domenica 29 maggio 2016

OMELIA DI S.E. MONS. GIANFRANCO RAVASI, (da leggere)


OMELIA DI S.E. MONS. GIANFRANCO RAVASI, (DA LEGGERE)

presidente del Pontificio Consiglio della Cultura

Vorrei ora con voi fare una riflessione abbastanza distesa, nella confidenza che mi permette anche l’essere qui in mezzo a voi.
Questa riflessione ha come punto di partenza, come cornice naturalmente, il racconto che abbiamo ascoltato nel Vangelo di Marco, questo incipit che poi ci accompagnerà durante i prossimi giorni, la lettura del Vangelo di Marco, questa cornice ideale che è rappresentata dalla vocazione degli Apostoli.
Questo fondale, in un certo senso, ci permette già di mettere in luce la figura fondamentale che noi vorremmo in qualche modo guardare negli occhi, in un certo senso dovrebbe essere il nostro ideale autoritratto, è la figura dell’apostolo, è la figura quindi, io direi, in maniera particolare del presbitero.
E di questa figura io vorrei mettere in luce due dimensioni, due aspetti, che tra l’altro sono modulati sul modello per eccellenza che è sempre Cristo.
Difatti “Seguitemi” è l’appello Suo, la sequela.
Noi sappiamo, se guardiamo i Vangeli, che ci sono sostanzialmente due atteggiamenti di Gesù durante il Suo ministero pubblico.
Da una parte sono in azione le Sue labbra, la parola, e dall’altra parte sono in azione le Sue mani.
Ecco noi ora vorremmo fare una riflessione su queste due dimensioni naturalmente applicandole a noi stessi.
E il primo elemento da cui partiamo è quello della parola.
Sappiamo il rilievo che d’altra parte ha la parola non solo nella cultura della Bibbia, ma anche nella storia stessa dell’uomo.
La parola è lo strumento principe della comunicazione e quindi dell’incontro e quindi della relazione e quindi dell’abbraccio o, anche, dello scontro tra gli uomini.
É significativo che, nell’interno della Bibbia, l’elemento fondamentale per rappresentare Dio è la parola.
Ricordiamo come comincia la Genesi (testo in greco) “Dio disse sia la luce” e la luce fu.
É questa la prima riga.
La parola di Dio che rompe squarcia il silenzio del nulla.
Il Nuovo Testamento idealmente come comincia? En archè en o logos, in principio c’era la parola, e la parola era presso Dio e la parola era Dio.
Quindi diciamo che la parola è una componente fondamentale della teo-logia, il parlare di Dio, ma è anche una componente fondamentale dell’esperienza umana.
Per questo la parola permette anche di parlare dell’uomo, di noi, e Cristo riassume in se queste due dimensioni: il logos, il logos, che si sarcs (?), cioè la parola, che si fa parole, parole umane.
E qui abbiamo allora il primo elemento.
Che dire sulla parola nostra? La parola, la nostra comunicazione, il nostro annuncio.
Ci sarebbero infiniti temi da sviluppare.
Io ne scelgo uno solo, e questo tema lo prendo proprio dal racconto di Marco che ora abbiamo ascoltato, perché qui, come avete sentito, abbiamo in assoluto la prima predica di Gesù, il primo annuncio.
E gli studiosi dicono che è stato modulato e modellato dall’evangelista sulla base del cherisma (?), del grande annuncio della chiesa delle origini.
E se, per un momento, lo fate passare ancora davanti ai vostri occhi, questa che è una delle più brevi prediche in assoluto che siano mai state pronunciate, è fatta solo di quattro frasi, vi accorgete che Cristo introduce nel suo annuncio due dimensioni fondamentali: la dimensione verticale, la dimensione trascendente, la dimensione, diremmo noi, della grazia, se volete, delle verità ultime e la dimensione, invece, storica, immanente.
Quella se volete carnale, la dimensione dell’esistenza dell’uomo, che risponde alla trascendenza, alla linea orizzontale.
Proviamo?
I primi due elementi di questo brevissimo annuncio: il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino, si è avvicinato o è vicino.
Ecco, questi due elementi sottolineano l’azione di Dio.
Diciamolo con un termine Paolino: è la celebrazione del primato della grazia.
Ogni nostro annuncio deve essere un annuncio della salvezza offerta, della parola donata, di qualcosa che ci precede ed eccede, che non è nostro.
Significativo quello che notano gli esegeti quando, nella prima lettera ai Corinzi, Paolo dice quale è la missione dell’apostolo e dice “è la missione del marturion tou theou“ o, come qualche altro codice dice, marturion Christou; questo theou o Christou, cioè la testimonianza di Dio, la testimonianza di Cristo, è un genitivo soggettivo, non oggettivo, cioè il contenuto non è in primo luogo.
