giovedì 28 aprile 2016

Abraham and the Angels by Aert de Gelder (c. 1680–85)

PREGHIERA PER LA PACE (liberamente tratta dal discorso di Giovanni Paolo II al Corpo Diplomatico, gennaio 2003)


PREGHIERA PER LA PACE

(liberamente tratta dal discorso di Giovanni Paolo II al Corpo Diplomatico, gennaio 2003) 

Mai come in questo inizio di millennio l'uomo ha percepito quanto il mondo da lui plasmato sia precario. Dimora sovente nel cuore dei nostri contemporanei un sentimento di paura.
No alla morte! No all'egoismo! No alla guerra! Sì alla Vita! Sì alla Pace!

Comportamenti irresponsabili contribuiscono all'impoverimento delle risorse del pianeta: sono flagelli che minacciano la sopravvivenza dell'umanità, la serenità delle persone e la sicurezza delle società.
No alla morte! No all'egoismo! No alla guerra! Sì alla Vita! Sì alla Pace!

Ma tutto può cambiare. Dipende da ciascuno di noi. Ognuno può sviluppare in se stesso il proprio potenziale di fede, di probità, di rispetto altrui, di dedizione al servizio degli altri.
No alla morte! No all'egoismo! No alla guerra! Sì alla Vita! Sì alla Pace!

Anzitutto un “SÌ ALLA VITA”! Rispettare la vita e le vite: tutto comincia da qui, poiché il più fondamentale diritto umano è il diritto alla vita. La lotta per la pace è sempre una lotta per la vita!
No alla morte! No all'egoismo! No alla guerra! Sì alla Vita! Sì alla Pace!

RISPETTO DEL DIRITTO e DOVERE DELLA SOLIDARIETÀ: è importante non lasciare nulla di intentato perché tutti si sentano responsabili della crescita e della felicità di tutti. Ne va del nostro avvenire.
No alla morte! No all'egoismo! No alla guerra! Sì alla Vita! Sì alla Pace!

Si impongono pertanto alcune scelte affinché l'uomo abbia ancora un avvenire: i popoli della terra e i loro dirigenti devono avere talvolta il coraggio di dire “no”.
No alla morte! No all'egoismo! No alla guerra! Sì alla Vita! Sì alla Pace!

“NO ALLA MORTE”! Cioè, “no” a tutto ciò che attenta all'incomparabile dignità di ogni essere umano, a cominciare da quella dei bambini non ancora nati. Se la vita è davvero un tesoro, bisogna saperlo conservare e farlo fruttificare senza snaturarlo. "No" a tutto ciò che indebolisce la famiglia, cellula fondamentale della società. "No" a tutto ciò che distrugge nel bambino il senso dello sforzo, il rispetto di sé e dell'altro, il senso del servizio.
No alla morte! No all'egoismo! No alla guerra! Sì alla Vita! Sì alla Pace!

“NO ALL'EGOISMO”! Cioè, "no" a tutto ciò che spinge l'uomo a rifugiarsi nel bozzolo di una classe sociale privilegiata o di una cultura di comodo che esclude l'altro. Il modo di vivere di quanti usufruiscono del benessere, il loro modo di consumare, debbono essere rivisti alla luce delle ripercussioni che hanno sugli altri Paesi.
No alla morte! No all'egoismo! No alla guerra! Sì alla Vita! Sì alla Pace!

“NO ALLA GUERRA”! La guerra non è mai una fatalità; essa è sempre una sconfitta dell'umanità. Il diritto internazionale, il dialogo leale, la solidarietà fra Stati, l'esercizio nobile della diplomazia, sono mezzi degni dell'uomo e delle Nazioni per risolvere i loro contenziosi. Dico questo pensando a coloro che ripongono ancora la loro fiducia nell'arma nucleare e ai troppi conflitti che tengono ancora in ostaggio nostri fratelli in umanità.
No alla morte! No all'egoismo! No alla guerra! Sì alla Vita! Sì alla Pace!

