martedì 12 gennaio 2016

IL PROFETA, PORTAVOCE DI DIO (GIANFRANCO RAVASI - JESUS DICEMBRE 2006)


IL PROFETA, PORTAVOCE DI DIO (GIANFRANCO RAVASI - JESUS DICEMBRE 2006)

L’Avvento è un tempo liturgico segnato dalla lettura dei libri dei profeti. Il termine greco significa colui che parla "in nome di" Dio. Lo fa pubblicamente, "davanti a" la comunità e i potenti. E con la sua denuncia, rivela il piano salvifico che attende l’uomo.
    Il mese di dicembre si apre con l’Avvento, un tempo liturgico "forte", contrassegnato dalla lettura dei profeti. Ebbene vorremmo questa volta fermarci proprio su questa parola greca, usata già dai Settanta per rendere vocaboli ebraici diversi che definivano queste figure decisive per la religiosità biblica. Anzi, il filosofo tedesco Karl Jaspers le considerava «un evento cardine nella storia del mondo». In ebraico si ha per 315 volte il termine nabî’, forse "chiamato", "eletto"; per 76 volte ’ish ’Elohîm, "uomo di Dio", per 16 volte hozeh, "visionario", e per 11 volte ro’eh, "veggente".
Alla base della parola "profeta" c’è la radice verbale fêmí, "parlare", a cui precede la preposizione pro- che sopporta almeno tre significati: parlare "in luogo di", "davanti a", "prima di". Ebbene tutte e tre queste accezioni possono essere assunte, sia pure con differenti gradazioni. Primaria è quella della parola pronunziata "in nome di": il profeta è per eccellenza un messaggero, un portavoce, «annunciatore delle parole di Dio agli uomini», secondo un’espressione di sant’Agostino. Il modello concreto è raffigurato nel rapporto tra Mosè e Aronne: «Aronne sarà per te come bocca e tu farai per lui le veci di Dio... Io ho posto te, Mosè, a far le veci di Dio per il faraone: Aronne, tuo fratello, sarà il tuo profeta» (Esodo 4,16; 7,1).
Proprio per questa definizione di portavoce divino a un popolo che vive in una vicenda storica ben delineata e connotata, il profeta è per eccellenza "uomo del presente", coinvolto nella religione e nella politica, nella società e nei drammi del suo tempo. Basterà solo sfogliare le pagine profetiche per scoprire costantemente il groviglio di eventi contingenti, di guerre e di questioni internazionali, di ingiustizie sociali e di fermenti, di attese e di denunce attestate dai vari profeti. Anzi, in molti casi già nel titolo stesso delle varie raccolte profetiche ci si premura di indicare redazionalmente le coordinate storiche del messaggio del profeta. Anche i primi protagonisti della profezia, che non lasceranno scritti ma avranno solo narrazioni biografiche (talora agiografiche, come nel caso di Elia ed Eliseo), si pongono in azione proprio agli snodi della storia ebraica: Samuele patrocina, con non eccessivo entusiasmo, la nuova forma istituzionale monarchica (1Samuele 8); Natan interviene nei momenti cruciali del regno di Davide (2Samuele 7 e 12); Ahia di Shilo è il testimone, prima simpatizzante e poi critico, della scissione tra i due regni (Giuda e Israele) alla morte di Salomone con l’azione di Geroboamo I (1Re 12); Elia è un oppositore tenace e solitario del re Acab e della regina Gezabele (1Re 19; 21-22), mentre Eliseo avallerà il colpo di Stato del generale Iehu (2Re 9).
La lettura dei testi dei profeti scrittori non fa che confermare questo stretto, sistematico e costante coinvolgimento nel presente della vicenda storica da loro vissuta. Solo per esemplificare, ricordiamo Isaia in aperto contrasto col re Acaz in occasione della guerra siro-efraimitica (cc. 7-12), oppure Geremia, solitario assertore della resa a Babilonia in un’epoca di acceso e illusorio nazionalismo, o ancora la ferma demistificazione delle speranze politiche degli esuli ebrei a Babilonia da parte di Ezechiele, oppure l’intreccio con le questioni sollevate dalla rivoluzione maccabaica sotteso al velo apocalittico del libro di Daniele. Il profeta di Israele è, così, il simbolo più autentico della religione biblica che è di sua natura storica: essa ha alla base non una serie di astratti teoremi teologici o di esperienze mistiche che fanno decollare dal tempo e dalla terra verso il mito e il cielo, bensì si fonda su una sequenza di azioni-rivelazioni divine incarnate nella storia.
Senza la voce del profeta che svela una presenza segreta e trascendente negli eventi, la storia si ferma alla mera fattualità, lasciandoci – come diceva Pascal – «senza sapere chi ci ha messo in questo angolo dell’universo, che cosa siamo venuti a fare e che cosa diventeremo morendo». Con la voce del profeta emerge lo spessore profondo celato sotto l’involucro contingente delle politiche, delle diplomazie, dell’agire e dell’agitarsi umano. La libertà e la grazia di Dio, che nella storia sceglie il luogo privilegiato per rivelarsi e per salvare la libertà umana, sono alla radice della missione profetica. È per questo che il Canone ebraico chiama i libri storici della Bibbia "Profeti (Nebî’îm) anteriori" a cui seguono – quasi in logica continuità – i "Profeti (Nebî’îm) posteriori", divisi dalla tradizione nella duplice classificazione di quattro "Profeti maggiori" (Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele) e di dodici "Profeti minori" (Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Nahum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia).
