martedì 22 marzo 2016

LA LIBERTÀ È UN CAMMINO - DA PSICOANALISI DELL'AMORE, DI E. FROMM


LA LIBERTÀ È UN CAMMINO - DA PSICOANALISI DELL'AMORE, DI E. FROMM

La libertà di scelta non è una facoltà formale astratta che o si "ha" o "non si ha"; è, piuttosto, una funzione della struttura del carattere di una persona. Alcuni non hanno la libertà di scegliere il bene perché la struttura del loro carattere non è più in grado di agire in armonia con il bene. Alcuni hanno perduto la capacità di scegliere il male, proprio perché la struttura del loro carattere ha perduto la spinta al male. In questi due casi estremi, possiamo dire che ambedue sono determinati ad agire come fanno, perché l'equilibrio di forze nel loro carattere non lascia loro alcuna scelta. Nella maggior parte degli uomini, comunque, abbiamo a che fare con inclinazioni contraddittorie che vengono bilanciate in modo tale che si possa fare una scelta. L'atto è il risultato dei rispettivi sforzi delle inclinazioni in conflitto nella persona.
Deve essere chiaro per ora che si può usare il concetto di "libertà" in due sensi diversi: nell'uno, la libertà è un atteggiamento, un orientamento, una parte della struttura del carattere maturo, completamente evoluto, e produttivo; in questo senso io posso parlare di una persona "libera" come posso parlare di una persona affettuosa, produttiva, indipendente; in realtà una persona libera in questo senso è una persona affettuosa, produttiva, indipendente; in questo senso la libertà non si riferisce ad una particolare scelta tra due possibili azioni, ma alla struttura del carattere in questione; e in questo senso la persona che "non è libera di scegliere il male" è la persona completamente libera. Il secondo significato di libertà è quello che... prevalentemente (usiamo), cioè la facoltà di fare una scelta tra alternative opposte; alternative che, comunque, implicano sempre la scelta tra l'interesse razionale e quello irrazionale alla vita e alla crescita contro il ristagno e la morte; in questo senso, l'uomo migliore e il peggiore non sono liberi di scegliere, mentre è precisamente per l'uomo con inclinazioni contraddittorie, che esiste il problema della libertà di scelta.
Se parliamo di libertà in questo secondo senso sorge la domanda: da quali fattori dipende questa libertà di scegliere tra inclinazioni contraddittorie?
Evidentemente il fattore più importante sta nelle rispettive forze delle inclinazioni contrastanti, in particolare nella forza degli aspetti inconsci di queste inclinazioni. Ma se ci chiediamo quali fattori sostengano la libertà di scelta anche quando l'inclinazione irrazionale sia più forte, troviamo che il fattore decisivo nello scegliere il migliore piuttosto che il peggiore sta nella consapevolezza...
La consapevolezza di ciò che è buono e cattivo è diversa dalla conoscenza teorica di ciò che si chiama bene e male nella maggior parte dei sistemi morali. Per sapere in base all'autorità della tradizione che amore, indipendenza e coraggio sono bene, e che odio, soggezione e codardia sono male, significa poco, poiché la conoscenza è conoscenza esterna, estranea, appresa da autorità, da insegnamenti convenzionali, ecc., e la si ritiene vera solo perché proviene da queste fonti. Consapevolezza significa che la persona fa quel che impara da sé, sperimentandolo, provando da sé, osservando gli altri e, alla fine, conquistando una convinzione piuttosto che avere una "opinione" irresponsabile. Ma non basta decidere sui principi generali. Al di là di questa consapevolezza si deve essere coscienti dell'equilibrio di forze dentro di sé, e delle razionalizzazioni che occultano le forze inconsce.
Facciamo un esempio specifico: un uomo è vivamente attratto da una donna e prova un forte desiderio di avere rapporti sessuali con lei. Egli pensa coscientemente di avere questo desiderio perché lei è così bella, o così comprensiva, o così bisognosa di essere amata, oppure di essere così sollecitato sessualmente, e così bisognoso di affetto, così solo, oppure... Egli può essere consapevole che, avendo una vicenda con lei, potrebbe mettere disordine nelle loro due vite; che lei ha paura e cerca una forza protettiva, e quindi non lo lascerà andare facilmente. Nonostante egli sappia tutto questo, va avanti e ha una vicenda con lei. Perché? Perché egli è consapevole del suo desiderio, ma non delle forze che gli sottostanno. Quali potrebbero essere queste forze? Ne citerò soltanto una fra le molte, sebbene sia quella che spesso entra in azione: la vanità e il narcisismo di lui. Se egli ha rivolto l'attenzione alla conquista di questa ragazza come prova del proprio potere di attrazione e del proprio valore, non sarà conscio, di solito, del vero movente. Egli propenderà per tutte le razionalizzazioni dianzi citate, e per molte ancora, e quindi agirà secondo il suo vero movente proprio perché non può vederlo, e ha l'illusione di agire per altri motivi più ragionevoli.
Il grado successivo è quello della piena consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. Nel momento della decisione la sua mente è colma di desideri e di placanti razionalizzazioni. La sua decisione, comunque, potrebbe essere diversa se egli potesse vedere chiaramente le conseguenze del suo atto; se potesse vedere, per esempio, una vicenda amorosa protratta a lungo, insincera, il proprio narcisismo che lo rende stanco di lei e che può essere soddisfatto solo da nuove conquiste, e malgrado tutto questo il persistere in false promesse perché si sente colpevole e ha paura di ammettere che non l'ha mai amata veramente, l'effetto paralizzante e fiaccante di questo conflitto su di lui e su di lei, ecc..
