lunedì 30 maggio 2016

Visitation of the Blessed Virgin Mary

OMELIA DEL PADRE CUSTODE PER LA FESTA DELLA VISITAZIONE (Custodia Terrae Sanctae)


OMELIA DEL PADRE CUSTODE PER LA FESTA DELLA VISITAZIONE (Custodia Terrae Sanctae)

Ain Karem, 31 maggio 2011

È un episodio del Vangelo, questo che abbiamo ascoltato, carico di rimandi all’Antico Testamento, carico anche di simboli, con Maria, arca dell’alleanza, che si mette in cammino e porta questa novità, questa esplosione di vita che le è stata riversata in grembo.
Siamo all’inizio del Vangelo, all’inizio di questo tempo nuovo, questo tempo ultimo in cui tutto si compie. E come in ogni opera, gli inizi sono sempre il momento più delicato, come lo è il momento del parto per ogni vita che comincia. E come ogni inizio, c’è già tutto, anche se ancora in filigrana, come in un seme, che ha già in sé tutta la potenzialità di vita, e ora deve solo crescere, sviluppare quello che ha già dentro. E tutto dipende dalla fiducia con cui si crede che sia così, che bisogna solo accogliere ciò che c’è dato. 
In più questo episodio non è un semplice inizio, ma è una cerniera tra il vecchio e il nuovo. È l’inizio di qualcosa atteso da tempo, un inizio che dà senso a tutta l’attesa, la compie, la porta oltre.o È dunque un brano particolare, che è insieme compimento di qualcosa di antico e inizio di qualcosa di nuovo. Qui c’è dunque ancora tutto l’Antico Testamento, e c’è già tutto il Vangelo! È un brano incredibilmente ricco. Sembra un episodio molto semplice, ma in realtà è molto complesso.
E allora vorrei fermarmi a osservare e ad ascoltare queste due donne, e il loro incontro, per vedere cosa abbiano da dirci a questo proposito.
La cosa che più balza all’occhio è una sproporzione. Una sproporzione tra ciò che accade e l’eco di ciò che accade.
o Perché in realtà non accade quasi niente, semplicemente ci sono due donne, che si incontrano. Niente di più normale, semplice, quotidiano. Non abbiamo ascoltato qualcosa di eclatante, come potrebbe essere la moltiplicazione dei pani, la risurrezione di Lazzaro, o chissà quale altro miracolo. Semplicemente due donne che si incontrano.
o E poi c’è il significato di questo evento, come questo evento è letto dalle due donne, dall’evangelista Luca, e poi dalla Chiesa, e quindi da noi, oggi, qui.
E qui c’è la sproporzione, perché due donne si incontrano, e da lì esplode la lode, la benedizione, scende lo Spirito Santo, Maria canta il compimento dell’attesa di Israele, delle promesse di Dio, della salvezza. Due donne si incontrano, e da lì nasce la certezza che Dio è stato fedele.
E da lì nasce anche questo canto, il Magnificat, che è così bello e così importante, che noi lo ricantiamo ogni giorno, ogni sera, al Vespro.
o La sproporzione è ancora più forte, perché a noi sembra di vedere solo due persone, Maria ed Elisabetta, ma poi veniamo a scoprire che dentro questo incontro c’è tanta altra gente; che anzi, i protagonisti di questo incontro non sono Maria ed Elisabetta, ma c’è Giovanni, c’è Gesù, c’è lo Spirito Santo, c’è tutta la storia della salvezza, i poveri, i ricchi, gli affamati, c’è Abramo e tutti i padri a cui Dio ha fatto quelle promesse che oggi si compiono. E poi c’è un “per sempre” che apre al futuro, e che quindi arriva fino a noi. Quindi ci siamo già anche noi… C’è proprio tanta gente.
E quindi c’è, infine, Dio stesso. 
o C’è anche un eccesso di gioia, di stupore, di esultanza, che sembra quasi eccessivo rispetto a ciò che accade, e che, appunto, non è altro che un incontro tra due donne.
Allora, tutto questo parla evidentemente di Vangelo, ed è Vangelo.
Il vangelo è la scelta di Dio di riempire la nostra vita di Sé, di renderci, come Maria e come Elisabetta, portatori del mistero della salvezza.
o Questa nostra vita, così com’è, con le sue piccole cose, con il suo quotidiano più o meno riuscito…
o Questa nostra vita con le sue contraddizioni, con le sue fatiche, con le sue sterilità.
o Questa nostra vita è abitata dalla salvezza, perché Dio ha semplicemente scelto di venire a noi, in noi.
Elisabetta e Maria sono due donne che si rendono conto di questo e lo riconoscono, l’una nell’altra. Riconoscono che la propria storia è stata oggetto di questa attenzione da parte di Dio, che Dio ha guardato, e ha dato la vita lì dove era impossibile che la vita nascesse.
o Il vangelo è anche che questo accorgersi che la presenza di Dio nella vita dell’uomo non può accadere al di fuori di una relazione umana, perché abbiamo bisogno dell’altro per riconoscere il passaggio di Dio.
Allora Maria ed Elisabetta ci dicono anche cos’è una relazione dentro l’economia nuova del Regno, per cui una relazione non è mai una cosa che riguarda solo due persone, ma riguarda la presenza di Dio, una presenza che ciascuno è chiamato a riconoscere in sé e nell’altro.
Questa è la carità, questo è il servizio che siamo chiamati a renderci vicendevolmente. Questa è la fecondità di una vita. 
E quindi ogni relazione è chiamata ad avere le stesse dimensioni di questo incontro, perché dove c’è un passaggio del Signore, la storia si apre dai propri piccoli ed angusti spazi, agli spazi della storia della salvezza, che sono spazi immensi; e si diventa solidali con tutto un popolo di gente che cammina sulla stessa strada.
Il vangelo è questa sproporzione di gratuità, di amore, di dono, per cui noi, che non ci meritiamo niente, abbiamo in eredità tutta la vita dei figli, e questa eredità è gratuita, perché Gesù ha dato la vita affinché potessimo godere di essere figli di Dio, insieme a Lui.
Facciamo fatica a stare dentro questa sproporzione, perché bisogna essere molto poveri per accettare di essere amati così, senza la pretesa di restituire, di esserne all’altezza. E troviamo mille modi per difenderci, per rimettere le cose dentro una misura di vita e di amore che la nostra testa e il nostro cuore possano capire.
o Allora o non ci crediamo fino in fondo, non ci siamo resi ancora conto di quanto questo amore gratuito sia uno scandalo, e l’abbiamo addomesticato, e quindi non ci cambia la vita, perché non ci lasciamo ferire… 
o Oppure cerchiamo di colmare questo abisso, di essere un po’ più all’altezza della situazione, e ci accontentiamo di un’osservanza che ci faccia sentire un po’ meno debitori, che ci faccia sentire un po’ a posto.
Maria no. Lei vive di questa di questa sproporzione, e trova il modo di starci, il modo dei poveri, che è la gratitudine, che è l’umiltà e che, soprattutto, è la lode.
o Allora non può che esplodere il Magnificat, e il Magnificat è questo canto di chi sa gioire di questa salvezza, e la accoglie, la vede, la celebra.
o Celebrare la salvezza è il modo cristiano di stare nella storia, è il modo più importante, il primo.
Infatti il vangelo non dice che Maria va da Elisabetta per servirla, per aiutarla. Maria va da Elisabetta per celebrare la salvezza.
Ma può celebrare solo chi ha visto la salvezza nella sua storia, chi la porta nella propria carne, così come queste due donne, che erano una sterile e l’altra vergine e ora portano la vita. Celebrare è anticipare nella fede la salvezza definitiva, e lo può fare chi questa salvezza l’ha già vista, in sé.
Allora ti fai voce di tutta la storia, di tutti i popoli, di tutto il creato e tutto, misteriosamente, viene salvato, restituito a Dio. È dunque un atto fecondo, perché è come se trascinassi tutto il creato e tutta la storia dentro questa offerta e tutto riporti a Dio, al quale tutto appartiene.
Dunque questo brano è una porta per entrare nel Vangelo, come Ain Karem è alle porte di Gerusalemme. Perché poi questa sproporzione non farà che crescere, e raggiungerà il suo culmine sulla croce, dove anche la morte sarà restituita a Dio, dentro il sì di Gesù, dentro la sua fiduciosa e obbediente celebrazione della Volontà salvifica del Padre.
Allora ci sembra che oggi inizia anche per noi un viaggio, insieme a Maria. Un viaggio non facile, per essere come lei dei poveri, che celebrano una salvezza che può solo esserci regalata, ogni giorno. E che lo fanno insieme, in una comunità di persone salvate, che vivono di misericordia e si scambiano la misericordia del Padre.

PER SCOPRIRE LA VOLONTÀ DI DIO SU DI TE


PER SCOPRIRE LA VOLONTÀ DI DIO SU DI TE

p. Jean Lafrance s.j.

Prega per scoprire la volontà di Dio su di te
senza possibili illusioni.
Poi rimani disponibile e abbandonato
tra le mani del Padre.
Hai sentito la chiamata a seguire Gesù e hai accettato consapevolmente il rischio dell'amore, servendolo nella totale povertà e umiltà. Come Paolo vuoi la vera sapienza: « Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso » (1 Cor 2, 2). È normale che tu viva in te una grande lotta tra questo desiderio di amare veramente il Cristo e quello di compiere invece la tua volontà. Solo lo Spirito Santo può purificare il tuo cuore, al punto di disporlo davanti a Dio a compiere la sua volontà.
Nella tua vita, tutto si riduce – in definitiva – a scoprire questa volontà di Dio, e a compierla: « Non sono coloro che dicono: Signore, Signore, che entreranno nel Regno, ma coloro che fanno la volontà di mio Padre ». In definitiva tu desideri accostarti al Cristo più da vicino nella sua totale povertà, ma non sai con esattezza quale forma particolare di povertà il Cristo voglia da te. Tutto quanto è buono e perfetto in sé, non lo è necessariamente per te. Tu aspetti dunque nella preghiera assidua che Dio ti riveli quello che in te fa ostacolo al dono totale e vero. L'importante non è quello che tu decidi di abbandonare per Dio, ma quello che egli vuole che tu abbandoni per lui.

