giovedì 31 marzo 2016

L'Angelo seduto sulla tomba di Cristo

«SCELGO IL MISTERO PIUTTOSTO CHE L'ASSURDO» DI ALESSANDRA STOPPA


L'INTERVISTA

«SCELGO IL MISTERO PIUTTOSTO CHE L'ASSURDO» DI ALESSANDRA STOPPA

01/09/2014 - È una star del panorama letterario francese, tra gli immortali dell'Académie française. E i suoi libri sono pieni di domande su Dio e di meraviglia per la vita. Jean D'Ormesson si racconta
È convinto che a Dio, se esiste, sarebbe bene gridargli: «Non cambiare niente!». Nei libri di Jean D’Ormesson, tra le star letterarie di Francia, si fondono saggio, romanzo e - come dice lui - «farsa metafisica». Le domande su Dio e la meraviglia di fronte alla vita sono ripetute in ogni modo, spesso sfacciato e divertito. A volte, grato, arreso. Di certo a calamitarlo è il pensiero di essere al centro del più incredibile dei romanzi: «La storia di questo nostro mondo. Innumerevoli volte avrebbe potuto sparire per sempre», e invece, «siamo qui». 
Su una terrazza, in riva al lago di Losanna. Jean d'O (come lo chiamano in Francia) si entusiasma del sole che lo bacia seduto al tavolino. La luce è molto forte, ma si leva gli occhiali neri per guardarti negli occhi. Ha 89 anni. A 48 è entrato fra gli Immortali dell’Académie française, già per anni direttore de Le Figaro, presidente dell’Unesco, ambasciatore all’Onu. È a Losanna per presentare il suo ultimo libro: Comme un chant d’espérance. Mentre in Italia è da poco uscito il penultimo (Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto, edito da Clichy): un immaginifico e triplice romanzo sulla sua famiglia, la storia del mondo e Marie, l’amore della vita, che perde e poi ritrova. Un libro pieno di stupore per l’infanzia vissuta a Plessis-lez-Vaudreuil, quando «Dio si incaricava di tutto e ci aveva in simpatia»; pieno di amara sorpresa per come l’uomo è diventato «sempre più potente e sempre più smarrito», e di instancabile fiducia perché «le maledizioni non tardano a trasformarsi in benedizioni». Un libro che si apre con suo nonno e si chiude con le stelle. 
Da dove le viene questa meraviglia di cui parla sempre? 
È che provo ammirazione di fronte agli uomini, di fronte alle cose. Mi piacciono. Sono sempre pronto ad applaudire. Forse è il mio temperamento... Mi ricordo molto bene che a sei, sette anni, ero lì a giocare, e all'improvviso mi fermavo e dicevo: ma cosa sto facendo qui? Perché sono qui? Era un sentimento che avevo molto forte. E che ho, ancora, molto forte. Anche noi adesso, a questo tavolo, cosa ci facciamo? Mi sorprende il mistero di questa vita. Forse, semplicemente, non sono mai uscito dall’adolescenza (ride). Comunque, non conosco altro motore della letteratura e della vita se non la curiosità e l’insoddisfazione, il desiderio. 
Perché scrive? 
Non ho mai creduto che sarei diventato uno scrittore. Ci sono autori che hanno scritto romanzi e grandi classici a quindici, vent’anni. Io a venticinque non avevo la minima idea di mettermi a scrivere. Non perché non conoscessi la letteratura, la conoscevo bene, ho fatto una scuola Normale. È che non vedevo nessuna utilità nell’aggiungere qualcosa a Flaubert, per intenderci. Poi, a trent’anni, ho scritto il primo libro. Solo per piacere ad una ragazza. Piano piano, ho continuato. Gli ultimi tre libri sono dedicati al problema di Dio e dell’avventura straordinaria che è l’universo. Forse anche perché un uomo della mia generazione ha visto il mondo cambiare in cinquanta anni come non è cambiato in mille. 
In più occasioni ha detto di considerare la crisi di oggi come una crisi di spiritualità e ha definito il nostro tempo «un Medioevo senza cattedrali». 
L’epoca in cui viviamo è molto rude e difficile. Il secolo scorso è stato segnato da due cose opposte: le due Guerre Mondiali e il progresso della scienza. Ma, oggi, questi progressi fanno paura: la clonazione, innanzitutto. Non è escluso che in futuro i bambini non nascano più dall’amore tra un uomo e una donna! Che la sessualità scompaia. Questi cambiamenti causano la crisi del mondo moderno e dico che viviamo un Medioevo senza cattedrali perché mancano profondità, altezza. L’uomo è sempre più potente e sempre più smarrito. 
Qual è la strada per recuperarle?
Io credo che i giovani di oggi non sopportino esattamente ciò che non sopportavo io da giovane: che i vecchi diano lezioni. Ed io non voglio né posso dare lezioni. Non sono fra quelli che dicono: «Prima era meglio». L’anno scorso mi sono ammalato e il medico mi ha detto che c’era una possibilità su cinque di uscirne vivo. Eccomi qui. Trent’anni fa, sarei morto. Allo stesso tempo, è certo che viviamo in un mondo duro, e il peggio è ancora possibile. Ma resta sempre una speranza. 
Quale?
Che ci sia qualcosa sopra di noi. 
Si definisce un credente «ravagé par le doute», tormentato dal dubbio. Ma al di là delle definizioni, cosa vuol dire nella sua vita che «la domanda su Dio è la sola domanda e mi abita da sempre»?
Sono stato educato nella religione cattolica e spero di morire in seno alla Chiesa cattolica, ma non sono mai stato un ragazzo pio. Tutto ciò che posso fare è sperare che esista. 
In tutto il libro, c’è questo refrain: «Se Dio esiste». Ma le ultime pagine sono una preghiera, in cui a Dio dà del “tu”: «Ah, se esisti....». E immagina di trovarsi un giorno davanti al Creatore e di ringraziarlo perché gli deve tutto, nella speranza che Lui, chinandosi, le dica: «Ti perdono». 
Il matematico Bertrand Russel, ateo, di fronte alla domanda di un giornalista («se quando muore, Dio c’è?»), ha risposto: «Non ho prove sufficienti». Non è una buona risposta. Mi ha colpito sentire quello che invece ha detto una suora di fronte alla domanda inversa: «E se alla fine scoprisse che Dio non esiste?». Ha risposto: «Peggio per Lui, io Lo amo comunque». Ecco, io spero che Dio ci sia, ma in ogni caso ho amato molto questa vita e mi sono sempre chiesto chi ringraziare. Nei miei libri c’è la risposta.
Vivere «come se Dio ci fosse», come ha consigliato Benedetto XVI ai non credenti, cambia la sua vita? 
Se non c’è niente oltre a questo mondo, non ha nessun senso quello che riceviamo, è tutto assurdo. Se c’è Dio, le cose prendono senso. Tutto, di colpo, prende senso. Ma, anche se non ci fosse, la speranza di Lui mi ha fatto vivere sopra me stesso, sopra la mia bassezza. 
Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto è anche un romanzo d’amore, del suo amore con Marie. 
Un amore che porta con sé la storia dell’universo. Perché amare non è guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme il mondo. 

Ma chi è Marie?Questa è una domanda molto importante. Il personaggio di Marie appare in tutti i miei libri, ma su di lei non posso aggiungere nulla a quel che ho scritto. Vede, ci sono due modi di non parlare della propria vita: o tacere o parlare molto, ma senza dire l’essenziale. 
Perché è così importante per lei Marie?
Credo che abbiamo un solo modo di comunicare con Dio: passare attraverso gli uomini. Ci sono dei figli di Dio che ci sono più cari degli altri: Marie è il figlio di Dio che mi è più caro. Lei è in qualche modo inseparabile dal mio legame con Dio, è come un’incarnazione. 
Marie, alla fine del libro, dopo aver ascoltato tutta la storia dell’universo, le dice: «Quello che volevo sapere continuo a non saperlo. La vita con te è stata meravigliosa. Siamo stati felici insieme. Ma poi ecco: questa vita è un fallimento. Non ha senso. È assurda. Ci siamo incontrati, ci siamo amati e saremo separati per sempre e spariremo nel niente. Sono già morta poiché morirò».
Io non ho risposta per lei. So solo che abbiamo il diritto di sperare che ci sia qualcuno che si ricorda di noi per sempre. Se Dio c’è, è la memoria dell’universo, di tutto ciò che è stato e di tutti gli uomini. Delle farfalle dei fiori degli scorpioni. È possibile che non resti nulla di Bach, Mozart, Tiziano, san Giovanni, noi? Io scelgo il mistero piuttosto che l’assurdo. 
Qual è la cosa più bella della sua vita? 
Una delle cose che ho amato di più è la luce. Ho adorato nuotare nel mar Mediterraneo, sotto il sole, sciare e scendere dalla Maurienne verso l’Italia, lasciare Parigi nel mese di aprile, andare fino a Portofino per vedere il sole alzarsi e arrivare per pranzo a Roma, in piazza Navona. La bellezza è un mistero incredibile. 
Nel libro la definisce «una promessa di felicità». 
Lo riprendo da Stendhal. La bellezza, la verità, la giustizia... esistono veramente. Non le possediamo mai, non le raggiungiamo mai, ma esistono. Molti hanno creduto che il comunismo avrebbe dato la giustizia e ha dato Stalin. Allora si potrebbe pensare che la giustizia, il bene e la verità non ci siano. Invece bisogna seguirli, continuare a cercarli. Vede, io ho amato il piacere, ma può essere molto basso. C’è la felicità che è borghese, calma, annoiante. Poi, c’è la cosa più magnifica! La gioia. È quello che ci eleva. La nostalgia di un altrove. Non so dirlo diversamente: noi siamo nostalgia di un altrove. Non è possibile dire chi siamo meglio di così. 
Ha sempre detto di non credere alla possibilità della rivelazione.
(Fa un cenno con la mano, come a dire: non proprio... E sorride). I miei genitori erano cattolici liberali, di sinistra, e mi hanno insegnato solo due cose: bisogna lavorare e bisogna pensare agli altri. Un giorno, quand’ero bambino, mentre studiavo il catechismo, mio padre ha detto: «Oh, tutto questo... Non è molto sicuro». Bisogna stare attenti a quello che si dice ai bambini. Io credo che la forza del cristianesimo stia proprio in ciò che è più incomprensibile: l’Incarnazione. Dio che si fa uomo! Gesù è veramente figlio di Dio? Sarebbe magnifico. Penso ad altre divinità che si facevano umane, come Zeus, o a cose simili in altre religioni... Ma solo nel cristianesimo Dio si fa uomo per amore. 
Perché vorrebbe morire in seno alla Chiesa cattolica?
Ho assistito a dei funerali civili e li ho trovati molto tristi. Vorrei che quel giorno qualcuno suonasse Mozart e Bach e che i miei amici, dopo di me, festeggiassero. Perché può essere - può essere - che niente è perduto. 

