giovedì 10 marzo 2016

GIOVANNI PAOLO II - 1. “IL FIGLIO DELL’UOMO NON È VENUTO PER ESSERE SERVITO, MA PER SERVIRE E DARE LA PROPRIA VITA IN RISCATTO PER MOLTI” (MC 10, 45).


GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 14 settembre 1983 

1. “IL FIGLIO DELL’UOMO NON È VENUTO PER ESSERE SERVITO, MA PER SERVIRE E DARE LA PROPRIA VITA IN RISCATTO PER MOLTI” (MC 10, 45).

Carissimi fratelli e sorelle, con queste parole, pronunciate nel corso della sua vita terrena, Gesù ha confidato ai discepoli il vero significato della sua esistenza e della sua morte. Oggi, 14 settembre, giorno nel quale la Chiesa celebra la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, noi vogliamo soffermarci a meditare sul significato della morte redentrice di Cristo. Una domanda sorge spontaneamente nel nostro animo: Gesù ha previsto la sua morte e l’ha compresa come una morte per gli uomini? L’ha accettata e voluta come tale?
Risulta chiaro dai Vangeli che Gesù andò incontro alla morte volontariamente. “C’è un battesimo che devo ricevere e come sono angosciato fino a che non sia compiuto!” (Lc 12, 50; cf. Mc 10, 39; Mt 20, 23). Avrebbe potuto sottrarsi fuggendo come già alcuni profeti perseguitati, come Elia e altri. Ma Gesù volle “salire a Gerusalemme”, “entrare a Gerusalemme”, purificare il tempio, celebrare l’ultima cena pasquale con i suoi, recarsi nel giardino degli ulivi “affinché il mondo sapesse che amava il Padre e faceva quello che il Padre gli aveva comandato” (cf. Gv 14, 31).
È anche certo e innegabile che della sua morte furono responsabili gli uomini. “Voi l’avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato - dichiara Pietro davanti al Popolo di Gerusalemme -, mentre egli aveva deciso di liberarlo. Avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l’autore della vita” (At 3, 13-14). Ci fu la responsabilità dei Romani e quella dei capi degli Ebrei, e ci fu la richiesta di una folla astutamente manipolata.
2. Quasi tutte le manifestazioni del male, del peccato e della sofferenza si sono rese presenti nella passione e nella morte di Gesù: il calcolo, la gelosia, la viltà, il tradimento, l’avarizia, la sete di potere, la violenza, l’ingratitudine da una parte, e dall’altra l’abbandono, il dolore fisico e morale, la solitudine, la mestizia e lo sconforto, la paura e l’angoscia. Ricordiamo le parole laceranti del Getsemani: “La mia anima è triste fino alla morte” (Mc 14, 34); “e in preda all’angoscia, riferisce san Luca, pregava più intensamente, e il suo sudore divenne come gocce di sangue che cadevano a terra” (Lc 22, 24).
La morte di Gesù è stata un esempio altissimo di onestà, di coerenza, di adesione alla verità fino al sacrificio supremo di sé. Per questo la Passione e morte di Gesù sono da sempre l’emblema stesso della morte del giusto che subisce eroicamente il martirio per non venir meno alla sua coscienza e alle esigenze della verità e della legge morale. È vero: la Passione di Cristo non cessa di stupire per gli esempi che ci ha lasciato. Lo rilevava già la lettera di san Pietro (cf. 1 Pt 2, 20-23).
3. Gesù ha accettato volontariamente la sua morte. Di fatto sappiamo che egli la predisse ripetutamente: l’annunciò tre volte durante l’ascesa verso Gerusalemme: avrebbe dovuto “soffrire molto . . . essere ucciso e risuscitare il terzo giorno” (Mt 16, 21; 17, 22; 20, 18 e par.); e poi, a Gerusalemme stessa, pronunciò con chiaro riferimento a sé la parabola del padre di famiglia, al quale gli agricoltori ingrati uccisero il figlio (cf. Mt 21, 33-34).
Infine, nel momento supremo e solenne dell’ultima Cena Gesù, riassumendo il senso della sua vita e della sua morte in quello di un’offerta fatta per gli altri, per la moltitudine degli uomini, parla del suo “corpo che è dato per voi”, del suo “sangue che viene versato per voi” (Lc 22, 19-20 e par.).
La vita di Gesù è dunque una esistenza per gli altri, una esistenza che culmina in una morte-per-gli-altri, comprendendo negli “altri” l’intera famiglia umana con tutto il peso delle colpe che porta con sé fin dalle origini.
4. Se guardiamo poi il racconto della sua morte, le ultime parole di Gesù gettano ulteriore luce sul significato che egli ha dato alla sua vita terrena. Gli evangelisti ci riferiscono alcune di queste parole. Luca registra il grido: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23, 46); è l’atto supremo e definitivo della donazione umana di Gesù al Padre. Giovanni annota il reclinamento del capo e le parole: “Tutto è compiuto” (Gv 19, 30); è il culmine dell’obbedienza al disegno di “Dio che ha mandato il suo Figlio nel mondo non per giudicarlo, ma perché il mondo fosse salvato per mezzo di lui” (Gv 3, 17). Gli evangelisti Matteo e Marco danno invece rilievo all’invocazione: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27, 26; Mc 15, 35), mettendoci di fronte al grande dolore di Cristo che affronta il passaggio con un grido umanissimo e paradossale, nel quale è racchiusa in modo drammatico la consapevolezza della presenza di Colui che in quel momento sembrava assente: “Dio mio, Dio mio”.
Non c’è dubbio che Gesù ha pensato la sua vita e la sua morte come mezzo di riscatto (lytron) per gli uomini. Siamo qui nel cuore del mistero della vita di Cristo. Gesù ha voluto darsi per noi. Come scrisse san Paolo: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2, 20).

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