarne la vanificazione da parte di interpretazioni cosiddette liberali, che si definiscono progressiste, ma che sono in realtà sovversive? Proprio oggi, quando nella società post-moderna tutto diventa relativo e arbitrario, ed ognuno si crea la propria religione à la carte, abbiamo bisogno di un solido fondamento e di un punto di riferimento comune affidabile per la nostra vita personale e per il nostro lavoro ecumenico. E quale fondamento potremmo avere se non Gesù Cristo? Chi meglio di Lui può guidarci? Chi più di Lui può darci luce e speranza? Dove, se non in Lui, possiamo trovare parole di vita (cf. Gv 6,68)?
3. Tutto ciò, cosa significa concretamente? Menzionerò qui soltanto tre conseguenze. In primo luogo, è a proposito della Bibbia che ci siamo divisi ed è solo attraverso la lettura, lo studio e la meditazione della Bibbia che possiamo ritrovare l’unità. "L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo" dice il Concilio (Dei Verbum 25), esortandoci a rinnovare la lunga tradizione della Lectio divina (ibid), cioè la lettura orante della Sacra Scrittura. In tale lettura spirituale, secondo i Padri della Chiesa, vi è la presenza reale ed autentica di nostro Signore Gesù Cristo, simile a quella presente nella celebrazione dell’Eucaristia (Sacrosanctum Concilium 7). Il nostro impegno ecumenico deve nutrirsi alla mensa della Parola (Dei Verbum 21). Sulla Bibbia ci siamo divisi, sulla Bibbia dobbiamo unirci di nuovo. Il migliore ecumenismo consiste nel leggere e vivere il Vangelo.
In secondo luogo, attraverso il battesimo siamo incorporati a Gesù Cristo. Nel nostro impegno ecumenico non iniziamo da zero. Attraverso il battesimo siamo già in una comunione fondamentale che ci unisce a Gesù Cristo, e che ci unisce gli uni agli altri. Allora, riflettiamo insieme: Cosa significa essere battezzati dal punto di vista della fede, ma anche dal punto di vista della vita ? Cosa significa per la nostra vita di tutti i giorni e per le risposte che diamo alle urgenti questioni etiche? San Paolo ci esorta a non conformarci alla mentalità del mondo (cf. Rom 12,2), a non lasciarci sballottare dalle onde, a non essere trascinati qua e là da qualsiasi vento di dottrina (cf. Ef 4,14). Corriamo il rischio – e a volte questo rischio è già una triste realtà – di dividerci su nuove questioni etiche e di scavare dei fossati là dove per secoli eravamo uniti. Di conseguenza, non siamo più in grado di dare una testimonianza comune della nuova creazione ad un mondo che oggi, avrebbe urgente bisogno proprio di questa testimonianza profetica.
In terzo luogo, Gesù Cristo è presente nella Chiesa per mezzo della sua parola e dei suoi sacramenti. Egli è il capo della Chiesa e la Chiesa è il suo Corpo, la Chiesa che Egli ha amato e per la quale ha dato se stesso per renderla santa, purificandola con l’acqua che lava, e questo mediante la parola (cf. Ef 5,24-26). Sì, la Chiesa pellegrinante non è ancora senza macchia o ruga, ma è tuttora in cammino lungo la via della purificazione, della penitenza e del rinnovamento (cf. Lumen gentium, 8). Eppure, Cristo la ama ugualmente e dà se stesso per lei.
Non dovremmo allora, anche noi, crescere nell’amore per la Chiesa, maturare nel "Sentire ecclesiam", ovvero "sentirci Chiesa, sentirci parte integrante della Chiesa ?". Possiamo e dobbiamo distinguere Cristo dalla Chiesa, ma non possiamo separare l’uno dall’altra. Sant’Agostino ci ha insegnato la formula Christus totus, la pienezza di Cristo come Capo e Corpo. E questo è il punto di divergenza più profondo tra le Chiese e le Comunità ecclesiali dell’Occidente, che ci impedisce di essere pienamente segno e strumento di Cristo. Il tema di Gesù Cristo come fondamento comune ci esorta a riflettere insieme, con slancio rinnovato, sulla "Natura e lo scopo della Chiesa", secondo il titolo di uno dei più recenti e principali progetti ecumenici.
Cari amici, la Chiesa è la dimora e tempio di Dio, dove i fedeli possono vivere e pregare insieme. Noi tutti siamo collaboratori di Dio (1 Cor 3,9). Alla fine, ognuno dovrà rendere conto se ha edificato una solida casa e come l’ha edificata: se ha costruito sopra l’unico fondamento, che è Gesù Cristo, con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno o paglia. La nostra opera si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno e se quest’opera resisterà (cf. 1 Cor 3,12 s.). In altre parole, ci verrà chiesto se abbiamo edificato o distrutto il tempio di Dio (cf. 1 Cor 3,17).
La nostra costruzione ecumenica della piena unità di tutti i discepoli di Cristo resisterà soltanto se costruiamo sull’unico fondamento, che è il Signore, se costruiamo sulla la sua Parola e il suo Sacramento, se costruiamo non sulla sapienza del mondo (cf. 1 Cor 3,19) ma nell’unico Spirito di Gesù Cristo, che questo mondo più considerare stoltezza, ma che è potenza e sapienza di Dio (cf. 1 Cor 1,24). Preghiamo dunque il Signore che faccia di noi dei buoni architetti e ci conceda forza e sapienza spirituale, coraggio, pazienza e speranza. Amen.