IL PICCOLO POPOLO DEL MONTE GERIZIM


IL PICCOLO POPOLO DEL MONTE GERIZIM

di Sara Laurenti - foto di Diego Zanetti  

Nei Vangeli sono spesso citati ma restano una realtà quasi sconosciuta. Pochi sanno, per esempio, che i samaritani, pur ridotti a un pugno di famiglie, sopravvivono ancora oggi, esattamente nei luoghi che abitavano al tempo di Gesù. E come allora, la Pasqua è la festa religiosa più importante, memoria del tempo in cui il popolo ebraico fuggì dall’Egitto.
   «Se obbedirai ai Suoi comandamenti, Egli ascolterà la tua voce; se metterai in pratica le Sue parole, Egli esaudirà le tue invocazioni. Se Lo temerai, tutte le genti della terra ti temeranno. Se ricorderai i Suoi comandamenti, sarai esaltato. Se aprirai le Scritture e le leggerai, Egli aprirà per te i tesori del bene» (Memar Markah IV. 10). È un’invocazione ripetuta all’infinito nelle preghiere dei samaritani più anziani, già raccolti nel tempio del villaggio di Kiryat Luza, sul Gerizim, «il monte scelto da Dio», come cita la Bibbia samaritana. Ieri questa vetta era parte del regno d’Israele, oggi è una colonia ebraica in territorio palestinese, nel cuore della Samaria, uno dei luoghi più nominati nel Libro sacro.
Abramo su questa montagna pose il primo altare quando quattromila anni fa arrivò qui dal Nord della Siria. Lo stesso fece Giacobbe. Sempre in questo luogo, dopo un anno dall’ingresso nella Terra promessa, Giosuè fece rinnovare l’Alleanza a tutto il popolo d’Israele, reduce dall’esperienza dell’Esodo. Qui ancora è posta la tomba venerata di Giuseppe, il patriarca riportato dall’Egitto.
Durante il pellegrinaggio sul Gerizim, i rotoli della Torah vengono innalzati al cielo in una delle soste verso la cima, nel luogo dove - secondo i samaritani - Giacobbe sognò una scala che saliva al cielo.
Attualmente solo la metà dei settecento samaritani, l’ultima comunità al mondo, vive tutto l’anno sul monte sacro. Il resto si è stabilito a Holon, una comunità fondata nel 1954-55, vicino Tel Aviv.
Sono ore di trepidazione: la vigilia di Pasqua riunisce tutti in cima. C’è chi cuoce la matzoth, il pane azzimo non lievitato, prima che inizi la festa; chi, invece, in ritardo si affretta a entrare nella sinagoga, che appare piuttosto una moschea, con tappeti invece di banchi. Non ci sono donne: non sono tenute a rivolgersi a Dio in pubblico. La religione è un affare maschile. Le mogli e le figlie, con tutta probabilità, sono a casa a ultimare le pulizie perché nulla di lievitato rimanga prima che inizi la celebrazione pasquale. Gli uomini in preghiera sembrano califfi turchi del passato, con lunghe tuniche bianche e in testa il tarboosh, il fez rosso di sapore ottomano. Chi lo decora con strisce di stoffa dorata vuole sottolineare la sua autorità di capofamiglia. «Nella nostra cultura è rimasta forte l’influenza della dominazione turca, cominciata nel XVI secolo e durata, con qualche interruzione, fino agli inizi del Novecento. Portiamo questo copricapo per rispetto al luogo sacro di Dio», spiega Izhar, 30 anni.
Oggi la comunità samaritana è formata da sei grandi famiglie: i Sassoni, gli Tsedaka, gli Altif, gli Yehoshua, i Marchiv e i Kohen, quest’ultima erede della tribù sacerdotale di Levi. Solo i discendenti maschi di quest’ultimo gruppo possono, come è sempre stato nel passato, diventare sacerdoti, interpreti della legge e custodi della tradizione: si distinguono per il copricapo più basso e largo, a balze. Eppure l’eccezione non manca: il sommo sacerdote, sposato come tutti gli altri ministri della comunità, fa Tsedaka di cognome. «Qualche anomalia c’è sempre», sorride l’eletto, Elazar, 80 anni, che ci accoglie nella sua casa all’entrata del quartiere, ma non mi dà la mano perché potrei essere "impura". Le leggi di purità e impurità sono state date a Mosè da Dio stesso e sono scritte nel Libro del Levitico. Tutto il popolo, ciascuno per la sua condizione, le deve rispettare. In questo caso l’impurità riguarda il ciclo mestruale: se la donna è in questo periodo, è considerata impura e non deve essere toccata se non ci si vuole contaminare.
«Sono discendente di Aronne, fratello di Mosè», racconta il sommo sacerdote. «Oltre 3.600 anni fa gli israeliti entrarono nella terra di Canaan e fin dall’inizio siamo stati guidati da quattro principi di fede: un unico Dio, il Dio di Israele; un profeta, Mosè figlio di Amram; un unico libro sacro, il Pentateuco (ma rilevanti sono anche la liturgia samaritana, i commenti biblici e il Memar Markah, l’insegnamento di Markah, uno dei teologi più importanti, vissuto tra il III e IV secolo d.C., ndr), un unico luogo sacro, il monte Gerizim, la cui santità è detta anche nel nostro decimo comandamento», spiega preciso Elazar.
Poi continua, dando conto delle regole della comunità: «Essere samaritano richiede di vivere in terra d’Israele senza lasciarne i confini storici oppure mantenendovi la residenza se si vive fuori, di partecipare al sacrificio di Pasqua sul monte Gerizim, di mangiare cibo kasher (secondo le regole alimentari che comprendono il non mescolare carne e latte), di studiare fin da bambini la Torah, che interpretiamo letteralmente, di rispettare il sabato e di osservare scrupolosamente le leggi della purità e impurità che indica la Bibbia: chiunque non osservi uno solo di questi doveri non può vivere all’interno della comunità».
La rigida ubbidienza a queste regole rende noto questo gruppo in Israele come Shomerim, osservanti appunto. «Può diventare uno di noi», prosegue Elazar, «chi si converte alla nostra fede: le donne straniere, che devono obbedire al marito, diventano samaritane prima di unirsi in matrimonio con uno dei nostri, altrimenti entrambi sono scomunicati. Anche il divorzio è contemplato: c’è bisogno però del mio consenso», dice il capo spirituale samaritano.
Il sommo sacerdote ci lascia. Deve affrettarsi a raggiungere gli altri in sinagoga. Tutti, appena entrati, si prostrano in direzione dell’altare, in fondo allo stanzone, dove è vietato apporre immagini sacre perché l’unicità di Dio non può essere divisa in tante riproduzioni; sull’ara è posta solo una teca chiusa a chiave che contiene il rotolo di Abisha, letteralmente «custode del sacro», il Pentateuco scritto in alfabeto "samaritano", che è precedente a quello adottato dagli ebrei dopo l’esilio. Prima di entrare, le scarpe sono deposte nell’anticamera.
La preghiera, a volte in ebraico antico, altre in aramaico, è cantata. Nell’invocare Dio, Mosè e i patriarchi, tutti si passano la mano destra sul viso in segno di venerazione. La cantilena è alternata da un chiacchiericcio che, ci spiegano, è una discussione animata sui testi del Pentateuco. I samaritani non considerano tutti i testi dei profeti e degli agiografi come sacri, ma credono che alla fine dei giorni ci sarà la resurrezione dei morti grazie a un taheb, un restauratore, possibilmente un profeta come Mosè, della tribù di Giuseppe, come dice la Bibbia samaritana nel Libro del Deuteronomio.
Per capire la cultura e il culto samaritano bisogna tornare al 926 a.C., quando con la morte del re Davide la Palestina si divise in due e le dodici tribù si separarono: al nord si formò il regno d’Israele, con capitale Sichem e quindi Samaria, i cui discendenti erano per lo più delle tribù di Giuseppe, Efraim e Manasse; a sud quello di Giuda, con capitale Gerusalemme. Il regno d’Israele dovette presto fronteggiare la potenza degli assiri che, dopo varie vicende, nel 722 a.C. con Sargon II, distrussero la città come aveva predetto il profeta Michea (1,6): «Ridurrò Samaria a un mucchio di rovine in un campo, a un luogo per piantarvi una vigna. Rotolerò le sue pietre nelle valli, scoprirò le sue fondamenta». Una parte della popolazione fu deportata in Mesopotamia.
Dopo il ritorno dall’esilio babilonese, i samaritani tentarono di opporsi alla ricostruzione del Tempio di Gerusalemme e, sotto Antioco IV, si allearono con i pagani contro i giudei e crearono un tempio tutto loro sul Gerizim. In Samaria si stabilirono un certo numero di coloni assiri che si fusero con gli ebrei locali. I giudei non riconobbero mai ai samaritani lo statuto di ebrei ed ebbero sempre verso di loro disprezzo e rivalità. Nel 128 a.C. arrivarono addirittura a distruggere il tempio samaritano. «Noi non siamo ebrei, siamo samaritani», dice con orgoglio Elazar.
Al tempo di Gesù, l’ostilità fra questi due gruppi era ancora viva. Non a caso la parabola parla del buon samaritano per spiegare l’amore verso il prossimo. Questa comunità appare anche in un altro passo del Vangelo: Gesù chiede da bere a una samaritana con grande scandalo degli apostoli e, a una domanda della donna, risponde che ogni posto è buono per adorare Dio. Gesù si riferisce appunto alla disputa fra il Tempio di Gerusalemme e quello sul monte Gerizim. Solo verso la metà del secolo scorso la frattura si colmò: il Gran rabbino di Gerusalemme, Abraham Hayyim, dichiarò che i samaritani erano un ramo dell’albero giudaico e professavano la verità della Legge.
Nel luogo del sacrificio pasquale, intanto, il fuoco di legno d’ulivo è acceso da diverse ore in profonde buche che diventeranno presto forni per una cinquantina di agnelli. È l’imbrunire del quattordicesimo giorno del nuovo anno samaritano. Tutti gli uomini sono pronti, ognuno con la propria offerta. Elazar e il suo assistente intonano i canti secondo gli antichi riti dell’Esodo. Fanno memoria di Pesach, il passaggio del popolo d’Israele dalla schiavitù alla liberazione. E proprio come allora, oggi i samaritani sacrificano l’agnello.
Assiepati sugli spalti del centro costruito proprio per il sacrificio, molti curiosi vocianti, intanto, si godono lo spettacolo: sono ebrei ortodossi con molti figli al seguito, turisti e fotografi per lo più stranieri. Vicino al sommo sacerdote siedono i rappresentanti di altre comunità religiose: un rabbino, un prete cattolico, uno ortodosso e un imam palestinese, venuti dalla vicina Nablus per festeggiare. Sui tetti delle case circostanti giovanissimi soldati israeliani, con i fucili spianati, proteggono il luogo ma specialmente l’incolumità dei presenti. Anche molti di loro fotografano l’evento.
Più che una festa sacra, la Pasqua samaritana sembra una sagra. L’odore del sangue versato è intenso e gli abiti bianchi degli uomini al lavoro si macchiano inevitabilmente di rosso. Le donne della comunità siedono in seconda fila e commentano, guardando i loro uomini compiere il sacrificio. «Non ci sentiamo discriminate perché non siamo coinvolte nelle celebrazioni. È sempre stato così e siamo felici di vivere in questo modo la nostra fede», spiega Ema, 30 anni.
Compiuto il sacrificio, tutti si abbracciano e cantano le preghiere dell’Esodo invocando Mosè e i profeti. È tempo di preparare gli agnelli prima di cucinarli. Scende il buio. Le vittime sacrificali sono calate nella terra incandescente. L’atmosfera si fa convulsa: i forni sono chiusi ermeticamente col fango per una cottura più rapida. Ci vogliono oltre tre ore per arrostire le offerte: la lunga attesa scoraggia molti che se ne vanno. I pochi rimasti siedono intorno all’altare dove si bruciano le frattaglie perché è scritto che nulla di impuro deve rimanere.
La notte è sempre più umida e fredda. Il fuoco mitiga l’attesa ed è l’ora delle confidenze. «Come sarebbe bello ricostruire il tempio distrutto», dice malinconico Jacob, elettricista di 32 anni. «A quel punto dovremmo sacrificare a Dio due agnelli al giorno e sarebbe impegnativo», ironizza poi inconsapevole. «Ma se togliamo la tradizione religiosa alla nostra comunità, cosa ci farebbe rimanere uniti? Eppure non sono diverso dai miei coetanei ebrei. Vado in discoteca, al bar, e bevo alcolici, proprio come loro e, come tutti, cerco una brava ragazza, che, se mi amerà, sarà capace di convertirsi alla mia fede».
Finalmente gli agnelli sono pronti: il centro è di nuovo gremito. Le donne in vestaglia, assonnate, non vogliono mancare alla festa. Si canta e si balla: ognuno a suo modo ringrazia Dio e ricorda ancora il grande Mosè e le sofferenze del popolo d’Israele. Ogni famiglia torna a casa con il proprio agnello deposto sull’azzima tra le erbe amare. Qualcuno si ferma lì a festeggiare. «Chi non è samaritano non è invitato al banchetto perché impuro», dice Jacob. Le regole della purità sono ferree. Nel periodo pasquale è d’obbligo non mangiare pane o altro cibo lievitato durante tutti i sette giorni di Pesach. Chi non rispetta questa norma può contaminare chi è puro.
Guardiamo da lontano la festa e non condividiamo la gioia pasquale. È l’una del mattino.
Nei sette giorni che seguono la Pasqua, si celebra la Festa del pane azzimo, che fa memoria dell’Esodo del popolo scelto da Dio. Durante questo periodo, nel quale non è permesso mangiare nulla di lievitato, né cibi preparati, ma solo frutta, verdura, dolci fatti in casa e carne macellata nella comunità, tutto è cucinato prima della festa. Il settimo e ultimo giorno, la mattina presto, verso le tre, la comunità si ritrova a pregare in sinagoga. Dopodiché gli uomini, vestiti con lunghe tuniche bianche, salgono al monte sacro tra canti e preghiere: il pellegrinaggio è avvolto da un buio nebbioso, gelido, inospitale.
Nella prima tappa si ricordano le dodici pietre che Giosuè comandò a dodici uomini delle tribù d’Israele di trasportare fino al monte Gerizim per costruire un altare per i sacrifici a Dio. La preghiera non s’interrompe mai. Uno dei più anziani della comunità, con un grande mantello bianco, alza al cielo più volte la Torah e la preghiera si fa più intensa. Sembra Mosè sul monte Sinài che accoglie le leggi da Dio. Il canto accorato, misto al freddo pungente dell’altitudine, penetrano nelle ossa e nel cuore. Poco più avanti la processione sosta davanti all’altare di Adamo e del figlio Seth. La terza sosta, invece, ricorda Giacobbe e il sogno di una scala che giunge in cielo, ponte tra l’umano e il divino. Il gelo non si stempera. Ci si ripara come si può: con coperte, tappeti, sciarpe. Il corteo dopo pochi passi, si ferma ancora: questa volta dove si dice che Abramo abbia sacrificato l’ariete al posto del figlio Isacco. Non manca nemmeno un luogo sacro eretto dal patriarca Noè dopo il diluvio.
Tutto si compie nello spazio di poche decine di metri. La nebbia, nel frattempo, è diventata foschia, ma il sole fa ancora fatica a uscire dalle nuvole. Nablus s’intravede appena ai piedi della vallata. Si arriva così all’ultimo luogo, il più sacro, l’Eterna Collina, dove erano conservate le Tavole della Legge, detto anche Sakhra. I canti aramaici continuano ad animare il momento solenne. La Torah si staglia sempre meglio al cielo: c’è chi piange ricordando la schiavitù in Egitto. Accanto agli altari, una chiesa bizantina con il poco che resta dei preziosi mosaici ricorda un’altra storia, quella cristiana. Si è alzato il vento: chissà se è quello dello Spirito, che non conosce divisioni né confini.
Mentre continua la preghiera della comunità, arrivano le donne in tenuta da casa portando cibo e tè caldo per i loro uomini. Prima di rifocillarsi, ricordano anche loro i patriarchi fermandosi ai diversi altari. La discesa è in ordine sparso. Si continua a festeggiare nelle case. Stavolta qualcuno ci offre da bere. Alla fine della giornata la maggioranza si prepara per tornare a Tel Aviv. Chi resta entra in sinagoga per la preghiera: fino a tarda sera ringrazia Dio per un’altra Pasqua di pace.