NEI REMOTI LUOGHI SANTI PER PORTARSI A CASA UN PEZZETTO DI MARTIRE


Pellegrinaggi nel Medioevo, lunghe marce della fede

NEI REMOTI LUOGHI SANTI PER PORTARSI A CASA UN PEZZETTO DI MARTIRE

di ELENA BELLOMO

Il desiderio di conoscere i luoghi dove sono nati, hanno vissuto ed operato coloro che stimiamo è profondamente connaturato nella natura umana. Se quindi questo fascino è esercitato già dai luoghi dove i grandi uomini hanno agito e dove i fatti storici più importanti si sono compiuti, tanto più una simile attrazione si sviluppa nei confronti di quelle località dove il divino ha più o meno fugacemente toccato l'umano. Per questo le rive del Gange e la città di Benares sono divenute meta di migliaia di persone ansiose di cominciare un nuovo cammino spirituale proprio nello stesso luogo dove Buddha, l'Illuminato, ha squarciato il velo di falsità che nascondeva all'uomo la vera natura del mondo. Per questo migliaia di fedeli musulmani accorrono alla Mecca, ancora oggi a rischio della propria vita, per ottemperare ad un uno dei dettami della propria fede e rendere onore ad Allah ed al suo Profeta. Il pellegrinaggio racchiude quindi dentro di sé una componente spirituale che trascende la semplice dimensione del viaggio, ma nello stesso tempo è radicalmente legata alla materialità di un preciso luogo. Anche nella religione cristiana, il desiderio di incontrare i luoghi della nascita, predicazione e morte di Cristo significa calpestare il suolo, respirare i profumi dei luoghi dove il divino si è incarnato. L'umanità di Cristo spinge i fedeli a cercare il contatto con le località che sono state testimoni del suo miracolo salvifico e così la Terrasanta è divenuta ben presto la prima meta dei pellegrinaggi cristiani.
La tradizione vuole che già san Paolo fosse il primo fedele a recarsi con devozione a Gerusalemme per ritrovare, sotto la guida di s. Giacomo apostolo, vescovo della città, i
luoghi della Passione e Resurrezione. Dopo il 313, anno in cui l'imperatore Costantino aveva reso legale la pratica della religione cristiana, il numero dei pellegrini sarebbe andato costantemente aumentando, essendo essi spronati a recarsi in Palestina dalla riscoperta dei Luoghi Santi e delle loro reliquie, a cui aveva contribuito la stessa madre dell'imperatore, sant'Elena. Mentre i Padri della Chiesa spesse volte si pronunciavano in modo critico nei confronti di questa pratica, sottolineandone i pericoli ed i pochi, effimeri benefici spirituali, i fedeli avrebbero continuato a mettersi in cammino verso Oriente.
Al 333 risale infatti il più antico resoconto di un pellegrinaggio, stilato da un anonimo credente che compì il proprio viaggiò partendo dalla città di Bordeaux. Con il passare dei secoli il cammino si sarebbe però fatto sempre più difficile e periglioso. La caduta dell'impero romano, l'avanzata dei Persiani prima e degli Arabi poi avrebbe sempre più spesso sconsigliato i fedeli dall'abbandonare le terre natali. Cominciavano così a sorgere in Europa numerosi luoghi di culto intitolati al Sepolcro di Cristo, costruiti perché la tradizionale venerazione verso i Luoghi Santi non si smarrisse, ma potesse essere compiuta anche in patria.
Lentamente nuove località di pellegrinaggio si sarebbero guadagnate un posto accanto alla stessa Gerusalemme. Prima fra queste Roma, sede di quel pontefice, che durante il Medioevo avrebbe affermato con crescente forza e successo il proprio primato sulla Chiesa. Qui giungevano quindi alti dignitari ecclesiastici per ricevere dalle sue mani l'investitura delle proprie cariche e per rendere conto del proprio operato, ma soprattutto qui accorrevano sempre più numerosi fedeli per poter pregare sulle tombe dei santi martiri Paolo e Pietro. Accanto poi ad essi, la Città Eterna serbava la memoria di numerosi altri martiri, più o meno anonimi, caduti in difesa del proprio credo. Monito quindi alla perseveranza nella fede ed al disprezzo delle cose umane, effimere e caduche, Roma attraeva gruppi sempre più folti di fedeli con lo splendore della propria fede e le decadente bellezza dei monumenti dell'impero.
Durante il medioevo però la devozione cristiana sarebbe fiorita ovunque, rispondendo anche al desiderio di riconoscere nei propri luoghi d'origine la patria di uomini d'eccezione, taumaturghi e persecutori di demoni, santi asceti e predicatori. Così i pellegrini di ritorno da sante località riportavano a casa una qualche reliquia da poter continuare a venerare. I corpi di martiri della fede e di devoti vescovi venivano dunque piamente smembrati. Curioso fenomeno per cui poi allo stesso santo si attribuivano due mandibole, tre mani e numerose altre membra in una incredibile sovrabbondanza coltivata dall'ingenuità dei fedeli. Per venerare queste sacre spoglie si cominciò inoltre ad incamminarsi in direzione opposta rispetto alla Terrasanta, verso le terre dove il sole tramonta, soprattutto verso Santiago de Compostela, che custodiva il corpo dell'apostolo Giacomo, qui miracolosamente traslato. In tutta Europa, comunque, i luoghi dove i santi avevano dimorato e dove avevano operato prodigi divennero ben presto meta di pellegrinaggi.
Così i prigionieri liberati rendevano grazie in Francia, a Noblat, al loro protettore, san Leonardo; altri invece si affollavano invece presso la basilica di san Marziale nel Limosino ed arrivavano a perdervi la vita nella calca dei fedeli troppo devoti che volevano a tutti i costi entrare nella chiesa. In cammino verso la salvezza Con la speranza di essere risollevati dai propri mali, fisici e spirituali, i credenti facevano quindi voto di recarsi presso particolari località di culto, patrocinate dal santo che meglio poteva intercedere a favore delle loro richieste. Essi, intraprendendo il proprio cammino erano ben consapevoli di essersi preposti non solo di raggiungere un determinato luogo, spesso molto lontano, ma soprattutto di essersi impegnati in un diverso e molto più impegnativo percorso, quello verso la conversione. La scelta del pellegrino è un voto decisivo ed irrevocabile, sinonimo della ricerca di una nuova dimensione interiore. Non per nulla al momento della partenza egli decide di abbandonare ogni suo bene, di separarsi, forse per sempre dagli affetti più cari e dalla vita passata. Ansia di rinnovamento e necessità di espiazione si fondono quindi nella motivazione che porta il fedele a maturare questa irrevocabile decisione. Camminando dall'alba al tramonto, valicando catene montuose e guadando fiumi e ruscelli, egli porta la propria croce ed offre a propria sofferenza a Cristo per esserne poi redento.
Spesse volte, inoltre, arrivato alla meta, il pellegrino decide di fermarsi per tutta la vita e fare professione di vita religiosa nel luogo che ha visto compiersi il suo voto. Se poi egli si trova a Gerusalemme, deciderà di fermarsi nella città santa per attendere la fine dei tempi e la discesa in terra della vera Gerusalemme, quella celeste. Così narra, ad esempio, il cronista Rodolfo il Glabro: "Nello stesso periodo da tutto il mondo cominciò a dirigersi verso il Sepolcro del Salvatore a Gerusalemme, una folla immensa come mai nessuno prima d'ora aveva osato sperare. Vi andarono rappresentanti della bassa plebe, poi delle classi medie, in seguito tutti i grandi re, conti, marchesi, vescovi, e infine, come non era mai accaduto molte donne della nobiltà insieme con altre più povere. In molti dei cuori v'era la speranza di morire prima di far ritorno in patria. Ecco la storia di un certo Letbaldo, d'origine borgognona, "... che viaggiando con gli altri giunse a destinazione.
Al cospetto di quei luoghi santissimi (...) quell'uomo, gettatosi disteso a terra con tutto il corpo nella posizione di chi è in croce e piangendo per la gioia inesprimibile del suo cuore, esultava nel Signore. Più volte, rialzatosi, con le mani aperte tese al cielo cercava con tutte le sue forze li librarsi verso l'alto, rivelando l'aspirazione della propria mente con parole simili a queste: 'Signore Gesù, (...) se la mia anima deve quest'anno separarsi dal corpo, che io non mi allontani di qui, e il trapasso avvenga in vista del luogo della tua ascensione. Come ti ho seguito col corpo fino a giungere in questo luogo, così io penso che la mia anima, seguendoti, stia per entrare sana e salva nella gioia del paradiso.' Dopo questa preghiera egli rientrò con i compagni. (...) Restò sdraiato fino a sera, fino a quando, chiamati a sé i compagni di pellegrinaggio, chiese ed ottenne il viatico vivificante dell'Eucarestia; e, dopo averli dolcemente salutati, spirò. Un uomo come lui, certamente libero dalla vanagloria che induce tanta gente a questo viaggio con l'unico fine di farsi belli come pellegrini a Gerusalemme, invocò il Padre con fede (...) e ottenne ciò che desiderava".