        


martedì 26 gennaio 2016

Memorial candles are lit in front of a photo taken during...(sul sito)

TEMA SVOLTO SULLA SHOAH E SULLA GIORNATA DELLA MEMORIA ...


TEMA SVOLTO SULLA SHOAH E SULLA GIORNATA DELLA MEMORIA, COME E PERCHÉ RICORDARE IL 27 GENNAIO DOPO L'OLOCAUSTO

Michele Rainone   

domenica, gennaio 24, 2016 

Non è stato facile proporvi un tema svolto sulla Shoah e sulla Giornata della Memoria, poiché il 27 gennaio porta con sé sempre molta tristezza e ci spinge tutti, soprattutto chi conosce la storia e ha avuto modo di capire cos'è successo realmente a causa di Hitler prima e Mussolini poi, a un difficile esame di coscienza. Abbiamo cercato di fare del nostro meglio, ovviamente, ed è per questo che a tutti i temi d'italiano svolti per i compiti in classe e per l'esame di stato potete aggiungere anche questo: perché è importante ricordare il 27 gennaio e l'Olocausto? Partiamo subito dalla traccia.
Il 27 gennaio commemoriamo le vittime dell'Olocausto: bambini, donne e uomini ebrei uccisi per il sol fatto di essere diversi e, in quanto capro espiatorio di un periodo di grave crisi socio-economica, quasi cancellati dai territori del Terzo Reich di Hitler, che intanto cercava il suo 'spazio vitale'. Leggiamo libri e guardiamo film con un certo coinvolgimento, e commentiamo frasi e pensieri di storici che hanno studiato e scrittori che hanno vissuto questo terribile periodo della storia; ma la morte di Hitler e la fine delle dittature hanno davvero cancellato le colpe di cui si è macchiato l'essere umano? Il candidato, con opportuni riferimenti storici, rifletta su questo interrogativo e sull'importanza del 27 gennaio.
Come vedete, la traccia è molto generica e vi permettere di svolgere un tema sulla Shoah che sia in grado di mostrare anche le vostre conoscenze storiche, non in maniera approfondita, è chiaro, dal momento che la richiesta è un'altra e non dovete certo fare un tema storico; questo tema d'italiano sulla Giornata della Memoria e sull'Olocausto, insomma, può essere affrontato facilmente (anche se non con superficialità). Vediamo subito l'introduzione.

