venerdì 22 aprile 2016

OMELIA (24-04-2016) - DIVENTARE CIÒ CHE SIAMO


OMELIA (24-04-2016) - DIVENTARE CIÒ CHE SIAMO

padre Gian Franco Scarpitta

Mi ricordo che oltre vent'anni anni or sono, all'inizio del mio itinerario vocazionale al sacerdozio, conversando con un anziano presbitero, oggi defunto, gli domandavo che significato avesse avuto per lui il passaggio del ministero sacerdotale dall'era pre conciliare alla nuova dimensione di Chiesa del Concilio Vaticano II e se ne avesse subito gli effetti. Mi rispose: "Sostanzialmente nel ministero del parroco non è cambiato nulla perché il prete rimane sempre se stesso: ministro dell'altare. Semmai sono cambiate, in meglio, le condizioni per cui il sacerdote possa esserlo davvero, ministro dell'altare." Mi fece comprendere che tante volte le innovazioni e i cambiamenti hanno la sola finalità di recuperare l'originale e di arricchirlo, e anche se sembra che ogni cosa si modifichi, in realtà tutto rimane intatto. Nel sacerdozio e nel ministero della Parola occorre quindi che tutto si trasformi in modo che tutto resti come era all'inizio e si possa essere fedeli ai principi immutabili nel tempo. Dice Tomasi di Lampedusa, nella conclusione del suo romanzo "Il Gattopardo": " Se vogliamo che tutto resti com'è, occorre che tutto cambi." Nella vita della Chiesa, che è Sacramento di Salvezza che annuncia il Regno di Dio che viene e che è già presente in Cristo, è indispensabile che si perseveri semplicemente nella fedeltà al mandato del suo Signore, che si esegua il compito affidatoci dal Signore di condurre sempre più gente alla salvezza, che si annunci a tutti il medesimo Cristo Risorto che è "sempre lo stesso, ieri oggi è sempre"(Eb 13, 8) perché c'è il realtà un solo Signore immutabile "che era, che è e che viene"(Ap 5, 8) che è all'inizio e alla fine di tutto e non muterà mai un solo segno della sua Parola. Appunto perché Cristo è lo stesso occorre però che cambiamo i nostri atteggiamenti acquisiti, le nostre abitudini e sconfiggiamo le nostre sicumere precostituite tante volte aberranti e devianti: occorre che torniamo ad essere il riflesso del suo vero volto. E ciò è possibile solamente applicando la legge "nuova" eppure molto antica dell'amore, quella per la quale Dio ha posto in essere tutta la creazione e l'ha mantenuta con la sua Provvidenza. La legge dell'amore è la stessa per cui Dio ha redento l'uomo e lo ha riscattato dal peccato, per la quale egli stesso si è rivelato comunicando al mondo se stesso e per la quale accorda all'uomo la grazia santificante e la grazia attuale. La legge nuova e antica dell'Amore adesso non si chiama più legge, ma è diventata un evento in Gesù Cristo Verbo Incarnato, morto e Risorto. Più che di una legge in realtà si tratta di una prerogativa di Dio, della sua stessa essenza con la quale si manifesta e in forza della sua rivelazione diventa per noi un comandamento. Meglio ancora, diventa in Cristo una promessa di beatitudine quando la si assimili e la si viva intensamente. Se Dio è Amore infatti anche noi siamo chiamati a vivere dell'amore con lui e fra di noi, quindi ad amarci gli uni gli altri come Lui ci ha amati. Nella misura in cui ci si immette nell'amore sulla scia del Cristo che a sua volta ha manifestato l'amore del Padre con le sue opere di misericordia, ebbene cambiamo per diventare quelli che siamo sempre stati, per recuperare la nostra identità originale che abbiamo perduto per colpa di sopraggiunti anni di smarrimento e di corruzione nella corruzione e nell'errore. Papa Francesco insiste sul radicale cambiamento della Chiesa che prediliga l'amore verso i poveri anche a costo di rinunciare alle proprie comodità e alle garanzie che ha sempre acquisito e ci ragguaglia del fatto che anche il futuro della Chiesa dipende da quanto noi tutti ci prodighiamo per gli altri, soprattutto per i poveri e per i sofferenti. La Chiesa annuncia la Parola, testimonia il Risorto, comunica e si prodiga per l'accoglienza di nuovi fratelli e per la comunione nel suo stesso ambito, ma tutte queste parole non possono prescindere dagli atti che ne spieghino il significato, cioè dalla concretezza della carità umile e disinteressata che traspare nell'umiltà e nella semplicità di vita. Il comandamento è quello sempre antico: l'amore. Esso resta sempre lo stesso e anzi è sempre nuovo e all'avanguardia quando lo si libera da tutto ciò che gli fa perdere efficacia e identità. Senza l'adempimento dell'amore a nulla sarebbero valsi gli sforzi di Paolo e Barnaba che percorrevano sempre più città e paesi annunciando Cristo Risorto e incoraggiando i fratelli a perseverare nella fede. Il Regno di Dio infatti comporta problemi, persecuzioni e tribolazioni e solamente nell'amore si possono percorrere sentieri così accidentati. Come diceva una vecchia canzone, invece "senza amore è più dura la fatica" e tanti obiettivi restano solo chimere illusorie o mete irraggiungibili. Nell'amore che essi hanno ricevuto da Dio e che adesso si trovano confermato nel ricevere la sua grazia, nel medesimo amore con cui sono stati rivestiti dallo Spirito Santo, i due apostoli perseverano con coraggio trasformando la vita anche di soggetti pagani che vengono a trovarsi per mezzo loro a contatto con lo stesso Cristo. Il Regno di Dio non è altro che diventare ciò che siamo.



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