La dimensione del pellegrinaggio viene quindi ad assimilare ogni connotato della persona, a dettare ogni suo atto. Questo fa sì che un chierico, Guglielmo di Hirsau, consideri addirittura i pellegrini un ordine particolare all'interno della chiesa tedesca medievale. A volte, però, i cambiamenti che il pellegrino spera di realizzare nella propria vita sono strettamente collegati alla loro esistenza precedente: storpi e malati si mettono in viaggio verso le tombe dei santi sulle quali avvengono miracolose guarigioni; cavalieri sanguinari riconoscono nel pellegrinaggio l'unica penitenza possibile per i loro misfatti. Numerosi sono infatti i nobili e principi scandinavi che decidono di incamminarsi verso Sud per ottenere il perdono per i propri atti. I normanni, invece, devoti a san Michele, arrivano proprio in veste di pellegrini nel Gargano che avrebbero poi conquistato con le armi. Tutti sono comunque ugualmente consapevoli che il significato del loro gesto non è semplicemente riposto nella distanza che copriranno con il loro cammino, ma nella disposizione d'animo con cui giungeranno al luogo eletto per la loro rigenerazione. Una moltitudine varia attraversava quindi l'Europa e solcava le acque del Mediterraneo alla ricerca del senso della propria esistenza, ma come si svolgeva questo lungo e faticoso viaggio? Lungo i tracciati delle antiche vie romane o di più recenti strade il pellegrino si metteva in cammino coperto da un lungo mantello, che potesse servirgli da giaciglio la notte. Un cappello dalle larghe falde proteggeva il viso dal sole come dalla pioggia, un bastone, il caratteristico bordone, è il suo unico infaticabile compagno di cammino, lo aiuta a superare ogni ostacolo, ma anche a difendersi dai pericoli. In una borsa il fedele custodisce inoltre i risparmi per il viaggio e le provviste che ha deciso di portare con sé. Forse anche un boccale di cuoio e pietre focaie per accendere un fuoco sono tra le sue preziose risorse. 
Generalmente il pellegrino intraprende il proprio viaggio da solo, proprio perché questa esperienza religiosa è un momento di crescita e conversione di carattere essenzialmente personale. Sulla strada può però trovare occasionali compagni di viaggio, o accodarsi a gruppi di credenti, anche numerosi, che hanno deciso di mettersi in viaggio verso la
medesima meta. Spesso un signore laico o ecclesiastico è a capo di queste comitive. La sua autorevole decisione di mettersi in viaggio incoraggia infatti altri fedeli a mettersi in viaggio sul suo esempio e sotto la sua particolare protezione. Durante l'XI secolo i pellegrinaggi collettivi diventeranno così sempre più frequenti fino al fenomeno di massa che vide circa tremila fedeli recarsi in Terrasanta sotto la guida dei vescovi di Magonza e Bamberga. In questa moltitudine vi era chi viaggiava a cavallo e chi a piedi, chi su un carro. Alcuni per tratti più o meno lunghi si affidavano alla più rapida navigazione sui fiumi. Arrivati poi nei principali porti, si cercava un passaggio sulle navi commerciali che partivano verso la meta prescelta. Ottenne, ad esempio, un simile passaggio Ingulfo, abate di Crojland, mentre faceva ritorno in Europa dalla Terrasanta, dove era giunto a seguito del pellegrinaggio di massa di cui abbiamo appena accennato. Furono infatti dei commercianti genovesi ad accoglierlo sulla propria imbarcazione ed a rincondurlo in Europa.
La locanda, l'ospizio, il monastero Lungo il cammino il pellegrino incontra diverse difficoltà, prima tra tutte quella di trovare un riparo per la notte. Nel caso peggiore egli può cercare un luogo riparato e dormirvi avvolto nel proprio mantello. Più spesso un fienile o una locanda offrono riparo ed ospitalità ai viaggiatori della fede.
Occasionale riparo poteva essere offerta da chi aveva una casa abbastanza grande da riservare una camera per gli ospiti. Nel tardo Medioevo, tuttavia, numerose erano ormai le locande organizzate per accogliere viaggiatori. Sorte per volere dei governi o sotto l'auspicio di fiere e mercati, esse, secondo le dimensioni, erano divise in diversi locali destinati agli avventori, dove essi potevano riscaldarsi, mangiare e dormire. Gli ambienti destinati alla notte o a spogliarsi erano distinti per gli uomini e per le donne, ma era comunque usuale dividere in più persone lo stesso letto. Persino i re magi vengono rappresentati in un capitello di Autun mentre sono coricati tutti in uno stesso giaciglio. In una simile situazione le sgradite sorprese non dovevano essere poche, specialmente se, una volta alzatisi di notte ed al buio non si riusciva a ritrovare poi il proprio posto.
Non a tutti capitava, come nella novella boccaccesca, di incappare per caso nel letto della persona amata! Le condizioni igieniche non erano certo delle migliori. Basti pensare che ai monaci di Hirsau si richiedeva come minimo di fare il bagno due volte l'anno, per intuire quali fossero le condizioni in cui numerosi pellegrini arrivavano nelle locande. A volte essi dovevano inoltre cucinarsi da soli i propri pasti. Lo fece anche Riccardo Cuor di Leone, mentre attraversava in incognito i domini tedeschi del nemico Leopoldo V. Si dimenticò però di togliersi un prezioso anello e venne così riconosciuto e segregato per due anni. Lungo le principali direttrici dei cammini di pellegrinaggio confraternite laiche e religiose organizzavano poi ospizi (hospitia), dove l'antico dovere dell'ospitalità diventava scelta di servizio verso il prossimo. Qui i viaggiatori, diversamente dalle locande, erano accettati gratuitamente e alloggiati in modo che potessero riaversi dalle fatiche del cammino.
Emblematica è la storia di Heirich il Trovatello, che edificò un ospizio presso il passo Arlberg "perché i poveri e i miserabili avessero qui un ricovero". Con racchette da neve ai piedi, Heinrich ed un certo Ulrich di San Gallo uscivano nella notte per cercare alla luce delle lanterne i viaggiatori dispersi tra i ghiacci. Il primo inverno essi salvarono sette persone, nei primi sette anni, cinquanta. Gli stessi monasteri erano tenuti ad ospitare viaggiatori e pellegrini. Afferma infatti la regola di san Benedetto: "Tutti gli ospiti siano accolti come Cristo; poiché infatti Egli un giorno dirà: 'Ero forestiero e voi mi avete accolto'. E a tutti saranno tributati i dovuti onori, specialmente ai credenti ed ai pellegrini". E ancora: "Nel saluto stesso si mostri grande umiltà verso gli ospiti: quando essi vanno e vengono si chini il capo davanti a loro, oppure ci si prostri completamente a terra, onorando così in loro Cristo che in essi viene accolto... Ai poveri ed ai pellegrini sia riservata un'accoglienza particolarmente premurosa, perché in essi viene accolto Cristo nel senso più vero, infatti l'incedere imperioso dei ricchi già di per sé obbliga alla deferenza." Questo obbligo implicava il fatto che i monasteri destinassero determinati locali all'accoglienza dei forestieri, mentre nelle costruzioni più articolate la dimora ad essi riservata era separata dagli alloggi dei monaci in modo tale da non violarne la severa e silenziosa regola di vita.
Ulteriore problema era ovviamente quello della lingua. Lontani dalle terre natie i pellegrini si dovevano cimentare con dialetti differenti dal proprio e con idiomi stranieri. I più colti potevano farsi intendere dai propri pari usando il latino, lingua internazionale dell'epoca. Per i più umili rimaneva spesso solo la possibilità di farsi intendere con il linguaggio dei gesti. Nel corsi dei secoli vennero però redatti manuali di conversazione ad uso dei viaggiatori, come pellegrini e mercanti, che si trovavano spesso in condizione di dover trattare con genti di lingua differente. Negli esemplari che ci sono pervenuti, risalenti anche al IX e X secolo, le frasi di più frequente uso ( "Chi sei?", "Da dove vieni?", "Che facevi laggiù?", "Hai già mangiato oggi?" ecc.) sono riportate in latino ed in altri idiomi, unite poi ad un piccolo vocabolario di termini utili.
Altri scritti, vere e proprie guide per il percorso, erano poi state elaborate da pellegrini che in precedenza avevano compiuto un determinato tragitto. Sull'esempio dell'anonimo che aveva descritto il proprio viaggio da Bordeaux a Gerusalemme, molti altri avevano scritto le memorie delle proprie peregrinazioni, non disdegnando di arricchirle con qualche fantastico racconto o esotica narrazione. Così chi aveva già vissuto questa esperienza metteva anche in guardia gli sprovveduti sui pericoli del viaggio, sull'avidità dei barcaioli e la malvagità dei briganti, non dimenticando di mettere per iscritto anche i propri pregiudizi nei confronti delle abitudini o della lingua delle popolazioni straniere. Narra un pellegrino proprio degli abitanti di Bordeaux: "... parlano troppo ed insolentiscono anche di più. Sono beoni, intemperati e dissoluti. Tanto è abbondante il loro cibo, tanto misero il loro abbigliamento: sono coperti solo di cenci, come se fossero stati privati di ogni ricchezza e risorsa (...) Ma più ancora del cibo e delle bevande abbondanti e del loro miserabile abbigliamento, stupisce il loro modo addirittura vergognoso di prepararsi un letto: stendono sulla putrida paglia un paio di coperte, sulle quali la servitù dorme insieme al padrone ed alla padrona." Più utili erano invece le nozioni circa le strade, i ponti e gli ospizi che i pellegrini potevano trovare in queste guide e che li agevolavano nella scelta dei percorsi, nella selezione delle provviste e nella stima del costo complessivo del viaggio fino al santuario prescelto. Forte di queste indicazioni e della propria fede il pellegrino si poneva quindi in viaggio. Il suo corpo e la sua fede sarebbero stati messi a dura prova dalle privazioni, dalle intemperie, dalla nostalgia di casa.
Durante il cammino per acquistare in meriti davanti a Cristo avrebbe digiunato, non si sarebbe fermato più di una notte nello stesso luogo, avrebbe rinunciato ai bagni ed ai letti troppo confortevoli. Forse non sarebbe mai tornato, forse avrebbe fatto ritorno risanato nel corpo e nell'anima. Stringendo un ramo di palma, colta a Gerusalemme, o una conchiglia delle spiagge della Galizia, simbolo del suo atto di devozione ormai compiuto, egli avrebbe potuto narrare le proprie peripezie allo stupito uditorio dei propri concittadini, per un momento superba incarnazione del coraggio che non si ritrae davanti al pericolo ed all'ignoto, ma è anzi da questi attratto nella possibilità di apprendere da essi le risposte alle proprie domande ultime.