Approfondisci: quando fai un saggio breve non devi fare questi errori
L'introduzione del tema sulla Shoah: storia di una profonda lacerazione
Immaginiamo di dover abbandonare la nostra casa, di dover cedere la nostra impresa dopo aver pagato tutte le tasse senza neanche un giorno di ritardo; immaginiamo di doverci nascondere a casa di qualcuno per chissà quanto tempo, di non poter più uscire, di cercare di andar via, a questo punto, ma di non poterlo fare perché, nel frattempo, lo Stato in cui volevamo iniziare una nuova vita ha messo in atto forti restrizioni all'immigrazione; immaginiamo, insomma, di perdere la nostra vita anche senza essere morti davvero e di iniziare una corsa senza fine verso chissà dove: un'improvvisa corsa alla sopravvivenza che non avremmo mai immaginato di dover fare, perché, in fondo, non abbiamo fatto del male a nessuno e l'unica nostra colpa, in realtà, è quella di essere diversi.
Tutti vorremmo cancellare la Shoah, vorremmo che quei film sul Terzo Reich e sullo sterminio sistematico degli ebrei fossero delle disgustose pellicole su una realtà da noi lontana e mai esistita nel mondo; a dire il vero, cerchiamo di non pensarci, o, se ci pensiamo anche con un certo coinvolgimento, poi siamo pronti a rispedire in Africa le migliaia di migranti che arrivano qui da noi, come se fossero merce e non gente alla ricerca di un posto al Sole: come quegli ebrei che hanno dovuto, quando hanno potuto, rinunciare alla propria identità, abbandonare la propria vita e inizire di nuovo in posti che neanche conoscevano. 
L'Olocausto ha lacerato profondamente la pelle già sporca dell'umanità, e non c'è niente che possa restituircene l'epidermide: dopo lo sterminio di ebrei, omosessuali, zingari, disabili e oppositori politici siamo tutti meno protetti e tutti più esposti al pericolo, perché il male gratuito delle gerarchie hitleriane e di tutto il sistema tedesco è stato fatto. Non possiamo neanche portare il peso del ricordo, perché noi non c'eravamo, e, se ci fossimo stati, forse non saremmo sopravvissuti a mille e atroci punti interrogativi: perché loro e non noi? Perché loro i sommersi, e non noi, che siamo ancora qui, immersi nella nostra triste mediocrità, a invocare l'avvento delle dittature? "Sono qui di passaggio - scrive Primo Levi sugli abitanti del lager - e [di loro] non rimarrà che un pugno di cenere…". Di loro, in effetti, non è rimasto nulla: sono corpi che vivono indistintamente nella memoria collettiva, che si confondono nell'aria maledetta che ancora oggi si respira nei campi di sterminio; sono corpi che non potranno mai trovare pace qui e per i quali non basterà nemmeno la più bella delle nostre preghiere.
Lo svolgimento del tema sull'Olocausto: La ginestra che sconfigge il male.
Siamo entrati nel cuore del tema svolto sulla Shoah e ora, infatti, richiameremo il 27 gennaio e l'importanza del ricordo, per quanto questo, in casi del genere, non sia sufficiente; parleremo dei campi di concentramento e citeremo di nuovo Primo Levi, rispondendo perfettamente, così, alle richieste della traccia: in questo tema sull'Olocausto e sulla Giornata della Memoria dovevano essere presenti - come avete letto - sia riferimenti storici sia riflessioni di altro tipo, e così sarà. Veniamo al dunque.

