martedì 28 giugno 2016

Basilique du Sacre Coeur, Mosaique de l'abside

2. LA PATERNITÀ DI DIO, IL GRIDO DI GIOBBE E L'ABBANDONO DEL CRISTO ^


La paternità di Dio, il grido di Giobbe e l'incontro tra le religioni

2. LA PATERNITÀ DI DIO, IL GRIDO DI GIOBBE E L'ABBANDONO DEL CRISTO ^

Giobbe prese a parlare dicendo:
Ho sentito molti discorsi come codesti;
consolatori molesti siete tutti voi.
Avranno fine le parole vane? (Gb 16,1-3a)

Questo dire di Giobbe, rivolto agli amici che con petulante compassione vogliono consolarlo del suo soffrire giustificando l'agire di Dio nei suoi confronti, ispira il titolo che Andrea Poma ha scelto per la sua recente lettura di uno dei libri più sviscerati della Sacra Scrittura.5 Da attento studioso, qual è, di Immanuel Kant col suo discriminante scritto Sull'insuccesso di ogni saggio filosofico di teodicea,6 e con la consapevolezza critica che da ciò gli deriva intorno all'eterno eppure sempre nuovo interrogativo sulla sofferenza, Poma ripropone la domanda di Giobbe: «Avranno fine le parole vane?». Quelle filosofiche, certo, ma anche quelle religiose o presunte tali che a tutti i costi vogliono spiattellare dall'esterno, introducendo sulla scena un improbabile deus ex machina, una risposta preconfezionata a chi, dal di dentro dell'inferno del dolore, grida: «perché?».
Eppure c'è una parola che, per il suono che ha e per il soggetto che la pronuncia, pretende risuonare non vana di fronte al dolore del mondo e di ciascuno che in esso vive. È, appunto, la parola «Padre», «Abbà». Per penetrarne l'autentico e definitivo significato occorre però metterla in rapporto con un'altra parola di Gesù, che ad essa può sembrare addirittura contraddittoria: la parola della croce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?» (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?). Non è un caso che entrambe ci siano testimoniate in aramaico dal vangelo di Marco. La prima, al Getsémani. La seconda, al culmine della prova della croce.
In questo spazio drammatico sono portate alla loro massima intensità espressiva due esperienze universalmente umane: da un lato, quella dell'intuizione e del riconoscimento di un Dio ch'è atteso e che si rivela appunto -- al di là d'ogni attesa -- come Padre; dall'altro, quella d'una sofferenza così intensa, così totalizzante e così apparentemente priva di senso che non può non gettare l'ombra dell'interrogativo più lacerante sulla prima. Per la fede cristiana, tale intensità trova luce nell'identità paradossale, proprio così rivelata, che mostra in Gesù Cristo il Figlio di Dio fatto carne. L'evangelista Marco, con sapiente inclusione, pone a sigillo di questa duplice parola la confessione del centurione che sta di fronte al Crocifisso e che lo vede spirare a quel modo: «Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!» (15,39). Così, e solo così, s'accende e s'alimenta la fede nel «vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio» -- enunciata sin dal primo versetto dell'opera marciana.
Per illuminare l'impatto di quest'esperienza drammatica della paternità di Dio fatta dal Crocifisso nel contesto culturale e spirituale del nostro tempo segnato dal secolarismo e dalla tentazione nichilista, è necessario richiamarsi, sia pure succintamente, alla parabola della modernità circa la questione del rapporto tra Dio e il male del mondo. Da un lato, abbiamo assistito alla critica e alla crisi di un modello di «teodicea» -- filosofica ed anche teologica -- che ha trovato la sua massima affermazione «nel punto di confluenza tra la tradizione del linguaggio religioso, assertivo dell'onnipotenza, della bontà e della giustizia del Dio creatore del mondo, e quella del linguaggio del logos e della sua cogenza sistematica, portatrice di un'istanza forte e radicale all'integrale intelligibilità dell'ordine del mondo».7 Dall'altro, abbiamo assistito anche alla catastrofe delle «antropodicee» ideologiche e prassistiche che, fallita la giustificazione puramente razionale di Dio, ne hanno addossato l'onere ai progetti intrastorici dell'uomo. Si tratta di una catastrofe che ha profondamente segnato la nostra epoca e che alla fine, spesso, ha indotto «a cancellare insieme al problema di Dio anche quello del male, a mettere a tacere insieme alla questione del fondamento e del senso, ogni tormento per il male nel mondo».8 Tale eventualità, nell'orizzonte del nichilismo contemporaneo, «sembra talvolta assumere i connotati, il vigore e l'ovvietà del senso comune».9
Di fronte a questa duplice crisi, che sembra rigettare l'umanità in una disillusa e angosciante orfanezza, la fede e la teologia cristiana si sentono rinviate con forza alla sorgente della loro originalità. Esse non possono non condividere l'affermazione di Paul Ricœur, secondo cui la questione del male e della sofferenza dev'essere oggi accolta non «come un invito a pensare meno», ma come «una provocazione a pensare di più, addirittura a pensare altrimenti».10 Come già accennato, l'orizzonte entro cui si colloca l'interrogativo che nasce dalla sofferenza e che di qui si rivolge a Dio, è infatti, teologicamente, quello della relazione tra il Figlio fatto carne e Dio/Abbà. Tale è l'orizzonte, ad esempio, entro cui si muove la penetrante meditazione teologica sul «senso cristiano della sofferenza umana», che Giovanni Paolo II ci ha proposto nella lettera apostolica Salvifici doloris (1984).
È impossibile esaminare qui i molteplici aspetti concernenti il nostro tema che sono rinvenibili nel kérygma e nel ministero messianico di Gesù di Nazareth. Basti dire che il suo annuncio della paternità di Dio/Abbà per sé si presenta e si realizza come promessa di liberazione integrale dalle varie forme di sofferenza che affettano l'esistenza umana. E ciò a partire dalla liberazione del cuore della persona dal peccato come relazione distorta con Dio, che si rovescia in relazione distorta col prossimo, a livello personale e sociale. Anche se Gesù è consapevole che non tutte le sofferenze di cui l'umanità è preda sono frutto del peccato del singolo e di quel «peccato del mondo» che su di essa grava (quello che la tradizione cristiana chiamerà «peccato originale»). Si ricordi, per un esempio, l'episodio del cieco nato (Gv 9,1ss), dove Gesù afferma con autorità che «né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio»; e il riferimento di Gesù a quei galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici e a quei diciotto sui quali rovinò la torre di Siloe e li uccise (Lc 13,1-15).
La sofferenza, dunque, è realtà che trascende la responsabilità personale del singolo e, in solido, quella dell'umanità, anche se in parte (forse in buona parte) è anche ad essa ascrivibile. Anzi essa, proprio in quanto interpella la persona umana in ciò che più intimamente la tocca, è al tempo stesso collegata alla manifestazione dell'opera escatologica di Dio Padre, a favore dell'umanità e della creazione intera, che si attua in Gesù Cristo. In questo senso preciso, è l'evento pasquale di Gesù Cristo a offrire, da parte di Dio/Abbà, la parola senza parole, o -- meglio -- al di là delle parole, sulla sofferenza del figlio dell'uomo che è il Figlio di Dio. Per chi soffre non v'è parola piovuta dall'alto o calata dall'esterno che possa valere. Nel Figlio fatto carne è Dio stesso che intesse con lui un dialogo muto d'amore, spinto sino all'identificazione.