mercoledì 30 marzo 2016

The Last Supper

IL TEMPO DI PASQUA E LA LETTURA LITURGICA DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI


IL TEMPO DI PASQUA E LA LETTURA LITURGICA DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI (TPFS*)

di d.Andrea Lonardo

Se la liturgia fosse semplicemente una ri-presentazione cronologica della storia del Cristo, come ci è raccontata dalle Sacre Scritture, la lettura delle storie degli Atti degli Apostoli nell’anno liturgico dovrebbe seguire la Pentecoste e non precederla.
Ben diversamente procede, invece, la sapienza della Tradizione della Chiesa, che, seguendo la lex orandi formatasi nei secoli, ci consegna nell’eucarestia un brano degli Atti per ogni giorno festivo e per ogni giorno feriale del Tempo di Pasqua. Da Pasqua a Pentecoste non passerà così un giorno senza che gli Atti siano proclamati.
Questo perché gli eventi della nascita e della vita della Chiesa descritti negli Atti, pur essendo cronologicamente successivi se li guardiamo dal punto di vista della storia terrena, sono, invece, un unico evento teologico, sempre originante dal giorno di Pasqua, se visti con lo sguardo dell’eterno Dio.
Così si è espresso H.U.von Baltahsar nel suo volume Teologia della storia[1]:
La vita di Cristo è la vita di Dio che si è fatto carne, che si è fatto uomo. Ma chi permette che questa unica vita, diventi la vita di tutti gli uomini, di tutti i tempi?... L’atto dell’universalizzazione è, in modo particolare, un atto dello Spirito Santo... Lo Spirito non porge una nuova rivelazione, ma piuttosto dischiude in tutta la sua profondità la rivelazione già fatta, dandole con ciò per il mondo una dimensione del tutto nuova: la perfetta attualità in ogni momento della storia... E’ chiara così nel modo più inequivocabile la “contemporaneità” fra Cristo risorto e gli apostoli suoi testimoni... (Anche dopo l’Ascensione Egli svela il senso di ogni momento) non in un atteggiamento di distaccata superiorità rispetto alla storia in cui vive, ma agendo nell’attimo storico, nel quale Egli è presente... Il Cristo che nei quaranta giorni spiega il senso della sua vita terrena passata e inserisce visibilmente nella Chiesa la sua vita futura, è quello stesso che ha vissuto sulla terra prima della Passione... Appunto perchè Egli è stato prima un essere eterno fattosi temporale, ora può esistere come un essere temporale fatto eterno... Nel Sacramento il Signore diviene “contemporaneo” del credente... (Nell’eucarestia) non un particolare momento della vita di Cristo, come negli altri sacramenti, ma la sua intera corporeità, quale è giunta alla sua pienezza nel grado supremo, quando fu corporeità sacrificata sulla Croce... viene riferita e applicata ai singoli credenti.
Tutta la vita di Gesù è stata l’annunzio dell’ “oggi” di Dio, come ci testimonia S.Luca: “Oggi nella città di Davide vi è nato un Salvatore”, “Oggi si è adempiuta questa parola nelle vostre orecchie”, “Oggi abbiamo visto cose prodigiose”, “Oggi devo fermarmi in casa tua”, “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”, “Oggi sarai con me in Paradiso”, ecc. ecc. L’Incarnazione di Cristo ha reso temporale l’eterno. Ogni incontro con il Gesù eterno è stato, per i suoi “contemporanei”, incontro nel tempo con la gloria eterna di Dio.
Gli Atti raccontano che quell’ “oggi” non si è arrestato con la Resurrezione, con l’Ascensione, ma continua nell’ “oggi della Chiesa: At 3, 24 “Tutti i profeti hanno annunziato questi giorni”, At 4, 9 “Visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato ad un uomo infermo”, At 7, 52 “Cristo, del quale voi ora siete diventati traditori ed uccisori...”, At 28, 28 “Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio viene ora rivolta ai pagani ed essi l’ascolteranno”.
La Chiesa è frutto della Pasqua ed, attraverso di essa, noi incontriamo il Cristo risorto. Tutto l’annuncio degli Atti è un annuncio cristologico, ma, insieme, pneumatologico, ecclesiologico e sacramentale.
Luca, scrivendo il suo secondo volume a Teofilo, ci mostra a suo modo, come la storia della Chiesa non sia una storia diversa da quella del Cristo. Il vangelo non è comprensibile senza la storia della Chiesa che è la perenne attualità in terra del Cristo risorto. Colui che ha parlato di Cristo non può arrestarsi senza narrare la storia della Sua Chiesa, che non solo lo stesso Signore ha istituito e voluto storicamente, ma, soprattutto, nella quale Egli è presente e vivo, come Cristo risorto. Ma questo è possibile solo nella presenza dello Spirito che rende continuamente attuale nella storia la presenza del Signore. Lo Spirito non dà origine ad una nuova tappa, come se oltre Cristo ci fosse un tempo dello Spirito che potesse superare il tempo di Cristo (come le correnti che si rifanno a Gioacchino da Fiore e tutti i millenarismi e gli spiritualismi hanno proposto nel corso dei secoli). Lo Spirito sospinge tutti, invece, all’unico tempo di Cristo – perché nel cristianesimo ciò che è “spirituale” è identico con ciò che è “semplicemente cristiano” – “prendendo del suo ed annunciandolo e guidando alla verità tutta intera del Cristo”.
Ma l’opera dello Spirito è un’opera ecclesiale, senza per questo perdere i suoi connotati di personalità. L’opera della salvezza è, infatti, opera “personale”, perché nasce dalla tripersonalità della Trinità e si incontra con la “persona” di ogni uomo.
Vediamo, negli Atti, in particolare la storia di Pietro e di Paolo, ma insieme ad essi la storia dei sette diaconi, la storia di Stefano, la storia di Barnaba, la storia dei “noi” che camminano con Paolo verso Roma – ricordiamo le cosiddette “sezioni-noi”
degli Atti, a partire da At16,8, nelle quali è evidente che l’autore cammina, da un certo punto in poi della narrazione, insieme a Paolo.
Come dice ancora von Balthasar[2]:
Ai problemi scottanti di un dato periodo storico lo Spirito risponde con una definizione e una soluzione. Ciò non avviene nella forma di una monografia astratta (che lo Spirito lascia scrivere agli uomini), ma, quasi sempre nella forma di una missione nuova, concreta, soprannaturale, col suscitare un Santo che rappresenti per la sua epoca il messaggio del Cielo, la spiegazione del Vangelo adeguata ai tempi, la via d’accesso elargita a questo tempo per giungere alla verità onnitemporale di Cristo. Come potrebbe la vita essere interpretata altrimenti che mediante la vita? I Santi sono la tradizione più viva, proprio quella Tradizione cui allude sempre la Scrittura, quando parla del dispiegarsi delle ricchezze di Cristo, e dell’applicazione alla storia della norma di Cristo.
Ecco la conversione del centurione Cornelio, attraverso Pietro che, ancora una volta primo fra gli apostoli, prima di Paolo, comprende la volontà di Cristo che i pagani non siano considerati impuri e siano evangelizzati e battezzati, ecco la chiamata di Paolo, ecco l’invio di Anania a lui, nel “Signore che aggiungeva ogni giorno quelli che erano salvati”, costituendoli a loro volta come nuovi missionari ed evangelizzatori.
Questo suscitare in forma assolutamente personale, con il dispiegarsi di nomi e di storie che incontrano Gesù risorto ed il suo Spirito che lo rende presente, è, insieme, una realtà oggettiva, ecclesiale. Ancora von Balthasar:
Lo Spirito di Dio è Spirito ecclesiastico[3].
Gli Atti ci descrivono, non solo nei famosi tre sommari della prima comunità – che la II domenica di Pasqua ci fa leggere nei tre anni A, B e C – ma in tutto il dispiegarsi della narrazione, dalla scelta del dodicesimo apostolo destinato a sostituire Giuda, al “Concilio” di Gerusalemme, alla scelta dei diaconi, ecc. ecc. l’ecclesiasticità dello Spirito. Egli che chiama ognuno è insieme Colui che chiama a Cristo, chiamando attraverso la Chiesa e nella Chiesa.
Ed è nell’unica storia santa che i nuovi credenti, che i nuovi santi, vengono inseriti. E nemmeno l’antica storia di salvezza è dimenticata, nemmeno l’Antico Testamento scompare. Se, ad uno sguardo superficiale, si potrebbe lamentare l’assenza sistematica della lettura dell’Antico Testamento, perché sempre la lettura di Atti lo sostituisce in ogni liturgia feriale e festiva del Tempo di Pasqua, ad eccezione del Salmo responsoriale, ecco, invece, in una lettura più profonda e vera, che tutto l’annuncio di Atti si presenta come compimento, come realizzazione attuale di ciò che l’Antico aveva annunciato e promesso: At2, 16 “Accade quello che predisse il profeta Gioele”, At 2,25 “Dice Davide a suo riguardo”, At2,31 “Previde la resurrezione di Cristo e ne parlò”, ecc. ecc.
A.Nocent, nel volume di Anamnesis dedicato all’anno liturgico ha mostrato come la Chiesa abbia voluto chiaramente indicare che la “cinquantina” di Pasqua è ormai un unico tempo. Non è un tempo per arrivare alla Pentecoste, non è un tempo di transizione per arrivare ad una nuova festa, ma è un tempo tutto festivo, perché ciò che la Pasqua dona è ormai attuale.
Viene precisato con la riforma liturgica del Concilio Vaticano II che la Domenica di Pasqua non è domenica della Resurrezione, ma Domenica nella Resurrezione del Signore. Analogamente, le domeniche successive non portano più, come nel messale precedente, la dizione Dominica secunda post Pascha, ecc., ma sottolineano l’unità della Cinquantina presentandosi via via come Dominica II Paschae, ecc.[4].
La lettura cronologicamente anticipata degli Atti, già prima di Pentecoste, ci riporta a questo mistero: la vita liturgica della Chiesa, espressamente nella sua dimensione sacramentale, è vita e presenza del Cristo risorto e dello Spirito. La dimensione ecclesiologica si rivela così realtà sacramentale. Il Cristo risorto, Colui che spezza il pane già con i discepoli di Emmaus, è lo stesso Cristo che raduna la prima comunità nella fractio panis – “ alla quale erano assidui”, come ci ricorda At – ed è colui che “oggi” raduna la Chiesa dispersa nel mondo intorno all’unica eucarestia.
Veramente, come afferma ancora Nocent, possiamo vedere nelle otto domeniche di Pentecoste – 49 giorni+uno – “la volontà di esprimere l’ultimo giorno”[5], l’ottavo giorno, oramai iniziato in terra, dall’unica Pasqua che si protende nel tempo.
La liturgia della Parola non si dispiega più, allora, nel tempo di Pasqua, in una successione cronologica di eventi, ma nella riproposizione dei differenti aspetti della meraviglia e dell’opera della Resurrezione. Così A.Nocent, caratterizza allora i temi delle singole domeniche del Tempo di Pasqua:

Domenica di Pasqua: Cristo risorto
Domenica II: la comunità di tutti coloro che credono in Cristo morto e risorto (domenica di Tommaso)
Domenica III: Cristo risorto appare ai suoi
Domenica IV: la salvezza passa attraverso Cristo, porta dell’ovile e Buon Pastore
Domenica V: la comunità si costituisce, i ministeri e la vita del mutuo amore
Domenica VI: l’espansione della comunità e la promessa dello Spirito
Domenica VII: Ascensione, i testimoni della gloria di Gesù, la preghiera di Gesù al Padre
Domenica VIII: la Pentecoste, l’effusione dello Spirito su tutta la Chiesa[6].
Gli Atti accompagnano, a loro modo, questa scansione, annunciando ogni domenica di Pasqua la realizzazione nella Chiesa di questi aspetti dell’unico mistero salvifico.

(Scritto il 17 febbraio 2006 per il numero primaverile della rivista Culmen et fons)

SANTA MESSA DEL CRISMA - OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO


SANTA MESSA DEL CRISMA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana

Giovedì Santo, 24 marzo 2016

Ascoltando dalle labbra di Gesù, dopo la lettura del passo di Isaia, le parole «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21), nella sinagoga di Nazareth avrebbe ben potuto scoppiare un applauso. E poi avrebbero potuto piangere dolcemente, con intima gioia, come piangeva il popolo quando Neemia e il sacerdote Esdra leggevano il libro della Legge che avevano rinvenuto ricostruendo le mura. Ma i Vangeli ci dicono che sorsero sentimenti opposti nei compaesani di Gesù: lo allontanarono e gli chiusero il cuore. All’inizio «tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca» (Lc 4,22); ma dopo, una domanda insidiosa si fece largo: «Non è costui il figlio di Giuseppe, il falegname?». E infine: “Si riempirono di sdegno” (Lc 4,28). Volevano buttarlo giù dalla rupe... Si adempiva così quello che il vecchio Simeone aveva profetizzato alla Madonna: sarà «segno di contraddizione» (Lc 2,34). Gesù, con le sue parole e i suoi gesti, fa in modo che si riveli quello che ogni uomo e donna porta nel cuore.
E lì dove il Signore annuncia il vangelo della Misericordia incondizionata del Padre nei confronti dei più poveri, dei più lontani e oppressi, proprio lì siamo chiamati a scegliere, a «combattere la buona battaglia della fede» (1 Tm 6,12). La lotta del Signore non è contro gli uomini ma contro il demonio (cfr Ef 6,12), nemico dell’umanità. Però il Signore «passa in mezzo» a coloro che cercano di fermarlo “e prosegue il suo cammino” (cfr Lc 4,30). Gesù non combatte per consolidare uno spazio di potere. Se rompe recinti e mette in discussione sicurezze è per aprire una breccia al torrente della Misericordia che, con il Padre e lo Spirito, desidera riversare sulla terra. Una Misericordia che procede di bene in meglio: annuncia e porta qualcosa di nuovo: risana, libera e proclama l’anno di grazia del Signore.
La Misericordia del nostro Dio è infinita e ineffabile, ed esprimiamo il dinamismo di questo mistero come una Misericordia “sempre più grande”, una Misericordia in cammino, una Misericordia che ogni giorno cerca il modo di fare un passo avanti, un piccolo passo in là, avanzando sulla terra di nessuno, dove regnavano l’indifferenza e la violenza.
Questa è stata la dinamica del buon Samaritano, che “praticò la misericordia” (cfr Lc 10,37): si commosse, si avvicinò all’uomo tramortito, bendò le sue ferite, lo portò alla locanda, si fermò quella notte e promise di tornare a pagare ciò che si sarebbe speso in più. Questa è la dinamica della Misericordia, che lega un piccolo gesto con un altro, e senza offendere nessuna fragilità, si estende un po’ di più nell’aiuto e nell’amore. Ciascuno di noi, guardando la propria vita con lo sguardo buono di Dio, può fare un esercizio con la memoria e scoprire come il Signore ha usato misericordia con noi, come è stato molto più misericordioso di quanto credevamo, e così incoraggiarci a chiedergli che faccia un piccolo passo in più, che si mostri molto più misericordioso in futuro. «Mostraci, Signore, la tua misericordia» (Sal 85,8). Questo modo paradossale di pregare un Dio sempre più misericordioso aiuta a rompere quegli schemi ristretti nei quali tante volte incaselliamo la sovrabbondanza del suo Cuore. Ci fa bene uscire dai nostri recinti, perché è proprio del Cuore di Dio traboccare di misericordia, straripare, spargendo la sua tenerezza, in modo tale che sempre ne avanzi, poiché il Signore preferisce che si perda qualcosa piuttosto che manchi una goccia, preferisce che tanti semi se li mangino gli uccelli piuttosto che alla semina manchi un solo seme, dal momento che tutti hanno la capacità di portare frutto abbondante, il 30, il 60, e fino al cento per uno.
Come sacerdoti, siamo testimoni e ministri della Misericordia sempre più grande del nostro Padre; abbiamo il dolce e confortante compito di incarnarla, come fece Gesù, che «passò beneficando e risanando» (At 10,38), in mille modi, perché giunga a tutti. Noi possiamo contribuire ad inculturarla, affinché ogni persona la riceva nella propria personale esperienza di vita e così la possa comprendere e praticare – creativamente – nel modo di essere proprio del suo popolo e della sua famiglia.
Oggi, in questo Giovedì Santo dell’Anno Giubilare della Misericordia, vorrei parlare di due ambiti nei quali il Signore eccede nella sua Misericordia. Dal momento che è Lui che ci dà l’esempio, non dobbiamo aver paura di eccedere anche noi: un ambito è quello dell’incontro; l’altro è quello del suo perdono che ci fa vergognare e ci dà dignità.
Il primo ambito nel quale vediamo che Dio eccede in una Misericordia sempre più grande, è quello dell’incontro. Egli si dà totalmente e in modo tale che, in ogni incontro, passa direttamente a celebrare una festa. Nella parabola del Padre Misericordioso rimaniamo sbalorditi di fronte a quell’uomo che corre, commosso, a gettarsi al collo di suo figlio; vedendo come lo abbraccia e lo bacia e si preoccupa di mettergli l’anello che lo fa sentire uguale, e i sandali propri di chi è figlio e non dipendente; e poi come mette tutti in movimento e ordina di organizzare una festa. Nel contemplare sempre meravigliati questa sovrabbondanza di gioia del Padre, al quale il ritorno del figlio permette di esprimere liberamente il suo amore, senza resistenze né distanze, noi non dobbiamo avere paura di esagerare nel nostro ringraziamento. Il giusto atteggiamento possiamo prenderlo da quel povero lebbroso che, vedendosi risanato, lascia i suoi nove compagni che vanno a compiere ciò che ha ordinato Gesù e torna ad inginocchiarsi ai piedi del Signore, glorificando e rendendo grazie e Dio a gran voce.
La misericordia restaura tutto e restituisce le persone alla loro dignità originaria. Per questo il ringraziamento effusivo è la risposta giusta: bisogna entrare subito alla festa, indossare l’abito, togliersi i rancori del figlio maggiore, rallegrarsi e festeggiare… Perché solo così, partecipando pienamente a quel clima di celebrazione, si può poi pensare bene, si può chiedere perdono e vedere più chiaramente come poter riparare il male commesso. Può farci bene domandarci: dopo essermi confessato, festeggio? O passo rapidamente ad un’altra cosa, come quando dopo essere andati dal medico, vediamo che le analisi non sono andate tanto male e le rimettiamo nella busta e passiamo a un’altra cosa. E quando faccio l’elemosina, dò tempo a chi la riceve di esprimere il suo ringraziamento, festeggio il suo sorriso e quelle benedizioni che ci danno i poveri, o proseguo in fretta con le mie cose dopo “aver lasciato cadere la moneta”?
L’altro ambito nel quale vediamo che Dio eccede in una Misericordia sempre più grande, è il perdono stesso. Non solo perdona debiti incalcolabili, come al servo che lo supplica e poi si dimostrerà meschino con il suo compagno, ma ci fa passare direttamente dalla vergogna più vergognosa alla dignità più alta senza passaggi intermedi. Il Signore lascia che la peccatrice perdonata gli lavi familiarmente i piedi con le sue lacrime. Appena Simon Pietro gli confessa il suo peccato e gli chiede di allontanarsi, Lui lo eleva alla dignità di pescatore di uomini. Noi, invece, tendiamo a separare i due atteggiamenti: quando ci vergogniamo del peccato, ci nascondiamo e andiamo con la testa bassa, come Adamo ed Eva, e quando siamo elevati a qualche dignità cerchiamo di coprire i peccati e ci piace farci vedere, quasi pavoneggiarci.
La nostra risposta al perdono sovrabbondante del Signore dovrebbe consistere nel mantenerci sempre in quella sana tensione tra una dignitosa vergogna e una dignità che sa vergognarsi: atteggiamento di chi per sé stesso cerca di umiliarsi e abbassarsi, ma è capace di accettare che il Signore lo innalzi per il bene della missione, senza compiacersene. Il modello che il Vangelo consacra, e che può servirci quando ci confessiamo, è quello di Pietro, che si lascia interrogare a lungo sul suo amore e, nello stesso tempo, rinnova la sua accettazione del ministero di pascere le pecore che il Signore gli affida.
Per entrare più in profondità in questa “dignità che sa vergognarsi”, che ci salva dal crederci di più o di meno di quello che siamo per grazia, ci può aiutare vedere come nel passo di Isaia che il Signore legge oggi nella sua sinagoga di Nazareth, il Profeta prosegue dicendo: «Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio» (61,6). È il popolo povero, affamato, prigioniero di guerra, senza futuro, residuale e scartato, che il Signore trasforma in popolo sacerdotale.
Come sacerdoti, noi ci identifichiamo con quel popolo scartato, che il Signore salva, e ci ricordiamo che ci sono moltitudini innumerevoli di persone povere, ignoranti, prigioniere, che si trovano in quella situazione perché altri li opprimono. Ma ricordiamo anche che ognuno di noi sa in quale misura tante volte siamo ciechi, privi della bella luce della fede, non perché non abbiamo a portata di mano il Vangelo, ma per un eccesso di teologie complicate. Sentiamo che la nostra anima se ne va assetata di spiritualità, ma non per mancanza di Acqua Viva – che beviamo solo a sorsi –, ma per un eccesso di spiritualità “frizzanti”, di spiritualità “light”. Ci sentiamo anche prigionieri, non circondati, come tanti popoli, da invalicabili mura di pietra o da recinzioni di acciaio, ma da una mondanità virtuale che si apre e si chiude con un semplice click. Siamo oppressi, ma non da minacce e spintoni, come tanta povera gente, ma dal fascino di mille proposte di consumo che non possiamo scrollarci di dosso per camminare, liberi, sui sentieri che ci conducono all’amore dei nostri fratelli, al gregge del Signore, alle pecorelle che attendono la voce dei loro pastori.
E Gesù viene a riscattarci, a farci uscire, per trasformarci da poveri e ciechi, da prigionieri e oppressi in ministri di misericordia e consolazione. E ci dice, con le parole del profeta Ezechiele al popolo che si era prostituito e aveva tradito gravemente il suo Signore: «Io mi ricorderò dell’alleanza conclusa con te al tempo della tua giovinezza [...] Allora ricorderai la tua condotta e ne sarai confusa, quando riceverai le tue sorelle maggiori insieme a quelle più piccole, che io darò a te per figlie, ma non in forza della tua alleanza. Io stabilirò la mia alleanza con te e tu saprai che io sono il Signore, perché te ne ricordi e ti vergogni e, nella tua confusione, tu non apra più bocca, quando ti avrò perdonato quello che hai fatto – oracolo del Signore Dio» (Ez 16,60-63).
In questo Anno Giubilare celebriamo, con tutta la gratitudine di cui è capace il nostro cuore, il nostro Padre, e lo preghiamo che “si ricordi sempre della sua Misericordia”; accogliamo, con dignità che sa vergognarsi, la Misericordia nella carne ferita del nostro Signore Gesù Cristo, e gli chiediamo che ci lavi da ogni peccato e ci liberi da ogni male; e con la grazia dello Spirito Santo ci impegniamo a comunicare la Misericordia di Dio a tutti gli uomini, praticando le opere che lo Spirito suscita in ciascuno per il bene comune di tutto il popolo fedele di Dio.

