mercoledì 13 aprile 2016

L’ARMONIA DELLA CREAZIONE NELLA SCRITTURA - GIANFRANCO RAVASI


L’ARMONIA DELLA CREAZIONE NELLA SCRITTURA - GIANFRANCO RAVASI 

Nell’assemblea del tempio di Gerusalemme si fece silenzio; un solista si alzò e intonò il “Grande Hallel”, la lode a Dio per eccellenza, il Salmo 136: «Lodate il Signore: egli è buono! / I cieli ha fatto con sapienza, / la terra ha stabilito sulle acque, / ha fatto le grandi luci: / il sole a reggere i giorni, / la luna e le stelle a regger la notte!». E il popolo a ogni verso acclamava: Ki le’olam hasdò «perché eterno è il suo amore!». In quella strofa, che avrebbe guidato un rosario di altre strofe dedicate alla storia sacra così da comporre il Credo d’Israele, balenava la prima, indimenticabile pagina della Bibbia, quel celebre capitolo 1 della Genesi, aperto da un lapidario Bereshit bara’ Elohìm, «In principio Dio creò...».
Era, quella della Genesi, una pagina curiosa nella sua ieratica ripetitività. Essa sembra oggi elaborata al computer secondo un complesso schema numerico: 7 giorni nei quali affiorano 8 opere divine scandite in 2 gruppi di 4; 7 formule fisse alla base dell’intera trama del racconto; 7 ritorni del verbo bara’, “creare”; per 35 volte (7x5) risuona il nome di Dio; per 21 volte (7x3) entrano in scena «terra e cielo»; il primo versetto si compone di 7 parole e il secondo di 14 (7x2)... Questa specie di cabala, ritmata sul 7 della settimana liturgica, numero di pienezza, di perfezione e di armonia, era destinata a celebrare lo squarcio che nel silenzio del nulla e nella tenebra del caos compie la parola divina creatrice. Tutta la creazione, infatti, è riassunta in un possente imperativo: «Sia la luce! E la luce fu».
Forse il miglior commento a questa riga biblica è nell’oratorio La creazione di Haydn con la sua prodigiosa generazione di un solare Do maggiore che sboccia dal caos di una modulazione infinita di suoni. Per la Bibbia Dio non crea il mondo attraverso una lotta primordiale intradivina, come insegnavano le cosmologie babilonesi per le quali il dio vincitore Marduk faceva a pezzi la divinità negativa Tiamat, componendo con essa l’universo. In tal modo il creato recava in sé necessariamente e definitivamente la stimmata del male e del limite. Per la Bibbia, invece, come dirà l’evangelista Giovanni in quel capolavoro innico che è il prologo al suo vangelo, «in principio c’era la Parola (il Logos)», il Verbo efficace divino. Nella Parola creatrice si concentrano tutti i sensi che Goethe nel Faust cercherà di scovare e distinguere, commentando proprio il versetto giovanneo. Quel Logos è, sì, “Wort-parola”, ma è anche “Kraft-potenza”, “Sinn-significato” e «Tat-atto».
L’orizzonte creato è, quindi, contemplato dalla fede ebraicocristiana come un capolavoro delle mani di Dio (il Salmo 8 ricorrerà all’idea di un ricamo o di un cesello usando l’espressione «opera delle dita di Dio»), o meglio, delle sue labbra. È per questo che terra e cielo sono considerati – per usare un’immagine della liturgia sinagogale – come una pergamena distesa sulla quale è iscritto un messaggio rivelato all’uomo. O in forma più suggestiva, potremmo pensare col poeta del Salmo 19 che nel mondo corre una musica silenziosa, una voce afona, un canale d’ascolto che sovrasta la soglia uditiva, eppure esso è aperto e riconoscibile a tutti: «I cieli narrano la gloria di Dio, il firmamento annunzia le opere delle sue mani; il giorno al giorno affida il messaggio, la notte alla notte trasmette notizia, senza discorsi, senza parole, senza che si oda alcun suono. Eppure la loro voce si espande per tutta la terra, sino ai confini del mondo la loro parola!».
