giovedì 7 aprile 2016

CHE CAPOLAVORO È L'UOMO. LO SGUARDO DI SHAKESPEARE, DI EDOARDO RIALTI


CHE CAPOLAVORO È L'UOMO. LO SGUARDO DI SHAKESPEARE, DI EDOARDO RIALTI

Scritto da Redazione de Gliscritti: 07 /04 /2013 

Riprendiamo sul nostro sito dal sito www.diessefirenze.org una relazione tenuta da Edoardo Rialti a Firenze, il 10 dicembre 2012. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per altri testi di Edoardo Rialti e, più in generale, sul teatro, vedi la sezione Letteratura.
Il Centro culturale Gli scritti (7/4/2013)

Oggi facciamo un viaggio per rintracciare le parole più presenti nei testi di Shakespeare. Dobbiamo tenere presente che il genere teatrale, di per sé, è un genere molto particolare, non è un racconto né una poesia perché ha una sua struttura unica. Tra il ‘500 e il ‘600 il genere teatrale nasce negli anni di Shakesperare, in Spagna, Francia e Inghilterra.
Shakespeare è interessante da diversi punti di vista. Se c’è una parola che tutti noi abbiamo sulle labbra in questi anni è “crisi”: sociale, economica, politica. Ma non siamo i primi a vivere una forte crisi. Negli anni di Shakespeare l’Europa ha vissuto una crisi come la nostra, ma con dei sussulti maggiori.
Innanzitutto si scopre un nuovo continente, e non c’è nulla di paragonabile a questo per la storia umana. In questa situazione, le due più grandi istituzioni della storia umana moderna,  Impero e Chiesa, si trovano in un momento non facile: l’Impero deve fronteggiare l’insorgere di monarchie assolute, più radicali nella concezione di potere della monarchia sovranazionale; la Chiesa subisce la lacerazione della riforma protestante.
Shakespeare si trova a vivere in uno dei paesi sul limite estremo: l’Inghilterra è una potentissima monarchia nazionale, ma anche uno degli stati che hanno rotto con il continente anche dal punto di vista della realtà religiosa.
Siccome molte opere di Shakespeare hanno ambientazioni fantastiche, mitologiche, si diceva che non fosse interessato ai problemi del suo tempo: questo non è vero, la regina Elisabetta aveva, infatti, interdetto i drammi di ambientazione storica contemporanea, perché il teatro era luogo di grande dibattito sul presente storico. Per questo, quando vuole parlare di cose assolutamente legate al suo tempo, Shakespeare le traspone in epoche molto lontane.
Shakespeare ha un precedente: inizia a fare l’autore teatrale, il capocomico quando sulle scene inglesi è alla ribalta un giovane prodigio, Christopher Marlowe che lo precede, e morirà dopo poco. È interessante vedere queste due personalità a confronto, per capire quanto Shakespeare supera Marlowe.
Quest’ultimo scriveva storie con grandi personaggi, che vogliono eccellere conquistando qualcosa, ma che si scontrano con l’esperienza del limite, questo è il grande tema dell’Umanesimo. Nel Tamerlano dice: “Natura, che in noi mise quattro elementi sempre in guerra, ci insegna ad avere una mente ambiziosa. L’anima nostra che conosce il creato, vuole che ci esauriamo senza riposa finché raggiungiamo il frutto più maturo, dolce fruizione di una corona sulla terra”. È un’immagine dell’uomo microcosmo che riflette la grandezza del cosmo ma si esaurisce nel potere, nel possesso di una corona.
Shakespeare ha presente questa scena, e la riflette nell’Amleto ma ne fa un grande inno all’umanità: “Che capolavoro è l’uomo, quanto è nobile nell’intelletto, ... un angelo nell’azione e un idolo nel pensiero”... “Eppure, ai miei occhi, che cos’è questa quint’essenza di polvere?”. Lui si accorge che tutto ciò che l’uomo possiede non può bastare. Anche quando conquistasse tutto, in fondo non basta.