martedì 29 marzo 2016

Marie-Madeleine au tombeau de Jésus

BENEDETTO XVI - L'OTTAVA DI PASQUA


BENEDETTO XVI - L'OTTAVA DI PASQUA

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 15 aprile 2009 

Cari fratelli e sorelle,

la consueta Udienza Generale del mercoledì è oggi pervasa di gaudio spirituale, quel gaudio che nessuna sofferenza e pena possono cancellare, perché è gioia che scaturisce dalla certezza che Cristo, con la sua morte e risurrezione, ha definitivamente trionfato sul male e sulla morte. “Cristo è risorto! Alleluia! ”, canta la Chiesa in festa. E questo clima festoso, questi sentimenti tipici della Pasqua, si prolungano non soltanto durante questa settimana - l’Ottava di Pasqua - ma si estendono nei cinquanta giorni che vanno fino alla Pentecoste. Anzi, possiamo dire: il mistero della Pasqua abbraccia l’intero arco della nostra esistenza.
In questo tempo liturgico sono davvero tanti i riferimenti biblici e gli stimoli alla meditazione che ci vengono offerti per approfondire il significato e il valore della Pasqua. La “via crucis”, che nel Triduo Santo abbiamo ripercorso con Gesù sino al Calvario rivivendone la dolorosa passione, nella solenne Veglia pasquale è diventata la consolante “via lucis”. Visto dalla risurrezione, possiamo dire che tutta questa via della sofferenza è cammino di luce e di rinascita spirituale, di pace interiore e di salda speranza. Dopo il pianto, dopo lo smarrimento del Venerdì Santo, seguito dal silenzio carico di attesa del Sabato Santo, all’alba del “primo giorno dopo il sabato” è risuonato con vigore l’annuncio della Vita che ha sconfitto la morte: “Dux vitae mortuus/regnat vivus - il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa!” La novità sconvolgente della risurrezione è così importante che la Chiesa non cessa di proclamarla, prolungandone il ricordo specialmente ogni domenica: ogni domenica, infatti, è “giorno del Signore” e Pasqua settimanale del popolo di Dio. I nostri fratelli orientali, quasi a evidenziare questo mistero di salvezza che investe la nostra vita quotidiana, chiamano in lingua russa la domenica “giorno della risurrezione” (voskrescénje).
È pertanto fondamentale per la nostra fede e per la nostra testimonianza cristiana proclamare la risurrezione di Gesù di Nazaret come evento reale, storico, attestato da molti e autorevoli testimoni. Lo affermiamo con forza perché, anche in questi nostri tempi, non manca chi cerca di negarne la storicità riducendo il racconto evangelico a un mito, ad una “visione” degli Apostoli, riprendendo e presentando vecchie e già consumate teorie come nuove e scientifiche. Certamente la risurrezione non è stata per Gesù un semplice ritorno alla vita precedente. In questo caso, infatti, sarebbe stata una cosa del passato: duemila anni fa uno è risorto, è ritornato alla sua vita precedente, come per esempio Lazzaro. La risurrezione si pone in un’altra dimensione: é il passaggio ad una dimensione di vita profondamente nuova, che interessa anche noi, che coinvolge tutta la famiglia umana, la storia e l’universo. Questo evento che ha introdotto una nuova dimensione di vita, un’apertura di questo nostro mondo verso la vita eterna, ha cambiato l’esistenza dei testimoni oculari come dimostrano i racconti evangelici e gli altri scritti neotestamentari; è un annuncio che intere generazioni di uomini e donne lungo i secoli hanno accolto con fede e hanno testimoniato non raramente a prezzo del loro sangue, sapendo che proprio così entravano in questa nuova dimensione della vita. Anche quest’anno, a Pasqua risuona immutata e sempre nuova, in ogni angolo della terra, questa buona notizia: Gesù morto in croce è risuscitato, vive glorioso perché ha sconfitto il potere della morte, ha portato l’essere umano in una nuova comunione di vita con Dio e in Dio. Questa è la vittoria della Pasqua, la nostra salvezza! E quindi possiamo con sant’Agostino cantare: “La risurrezione di Cristo è la nostra speranza”, perché ci introduce in un nuovo futuro.
È vero: la risurrezione di Gesù fonda la nostra salda speranza e illumina l’intero nostro pellegrinaggio terreno, compreso l’enigma umano del dolore e della morte. La fede in Cristo crocifisso e risorto è il cuore dell’intero messaggio evangelico, il nucleo centrale del nostro “Credo”. Di tale “Credo” essenziale possiamo trovare una espressione autorevole in un noto passo paolino, contenuto nella Prima Lettera ai Corinzi (15,3-8) dove, l’Apostolo, per rispondere ad alcuni della comunità di Corinto che paradossalmente proclamavano la risurrezione di Gesù ma negavano quella dei morti – la nostra speranza –, trasmette fedelmente quello che egli – Paolo – aveva ricevuto dalla prima comunità apostolica circa la morte e risurrezione del Signore.
Egli inizia con una affermazione quasi perentoria: “Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!” (vv. 1-2). Aggiunge subito di aver loro trasmesso quello che lui stesso aveva ricevuto. Segue poi la pericope che abbiamo ascoltato all’inizio di questo nostro incontro. San Paolo presenta innanzitutto la morte di Gesù e pone, in un testo così scarno, due aggiunte alla notizia che «Cristo morì». La prima aggiunta è: morì «per i nostri peccati»; la seconda è: «secondo le Scritture» (v. 3). Questa espressione «secondo le Scritture» pone l’evento della morte del Signore in relazione con la storia dell’alleanza veterotestamentaria di Dio con il suo popolo, e ci fa comprendere che la morte del Figlio di Dio appartiene al tessuto della storia della salvezza, ed anzi ci fa capire che tale storia riceve da essa la sua logica ed il suo vero significato. Fino a quel momento la morte di Cristo era rimasta quasi un enigma, il cui esito era ancora insicuro. Nel mistero pasquale si compiono le parole della Scrittura, cioè, questa morte realizzata “secondo le Scritture” è un avvenimento che porta in sé un logos, una logica: la morte di Cristo testimonia che la Parola di Dio si è fatta sino in fondo “carne”, “storia” umana. Come e perché ciò sia avvenuto lo si comprende dall’altra aggiunta che san Paolo fa: Cristo morì «per i nostri peccati». Con queste parole il testo paolino pare riprendere la profezia di Isaia contenuta nel Quarto Canto del Servo di Dio (cfr Is 53,12). Il Servo di Dio – così dice il Canto – “ha spogliato se stesso fino alla morte”, ha portato “il peccato di molti”, ed intercedendo per i “colpevoli” ha potuto recare il dono della riconciliazione degli uomini tra loro e degli uomini con Dio: la sua è dunque una morte che mette fine alla morte; la via della Croce porta alla Risurrezione.
Nei versetti che seguono, l’Apostolo si sofferma poi sulla risurrezione del Signore. Egli dice che Cristo «è risorto il terzo giorno secondo le Scritture». Di nuovo: “secondo le Scritture”! Non pochi esegeti intravedono nell’espressione: «è risorto il terzo giorno secondo le Scritture» un significativo richiamo di quanto leggiamo nel Salmo 16, dove il Salmista proclama: «Non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la corruzione» (v.10). È questo uno dei testi dell’Antico Testamento, citati spesso nel cristianesimo primitivo, per provare il carattere messianico di Gesù. Poiché secondo l’interpretazione giudaica la corruzione cominciava dopo il terzo giorno, la parola della Scrittura si adempie in Gesù che risorge il terzo giorno, prima cioè che cominci la corruzione. San Paolo, tramandando fedelmente l’insegnamento degli Apostoli, sottolinea che la vittoria di Cristo sulla morte avviene attraverso la potenza creatrice della Parola di Dio. Questa potenza divina reca speranza e gioia: è questo in definitiva il contenuto liberatore della rivelazione pasquale. Nella Pasqua, Dio rivela se stesso e la potenza dell’amore trinitario che annienta le forze distruttrici del male e della morte.
Cari fratelli e sorelle, lasciamoci illuminare dallo splendore del Signore risorto. Accogliamolo con fede e aderiamo generosamente al suo Vangelo, come fecero i testimoni privilegiati della sua risurrezione; come fece, diversi anni dopo, san Paolo che incontrò il divino Maestro in modo straordinario sulla Via di Damasco. Non possiamo tenere solo per noi l’annuncio di questa Verità che cambia la vita di tutti. E con umile fiducia preghiamo: “Gesù, che risorgendo dai morti hai anticipato la nostra risurrezione, noi crediamo in Te!”. Mi piace concludere con una esclamazione che amava ripetere Silvano del Monte Athos: “Gioisci, anima mia. È sempre Pasqua, perché Cristo risorto è la nostra risurrezione!”. Ci aiuti la Vergine Maria a coltivare in noi, e attorno a noi, questo clima di gioia pasquale, per essere testimoni dell’Amore divino in ogni situazione della nostra esistenza. Ancora una volta, Buona Pasqua a voi tutti!