É Dio che testimonia attraverso noi.
Ecco perché Cristo parte ricordando che noi siamo nell’interno di un kairòs, il tempo è compiuto, nell’interno di una storia della salvezza, che noi tutti, noi e i nostri fedeli, non siamo i solitari viaggiatori di un’esperienza umana, ma siamo nell’interno di un’esperienza che è stata iniziata da Dio.
Come è stato detto da un teologo: la Bibbia prima di tutto non dice “Oh fedele interessati di Dio”, ma la Bibbia dice “Oh fedele ricordati: Dio si interessa di te”.
Il primato della grazia, ecco il regno di Dio, questo grande progetto di salvezza.
Il tempo, kairòs, la storia della salvezza, sono il nostro orizzonte e capite che da questo nascono delle responsabilità importanti nel nostro annuncio.
Noi annunciamo, come dirà spesso Paolo, non una nostra parola, ma una parola che ci è stata consegnata, un deposito; ed è per questo anche che è indispensabile che noi non abbiamo a diventare paradossalmente uno schermo opaco, che impedisce la testimonianza di Dio, genitivo soggettivo, che Dio dà di se stesso attraverso la nostra voce, attraverso la nostra parola.
Il primato della grazia, il primato, quindi, della celebrazione dell’Epifania di Dio.
Ricordate, come si è sottolineato e come si è fatto anche nella traduzione, poi, rispetto all’antica versione latina, “Pace in terra agli uomini della buona volontà di Dio”, oggetto dell’amore di Dio.
In principio c’è l’eudochia di Dio, la sua buona volontà, la grazia.
Voi sapete quella curiosa variante che aveva introdotto un grande teologo protestante del secolo scorso, ma pur sempre un grande pensatore, commentando la lettera ai Romani.
Karl Barth dice “noi occidentali nel pensiero moderno siamo stati sostanzialmente guidati dall’irruzione di Cartesio”.
Cartesio era un forte credente, era devoto della Madonna di Loreto.
Egli era convinto di fare un servizio apologetico, quasi, alla Chiesa. Ma il suo pensiero in realtà ha introdotto la modernità autosufficiente, con quella celebre frase che si imparava a scuola “cogito ergo sum”, vedete io penso, perciò ho la consapevolezza e quasi il mio autopormi.
E Karl Barth diceva questa frase non è cristiana.
Se vogliamo farla diventare cristiana basterebbe soltanto aggiungere una lettera e trasformarla, come forse sapete, in “cogitor ergo sum”, sono pensato, amato, in linguaggio biblico conoscere, quindi esisto.
Ecco perché, dicevo, Cristo ci invita nella parola a parlare del Regno dei Cieli, del Regno di Dio, le verità ultime e fondamentali: bene, male, vita, morte, oltre vita, speranza, amore, la giustizia, Dio e la Sua parola.
Secondo, però, in quella predica brevissima c’è la seconda parte, secondo versante, che è invece squisitamente antropologico, esistenziale.
É la risposta.
Noi sappiamo che la grazia non cade su una stella, noi non siamo stelle, non siamo sassi, che sono regolati esclusivamente dalle leggi immanenti date da Dio, dal Creatore, le leggi della fisica, le meccaniche celesti, come si dice.
Noi siamo creature libere.
Ecco allora la risposta cosciente, coerente, la risposta faticosa, impegnativa che Cristo riassume anche in questo caso in due elementi soltanto: convertitevi e credete al Vangelo.
Se volete dirlo con il linguaggio paolino: fede e opere.
Da un lato la conversione, che come sapete è metanoia, è la torsione totale della mentalità, delle scelte, delle opzioni, quindi torsione morale fondamentale.
E noi la dobbiamo continuamente annunciare in un mondo che è un mondo sostanzialmente non immorale, ma amorale.
Il grande rischio del nostro tempo, voi lo sapete bene, non è l’ateismo.
L’ateismo coerente e cosciente, che è frutto di una scelta pensata e meditata è degno del rispetto.
Noi invece siamo in presenza della non credenza, dell’indifferenza, della superficialità, della banalità, del vuoto, della secolarizzazione, di una società spenta.
Ecco perché è necessario che si ripeta ancora il “convertitevi” contro le opzioni negative e perverse che albergano nell’interno della nostra coscienza, il groviglio di vipere, che è in noi.
Però dall’altra parte, ecco l’altro elemento, la fede, cioè l’abbandono gioioso, totale, radicale al Dio che ti stende la mano con la grazia.