Approfondisci: leggi le frasi di Primo Levi sulla Giornata della Memoria
Con le segregazioni razziali, la costruzione di miserabili ghetti, le espropriazioni forzate e l'"arianizzazione" di tutte le attività commerciali prima appartenenti agli ebrei, con le leggi di Norimberga e in quell'abominevole Notte dei Cristalli si è compiuto tutto il Mein Kampf, la soluzione finale pianificata da Hitler, che, messa in pratica dalle sue gerarchie, ha completamente riscritto la storia: ci ha insegnato che l'essere umano può ciò che neanche Satana avrebbe il coraggio di compiere dinanzi a Dio e ci ha trasmesso un terribile messaggio di disillusione e paura che, a confronto, la colonizzazione delle Americhe e le guerre continue dell'Impero Romano ci sembrano pochi giri su una giostra per bambini. 
Le notti di paura che gli ebrei hanno dovuto vivere, l'aria che hanno dovuto respirare in quei treni, magari senza aver potuto neanche salutare, prima, figli e mogli, consapevoli che non sarebbero ritornati più e che non sarebbero mai più esistiti: proprio quelle notti e quell'aria hanno macchiato col sangue la storia dell'essere umano. Dall'opera di Primo Levi si apprende che la verità appartiene ai morti e che nessuno di noi potrà essere mai un vero testimone, neanche lo storico più minuzioso e lo studioso più appassionato, di quanto accadde a Dachau, Birkenau, Auschwitz e tutti gli altri campi di concentramento costruiti per i diversi e, in generale, per la gente scomoda. Tutto questo, purtroppo, è disumano ma umano al tempo stesso e il solo 27 gennaio non basta a purgarci da un peccato ormai divenuto originale, del quale possiamo soltanto prendere atto senza neanche perdere troppo tempo a interrogarci sui 'se' e sui 'ma'.
Hitler, con l'appoggio delle masse, esasperate dalla crisi economica e alla ricerca del solito capro espiatorio, con l'avallo di migliaia e migliaia si soldati di ogni ordine e grado, ha compiuto quello che nessun altro è stato in grado di fare nella storia del mondo (eppure, di stermini, quello armeno, per esempio, ce ne sono stati): Hitler non ha distrutto l'uomo; lo ha destrutturato: lo ha annientato progressivamente, lo ha indebolito a tal punto da fargli perdere la ragione, e solo dopo ha proceduto alla sua polverizzazione, nei forni o nelle camere a gas. 
Cosa possiamo fare, allora, adesso? Cosa resta dell'essere umano dopo aver scoperto che non c'è limite al fondo che può esser toccato? Hitler non era un mostro, certamente un fanatico, ma non un mostro: era un politico, un essere umano acclamato dalle folle, e apprezzato come lo stesso Mussolini, che, ancor prima di allearsi con lui, aveva cercato in tutti i modi di annientare le opposizioni. Ci sono riusciti, entrambi; ma, per fortuna, la storia la scrivono i vincitori, e i vincitori non sono loro: La ginestra di Leopardi ci insegna che l'essere umano è anche capace di grandi atti di resistenza, ed è proprio lo spirito della ginestra di alcuni che ha impedito a Hitler di trasformare il suo Terzo Reich in un esercito di automi, destrutturando tutti fino alla fine dei loro giorni.
La conclusione del tema sulla Shoah: come e perché ricordare il 27 gennaio
Non è facile - dicevamo - proporvi un tema d'italiano sulla Shoah, poiché si ripercorrono momenti orribili e ci si imbatte in immagini inguardabili; ma purtroppo, per scrivere e per riflettere, serve conoscere. Avremmo potuto scrivere di più, ma il nostro obiettivo non era fare un trattato, bensì fornirvi un punto di vista, un modo di leggere quello che è stato: uno fra tanti, certamente, ma speriamo condivisibile. Veniamo, ora, alla conclusione.
Noi non potremo mai redimerci, perché come esseri umani abbiamo toccato il fondo, ma possiamo cercare di combattere e resistere alla tentazione di sfogare i nostri istinti su fantomatici capri espiatori che magari hanno solo il difetto di essere una minoranza; noi possiamo praticare gli insegnamenti del 27 gennaio tutti i giorni, accogliendo chi è diverso, difendendo chi subisce un'ingiustizia e opponendoci con tutte le nostre forze al male che imperversa nel mondo. Anche questo significa praticare il 27 gennaio: non serve a niente vedere film e scrivere frasi su Facebook, se poi, in fondo, pur non avendo ucciso nessuno, non abbiamo fatto il possibile per impedire alla disumanità di prendere il sopravvento.