Sara Laurenti

mercoledì 27 aprile 2016

Holy Fathers Simeon Stylites and Daniel,

PADRI DEL DESERTO - ANTONIO IL GRANDE


PADRI DEL DESERTO - ANTONIO IL GRANDE

Se le date tramandate dalla tradizione sono esatte, visse più di 100 anni, dal 250-51 al 356. Era nativo in Egitto, di un villaggio copto; di famiglia cristiana, di cultura semplice e limitata. Rimase presto orfano, solo con una sorellina: aveva 18 o 20 anni e si prendeva cura della casa e della sorella. Pochi mesi dopo, sentì irresistibilmente rivolta a lui la parola del Signore al giovane ricco, che udì leggere in chiesa: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto quello che possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli, poi vieni e seguimi» (cf. Mt 19, 21). si ritira allora in solitudine. La sua fama diventa sempre più grande, e sempre più numerosa la gente che vuole udire da lui qualche parola. Dato che molti lo molestavano insistentemente, si allontanò dal Nilo inoltrandosi ancor più nel deserto, in direzione del Mar Rosso, per fermarsi «in monte interiore», nella parte più interna di una montagna che ancora oggi porta il nome di monte di S. Antonio, monte da cui si può vedere il Sinai. La Vita Antonii, scritta da Atanasio poco dopo la morte del grande eremita, ebbe subito un grandissimo successo, com’è provato dalla testimonianza di Agostino alla cui conversione contribuì fortemente, dal fatto che in breve fu tradotta in latino, copto, armeno, siriaco, arabo, etiopico e georgiano, e da numerose tracce del suo vasto influsso.

1.   L’opera grande dell’uomo 
Disse il padre Antonio al padre Poemen: «Questa è l’opera grande dell’uomo: gettare su di sé il proprio peccato davanti a Dio; e attendersi tentazioni fino all’ultimo respiro».
Egli disse ancora: «Nessuno, se non tentato, può entrare nel regno dei cieli; di fatto – dice – togli le tentazioni, e nessuno si salva».
Il padre Antonio disse: «Vidi tutte le reti del Maligno distese sulla terra, e dissi gemendo: – Chi mai potrà scamparne? E udii una voce che mi disse: – L’umiltà».

2.  Pesci e monaci
Il padre Antonio disse ancora: «Come i pesci muoiono se restano all’asciutto, così i monaci che si attardano fuori della cella o si trattengono fra i mondani, snervano il vigore dell’unione con Dio. Come dunque il pesce al mare, così noi dobbiamo correre alla cella; perché non accada che, attardandoci fuori, dimentichiamo di custodire il di dentro».
Disse ancora: «Chi siede nel deserto per custodire la quiete con Dio è liberato da tre guerre: quella dell’udire, quella del parlare, e quella del vedere. Gliene rimane una sola: quella del cuore».

3.   Il cacciatore e i monaci
Nel deserto c’era un tale che cacciava belve feroci; e vide il padre Antonio che scherzava con i fratelli e se ne scandalizzò. Ma l’anziano, volendo fargli capire che occorre talvolta accondiscendere ai fratelli, gli dice: «Metti una freccia nel tuo arco e tendilo». Egli lo fece. Gli dice: «Tendilo ancora», e lo fece. Gli dice un’altra volta: «Tendilo». Il cacciatore gli dice: «Se lo tendo oltre misura, l’arco si spezza». L’anziano gli dice: «Così accade anche nell’opera di Dio: se coi fratelli tendiamo l’arco oltre misura, presto si spezzano. Perciò talvolta bisogna essere accondiscendenti con i fratelli». Ciò udendo, il cacciatore fu preso da compunzione e se ne andò molto edificato. E anche i fratelli ritornarono confortati ai loro posti.

4.   Stalla senza porte
Dei fratelli, da Scete, vollero far visita al padre Antonio. Imbarcandosi per compiere il tragitto, trovarono un anziano che pure voleva recarsi colà; ma i fratelli non lo conoscevano. Seduti sul battello, discorrevano delle parole dei padri, e di quelle della Scrittura, e dei loro lavori; il vecchio taceva. Quando giunsero all’ancoraggio, si accorsero che anche il vecchio andava dal padre Antonio. Arrivati che furono da lui, il padre Antonio dice loro: «Avete trovato una buona compagnia in quest’anziano». E all’anziano: «Padre, ti sei trovato con dei buoni fratelli». L’anziano risponde: «Buoni lo sono; ma la loro corte è senza porta e chiunque vuole può entrare nella stalla e sciogliere l’asino». Intendeva dire che parlavano di qualunque cosa venisse loro alla bocca.

5.   Il monaco e i cani
Un fratello che aveva rinunciato al mondo e dato ai poveri i suoi beni, ma si era tenuto qualcosa per sé, fece visita al padre Antonio. Il padre, sapendo il fatto, gli dice: «Se vuoi farti monaco, va’ al tuo paese, compera della carne, legala attorno al corpo nudo e vieni qui». Così fece il fratello; e i cani e gli uccelli gli dilaniarono tutto il corpo. Quando fu giunto dal padre, questi gli chiese se avesse fatto secondo il suo consiglio: egli mostrò il suo corpo pieno di ferite. Sant’Antonio allora gli dice: «Quelli che rinunciano al mondo e vogliono tenersi dei beni, vengono in tal modo fatti a brani lottando contro i demoni».

6.   Il discernimento
Il padre Antonio disse: «Vi sono di quelli che martoriano il corpo nell’ascesi e, mancando di discernimento, si allontanano da Dio».
Il padre Antonio disse: «Colui che batte un blocco di ferro, prima pensa a quel che vuole farne; se una falce, o una spada, o una scure. E anche noi dobbiamo sapere a quale virtù tendiamo, se non vogliamo faticare invano».

7.  Bada a te stesso
Il padre Antonio, volgendo lo sguardo all’abisso dei giudizi di Dio, chiese: «O Signore, come mai alcuni muoiono giovani, altri vecchissimi? Perché alcuni sono poveri, e altri ricchi? Perché degli empi sono ricchi e dei giusti sono poveri?». E giunse a lui una voce che disse: «Antonio, bada a te stesso. Sono giudizi di Dio questi: non ti giova conoscerli».

8.  Il monaco dal villaggio devastato
Un monaco fu lodato dai fratelli presso il padre Antonio. Egli lo prese seco e lo mise alla prova per vedere se sopportava il disprezzo. Visto poi che non era capace di soffrirlo, gli disse: «Sembri un villaggio tutto adorno sul davanti e dietro devastato dai briganti».

9.   Tu sei pazzo
Il padre Antonio disse: «Verrà un tempo in cui gli uomini impazziranno, e al vedere uno che non sia pazzo, gli si avventeranno contro dicendo: – Tu sei pazzo!, a motivo della sua dissimiglianza da loro».
10.  A me, padre, basta il solo vederti
Tre padri avevano costume di andare ogni anno dal beato Antonio; due di loro lo interrogavano sui pensieri e sulla salvezza dell’anima; il terzo invece sempre taceva e non chiedeva nulla. Dopo lungo tempo, il padre Antonio gli dice: «È tanto ormai che vieni qui e non mi chiedi nulla». Gli rispose: «A me, padre, basta il solo vederti».
11.  È dal prossimo che ci vengono la vita e la morte
In un cenobio, un fratello fu falsamente accusato di impurità: e si recò dal padre Antonio. Vennero allora i fratelli dal cenobio, per curarlo e portarlo via. Si misero ad accusarlo: «Tu hai fatto questo». Ed egli a difendersi: «Non ho fatto nulla del genere». Accadde per fortuna che si trovasse colà il padre Pafnuzio Kefala; egli disse questa parabola: «Sulla riva del fiume vidi un uomo immerso nella melma fino al ginocchio; e vennero alcuni per dargli una mano, ma lo fecero affondare fino al collo». E il padre Antonio, riferendosi al padre Pafnuzio, dice loro: «Ecco un vero uomo, capace di curare e di salvare le anime». Presi da compunzione per la parola degli anziani, essi si inchinarono davanti al fratello; poi, esortati dai padri, lo riportarono al cenobio.
Disse ancora: «È dal prossimo che ci vengono la vita e la morte. Perché, se guadagniamo il fratello, è Dio che guadagniamo; e se scandalizziamo il fratello, è contro Cristo che pecchiamo».