Per usare un’immagine che io ho usato, anche qualcuno di voi mi segue nei miei scritti, che ho usato commentando la lettera ai cristiani di Roma, una lettera difficile, se dobbiamo rappresentare il rapporto karis pistis, grazia e fede, potremmo immaginare così: l’uomo, che è sulle sabbie mobili della storia, della sua esistenza, della sua fragilità, del suo limite, della sua finitudine, della sua colpevolezza, che crede di auto salvarsi, alzando le braccia, come fa spontaneamente chi è in una palude.
Crede di salvarsi alzando le braccia mentre, in realtà, sprofonda di più agitandosi.
E questo è quello che Paolo chiama nous, l’autosalvazione, salvarci da soli.
Le opere sono fondamentali abbiamo detto, ma il primato è soprattutto al credere, ad afferrare quella mano, quelle braccia che ti vengono stese da chi è su un luogo sicuro, su una rupe stabile, cioè Dio.
Ecco allora le due componenti della parola, il nostro annuncio, tra le mille considerazioni che vorrei, fare, da un lato, continuamente, proclamare quelle che, dicevo, le verità ultime, la storia della salvezza, la parola di Dio, ma dall’altra parte non ignorare che questa parola entra nel penultimo, cioè nelle realtà penultime dell’esistenza, della nostra storia.
Ecco la necessità della conversione, ecco la necessità della fede, come due lampade che s’accendono per la tenebra della nostra vita.
Naturalmente questo annuncio, questa celebrazione della parola merita una piccola nota a margine, prima di passare alla seconda parte della nostra riflessione, una piccola nota che vorrei fare, quasi in calce.
Gesù, voi lo sapete, è stato un predicatore straordinario, dal punto di vista, permettete che lo dica, dal punto di vista tecnico.
Tant’è vero che ancora noi oggi stiamo dandoci da fare, nel mio dicastero, per esempio, quest’anno si dedicherà in maniera particolare al problema del linguaggio e della comunicazione dal punto di vista teorico.
Ancora tante volte si ritorna sempre a dire che il modello adottato da Lui, l’uso del simbolo, l’uso della narrazione, l’uso dell’incisività, l’uso dell’essenzialità sono componenti che purtroppo le prediche nostre non hanno.
Cristo voi vedete parla di solito partendo dai piedi, non stando sopra le teste.
Parla dei semi, parla del terriccio, della moneta persa, dei pesci, delle famiglie con figli difficili, del portiere di notte, del giudice corrotto.
Vedete parte proprio dalla concretezza, ma la sua è una parola che sale, ascende al Regno dei cieli, contiene quella duplice dimensione che ho detto, ma con questo aspetto di straordinaria potenza ed efficacità, che nasce naturalmente anche dal suo cuore, che nasce dalla sua divinità, se volete, ma anche dalla sua umanità, perché ha un suo stile.
Forse voi non ricordate, e chiudo questo discorso, questa prima parte, non ricordate quel passo che c’è nel vangelo di Giovanni al capitolo 7°, quando un giorno, dice Giovanni, i sacerdoti e gli scribi decisero di mandare la loro polizia privata, le guardie che avevano nel tempio, per arrestare Gesù.
Questa gente va, questi poliziotti vanno e poi tornano e ancora tra le mani non hanno Gesù.
Allora il sacerdote si domanda “ma perché non ce lo avete condotto?”.
E questa gente semplice come risponde? “Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo”.
Vedete la parola che inquieta e che impressiona e che consola.
Ecco la nostra parola deve almeno modellarsi, deve almeno avere come riferimento.
Per questo che quando voi salite a questo stesso ambone dovete andare dopo aver fatto un percorso profondo di preparazione, di attenzione, di sensibilità, non considerarlo come un aspetto marginale e secondario del ministero pastorale.
Rispetto alle tante altre attività, è uno dei ministeri principali.
Mi raccontava la figlia di Gerard von Rad, molti di voi almeno, ai miei tempi quando insegnavo in seminario a Milano costringevo tutti gli studenti di teologia a leggere e a preparare per gli esami, tra l’altro come lettura propria, “La teologia dell’antico testamento” di Gerard von Rad, questo grande specialista che era anche, quando dette le dimissioni dall’insegnamento, si mise a fare il pastore nella chiesa della cappella universitaria di Göttingen.
Ebbene, la sua figlia diceva, mi diceva, che quando in questi ultimi anni faceva questo passava tutta la settimana, era sempre tormentato, per preparare il sermone domenicale, lui che sapeva così la Bibbia, che conosceva, ma aveva la consapevolezza, anche da protestante, se volete, però questo è un aspetto che dobbiamo assumere tutti dell’importanza e del rilievo di questo momento.