È qui che le illusioni possono insinuarsi nelle tue migliori intenzioni. Ti può capitare di pensare che il meglio per te è il più difficile: quello che importa, in realtà, non è il fatto che un distacco o una attività ti ripugni o ti piaccia, ma che esiga maggior amore. Se, dopo aver pregato lungamente, intravedi quest'opera nella pace e nella fiducia, come una volontà di Dio per te, è un segno chiaro che Dio ti chiama a rispondervi generosamente. Sta certo che se preghi nella verità e lasci tempo al tempo – che è un fattore di primaria importanza per una decisione – Dio ti farà vedere quello che si aspetta da te.
È il momento di metterti di fronte all'opera dello Spirito Santo in te. Guarda semplicemente i doni ricevuti da Dio nelle differenti tappe della tua vita, le chiamate ricevute attraverso gli avvenimenti e le persone. Cerca di scoprire la vocazione che Dio traccia in te e che deve stagliarsi come un crinale sull'orizzonte. Ogni uomo porta nell'anima un mistero, il suo proprio mistero, che è quello del suo nome particolare. Tutta la sua angoscia su questa terra è di individuarlo. Solo il Cristo può rivelare all'uomo il mistero del suo nome, lui che, nel suo cuore di Figlio di Dio, è aperto eternamente all'essere, al cuore del Padre.
E insieme guarda se sei stato fedele a questa chiamata di Dio. Molto spesso hai utilizzato questi doni per servire le tue vedute personali, anche se di per sé buone. La vocazione che intravedi è un dono di Dio, o una costruzione che dipende da te? Quante illusioni nei tuoi desideri di santità e nelle tue attività al servizio degli altri!
Attento a non abbandonarti ad analisi psicologiche e ancor meno a considerazioni razionali, ma làsciati interpellare nel cuore del tuo essere. Proprio tu sei rimesso in causa da questa volontà di Dio. Da ciò deriva la necessità di una preghiera intensa e prolungata, per vedere te stesso con lo sguardo dello Spirito Santo. Ripeti a Cristo il tuo desiderio di non essere più che una sola cosa con la volontà di Dio. Solo la preghiera può purificare le tue motivazioni profonde e fare apparire in piena luce le intenzioni del tuo cuore.
Non ti stupire, allora, se fai l'esperienza della tua grande povertà che ti riduce a essere malleabile e duttile tra le mani di Dio. Sei un po' di terra nel cavo della mano di Dio e chiedi al soffio dello Spirito di venire a modellarti a immagine del Figlio. È una situazione non comoda, poiché non si tratta più di decidere da te solo di evitare una determinata cosa o di intraprenderne un'altra, ma di lasciarti puramente e semplicemente lavorare da Dio.
Tu ti abbandoni tra le mani di Dio in una totale indifferenza. È la disponibilità fondamentale quella che assicura la concordanza della tua vita di uomo con il disegno di Dio. In fondo, tu accetti di abbandonare tutto per seguire il Cristo, ma ti rifiuti di decidere da te solo: metti la tua forza nel non volere né un bene né un altro, se non ti muove il solo servizio di Dio nostro Signore (cfr Esercizi Spirituali di S. Ignazio. n. 155).
Di tali esseri, spossessati di sé, Dio può fare dei santi. Per arrivare a una tale disposizione che è difficile, perché tocca le radici stesse della libertà, è evidente che l'orazione è più necessaria che mai. Soltanto il Cristo può venire ad insegnarti e a darti la forza di offrirti così a Dio nel più grande sacrificio. Lui stesso ti ha aperto la strada con la sua Pasqua. Ripeti spesso la preghiera di abbandono del padre de Foucauld: « Padre mio, mi abbandono a te, fa' di me quello che vuoi. Qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto ».
Lascia riposare il tuo cuore nella pace di Dio e vedrai
apparire la sua volontà chiara e precisa su di te.
Quando un'acqua è torbida, bisogna solo lasciarla riposare sotto la calda luminosità del sole, perché le impurità si depositino nel fondo e l'acqua pura appaia in superficie. La stessa cosa avviene per la tua vita cristiana, che si purifica a poco a poco, nella preghiera, sotto lo sguardo di Dio. Se sei fedele a vivere sotto la luce dell'Evangelo, le intenzioni profonde del tuo cuore si chiariscono e tu intravedi quello che è di ostacolo all'azione di Dio in te. Nello stesso tempo, lo Spirito Santo inclinerà il tuo cuore verso questa o quella forma di povertà per meglio orientare la tua vita nel senso della volontà di Dio. Imparerai soprattutto ad esser qui, davanti a Dio, per lui solo. Quando lavori, o quando riposi, agisci troppo spesso per un fine, e dimentichi quale meraviglia sia esistere, semplicemente esistere, senza pensare ad altro. La preghiera ti fa esistere davanti a Dio. Essa ti fa raggiungere questo fondo del cuore, più profondo di ogni desiderio, di ogni pensiero, di ogni immagine e di ogni azione. Così, tu sei solo con te, alle origini del tuo essere, là dove la tua anima è uscita dalle mani del Creatore. Tu sei solo con l'Assoluto, solo della solitudine del Solo.
Ecco, dunque, la differenza che esiste tra questa scelta spirituale compiuta nella luce dello Spirito, e le decisioni morali che tu prendi per cambiare la tua vita sul piano umano. Per esempio, può accadere che tu decida di lottare contro un certo difetto, di darti maggiormente alla preghiera o d'intraprendere un certo atto di ascesi per meglio servire Dio. Non puoi trascurare questo lavoro di perfezionamento se vuoi divenire un uomo libero, ma esso ha i suoi limiti e soprattutto rimane su un piano umano. Per di più, lo puoi fare all'infuori della preghiera, con l'aiuto di qualcuno che ti conosce bene, per esempio. Se chiedi ai tuoi amici che cosa ti rimproverano, capirai quello che bisogna cambiare nella tua vita.
La scelta spirituale che qui sei invitato a realizzare, si situa sul piano della vita teologale. Si tratta di scoprire la volontà precisa di Dio su di te in un dato momento della tua vita per darle un orientamento. Non puoi dunque fidarti solo dei lumi della tua ragione e delle risorse della tua volontà, ma hai bisogno di una rivelazione superiore dello Spirito, per comprendere i disegni d'amore di Dio a tuo riguardo. La preghiera continua, la contemplazione dell'Evangelo purificano il tuo cuore, invitandoti così ad abbandonare a Dio il fondo del tuo essere.
In principio vi è la certezza che lo Spirito Santo vuole realizzare in te qualche cosa che non ti è possibile definire anticipatamente; di solito vai alla preghiera con dei problemi precisi, per i quali vuoi delle soluzioni immediate, ottenute con l'analisi o con la decisione. Tu non puoi allora scoprire la volontà di Dio, che esige un'assenza di premesse e l'oblio di quello che sei o di quello che fai. Lascia dunque i tuoi problemi fuori della porta, e apriti a Dio per sottoporti a una presenza attiva dello Spirito che vuole la tua realizzazione. Il tuo essere non sei tu a costruirlo, ma lo ricevi da Dio. Solo così potrai percepire una volontà personale e attuale di Dio: riconoscendo e accettando te stesso.
L'orazione diventa il luogo del passaggio dello Spirito, e lasci cadere a poco a poco le tue difese e le tue sicurezze. Solo partendo da zero puoi ritrovare il tuo essere profondo e divenire un adulto libero e non un personaggio. L'orazione facilita questa evoluzione, facendoti salire ad un altro livello, che non è quello delle tue preoccupazioni attuali. Allora non vi sono più problemi o dualismi, ma un assumere personalmente e coscientemente la tua vita per darla al Cristo, accettando, senza illusioni, le esigenze dell'amore.
Per queste ragioni, la volontà di Dio non prende abitualmente delle andature straordinarie o sensazionali. Dio lavora nella trama stessa della tua esistenza; è dunque a livello della tua vita quotidiana che si farà palese la sua volontà. Egli ti chiede soprattutto di accettare in piena lucidità il tuo essere di uomo con i suoi limiti e le sue deficienze, per mezzo delle quali ti purifica.