«La risposta -- scrive Giovanni Paolo II -- emerge dalla stessa materia, di cui è costituita la domanda» (Salvifici doloris, 18). Il «perché?» dell'umana sofferenza trova eco nel «perché» del Crocifisso, anzi in questo grido viene raccolto, ricapitolato, trasformato in atto di fede e di amore: amore del Padre, che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16); e amore del Figlio fatto carne che dà se stesso per noi e vive la prova, umanamente inesprimibile, della croce e dell'abbandono, riabbandonandosi nella fede all'Abbà. Dio/Abbà, in Cristo, fa suo il dolore del mondo. Il «chi vede me, vede il Padre» (cf. Gv 14,9) detto da Gesù all'apostolo Filippo vale anche sulla croce, vale anche per il grido dell'abbandono. È Dio/Abbà, in definitiva, che fa suo il perché dell'umanità che risuona nel grido del Crocifisso.
Resta il mistero del silenzio del Padre nel momento della croce e dell'abbandono del Figlio. Ma in quale modo egli, il Padre, avrebbe potuto far suo realmente, nel Figlio, il dolore del mondo, se non lasciando che il Figlio bevesse sino in fondo il calice della passione? Proprio così mostrando e realizzando, anche come uomo, un amore grande come quello del Padre? Inoltre, è proprio giungendo a questo colmo di sofferenza che si consuma nel suo morire, che il Figlio, consegnandosi al Padre, è riconsegnato dal Padre, nella forza dello Spirito, alla vita nuova e piena della resurrezione. Come s'esprime -- con efficace paradosso -- la mistica cristiana, l'amore del Padre, che accoglie nelle sue braccia il Figlio crocifisso e lo risuscita nella forza dello Spirito, è ciò che «addolora il dolore», ciò che lo sgretola dal suo interno, e così lo trasforma anch'esso in amore nell'energia vivificante dello Spirito.
Su tutto ciò -- ripeto -- la teologia contemporanea ha percorso importanti sentieri di riflessione. Anche se restano ancora aperte molte questioni. Accenno soltanto a due tra di esse. Una prima questione reduplica dall'interno, per così dire, il «perché» della sofferenza. È quella della sofferenza che, umanamente, non sembra possibile assumere creativamente. La sofferenza inerme dei bambini, quella -- quanto inconsapevole? -- dei disabili psichici, quella di chi vi è coinvolto in forma repentina e senza quasi la possibilità di prenderne anche solo coscienza ... È questa una forma e una qualità di sofferenza che inquieta soprattutto l'animo moderno -- da Dostoevskij a Pareyson11 --, resosi così sensibile alla dignità e irripetibilità della singola esistenza umana. In tutti questi casi, la risposta al soffrire che viene dall'amore di Dio/Abbà per ogni singolo suo figlio, e che ci è dischiusa al culmine dal Crocifisso, sembra naufragare contro l'innocente inconsapevolezza, così come contro l'impotenza a com-patire attivamente. Tutto ciò ribadisce ancora una volta la qualità di mistero che intrinsecamente inerisce all'esperienza umana della sofferenza. Essa ci trascende, e ci trascende anche la risposta che ad essa viene da Dio/Abbà, data una volta per sempre e in modo sempre nuovo in Cristo Crocifisso e Risorto. Alla fine, è solo nella Luce inaccessibile (cf. 1Tm 6,16) dell'amore di Dio che sa trarre l'essere anche dal non-essere (cf. Rom 4,17) e che «supera ogni conoscenza» (cf. Ef 3,19), che trova pace anche ciò che ai nostri occhi continua a restare oscuro e irrisolubile.
Una seconda, formidabile questione: la risposta al dolore del mondo non è forse il dolore di Dio stesso? Si tratta del tentativo di prendere sul serio l'affermazione dogmatica secondo cui in Cristo Gesù «unus de Trinitate passus est».12 In realtà, il soggetto d'attribuzione della sofferenza e dell'abbandono patiti in croce non è semplicemente -- per usare il linguaggio della grande tradizione, che è unanime in proposito -- la natura umana di Cristo, ma la persona del Figlio di Dio fatto carne. Il che viene a significare -- come hanno sottolineato autorevoli teologi, come H.U. von Balthasar, rivisitando l'insegnamento dei Padri e dei mistici -- che nell'essere personale di Dio stesso v'è la possibilità d'assumere creativamente, nel segno dell'amore, ciò che la persona umana sperimenta come sofferenza.
Ma che cosa significa quest'evento -- l'incarnazione spinta sino alla passione e morte -- per il Padre? Non foss'altro che per la relazione d'intima inabitazione reciproca (pericoresi) che lega dinamicamente, nell'unità delle relazioni reciproche, le tre divine Persone, che sono uno secondo l'unità della natura? Personalmente non mi convincono, mi lasciano anzi perplesso quelle proposte che, facendo leva sul pathos della compagnia di Dio con l'umanità, parlano senza pudore e senza distinzioni del dolore di Dio, attribuendolo anche al Padre, sia pure in modo poetico e allusivo. Mi paiono più responsabilmente praticabili quei sentieri che, mantenendosi nell'ottica d'un creativo ripensamento dell'ontologia di Dio Trinità elaborata dalla tradizione teologica, non temono d'assumere come «impegno primario della teologia» -- cito la Fides et ratio (n. 93) -- «l'intelligenza della kenosi di Dio» (n. 93). Come ha fatto, ad esempio, Jacques Maritain, negli ultimi anni della sua vita, riproponendo l'insegnamento di S. Tommaso sulla misericordia e ispirandosi alle profonde intuizioni spirituali della moglie Raïssa. Maritain scandaglia, con timore e tremore, «l'inevitabile e temibile enigma ... del dolore che è contemporaneamente un segno della nostra miseria (e dunque non attribuibile a Dio) e una nobiltà in noi incomparabilmente feconda e preziosa (di cui in conseguenza sembra impossibile non cercare in Dio qualche misterioso esemplare)».13 E giunge a parlare d'una «misteriosa perfezione che è in Dio l'esemplare innominato della sofferenza in noi»: esso «fa parte integrante della beatitudine divina» ed è «pace perfetta ma esultante all'infinito al di sopra dell'umanamente comprensibile, e brucia nelle sue fiamme l'apparentemente inconciliabile per noi».14 Tali acquisizioni restano un punto di non ritorno per un pensiero cristiano non negligente. E un invito a proseguire il cammino. Scrive Giovanni Paolo II:
La concezione di Dio, come essere necessariamente perfettissimo, esclude certamente da Dio ogni dolore, derivante da carenze o ferite. ... . Ma il libro sacro ci parla di un Padre, che prova compassione per l'uomo, quasi condividendo il suo dolore. In definitiva, questo imperscrutabile e indicibile «dolore» di Padre genererà soprattutto la mirabile economia dell'amore redentivo in Gesù Cristo, affinché per mezzo del mistero della pietà, nella storia dell'uomo, l'amore possa rivelarsi più forte del peccato. Perché prevalga il «dono» (Dominum et vivificantem, 39).