PAPA FRANCESCO (sulla questione dell’ambiente, 5 giugno 2013)


PAPA FRANCESCO (sulla questione dell’ambiente, 5 giugno 2013)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 5 giugno 2013 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi vorrei soffermarmi sulla questione dell’ambiente, come ho avuto già modo di fare in diverse occasioni. Me lo suggerisce anche l’odierna Giornata Mondiale dell’Ambiente, promossa dalle Nazioni Unite, che lancia un forte richiamo alla necessità di eliminare gli sprechi e la distruzione di alimenti.
Quando parliamo di ambiente, del creato, il mio pensiero va alle prime pagine della Bibbia, al Libro della Genesi, dove si afferma che Dio pose l’uomo e la donna sulla terra perché la coltivassero e la custodissero (cfr 2,15). E mi sorgono le domande: Che cosa vuol dire coltivare e custodire la terra? Noi stiamo veramente coltivando e custodendo il creato? Oppure lo stiamo sfruttando e trascurando? Il verbo “coltivare” mi richiama alla mente la cura che l’agricoltore ha per la sua terra perché dia frutto ed esso sia condiviso: quanta attenzione, passione e dedizione! Coltivare e custodire il creato è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti. Benedetto XVI ha ricordato più volte che questo compito affidatoci da Dio Creatore richiede di cogliere il ritmo e la logica della creazione. Noi invece siamo spesso guidati dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non la “custodiamo”, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura. Stiamo perdendo l’atteggiamento dello stupore, della contemplazione, dell’ascolto della creazione; e così non riusciamo più a leggervi quello che Benedetto XVI chiama “il ritmo della storia di amore di Dio con l’uomo”. Perché avviene questo? Perché pensiamo e viviamo in modo orizzontale, ci siamo allontanati da Dio, non leggiamo i suoi segni.
Ma il “coltivare e custodire” non comprende solo il rapporto tra noi e l’ambiente, tra l’uomo e il creato, riguarda anche i rapporti umani. I Papi hanno parlato di ecologia umana, strettamente legata all’ecologia ambientale. Noi stiamo vivendo un momento di crisi; lo vediamo nell’ambiente, ma soprattutto lo vediamo nell’uomo. La persona umana è in pericolo: questo è certo, la persona umana oggi è in pericolo, ecco l’urgenza dell’ecologia umana! E il pericolo è grave perché la causa del problema non è superficiale, ma profonda: non è solo una questione di economia, ma di etica e di antropologia. La Chiesa lo ha sottolineato più volte; e molti dicono: sì, è giusto, è vero… ma il sistema continua come prima, perché ciò che domina sono le dinamiche di un’economia e di una finanza carenti di etica. Quello che comanda oggi non è l'uomo, è il denaro, il denaro, i soldi comandano. E Dio nostro Padre ha dato il compito di custodire la terra non ai soldi, ma a noi: agli uomini e alle donne. noi abbiamo questo compito! Invece uomini e donne vengono sacrificati agli idoli del profitto e del consumo: è la “cultura dello scarto”. Se si rompe un computer è una tragedia, ma la povertà, i bisogni, i drammi di tante persone finiscono per entrare nella normalità. Se una notte di inverno, qui vicino in via Ottaviano, per esempio, muore una persona, quella non è notizia. Se in tante parti del mondo ci sono bambini che non hanno da mangiare, quella non è notizia, sembra normale. Non può essere così! Eppure queste cose entrano nella normalità: che alcune persone senza tetto muoiano di freddo per la strada non fa notizia. Al contrario, un abbassamento di dieci punti nelle borse di alcune città, costituisce una tragedia. Uno che muore non è una notizia, ma se si abbassano di dieci punti le borse è una tragedia! Così le persone vengono scartate, come se fossero rifiuti.
Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora – come il nascituro –, o non serve più – come l’anziano. Questa cultura dello scarto ci ha resi insensibili anche agli sprechi e agli scarti alimentari, che sono ancora più deprecabili quando in ogni parte del mondo, purtroppo, molte persone e famiglie soffrono fame e malnutrizione. Una volta i nostri nonni erano molto attenti a non gettare nulla del cibo avanzato. Il consumismo ci ha indotti ad abituarci al superfluo e allo spreco quotidiano di cibo, al quale talvolta non siamo più in grado di dare il giusto valore, che va ben al di là dei meri parametri economici. Ricordiamo bene, però, che il cibo che si butta via è come se venisse rubato dalla mensa di chi è povero, di chi ha fame! Invito tutti a riflettere sul problema della perdita e dello spreco del cibo per individuare vie e modi che, affrontando seriamente tale problematica, siano veicolo di solidarietà e di condivisione con i più bisognosi.
Pochi giorni fa, nella Festa del Corpus Domini, abbiamo letto il racconto del miracolo dei pani: Gesù dà da mangiare alla folla con cinque pani e due pesci. E la conclusione del brano è importante: «Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi avanzati: dodici ceste» (Lc 9,17). Gesù chiede ai discepoli che nulla vada perduto: niente scarti! E c’è questo fatto delle dodici ceste: perché dodici? Che cosa significa? Dodici è il numero delle tribù d’Israele, rappresenta simbolicamente tutto il popolo. E questo ci dice che quando il cibo viene condiviso in modo equo, con solidarietà, nessuno è privo del necessario, ogni comunità può andare incontro ai bisogni dei più poveri. Ecologia umana ed ecologia ambientale camminano insieme.
Vorrei allora che prendessimo tutti il serio impegno di rispettare e custodire il creato, di essere attenti ad ogni persona, di contrastare la cultura dello spreco e dello scarto, per promuovere una cultura della solidarietà e dell’incontro. Grazie.

martedì 26 aprile 2016

Christ in the Garden of Gethsemane

OLIVIER CLÉMENT - IL PADRE NOSTRO


OLIVIER CLÉMENT - IL PADRE NOSTRO

(non è tutto l'articolo, è solo uno stralcio, ma è tutto da leggere, bellissimo!)

La prima parola della. preghiera che Gesù ci insegna e che noi diciamo - in un certo senso - con lui, in lui, nel suo Spirito, è Padre: Pater hemon, "Padre di noi".
Fermiamoci innanzitutto su quella che è veramente la prima parola: "Padre". E una parola che per l'uomo odierno ha una strana risonanza: l'uomo di oggi è orfano, non ha radici al di fuori dello spazio-tempo, si sente smarrito in un universo senza limiti, discende dalla scimmia e va verso il nulla.
Gli è stato detto che la paternità nella famiglia o, in senso figurato, nella società era assurda e "repressiva", e lo è veramente se non trasmette un senso spirituale della vita: molti padri sono solo dei "genitori".
Gli è stato detto che "Dio Padre" era il nemico della sua libertà, una specie di spia celeste, un Padre sadico, castrante. E bisogna ammettere che la storia della cristianità, in Oriente come in Occidente, in un'epoca o in un' altra, ha sufficientemente convalidato questa accusa.
Molti di conseguenza oggi si indirizzano verso le spiritualità asiatiche, scientismo dell'interiorità in cui il divino, impersonale, fa pensare piuttosto a un'immensa matrice cosmica. Sì, siamo orfani. L'incesto e l'omosessualità, questi due segni dell'assenza del padre, assillano la nostra società. La morte del padre si inscrive nella paura dell'altro.
Per lo stesso motivo oggi aumenta stranamente la nostalgia del padre. E la chiesa ci insegna questa preghiera che inizia proprio con la parola "Padre" .
Questo Padre trascende la dualità sessuale. Giovanni Evangelista ci parla di "seno del Padre", tutta la bibbia ne evoca le "viscere di misericordia", rahamim, in senso uterino: questo Padre abbonda di matrici; generante, Egli "sente" i figli come una madre "sente" i suoi, con tutto l'essere, con tutta la carne, con le viscere.
E tuttavia: Padre. Il punto di arrivo, come suggerito da questa simbolica, non è di riassorbimento ma di comunione, una comunione liberante, che ci rende capaci di andare verso l'altro.