Seconda ed ultima considerazione.
Ho detto, sarei stato un po’ disteso con voi, anche direi nell’aspetto dell’amicizia, una assemblea di cui condivido appunto anche molti ideali, oltre che la vocazione.
Secondo aspetto, secondo aspetto le mani di Gesù.
E qui ci aiuta la prima lettura, perché come avete sentito la prima lettura è squisitamente la lettura una piccola parabola, se volete, una piccola storia di sofferenza.
Infatti se vedete, guardate, prendiamo solo le parole terminali.
Questa persona infelice perché non può avere un figlio, sapendo che in Israele, in oriente, se tu non avevi un figlio, una donna era come un ramo secco, non serviva a nulla.
Aveva la rivale, per di più prolifica, la quale l’affliggeva con durezza a causa della sua umiliazione e ancora, si diceva, quando andavano nel tempio quella la mortificava.
E Anna si mette a piangere, non vuole mangiare e suo marito le dice “Ma perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore?”.
Cioè le domande tipiche che si rivolgono a chi è nel dolore.
Ecco allora il secondo elemento: le nostre mani.
E qui in particolare la vostra vocazione, ma io direi che dovrebbe essere la vocazione di tutti i presbiteri, di tutti coloro che vivono la funzione di ministri di Dio, dell’annuncio, cioè le mani che operano.
Guardate, se si guarda il Vangelo di Marco e si esclude il racconto della Passione e Morte, che già però è tutto dedicato al tema del dolore e della sofferenza, e si prende il resto della vita pubblica di Gesù, il 47% è rappresentato da guarigioni di persone che soffrono.
Gesù è ininterrottamente in contatto con quelli che sono malati nel cuore, tante volte, ma soprattutto anche fisicamente.
Il dolore nella sua brutalità è il paesaggio di Gesù.
Per me è emblematico l’episodio della guarigione del lebbroso che si leggerà nel Vangelo di Marco, proprio in apertura.
Voi sapete la norma del Levitico: il lebbroso da lontano doveva segnalare la sua presenza per tenere lontano, per impedire che avvenisse quasi un inquinamento del male che portava dentro di sé, che era un male doppio, un male fisico e un male sociale, perché era anche scomunicato.
Quindi doveva segnalare: “immondo, immondo”.
Cristo che cosa fa? Non solo non si allontana, non solo gli va incontro, ma gli va di fronte.
“Lo toccò” e gli disse “Lo voglio: sii guarito”.
Lo toccò, vedete, assumere su di sé la sofferenza del mondo.
E qui allora, io direi, c’è questo aspetto: noi dovremmo riservare nel nostro impegno pastorale, ma avviene anche così normalmente, devo dire, dobbiamo riservare più spazio, lo spazio primo, fondamentale, a tutto questo respiro di dolore che sale dalla terra verso il cielo.
É un respiro ininterrotto e, devo dire, che quest’è forse una, certo non dimentichiamo la funzione precedente, ma è una delle funzioni capitali del nostro ministero, perché è la gente soprattutto.
Ormai non ha più nessuno che ascolti il suo lamento, il suo dolore.
Ha bisogno di ritrovare ancora questo approdo.
Io mi sono impressionato, adesso sono stato, sono ritornato per il periodo delle ferie natalizie, son tornato al mio paese d’origine, non propriamente di nascita, ma dove abitano le mie sorelle.
Sono stato lì e la gente che mi vedeva, che mi conosceva da tanti anni, perché io quando ero in seminario andavo lì il sabato e la domenica a fare io ministero pastorale, e mi fermavano per strada perché, essendo una figura un po’ nota per loro, quindi quasi vogliono qualcosa.
Però l’impressione che ho avuto è questa: che tutti, beh prima mi fermano, hanno un po’ di rispetto perché sono a Roma, eccetera, però dopo subito cominciano a raccontarti le disgrazie che hanno.
Nient’altro mi raccontano.
Non che c’è qualcosa che va bene o qualcosa che possa incuriosirmi sulla vita di un villaggio.
É il loro dolore ed è per questo che il dolore diventa, come ha fatto Cristo, la componente fondamentale dell’incontro e anche la componente fondamentale del nostro annuncio.
Questo annuncio, quest’altro volto del nostro annuncio, un annuncio concreto, con le mani, comporta almeno, anche in questo caso, tra le molte considerazioni, due dimensioni.
Da una parte il dolore, la Bibbia lo testimonia, ne siete tutti consapevoli.
