lunedì 2 maggio 2016

GIOVANNI PAOLO II - (Gesù come Figlio “uscito dal Padre”...“va al Padre”)


GIOVANNI PAOLO II - (Gesù come Figlio “uscito dal Padre”...“va al Padre”)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 29 luglio 1987 

1. La preghiera di Gesù come Figlio “uscito dal Padre” esprime in modo particolare il fatto che egli “va al Padre”. “Va” e al Padre conduce tutti coloro che il Padre “ha dato a lui” (cf. Gv 16, 28.17). A tutti, inoltre, lascia il durevole patrimonio della sua preghiera filiale: “Quando pregate, dite: “Padre nostro . . .”” (Mt 6, 9cf. Lc 11, 2). Come appare da questa formula insegnata da Gesù, la sua preghiera al Padre è caratterizzata da alcune note fondamentali: è una preghiera piena di lode, piena di sconfinato abbandono alla volontà del Padre, e, per quanto concerne noi, piena di implorazione e di richiesta di perdono. In questo contesto rientra in modo particolare la preghiera di ringraziamento.
2. Gesù dice: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli . . .” (Mt 11, 25). Con l’espressione “Ti benedico”, Gesù vuol significare la gratitudine per il dono della rivelazione di Dio, poiché “nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui il quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11, 27). Anche la preghiera sacerdotale (che abbiamo analizzato nell’ultima catechesi), se possiede il carattere di una grande richiesta che il Figlio rivolge al Padre al termine della sua missione terrena, nello stesso tempo è pure pervasa da un profondo senso di ringraziamento. Si può addirittura dire che il ringraziamento costituisce l’essenziale contenuto non solo della preghiera di Cristo, ma della stessa sua esistenziale intimità con il Padre. Al centro di tutto ciò che Gesù fa e dice, si trova la consapevolezza del dono: tutto è dono di Dio, creatore e Padre; e una risposta adeguata al dono è la gratitudine, il ringraziamento.
3. Occorre fare attenzione ai passi evangelici, specialmente a quelli di san Giovanni, dove questo ringraziamento è chiaramente messo in rilievo. Tale per esempio è la preghiera in occasione della risurrezione di Lazzaro: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato” (Gv 11, 41). Alla moltiplicazione dei pani (presso Cafarnao) “Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie li distribuì a quelli che si erano seduti e lo stesso fece del pesce” (Gv 6, 11). Infine, nell’istituzione dell’Eucaristia, Gesù prima di pronunciare le parole dell’istituzione sopra il pane e il vino, “rese grazie” (Lc 22, 17 cf. Mc 14, 23; Mt 26, 27). Questa espressione è usata sopra il calice del vino mentre sopra il pane si parla anche della “benedizione”. Tuttavia, secondo l’Antico Testamento, “benedire Dio”, ha anche il senso di rendere grazie, oltre a quello di “lodare Dio”, “confessare il Signore”.
4. Nella preghiera di ringraziamento si prolunga la tradizione biblica, che trova espressione specialmente nei Salmi. “È bello dar lode al Signore e cantare al tuo nome, o Altissimo . . . Poiché mi rallegri, Signore, con le tue meraviglie, esulto per l’opera delle tue mani” (Sal 92, 2-5). “Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia. Lo dicano i riscattati dal Signore . . . Ringrazino il Signore per la sua misericordia e per i suoi prodigi a favore degli uomini. Offrano a lui sacrifici di lode” (“zebah todah”) (Sal 107, 1.2.21-22). “Celebrate il Signore, perché è buono; perché eterna è la sua misericordia . . . Ti rendo grazie perché mi hai esaudito, perché sei stato la mia salvezza . . . Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto” (Sal 118, 1.21.28). “Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato? . . . A te offrirò sacrifici di lode e invocherò il nome del Signore” (Sal 116, 12.17). “Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo” (Sal 139, 14). “O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre” (Sal 145, 1).
5. Anche nel Libro del Siracide si legge: “Benedite il Signore per tutte le opere sue. Magnificate il suo nome; proclamate le sue lodi . .  Così direte nella vostra lode: “Quanto sono magnifiche tutte le opere del Signore”. “Ogni sua disposizione avrà luogo a suo tempo”. Non c’è da dire: “Che è questo? Perché quello?”. Poiché tutte le cose sono state create per un fine” (Sir 39, 14-15.21). L’esortazione del Siracide a “benedire il Signore” ha un tono didattico.
6. Gesù ha accolto questa eredità tanto significativa per l’Antico Testamento, esplicitando nel filone della benedizione-confessione-lode la dimensione del ringraziamento. Perciò si può dire che il momento culminante di questa tradizione biblica si ha nell’ultima cena, quando Cristo istituisce il sacramento del suo corpo e del suo sangue il giorno prima di offrire questo corpo e questo sangue nel sacrificio della croce. Come scrive san Paolo: “Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: Questo è il mio corpo che è per voi; fate questo in memoria di me” (1 Cor 11, 23-24). Similmente gli evangelisti sinottici, a loro volta, parlano del ringraziamento sul calice: “Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti”” (Mc 14, 23-24; cf. Mt 26, 27; Lc 22, 17).
7. L’originale greco dell’espressione “rese grazie” è “eucharistésas” (da “eucaristein”), da cui Eucaristia. Così dunque il sacrificio del corpo e del sangue istituito come il santissimo Sacramento della Chiesa costituisce il compimento e insieme il superamento di quei sacrifici di benedizione e di lode, di cui si parla nei Salmi (“zebah todah”). Le comunità cristiane, sin dai tempi più antichi, univano la celebrazione dell’Eucaristia al ringraziamento, come dimostra un testo della “Didaché” (scritto composto fra la fine del I secolo e gli inizi del II, probabilmente in Siria, forse nella stessa Antiochia):