Questo universo ha il proprio ambito nella parola, nel soffio, nell'amore del Padre
Quindi: Padre. Cosa significa per la nostra vita quotidiana? Significa che non siamo mai, assolutamente mai orfani, smarriti, abbandonati alle forze e ai condizionamenti di questo mondo. Abbiamo una risorsa, abbiamo un'origine fuori dello spazio-tempo. Questo universo apparentemente illimitato - ma il tempo ha avuto inizio con il "big bang", ma lo spazio è ricurvo, contenuto, afferma Einstein - questo universo ha il proprio ambito nella parola, nel soffio, nell'amore del Padre. Le nebulose e gli atomi - anch'essi nebulose - amano il Padre in modo impersonale, con la loro stessa esistenza, ma noi, gli uomini, possiamo amarlo personalmente, rispondergli coscientemente, esprimere la sua parola cosmica: ciascuno di noi quindi, in virtù di questo legame personale con il Padre, è più nobile e più grande del mondo intero.
I volti si imprimono al di là delle stelle, nell'amore del Padre. I momenti apparentemente effimeri della nostra vita, ognuno di quegli istanti in cui, come dice il poeta, "abbiamo avuto le vene colme di esistenza", si imprimono per sempre nella memoria amante del Padre.
Allora il nichilismo della nostra epoca è sconfitto, l'angoscia che abita il nostro profondo può trasformarsi in fiducia, l'odio in adesione. Ecco cosa bisogna avvertire con forza ogni giorno - e lo dico in modo particolare ai giovani: è bello vivere, vivere è grazia, vivere è gloria, ogni esistenza è benedizione.
Mi pare che nella letteratura dei popoli segnati dall' ortodossia, anche in scrittori non pienamente credenti - come il primo Tolstoj, o i grandi romanzieri siberiani contemporanei, o quel Vassili Grossman autore del mirabile Vita e destino - si ritrovi questo senso della bontà e della bellezza profonda degli esseri e delle cose, la grazia alla radice di ogni cosa, una paternità infinitamente misericordiosa che tutto ama. Ne deriva la capacità meravigliosa, che questi scrittori possiedono, di parlare dei bambini, dell'affetto tra genitori e figli, pregio così raro nella letteratura occidentale contemporanea. ..
La nostra teologia e la nostra spiritualità sanno bene che è impossibile imprigionare in parole e in concetti questo mistero dell'origine. Ma Gesù ci svela che questo abisso - di cui parla anche l'India - è un abisso di amore, un abisso paterno. Con Gesù, in lui, nel suo soffio, noi osiamo balbettare: "Abba, Padre", parola di infinita tenerezza infantile: ecco tutto il paradosso cristiano.
E Gesù ci rivela che questo paradosso, questa relazione paradossale, non esiste solo nel rapporto del Padre con la creazione, ma in Dio stesso, nel più assoluto dell'assoluto. In Dio stesso c'è l'origine senza origine, e l'Altro filiale, e il soffio di vita e di amore che riposa sull'Altro e lo riconduce all'origine, e noi in lui. In Dio stesso c'è il respiro dell'amore, questo grande mito di unità e di diversità. E noi, a immagine di Dio, siamo trascinati in questo ritmo.
Solo che, in Dio, tra l'Origine e il suo Altro filiale, nel Soffio unificante, la risposta d'amore è immediata, la reciprocità d'amore è assoluta. Noi invece abbiamo bisogno del tempo, dello spazio, di una sorta di oscurità per andare verso la Luce e gli uni verso gli altri nello stesso tempo. Spesso noi siamo il figlio prodigo che dissipa i suoi averi con le prostitute, pascola i porci e brama nutrirsi di carrube. Tuttavia anche allora noi sappiamo che il Padre non solo ci attende, ma ci viene incontro. Il mondo non è una prigione bensì un passaggio oscuro - passaggio da attraversare, passaggio da decifrare in un contesto più ampio -, e in questo testo, un testo che redigiamo con Dio, tutto ha un senso, ciascuno è importante, ciascuno è necessario.
Se tutto è benedetto dal Padre, dobbiamo, a nostra volta, benedirlo in ogni cosa. Dovremmo cercare di riscoprire, di rinnovare, di vivere interiormente tutte quelle formule di benedizione che la chiesa ci insegna e che associamo alle benedizioni. "E Dio vide che era cosa buona", tob, che significa "buono e bello"; d'altronde la Settanta traduce con kalon, "bello". Massimo il Confessore ci insegna a fare, in ogni sguardo attento, contemplativo sulle cose, una sorta di esperienza trinitaria: il fatto stesso che una cosa esista, riposi nell'essere, ci rimanda al Padre, "creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili..." (così, del resto, ogni cosa diventa il visibile del!'invisibile); il fatto che possiamo comprenderla, discernere in essa e ricostruire a partire da essa una struttura prodigiosamente "intelligente", ci rimanda al Figlio, Verbo, Sapienza e Ragione del Padre; il fatto che la cosa sia bella, si inserisca dinamicamente in un ordine, tenda verso una pienezza, ci rimanda allo Spirito, al Soffio vivificante, di cui Sergej Bulgakov diceva che è la personificazione della bellezza. Impariamo così a discernere nelle cose la Paternità di Dio, il Padre "con le due sante mani", il Verbo e lo Spirito - come diceva Ireneo di Lione - il Padre con la sua Sapienza e la sua Bellezza.
Tuttavia l'esperienza trinitaria più fondamentale si inscrive nell'hemon che segue il Pater, nella seconda parola del Padre Nostro: "Padre - di noi". 
Di questo "noi" vorrei sottolineare due cose. 
La prima è che dobbiamo imparare a discernere il mistero di Dio sul volto del prossimo. L'orrore della storia, soprattutto in questo secolo, è che l'uomo, qui o là, si arroga un potere assoluto sull'uomo. Le ideologie pretendono di spiegare l'uomo, di ridurlo alla razza, alla classe, alla religione, alla cultura. E gli ideologi, "quelli che sanno", si sentono autorizzati, per il bene dell'umanità - così affermano -, a manipolare, condizionare, imprigionare, torturare e uccidere gli uomini. Sbocco, forse, di tutto un pensiero moderno inteso come volontà di carpire (è proprio il significato del termine Begriff, che significa "concetto" in tedesco) .
In opposizione a questo dobbiamo capire che l'altro, chiunque sia, fosse pure un pubblicano, una prostituta, un samaritano (per usare i termini di Gesù, per nulla difficili da trasporre), l'altro, qualunque altro, è l'immagine di Dio, il figlio del Padre, altrettanto inspiegabile, altrettanto "inconcettualizzabile" che Dio stesso: la sua migliore definizione è di essere indefinibile.
Impariamo a non più maledire, impariamo a non più disprezzare: "non esiste altra virtù che il non disprezzare", affermava un padre del deserto. L'altro è volto, interamente volto. E di fronte a un volto non ho alcun potere: posso soltanto, poiché questo volto è anche parola, cercare di rispondere, diventare re-sponsabile. Questo vale per i rapporti di amore, di amicizia, di collaborazione, vale nella famiglia come nella società, nei rapporti con gli altri cristiani come nella vita politica. Ricordati: non disprezzare!
L'altra cosa che vorrei sottolineare, e che d'altronde è inseparabile dalla prima, è il rapporto tra la chiesa e l'umanità. "Padre - di noi": questo "noi" è soltanto la chiesa in cui siamo tutti "membra gli uni degli altri", secondo la struttura mirabilmente delineata da Vladimir Losskij: un solo corpo, un solo essere in Cristo, e ciascuno che incontra personalmente Gesù, ciascuno illuminato da una fiamma unica della Pentecoste - struttura trinitaria? Non credo. Il Verbo, afferma il prologo di Giovanni, "è la luce vera che illumina ogni uomo che viene nel mondo". Si può tradurre anche: "...che, venendo nel mondo, illumina ogni uomo". Il Verbo, incarnandosi, ha assunto in sé tutta l'umanità, tutti gli uomini, di ogni luogo e di tutti i tempi. Risuscitando, ha risuscitato tutti gli uomini.

Non esiste un solo uomo che non abbia una relazione misteriosa con Dio
La chiesa sono coloro, numerosi o scarsi poco importa, che scoprono tutto questo, entrano lucidamente in questa luce e ringraziano. A nome di tutti. La chiesa è il "sacerdozio regale", la "nazione santa" messa a parte per pregare, testimoniare, lavorare per la salvezza di tutti gli uomini. Sappiamo dov'è il cuore della chiesa: nell' evangelo, nell' eucaristia. Ma ignoriamo i limiti del suo irradiamento, perché l'eucaristia è offerta "per la vita del mondo".
Non esiste filo d'erba che non cresca nella chiesa, non una costellazione che non graviti attorno ad essa, attorno all'albero della croce, nuovo albero di vita, asse del mondo. Non esiste un solo uomo che non abbia una relazione misteriosa con il Padre che l'ha creato, con il Figlio, "uomo-estremo", con il Soffio che anima ogni vita. Non esiste un solo uomo che non abbia un'aspirazione alla bontà, un sussulto davanti alla bellezza, un presentimento del mistero davanti all'amore e alla morte.
Molti, inondati di gioia, esclameranno nel giorno del giudizio: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare... straniero e ti abbiamo accolto, nudo e ti abbiamo vestito? Quando ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a trovarti?". E si sentiranno rispondere:
"In verità vi dico, ogni volta che l'avete fatto a uno di questi piccoli, che sono miei fratelli, l'avete fatto a me!". E noi, lo facciamo?
Nella nostra vita quotidiana allora non facciamo della chiesa una setta o un ghetto. Impariamo a scoprire ovunque i germi di vita. Sappiamo accoglierli nella nostra intelligenza e nel nostro amore, sappiamo immagazzinarli come in granai nella preghiera della chiesa.

Pater hemôn ho en toîs ouranoîs
Padre nostro quello nei cieli
I "cieli" qui evocano il carattere inaccessibile, abissale del Padre, un Dio al di là di Dio, hypertheos dice Dionigi Areopagita. Ci si accosta a lui sondandone l'assenza, è la teologia negativa di cui parlavo prima; l'intelligenza misura i propri limiti sentendo rumoreggiare, sempre più lontano, l'oceano divino.

Saper guardare l'azzurro, lasciarci invadere, pulire
Poi viene il momento in cui cessa ogni attività mentale, quando l'uomo si raccoglie e tace, diventando pura attesa. Nella nostra vita quotidiana è necessario che ci siano attimi di profonda emozione silenziosa. I padri parlano per esempio della sensazione che si impadronisce dell'uomo quando arriva sul bordo di un'alta scogliera, con il mare che si apre vertiginosamente davanti a lui.
A volte bisogna sapersi fermare e ascoltare il silenzio, assaporare il silenzio, meravigliarsi, diventare come un calice pronto a essere colmato. Può essere un momento di calma in casa, una stanza in cui si è soli, una chiesa aperta in piena città, una passeggiata nel bosco. Può essere, nell'evangelo che si cerca di leggere ogni giorno, in un salmo, in un testo spirituale, una parola che tocca il cuore, che ci trafigge: allora non si prosegue, ci si ferma in un'attesa silenziosa, a volte colmata...
Ma perché è proprio il cielo a fungere da simbolo alla trascendenza? Indubbiamente perché l'azzurro profondo - specialmente nei paesi mediterranei - è contemporaneamente fuori della nostra portata e presente ovunque: tutto avvolge, tutto penetra con la sua luce. Nelle lingue arcaiche il termine corrispondente - "cielo brillante" - indica la divinità.
Dobbiamo saper guardare l'azzurro, lasciarcene invadere, lasciarci pulire, fino alle giunture delle nostre ossa. Perché mai molti giovani, che non vanno mai in chiesa, scalano le montagne, questi luoghi elevati, se non per entrare, in qualche modo, nell'azzurro? Perché vanno verso i mari del sud, dove l'acqua e il cielo si confondono in una sfera di pienezza, in una sfera d'azzurro?