E per quanto riguarda le altre due accezioni contenute nella preposizione pro- di "profeta"? Anch’esse sono da accogliere, ma con alcune puntualizzazioni. Il profeta è sicuramente uomo pubblico: egli proclama la parola divina "davanti a" la comunità, la società, le sue autorità. Non è un carismatico esoterico: anche quando il suo linguaggio e la sua simbologia sembrano a noi remoti, in realtà essi rispondono ai canoni della comunicazione religiosa ebraica. Particolarmente interessante è, proprio per la convinzione dell’efficacia della sua parola (tra l’altro, in ebraico dabar significa sia "parola" sia "fatto", "evento", "atto"), la presenza negli scritti profetici di descrizioni di azioni simboliche, vere e proprie azioni sceniche che trasformano il profeta in mimo. Il Signore stesso dice a Ezechiele: «Io ti ho fatto un simbolo per gli Israeliti» (12,6).
E il profeta conferma: «Io sono un simbolo per voi» (12,11).
Così, Isaia si aggira per Gerusalemme «spoglio e scalzo per tre anni» per dimostrare che «in tal modo il re di Assiria condurrà i prigionieri d’Egitto e i deportati dell’Etiopia, giovani e vecchi, spogli e scalzi e con le natiche scoperte, vergogna per l’Egitto» (Isaia 20,1-6). Geremia, che aveva ricevuto la sua vocazione sotto un albero di mandorlo (così da creare l’assonanza verbale tra shaqed, "mandorlo", e shoqed, il Signore "vigilante" su di lui con la sua protezione), nasconde una cintura di lino in una fessura della roccia presso "il fiume Eufrate" (probabilmente, però, è l’attuale Nahal Perat o Wadi el-Qelt, tra Gerusalemme e Gerico) per ritirarla ormai marcia così da affermare in modo incisivo la decisione del Signore di «ridurre in marciume la grande gloria di Giuda e di Gerusalemme» (Geremia 13,1-11). Oppure si aggirerà per la città santa con un giogo da buoi sul collo, evidente rappresentazione della futura oppressione babilonese, provocando la reazione di un "profeta di corte", Anania, il cui compito era invece quello di avallare la politica ottimistica del regime (cc. 27-28).
Ma il trionfo dell’azione simbolica pubblica si attua con Ezechiele alle cui pagine rimandiamo col loro caleidoscopio di scene sorprendenti, non di rado commentate dal profeta stesso attraverso una successiva "esegesi" esplicativa. Eccolo ora cibarsi di un rotolo scritto (3,1-3); eccolo muto e paralizzato (3,24-27), travestito da emigrante (12,1-12), costretto ad alimentarsi secondo il rituale funebre (12,17-20), artefice di un incrocio stradale (21,23-32); eccolo mettere in scena un esperimento culinario sconcertante improvvisandosi cuoco maldestro (24,1-14), oppure affrontare la morte della moglie, «delizia dei suoi occhi», evitando ogni lutto e atto funerario (24,15-27); eccolo incidere iscrizioni simboliche su alcune tavole di legno (37,15-28).
Ma la più complessa e articolata parabola in azione è quella da leggersi nei cc. 4-5 del suo libro profetico ove si ha quasi la sceneggiatura delle tre fasi dell’assedio di Gerusalemme da parte dei Babilonesi, mimate da Ezechiele in modo originalissimo: i preparativi, la fame e l’espugnazione. Il profeta è, quindi, un uomo pubblico latore di un messaggio comunitario che egli proclama "davanti a" (pro-) tutto il popolo per inquietare le coscienze, condurle all’ascolto e alla conversione, sempre però "in nome di" (pro-) Dio, colui che parla attraverso il suo profeta.
Un cenno merita, infine, la terza accezione di quella preposizione pro-, "prima di". Attorno alla profezia da sempre si è consumato un equivoco, registrato anche a livello lessicale. Il profeta è, infatti, tradizionalmente concepito come l’uomo del futuro, colui che "tele-vede" ciò che accadrà, che "pre-vede" la fine della storia, che anticipa ciò che poi si attuerà.
Questo non è pertinente proprio per le ragioni finora esposte che rendono il profeta piuttosto come uomo del presente. Tuttavia non si deve ignorare che il suo messaggio ha lo scopo di mostrare le dinamiche segrete della storia, la loro carica "messianica", per usare una categoria biblica decisiva. Proprio perché egli penetra nella profondità trascendente degli eventi, e non tanto per doti o doni metapsichici di preveggenza, il profeta sa intuire e rivelare la logica di fondo con cui Dio traccia il suo piano salvifico e quindi sa intravederne gli sviluppi futuri.
Più che catturare e descrivere la cronistoria della fine futura, egli coglie il fine, il senso ultimo della storia presente. La sua è una parola rivolta all’oggi, fondata sul passato delle azioni salvifiche divine, ma aperta al futuro della speranza (si leggano i cc. 40-47 di Ezechiele o i cc. 24-27 e 34-35 di Isaia). Uomo del presente, il profeta offre un messaggio che supera i confini temporali limitati in cui è inserito e si protende verso il senso futuro della vicenda umana, della sua pienezza e redenzione.
Concludiamo con Pascal che, nei suoi Pensieri (n. 693 ed. Brunschvicg), descriveva così la forza e il fascino dei profeti, collegandoli all’evento cristiano: «Vedendo l’accecamento e la miseria degli uomini, considerando tutto l’universo muto e l’uomo senza luce, abbandonato a se stesso e come smarrito in questo angolo dell’universo, senza sapere chi ve l’ha messo, che cosa vi è venuto a fare, che cosa diventerà morendo, incapace di una qualsiasi conoscenza, io resto sgomento come un uomo che fosse stato portato dal sonno in un’isola deserta e spaventosa e vi si svegliasse senza sapere dove e senza veder mezzo per uscirne... Ho cercato se Dio non avesse lasciato qualche segno di sé...
E vedo la religione cristiana in cui trovo le vere profezie».


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