Shakespeare scrive in un mondo che non inventa lui, nel genere teatrale proprio del suo tempo, ma vi immette una profondità esistenziale che lo rende assolutamente unico, e che ce lo fa, per questo, contemporaneo: ha chiaro che la riuscita della vita non è sul piano dei successi economici, politici, materiali. C’è bisogno di qualcos’altro.
Tutto questo affiora in maniera costante nel linguaggio che usa. Per questo vorrei darvi delle “parole” da guardare. Shakespeare usa quattro generi di scrittura preesistenti, che innova.
La tragedia: è una storia che inizia bene e finisce male, o inizia male e finisce peggio.
La commedia, secondariamente, è l’opposto: inizia con un problema e termina con una soluzione felice.
Il dramma storico: non è né commedia né tragedia, si attiene al finale del fatto storico.
A questo aggiunge il romance: le fiabe con cui, alla fine della vita, rilegge tutte le dinamiche che aveva già raccontato in una prospettiva diversa.
Quali sono i temi che percorrono queste strutture formali? Una serie di contrapposizioni forti: ordine, disordine e falso ordine sono tre questioni fondamentali. A prescindere dal genere, le sue storie raccontano l’ordine della famiglia, dello stato, dell’amore che partecipano del grande ordine del creato.
Quest’ordine della realtà è messo in crisi dal disordine violento, o da un falso ordine più sottile, che per imporsi ha bisogno di una forzatura violenta sulla situazione.
L’Amleto inizia con una situazione di sollievo per tutti: è morto il vecchio re, e questo scuote l’ordine del cosmo, perché il re è immagine del divino, tanto che subito si festeggia il re successivo: “Il re è morto! Lunga vita al re!”. La tragedia inizia con l’ordine ristabilito: Claudio, il fratello del defunto re, è rassicurante nei confronti dello spettatore, infatti il dramma inizia con il matrimonio, il ritorno all’ordine. La genialità di Shakespeare è inserire nel matrimonio un personaggio vestito da funerale, Amleto, che fa intuire la presenza di qualcosa di storto nella situazione.
Il grande tema dell’Amleto è: quanto un uomo può sostenere il compito di riportare il mondo all’ordine? Il principe dice: “Ahimè, il mondo è fuori di sesto, ah che strano destino, dovevo nascere proprio io per dargli assetto”.
Macbeth: è la storia di un uomo che pensa, per il destino che gli è preannunciato, di essere il ristabilitore del grande ordine, tanto che deve diventare re, ma per farlo deve uccidere l’altro sovrano. Il male, per Shakespeare, è una cosa che, di per sé, potrebbe anche essere buona, ma per arrivarci si deve saltare un fattore della realtà.
“Come sarebbe bello uccidere Cesare senza farlo sanguinare” dice Bruto del Giulio Cesare. Il male è la cancellazione di questo fattore, come afferma Hannah Arendt: lo zio Claudio, nell’Amleto, vuole essere un re gentile e un buon padre per Amleto, tergiversa prima di ucciderlo, ma è più attaccato al trono che a questo desiderio buono.
Uno dei grandi temi delle storie di Shakespeare è come il vero ordine del reale può vincere sul falso ordine, sulla violenza e sul male. Di solito, nelle commedie, la contrapposizione non è tra una malvagità e una bontà, la battaglia dei personaggi positiva è contro un fraintendimento, ed alla fine si scoprono dei fattori sconosciuti prima, e si sancisce, con una grande festa, la scoperta di questa novità.
Nei drammi storici il tema è lo stesso. Shakespeare non è un conservatore innamorato del buon tempo antico. È consapevole che ci possono essere delle strutture che sono contro l’uomo: questo è il tema di Romeo e Giulietta.
Qui Shakespeare fa una cosa totalmente nuova, perché, fino a quel momento, le tragedie sono appannaggio esclusivo della lirica. Lui fa una tragedia su due ragazzini, riprendendo una storia già messa in scena in Inghilterra, apportando delle novità. Già la versione precedente iniziava con un prologo, che, dicendo la trama del racconto, spiegava che la storia condannava la lascivia di due ragazzini, che con il subdolo consiglio di un frate papista arriveranno a rovina.