26 GENNAIO : SANTI TIMOTEO E TITO


NOME: SANTI TIMOTEO E TITO

TITOLO: VESCOVI DISCEPOLI DI SAN PAOLO

RICORRENZA: 26 GENNAIO

La memoria di due Vescovi delle primissime generazioni cristiane, ambedue convertiti da San Paolo e suoi collaboratori, è stata abbinata nel nuovo Calendario della Chiesa. Timoteo e Tito non erano israeliti, non appartenevano al Popolo eletto. Ambedue perciò impersonavano il primo grosso problema incontrato dalla Chiesa nascente. Il problema era questo: era lecito entrare nella Chiesa cristiana senza prima passare dalla Sinagoga ebraica? I pagani potevano essere battezzati direttamente, oppure il battesimo doveva essere riserbato soltanto ai circoncisi?
La questione venne affrontata dagli Apostoli, a Gerusalemme, verso l?anno 50, in quello che può esser definito il primo Concilio della Chiesa. La controversia fu vivace, ma San Paolo, per quanto israelita, sostenne le ragioni dei pagani convertiti, e in tal senso convinse anche gli altri Apostoli, e San Pietro, che dette autorità alle decisioni del concilio.
Timoteo era figlio di una donna israelita e di padre gentile, cioè pagano. Egli rappresentava in qualche modo un punto d?incontro e d?intesa tra le due tendenze. Per rispetto al padre, la madre non l?aveva fatto circoncidere. Quando San Paolo giunse in Asia Minore, a Listra, patria di Timoteo, convertì la madre e battezzò il giovane, promettente figlio.
Tito, a sua volta, era proprio uno di quei pagani della Siria che, convertito da San Paolo, era entrato a far parte della Chiesa di Antiochia. Quattordici anni dopo, Paolo lo portò con sé a Gerusalemme, proprio nel momento cruciale della controversia circa il battesimo dei Gentili. L?Apostolo si oppose risolutamente alla circoncisione del cristiano di Antiochia, e Tito divenne così il vivente simbolo del valore universale del Cristianesimo, senza distinzioni di nazionalità, di razza e di cultura.
Diverso fu invece il comportamento di San Paolo nei confronti di Timoteo. Incontrandolo dopo alcuni anni, gli consigliò la circoncisione. Ciò sembrava in contrasto con i principi paolini, ma evidentemente l?Apostolo delle Genti voleva fare di Timoteo un missionario presso gli Ebrei.
Timoteo divenne così uno dei migliori e più assidui collaboratori di Paolo, docile e affettuoso, riflessivo e fedele. E utilissimo collaboratore dell?Apostolo fu anche Tito, eloquente e ispirato, zelante e irreprensibile. Ambedue, Timoteo e Tito, furono latori delle lettere di San Paolo alle varie comunità cristiane. Due lettere dell?Apostolo, importantissime, furono indirizzate proprio a Timoteo; un?altra lettera, anche questa fondamentale, venne indirizzata a Tito, che era restato ad evangelizzare l?isola di Creta, dove divenne Vescovo di Gòrtina, morendovi vecchissimo, verso la fine del primo secolo cristiano.
Timoteo, invece, inviato da Paolo ad organizzare la Chiesa di Efeso, divenne il primo Vescovo, amato e venerato, di quella grande città orientale, dove morì verso l?anno 97. La tradizione lo disse Martire, ucciso a colpi di pietra dai pagani della città, adirati perché il Vescovo cristiano si sarebbe opposto ai Baccanali, durante una festa pagana. Ma nessun documento conferma quest?ultimo capitolo della vita del fedele «figlio spirituale» di Paolo.

