martedì 12 aprile 2016

IL GIUBILEO NELLA BIBBIA Luciano Pacomio Il profeta


IL GIUBILEO NELLA BIBBIA

Luciano Pacomio

Il profeta

Dopo l'amara esperienza dell'Esilio babilonese, in cui il popolo di Dio aveva avuto l'esperienza dell'essere privato della propria terra, del tempio, della sua stessa consistenza di popolo, si apre un orizzonte di speranza, di liberazione. La profezia interpreta il vissuto. E profezia è il prezioso servizio che un uomo fa ai propri fratelli, al proprio popolo, interpretando, con la potenza di Dio e con la sapienza dono di Dio, le vicende e gli accadimenti storici in cui si è coinvolti.

«Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l'anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell'abito da lutto, canto di lode invece che un cuore mesto» (Isaia 61,1-3a).

Il profeta si fa araldo di un "anno di misericordia" e non per una sua personale iniziativa, ma per una "unzione" operata dallo Spirito del Signore: è un dono divino.

E questo anno si esprime in due direzioni vitali, altamente positive: la liberazione e la consolazione. La liberazione è dai mali fisici, dalle lacerazioni interiori, dalla condizione di schiavitù; la consolazione è una trasformazione del proprio sentire, del proprio modo di essere: dal lutto si passa alla gioia.

Città, campagna, esperienze di lavoro pastorizio e agreste sono coinvolti in una novità di vita più umana e costruttiva. Il tempo è segnato dal dono del Signore.

Il Giubileo

Il vocabolo "giubileo" deriva dal termine ebraico jobel che significa corno d'ariete; giacché proprio tale corno era adoperato come tromba, il cui suono indicava a tutti l'inizio dell'anno giubilare. Il libro del Levitico, nel codice di santità, è la fonte che ci avverte sulla portata dell'anno giubilare, anno per eccellenza di liberazione, che è al termine di sette settimane di anni: il cinquantesimo anno.

«Conterai sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. Al decimo giorno del settimo mese, farai squillare la tromba dell'acclamazione; nel giorno dell'espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese. Dichiarate santo il cinquantesimo anno e proclamate la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia»(Levitico 25, 8-10).

Ci sono nello stesso Levitico testi e modelli paralleli molto preziosi per comprendere quale carica di idealità e di progettazione aveva l'anno giubilare. Intanto è bene tener presente come nel vicino oriente, nelle culture antiche, il ciclo lunare fosse scelto come criterio per segnare il tempo: la settimana (sette giorni) assume, ancor prima della legislazione giudaica, un carattere spiccatamente religioso. Il Signore segna i tempi di lavoro e di riposo. Già il primo capitolo del primo libro della Scrittura, Genesi, interpreta l'agire creativo di Dio con la struttura dei sette giorni, pur nella lucida consapevolezza della trascendenza di Dio che "dice", e il suo dire è creativo, è "benedizione".

Anche le feste del calendario ebraico sono segnate dai sette giorni; tale è la durata sia della festa degli azzimi, sia quella dei tabernacoli. In particolare Pentecoste (cinquantesimo giorno) o festa delle settimane è celebrata sette settimane dopo il sabato della Pasqua. Fonte di queste leggi e notizie sono il capitolo 23 del libro del Levitico e, più antico, il capitolo 34 dell'Esodo e il capitolo 16 del quinto libro della Bibbia, il Deuteronomio.

La liberazione

Si constata con gioia e con compiacimento come la fede in Dio porta anche la cultura di Israele a vivere un primato nel tempo, nel lavoro, nei rapporti. Alcune realtà che coinvolgono le persone, gli strumenti e i mezzi per vivere, non possono soggiacere all'egoismo sfrenato e all'arrivismo insaziabile di alcuni.

Il credente non può tollerare le forme e la durata anche a vita della schiavitù, così come era praticata presso altri popoli. Così non è tollerabile che, per indebitamento e per povertà, una famiglia o un padre sia privato per sempre della sua terra, giacché la terra è di Dio ed è dono fruttificante per l'uomo.