Continua a pregare rilevando nella tua vita le chiamate precise e i desideri che lo Spirito ti suggerisce; è sempre per mezzo delle tue aspirazioni profonde che Egli ti parla e ti fa scoprire la volontà di Dio. E poi cerca di tradurre concretamente in quale modo vuoi realizzare questa scelta, se occorre prendendo degli appunti. Può succedere che tu metta il punto finale a questa ricerca riassumendola in una parola dell'Evangelo.
In ogni caso, se hai scelto secondo Dio, tu proverai in te stesso una grande gioia. La pace e la gioia sono sempre i segni dell'azione di Dio in te, anche quando questa gioia esige da te un sacrificio reale. Un poco alla volta si formerà in te quello spirito di discernimento spirituale che ti farà « sentire » la volontà di Dio in tutti gli avvenimenti della vita.
Dio non ti abbandona al solo lume della tua ragione 
quando ti chiama a fare una scelta spirituale. 
È nella preghiera che tu vedrai delinearsi la sua volontà.
Sei qui ormai al centro della vita cristiana, perché tutto si riduce in definitiva, nella tua esistenza di uomo, a scoprire la volontà di Dio e a compierla. Ma se ti è facile discernere questa volontà attraverso i comandamenti, tu dubiti spesso di riuscire a scoprire quello che Dio si aspetta da te, in particolare nella tua situazione attuale. Più progredirai nella vita cristiana autentica e più dovrai fare delle scelte che dipendono unicamente dalla tua coscienza, illuminata dallo Spirito e dalla legge delle Beatitudini, senza poterti riferire né a un codice, né ad un maestro che sembri sapere o detenere la verità. Che si tratti di un impegno politico, di uno stato di vita, di un approfondimento della tua preghiera o di qualche altra decisione che orienti la tua vita, non puoi fare a meno di una scelta onerosa che impegni la tua libertà e la tua fedeltà. Tuttavia, non sarebbe credere in Dio e nella sua Provvidenza il pensarlo capace di abbandonarti a te stesso nelle decisioni della tua vita.
Se vuoi conoscere la volontà di Dio, la condizione sine qua non è di renderti disponibile, ossia, di fronte ad una scelta da fare, di non voler preferire l'una opzione o l'altra, di abbandonare ogni pregiudizio che impedisca a Dio di farti sapere in quale senso vuole che t'impegni. In una parola, non devi avere alcuna idea in proposito, e devi accettare di entrare nelle vedute di un altro, che sconcertano sempre le tue.
Questa è certo la disposizione fondamentale per operare una scelta secondo Dio. Ma forse tu ti poni una domanda: come fare a renderti disponibile, se non lo sei? Diciamo così: che devi fermarti, guardarti oggettivamente e interpellare il tuo giudizio critico; questi atteggiamenti si vivono sotto lo sguardo dì Dio, nella preghiera, per scoprire le resistenze alla sua volontà.
Può accadere che con una tale preghiera Dio ti mostri chiaramente quello che si aspetta da te, ma non è sua abitudine: egli preferisce parlarti con i segni. Non considerare troppo presto le tue buone intenzioni come volontà di Dio. Un mezzo per scoprire questa volontà è analizzare i vari dati e le componenti della scelta, gli argomenti in un senso o nell'altro, come si usa esaminare prima di ogni decisione. Se fai questo sotto lo sguardo di Dio, vedrai le ragioni pro o contro ordinarsi secondo dei criteri spirituali, per esempio seguire il Cristo nella via delle Beatitudini; oppure vedrai apparire i motivi umani o egoistici, poiché il discernimento spirituale si riferisce anche a criteri oggettivi: la sapienza della Croce e delle Beatitudini enunciata da Cristo nell'Evangelo. Da una parte, le ragioni saranno chiare, forti, certe; dall'altra, senza valore, inconsistenti, torbide o dubbie. Dio non sembra avere risposto direttamente alla tua domanda, ma in realtà l'ha fatto, illuminando e guidando la tua intelligenza o il tuo cuore.
Vi è anche un'altra maniera per scoprire questa volontà: quella d'interrogare la tua affettività profonda. Se sei nella pace duratura, e nella vera gioia, puoi dire che i progetti che accompagnano i tuoi sentimenti interiori sono volontà di Dio perché lo Spirito Santo agisce sempre nella gioia, nella pace e nella dolcezza. Se, al contrario, sei nella tristezza, nello scoraggiamento e nell'irrequietezza, puoi supporre che il progetto concepito è probabilmente ispirato dalla carne o dallo spirito del male.
In questo campo, ciò che sembra essenziale è la durata e la qualità del desiderio. Non puoi avere nessuna certezza se ti affidi al sentimento di un solo istante. Al contrario, se durante un periodo più o meno lungo, una determinata decisione è sempre accompagnata dalla gioia e il suo contrario dalla tristezza, vi è ragione di credere che sia Dio a mandarti la consolazione dello Spirito e a suggerirti di compiere l'azione corrispondente. Vi è poi l'atto di libertà che ti fa prendere questa decisione per Gesù Cristo. Molto spesso è dopo questa libera opzione che la pace si stabilisce in te. L'esperienza di consolazione o di desolazione che segue la scelta, confermerà la scelta stessa e ti indicherà chiaramente se sei nella volontà di Dio.
A poco a poco, riuscirai a compiere delle scelte veramente spirituali, interpretando in modo sempre più chiaro i segni di Dio, sia che si tratti di grandi decisioni che impegnano la tua esistenza, o semplicemente delle scelte riguardanti la tua vita quotidiana. D'altronde, questa educazione della tua libertà dovrà proseguire per tutta la vita, e più sarai fedele a rispondere alle sollecitazioni dello Spirito, meglio scoprirai quello che ti viene domandato.
Per concludere questa meditazione, puoi rileggere nel primo libro di Samuele (3,1-21) la chiamata di Dio a Samuele; capirai come Dio parla agli uomini per indicare loro la sua volontà. Samuele vive nel tempio, è al servizio di Eli e lo aiuta nel culto, ma non è ancora in relazione intima con Jahvè, ossia non ha ancora percepito la parola personale e originale che Dio gli rivolge: « Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore » (1 Sam 3,7). Tu rassomigli a Samuele finché non hai percepito la volontà personale di Dio su di te. Come il giovanetto, ciò che devi fare tu lo chiedi al gran sacerdote Eli oppure a leggi scritte.
Ma osserva la pedagogia divina. Jahvè comincia col chiamare tre volte per nome il giovanetto: « Samuele! Samuele! Samuele! ». Si tratta proprio di una chiamata personale, di una volontà precisa che vuol fargli udire. Contempla anche la disponibilità di Samuele, che alla minima chiamata si mette alla ricerca della volontà di Dio. Sei sensibile ai più lievi tocchi dello Spirito, che ti fa segno attraverso avvenimenti apparentemente banali?
Samuele va a trovare il sommo sacerdote; questi non ha per missione di rivelargli la volontà di Dio, non la conosce, ma lo mette semplicemente in contatto con la parola di Dio. Così nella tua vita, tu interroghi il tuo padre spirituale che è in assiduo ascolto della voce di Dio e gli chiedi di aiutarti a metterti in comunicazione con essa. Solo lo Spirito può parlare al tuo cuore, ma la guida spirituale c'è proprio per aiutarti a verificare l'autenticità della sua chiamata.
Samuele è pronto ad ascoltare la voce di Dio, poiché si è stabilito in una profonda disponibilità, e vuole ormai una cosa sola, al di là di qualsiasi preferenza: la volontà di Jahvè. Quando sei chiamato a fare una scelta secondo lo Spirito, ripeti spesso nella preghiera la parola del giovane Samuele: « Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta » (1 Sam 3,9). Allora il Signore ti rivelerà i suoi profondi segreti e, come Samuele, « tu non lascerai andare a vuoto una sola delle sue parole » (1 Sam 3,19). Comincerai allora a diventare l'uomo spirituale – di cui parla san Paolo – che penetra i segreti di Dio perché lo Spirito Santo lo ha pervaso.