DALLA PASQUA ALLA PENTECOSTE. UN UNICO OTTAVO GIORNO (MATTEO FERRARI)


DALLA PASQUA ALLA PENTECOSTE. UN UNICO OTTAVO GIORNO (MATTEO FERRARI)

Già per i Padri i cinquanta giorni che seguono la Pasqua hanno la caratteristica di essere come “un unico giorno”. In essi si pregusta sulla terra ciò che vivremo nel mondo futuro. Quando affermano che si tratta di “una grande domenica”, ciò significa che anche per essi questo tempo era come un unico “ottavo giorno”.
Il tempo di Pasqua inizia con la domenica di Risurrezione e si protrae per cinquanta giorni fino alla solennità di Pentecoste, per questo motivo è anche detto Cinquantina pasquale. Di tutti i tempi liturgici probabilmente quello pasquale è stato il meno valorizzato nella vita delle nostre comunità nel post-concilio. Quando parliamo di “tempi forti” infatti intendiamo normalmente l’Avvento e la Quaresima… ma allora il tempo di Pasqua non sarebbe un “tempo forte”? Ammesso che una tale terminologia sia corretta, non sarebbe più logico chiamare “tempi forti” la Quaresima e la Pasqua, cioè il ciclo pasquale? Cos’è che rende un tempo “forte”?
Un segno che il tempo di Pasqua è così poco valorizzato e non percepito come importante nella vita della Chiesa lo si nota dal fatto che esso, dopo l’intenso periodo della Quaresima e della Settimana Santa, venga subito sommerso da molte altre iniziative che rischiano di offuscarne la celebrazione. Basti pensare alla “giornata delle vocazioni”, la IV domenica di Pasqua. Per il fatto che nel Vangelo compare la figura del Buon Pastore, tutto viene subito riletto in chiave vocazionale. Ma è questo il senso della celebrazione? Altro fatto significativo, solo per fare un altro esempio, è la tradizione popolare del mese di maggio dedicato a Maria. Spesso si ha il sospetto che in alcune comunità – non tutte naturalmente – il tempo liturgico che si sta celebrando sia il mese mariano e che la Cinquantina pasquale sia andata un po’ nel dimenticatoio. Ma, se avessimo letto con attenzione il n. 13 di Sacrosanctum concilium, dovremmo sapere che non è la piètà popolare a dare forma alla liturgia, bensì il contrario. Il testo afferma che i pii esercizi dovrebbero essere «regolati tenendo conto dei tempi liturgici, in modo da armonizzarsi con la liturgia; derivino in qualche modo da essa e ad essa introducano il popolo, dal momento che la liturgia è per natura sua di gran lunga superiore ai pii esercizi». Infine possiamo ricordare la novena di Pentecoste che, se apparentemente sembra più legata al tempo liturgico, finisce per creare un tempo nel tempo e a isolare la celebrazione della Pentecoste, rispetto al tempo di Pasqua del quale essa è il compimento.
Consapevoli di questa difficoltà nel comprendere e nel vivere il tempo di Pasqua, proviamo a interrogare la tradizione patristica e i testi liturgici per lasciarci dire il senso di questo tempo liturgico così importante per la vita della Chiesa.

COME UN SOLO GIORNO DI FESTA…
Nella tradizione patristica e liturgica i cinquanta giorni che seguivano la celebrazione della Pasqua annuale venivano considerati come una grande domenica, un solo “grande giorno”. Massimo di Torino (padre della Chiesa morto nella prima metà del V sec.), parlando della Cinquantina pasquale, afferma: «A guisa… della domenica tutto il corso dei cinquanta giorni è celebrato e tutti questi giorni sono considerati come domeniche; la risurrezione, infatti, è di domenica. La domenica il Salvatore risorgendo ritornò tra gli uomini e dopo la risurrezione rimase con gli uomini per tutto il periodo di cinquanta giorni. Era dunque necessario che fosse uguale la festività di quei giorni dei quali era uguale anche la sacralità» (Serm., 44,1). Per Massimo e per la Chiesa antica quindi i cinquanta giorni del tempo di Pasqua erano vissuti come «una perenne e ininterrotta festività» nella quale si celebrava nella gioia la risurrezione del Signore. Per questo era vietato ogni atteggiamento e ogni gesto che potesse oscurare il carattere festivo e gioioso di questi giorni: digiuno, genuflessioni… Tutto doveva esprimere la gioia della Chiesa per la vittoria del Signore sulla morte e per la nuova vita che la partecipazione alla Pasqua di Cristo aveva fatto germogliare nei credenti.
Anche Atanasio, vescovo di Alessandria d’Egitto del IV secolo, nelle Lettere festali – cioè in quelle lettere che il vescovo scriveva alle sue comunità per comunicare la data in cui celebrare la Pasqua – riguardo alle sette settimane che seguono alla domenica di Pasqua, chiama la Cinquantina pasquale “il santo giorno di Pentecoste” e ancora “la grande domenica”, “il simbolo del mondo futuro”.
Quindi per i padri i cinquanta giorni che seguono la Pasqua hanno questa caratteristica di essere come “un unico giorno”! In essi, dice Atanasio, si pregusta sulla terra, ciò che vivremo nel mondo futuro. Questi giorni sono “caparra” della vita eterna. Quando i padri affermano che si tratta di “una grande domenica”, significa anche che per essi questo tempo era come un unico “ottavo giorno”, nome che veniva dato alla domenica, cioè un giorno che esce dai ritmi normali del tempo, fondato sulla settimana, e che è proprio per questo profezia, caparra della vita eterna.