GIUBILEO DEI RAGAZZI E DELLE RAGAZZE


GIUBILEO STRAORDINARIO DELLA MISERICORDIA

GIUBILEO DEI RAGAZZI E DELLE RAGAZZE

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro

Domenica, 24 aprile 2016 

«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).

Cari ragazzi e ragazze, che grande responsabilità ci affida oggi il Signore! Ci dice che la gente riconoscerà i discepoli di Gesù da come si amano tra di loro. L’amore, in altre parole, è la carta d’identità del cristiano, è l’unico “documento” valido per essere riconosciuti discepoli di Gesù. L’unico documento valido. Se questo documento scade e non si rinnova continuamente, non siamo più testimoni del Maestro. Allora vi chiedo: volete accogliere l’invito di Gesù a essere suoi discepoli? Volete essere suoi amici fedeli? Il vero amico di Gesù si distingue essenzialmente per l’amore concreto; non l’amore “nelle nuvole”, no, l’amore concreto che risplende nella sua vita. L’amore è sempre concreto. Chi non è concreto e parla dell’amore fa una telenovela, un teleromanzo. Volete vivere questo amore che Lui ci dona? Volete o non volete? Cerchiamo allora di metterci alla sua scuola, che è una scuola di vita per imparare ad amare. E questo è un lavoro di tutti i giorni: imparare ad amare.
Anzitutto, amare è bello, è la via per essere felici. Però non è facile, è impegnativo, costa fatica. Pensiamo, ad esempio, a quando riceviamo un regalo: questo ci rende felici, ma per preparare quel regalo delle persone generose hanno dedicato tempo e impegno, e così, regalandoci qualcosa, ci hanno donato anche un po’ di loro stesse, qualcosa di cui hanno saputo privarsi. Pensiamo anche al dono che i vostri genitori e animatori vi hanno fatto, permettendovi di venire a Roma per questo Giubileo dedicato a voi. Hanno progettato, organizzato, preparato tutto per voi, e questo dava loro gioia, anche se magari rinunciavano a un viaggio per loro. Questa è la concretezza dell’amore. Amare infatti vuol dire donare, non solo qualcosa di materiale, ma qualcosa di sé stessi: il proprio tempo, la propria amicizia, le proprie capacità.
Guardiamo al Signore, che è invincibile in generosità. Riceviamo da Lui tanti doni, e ogni giorno dovremmo ringraziarlo... Io vorrei chiedervi: voi ringraziate il Signore ogni giorno? Anche se noi ci dimentichiamo, Lui non si scorda di farci ogni giorno un dono speciale. Non è un regalo da tenere materialmente tra le mani e da usare, ma un dono più grande, per la vita. Che cosa ci dona il Signore? Ci dona la sua amicizia fedele, che non ci toglierà mai. E’ l’amico per sempre, il Signore. Anche se tu lo deludi e ti allontani da Lui, Gesù continua a volerti bene e a starti vicino, a credere in te più di quanto tu creda in te stesso. Questa è la concretezza dell’amore che ci insegna Gesù. E questo è tanto importante! Perché la minaccia principale, che impedisce di crescere bene, è quando a nessuno importa di te - è triste, questo -, quando senti che vieni lasciato in disparte. Il Signore invece è sempre con te ed è contento di stare con te. Come fece con i suoi giovani discepoli, ti guarda negli occhi e ti chiama a seguirlo, a “prendere il largo” e a “gettare le reti” fidandosi della sua parola, cioè a mettere in gioco i tuoi talenti nella vita, insieme con Lui, senza paura. Gesù ti aspetta pazientemente, attende una risposta, attende il tuo “sì”.
Cari ragazzi, alla vostra età emerge in voi in modo nuovo anche il desiderio di affezionarvi e di ricevere affetto. Il Signore, se andate alla sua scuola, vi insegnerà a rendere più belli anche l’affetto e la tenerezza. Vi metterà nel cuore un’intenzione buona, quella di voler bene senza possedere, di amare le persone senza volerle come proprie, ma lasciandole libere. Perché l’amore è libero! Non c’è vero amore che non sia libero! Quella libertà che il Signore ci lascia quando ci ama. Lui è sempre vicino a noi. C’è sempre infatti la tentazione di inquinare l’affetto con la pretesa istintiva di prendere, di “avere” quello che piace; e questo è egoismo. E anche la cultura consumistica rafforza questa tendenza. Ma ogni cosa, se la si stringe troppo, si sciupa, si rovina: poi si rimane delusi, con il vuoto dentro. Il Signore, se ascoltate la sua voce, vi rivelerà il segreto della tenerezza: prendersi cura dell’altra persona, che vuol dire rispettarla, custodirla e aspettarla. E questa è la concretezza della tenerezza e dell’amore.
In questi anni di gioventù voi avvertite anche un grande desiderio di libertà. Molti vi diranno che essere liberi significa fare quello che si vuole. Ma qui bisogna saper dire dei no. Se tu non sai dire di no, non sei libero. Libero è chi sa dire sì e sa dire no. La libertà non è poter sempre fare quello che mi va: questo rende chiusi, distanti, impedisce di essere amici aperti e sinceri; non è vero che quando io sto bene tutto va bene. No, non è vero. La libertà, invece, è il dono di poter scegliere il bene: questa è libertà. E’ libero chi sceglie il bene, chi cerca quello che piace a Dio, anche se è faticoso, non è facile. Ma io credo che voi giovani non abbiate paura delle fatiche, siete coraggiosi! Solo con scelte coraggiose e forti si realizzano i sogni più grandi, quelli per cui vale la pena di spendere la vita. Scelte coraggiose e forti. Non accontentatevi della mediocrità, di “vivacchiare” stando comodi e seduti; non fidatevi di chi vi distrae dalla vera ricchezza, che siete voi, dicendovi che la vita è bella solo se si hanno molte cose; diffidate di chi vuol farvi credere che valete quando vi mascherate da forti, come gli eroi dei film, o quando portate abiti all’ultima moda. La vostra felicità non ha prezzo e non si commercia; non è una “app” che si scarica sul telefonino: nemmeno la versione più aggiornata potrà aiutarvi a diventare liberi e grandi nell’amore. La libertà è un’altra cosa.
Perché l’amore è il dono libero di chi ha il cuore aperto; l’amore è una responsabilità, ma una responsabilità bella, che dura tutta la vita; è l’impegno quotidiano di chi sa realizzare grandi sogni! Ah, guai ai giovani che non sanno sognare, che non osano sognare! Se un giovane, alla vostra età, non è capace di sognare, già se n’è andato in pensione, non serve. L’amore si nutre di fiducia, di rispetto, di perdono. L’amore non si realizza perché ne parliamo, ma quando lo viviamo: non è una dolce poesia da studiare a memoria, ma una scelta di vita da mettere in pratica! Come possiamo crescere nell’amore? Il segreto è ancora il Signore: Gesù ci dà Sé stesso nella Messa, ci offre il perdono e la pace nella Confessione. Lì impariamo ad accogliere il suo Amore, a farlo nostro, a rimetterlo in circolo nel mondo. E quando amare sembra pesante, quando è difficile dire di no a quello che è sbagliato, guardate la croce di Gesù, abbracciatela e non lasciate la sua mano, che vi conduce verso l’alto e vi risolleva quando cadete. Nella vita sempre si cade, perché siamo peccatori,  siamo deboli. Ma c’è la mano di Gesù che ci risolleva, che ci rialza. Gesù ci vuole in piedi! Quella parola bella che Gesù diceva ai paralitici: “Alzati!”. Dio ci ha creati per essere in piedi. C’è una bella canzone che cantano gli alpini quando salgono su. La canzone dice così: “Nell’arte di salire, l’importante non è non cadere, ma non rimanere caduto!”. Avere il coraggio di alzarsi, di lasciarci alzare dalla mano di Gesù. E questa mano tante volte viene dalla mano di un amico, dalla mano dei genitori, dalla mano di quelli che ci accompagnano nella vita. Anche Gesù stesso è lì. Alzatevi! Dio vi vuole in piedi, sempre in piedi!
So che siete capaci di gesti di grande amicizia e bontà. Siete chiamati a costruire così il futuro: insieme agli altri e per gli altri, mai contro qualcun altro! Non si costruisce “contro”: questo si chiama distruzione. Farete cose meravigliose se vi preparate bene già da ora, vivendo pienamente questa vostra età così ricca di doni, e senza aver paura della fatica. Fate come i campioni sportivi, che raggiungono alti traguardi allenandosi con umiltà e duramente ogni giorno. Il vostro programma quotidiano siano le opere di misericordia: allenatevi con entusiasmo in esse per diventare campioni di vita, campioni di amore! Così sarete riconosciuti come discepoli di Gesù. Così avrete la carta d’identità di cristiani. E vi assicuro: la vostra gioia sarà piena.