In Shakespeare cade il moralismo: il frate è uno dei personaggi più positivi, e nel proemio invita gli spettatori a guardare il martirio di due ragazzini, il cui sacrificio avrebbe portato alla pace tra le famiglie. Shakespeare parla di “martirio” e di come solo il sacrificio dei due ragazzini permette alla pace di trionfare sulla guerra civile.
L’esperienza amorosa è lasciata a se stessa, invece che essere accompagnata dagli adulti. Romeo e Giulietta sono due ragazzini che fanno “i grandi senza i grandi”. Quando vengono trovati morti il principe, che è una figura di autorità positiva, infatti dice: “siamo tutti colpevoli di questa morte”.
Il prologo di Romeo e Giulietta è in versi, e loro parlano in versi, con espressioni che potrebbero essere estrapolate e assemblate in sonetti. Gli altri personaggi, invece, parlano una prosa bassissima e triviale: il contrasto è molto forte. Il tema di Romeo e Giulietta è che l’amore è una poesia che si rifiuta di essere ridotta a prosa: non vuole fermarsi alla convenienza economica, alla violenza sessuale, al tornaconto del potere e al già conosciuto.
Shakespeare ci dice che conoscere veramente non è avere i dati storico-biologico-sociali degli altri. Giulietta, quando incontra Romeo, si innamora di lui a prima vista perché non sa che è della famiglia avversaria. Quando viene a sapere che è uno della famiglia dei suoi nemici dice: “troppo presto visto, troppo tardi conosciuto” affermando che ha già conosciuto il valore di quella persona nella sua essenza, non nella sua esistenza, non per ciò che ha fatto o ha fatto la sua famiglia; mentre nel mondo degli adulti di Romeo e Giulietta la lotta di famiglia conta più dell’essenza.
Altro tema è la questione dell’illusione contro la realtà: questo è il grande tema dell’Otello: un’immagine della realtà ti rende incapace di leggere i segni che questa ti mette davanti. Il punto di Otello con Desdemona è che lui non la interroga mai. Si arresta al “solo pensiero”, e su questo spiraglio Jago costruisce la sua strategia di distruzione dell’altro. Tant’è che, alla fine, Desdemona per Otello non esiste, e l’esperienza del perdono, che in Shakespeare è concetto sovrano e caratteristica propria del sovrano retto, compare solo nell’irrealtà. Otello usa la parola perdono con sarcasmo, mentre dovrebbe realmente chiedere perdono. Amleto invece sceglierà di essere testimone della realtà contro i sogni.
L’altro tema fondamentale, che comprende tutti questi, è quello della comunione contro l’isolamento: le storie positive sono quelle in cui non necessariamente tutto si risolve, ma in cui si rafforza la comunione con qualcosa più grande di sé: il rapporto con gli altri esseri umani e con l’ordine dell’universo. Le vere tragedie, quelle infernali, sono quelle di chi, per un’immagine della realtà, rifiuta il vero.
Dal punto di vista del Macbeth questo è evidente: dal momento in cui fa il male viene privato del sonno, che è la possibilità di riposarsi nella coscienza che il mondo va avanti lo stesso. “Macbeth uccide il sonno, balsamo delle umane fatiche”.
Non si ferma più, e la sua mente si riempie di incubi ed orrori, così tanto che la sua vita diventa insensata. L’unica persona con cui condivide questo percorso infernale in una solitudine sempre maggiore è la moglie la quale si chiude in un rapporto morboso con lui e poi si uccide.
Il Macbeth inizia con le streghe che dicono: “bello è il brutto e brutto è il bello”: è il male, il sovvertimento della realtà. Quando Macbeth compare il cielo è mezzo tempestoso e mezzo luminoso, e afferma: “non ho mai visto una giornata così bella e brutta insieme”. Shakespeare ci dice che questo è l’uomo, lotta tra il brutto e il bello. L’orrore di Macbeth è il diventare il mondo del male. Claudio ha accanto Gertrude, ma con lei vive il mondo del male.