"È ritrovata. Cosa? L'eternità. È il mare unito al sole"
Eppure la sconvolgente rivoluzione dei tempi moderni fu la scoperta del cielo vuoto e illimitato, in cui né Dio né l'uomo sembrano più aver posto. Il cielo esultante dei salmi e del libro di Giobbe è diventato un'assenza nera. L'insensato di Nietzsche cerca invano Dio in un mondo in cui la terra va irrisoriamente alla deriva, in cui non c'è più né alto né basso, in cui fa sempre più freddo. Allora l'emozione suscitata dall'azzurro brillante rischia di ridursi a uno svago estivo. Il cielo divino va ritrovato altrove.
Altrove? Nel "cuore" affermano i nostri asceti. In quel centro più centrale, in quella profondità più profonda in cui tutto il nostro essere si raccoglie e si apre su un abisso di luce: l'azzurro interiore, colore dello zaffiro, come osservava Evagrio Pontico.
Uno dei nostri compiti quotidiani è proprio quello di destare in noi le forze del cuore profondo. Siamo soliti vivere nella testa e nel sesso, con il cuore spento. Ma lui solo può essere il crogiuolo in cui si trasfigurano l'intelligenza e il desiderio e, anche se non arriviamo fino all'abisso di luce, ne possono comunque scaturire delle scintille: un sussulto immenso e dolce infiamma il nostro cuore. Dobbiamo ritrovare il senso di questa emozione non emotiva, di questo sentimento non sentimentale, di questa vibrazione pacificante e sconvolgente di tutto l'essere, quando gli occhi si riempiono di lacrime di stupore e di gratitudine, tenerezza ontologica, silenzio colmato. Non riguarda solo i monaci, riguarda umilmente, parzialmente ogni uomo; arriverei a dire che è anche un problema di cultura.

Forze del cuore, amore della bellezza
In Reparto C di Solzenicyn, una giovane donna, responsabile di un servizio in un ospedale, chiede al suo superiore, il "vecchio dottore", da dove gli vengano la capacità di simpatia e, indissociabilmente, la sicurezza della diagnosi. Questi le risponde di essere stato a lungo scavato, illuminato dall'amore di una donna; 1'amore infatti, se è la grazia così rara di sapere che un altro esiste, può fendere il "cuore di pietra" e trasformarlo in "cuore di carne".
Ma, aggiunge il "vecchio dottore", sono ormai anni che quella donna è morta. Adesso ha bisogno, in determinati momenti, di ritirarsi, di chiudersi, di fare silenzio in se stesso, di lasciare che il cuore si rappacifichi fino a diventare come un lago immobile sul quale si riflettono la luna e le stelle. Il silenzio e la pace rendono possibile la visita del Padre "che è nei cieli", e sullo specchio del cuore così visitato si inscrive la verità degli esseri e delle cose.
Ed è anche una questione di cultura. Abbiamo bisogno di musica, di poesia, di romanzi, di canzoni, di tutta un'arte capace di essere anche arte popolare, in grado di destare le forze del cuore.
A volte nel métro, a Parigi, mi raggiunge una canzone degli altipiani latino-americani: segue il confine sinuoso della morte e dell'amore, della rivolta e della celebrazione.
È come la grande storia d'amore della letteratura araba: quella di Majnùn e di Laila. Majnùn, il folle, ama Laila, la notte. Laila ama Majnùn ma non gli rivela il proprio mistero e, sotto la forma di una gazzella, scompare nel deserto. Majnùn è ormai destinato all'erranza, e al canto (Queste osservazioni mi sono suggerite dal bel libro di Bernard Feillet, La nuit et le fou, Parigi 1983.). Abbiamo bisogno del canto di Majnùn, abbiamo bisogno di una bellezza che non sia bellezza di possesso, com'è così spesso il caso di oggi, ma proprio di spossesso, e forse di comunione, "la bellezza che crea la comunione", come afferma Dionigi Areopagita.
E Giovanni Climaco parla di "quelle musiche profane che conducono alla gioia interiore, all'amore divino, alle sante lacrime". Il genio del cristianesimo è segretamente "filocalico" e "filocalia" significa" amore della bellezza": questa bellezza non dev'essere confinata nella liturgia, nel1'ascesi, ma deve risplendere anche nella cultura.

"Sia santificato il tuo Nome"
Il Padre, fin dall'eternità, prende nome nel suo Verbo, nella sua Parola. E il Verbo si è fatto carne per rivelarci il Nome e santificarlo fino alla fine, poiché il Nome è la presenza, "separata" e radiosa a un tempo, cioè santa. La "santificazione del Nome", al tempo di Cristo, non significava solo 1'onore e la lode resi a Dio, ma la testimonianza fino all'effusione del sangue, fino al dono della vita, fino al martirio. Gesù ha santificato il Nome fino alla croce, e il Nome ha santificato lui fino alla resurrezione. Gesù crocifisso è "Uno della santa Trinità" crocifisso, come canta la liturgia bizantina. Gesù crocifisso è Dio crocifisso.
Là, nella spoliazione totale della croce si rivela il Nome proprio di Dio. E questo Nome è amore: "Dio è amore", afferma Giovanni. Per amore verso di noi, Dio ci raggiunge nella nostra sofferenza, nella nostra rivolta, nella nostra disperazione, nella nostra agonia: "Padre, se è possibile, allontana da me questo calice". "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". In tal modo ormai tra la nostra sofferenza e il nulla, tra la nostra rivolta, la nostra disperazione, la nostra agonia e il nulla si frappone il Dio incarnato e crocifisso, il quale, risuscitando, ci apre sbocchi inconsueti verso la luce.
Per "santificare il Nome" noi dobbiamo unicamente rifugiarci nella croce di Cristo. Il martirio cristiano è un'esperienza mistica in cui un uomo, una donna - spesso persone normalissime - si abbandona con umile fiducia a Cristo, nel momento dell'estrema sofferenza. Allora avviene l'irruzione della gioia della resurrezione.
Ci sono diversi modi di essere martiri: "beati i perseguitati per la giustizia... beati voi quando vi insulteranno...". Oppure, molto più banalmente, la malattia, il declino, la scomparsa dei propri cari, il tradimento e la solitudine, la morte. Nei confronti del prossimo, così come verso se stessi, bisogna innanzitutto combattere la sofferenza con una sollecitudine vigilante.

LA PASQUA SECONDO GLI APOCRIFI - DI GIANFRANCO RAVASI


LA PASQUA SECONDO GLI APOCRIFI  - DI GIANFRANCO RAVASI 

Il canto del gallo arrostito e la conversione di Ponzio Pilato 

L'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede ha ospitato giovedì 23 la presentazione della mostra "Apocrifi. Memorie e leggende oltre i vangeli" che sarà aperta dal 24 aprile al 4 ottobre 2009 nella Casa delle Esposizioni di Illegio (Tolmezzo). Pubblichiamo l'intervento dell'arcivescovo presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. 