venerdì 24 giugno 2016

OMELIA (26-06-2016) - LA RADICALITÀ DEL "SI"


OMELIA (26-06-2016) - LA RADICALITÀ DEL "SI"

padre Gian Franco Scarpitta

Durante l'anno del Noviziato ci veniva ripetuto che la scelta della vita religiosa e del sacerdozio erano talmente serie e importanti che andavano fatte non senza accurata ponderazione, e soprattutto che dovevano essere fatte senza rimpianti o nostalgie per il passato.
Nella vita di speciale consacrazione ci si immedesima infatti in una nuova dimensione esistenziale, per la quale si abbandona ogni cosa quanto ad averi materiali, affetti, libertà e decisioni personali per conquistare una sola cosa: Nostro Signore Gesù Cristo. Questi va scelto con cuore indiviso, cioè radicalmente e senza alternativa, senza che le prospettive secolari, anche quelle che sarebbero legittime fuori da questo stato, ci attraggano oltre misura. Ecco perché prima ancora di essere ammessi ai voti si viene vagliati con molta attenzione da parte dei Superiori di un Istituto Religioso, come pure viene chiesto ai candidati di riflettere attentamente e senza riserve sulla loro decisione. O si sceglie unicamente Gesù Cristo senza condizioni o si delibera per il mondo e per la vita professionale. Gesù chiede infatti radicalità, fermezza, decisione e fedeltà nella sequela già ad ogni cristiano in forza del suo battesimo, ancor di più a coloro che lui stesso chiama alla maggiore sequela. Nella pagina del Vangelo di oggi osserviamo che Gesù non si entusiasma quando uno sconosciuto gli si propone come discepolo fedele: "Ti seguirò ovunque tu vada", ma piuttosto gli mette in mostra le difficoltà e gli impegni che la sequela comporta, soprattutto l'insicurezza e l'instabilità anche dal punto di vista materiale. "Il Figlio dell'Uomo non ha dove posare il capo", gli risponde di rimando. In un'altra circostanza, a coloro che chiedevano di mostrar loro dove lui abitasse, ribatteva: "Venite e vedete"(Gv 1, 38 - 39) mentre adesso dice a questo sconosciuto di essere un "senza fissa dimora". Alcuni esegeti hanno messo a raffronto il prologo del Vangelo di Giovanni (Gv 1, 11: "E venne fra la sua gente ma i suoi non l'hanno accolto") per indicare che la vera patria del Figlio dell'Uomo, cioè di Dio Incarnato è quella data dalla fede in chiunque voglia seguirlo, che il suo messaggio di salvezza non è limitato a un solo luogo, ma deve avere come obiettivo tutti i popoli e ogni uomo sulla terra, pertanto il vivere e l'operare di Gesù deve avere valenza altrettanto universale. In parole povere, siamo chiamati a conformarci a lui, a vivere radicalmente anche la sua missione e il suo protrarsi verso tutti. Chi segue il Signore, specialmente nella radicalità della consacrazione, ha sempre il "piede alzato", non si affeziona a un determinato luogo o a una patria o ad una sola cultura, ma ogni terra è la sua terra. Mentre interagisce con i suoi interlocutori, del resto, Gesù ha appena saputo che un intero villaggio di Samaritani ha rifiutato di riceverlo perché diretto a Gerusalemme. La Giudea vive in tensione continua con la Samaria, al punto da non potersi sopportare gli abitanti dell'una e dell'altra terra. Eppure Gesù li si stava recando, proprio in un territorio ostile e avverso; avrebbe voluto proporre anche a persone distanti la sua parola e il suo messaggio. A questo sottende allora la risposta di Gesù: il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo non soltanto in senso geografico, ma anche nel senso della missionarietà e della varietà dei suoi interlocutori: essi possono essere ben disposti ma anche refrattari. Non c'è quindi sicurezza umana nel seguire Gesù, non vi sono garanzie o immediati benefici ma solamente imprevisti e continui patemi missionari e anzi, l'unico luogo dove Gesù "poserà" il capo sarà la croce sulla quale egli morirà per noi (Gv 19, 30). Se non ci si mette in questa prospettiva e non si persevera in essa, meglio non mettersi al seguito di Gesù, poiché se ne avrebbe solo svantaggio. Come si diceva prima, Gesù chiede fermezza e decisione, costanza e radicalità, soprattutto quando a chiamare è proprio lui di sua iniziativa. Al secondo interlocutore infatti chiede egli stesso di seguirlo senza che gli affetti familiari abbiano la prevalenza sulla missione ed evitando che qualsiasi cosa possa distoglierci dal proposito di perseveranza. L'eccessiva familiarità con persone, situazioni, luoghi e circostanze "secolari", non importa se legittime o regolari, può sempre portare all'arrendevolezza nella sequela del Signore, cioè al "mettere mano all'aratro e poi voltarsi indietro". Piuttosto, seguire il Signore comporta condividere in tutto e per tutto la nostra persona con la sua; donare interamente noi stessi, la nostra vita e il nostro essere, come nel caso di Eliseo, che su indicazione di Dio viene scelto da Elia quale profeta suo successore.
Elia, uomo che parla a nome di Dio e per suo mandato, gli si avvicina e gli getta il mantello. Un gesto che si ripete anche nella triste circostanza della lapidazione di Stefano, quando gli aguzzini lanciano il mantello ai piedi del giovane Saulo. "Il mantello è simbolo della persona e, in qualche modo, anche dei suoi diritti. Gettare il mantello su qualcuno costituisce un segno di acquisto, di desiderio di alleanza"( Martini). Lanciare il mantello significa quindi condividere la propria persona con quella di un nostro interlocutore, in modo da acquisirla per intero e realizzare con essa lo stesso destino, la stessa missione. Significa suggellare la vita che è nostra fondendola con quella di un altro, condividendone in tutte le esperienze, le prove, le passioni. Di conseguenza, Elia "conquista" la persona di Eliseo per renderla partecipe in tutto di sé e della sua missione. Ovviamente la missione di Elia è di provenienza divina, pertanto Eliseo concepisce che la sua vita dovrà essere modellata in tutto sulla volontà di Dio. Egli dovrà compiere esattamente quello che, per volontà del Signore, Elia ha realizzato finora.
Ecco Eliseo non esita a corrispondere alla chiamata. Si congeda solamente dai suoi con un banchetto d'addio, ma si pone immediatamente alla sequela di Dio che lo istruisce momentaneamente nella persona dello stesso Elia. Quando questi sarà rapito al cielo su un carro di fuoco, il giovane eletto assisterà a tutta la scena e vedrà poi il mantello (la vita, la persona di Elia) cadere giù dal carro per finire a pochi passi da lui.
Quando sii è scelti da Dio per un particolare progetto di vita, si dispone certamente della propria libertà di adesione o meno, ma prima ancora che nell'affidarci un compito o realizzare un progetto, Egli ci si propone in un misterioso rapporto di amore e di amicizia che misteriosamente avvolge e coinvolge... Insomma Dio ci ama e ci seduce; di conseguenza ci chiama. Ma la risposta non può che essere ferma e motivata.