Ma neppure la consapevolezza delle vere motivazioni sottostanti e delle conseguenze basta ad aumentare l'inclinazione per la decisione giusta. E' necessaria un'altra importante consapevolezza: quando viene fatta la scelta concreta e si è consapevoli di quali siano le possibilità concrete tra le quali si può scegliere.
Supponiamo che egli sia consapevole di tutte le motivazioni e di tutte le conseguenze; supponiamo che egli abbia "deciso" di non andare a letto con questa donna. Allora la conduce ad uno spettacolo e prima di riportarla a casa suggerisce: "Beviamo qualcosa insieme". Apparentemente la frase suona abbastanza innocente. Non sembra ci sia niente di male nel bere qualcosa insieme; in effetti, non ci sarebbe nulla di male se l'equilibrio di forze non fosse già così fragile. Se in quel momento egli potesse essere consapevole di dove condurrà "il bere qualcosa insieme" non glielo chiederebbe. Vedrebbe che l'atmosfera sarà romantica, che la bevanda indebolirà la sua volontà, che non riuscirà a resistere al prossimo passo di scivolare nell'appartemento di lei per un altro "drink", e che quasi certamente si troverà a fare l'amore con lei. Con piena consapevolezza egli riuscirebbe a prevedere la sequenza come quasi inevitabile, e se potesse prevederla, potrebbe rifuggire dal "bere qualcosa insieme". Ma poiché il suo desiderio gli impedisce di vedere la sequenza necessaria, egli non fa la scelta giusta anche quando avrebbe la possibilità di farlo. In altre parole, la vera scelta qui viene fatta quando egli la invita a bere qualcosa (o forse quando la invita ad uno spettacolo), e non quando comincia a far l'amore con lei. All'ultimo punto della catena di decisioni egli non è più libero; in una fase precedente, avrebbe potuto essere libero se fosse stato consapevole che la decisione vera era da prendere proprio a quel punto e in quel momento. L'argomento in favore dell'opinione che l'uomo non ha alcuna libertà di scegliere il meglio contro il peggio è, in misura considerevole, basato sul fatto che di solito si guarda all'ultima decisione in una catena di avvenimenti, e non alla prima o alla seconda. Infatti, al momento della decisione finale la libertà di scegliere di solito è svanita. Ma può esserci stata in un momento precedente quando la persona non era ancora così profondamente presa dalle sue passioni. Si potrebbe generalizzare dicendo che una delle ragioni per cui moltissimi falliscono nella vita è precisamente questa, che essi non sono consci del momento in cui sono ancora liberi di agire secondo ragione, e sono consci di scegliere soltanto nel momento in cui è troppo tardi perché prendano una decisione.
C'è un altro problema strettamente connesso a quello di vedere quando viene presa la vera decisione. La nostra capacità di scegliere muta continuamente con il nostro modo di vita. Quanto più a lungo noi continuiamo a prendere decisioni sbagliate, tanto più il nostro cuore si indurisce; quanto più spesso noi prendiamo la decisione giusta, tanto più il nostro cuore si intenerisce - o meglio, forse, diventa vivo...
Ciò che implica l'analogia del gioco degli scacchi è evidente. La libertà non è un attributo costante che "abbiamo" o "non abbiamo". In realtà, non esiste nulla di simile alla "libertà" tranne come parola e come concetto astratto. C'è soltanto una realtà: l'atto di liberarci nel processo di operare delle scelte. In questo processo il grado della nostra capacità di operare scelte varia con ciascun atto, con il nostro modo di vivere. Ogni passo nella vita che aumenti la fiducia in me stesso, la mia integrità, il mio coraggio, la mia convinzione aumenta anche la mia capacità di scegliere l'alternativa desiderabile, finché alla fine non mi diventi più difficile scegliere l'azione indesiderabile piuttosto che quella desiderabile. D'altro canto, ogni atto di resa e di codardia mi indebolisce, apre la via ad altri atti di resa, e alla fine la libertà è perduta. Tra l'estremo di quando io non posso più fare un'azione sbagliata e l'altro estremo di quando ho perduto la libertà di agire rettamente, ci sono innumerevoli gradi di libertà di scelta. Nella vita pratica il grado di libertà di scelta è diverso ad ogni istante. Se il grado di libertà di scegliere il bene è alto, occorre meno sforzo per scegliere il bene. Se è basso richiede un grande sforzo, aiuto dagli altri, e circostanze favorevoli. Un esempio classico di questo fenomeno è la storia biblica della reazione del faraone alla richiesta di lasciare andare gli ebrei. Egli ha paura delle sofferenze sempre più gravi ricadute su lui e sul suo popolo; promette di lasciare andare gli ebrei; ma non appena il pericolo imminente scompare, "il suo cuore si indurisce" ed egli decide di nuovo di non lasciare liberi gli ebrei. Questo processo di indurimento del cuore è il punto centrale della condotta del faraone. Quanto più egli rifiuta di scegliere il giusto, tanto più duro diventa il suo cuore. Non c'è somma di dolori che muti questo fatale svolgimento, che alla fine sfocia nella distruzione sua e del suo popolo. Egli non ha mai subito un mutamento di cuore, perché decideva soltanto in base al timore; e mancando tale mutamento il suo cuore divenne sempre più duro finché non ebbe più alcuna libertà di scelta. 

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