LA CINQUANTINA PASQUALE NEL LEZIONARIO
Se percorriamo il Lezionario delle domeniche del tempo di Pasqua, vediamo in modo più concreto cosa significhi definire questo tempo “un unico giorno di festa”. Infatti a partire dai testi biblici si comprende subito come la Chiesa in questo tempo sia condotta dalle Scritture a “fare propria” la Pasqua che ha celebrano “in unità” nel Triduo santo.
Prima di vedere qualche esempio concreto nel Lezionario, lasciamoci aiutare nella comprensione di quanto abbiamo appena affermato da un testo liturgico che troviamo nella fonte stessa del tempo di Pasqua, la Veglia pasquale. Nella orazione dopo la VII lettura, un testo molto antico della tradizione della Chiesa di Roma, leggiamo: «Tutto il mondo veda e riconosca che ciò che è distrutto si ricostruisce, ciò che è invecchiato si rinnova e tutto ritorna alla sua integrità, per mezzo di Cristo, che è principio di tutte le cose». Al termine dell’itinerario spirituale della Quaresima, la Chiesa chiede occhi per riconoscere la nuova vita che la Pasqua del Signore in essa genera. Il tempo di Pasqua consiste proprio in questo, nella manifestazione della vita del Risorto nella Chiesa e nell’umanità. È questa concretamente la “caparra” della vita eterna di cui parla Atanasio.
Se ritorniamo al Lezionario, vediamo che le letture ci guidano all’incontro con il Cristo risorto presente nella comunità dei credenti. I brani delle Scritture – soprattutto nei brani evangelici – proclamati nelle domeniche di questo tempo liturgico mostrano i frutti della Pasqua nella vita della Chiesa, le varie angolature nelle quali è possibile comprendere il mistero pasquale.
Vogliamo sapere cosa significa per la vita dei credenti la Pasqua di Gesù? Basta seguire il lezionario del tempo di Pasqua e scopriremo che egli è divenuto il Vivente, presente nella Chiesa. Per questo egli si lascia incontrare (“toccare”) da ogni generazione di credenti, anche da chi, come Tommaso, la sera del giorno di Pasqua era assente (II domenica - Ottava). Gesù Risorto nella sua Pasqua è divenuto per la Chiesa colui nel quale le Scritture si compiono, la loro chiave interpretativa e il loro senso ultimo. Nello spezzare il pane della cena gli occhi dei discepoli si aprono e ritorna la memoria del cuore che ardeva nel loro petto mentre il Risorto, pellegrino sconosciuto che camminava accanto a loro sulla strada, spiegava le Scritture (III domenica). Gesù risorto è divenuto per la Chiesa “pastore”, “via”, “vite”… (V domenica). Egli è il buon pastore (Gv 10 letto nell’anno A, B e C). Le “pecore”, che lo hanno seguito prima della sua Pasqua, nel suo cammino, che hanno ascoltato le sue parole e visto i suoi gesti, ora riconoscono la sua voce e lo seguono. Quindi Gesù Risorto è divenuto per la sua Chiesa la guida che la conduce attraverso la storia verso i pascoli della vita eterna (IV domenica). Gesù Risorto è divenuto “la via” (Gv 14,1-12: anno A), una “via nuova e vivente” inaugurata per noi, dice l’Epistola agli Ebrei (10,20); egli è divenuto vite, attraverso la quale i tralci ricevono la vita (Gv 15,1-8: anno B); egli è via e vita perché insegna e consegna ai suoi discepoli il comandamento dell’amore (Gv 13,31-33.34-35: anno C). Non si tratta semplicemente della consegna di una norma, ma della consegna di un modello. La “Gloria” di Dio si è manifestata nel dono di Gesù, e ora può manifestarsi anche nella vita dei suoi discepoli.
Infine, coronamento del tempo pasquale. Nella Pasqua di Gesù è stato dato alla Chiesa il dono per eccellenza, quel dono che rende possibile e attuale ognuno dei doni che abbiamo appena elencato: il dono dello Spirito Santo (VI domenica - Pentecoste). Lo Spirito è il Consolatore, colui che guida i discepoli alla “verità tutta intera” e che “ricorderà” tutto ciò che Gesù ha detto. Nella Bibbia lo Spirito è il “dono” dei tempi messianici, “segno” del compimento delle promesse di Dio. Nel profeta Gioele leggiamo: «Dopo questo, io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (Gl 3,1). Che la Pentecoste sia il compimento e il coronamento del tempo pasquale lo dimostra anche il fatto che il termine “Pentecoste” sia stato usato sia per indicare l’ultimo giorno di questo tempo, sia l’intero periodo dei cinquanta giorni.

Il lezionario di Pasqua, mentre ci annuncia la presenza viva del Risorto nella comunità dei credenti e ci rivela i molteplici volti della Pasqua, delinea anche i tratti irrinunciabili del volto della Chiesa (lettura degli Atti degli Apostoli), le realtà che stanno alla base della sua vita e che le sono state donate appunto dalla vittoria pasquale del suo Signore.

IL PERCORSO NEI TESTI LITURGICI
Dopo aver percorso brevemente il Lezionario del tempo di Pasqua per comprendere l’itinerario che la liturgia ci propone, proviamo ora a scorrere sempre velocemente anche i testi liturgici che il Messale Romano riporta per la celebrazione dell’eucaristia in questo tempo liturgico.
Innanzitutto troviamo i prefazi del tempo di Pasqua che ci presentano il legame tra la Pasqua di Cristo e la vita nuova della Chiesa: «È lui il vero Agnello che ha tolto i peccati del mondo, è lui che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita» (Prefazio I). E ancora: «Per mezzo di lui rinascono a vita nuova i figli della luce, e si aprono ai credenti le porte del regno dei cieli. In lui morto è redenta la nostra morte, in lui risorto tutta la vita risorge» (Prefazio II). Nel Prefazio IV leggiamo: «In lui, vincitore del peccato e della morte, l’universo risorge e si rinnova, e l’uomo ritorna alle sorgenti della vita». Infine merita particolare attenzione il prefazio della solennità di Pentecoste con la quale il tempo di Pasqua si chiude. Il testo del prefazio afferma: «Oggi hai portato a compimento il mistero pasquale e su coloro che hai reso figli di adozione in Cristo tu Figlio hai effuso lo Spirito Santo…». Questo testo liturgico chiama la Pentecoste, e in qualche modo tutto il tempo liturgico che con essa si conclude, compimento della Pasqua. È un riferimento ad Atti 2,1, dove si dice che i discepoli erano riuniti insieme “mentre stava per compiersi la Pentecoste”, che risulta molto importante per comprendere tutto il tempo pasquale come “compimento” del mistero della Pasqua di Gesù nella vita della Chiesa.
Come il lezionario liturgico ci mostra i vari volti della Pasqua e “chi” è divenuto il Cristo Risorto per i suoi discepoli, così i testi liturgici sottolineano principalmente la realizzazione nei credenti del medesimo mistero.

IL TEMPO DELLA “MISTAGOGIA”
Un altro importate aspetto del tempo di Pasqua che la tradizione patristica e liturgica ha fortemente sottolineato è quello della mistagogia. Il tempo di Pasqua è il tempo della mistagogia, cioè il tempo della “intelligenza dei misteri” che si sono celebrati nella notte di Pasqua. Nella Chiesa antica, e in alcuni casi anche oggi, la Veglia pasquale era il luogo proprio della celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana (battesimo – cresima – eucaristia). Proprio perché i sacramenti sono partecipazione alla vittoria pasquale di Cristo, conformazione a lui, il tempo proprio della loro celebrazione non può che essere la Veglia di Pasqua.
Ma dopo la celebrazione dei sacramenti nella Veglia Pasquale, occorreva, e occorrerebbe anche oggi, un tempo di “intelligenza” di ciò che si è vissuto… non certo una intelligenza di ordine razionale, ma una intelligenza più profonda che fa parte integrate della celebrazione stessa del sacramento e che potremmo chiamare interiorizzazione. Il sacramento celebrato nella Veglia di Pasqua, come ha avuto bisogno della Quaresima come preparazione nella conversione, così ha bisogno di un altro tempo, quello della mistagogia per essere fatto proprio, potremmo dire assimilato. Sarebbe importante recuperare l’importanza del “celebrare nel tempo” anche per ciò che riguarda i sacramenti… anche i sacramenti non sono “atti puntuali”, ma hanno bisogno di tempi e spazi “appropriati”. E il tempo nel quale i sacramenti possono “respirare” è proprio il Tempo pasquale nel quale si celebra la forza della risurrezione di Cristo nella vita della Chiesa.
Oggi spesso il tempo di Pasqua è il tempo per la celebrazione della cresima e dell’eucaristia di “prima comunione”… ma quanto è veramente valorizzata la collocazione della celebrazione di questi sacramenti nel Tempo pasquale? Non si finisce a volte per dimenticare il tempo liturgico nel quale ci si trova, quasi come se esso fosse in qualche modo un disturbo e non lo spazio ideale per la celebrazione dei sacramenti?

UN ROVETO CHE ARDE E NON CONSUMA…
Dopo questi brevi cenni sulle caratteristiche principali del tempo pasquale, possiamo concludere con una immagine che ci può aiutare a vivere questo tempo in modo più ricco e profondo. Nella Quaresima, prima parte del ciclo pasquale, la seconda domenica è sempre dedicata al Vangelo della Trasfigurazione. È come se ci fosse una specie di annuncio del tema, o meglio una anticipazione della meta, alla quale tutto questo ciclo liturgico (Quaresima-Triduo pasquale-tempo di Pasqua) intende condurci. Lì, sul monte della Trasfigurazione, nella carne di Gesù si rivela la sua divinità, la sua identità più profonda. La tradizione cristiana ha spesso associato la Trasfigurazione di Gesù al roveto ardente nel quale Dio si rivelò a Mosè sul Sinai. Chi si è recato al monastero di S. Caterina sul Monte Sinai sa che la chiesa del monastero è proprio dedicata al mistero della Trasfigurazione, di cui si riporta nell’abside un antico mosaico.
Al termine del ciclo pasquale questo mistero – il roveto ardente e la Trasfigurazione – è immagine quanto mai indicata per descrivere ciò che la Chiesa vive nel tempo di Pasqua. Come quel fuoco nel quale Dio ha rivelato il suo nome a Mosè ardeva e non consumava, e come la divinità di Gesù nella Trasfigurazione arde nel suo volto ma non consuma, così anche la vita nuova che il Risorto ha donato ai suoi discepoli nella Pasqua ora arde nella vita della Chiesa senza consumare… e attende di ardere in ogni uomo e ogni donna, perché ogni uomo e ogni donna possa diventare luogo nel quale il nome di Dio, la sua gloria, si rivela.

Matteo Ferrari OSB Cam

(da Testimoni, n. 7, aprile 2007)