domenica 29 maggio 2016

OMELIA DI S.E. MONS. GIANFRANCO RAVASI, (da leggere)


OMELIA DI S.E. MONS. GIANFRANCO RAVASI, (DA LEGGERE)

presidente del Pontificio Consiglio della Cultura

Vorrei ora con voi fare una riflessione abbastanza distesa, nella confidenza che mi permette anche l’essere qui in mezzo a voi.
Questa riflessione ha come punto di partenza, come cornice naturalmente, il racconto che abbiamo ascoltato nel Vangelo di Marco, questo incipit che poi ci accompagnerà durante i prossimi giorni, la lettura del Vangelo di Marco, questa cornice ideale che è rappresentata dalla vocazione degli Apostoli.
Questo fondale, in un certo senso, ci permette già di mettere in luce la figura fondamentale che noi vorremmo in qualche modo guardare negli occhi, in un certo senso dovrebbe essere il nostro ideale autoritratto, è la figura dell’apostolo, è la figura quindi, io direi, in maniera particolare del presbitero.
E di questa figura io vorrei mettere in luce due dimensioni, due aspetti, che tra l’altro sono modulati sul modello per eccellenza che è sempre Cristo.
Difatti “Seguitemi” è l’appello Suo, la sequela.
Noi sappiamo, se guardiamo i Vangeli, che ci sono sostanzialmente due atteggiamenti di Gesù durante il Suo ministero pubblico.
Da una parte sono in azione le Sue labbra, la parola, e dall’altra parte sono in azione le Sue mani.
Ecco noi ora vorremmo fare una riflessione su queste due dimensioni naturalmente applicandole a noi stessi.
E il primo elemento da cui partiamo è quello della parola.
Sappiamo il rilievo che d’altra parte ha la parola non solo nella cultura della Bibbia, ma anche nella storia stessa dell’uomo.
La parola è lo strumento principe della comunicazione e quindi dell’incontro e quindi della relazione e quindi dell’abbraccio o, anche, dello scontro tra gli uomini.
É significativo che, nell’interno della Bibbia, l’elemento fondamentale per rappresentare Dio è la parola.
Ricordiamo come comincia la Genesi (testo in greco) “Dio disse sia la luce” e la luce fu.
É questa la prima riga.
La parola di Dio che rompe squarcia il silenzio del nulla.
Il Nuovo Testamento idealmente come comincia? En archè en o logos, in principio c’era la parola, e la parola era presso Dio e la parola era Dio.
Quindi diciamo che la parola è una componente fondamentale della teo-logia, il parlare di Dio, ma è anche una componente fondamentale dell’esperienza umana.
Per questo la parola permette anche di parlare dell’uomo, di noi, e Cristo riassume in se queste due dimensioni: il logos, il logos, che si sarcs (?), cioè la parola, che si fa parole, parole umane.
E qui abbiamo allora il primo elemento.
Che dire sulla parola nostra? La parola, la nostra comunicazione, il nostro annuncio.
Ci sarebbero infiniti temi da sviluppare.
Io ne scelgo uno solo, e questo tema lo prendo proprio dal racconto di Marco che ora abbiamo ascoltato, perché qui, come avete sentito, abbiamo in assoluto la prima predica di Gesù, il primo annuncio.
E gli studiosi dicono che è stato modulato e modellato dall’evangelista sulla base del cherisma (?), del grande annuncio della chiesa delle origini.
E se, per un momento, lo fate passare ancora davanti ai vostri occhi, questa che è una delle più brevi prediche in assoluto che siano mai state pronunciate, è fatta solo di quattro frasi, vi accorgete che Cristo introduce nel suo annuncio due dimensioni fondamentali: la dimensione verticale, la dimensione trascendente, la dimensione, diremmo noi, della grazia, se volete, delle verità ultime e la dimensione, invece, storica, immanente.
Quella se volete carnale, la dimensione dell’esistenza dell’uomo, che risponde alla trascendenza, alla linea orizzontale.
Proviamo?
I primi due elementi di questo brevissimo annuncio: il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino, si è avvicinato o è vicino.
Ecco, questi due elementi sottolineano l’azione di Dio.
Diciamolo con un termine Paolino: è la celebrazione del primato della grazia.
Ogni nostro annuncio deve essere un annuncio della salvezza offerta, della parola donata, di qualcosa che ci precede ed eccede, che non è nostro.
Significativo quello che notano gli esegeti quando, nella prima lettera ai Corinzi, Paolo dice quale è la missione dell’apostolo e dice “è la missione del marturion tou theou“ o, come qualche altro codice dice, marturion Christou; questo theou o Christou, cioè la testimonianza di Dio, la testimonianza di Cristo, è un genitivo soggettivo, non oggettivo, cioè il contenuto non è in primo luogo.
É Dio che testimonia attraverso noi.
Ecco perché Cristo parte ricordando che noi siamo nell’interno di un kairòs, il tempo è compiuto, nell’interno di una storia della salvezza, che noi tutti, noi e i nostri fedeli, non siamo i solitari viaggiatori di un’esperienza umana, ma siamo nell’interno di un’esperienza che è stata iniziata da Dio.
Come è stato detto da un teologo: la Bibbia prima di tutto non dice “Oh fedele interessati di Dio”, ma la Bibbia dice “Oh fedele ricordati: Dio si interessa di te”.
Il primato della grazia, ecco il regno di Dio, questo grande progetto di salvezza.
Il tempo, kairòs, la storia della salvezza, sono il nostro orizzonte e capite che da questo nascono delle responsabilità importanti nel nostro annuncio.
Noi annunciamo, come dirà spesso Paolo, non una nostra parola, ma una parola che ci è stata consegnata, un deposito; ed è per questo anche che è indispensabile che noi non abbiamo a diventare paradossalmente uno schermo opaco, che impedisce la testimonianza di Dio, genitivo soggettivo, che Dio dà di se stesso attraverso la nostra voce, attraverso la nostra parola.
Il primato della grazia, il primato, quindi, della celebrazione dell’Epifania di Dio.
Ricordate, come si è sottolineato e come si è fatto anche nella traduzione, poi, rispetto all’antica versione latina, “Pace in terra agli uomini della buona volontà di Dio”, oggetto dell’amore di Dio.
In principio c’è l’eudochia di Dio, la sua buona volontà, la grazia.
Voi sapete quella curiosa variante che aveva introdotto un grande teologo protestante del secolo scorso, ma pur sempre un grande pensatore, commentando la lettera ai Romani.
Karl Barth dice “noi occidentali nel pensiero moderno siamo stati sostanzialmente guidati dall’irruzione di Cartesio”.
Cartesio era un forte credente, era devoto della Madonna di Loreto.
Egli era convinto di fare un servizio apologetico, quasi, alla Chiesa. Ma il suo pensiero in realtà ha introdotto la modernità autosufficiente, con quella celebre frase che si imparava a scuola “cogito ergo sum”, vedete io penso, perciò ho la consapevolezza e quasi il mio autopormi.
E Karl Barth diceva questa frase non è cristiana.
Se vogliamo farla diventare cristiana basterebbe soltanto aggiungere una lettera e trasformarla, come forse sapete, in “cogitor ergo sum”, sono pensato, amato, in linguaggio biblico conoscere, quindi esisto.
Ecco perché, dicevo, Cristo ci invita nella parola a parlare del Regno dei Cieli, del Regno di Dio, le verità ultime e fondamentali: bene, male, vita, morte, oltre vita, speranza, amore, la giustizia, Dio e la Sua parola.
Secondo, però, in quella predica brevissima c’è la seconda parte, secondo versante, che è invece squisitamente antropologico, esistenziale.
É la risposta.
Noi sappiamo che la grazia non cade su una stella, noi non siamo stelle, non siamo sassi, che sono regolati esclusivamente dalle leggi immanenti date da Dio, dal Creatore, le leggi della fisica, le meccaniche celesti, come si dice.
Noi siamo creature libere.
Ecco allora la risposta cosciente, coerente, la risposta faticosa, impegnativa che Cristo riassume anche in questo caso in due elementi soltanto: convertitevi e credete al Vangelo.
Se volete dirlo con il linguaggio paolino: fede e opere.
Da un lato la conversione, che come sapete è metanoia, è la torsione totale della mentalità, delle scelte, delle opzioni, quindi torsione morale fondamentale.
E noi la dobbiamo continuamente annunciare in un mondo che è un mondo sostanzialmente non immorale, ma amorale.
Il grande rischio del nostro tempo, voi lo sapete bene, non è l’ateismo.
L’ateismo coerente e cosciente, che è frutto di una scelta pensata e meditata è degno del rispetto.
Noi invece siamo in presenza della non credenza, dell’indifferenza, della superficialità, della banalità, del vuoto, della secolarizzazione, di una società spenta.
Ecco perché è necessario che si ripeta ancora il “convertitevi” contro le opzioni negative e perverse che albergano nell’interno della nostra coscienza, il groviglio di vipere, che è in noi.
Però dall’altra parte, ecco l’altro elemento, la fede, cioè l’abbandono gioioso, totale, radicale al Dio che ti stende la mano con la grazia.
Per usare un’immagine che io ho usato, anche qualcuno di voi mi segue nei miei scritti, che ho usato commentando la lettera ai cristiani di Roma, una lettera difficile, se dobbiamo rappresentare il rapporto karis pistis, grazia e fede, potremmo immaginare così: l’uomo, che è sulle sabbie mobili della storia, della sua esistenza, della sua fragilità, del suo limite, della sua finitudine, della sua colpevolezza, che crede di auto salvarsi, alzando le braccia, come fa spontaneamente chi è in una palude.
Crede di salvarsi alzando le braccia mentre, in realtà, sprofonda di più agitandosi.
E questo è quello che Paolo chiama nous, l’autosalvazione, salvarci da soli.
Le opere sono fondamentali abbiamo detto, ma il primato è soprattutto al credere, ad afferrare quella mano, quelle braccia che ti vengono stese da chi è su un luogo sicuro, su una rupe stabile, cioè Dio.
Ecco allora le due componenti della parola, il nostro annuncio, tra le mille considerazioni che vorrei, fare, da un lato, continuamente, proclamare quelle che, dicevo, le verità ultime, la storia della salvezza, la parola di Dio, ma dall’altra parte non ignorare che questa parola entra nel penultimo, cioè nelle realtà penultime dell’esistenza, della nostra storia.
Ecco la necessità della conversione, ecco la necessità della fede, come due lampade che s’accendono per la tenebra della nostra vita.
Naturalmente questo annuncio, questa celebrazione della parola merita una piccola nota a margine, prima di passare alla seconda parte della nostra riflessione, una piccola nota che vorrei fare, quasi in calce.
Gesù, voi lo sapete, è stato un predicatore straordinario, dal punto di vista, permettete che lo dica, dal punto di vista tecnico.
Tant’è vero che ancora noi oggi stiamo dandoci da fare, nel mio dicastero, per esempio, quest’anno si dedicherà in maniera particolare al problema del linguaggio e della comunicazione dal punto di vista teorico.
Ancora tante volte si ritorna sempre a dire che il modello adottato da Lui, l’uso del simbolo, l’uso della narrazione, l’uso dell’incisività, l’uso dell’essenzialità sono componenti che purtroppo le prediche nostre non hanno.