È paradossale, ma non è impresa difficile quella di ordinare una mostra che abbia come filo conduttore i vangeli apocrifi, come appunto è testimoniato dalla grandiosa esposizione che si apre il 24 aprile a Illegio in Friuli, cittadina divenuta nota per i suoi straordinari eventi artistici. Questa letteratura ebbe, infatti, uno straordinario successo proprio nell'arte e nella tradizione popolare. Noi ora vorremmo solo aprire uno squarcio in questo orizzonte: sotto il termine di "apocrifi" - letteralmente, dal greco, i libri "nascosti" - si stende, infatti, un'immensa produzione letteraria e religiosa, anche di bassa qualità, che corre parallela ma autonoma rispetto all'Antico e al Nuovo Testamento i quali contengono invece i libri "canonici", ossia quelli riconosciuti dall'ebraismo e dal cristianesimo come testi sacri, ispirati da Dio. Questi documenti si distribuiscono anche nell'ultima fase dell'ebraismo anticotestamentario e costituiscono un capitolo della stessa letteratura religiosa giudaica. 
Gli apocrifi giudaici sono almeno 65 testi diversi, composti a partire dal III secolo prima dell'era cristiana fino al II secolo, riconducibili ad ambiti e generi diversi. Importanti, ad esempio, sono certi scritti apocalittici come i tre diversi libri di Enoch che offrono una testimonianza variegata ma decisiva di molte concezioni del giudaismo. Significativi sono anche i "testamenti" messi in bocca a vari personaggi biblici come i vari patriarchi, oppure Giobbe, Mosè o Salomone. C'è, poi, una serie di opere di taglio filosofico o sapienziale, come l'antico racconto di Achikar, di origine babilonese, adottato e trasformato dal mondo giudaico e divenuto molto popolare. Non mancano, inoltre, preghiere, odi, salmi, alcuni venuti alla luce a Qumran, sulla costa del mar Morto, in una delle più celebri scoperte del secolo scorso. Sono da registrare anche aggiunte o approfondimenti liberi di testi biblici come la Vita di Adamo ed Eva o la storia d'amore tra Giuseppe e Asenet.
La mostra di Illegio, però, mette in scena rappresentazioni artistiche legate agli apocrifi cristiani che puntano a ricreare, spesso molto liberamente, la vita di Gesù dando origine a nuovi Vangeli - non mancano però "Apocalissi" o "Atti" di vari apostoli e "Lettere" sul modello di quelle paoline. Si tratta di una massa rilevante di scritti cristiani, nati soprattutto dalla pietà popolare ma anche da ambiti colti - pensiamo agli scritti gnostici egiziani. Essi furono ben presto contestati, nonostante rivendicassero il desiderio di allinearsi e di completare i libri canonici. Questa esclusione, per altro spesso motivata a causa della loro qualità teologica discutibile e della loro fantasiosa creatività storica, non ne impedì l'ingresso nella devozione popolare, nella stessa storia della teologia, nella liturgia e soprattutto nella tradizione artistica dei secoli successivi. Il primo a raccogliere questa pirotecnica serie di racconti sulla nascita di Gesù, sui suoi detti e miracoli, sulla sua morte e risurrezione, sugli atti dei suoi apostoli, sulla "dormizione" o morte di sua madre, sulle "apocalissi" o rivelazioni del futuro fu nel 1564 a Basilea Michael Neander Soraviensis e da allora le raccolte si sono moltiplicate fino alle moderne edizioni critiche. 
Entriamo, dunque, anche noi come viandanti stupiti in questa selva di pagine, di immagini, di colpi di scena, di simboli, di fantasie. Qui appaiono, ad esempio, le "divine malefatte" di un Gesù ragazzo che fa morire e risorgere o mutare in capretti i compagni di giuoco, che paralizza il maestro che sta per picchiarlo a causa della sua sapienza troppo saccente, ma che sa guarire dai morsi di vipera e estrae prodigiosamente bimbi caduti in forni o pozzi, che aggiusta senza fatica manuale un letto sghembo uscito dalla falegnameria di Giuseppe. Tra le decine di percorsi che si aprono davanti a noi in tale foresta letteraria ne scegliamo uno che ci conduca all'evento della Pasqua di Cristo, il periodo liturgico che ci sta accompagnando. Un'enorme massa di racconti segue, infatti, le ore della settimana che verrà poi chiamata "santa". Inseguiremo solo alcuni attori di quei giorni oscuri e gloriosi, prescindendo quindi dai vari soggetti esposti nella mostra friulana.
Giotto - Bacio di GiudaIl primo a venirci incontro è Giuda Iscariota, il traditore, un personaggio che ha continuato a generare "apocrifi" fino ai nostri giorni con vari romanzi e opere di autori diversi moderni. Per gli apocrifi antichi la storia del traditore di Gesù ha radici remote e molto fantasiose. 
Figlio del sacerdote Caifa, fin da piccolo Giuda - secondo il Vangelo arabo dell'infanzia del Salvatore, un apocrifo carissimo ai cristiani d'Oriente e persino ai musulmani - dava segni di possessione diabolica. Sua moglie, stando invece a un testo copto egiziano, aveva accolto presso di sé per allattarlo il figlio neonato di Giuseppe d'Arimatea, colui che avrebbe offerto la tomba di famiglia per deporvi il cadavere di Gesù. Ebbene, quando Giuda tornò a casa stringendo in mano i trenta denari del tradimento, quel neonato non volle più succhiare il latte. Venne, allora, convocato suo padre Giuseppe: appena il piccolo lo vide, prodigiosamente si mise a gridare: "Vieni, padre mio, portami via dalle mani di questa donna che è una bestia selvatica. Ieri, nell'ora nona, hanno preso il prezzo del sangue del Giusto".
Infatti sempre secondo i testi apocrifi, era stata la moglie a spingere Giuda al tradimento per venalità: costringeva già da tempo il marito a rubare alla cassa comune dei discepoli che, come si legge nel Vangelo canonico di Giovanni (12, 6), era appunto gestita da Giuda. 
Ma la scena più clamorosa è narrata dalle Memorie - o Vangelo - di Nicodemo, un famoso apocrifo greco, giunto a noi anche in versione copta e latina, forse dell'inizio del II secolo. 
Giuda, dopo aver tradito Gesù, si ritira a casa sua, cupo e deciso al suicidio. Sua moglie cerca di convincerlo a non impiccarsi, "razionalmente" certa che Cristo non potrà mai risorgere. La donna sta arrostendo un gallo per il pranzo e scommette con il marito: "Nello stesso modo in cui questo gallo arrostito può cantare, così Gesù potrà risorgere. Ma, proprio mentre stava parlando, quel gallo allargò le ali e cantò tre volte. Giuda, allora, del tutto convinto, con la corda fece un capestro e andò a impiccarsi". 
È evidente la ripresa in forma surreale ed esasperata del tema evangelico del gallo che canta al momento del tradimento di Pietro. Altri apocrifi dipingeranno la morte di Giuda, invece, come un'esplosione dopo che il suo corpo si era gonfiato a dismisura - c'è un libero riferimento agli Atti degli Apostoli (1, 18) - e rappresenteranno la sua anima mentre vaga disperata nell'Amenti, cioè negli inferi. 
Non poteva mancare una fioritura apocrifa anche attorno a un altro attore del racconto evangelico delle ultime ore terrene di Gesù: il procuratore romano Ponzio Pilato. Lo scrittore e martire cristiano Giustino nel 155 circa chiamava "Atti di Pilato" quelle Memorie di Nicodemo a cui abbiamo appena accennato. Esse, infatti, contengono una vivace sceneggiatura del processo romano di Cristo, nei confronti del quale vengono avanzati come capi di imputazione la nascita impura da fornicazione e la violazione della legge, soprattutto quella del riposo sabbatico.
 Tintoretto - Cristo a giudizio da PilatoMa lasciamo la parola all'antico narratore che già esalta la grandezza sovrumana di Cristo. "Pilato chiamò un messo e gli ordinò: Mi sia condotto qui Gesù, ma con gentilezza! Il messo uscì e, quando riconobbe Gesù, lo adorò, stese a terra il sudario che aveva in mano e gli disse: Signore, cammina qui sopra e vieni perché il governatore ti chiama(...) Quando Gesù entrò da Pilato, le immagini che i vessilliferi reggevano sulle insegne si inchinarono da sole e adorarono Gesù". Sfilano poi davanti a Pilato i testimoni a discarico: ciechi, paralitici, un gobbo, l'emorroissa, tutti guariti da Gesù, e Nicodemo, membro del Sinedrio giudaico. 
Qui entra in scena la moglie stessa del procuratore della quale i vari apocrifi offrono anche il nome, Claudia Procula (o Procla): "Sapete che mia moglie" - dice Pilato agli accusatori di Gesù - "simpatizza con voi riguardo al giudaismo. Gli Ebrei risposero: Sì, lo sappiamo! Pilato: Ecco, mia moglie mi ha mandato a dire: Non ci sia nulla tra te e quest'uomo giusto! Questa notte, infatti, ho sofferto molto a causa sua. Gli Ebrei, allora, replicarono a Pilato: Non ti abbiamo forse detto che è un mago? È lui che ha inviato a tua moglie i fantasmi dei sogni". È evidente anche in tal caso come la base narrativa del vangelo canonico di Matteo (27, 19) venga ampliata con aggiunte di colore. A questo punto Pilato - stando al Vangelo di Pietro che è stato definito "il più antico racconto non canonico della Passione di Cristo" (scritto attorno al 100 e ritrovato solo nel 1887 in Alto Egitto nella tomba di un monaco) - "si alzò; nessuno degli Ebrei si lavò le mani, né Erode né alcuno dei suoi giudici". Solo Pilato, dunque, si lava le mani dichiarando simbolicamente la sua innocenza. Poi, sempre secondo le Memorie di Nicodemo, "ordinò che fosse tirato il velo davanti alla sedia curule e disse a Gesù: Il tuo popolo ti accusa di assumere il titolo di re. Perciò ho decretato che, in ossequio alla legge dei pii imperatori, tu sia prima flagellato e poi appeso alla croce nel giardino dove sei stato catturato. Disma e Gesta, entrambi malfattori, saranno crocifissi con te" - appaiono così anche i nomi improbabili dei due compagni di crocifissione di Gesù, anonimi secondo Luca 23, 39-43.
È, però, soprattutto sulla vita successiva di Pilato che si scatenerà la fantasia apocrifa, compresa quella moderna (pensiamo al Procuratore di Giudea di Anatole France, a Il punto di vista di Ponzio Pilato di Paul Claudel, alla Moglie di Pilato di Gertrud von Le Fort, al Ponzio Pilato di Roger Caillois, al Pilato di Friedrich Dürrenmatt, al Maestro e Margherita di Michail A. Bulgakov e così via). Ci è giunta dall'antichità cristiana una relazione apocrifa inviata da Pilato agli imperatori Tiberio e Claudio con i riscontri dei destinatari, una lettera di Pilato a Erode e una Paradosi di Pilato, cioè un'ipotetica "tradizione" storica delle sue vicende. C'erano persino apocrifi pagani su di lui, tant'è vero che lo storico cristiano Eusebio di Cesarea lamentava che l'imperatore Massimino Daia nel 311 avesse fatto distribuire nelle scuole delle false Memorie di Pilato "piene di empietà contro Cristo" e avesse ordinato che i ragazzi le imparassero a memoria per istigarli all'odio contro il cristianesimo. Ma gli apocrifi cristiani si accaniranno in particolare sulla morte di Pilato con esiti antitetici. 