lunedì 25 gennaio 2016

Feast of the Conversion of St. Paul — January 25

CARLO MARIA MARTINI - LE CONFESSIONI DI PAOLO - PARTE PRIMA Prefazione


CARLO MARIA MARTINI - LE CONFESSIONI DI PAOLO - PARTE PRIMA
   
Prefazione

Nella storia delle origini del cristianesimo, la conversione di Paolo è solo seconda, per importanza, ai fatti riguardanti Cristo Gesù.
La potente figura dell' Apostolo domina su ogni altro apostolo e discepolo.
Le sue parole sono state luce all'incerto cammino degli uomini di tutte le epoche.
Anche in coloro che hanno ascoltato queste meditazioni si è radicata la certezza che una più intima conoscenza di Paolo e un approfondimento del suo pensiero, conduce inevitabilmente a Cristo.
Tutto di lui sprigiona fascino: l'evento di Damasco, l'amore appassionato per Gesù e il desiderio ardente di vivere in lui e per lui, l'inarrestabile andare per il mondo sospinto e consumato dalla carità, l'instancabile e febbrile passione per la Chiesa, l'impeto della sua tenerezza per i fratelli.
Lo guardiamo, con stupore, flagellato, percosso, naufrago, abbandonato dagli amici, umiliato e, infine, prigioniero a Roma.
Pallido, ammalato e sfinito è condotto in una valle solitaria, a circa tre miglia dalla città, in un luogo chiamato allora Aquae Salviae, oggi Tre Fontane. Il suo corpo, per l'ultima volta, è flagellato. Piega il capo per aspettare la spada che lo condurrà al martirio: la testa cade a terra, tre volte rimbalza e poi si ferma.
L'unico desiderio della sua vita si avvera: Paolo è col suo Signore e Maestro Gesù Cristo.
Mons. Martini si è recato molte volte a pregare e a riflettere - lo dirà lui stesso nell'introduzione presso le antiche Aquae Salviae.
Lentamente, a partire da quel luogo, è maturata in lui, fino ad urgere una risposta, la domanda su come Paolo, in quel quarto d'ora prima di morire, abbia colto in una visione riassuntiva, il significato della sua densa e travagliata esistenza.
Di qui è nato il desiderio di dettare un Corso di Esercizi Spirituali per indurre l'Apostolo a fare le sue « confessioni ».

Gli Esercizi spirituali non sono capitoli di un libro e nemmeno un corso di studi biblici. Piuttosto, per chi li detta e per chi li fa, sono un episodio della storia della propria salvezza.
Indubbiamente, dalle meditazioni traspare la profonda conoscenza che Mons. Martini ha degli Atti degli Apostoli e delle lettere paoline. Ciò che va sottolineato però è il fatto che si accosta a Paolo sino a identificarsi con lui.
A chi legge comunica lo stesso amore appassionato per Cristo che aveva Paolo, la sua ansia di servirlo assai prima di servire la Chiesa di Cristo, la sua tensione spirituale a guardare a lui sempre, a cercarlo in tutto e, soprattutto, a vivere di lui.
Con tono semplice e modesto, con parole piene di umanità, l'Arcivescovo, ancora una volta, svela un po' di se stesso e lo comunica lasciando nel cuore il desiderio di imparare.
Forse queste pagine potranno suscitare nell'uomo di oggi distrutto dall'ansia frenetica del nostro tempo, il bisogno di ripercorrere la sola via sulla quale ogni uomo può camminare sicuro: Cristo Gesù. Di ritornare a lui, Figlio di Dio, nella preghiera, nella stima rinnovata per la Croce, e, soprattutto, nella sete di ascoltare la sua Parola e di contemplare il suo Volto.

e. d.

* Questo corso di Esercizi è stato dettato ai Sacerdoti della Diocesi di Milano, a Rho, nel settembre 1981. Il testo, trascritto dalla registrazione, non è stato rivisto dall'autore.

Introduzione

Ti ringraziamo, Padre, per averci riuniti nel nome del tuo Figlio. È lui che ci ha portato qui e noi abbiamo obbedito alla voce del suo Spirito, più profonda di tutte le altre ragioni umane. Siamo davanti a T e per dire la tua Parola e per ascoltarla. Risveglia nel nostro cuore il dono che ci hai dato con l'imposizione delle mani, risveglia in noi il dono del battesimo e della cresima, risveglia la pienezza dei doni che ci hanno condotto fino a questo momento perché, ringraziandoti nella gioia, possiamo conoscere ora la tua volontà. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. Amen.

