lunedì 1 febbraio 2016

2 FEBBRAIO, FESTA DELLA PRESENTAZIONE AL TEMPIO DI GESÙ - Enzo Bianchi


2 FEBBRAIO, FESTA DELLA PRESENTAZIONE AL TEMPIO DI GESÙ

(ci sono tre letture nel sito, nella stessa pagina, questa è la terza, mi piacciono e le distribuisco nei miei blog)

Commento di Enzo Bianchi
Sono passati quaranta giorni dal Natale, e la chiesa interrompe il tempo ordinario per celebrare ancora una “manifestazione” dell’incarnazione, ciò che secondo il vangelo di Luca avviene nel quarantesimo giorno dopo la nascita di Gesù: la presentazione del figlio primogenito al tempio e la sua offerta al Signore secondo la Legge (cf. Es 13,1-2.11-16).
Nell’oriente cristiano quella dell’Hypapante (incontrotra il Signore e il suo popolo) è una grande festa che celebra, al pari delle feste del Natale, la luce, come d’altronde testimonia la natura, con il sole ormai sempre più alto nel cielo e il significativo e percepibile allungamento del giorno. Per questo nella liturgia è prevista una processione con le candele accese: è il popolo di Dio che va incontro al Signore, “luce delle genti”.
Sostiamo dunque sul brano evangelico previsto dalla chiesa per questa festa. Innanzitutto Luca mette in evidenza che Gesù, “nato sotto la Legge” (Gal 4,4), viene al mondo come ogni ebreo: circonciso l’ottavo giorno (cf. Lc 2,21), deve essere presentato al Signore e, quale maschio primogenito, riscattato con un’offerta. Giuseppe e Maria, fedeli osservanti, salgono a Gerusalemme, al tempio, per compiere il rito, ma ciò che accade è più significativo del rito stesso.
Al tempio vi è un uomo di nome Simeone, che è “in attesa della consolazione di Israele”, cioè del suo riscatto attraverso l’avvento messianico, e su di lui dimora la presenza del Signore, lo Spirito santo. Esperto nell’ascolto della Parola del Signore, egli aveva ricevuto una profezia: non sarebbe morto prima di vedere il Messia, da lui assiduamente atteso.
È lo stesso Spirito che lo muove ad andare al tempio, dove avviene il compimento della promessa: una coppia di sposi sta portando il bambino Gesù per l’offerta, ed egli riconosce in quel bambino il Messia, lo accoglie tra le braccia e con uno spirito capace di ringraziamento canta al Signore. Ora il Signore può lasciarlo andare in pace, può chiamarlo nella morte, perché tutto si è realizzato secondo la promessa. I suoi occhi vedono il Salvatore, vedono la luce per tutte le genti della terra, vedono la gloria del popolo di Israele.
Simeone fa la sua grande confessione di fede, canta tutto il suo stupore e la sua gioia, ma i suoi occhi di profeta vedono anche ciò che non è ancora visibile, ed egli lo confida a Maria, la madre. Questo bambino sarà un segno contestato, un segno che si può accogliere o rifiutare, e per questo molti troveranno in lui ragioni di rifiuto e cadranno, altri ragioni di resurrezione e di vita.
Ogni uomo dovrà prendere posizione davanti a lui. Ma questa contraddizione sarà pagata a caro prezzo dalla madre, Maria, la figlia di Sion che rappresenta in sé l’intero popolo di Dio: l’anima di Maria, infatti, sarà lacerata, trafitta come da una spada, e su Gesù il popolo di Dio lacererà la sua unità. Una parte di Israele rigetterà Gesù come Messia, un’altra parte lo accoglierà e crederà in lui, ma questo scisma, che un giorno si ricomporrà, resta una ferita nella vita della comunità del Signore nel mondo.
Anche una donna anziana, la profetessa Anna, una vedova che stava sempre in preghiera nella casa di Dio, vegliando e digiunando, inaspettatamente incontra quella piccola famiglia e riconosce nell’infante il Messia. Anche lei inizia a narrare la buona notizia a quanti sono presenti nel tempio, esprimendo tutta la sua lode rivolta a Dio.
Ecco com’è avvenuto l’incontro tra il Figlio di Dio e il suo popolo: nella quotidianità, nella semplicità e soprattutto nell’obbedienza alla Legge. Tutto è stato osservato, dunque Dio tutto ha compiuto come aveva promesso. Chi era in attesa e restava saldo nella fede e nella speranza, ha “visto”, ha riconosciuto in quella quotidianità e in quella povertà di una famiglia la presenza di Dio.
A chi oggi ascolta e legge il vangelo non sfugga però la distanza tra l’annuncio della profezia di Malachia (cf. Ml 3,1-4) e il suo avverarsi secondo Luca, come l’esegesi liturgica ci mostra. Secondo Malachia la venuta del Signore si sarebbe realizzata con la venuta di un messaggero, un nuovo Elia, un angelo dell’alleanza invocato e atteso. Egli entrerà nel tempio e, come fuoco divorante, come lisciva dei lavandai, purificherà tutti quelli che nel tempio prestano servizio al Signore, in modo che l’offerta e i sacrifici ritornino a essere a lui graditi. Dunque un evento che si impone, perché carico di gloria.
Ma la realizzazione evangelica di questa profezia appare ben diversa: un infante di quaranta giorni portato da due poveri e anonimi genitori entra nel tempio, e nessuno, tra tutti i sacerdoti là officianti, se ne accorge. Solo “il resto di Israele” (cf. Is 10,20-22; 11,11.16, ecc.), rappresentato da un uomo giusto e capace di preghiera e da un’anziana vedova assidua alla presenza del Signore, se ne accorge; solo Simeone e Anna riconoscono nel bambino l’adempimento delle promesse del Signore, lodano e ringraziano Dio e iniziano a evangelizzare, a diffondere la buona notizia.
Questi sono i tratti della vicenda cristiana, non altri: non lasciamoci ingannare dall’apparenza, dalla maestà, dagli accenti trionfali.

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