Da un lato, la citata Paradosi descrive una fine tragica durante una partita di caccia con l'imperatore. "Un giorno Tiberio, andando a caccia, stava inseguendo una gazzella; ma, quando questa giunse davanti alla porta di una caverna, si fermò. Pilato si spinse a vedere. Tiberio lanciò nel frattempo una freccia per colpire l'animale, ma essa attraversò l'ingresso della caverna e uccise Pilato". Più impressionante è la fine narrata da un altro testo e divenuta popolare nel Medioevo: Pilato morì suicida a Roma con un colpo del suo prezioso pugnale. Gettato con un peso nel Tevere, il cadavere dovette essere ripescato perché attirava gli spiriti maligni rendendo pericolosa la navigazione sul fiume. Traslato a Vienne in Francia e immerso nel Rodano, dovette essere recuperato per la stessa ragione e sepolto a Losanna. Ma anche qui, a causa del suo corpo infestato di demoni, lo si dovette riesumare e scaraventare in un pozzo naturale, in alta montagna. 
Alphonse François - Claudia Procula (moglie di Ponzio Pilato) D'altro lato, la tradizione apocrifa cristiana esalta invece la conversione di Pilato che muore come martire, decapitato per ordine di Tiberio, e viene accolto in cielo da Cristo. Non per nulla la Chiesa etiopica venera come santo nel suo calendario liturgico il procuratore romano. La stessa sorte toccherà ovviamente a sua moglie Claudia Procula. Ecco, infatti, un'altra versione della fine di Pilato secondo la Paradosi che abbiamo sopra citato. "Il comandante Labio, incaricato dell'esecuzione capitale, troncò la testa di Pilato e un angelo del Signore la raccolse. Sua moglie Procula, vedendo l'angelo giunto a prendere la testa del marito, ebbe un trasporto di gioia ed emise l'ultimo respiro. Fu, così, sepolta con suo marito Pilato per volere e benevolenza del Signore nostro Gesù Cristo". La conversione del procuratore era avvenuta in coincidenza della risurrezione di Cristo, secondo il Vangelo di Gamaliele, opera copta del v secolo. Infatti, "entrato nella tomba di Cristo, Pilato prese le bende mortuarie, le abbracciò e per la gran gioia scoppiò in lacrime. Si volse poi a un suo capitano che aveva perso un occhio in guerra e rifletté: Sono sicuro che queste bende restituiranno la luce al suo occhio. Avvicinò a lui le bende mortuarie e gli disse: Non senti, fratello, il profumo di queste bende? Non è un odore di cadavere ma di porpora regale impregnata di soavi aromi(...) Il capitano prese quelle bende e si mise a baciarle dicendo: Sono certo che il corpo che voi avete avvolto è risorto dai morti! Nell'istante in cui il suo volto le toccò, il suo occhio guarì e vide la gioiosa luce del sole come prima. Fu come se Gesù avesse posto su di lui la mano, proprio come era accaduto al cieco nato".
Un capitolo particolare in molti Vangeli apocrifi è riservato ai testimoni della risurrezione che si moltiplicano rispetto ai Vangeli canonici e che diventano spettatori di epifanie clamorose. Ecco come lo stesso Pilato narra la sua esperienza secondo il citato Vangelo di Gamaliele: "Vidi Gesù al mio fianco! Il suo splendore superava quello del sole e tutta la città ne era illuminata, ad eccezione della sinagoga degli Ebrei. Egli mi disse: Pilato, piangi forse perché hai fatto flagellare Gesù? Non aver paura! Sono io il Gesù che morì sull'albero della croce e sono io il Gesù che è risorto dai morti. Questa luce che tu vedi è la gloria della mia risurrezione che irradia di gioia il mondo intero! Corri, dunque, alla mia tomba: troverai le bende mortuarie che sono rimaste là e gli angeli che le custodiscono; gettati davanti ad esse e baciale, diventa assertore della mia risurrezione e vedrai nella mia tomba grandi miracoli: i paralitici camminare, i ciechi vedere e i morti risorgere. Sii forte, Pilato, per essere illuminato dallo splendore della mia risurrezione che gli Ebrei negheranno". E di fatti Pilato giunto al sepolcro di Cristo - come si è già visto - passerà di sorpresa in sorpresa, incontrando anche il ladrone risorto.
C'è, dunque, un "altro" Cristo risorto che viene incontro negli scritti apocrifi a una folla di persone, rispetto alla ben più sobria e rigorosa narrazione dei Vangeli canonici. Un'apparizione è riservata, ad esempio, anche all'apostolo Bartolomeo nell'omonimo vangelo apocrifo: in quell'occasione Gesù svela tutti i segreti dell'Ade, ove aveva trascorso il periodo tra la sua morte e l'alba di Pasqua. In un altro testo è Giuseppe d'Arimatea a incontrare il Signore risorto. Arrestato dai giudei per aver offerto a Gesù il sepolcro, egli vede avanzare Gesù con il ladrone pentito nella tenebra della sua cella: "Nella camera risplendette una luce accecante, l'edificio fu sospeso ai quattro angoli verso l'alto, si aprì un passaggio e io uscii. Ci mettemmo in viaggio per la Galilea, mentre attorno a Gesù brillava una luce insopportabile a occhio umano e dal ladrone emanava un gradito profumo che era quello del paradiso". Anche Pietro, al di là delle apparizioni pasquali "canoniche", ha un incontro straordinario registrato dagli Atti di Pietro, un apocrifo composto tra il 180 e il 190, sulla via di Roma, e divenuto la sostanza del Quo Vadis?, il famoso romanzo che il polacco Henryk Sienkiewicz compose tra il 1894 e il 1896.
 Particolarmente vivace è poi la tradizione apocrifa riguardante la madre di Gesù, Maria. I Vangeli canonici tacciono sull'incontro del Risorto con lei. Infatti, dopo la scena del Calvario (Giovanni, 19, 25-27) si passa a quella degli Atti degli Apostoli secondo la quale i discepoli di Gesù "sono assidui e concordi nella preghiera" con Maria "al piano superiore della casa [di Gerusalemme] ove abitavano" (1, 13-14) e non si aggiunge nulla sull'incontro tra la Madre e il Risorto. A questo vuoto suppliscono abbondantemente gli apocrifi. Riprendiamo tra le mani il Vangelo di Gamaliele. Maria, prostrata dal dolore, rimane in casa, ed è Giovanni che le riferisce le notizie sulla sepoltura del Figlio. Essa, tuttavia, non si rassegna a restar lontana dalla tomba di Gesù e, tra le lacrime, dice a Giovanni: "Anche se la tomba di mio Figlio fosse gloriosa come l'arca di Noè, io non ne avrei nessun conforto se non la potessi vedere per versarvi le mie lacrime. Giovanni le rispose: Come possiamo andarci? Davanti alla tomba sono di guardia quattro soldati dell'esercito del governatore! (...) La Vergine, però, non si lasciò trattenere e la domenica, di buon mattino, si recò al sepolcro. Giunta di corsa, si guardò intorno e fissò lo sguardo sulla pietra: era stata rotolata via dal sepolcro! Allora esclamò: Questo miracolo è avvenuto a favore di mio Figlio! Si sporse in avanti, ma non vide nel sepolcro il corpo del Figlio. Quando il sole spuntò, mentre il cuore di Maria era malinconico e triste, si sentì penetrare nella tomba dall'esterno un profumo aromatico: sembrava quello dell'albero della vita! La Vergine si voltò e in piedi, presso un cespuglio di incenso, vide Dio vestito con uno splendido abito di porpora celeste". 
Maria, tuttavia, non riconosce in questa figura gloriosa suo Figlio. Allora inizia un dialogo simile a quello che il vangelo di Giovanni (20, 11-18) intesse tra Maria Maddalena e il Cristo risorto e alla fine si ha lo scioglimento dell'enigma: "Non smarrirti, Maria, osserva bene il mio volto e convinciti che io sono tuo Figlio". E Maria replicherà augurandogli una "felice risurrezione", inginocchiandosi a adorarlo e a baciargli i piedi. Un'altra testimonianza, ancor più fastosa, dell'apparizione del Risorto a sua madre è conservata in un frammento copto del v-vii secolo, traduzione di un testo più arcaico. "Il Salvatore apparve sul grande carro del Padre di tutto il mondo e, nella lingua della sua divinità, esclamò: Maricha, marima, Tiath - che significa: Mariam, madre del Figlio di Dio! Mariam ne capiva il senso; perciò si volse e rispose: Rabbuní, Kathiath, Thamioth - che significa: Figlio di Dio! Il Salvatore le disse: Salve a te, che hai portato la vita a tutto il mondo! Salve, madre mia, mia santa arca, mia città, mia dimora, mio abito di gloria del quale mi sono vestito venendo al mondo! Salve, mia brocca piena di acqua santa! Tutto il paradiso gioisce per merito tuo. Ti assicuro, Maria, mia madre: colui che ti ama, ama la vita. Poi il Salvatore aggiunse: Va' dai miei fratelli e di' loro che sono risorto dai morti e che andrò al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro(...) Maria disse a suo Figlio: Gesù, mio Signore e mio unico Figlio, prima di andare nei cieli dal tuo Padre, benedicimi perché io sono tua madre, anche se non vuoi che io ti tocchi!".
"E Gesù, vita di tutti noi, le rispose: Tu sarai assisa con me nel mio regno. Allora, il Figlio di Dio s'innalzò sul suo carro di cherubini, mentre miriadi di angeli cantavano: Alleluia! Il Salvatore stese la mano destra e benedisse la Vergine". Ormai con questo testo ci ritroviamo in un'altra regione, quella della devozione mariana, cara soprattutto alle Chiese d'Oriente. L'accento scivola sulla mariologia, lasciando sullo sfondo il riferimento cristologico. La ricca esemplificazione che abbiamo offerto - sebbene si riferisca a una sola fase della storia di Gesù Cristo - non rende ragione del tutto riguardo alla molteplicità tematica e ai riflessi della varie situazioni ecclesiali che sono rivelati dalle pagine apocrife. Essa, però, riesce a mostrare in modo inequivocabile la qualità radicalmente differente, sia per attendibilità storica sia per rigore teologico, degli scritti canonici neotestamentari, esempio della loro essenzialità tematica e sobrietà narrativa. Significativa, per contrasto, è l'elaborazione della "gnosi" - secondo la quale la salvezza è offerta solo dalla conoscenza - diffusa soprattutto in Egitto. Essa introdurrà, ad esempio, nel Vangelo di Tommaso una collezione di frasi o detti di Gesù evangelici ed extra-evangelici, alcuni di grande interesse storico, ma anche aprirà la stura a discutibili speculazioni teologiche, spesso molto elaborate e sofisticate e fin stravaganti. In positivo potremmo dire che, però, domina un forte senso della grandezza dell'evento cristologico e una viva coscienza dell'identità cristiana. In un apocrifo egiziano gnostico, noto come il Vangelo di Filippo, si legge: "Se dici: Sono ebreo! nessuno si commuove. Se dici: Sono romano! nessuno trema. Se dici: Greco, barbaro, schiavo, libero! Nessuno si agita. Ma se dico: Sono cristiano! Il mondo trema".

(L'Osservatore Romano - 24 aprile 2009)