Tutte le religioni più o meno lo testimoniano.
É un mistero di oscurità, è un mistero di scandalo.
Cristo stesso grida, certe volte.
C’è quella famosa espressione del Vangelo di Marco.
A un certo momento di fronte a un malato orghisteis, s’adira, si sdegna.
Quante volte anche noi vedendo certe sofferenze assurde, impossibili, tragiche, siamo presi da quel moto di ribellione, che forse neppure ha colui che sta soffrendo.
Ecco quindi questa dimensione di oscurità.
Pensate che cosa è Giobbe, la Bibbia, pensate al fatto che un terzo dei Salmi è tutto fatto di lamenti, di suppliche.
“Fino a quando Signore? Perché te ne stai a guardare? Perché oh Signore?” Oppure il racconto, persino, non so, la febbre, le ossa che mi tremano, la disappetenza, il cibo mi sembra cenere, il lamento dell’uomo che soffre.
Con il mistero di questo e noi dobbiamo accostarci a questo mistero non con spiegazioni di seconda mano.
Dobbiamo in quel momento accostarci, io credo, soltanto col silenzio e l’ascolto, con la vicinanza autentica, quella vicinanza che fa capire che in qualche modo tu partecipi della sua domanda e della sua interrogazione, che è senza risposta.
Noi sappiamo che nell’interno della storia dell’umanità, ininterrottamente dalle origini, la teologia è sorta come teodicea, cioè il tentativo di giustificare Dio a causa del male.
Perché era l’obiezione fondamentale contro Dio.
É per questo che è un mistero, detto di oscurità, una cittadella oscura.
Ma ecco l’altro volto, l’altra dimensione.
C’è anche un altro aspetto ed è un mistero di luce.
E qui c’è l’annuncio cristiano soprattutto.
Certo tutte le religioni hanno parole, hanno squarci aperti nel mistero della sofferenza, perché si riesca a viverle sapendo che tu non sei solo, che Dio comunque ha un progetto più grande.
Il discorso di Giobbe.
C’è un disegno più grande nel quale anche questo dolore, che ti fa col tuo cervello, è ribellione, ragione soltanto di ribellione, viene invece nell’interno di questo più grande disegno viene collocato, ma soprattutto c’è l’annuncio cristiano.
L’annuncio cristiano è che Dio stesso ha deciso di assumere, di entrare nell’interno del suo antipodo, la creatura.
Il Dio che si fa creatura, che si fa cioè limitato, finito, caduco, sofferente, mortale.
Guardate un po’ il racconto della passione, dove tutta la gamma intera della sofferenza è attraversata da Cristo.
Sofferenza personale, psichica, la paura della morte.
“Padre se è possibile passi da me questo calice” e poi il tradimento degli amici, la solitudine, altra forma di dolore.
Il dolore interiore e poi il dolore fisico, fino a questa morte, così cruda, così macabra.
E ancora il silenzio di Dio.
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” e poi la morte, che stando almeno al Vangelo di Marco e di Matteo, è una brutta morte.
“Lanciato un forte urlo spirò”.
Un grido e poi il silenzio della morte, poi un cadavere, il Dio che attraversa, beve fino alla fine il calice del dolore della morte.
Ma non cessa mai di essere Dio, anche quando è un cadavere.
E lì depone il seme dell’eterno e dell’infinito.
Il dolore e la morte sono stati attraversati da Dio.
Ed è per questo che non sono più roba nostra soltanto, cosa nostra, peso nostro, esperienza squisitamente umana.
Ed ecco perché ha significato la Pasqua.
Ed ecco perché Luca e Giovanni descrivono la morte di Cristo già come trasfigurata.
Perché il figlio di Dio manifesta già il mistero di luce, di redenzione.
Questa esperienza cristiana è un’esperienza che noi ininterrottamente dobbiamo annunciare.
Questa era la lunga riflessione che ho voluto fare con voi attorno alla parola di Dio, che abbiamo ascoltato, attorno a queste due componenti.
Da un lato la parola e dall’altro le nostre mani.
L’annuncio e, dall’altra parte l’annuncio con le due dimensioni che ricordavamo.
E dall’altra parte invece questo impegno di entrare nelle strade del mondo e di riservare, anche nelle nostre chiese, se volete, le prime panche, ideali, simboliche, ai sofferenti.
Il primo oggetto è la sofferenza, è la grande carta di identità dell’umanità anche quando apparentemente sembra essere sorridente.
Lì noi siamo per condividere l’oscurità.
Lì noi siamo per svelare la luminosità del mistero dell’essere uomini e donne sofferenti.

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