Ci troviamo insieme per le necessità di tutto il popolo di Dio: vogliamo santificarci per tante intenzioni e per tante sofferenze che ciascuno porta nel proprio cuore.
Possiamo riassumerle nella parola esortatrice che Paolo rivolgeva alle comunità dell' Asia Minore, rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede perché «è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio» (At 14, 22).
È la ripetizione di ciò che Gesù disse ai discepoli di Emmaus: «Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? » (Lc 24, 26).
La corrispondenza verbale tra Gesù e Paolo è significativa: l'Apostolo reincarna, per le comunità, il messaggio del Risorto.

Il tema degli Esercizi

Il tema di questo corso di Esercizi vuole partire proprio dall'esperienza di Paolo.
Il luogo tradizionale del suo martirio è alle Tre Fontane, in Roma. Ci si arriva attraverso un lungo viale che invita al silenzio; si entra nell'atrio della chiesa cistercense; proseguendo, si giunge ad una chiesa rotonda (la scala del Paradiso). Più avanti ancora, la chiesa delle Tre Fontane, così chiamata a ricordo della testa di Paolo che per tre volte batté sul terreno prima di arrestarsi nell'istante drammatico della morte.
A me è capitato di andarci spesso, quando stavo a Roma, soprattutto nei momenti di oscurità o di confusione spirituale. E mi sforzavo di immaginare come Paolo avesse percorso quell'ultimo tratto della sua vita: spogliato della clamide, afferrato dai soldati. Come avrà rivisto la sua esistenza, la sua conversione, le difficoltà, i litigi con Barnaba e con Pietro, le depressioni, i momenti di solitudine, i quattordici anni nel deserto, il sentirsi respinto dalla comunità? Come avrà ripensato le gioie vissute, le grandi lettere, l'attività intensa?
Quali elementi gli saranno sembrati validi e importanti davanti alla morte, quando l'uomo è totalmente vero, senza più possibilità di retorica o di nascondimento?

Più d'una volta ho pensato che sarebbe stato interessante fare un corso di Esercizi riflettendo insieme a Paolo sul suo apostolato e rivivendolo con lo sguardo con cui lui lo rivisse nell'ultimo quarto d'ora della sua vita terrena.
Ecco come è nato il tema degli Esercizi di quest'anno.

Cercheremo dunque con fraternità e amicizia di fare confessare a Paolo la sua vita, un po' a modo delle confessioni di Agostino o di Geremia.
Naturalmente occorrerà collegare l'esperienza di Paolo con l'esperienza di Chiesa e con quella di ciascuno di noi, in modo da rispondere alla domanda fondamentale: qual è il disegno di Dio su di me? In che maniera posso scorgere nella mia vita, così come la vedo adesso e con l'aiuto delle confessioni di Paolo, un disegno di misericordia?
Le confessioni di Paolo, d'altra parte, sono anche la storia delle sue conversioni.
La prima fu talmente grande, sconvolgente e violenta che soltanto negli anni seguenti ha potuto integrarne il significato a livelli sempre più profondi.
Anche per noi la conversione iniziale del battesimo e l'evento fondamentale di chiamata che è l'ordinazione presbiterale, sono così sconvolgenti che soltanto a poco a poco, attraverso conversioni successive, riusciamo ad approfondire ed a inverare la potenza trasformatrice della grazia.

Il lavoro fondamentale

In un corso di Esercizi, però, non conta tanto il tema, perché il lavoro fondamentale è quello che ciascuno deve compiere secondo una linea che ha alcuni punti portanti:

- ascolto della Parola di Dio proclamata nella proposta di meditazione, nella liturgia, nell'ufficio, nella celebrazione eucaristica;

- lettura di alcuni testi della Scrittura suggeriti di volta in volta;

- riflessione meditativa, secondo diversi metodi e modi che vanno dalla riflessione diretta sulle cose lette e ascoltate, all'esame della propria vita davanti a Dio;

- preghiera: preghiera di adorazione, di lode, di ringraziamento, di pentimento e di richiesta;

- comunicazione nella fede: è un elemento non necessario ma utile per chi lo desidera. Dopo la Compieta ci si può incontrare per scambiarsi ciò che abbiamo sentito come particolarmente importante per noi e tale da poter essere utile agli altri.