Di qui le puntuali "leggi divine" del libro del Levitico che utopisticamente intervengono a promuovere giustizia e speranza. L'utopia sta proprio nella distanza di un anno giubilare dall'altro e nella difficile praticabilità, ma l'orientamento è chiaro: interpella, sfida, sollecita ad accogliere il dono e a promuovere una cultura di liberazione.

«Poiché è il Giubileo; esso vi sarà sacro; potete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In questo anno del Giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo. Quando vendete qualche cosa al vostro prossimo o quando acquistate qualche cosa dal vostro prossimo, nessuno faccia torto al fratello» (Levitico 25,12-14).

E a proposito delle persone.

«Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te, non farlo lavorare come schiavo; sia presso di te come un bracciante, un inquilino. Ti servirà fino all'anno del Giubileo; allora se ne andrà da te con i suoi figli, tornerà nella sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri. Poiché essi sono miei servi, che io ho fatto uscire dal paese di Egitto; non devono essere venduti come si vendono gli schiavi. Non lo tratterai con asprezza, ma temerai il tuo Dio» (Levitico 25, 39-43).

La consolazione

C'è una fondamentale espressione e proposta di esperienze nell'anno giubilare: il riposo.

Un riposo carico di dono e di rapporto con Dio: tutto è dono suo e tutto possiamo riferirlo a Lui. La cultura del "sabato" cambia la qualità della vita; riconduce alle proprie radici, alla ragione del proprio esistere; e può aprire alla felicità possibile nella storia.

«Il cinquantesimo anno sarà per voi un Giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il Giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi»(Levitico 25,11-12).

Questa "consolazione" risuonerà in modo imprevedibile e pieno nel rapporto con Gesù di Nazareth, il Signore, grazie al quale è possibile vivere il "riposo" e il "ristoro"; avere, contro ogni desolazione, l'esperienza della "consolazione".

«Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite ed umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico è leggero» (Matteo 21,28-30).

La Lettera agli Ebrei, partendo dall'espressione del salmo 95 versetto 11 "giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo" e si riferiva ai quarant'anni di peregrinare dall'antico popolo di Israele nell'esodo, fa meditare in modo stupendo sul riposo cristiano.

«Poiché dunque risulta che alcuni debbono ancora entrare in quel riposo e quelli che per primi ricevettero la Buona Novella non entrarono a causa della loro disubbidienza, egli fissa di nuovo un giorno, un oggi, dicendo per mezzo di Davide (Salmo 95,8) dopo tanto tempo come è stato già riferito:

Oggi, se udite la sua voce
non indurite i vostri cuori!

Se Giosuè infatti li avesse introdotti in quel riposo, Dio non avrebbe parlato in seguito di un altro giorno. E' dunque riservato ancora un riposo sabbatico per il popolo di Dio

Chi è entrato infatti nel suo riposo, riposa egli pure dalle sue opere, come Dio dalle proprie. Affrettiamoci dunque ad entrare in quel riposo, perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza» (Ebrei 4, 6-11).

Uno sguardo sul futuro

La letteratura biblica anticotestamentaria tardiva, in una visione sul futuro escatologico, con il tipico linguaggio apocalittico annunzia la liberazione finale e definitiva del popolo di Dio. E' la profezia di Daniele (9,24) delle settanta settimane, cioè di un calcolo convenzionale di dieci periodi giubilari.

«Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo
e per la tua santa città
per mettere fine all'empietà, mettere
i sigilli ai peccati,
espiare l'iniquità,
portare una giustizia eterna, 
suggellare visione e profezia
e ungere il Santo dei santi».

Si tratta in ogni generazione di ravvivare l'attesa e la ricerca del Signore, del dono che fa di sé, di una novità di vita dove liberazione, consolazione, riposo che è da sempre e per sempre il disegno di misericordia e di bontà che Dio ha su ogni persona e su ogni popolo.


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