Pensate all’isolamento spaventoso in cui precipita Otello, con quell’orrenda parodia dell’amicizia e dell’amore che è Jago. Alla fine Iago dice una frase che appartiene al matrimonio: “io sono vostro per sempre”, come se Otello e lui si sposassero. La comunione è l’opposto: attraverso un percorso doloroso (re Lear, Amleto) si scopre che si può dire di sì a qualcosa più grande di sé e che il meglio della vita passa dal rinsaldarsi di un rapporto di debito positivo, cioè che è bello avere un debito di bene per qualcuno.
Questo libera dalla logica della giustizia e del rendiconto, questo è il tema de Il Mercante di Venezia: la contrapposizione tra il mondo della quantità e quello della qualità. È un salto totale, assoluto: la quantità è una misura che distrugge l’altro e te, rivoltandosi contro di te che la imponi. Quando si palesa nelle opere di Shakespeare questo ordine bello nella realtà, fatto di amore, di servizio, in qualche modo si accompagna con la musica, immagine dell’ordine dell’universo voluto da Dio.
La Tempesta è la storia di come, dentro una mostruosa ingiustizia, la vera vittoria è sempre un’eccedenza di gratuità, è il perdono. Questo è il tema delle ultime storie di Shakespeare (Pericle, Cimbellino, Racconto d’inverno...) sono opere in cui riprende tutte le storie precedenti (moglie calunniate, fratelli usurpatori..) che sono risolte da questo fiotto di misteriosa gratuità, dalla possibilità dell’uomo di perdonare e dalla capacità che hanno le persone di riconoscersi bisognose di questa esperienza.
Amleto è una delle opere più importanti, perché è il momento in cui Shakespeare, a metà della sua carriera, dopo che gli è morto un figlio che si chiama Amlet, come il protagonista, decide di fare un’opera stranissima, lunghissima, caleidoscopica.
Amleto è definito, infatti, un “problem play”, tanto è piena di domande dirette. È come un momento metateatrale, in cui Shakespeare si interroga sui principi fondamentali della realtà: che cosa è più potente? L’Essere o il Non Essere, che non è il nulla ma l’apparenza. Amleto scopre che le cose non sono quello che sembrano: è il benvenuto nel mondo degli adulti, ed è studente di filosofia.
Amleto discute la realtà tutta, investigando tutti i rapporti, utilizzando il metodo della follia, come modo di interrogare il mondo, tema tipico delle opere di quel periodo. Cos’è la follia per Shakespeare? È, in un mondo di apparenze, dire sempre la verità: la libertà di dire quello che si pensa, come lo si pensa. È una sovrana libertà.
Con questo metodo, il sembrare folle quando non lo si è, Amleto interroga tutti i rapporti: sa di non potersi fidare di sua madre, né di suo zio, né di Ofelia, perché anche lei cede al ricatto di Polonio. E, il tutto, teatralmente: Amleto finge, fa una recita, fingendo di essere vero. Uno dei temi di Shakespeare è allora il teatro, la recita nella recita, perché l’arte, per Shakespeare è una cosa che formalmente non è vera, ma dice la verità, mette a nudo quello che non si vuole guardare, come Claudio, nell’Amleto, davanti allo spettacolo.
Shakespeare è molto onesto: nemmeno il teatro può garantire la vittoria. L’unico punto che per Shakespeare vince non è mai un calcolo o un tranello, ma è la mossa, gratuita, verso qualcosa più grande di sé, tant’è che Amleto vince quando smette di progettare, andando innanzi al suo destino come un agnello sacrificale: è un affidamento.