Cristo voi vedete parla di solito partendo dai piedi, non stando sopra le teste.
Parla dei semi, parla del terriccio, della moneta persa, dei pesci, delle famiglie con figli difficili, del portiere di notte, del giudice corrotto.
Vedete parte proprio dalla concretezza, ma la sua è una parola che sale, ascende al Regno dei cieli, contiene quella duplice dimensione che ho detto, ma con questo aspetto di straordinaria potenza ed efficacità, che nasce naturalmente anche dal suo cuore, che nasce dalla sua divinità, se volete, ma anche dalla sua umanità, perché ha un suo stile.
Forse voi non ricordate, e chiudo questo discorso, questa prima parte, non ricordate quel passo che c’è nel vangelo di Giovanni al capitolo 7°, quando un giorno, dice Giovanni, i sacerdoti e gli scribi decisero di mandare la loro polizia privata, le guardie che avevano nel tempio, per arrestare Gesù.
Questa gente va, questi poliziotti vanno e poi tornano e ancora tra le mani non hanno Gesù.
Allora il sacerdote si domanda “ma perché non ce lo avete condotto?”.
E questa gente semplice come risponde? “Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo”.
Vedete la parola che inquieta e che impressiona e che consola.
Ecco la nostra parola deve almeno modellarsi, deve almeno avere come riferimento.
Per questo che quando voi salite a questo stesso ambone dovete andare dopo aver fatto un percorso profondo di preparazione, di attenzione, di sensibilità, non considerarlo come un aspetto marginale e secondario del ministero pastorale.
Rispetto alle tante altre attività, è uno dei ministeri principali.
Mi raccontava la figlia di Gerard von Rad, molti di voi almeno, ai miei tempi quando insegnavo in seminario a Milano costringevo tutti gli studenti di teologia a leggere e a preparare per gli esami, tra l’altro come lettura propria, “La teologia dell’antico testamento” di Gerard von Rad, questo grande specialista che era anche, quando dette le dimissioni dall’insegnamento, si mise a fare il pastore nella chiesa della cappella universitaria di Göttingen.
Ebbene, la sua figlia diceva, mi diceva, che quando in questi ultimi anni faceva questo passava tutta la settimana, era sempre tormentato, per preparare il sermone domenicale, lui che sapeva così la Bibbia, che conosceva, ma aveva la consapevolezza, anche da protestante, se volete, però questo è un aspetto che dobbiamo assumere tutti dell’importanza e del rilievo di questo momento.
Seconda ed ultima considerazione.
Ho detto, sarei stato un po’ disteso con voi, anche direi nell’aspetto dell’amicizia, una assemblea di cui condivido appunto anche molti ideali, oltre che la vocazione.
Secondo aspetto, secondo aspetto le mani di Gesù.
E qui ci aiuta la prima lettura, perché come avete sentito la prima lettura è squisitamente la lettura una piccola parabola, se volete, una piccola storia di sofferenza.
Infatti se vedete, guardate, prendiamo solo le parole terminali.
Questa persona infelice perché non può avere un figlio, sapendo che in Israele, in oriente, se tu non avevi un figlio, una donna era come un ramo secco, non serviva a nulla.
Aveva la rivale, per di più prolifica, la quale l’affliggeva con durezza a causa della sua umiliazione e ancora, si diceva, quando andavano nel tempio quella la mortificava.
E Anna si mette a piangere, non vuole mangiare e suo marito le dice “Ma perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore?”.
Cioè le domande tipiche che si rivolgono a chi è nel dolore.
Ecco allora il secondo elemento: le nostre mani.
E qui in particolare la vostra vocazione, ma io direi che dovrebbe essere la vocazione di tutti i presbiteri, di tutti coloro che vivono la funzione di ministri di Dio, dell’annuncio, cioè le mani che operano.
Guardate, se si guarda il Vangelo di Marco e si esclude il racconto della Passione e Morte, che già però è tutto dedicato al tema del dolore e della sofferenza, e si prende il resto della vita pubblica di Gesù, il 47% è rappresentato da guarigioni di persone che soffrono.
Gesù è ininterrottamente in contatto con quelli che sono malati nel cuore, tante volte, ma soprattutto anche fisicamente.
Il dolore nella sua brutalità è il paesaggio di Gesù.
Per me è emblematico l’episodio della guarigione del lebbroso che si leggerà nel Vangelo di Marco, proprio in apertura.
Voi sapete la norma del Levitico: il lebbroso da lontano doveva segnalare la sua presenza per tenere lontano, per impedire che avvenisse quasi un inquinamento del male che portava dentro di sé, che era un male doppio, un male fisico e un male sociale, perché era anche scomunicato.
Quindi doveva segnalare: “immondo, immondo”.
Cristo che cosa fa? Non solo non si allontana, non solo gli va incontro, ma gli va di fronte.
“Lo toccò” e gli disse “Lo voglio: sii guarito”.
Lo toccò, vedete, assumere su di sé la sofferenza del mondo.
E qui allora, io direi, c’è questo aspetto: noi dovremmo riservare nel nostro impegno pastorale, ma avviene anche così normalmente, devo dire, dobbiamo riservare più spazio, lo spazio primo, fondamentale, a tutto questo respiro di dolore che sale dalla terra verso il cielo.
É un respiro ininterrotto e, devo dire, che quest’è forse una, certo non dimentichiamo la funzione precedente, ma è una delle funzioni capitali del nostro ministero, perché è la gente soprattutto.
Ormai non ha più nessuno che ascolti il suo lamento, il suo dolore.
Ha bisogno di ritrovare ancora questo approdo.
Io mi sono impressionato, adesso sono stato, sono ritornato per il periodo delle ferie natalizie, son tornato al mio paese d’origine, non propriamente di nascita, ma dove abitano le mie sorelle.
Sono stato lì e la gente che mi vedeva, che mi conosceva da tanti anni, perché io quando ero in seminario andavo lì il sabato e la domenica a fare io ministero pastorale, e mi fermavano per strada perché, essendo una figura un po’ nota per loro, quindi quasi vogliono qualcosa.
Però l’impressione che ho avuto è questa: che tutti, beh prima mi fermano, hanno un po’ di rispetto perché sono a Roma, eccetera, però dopo subito cominciano a raccontarti le disgrazie che hanno.
Nient’altro mi raccontano.
Non che c’è qualcosa che va bene o qualcosa che possa incuriosirmi sulla vita di un villaggio.
É il loro dolore ed è per questo che il dolore diventa, come ha fatto Cristo, la componente fondamentale dell’incontro e anche la componente fondamentale del nostro annuncio.
Questo annuncio, quest’altro volto del nostro annuncio, un annuncio concreto, con le mani, comporta almeno, anche in questo caso, tra le molte considerazioni, due dimensioni.
Da una parte il dolore, la Bibbia lo testimonia, ne siete tutti consapevoli.
Tutte le religioni più o meno lo testimoniano.
É un mistero di oscurità, è un mistero di scandalo.
Cristo stesso grida, certe volte.
C’è quella famosa espressione del Vangelo di Marco.
A un certo momento di fronte a un malato orghisteis, s’adira, si sdegna.
Quante volte anche noi vedendo certe sofferenze assurde, impossibili, tragiche, siamo presi da quel moto di ribellione, che forse neppure ha colui che sta soffrendo.
Ecco quindi questa dimensione di oscurità.
Pensate che cosa è Giobbe, la Bibbia, pensate al fatto che un terzo dei Salmi è tutto fatto di lamenti, di suppliche.
“Fino a quando Signore? Perché te ne stai a guardare? Perché oh Signore?” Oppure il racconto, persino, non so, la febbre, le ossa che mi tremano, la disappetenza, il cibo mi sembra cenere, il lamento dell’uomo che soffre.
Con il mistero di questo e noi dobbiamo accostarci a questo mistero non con spiegazioni di seconda mano.
Dobbiamo in quel momento accostarci, io credo, soltanto col silenzio e l’ascolto, con la vicinanza autentica, quella vicinanza che fa capire che in qualche modo tu partecipi della sua domanda e della sua interrogazione, che è senza risposta.
Noi sappiamo che nell’interno della storia dell’umanità, ininterrottamente dalle origini, la teologia è sorta come teodicea, cioè il tentativo di giustificare Dio a causa del male.
Perché era l’obiezione fondamentale contro Dio.
É per questo che è un mistero, detto di oscurità, una cittadella oscura.
Ma ecco l’altro volto, l’altra dimensione.
C’è anche un altro aspetto ed è un mistero di luce.
E qui c’è l’annuncio cristiano soprattutto.
Certo tutte le religioni hanno parole, hanno squarci aperti nel mistero della sofferenza, perché si riesca a viverle sapendo che tu non sei solo, che Dio comunque ha un progetto più grande.
Il discorso di Giobbe.
C’è un disegno più grande nel quale anche questo dolore, che ti fa col tuo cervello, è ribellione, ragione soltanto di ribellione, viene invece nell’interno di questo più grande disegno viene collocato, ma soprattutto c’è l’annuncio cristiano.
L’annuncio cristiano è che Dio stesso ha deciso di assumere, di entrare nell’interno del suo antipodo, la creatura.
Il Dio che si fa creatura, che si fa cioè limitato, finito, caduco, sofferente, mortale.
Guardate un po’ il racconto della passione, dove tutta la gamma intera della sofferenza è attraversata da Cristo.
Sofferenza personale, psichica, la paura della morte.
“Padre se è possibile passi da me questo calice” e poi il tradimento degli amici, la solitudine, altra forma di dolore.
Il dolore interiore e poi il dolore fisico, fino a questa morte, così cruda, così macabra.
E ancora il silenzio di Dio.
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” e poi la morte, che stando almeno al Vangelo di Marco e di Matteo, è una brutta morte.
“Lanciato un forte urlo spirò”.
Un grido e poi il silenzio della morte, poi un cadavere, il Dio che attraversa, beve fino alla fine il calice del dolore della morte.
Ma non cessa mai di essere Dio, anche quando è un cadavere.
E lì depone il seme dell’eterno e dell’infinito.
Il dolore e la morte sono stati attraversati da Dio.
Ed è per questo che non sono più roba nostra soltanto, cosa nostra, peso nostro, esperienza squisitamente umana.
Ed ecco perché ha significato la Pasqua.
Ed ecco perché Luca e Giovanni descrivono la morte di Cristo già come trasfigurata.
Perché il figlio di Dio manifesta già il mistero di luce, di redenzione.
Questa esperienza cristiana è un’esperienza che noi ininterrottamente dobbiamo annunciare.
Questa era la lunga riflessione che ho voluto fare con voi attorno alla parola di Dio, che abbiamo ascoltato, attorno a queste due componenti.
Da un lato la parola e dall’altro le nostre mani.
L’annuncio e, dall’altra parte l’annuncio con le due dimensioni che ricordavamo.
E dall’altra parte invece questo impegno di entrare nelle strade del mondo e di riservare, anche nelle nostre chiese, se volete, le prime panche, ideali, simboliche, ai sofferenti.
Il primo oggetto è la sofferenza, è la grande carta di identità dell’umanità anche quando apparentemente sembra essere sorridente.
Lì noi siamo per condividere l’oscurità.
Lì noi siamo per svelare la luminosità del mistero dell’essere uomini e donne sofferenti.