Difficoltà e modi per ovviarle

L'abitudine: non è la prima volta che facciamo gli Esercizi e proprio per questo c'è il pericolo di cominciarli senza aspettarci molto, senza impegnarci, e magari anche di non ricordarci bene che cosa siamo venuti a fare.

Il numero: siamo tanti, troppi per un corso di Esercizi. L'ideale, per un corso, è che sia possibile uno scambio e una certa attenzione di chi propone le meditazioni al cammino di ciascuno. Quando si è tanti, la proposta diventa più generica, con il rischio di essere più anonima.

Conviene, allora, che io proponga due punti pratici perché si possa ovviare alle difficoltà.
Massima cura per la solitudine interiore perché ciascuno possa sentirsi solo con Dio. Questo non esclude la comunicazione con gli altri, la quale deve avvenire a livello profondo, nella comunione di preghiera. Solitudine con Dio come radice di comunione.
La solitudine non è isolamento ma immersione nella misericordia di Dio, base della vera comunione tra gli uomini. Vi invito quindi ad evitare tutto ciò che può disturbare gli altri, in modo che ciascuno viva l'esperienza degli Esercizi come se fosse solo.
Fissare il tempo o i tempi. Alcuni tempi sono fissati da un ritmo necessariamente comune: le meditazioni quotidiane, la liturgia eucaristica, alcuni momenti della liturgia delle ore, qualche momento di adorazione. Ma è anche importante che ciascuno fissi i suoi tempi personali, rispondendo a tre domande:

a) Quanto e quale tempo intendo dare alla riflessione, alla preghiera contemplativa propriamente detta. Occorre evitare di lasciarsi guidare dall'arbitrio del momento, dall'umore, dalla stanchezza o dall'entusiasmo.
b) Quanto e quale tempo intendo dare alla lettura biblica. Parte di questa lettura la faremo già durante il pranzo e la cena: saranno letture della vita di Paolo, dagli Atti degli Apostoli, dal cap. 9, la prima conversione, e poi passando al cap. 13 fino alla fine del libro.
Come lettura raccomandata converrebbe rileggere attentamente alcune delle maggiori lettere di Paolo, che forse non abbiamo mai avuto modo di leggere per intero, in un momento di calma, dedicato proprio a questo. L'ignoranza delle lettere di Paolo ci porta a non comprendere a fondo il Vangelo.

Suggerisco cinque lettere fondamentali: 1 Tessalonicesi, Galati, 2 Corinti, Filippesi, Colossesi. Con queste cinque lettere abbiamo tutti i temi toccati da Paolo:
- i temi escatologici, nella 1 Tessalonicesi;
- i temi della presenza della salvezza in Galati;
- i fondamentali problemi ecclesiologici nella 2 Corinti (anche se 1 Corinti li sviluppa molto ampiamente, la 2 Corinti presenta però alcuni punti essenziali dell'ecclesiologia in luce autobiografica);
- la lettera ai Filippesi, che è riassuntiva dell'esperienza di Paolo;
- e una lettera tipica della concezione cosmica della salvezza del mondo e della storia, che è la lettera ai Colossesi.
c) Quale frutto vorrei ottenere da questi Esercizi. Che cosa in questo momento mi sta più a cuore nella mia vita. Il frutto fondamentale potrebbe essere quello di capire il disegno di Dio, adesso, per me. L'abbiamo capito quando ci siamo preparati all'ordinazione,ma forse ora è il momento provvidenziale per cogliere tutto il cammino dall'ordinazione ad oggi e cercare di comprendere il disegno che Dio ha su di noi.
Ho parlato di frutto fondamentale, ma ciascuno può evidentemente proporsi il frutto che gli sembra più importante.

Chiediamo alla Madonna addolorata, che ha compreso sempre più profondamente il disegno di Dio su di sé, che ci faccia capire ciò che abbiamo intuito, nello Spirito, fin dal nostro battesimo e, con coscienza più matura, nella nostra ordinazione.