“Ti ringraziamo, o Padre nostro, per la santa vita di Davide tuo servo, che ci hai fatto svelare da Gesù Cristo tuo servo . . .

Ti ringraziamo, o Padre nostro, per la vita e per la conoscenza che ci hai fatto svelare da Gesù Cristo tuo servo . . .

Ti ringraziamo, o Padre nostro, per il tuo santo nome, che ci hai fatto abitare nei nostri cuori, e per la conoscenza, la fede e l’immortalità che ci hai fatto svelare da Gesù Cristo tuo servo” (Didaché 9,2-3; 10,2).

8. Il canto di ringraziamento della Chiesa che accompagna la celebrazione dell’Eucaristia, nasce dall’intimo del suo cuore, e anzi dal Cuore stesso del Figlio, che viveva di ringraziamento. Si può ben dire che la sua preghiera, e anzi tutta la sua esistenza terrena, divenne rivelazione di questa fondamentale verità enunciata nella Lettera di Giacomo: “Ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce . . .” (Lc 1, 17). Vivendo di ringraziamento, Cristo, il figlio dell’uomo, il “nuovo Adamo”, sconfiggeva alla radice stessa il peccato che sotto l’influsso del “padre della menzogna”, era stato concepito nell’animo “del primo Adamo” (cf. Gen 3). Il ringraziamento restituisce all’uomo la consapevolezza del dono elargito da parte di Dio fin “dall’inizio” e nello stesso tempo esprime la disponibilità a ricambiare il dono: dare con tutto il cuore a Dio se stessi e ogni altra cosa. È come una restituzione, perché tutto ha in lui il suo inizio e la sua fonte.
“Gratias agamus Domino Deo nostro”: è l’invito che la Chiesa pone al centro della liturgia eucaristica. Anche in questa esortazione risuona forte l’eco del ringraziamento, del quale viveva sulla terra il Figlio di Dio. E la voce del popolo di Dio vi risponde con un umile e grande testimonianza corale: “Dignum et iustum est”, “È cosa buona e giusta!”.

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