giovedì 26 maggio 2016

Banquet céleste, Catacombe de Pierre-et-Marcellin [ Rome, Italie ]

CELEBRARE IL CORPUS DOMINI - UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE

UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE DEL SOMMO PONTEFICE

CELEBRARE IL CORPUS DOMINI

Primo incontro internazionale sull’adorazione eucaristica 

Roma, martedì 21 giugno 2011

Quando mi è stato indicato il titolo di questo intervento, il mio ricordo è ritornato immediatamente a una celebre omelia, tenuta da Benedetto XVI, nel 2008, proprio in occasione della celebrazione della solennità del Corpus Domini a Roma.
Mi soffermerò a considerare tre grandi verità legate alla celebrazione del Corpus Domini, cercando al contempo di trarne alcune importanti conseguenze che coinvolgono soprattutto la nostra vita liturgica.
Stare davanti al Signore
Nella Chiesa antica lo “stare davanti al Signore” era espresso con il termine “statio”. Cerchiamo di capire qualche cosa di più del significato pregnante di questo termine.
Quando il cristianesimo si diffuse al di là dei confini del mondo giudaico, gli apostoli e i loro immediati successori ebbero una prioritaria preoccupazione: che in ogni città vi fosse un solo vescovo e un solo altare. Perché una tale preoccupazione? L’unicità del vescovo e dell’altare doveva dare espressione all’unità della Chiesa, al di là delle molteplici differenze, presenti in coloro che ne diventavano membri in virtù del Battesimo.
Nell’unità così espressa troviamo il senso più profondo dell’Eucaristia: ricevendo l’unico pane diventiamo un organismo vivente, l’unico corpo del Signore. Ecco perché l’apostolo Paolo poteva esclamare: “Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto in tutti” (Col 3, 11).
La partecipazione all’Eucaristia implicava, pertanto, che si ritrovassero insieme persone provenienti da condizioni molto diverse: l’uomo e la donna, il ricco e il povero, il nobile e lo schiavo, l’intellettuale e l’ignorante, l’asceta e il peccatore convertito da una vita dissoluta. L’accesso alla celebrazione eucaristica diventava, anche visibilmente, l’ingresso nell’unico corpo del Signore, la Chiesa.
Quando, più tardi, il numero dei cristiani iniziò a crescere non fu più possibile conservare questa forma esterna, espressiva dell’unità. A Roma vennero erette le chiese titolari; nel tempo sarebbero sorte le parrocchie. In un tale contesto rinnovato era necessario dare nuova forma espressiva all’unità visibile di un tempo. E questo avvenne con l’istituzione della “statio”. Il Papa, in qualità di vescovo di Roma, soprattutto durante il tempo quaresimale, celebrava il culto divino nelle diverse chiese titolari, dove si radunavano tutti i cristiani della città. Così, se pure in modo nuovo, si rinnovava l’esperienza di un tempo: tutti coloro che erano accomunati dalla stessa fede si ritrovavano insieme, nello stesso luogo, davanti al Signore.
Le festa del “Corpus Domini” recupera questo intendimento originario. Essa si propone, infatti, come “statio urbis”. Si “aprono le porte” delle chiese, delle parrocchie, dei gruppi nelle nostre diocesi e tutti si ritrovano insieme presso il Signore per essere una cosa sola a partire da Lui. Perché è proprio Lui, il Signore presente nella SS. Eucaristia, che ci fa un corpo solo e rende possibile che la molteplicità converga nell’unità della Chiesa.
Entrare nel noi della Chiesa
La celebrazione del “Corpus Domini”, allora, ci educa ogni volta a entrare nel “noi” della Chiesa che prega. Questo “noi” ci parla di una realtà, la Chiesa appunto, che va al di là dei singoli, delle comunità e dei gruppi. Questo “noi” ci ricorda che la Chiesa, anche quando si rende presente in una dimensione locale o particolare, è sempre universale: raggiunge tutti i tempi, tutti i luoghi e varca la soglia del tempo per lasciarsi raggiungere dall’eternità; custodisce e trasmette il mistero di Cristo, risposta ultima e definitiva alla domanda di senso presente nel cuore di ogni uomo.
Ne consegue che, celebrando il “Corpus Domini”, siamo richiamati ad alcune dimensioni tipiche e irrinunciabili della liturgia. Mi riferisco, anzitutto, alla dimensione della cattolicità, che è costitutiva della Chiesa fin dall’inizio. In quella cattolicità unità e varietà si compongono in armonia così da formare una realtà sostanzialmente unitaria, pur nella legittima diversità delle forme. E poi la dimensione della continuità storica, in virtù della quale l’auspicabile sviluppo appare quello di un organismo vivo che non rinnega il proprio passato, attraversando il presente e orientandosi al futuro. E, ancora, la dimensione della partecipazione alla liturgia del cielo, per il quale è quanto mai appropriato parlare della liturgia della Chiesa come dello spazio umano e spirituale nel quale il cielo si affaccia sulla terra. Si pensi, solo a titolo esemplificativo, al passaggio della Preghiera eucaristica I, nella quale chiediamo: “…fa’ che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull’altare del cielo…”.
E, infine, la dimensione della non arbitrarietà, che evita di consegnare alla soggettività del singolo o del gruppo ciò che invece appartiene a tutti come tesoro ricevuto, da custodire e trasmettere. La liturgia non è una sorta di intrattenimento, dove ciascuno può sentirsi in diritto di togliere e aggiungere secondo il proprio gusto e la propria più o meno felice capacità inventiva. La liturgia non è una festa nella quale si deve sempre trovare qualche cosa di nuovo per destare l’interesse dei partecipanti. La liturgia è la celebrazione del mistero di Cristo, consegnato alla Chiesa, nel quale siamo chiamati a entrare con sempre maggiore intensità, anche in virtù della provvidenziale ripetitività sempre nuova del rito.
Entrare nel “noi” della Chiesa a partire dall’Eucaristia significa anche lasciarsi trasformare nella logica di quella cattolicità che è carità, ovvero apertura del cuore, secondo la misura del Cuore di Cristo: abbraccia tutti, piega il proprio egoismo alle esigenze dell’amore vero, si dispone a dare la vita senza riserve. L’Eucaristia è la sorgente vera della carità della Chiesa e nel cuore di ognuno. Dall’Eucaristia prende forma quella quotidianità nella carità che è lo stile evangelico a cui siamo tutti chiamati.
Il canto e la lingua
Di recente il Santo Padre, nella Lettera scritta in occasione del 100° anniversario della fondazione del Pontificio Istituto di Musica Sacra, è ritornato sul tema dell’universalità del linguaggio, per ciò che attiene alla musica sacra.
La celebrazione del “Corpus Domini”, nel suo essere radice ed espressione di cattolicità, ci richiama alla universalità del canto proprio della liturgia e alla necessità di educarci ed educare in tal senso.
Così scrive Benedetto XVI: «A volte, infatti, tali elementi, che si ritrovano nella Sacrosanctum Concilium, quali, appunto, il valore del grande patrimonio ecclesiale della musica sacra o l’universalità che è caratteristica del canto gregoriano, sono stati ritenuti espressione di una concezione rispondente ad un passato da superare e da trascurare, perché limitativo della libertà e della creatività del singolo e delle comunità. Ma dobbiamo sempre chiederci nuovamente: chi è l’autentico soggetto della Liturgia? La risposta è semplice: la Chiesa. Non è il singolo o il gruppo che celebra la Liturgia, ma essa è primariamente azione di Dio attraverso la Chiesa, che ha la sua storia, la sua ricca tradizione e la sua creatività. La Liturgia, e di conseguenza la musica sacra, "vive di un corretto e costante rapporto tra sana traditio e legitima progressio", tenendo sempre ben presente che questi due concetti - che i Padri conciliari chiaramente sottolineavano - si integrano a vicenda».
L’universalità, che è tipica del canto gregoriano, è costantemente richiamata dal magistero della Chiesa, tra le note caratterizzanti l’espressione musicale che voglia a buon diritto dirsi sacra e liturgica. In questa universalità ci è dato di cogliere il rapporto vitale tra canto liturgico e mistero celebrato. Di quel mistero, che è universale perché destinato a tutti, il canto non può che essere fedele interprete ed esegesi. La musica o il canto che fossero solo espressione della soggettività, dell’emozione superficiale e passeggera, o della moda corrente sarebbero troppo poveri per avere cittadinanza nella liturgia. Nella liturgia, infatti, tutti devono rimanere in ascolto e farsi partecipi di un linguaggio universale e, di conseguenza, di una musica e un canto che aprano il cuore al mistero del Signore.
La musica e il canto, in liturgia, devono conservare un riferimento privilegiato alla Parola di Dio e a quella parola che la grande tradizione spirituale ci ha consegnato, come eco e interpretazione del mistero di Cristo. Solo così musica e canto rimangono fedeli alla loro nativa vocazione di essere vie di accesso all’avvenimento cristiano che salva la vita.
La celebrazione del “Corpus Domini”, la “statio urbis” segno dell’universalità della Chiesa raccolta attorno al mistero eucaristico, è richiamo anche a non dimenticare l’elemento di cattolicità che sempre deve farsi presente nella musica liturgica.
Camminare verso il Signore e con il Signore
Lo stare insieme davanti al Signore ha generato, fin da subito, il camminare verso il Signore e con il Signore.