giovedì 23 giugno 2016

Saints Peter and Paul Cathedral in Peterhof

DI MONS. GIANFRANCO RAVASI - II. GESÙ DIVIN MAESTRO


DI MONS. GIANFRANCO RAVASI - II. GESÙ DIVIN MAESTRO

Entriamo nel Nuovo Testamento e, in maniera particolare, nei vangeli. Il titolo dato a questa sezione, «Gesù Divin Maestro», ci permette ora di costruire un vero e proprio profilo della figura di Gesù come didàskalos. Ripercorriamo due momenti diversi per comporre la figura di Gesù didàskalos. (torna al sommario)

1. Il ritratto di Gesù Maestro
Nel Nuovo Testamento si usa il termine didàskalos 58 volte, di cui 48 nei vangeli, prevalentemente applicato a Gesù; e 95 volte il verbo didàskein, insegnare, due terzi di esse nei vangeli, anche in questo caso prevalentemente applicato a Gesù. Quindi Gesù è per eccellenza il "maestro" della comunità cristiana.
Questo ritratto può essere ora abbozzato in tre lineamenti:
º. Gesù è chiamato rabbì. Due passi tra i molti, come esempio: Mc 9,5 e 10,51. È un rabbì che parla in pubblico, come facevano i maestri di Israele: nelle sinagoghe, nelle piazze, nel tempio. Gesù è un maestro circondato dai mathetài, cioè dai discepoli, ha una sua scuola.
Inoltre Gesù usa le tecniche dei maestri, cioè ha anche un’attrezzatura pedagogica, didattica. Certo, ha qualcosa di originale. C’è soprattutto un aspetto curioso da sottolineare subito. A differenza degli altri rabbì di Israele, egli sceglie i suoi discepoli. È l’esatto contrario di ciò che facevano i rabbì, i quali si comportavano nella stessa maniera dei predicatori di Hyde Park: incominciavano a parlare nelle piazze, e chi si convinceva li seguiva. Gesù fa il contrario. Gli studiosi parlano di una "discontinuità" del Gesù storico col mondo-ambiente e la cultura entro cui era inserito. Ai discepoli egli dice nei discorsi dell’ultima cena: «Non siete stati voi a scegliere me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16).
º. Gesù è un maestro autorevole. È incisiva la frase di Marco (1,22): «Li ammaestrava come uno che ha autorità, e non come gli scribi». È un maestro che si erge non col potere dell’autorità, ma con l’autorità dell’autorevolezza. Un altro passo di Marco (12,14) è molto significativo: «Maestro, sappiamo che sei sincero e non ti preoccupi di nessuno, perché non guardi in faccia alle persone, ma insegni la via di Dio secondo verità». Questo è un ritratto stupendo del vero maestro, che non piega le ginocchia, che non insegna secondo la convenienza. Quanti maestri sono falsi maestri in questo senso! «Ma insegni la via di Dio secondo verità»: ancora una volta via e verità unite insieme, e concretamente via e vita unite insieme.
º. La radice del suo insegnamento è trascendente. Due passi sono emblematici in questo senso: Gv 8,28: «Come mi ha insegnato il Padre (didàskein), così io parlo», e Mt 11,27: «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo». L’insegnamento di Gesù è l’insegnamento del mistero del Padre, è un insegnamento trascendente. 
Ecco dunque alcuni lineamenti essenziali del ritratto di Gesù Maestro. Riassumendo: Gesù è un Maestro storico, che usa le tecniche di un mondo in cui è inserito (le parabole per esempio), ma egli ha qualcosa già di diverso e di originale, come la scelta dei discepoli; inoltre è maestro autorevole e libero; infine, è un maestro trascendente, che insegna una verità che va oltre i confini del sapere umano e che promana da una rivelazione. (torna al sommario)
2. Le sette qualità del Cristo Maestro
Per restare fedeli alla simbolica dei numeri e al sistema didascalico frequente nella Bibbia, possiamo riassumere in sette elementi le qualità del Cristo Maestro in azione. Con questi sette tratti (naturalmente esemplificativi) si vuole rappresentare le modalità con cui Cristo insegna, come presenta il suo messaggio.
1º. Cristo è maestro dell’annunzio fondamentale del Regno. Cristo è l’annunziatore perfetto della sostanza del messaggio cristiano. Basti come esempio la prima predica di Gesù. Naturalmente essa è redazionale, offerta secondo la teologia dei Sinottici e della catechesi delle origini cristiane. La troviamo ben formulata in Marco (1,15). I contenuti dell’annuncio di Gesù sono quattro elementi: due secondo la dimensione teologica, due secondo la dimensione antropologica.
a. «Il tempo è compiuto», anzi, secondo il verbo greco pleroùn, il tempo è giunto a pienezza. Cristo afferma che egli è venuto per dare senso alla storia. Come dice il titolo di un saggio di Conzelmann sulla teologia di Luca, Cristo è die Mitte der Zeit, cioè il punto di mezzo, il centro, il perno del tempo. Affermando che il «tempo è compiuto», Gesù viene a dire: "Io do senso, con la mia parola e con la mia azione, a tutta la vicenda secolare delle azioni salvifiche di Dio". Il tempo, che è composto di tanti elementi dispersi, di tanti atti disseminati, riceve un nodo d’oro che lo tiene insieme e gli dà senso.
b. «Il regno di Dio è vicino». Il termine greco énghiken (dal verbo engùzein) merita una certa attenzione, perché ha vari significati: anzitutto il verbo è al perfetto e quindi indica il passato: vuol dire che il regno di Dio è già attuato, accaduto, instaurato in Cristo. Però il perfetto in greco indica un’azione del passato, il cui effetto perdura nel presente. Quindi vuol dire che il regno di Dio è ancora in azione oggi. Inoltre, il verbo, semanticamente, indica qualcosa che riguarda il futuro: è vicino, è prossimo. E allora si sottolinea che il regno di Dio abbraccia tutte le dimensioni della storia della salvezza. Noi siamo nell’oggi, ma partecipiamo di un evento passato, il cui effetto agisce dinamicamente nell’oggi, nell’attesa della pienezza, cioè di quella vicinanza che è sempre in azione e che si completerà solo alla fine della storia. Il regno di Dio significa il progetto di salvezza di Dio, che attraversa tutta la storia. Queste sono le due dimensioni dell’azione di Dio, che Gesù Maestro annuncia: "il tempo ha la sua pienezza in me", ed "è un tempo che è tutto irradiato dal regno di Dio", cioè dall’azione e dal progetto di gioia, di libertà e di speranza che Gesù è venuto ad annunciare. Di conseguenza:
c. Metanoéite, convertitevi. È la reazione che deve avere il credente, il discepolo: cambiare mentalità e vita, dopo aver ascoltato questa lezione.
d. Pistéuete tò euanghelìo, credete sul vangelo, come dice il greco. Ritrascrivendo l’ebraico, perché nella Bibbia il verbo del credere, l’amen, regge la preposizione be-, e quindi indica un "appoggiarsi su" (letteralmente, "fondarsi su"): fondate la vostra vita sul vangelo. Così, in questa prima grande lezione di Cristo, Maestro dell’annunzio, troviamo anche il contenuto del nostro annuncio: noi dobbiamo annunciare il regno. E questo annuncio genera conversione e fede; deve essere accolto nella fede e nell’esistenza. (torna al sommario)
2º. Gesù è un maestro sapiente, che usa la parabola, il simbolo, la narrazione, il paradosso, l’immagine folgorante. Qui basterebbe soltanto leggere i Vangeli; non c’è bisogno di aggiungere molto di più. Rispetto alle nostre squallide, grigie, modeste predicazioni, che passano sopra la testa dei fedeli, Gesù parlava, come ha detto uno studioso, passando dai piedi, dalle mani, dalla polvere della terra. Consideriamo, per esempio, Lc 11,12: «Se un figlio chiede a un padre un uovo, gli darà forse uno scorpione?». Gesù parla dal contesto vivo: in Palestina c’è uno scorpione – lo scorpione bianco palestinese, velenoso – grosso come un uovo e che si annida tra le pietraie del deserto. A partire da quest’immagine, Gesù costruisce in maniera icastica la sua lezione sull’amore del Padre. Se tu gli chiedi l’uovo, non ti darà mai lo scorpione che ti avvelena. Un altro esempio: Gesù deve rappresentare la propria morte e la sua funzione salvifica; i teologi userebbero (e a ragione) tutte le categorie della soteriologia; però la gente resterebbe insoddisfatta. Gesù, invece, parte dal chicco di grano (Gv 12,24): «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto». Il morire e l’entrare nel sepolcro, comparato al morire del seme cui segue lo stelo e la spiga, esprime la fecondità pasquale della morte di Cristo, e anche del credente.
Esemplari le sue parabole: come insegnare l’amore meglio di quanto faccia la parabola del buon samaritano? E farlo soprattutto con quello spostamento d’accento, dall’oggettività del prossimo: «Chi è il mio prossimo?», alla soggettività: «Chi si è comportato da prossimo?», che stabilisce una radicale differenza nella visione morale cristiana. Così la parabola delle dieci vergini per la tensione escatologica. Le parabole di Gesù partono sempre dalla storia concreta, dall’esistenza: figli in crisi, i portieri di notte, le relazioni sindacali (la parabola dei lavoratori della vigna), i giudici corrotti, le previsioni meteorologiche, la donna di casa, i pescatori, i contadini, il tarlo, gli uccelli, i gigli ecc. Questo parlare porta la Parola di Dio all’interno della quotidianità, fecondandola.
Un detto rabbinico dice: «È molto meglio un grano di pepe che un cesto di cocomeri». L’insegnamento prolisso come il cesto di cocomeri, il parlare grigio, incolore, insapore non regge il confronto con il grano di pepe, che riesce a dare sapore a una massa di cibo. Gesù ha usato anche l’immagine del lievito e del sale. Egli ci insegna una comunicazione sàpida, vivace, incisiva e "narrativa". Dobbiamo recuperare, sulla base di Gesù e della Bibbia, la nostra capacità di comunicazione, le grandi doti che la tradizione cristiana ha avuto di annunziare la fede attraverso il racconto, l’immagine, la bellezza, l’estetica. E qui ci soccorre la grande lezione di von Balthasar e dei grandi autori cristiani del passato, come Agostino, che aveva tutto il rigore anche del linguaggio formale, quando era necessario, ma che usava fare teologia "al tu", col dialogo: una teologia-preghiera, che conosce tutta la ricchezza della comunicazione umana e che è un’avventura straordinaria dello spirito. Il mondo è ricco, la storia è continuamente creativa, il nostro linguaggio rincorre sempre la realtà. C’è un verso di Borges, scrittore argentino, che afferma: «el universo es fluido y cambiante – el lenguaje rígido»: l’universo è fluido e mutevole, il linguaggio è rigido, per cui occorre uno sforzo per rendere il linguaggio, soprattutto religioso, sempre più caldo, più mobile. E Gesù è stato un grande maestro anche in questo.
3. Gesù è un maestro paziente, che si adatta al nostro lento viaggio, cioè al nostro lento apprendimento. Nel vangelo di Marco ci è presentato un Gesù maestro "progressivo" che lentamente porta alla luce il discepolo, passando attraverso l’oscurità delle resistenze umane. Prima lo conduce al riconoscimento della messianicità («Tu sei il Cristo», Mc 8,27-29) e poi gli svela la pienezza, alla conclusione del vangelo, quando il pagano, centurione romano, giunge alla fede, e dice: «Veramente quest’uomo era figlio di Dio» (15,39). Ma quale cammino bisogna fare! Il cammino della croce. Gesù, che è un maestro "progressivo", ci fa passare dall’oscurità alla luce non in maniera sconcertante, ma in modo paziente e lento. Il capitolo 9 di Giovanni (il cieco nato) illustra questo cammino coi titoli cristologici usati in progressione. Si parte da «un tale di nome Gesù » e si arriva all’ultima frase: «Credo, kyrie, credo, o Signore»: è ormai la scoperta di Gesù come il kyrios per eccellenza, cioè come Dio.