Tutti gli inganni si ritorcono contro chi li aveva usati, perché, come dice S. Agostino “Se vuoi sapere di che natura è fatto il tuo amore (perché chiunque tiene a qualcosa), guarda dove ti conduce”. Questa è una questione interessante da giocare nell’analisi dei personaggi. Che cosa amano i personaggi di Shakespeare? Anche perché le sue umanità sono un impasto di bene e di male (il frate dice a Romeo esattamente questo: se ti uccidi, uccidi la tua amata).

Domande
Domanda: questa frase di Agostino rimette in discussione Romeo e Giulietta, perché l’uno basta all’altro, e ognuno dei due si esaurisce in questo. Shakespeare non guarda la vicenda con occhio moralistico, tanto che il sacrificio dei due giovani “serve”; Shakespeare non condanna, ma ci fa capire la natura di questo loro amore, cioè che io non posso vivere senza questo mio altro, ma l’altro mi esaurisce, il mio io consiste nell’altro. Manca davvero per loro la presenza buona di adulti che mostrino l’orizzonte dell’amore; da soli arrivano appena fino qui.
Rialti: È inevitabile che Romeo sia idolatra, perché viene dalla tradizione dell’amor cortese. Shakespeare sa che è quasi normale, nell’adolescenza, che l’altro diventi orizzonte totale. Paradossalmente, però, Giulietta sembra morta, ma non lo è, e Romeo si uccide per questo “sembra”, e quest’inganno uccide anche lei. Noi spettatori vorremmo urlare a Romeo di aspettare un istante, guardare Giulietta svegliarsi, perché siamo dotati di un’informazione in più, che anche lui aveva sotto al naso: se avesse ascoltato il frate sarebbe diventata una commedia, con il tema della persona creduta morta che ritorna. Il problema è la tempestività: Giulietta e Romeo vedono il loro amore come un fulmine nella tempesta, dove il temporale, il buio, è la circostanza in cui sono, è la costrizione a celare il loro amore, quando dovrebbe essere vissuto sotto la luce del sole.
Domanda: I miei ragazzi dicono che le figure femminili di Shakespeare spesso sono migliori di quelle maschili, più intelligenti, risolutrici, o perfide (Beatrice, Porzia, Miranda...).
Rialti: Shakespeare è consapevole di due cose, la prima esemplificata da quello che diceva un mio alunno “quanto sono importanti le donne nella vita!”: sono risolutrici, nel bene e nel male. Nelle donne di Shakespeare c’è il trionfo glorioso della bellezza, della misericordia e della verità. La donna è il principio d’attrazione che esiste nel reale, che lo spinge alla nobiltà o a fare i peggiori gesti. A livello maschile ci sono, però, altre questioni: le donne sono capaci di dedizione assoluta, che può essere senza causa, come in Macbeth l’uomo vuole essere re, lei vuole che il marito sia re, che è una cosa diversa. Negli uomini si pone il problema dell’autorità, dell’esercizio nei confronti degli altri, in caratteri forti. Anche le donne sono così, o incredibilmente fragili.
Domanda: ci sono tanti momenti in cui trionfa l’apparenza. Attraverso l’affondo sull’apparenza c’è un momento, hanno notato i ragazzi, in cui la realtà si svela: nella morte apparente di Giulietta si arriva al sacrificio tra i due e alla pace tra le due famiglie. Sembra, quindi, non un’alternativa, ma un mezzo di svelamento e risoluzione.
Rialti: C’è finzione e finzione. Alcune finzioni introducono di più (Molto rumore per nulla è un Otello che finisce bene, in cui in un processo di purificazione, nel matrimonio velato ti viene ridato quello che sembrava perso per sempre). Ci sono, invece, apparenze che confondono le acque. Il fantasma non appartiene all’ordine del reale, ma è reale, perché viene dall’Aldilà, che è il regno dell’eternità, in cui “le cose sono come sono per sempre”, come dice Claudio. In terra si può fingere, ma al cospetto  di Dio non c’è finzione che tenga, c’è solo il vero. Il fantasma è un ambasciatore del regno dell’Essere nel mondo del sembra. Il punto terribile è se il pentimento è vero o apparente (vedi sempre Claudio).