Questo “camminare verso”, questo procedere diventato processione lo possiamo capire meglio se ritorniamo con la memoria all’esperienza fatta da Israele, al tempo della lunga peregrinazione attraverso il deserto. L’antico popolo di Dio ha potuto trovare una terra ed è riuscito a sopravvivere anche alla perdita della terra, perché non viveva di solo pane, ma si nutriva della parola del Signore. Quella parola era la forza che sosteneva il cammino arduo e faticoso, che rinfrancava nella desolazione e nella prova, che infondeva coraggio quando pareva venire meno ogni appiglio umano alla speranza.
L’esperienza dell’antico Israele è un segno e un riferimento permanente per la vita della Chiesa e di tutti noi. Se possiamo sostenere il peso del pellegrinaggio attraverso il tempo della storia e le sue contraddizioni, questo lo dobbiamo al fatto che camminiamo verso il Signore e che, nel cammino, Egli è con noi.
In tal modo celebrare il “Corpus Domini” significa camminare verso il Signore e con il Signore e, di conseguenza, celebrare il senso autentico della vita: questa non è un vagare senza meta nella solitudine di spazi sconfinati. La vita dell’uomo ha una direzione ben precisa. La direzione è Cristo, il Signore del tempo e della storia, il Salvatore di tutti; e mentre procediamo in quella direzione, Egli, che è la meta, è anche compagno di strada fedele, sostegno del nostro cammino. “Bone pastor, panis vere, / Iesu, nostri miserere: / tu nos pasce, nos tuere: /tu nos bona fac videre / in terra viventium”, canta la Sequenza della solennità liturgica (Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi).
Ciò che la comunità cristiana vive celebrando il “Corpus Domini” non lo vive solo per sé. Lo vive anche per tutti, per coloro che rimangono al di fuori della Chiesa, che la Chiesa l’hanno abbandonata o neppure l’hanno conosciuta. Il procedere pubblico dei cristiani per le vie della città dell’uomo verso il Signore e con il Signore è la testimonianza visibile di un modo nuovo di intendere la vita e la storia; un modo nuovo che ci è stato donato per grazia e che a tutti deve essere trasmesso. E’ il modo nuovo della speranza che scaturisce dalla fede in Gesù Cristo, il Dio incarnato, fattosi Eucaristia, che ci indica la strada da percorrere, accompagnando i passi del nostro andare.
L’orientamento a Cristo del cosmo e della storia
La celebrazione del “Corpus Domini” ci aiuta, pertanto, a ritrovare l’orientamento a Cristo di tutto, perché tutto è stato pensato e fatto “per mezzo di Lui e in vista di Lui” (Col 1, 16).
Le nostre personali conoscenze artistiche, insieme a recenti studi molto seri, ci ricordano che una delle caratteristiche tipiche della liturgia cristiana, fin dagli inizi, fu quella della celebrazione orientata.
Già nel termine “orientata” c’è tutto il significato del volgersi a oriente che caratterizzava la preghiera dei cristiani radunati per la celebrazione dei divini misteri. Le chiese erano rivolte a est, perché da lì sorge il sole, simbolo cosmico della venuta del Salvatore, richiamo quanto mai espressivo al vero Sole della vita, il Risorto. I cristiani, pregando, volgevano lo sguardo al sole nascente e, in tal modo, orientavano il cuore al Signore della storia, principio e fine della creazione.
Quando, nel corso del tempo, non fu più possibile, per diverse ragioni, continuare a costruire le chiese orientate a est, si supplì una tale impossibilità con il grande crocifisso dell’altare o l’abside riccamente decorata raffigurante l’immagine del Salvatore. Così, nonostante l’assenza del richiamo all’oriente mediante la struttura delle chiese, rimase ben chiaro l’orientamento della preghiera, a cui l’assemblea radunata era invitata durante la celebrazione liturgica.
Purtroppo, ai nostri tempi, corriamo il rischio di perdere l’orientamento della preghiera, con il conseguente rischio di perdere anche l’orientamento della vita e della storia. Il recupero della centralità della croce, così come il Santo Padre Benedetto XVI ci invita a fare con l’esempio della liturgia da lui presieduta, non è, dunque, un dettaglio marginale. Si tratta, in verità, di un elemento essenziale dell’atto liturgico, di un segno che riconduce lo sguardo degli occhi e del cuore al Signore, quale centro della nostra preghiera, che ripresenta davanti al cammino della nostra storia la meta vera verso la quale siamo incamminati.
Ecco il pensiero del Papa. “L’idea che sacerdote e popolo nella preghiera dovrebbero guardarsi reciprocamente è nata solo nella cristianità moderna ed è completamente estranea in quella antica. Sacerdote e popolo certamente non pregano l’uno verso l’altro, ma verso l’unico Signore. Quindi guardano nella preghiera nella stessa direzione: o verso Oriente come simbolo cosmico per il Signore che viene, o, dove questo non è possibile, verso un’immagine di Cristo nell’abside, verso una croce, o semplicemente verso il cielo, come il Signore ha fatto nella preghiera sacerdotale la sera prima della Passione (Gv 17, 1). Intanto si sta facendo strada sempre di più, fortunatamente, la proposta da me fatta alla fine del capitolo in questione della mia opera [Introduzione allo spirito della liturgia, pp.70-80]: non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell’altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo” (Teologia della liturgia, pp. 7-8).
La liturgia cristiana - ed è questa una delle sue verità fondamentali - esprime, nei segni che le sono propri, il legame inscindibile tra creazione e alleanza, ordine cosmico e ordine storico di rivelazione. Così deve essere sempre.
Ecco come si è espresso, in proposito, il Santo Padre nell’omelia della Veglia pasquale di quest’anno: «Ora, ci si può chiedere: ma è veramente importante nella Veglia Pasquale parlare anche della creazione? Non si potrebbe cominciare con gli avvenimenti in cui Dio chiama l’uomo, si forma un popolo e crea la sua storia con gli uomini sulla terra? La risposta deve essere: no. Omettere la creazione significherebbe fraintendere la stessa storia di Dio con gli uomini, sminuirla, non vedere più il suo vero ordine di grandezza. Il raggio della storia che Dio ha fondato giunge fino alle origini, fino alla creazione. La nostra professione di fede inizia con le parole: “Credo in Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra”. Se omettiamo questo primo articolo del Credo, l’intera storia della salvezza diventa troppo ristretta e troppo piccola».
Portando in sé tutta la novità della salvezza in Cristo, il rito della Chiesa conserva e raccoglie ogni espressione di quella liturgia cosmica che ha caratterizzato la vita dei popoli alla ricerca di Dio per il tramite della creazione. Nell’Eucaristia trovano approdo di salvezza tutte le espressioni cultuali antiche. E’ quanto mai significativa, anche da questo punto di vista, la Preghiera eucaristica I o Canone romano, là dove ci si riferisce ai “doni di Abele, il giusto, il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede, e l’oblazione pura e santa di Melchisedech, tuo sommo sacerdote”.
In questo passaggio dell’antica preghiera della Chiesa ritroviamo un riferimento ai sacrifici antichi, al culto cosmico e legato alla creazione che ora, nella liturgia cristiana, non solo non è rinnegato, ma anzi è assunto nel nuovo ed eterno sacrificio di Cristo Salvatore.
D’altra parte, in questa stessa prospettiva, non si può che guardare ai molteplici segni e simboli cosmici dei quali la liturgia della Chiesa, insieme ai segni e ai simboli tipici dell’alleanza, fa uso al fine di dare forma al nuovo culto cristiano. Si pensi alla luce e alla notte, al vento e al fuoco, all’acqua e alla terra, all’albero e ai frutti. Si tratta di quell’universo materiale nel quale l’uomo è chiamato a rilevare le tracce di Dio. E si pensi ugualmente ai segni e ai simboli della vita sociale: lavare e ungere, spezzare il pane e condividere il calice.
Tutto, dunque, nel rito liturgico, trova il suo orientamento autentico, la sua direzione giusta, la sua verità più intima.
Come è bello, pertanto, guardare al Signore e a quei segni visibili che rendono più facile il volgersi a lui dello sguardo del cuore! Non deve destare meraviglia il fatto che una croce possa togliere una qualche visibilità nel rapporto tra celebrante e assemblea. Non è quella visibilità che primariamente conta nella preghiera. Ci si dovrebbe piuttosto meravigliare dell’assenza di segni eloquenti che garantiscano e favoriscano un tale volgersi a Cristo. Considerando che solo nel rivolgersi a Cristo è dato di aprire gli occhi sulla strada che dobbiamo percorrere e sulla verità della sua destinazione.
Così deve essere per noi, ogniqualvolta partecipiamo alla celebrazione dei divini misteri. Orientati a Cristo nella preghiera, ritroviamo la direzione della nostra esistenza, diventiamo capaci di interpretare il cosmo e la storia nella luce del Risorto, rientriamo nella quotidianità pronti a testimoniare la nuova speranza che ci è stata donata. E la solennità del “Corpus Domini” ci aiuta a ricordare esattamente questo, riportandoci alla verità essenziale della liturgia cristiana e della vita.
Inginocchiarsi alla presenza del Signore
Dal momento che il Signore stesso è presente nell’Eucaristia, che l’Eucaristia è il Signore, questa ha sempre implicato anche l’adorazione.