4. Gesù maestro polemico. In Lc 11, ma ancor più in Mt 23, Gesù ci appare anche come un maestro polemico, provocatore, sdegnato. I suoi sette "guai" o sette "maledizioni" (che vengono usate tra l’altro secondo un genere profetico come in Is 5,8ss) sono una testimonianza che il vero maestro non teme di denunciare i male, come d’altronde fa il Battista: «Non ti è lecito!» (Mt 14,4). Il vero maestro corre il rischio anche dell’impopolarità. Cristo è stato condannato anche per le sue parole, che erano colpi di staffile. La parola del Maestro conosce non la rabbia, non la collera, che è un vizio, ma lo sdegno, che è una virtù: Gesù ci ha rivelato spesso il suo messaggio attraverso una parola che è fuoco, come lui stesso ha detto: «Io sono venuto a portare una spada che divide padre da figlio, madre da figlia, suocera da nuora...» (Mt 10,35). Questo aspetto occorre recuperarlo anche nella nostra comunicazione religiosa. Non è contraddittorio rispetto al precedente: dobbiamo avere la pazienza, ma anche, quando è necessario, dobbiamo introdurre la parola che sconcerta, la parola dei profeti. Dobbiamo dire "sì sì, no no; tutto il resto viene dal maligno" (cf Mt 5,37). E per reazione (giusta) a una retorica o all’enfasi del passato (i grandi predicatori che atterrivano!), non si deve perdere la dimensione della parola che attacca, che non è adulterata (cf 2Co 2,17; 4,2), mercanteggiata; dobbiamo riconoscere che la Parola di Dio è spesso, come si è detto, offensiva.
5. Gesù è stato anche un maestro profetico, nel senso autentico del termine. Profeta non vuol dire colui che tele-vede, che indovina il futuro. Il profeta biblico è colui che interpreta invece i segni dei tempi. È l’uomo del presente, colui che attualizza la Parola. È esemplare al riguardo la predica che Gesù fa nella sinagoga di Nazareth (Lc 4,16ss). Egli prende la Parola di Dio da Isaia; la legge e la commenta: come? «Oggi questa parola si è qui adempiuta». Ecco l’attualizzazione! La Parola di Dio viene incarnata in un evento, in una persona presente! Tutto il Nuovo Testamento è in questa linea. L’Apocalisse, che tante volte viene contrabbandata come oroscopo della fine del mondo, è invece una lezione per le Chiese dell’Asia Minore in crisi interna ed esterna e perseguitate. La Chiesa di Laodicea, per esempio (cf Ap 3,14-22), genera la nausea di Cristo. È un’immagine durissima, espressa con il verbo emésai, vomitare, per indicare la nausea di Cristo verso una comunità tiepida. Ebbene, a quella Chiesa in crisi la Parola di Dio arriva con la funzione di dare un senso, di indicare una meta, un fine. L’Apocalisse infatti non insegna la fine del mondo, ma indica il fine del mondo. Non è tanto la rappresentazione della distruzione, bensì della meta verso cui noi siamo orientati. Il profeta insegna dove dobbiamo camminare mentre siamo nella storia, nel presente. Ecco allora la definizione di Gesù secondo Lc 24,19 (nel viaggio di Emmaus): «Gesù era profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo». Profeta potente in opere e in parole: è questo il Gesù maestro profetico.
6. Gesù maestro-Mosè. Con una espressione paradossale, Lutero diceva: Gesù è il Mosissimus Moyses; il Mosè all’ennesima potenza. Il riferimento è al Discorso della montagna, che è la pienezza della torah: «Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo la parola, edìdasken, (li ammaestrava, insegnava loro) dicendo...» (Mt 5,1ss). Come è evidente, il Discorso della montagna è una lezione, ed essa avviene su un monte non storico (Luca anzi, secondo una nota più attenta alla storia, colloca il discorso in una pianura "campestre"). Esso per Matteo è il nuovo Sinai. Questa lezione segna l’inizio del "pentateuco cristiano". Gesù non fa che portare a pienezza il messaggio della torah: il suo è un messaggio che non introduce una legge limitata nella sua sequenza di commi, di articoli, di norme, ma una legge tendente all’infinito. Gesù insegna la radicalità: «Siate perfetti...», non come un santo, ma «come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,48). Ed è questo il messaggio cristiano: un infinito viaggio nell’infinito mistero di Dio. Non esiste mai la tappa di arrivo, noi andiamo sempre oltre fino ad entrare in Dio. L’insegnamento del vero Maestro, del vero Mosè cristiano si lega a una "scontentezza" continua, a un superamento sistematico; bisogna sempre andare oltre. È l’esatto contrario di un certo nostro insegnamento tante volte fondato solo sul buon senso, con un messaggio che potrebbe essere il minimo comun denominatore di tutte le religioni: una genericità, una vaga solidarietà, una vaga fede sentimentale in Dio. Ma il Mosissimus Moyses è radicale. Teresa d’Avila fece due osservazioni in proposito: «I predicatori oggi non convertono più perché hanno troppo buon senso e quindi non hanno più il fuoco di Cristo». E riguardo alla preghiera: «O Signore, liberami dalle sciocche devozioni dei santi dalla faccia triste». Ecco, è necessario ritornare all’annuncio e all’impegno radicale del Mosissimus Moyses.
7. Gesù è maestro supremo, è il Maestro Divino. Come annunciavano i profeti nell’Antico Testamento? Essi dichiaravano: «Koh ‘amar Adonai: Così parla il Signore», cioè io sono la bocca del Signore. Gesù ha ripreso questa frase, ma l’ha deformata, in maniera quasi blasfema: «Egò dè légo hymìn»: «io vi dico»; è «stato detto agli antichi, io vi dico». Una parola efficace, imperativa, estrema. Una parola decisiva nei confronti del male; una parola che sfida i tempi; una parola eterna. Ed è in questo senso che dobbiamo intendere il motto: «Io sono la via, la verità e la vita». È una parola supremamente "blasfema", perché si arroga tutto ciò che è di Dio. Anzi è una parola così divina da continuare a risuonare attraverso lo Spirito che egli ci manda nell’interno della Chiesa e del singolo, nei secoli. Giovanni riporta (14,26) le parole dell’ultima sera terrena di Gesù: il Padre nel nome di Cristo manderà lo Spirito Santo, «che vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto». Chi è dunque il Divin Maestro che continuamente opera dentro di noi ora, nella Chiesa, e in noi singoli e nella comunità? È lo Spirito Santo, mandato nel nome di Cristo dal Padre, per "ricordare". La memoria biblica non è un’evocazione pallida, non è la commemorazione della festa nazionale, ma è la memoria viva, operante, il memoriale celebrativo ed efficace. (torna al sommario)