Domanda: si può dire che uno riceve ciò che realmente desidera, a prescindere dallo scopo che sbandiera? Ne Il Mercante di Venezia sembra essere così.
Rialti: Certo! La forza di Shakespeare è andare oltre gli schemi. Si parla dell’antisemitismo in Shakespeare, ma gli ebrei in Inghilterra non c’erano: Shylock sembra un orco delle fiabe, con oro, oscurità, ragionamento metallico. Shakespeare parteggia per il mondo dei cristiani, che è un mondo di eccedenza, ma coglie le sfumature di bene che possono esserci in tutti: vede degli spiragli in cui Shylock predilige la qualità alla quantità, come nel momento in cui la figlia dà via l’anello che gli ricorda la moglie che glielo aveva donato nella sua giovinezza. Shakespeare, d’altra parte, vede che l’eccedenza può essere sperpero.
Domanda: i miei alunni dicono che il fantasma, in Amleto, è la proiezione della sua coscienza:
Rialti: Amleto non pensa mai che il fantasma sia una proiezione di sé, tant’è che i primi che lo vedono sono altri, non è Amleto! In Shakespeare è interessante che ti vuole bene davvero chi non ti assolutizza: come in Re Lear “Amo il mio signore quanto devo”. I servi veri sono quelli che hanno il coraggio di dire al padrone o all’amico ciò che davvero pensano. Non è banale che Shakespeare scriva questo in una monarchia che sta diventando teocrazia: che sia amico reale chi sa dirti di no.
Domanda: Romeo e Giulietta possono essere visti come martiri. Alla festa hanno un linguaggio sacro “reliquia... santa... pellegrino”. Quando non era importante il casato, la famiglia, emerge la sacralità dell’affetto. Perché?
Rialti: Il dramma di Romeo e Giulietta è l’avverarsi di una storia letta in un libro: loro hanno parole che non sono loro, che sono quelle della tradizione cortese. Attingere da ciò che leggi è un’introduzione al rapporto con l’altro. Questi ragazzetti parlano un linguaggio alto. La questione drammatica e reale è: può quella cosa che ti ha fatto battere il cuore come sogno d’amore essere in un mondo in cui accade tanta meschinità? È questo il loro dramma, così tanto che “amori violenti hanno fini violenti”. Questa fortissima intensità, come una gelata si secca. L’amore ha bisogno di un’educazione.
Domanda: L’amicizia che c’è in diverse opere, in Jago, Mercuzio, Amleto, mostra il rapporto tra finta amicizia e reale sacrificio, o in Antonio e Orazio. Come far capire questo ai ragazzi?
Rialti: In Antonio c’è un’amicizia totale, tant’è che è paragonato a Gesù, quand’è legato e gli devono togliere la libbra di carne dal costato. Orazio è disposto a fare un viaggio scomodo con Amleto, tant’è che Amleto si confida con lui, lo coinvolge in un’inchiesta. In Shakespeare ci sono personaggi strani, i beffardi: Mercuzio è questo, non è né nel mondo della poesia né in quello della prosa, ha un linguaggio fortissimo. All’inizio sembra tirarsi fuori dal gioco, ma alla fine ne paga lo scotto, viene coinvolto drammaticamente per l’affetto che ha per Romeo, cosicché non capisce perché Romeo perdona Tebaldo, ma è uno dei personaggi in cui Shakespeare mostra che non è possibile rimanere estranei alle drammatiche vicende che accadono.
Domanda: Perché l’Amleto si chiude col silenzio?
Rialti: Amleto dice “il resto è silenzio” ma, per un gioco letterario, nella frase successiva fa capire che la parola è anche riposo. Amleto dice: ciò che immagino come pace è il silenzio, e gli angeli, attraverso le parole di Orazio, cantano il suo riposo. Quindi la parola finale è quella di Orazio “Ora si spezza un nobile cuore: buona notte, dolce principe, e voli d’angeli ti conducano cantando al tuo riposo” Ancora il tema della musica, come armonia.

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