Notte e giorno sono quasi come sentinelle che di postazione in postazione trasmettono un messaggio divino. Nello stesso Salmo 19 è il sole che, come un atleta o un eroe gagliardo, corre la sua orbita quotidiana divenendo quasi un araldo del suo Creatore. Nel libretto del profeta Baruk si dice che «le stelle brillano dalle loro vedette e gioiscono. Dio le chiama per nome ed esse rispondono: Eccoci! E brillano di gioia per colui che le ha create» (3,34-35). Nell’idillio primaverile dipinto nel Salmo 65, la terra diventa come un manto fiorito e chiazzato di greggi perché in essa è passato col suo cocchio il Signore delle acque e della fecondità e «tutti gridano e cantano di gioia». In modo più freddo e “teorico” il libro della Sapienza, uno scritto biblico sorto forse ad Alessandria d’Egitto alle soglie del cristianesimo, osserverà che «dalla grandezza e dalla bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore» (13,5). E in questa stessa linea si muoverà Paolo nel suo capolavoro teologico, la Lettera ai Romani: «Dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute» (1,20).
Il creato è, dunque, latore di una rivelazione “cosmica” e “naturale” che non sostituisce ma neppure si oppone a quella “soprannaturale”.
Per ricorrere a un gioco di parole, possibile solo in greco, si potrebbe dire col filosofo ebreo alessandrino Filone (I sec. d. C.) che Dio ha composto dei poiemata, cioè delle “opere” che sono anche “poemi”, atti che sono messaggi, realtà che sono parole. Dopo tutto in ebraico un unico vocabolo, dabar, significa contemporaneamente “parola” e “fatto”. L’orizzonte creato per il credente ebreo o cristiano è, sì, un panorama mirabile che può essere contemplato con animo romantico (nella Bibbia ci sono al riguardo pagine emozionanti) ma è soprattutto un “testo”, un bagliore del Creatore, una presenza nascosta ma reale. Come si diceva in una canzone degli ebrei mitteleuropei Chassidim, sorti nel Settecento: «Dovunque io vada, Tu; dovunque io sosti, Tu; solo Tu, ancora Tu, sempre Tu. Cielo; Tu; terra tu. Dovunque mi giro, dovunque ammiro, Tu, solo Tu, ancora Tu, sempre Tu».
Questa presenza, però, non significa identità panteistica tra creato e Creatore. Il grande poeta tedesco Hölderlin pensava che la creazione avvenisse come l’emergere dei continenti dal ritrarsi degli oceani: Dio crea, quasi ritirandosi per lasciare spazio alla creatura e, nel caso dell’uomo, per lasciare un varco alla libertà che può diventare anche una sfida a Dio. La concezione ebraico-cristiana della natura comprende, allora, in modo vigoroso il senso del limite e della finitudine.
La rappresentazione di questo aspetto negativo è affidata a un simbolo curioso per noi occidentali, quello del mare caotico, metafora del nulla che attenta allo splendore del creato svelandone il limite. L’equilibrio instabile tra essere e nulla è raffigurato, perciò, agli occhi dell’autore sacro dalla battigia del litorale ove corre la frontiera tra il mare, segno del nulla e del male, e la terra.
A controllare questa frontiera è, però, Dio stesso che impedisce alla sua creazione – pur limitata e fragile – di dissolversi. È ciò che dichiara con un interrogativo retorico Dio stesso a Giobbe: «Chi serrò tra due battenti il Mare, quando erompeva a fiotti dal suo grembo materno, quando spezzavo il suo slancio imponendogli confini, spranghe e battenti e gli dicevo: Fin qui tu verrai e non oltre, qui s’abbasserà l’arroganza delle tue onde?» (38,8-11). A questa forza negativa si assocerà anche la potenza oscura della libertà umana che irrompe sul creato (come insegna il capitolo 3 della Genesi), sfasciandone l’armonia col suo peccato di orgoglio e di egoismo e riducendolo a un deserto di “spine e cardi”.
Ma la grande attesa non è dominata dall’incubo di una dissoluzione.
Paolo, infatti, immagina la creazione come una donna che geme nelle doglie di un parto e l’Apocalisse, l’ultimo libro della Bibbia, dipinge il mondo futuro come un creato privo del mare-male e del dolore-morte: «Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più... Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi, non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno» (21,1.4).

Convegno Nazionale
“COSTRUIRE BENE PER VIVERE MEGLIO
Edifici di culto nell’orizzonte della sostenibilità”
Roma, Park Hotel Torre Rossa 14-16 aprile 2008

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