Sappiamo che nella sua forma solenne essa si è sviluppata nel corso del Medio Evo. Tuttavia non si trattò di un cambiamento immotivato o di un decadimento. Emerse in modo più evidente, in quel periodo storico, una verità che già era presente fin dall’antichità cristiana. Ovvero, se il Signore si dona a noi nel suo Corpo e nel suo Sangue, accoglierlo non può che significare anche inginocchiarsi, adorarlo, glorificarlo.
Si pensi, nei racconti evangelici, al gesto di Stefano (At 7, 60), Pietro (At 9, 40) e Paolo (At 20, 36) che hanno pregato in ginocchio. E vale la pena ricordare l’inno cristologico della Lettera ai Filippesi (2, 6-11) che presenta la liturgia del cosmo come un inginocchiarsi di fronte al nome di Gesù (2, 10) e vede in ciò adempiuta la profezia di Isaia (Is 45, 23) circa la signoria sul mondo del Dio d’Israele. Piegando le ginocchia davanti al Signore, la Chiesa compie la verità, rendendo omaggio a Colui che è vincitore perché ha donato se stesso fino alla morte e alla morte di croce.
Se la celebrazione del “Corpus Domini” si realizza nello stare davanti al Signore e nel camminare verso di Lui alla sua presenza, questa stessa celebrazione trova espressione quanto mai ricca di significato anche nell’atto dell’adorazione.
In tal modo la Chiesa afferma la verità delle cose e, insieme, la sua suprema libertà. Solo chi piega le ginocchia e il cuore davanti a Dio può vantare la libertà vera, quella dalle potenze del mondo, dalle schiavitù antiche e nuove del secolo presente.
Rifiutare l’adorazione al Signore si rivolge contro l’uomo, che diviene capace di ogni degradante sottomissione. Dove scompare Dio l’uomo rimane irretito nella schiavitù delle idolatrie. Adorare Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, presente nell’Eucaristia, significa celebrare la vera libertà umana e, dunque, affermare la sua grande dignità. La dignità di figlio, figlio di un Dio che lo ha creato e che lo ha amato e lo ama fino al totale dono di sé.
D’altra parte l’atto dell’adorare comporta anche l’atto dell’aderire. La vera adorazione, infatti, è donare se stessi a Dio e agli uomini. L’adorazione autentica è l’amore, la conformità all’Amato, che ridona verità alla nostra vita e ricrea il nostro cuore. Non c’è vera adorazione senza generosa adesione. La Chiesa che piega le ginocchia davanti al suo Signore, piega anche il cuore alla sua volontà. E in lei tutti noi viviamo una tale esperienza spirituale: ci inginocchiamo con il corpo perché anche i nostri pensieri, sentimenti, affetti, comportamenti siano piegati al progetto di Dio. Così nell’atto dell’adorazione è presente già la figura del mondo nuovo, quello rinnovato dalla potenza dell’amore di Dio in Cristo, divenuto storia anche per il tramite della Chiesa, di tutti noi.
Il linguaggio dell’adorazione
La celebrazione del “Corpus Domini” ci introduce, pertanto, nel linguaggio orante dell’adorazione. La festa del Corpo e del Sangue del Signore ci aiuta a conservare con cura un tale linguaggio, nel contesto della celebrazione liturgica.
Mi piace, in questo contesto, ricordare un elemento fondamentale di questo linguaggio. Mi riferisco al silenzio sacro.
La liturgia, quando è ben celebrata, deve prevedere una felice alternanza di silenzio e parola, dove il silenzio anima la parola, permette alla voce di risuonare in sintonia con il cuore, mantiene ogni espressione vocale e gestuale nel giusto clima del raccoglimento.
Laddove vi fosse un predominio unilaterale della parola, non risuonerebbe l’autentico linguaggio della liturgia. Urge, pertanto, il coraggio di educare all’interiorizzazione, la disponibilità a imparare nuovamente l’arte del silenzio, di quel silenzio in cui apprendiamo l’unica Parola che può salvare dall’accumularsi delle parole vane e dei gesti vuoti e teatrali.
Il silenzio liturgico è sacro. Non è infatti una pausa tra un momento celebrativo e quello successivo. E’ piuttosto un vero momento rituale, in relazione di vitale reciprocità con la parola, la preghiera vocale, il canto, il gesto, attraverso il quale viviamo la celebrazione del mistero di Cristo.
I momenti di silenzio, che la liturgia prevede e che è necessario salvaguardare con attenzione, sono importanti in se stessi, ma aiutano anche a vivere l’intera celebrazione liturgica in un clima di raccoglimento e di preghiera, recuperando il silenzio quale elemento integrante dell’atto liturgico. Così è possibile approdare alla liturgia del silenzio, vera espressione di una preghiera adorante.
Da questo punto di vista, ci è dato di capire meglio il motivo per cui durante la preghiera eucaristica e, in specie, il canone, il popolo di Dio orante segue nel silenzio la preghiera del sacerdote celebrante. Quel silenzio non significa inoperosità o mancanza di partecipazione. Quel silenzio tende a far sì che tutti entrino nel significato di quel momento rituale che ripropone, nella realtà del sacramento, l’atto di amore con il quale Gesù si offre al Padre sulla croce per la salvezza del mondo. Quel silenzio, davvero sacro, è lo spazio liturgico nel quale dire sì, con tutta la forza del nostro essere, all’agire di Cristo, così che diventi anche il nostro agire nella quotidianità della vita.
Il silenzio liturgico, allora, è sacro perché è il luogo spirituale nel quale realizzare l’adesione di tutta la nostra vita alla vita del Signore, è lo spazio dell’“amen” prolungato del cuore che si arrende all’amore di Dio e lo abbraccia come nuovo criterio del proprio vivere. E’ proprio questo il significato stupendo dell’“amen” conclusivo della dossologia al termine della preghiera eucaristica, nella quale tutti diciamo con la voce quanto a lungo abbiamo ripetuto nel silenzio del cuore orante.
Il rapporto tra celebrazione e adorazione
La solennità del “Corpus Domini”, con la compresenza di celebrazione e adorazione, ha anche la capacità di farci vivere in sana armonia il rapporto vitale tra questi due momenti eucaristici. Nel contesto di un Convegno come questo vale forse la pena attardarsi ancora un momento sul valore dell’adorazione in rapporto alla celebrazione.
In verità, come sempre ci ricorda il magistero della Chiesa anche recente, l’atto dell’adorazione eucaristica segue la celebrazione, della quale è come un prolungamento. E, d’altra parte, l’adorazione ha la capacità di aiutare a conservare nel cuore il frutto della celebrazione, radicandolo nel cuore dell’orante.
Il mistero della salvezza, di Cristo morto e risorto per noi, che nella celebrazione eucaristica si rende sempre di nuovo attuale, nell’adorazione viene contemplato e, per così dire, assimilato, in modo che poco alla volta diventa sempre più vita della vita.
Da questo punto di vista, l’adorazione porta a compimento quanto è già  implicato nella celebrazione. In effetti, ciò che ancora risulta decisivo per la liturgia è che coloro che vi partecipano preghino per condividere lo stesso sacrificio del Signore, il suo atto di adorazione, diventando una solo cosa con Lui, vero corpo di Cristo che è la Chiesa. In altre parole, ciò che è essenziale è che alla fine venga superata la differenza tra l’agire di Cristo e il nostro agire, che vi sia una progressiva armonizzazione tra la sua vita e la nostra vita, tra il suo sacrificio adorante e il nostro, così che vi sia una sola azione, ad un tempo sua e nostra. Quanto affermato da san Paolo non può che essere l’indicazione di ciò che è necessario conseguire in virtù della celebrazione liturgica: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 19-20). E questo è ciò verso cui dirige la stessa adorazione eucaristica.
A ulteriore conferma di quanto affermato, ascoltiamo il Santo Padre in un passaggio dell’Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis: “Già Agostino aveva detto: «Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo». Nell’Eucaristia, infatti, il Figlio di Dio ci viene incontro e desidera unirsi a noi; l’adorazione eucaristica non è che l’ovvio sviluppo della celebrazione eucaristica, la quale è in se stessa il più grande atto d’adorazione della Chiesa. Ricevere l’Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo. Proprio così e soltanto così diventiamo una cosa sola con Lui e pregustiamo in anticipo, in qualche modo, la bellezza della liturgia celeste”. L’atto di adorazione al di fuori della santa Messa prolunga ed intensifica quanto s’è fatto nella Celebrazione liturgica stessa. Infatti, «soltanto nell’adorazione può maturare un’accoglienza profonda e vera. E proprio in questo atto personale di incontro col Signore matura poi anche la missione sociale che nell’Eucaristia è racchiusa e che vuole rompere le barriere non solo tra il Signore e noi, ma anche e soprattutto le barriere che ci separano gli uni dagli altri»” (n. 66).
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Stare, camminare, adorare. E’ in questi tre verbi, e in ciò che essi significano, la verità della celebrazione del “Corpus Domini” alla quale dobbiamo sempre tornare. Ricordando che tornare a una tale verità comporta ogni volta la riscoperta stupita e gioiosa del cuore, del centro, del tesoro della Chiesa e della sua liturgia. Per questo nella sequenza della solennità cantiamo: “Sit laus plena, sit sonora, / sit iucunda, sit decora / mentis iubilatio” (Lode piena e risonante, gioia nobile e serena sgorghi oggi dallo spirito).

Mons. Guido Marini
Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie 

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