GESÙ, HILLEL, SHAMMAI ED IL MATRIMONIO, DI ANDREA LONARDO


GESÙ, HILLEL, SHAMMAI ED IL MATRIMONIO, DI ANDREA LONARDO

Riprendiamo sul nostro sito l'articolo scritto da Andrea Lonardo il 5/2/2010 per la rubrica In cammino verso Gesù del sito Romasette di Avvenire. Per altri articoli sulla Sacra Scrittura, vedi su questo stesso sito la sezione Sacra Scrittura.
Il Centro culturale Gli scritti (7/2/2010)

«La scuola di Shammai insegna che il marito non deve divorziare dalla propria moglie a meno che abbia trovato in lei qualcosa di immorale, conformemente al testo che dice: “Avendo trovato in lei qualcosa di vergognoso” (Dt 24,1). La scuola di Hillel opina invece: anche se essa ha bruciato il suo cibo. Rabbi Aqiba dice: Anche se trova un’altra più bella di lei, conformemente al testo che dice “che accada anche se essa non trovi grazia ai suoi occhi” (Dt 24,1)» (Mishnah Ghittin VIII,9-10).
Così la Mishnah, la raccolta dei detti dei rabbini dei primi due secoli d.C. – Mishnah vuol dire, letteralmente “ripetizione”, quindi “insegnamento” - presenta le diverse opinioni sul divorzio al tempo di Gesù.
A partire dalla concessione del divorzio contenuta nella Legge di Mosè ed, in particolare, nel libro del Deuteronomio, le diverse scuole argomentavano sulle condizioni del divorzio stesso.
Per Shammai, rabbino più rigorista, il divorzio era possibile solo se l’uomo scopriva l’adulterio della moglie (“qualcosa di immorale”), mentre Hillel, più lassista, permetteva il divorzio anche se la donna non sapeva cucinare. Ovviamente non era previsto che fosse la moglie a poter divorziare, ma era solo il maschio a poter ottenere di separarsi dalla donna che aveva sposato.
Il Talmud (letteralmente “Studio”), che contiene invece le riflessioni dei rabbini dal III al V secolo e che si presenta come un commento allargato alla Mishnah, spiega ulteriormente che in caso di adulterio il divorzio è necessario e che la donna ripudiata non potrà essere poi ripresa in moglie dal suo precedente marito (bGit 90a/b).
Rabbi Aqiba, il rabbino che aiutò Bar Kokhba nella rivolta contro i romani riconoscendolo come inviato da Dio e che morì per questo martire, famoso anche per la sua storia di amore con la moglie Rachel che lo sostenne per tutta la vita, aveva invece secondo la Mishnah una posizione ancora più duttile, ritenendo possibile il divorzio anche se una donna non trovava più grazia agli occhi del marito (Rabbi Aqiba, vissuto nella prima metà del II secolo è di poco posteriore a Shammai ed Hillel vissuti a cavallo dell’inizio dell’era cristiana).
Gesù visse così in un contesto in cui la possibilità del divorzio era tranquillamente ammessa, anche se il Talmud si affretta a precisare, citando Malachia 2,15-16, che il Signore detesta il ripudio, pur concedendolo (bGit 90b): «Nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Perché io detesto il ripudio, dice il Signore Dio d'Israele».
Anche il mondo greco e romano conosceva l’istituto del divorzio. L’antichità ha conservato contratti di separazione come quello di Zois ed Antipatro che dichiarano di essersi accordati «di essere separati l’uno dall’altro, rompendo l’unione formatasi per contratto davanti allo stesso tribunale nel corrente anno XVII di Cesare Augusto, e Zois riconosce di aver ricevuto da Antipatro di mano dalla casa di lui ciò che egli ebbe in dote: abiti per il valore di 120 dracme d’argento e un paio di orecchini d’oro. Perciò d’ora in poi è nullo il contratto di matrimonio, e né Zois né un altro per lei potrà procedere contro Antipatro per richiedere la restituzione della dote, né alcuna delle due parti contro l’altra per quanto riguarda la coabitazione o altra materia fino al presente giorno, a partire dal quale è lecito a Zois sposare un altro uomo e ad Antipatro un’altra donna, senza che nessuno dei due sia perseguibile».
In taluni ordinamenti del mondo ellenistico era lecito che anche la donna – e non solo l’uomo – chiedesse il divorzio. Ne è testimone lo stesso Nuovo Testamento: infatti il vangelo di Marco, che evidentemente mostra di conoscere un contesto greco-romano e non solo ebraico, aggiunge al divieto per l’uomo cristiano di divorziare, anche il reciproco femminile: «Se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio» (Mc 10,12).
Le stesse domande che i discepoli pongono al maestro, mostrano quanto fosse nuovo e scandaloso il suo insegnamento (cfr. Mc 10,10 «Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento»).
Il nuovo insegnamento di Gesù sul matrimonio è evidentemente un’espressione della nuova alleanza e del nuovo precetto dell’amore, che però si radica in quel disegno originario di Dio sull’uomo che è narrato in Genesi: è un comandamento antico e nuovo (cfr. 1Gv 2,7), antico quanto il Padre nei cieli e nuovo quanto il dono di Cristo in croce. Pietro Lombardo, riprendendo un’esegesi che già era stata dei rabbini, scriveva commentando l’immagine biblica della donna tratta dal fianco dell’uomo e non dal capo, né dai piedi: «Veniva formata non una dominatrice e neppure una schiava dell’uomo, ma una sua compagna» (Sentenze 3, 18, 3).
Nel disegno di Dio l’uomo e la donna sono pensati non come esseri isolati, bensì per divenire “una sola carne”. Gesù annuncia l’evento straordinario che Dio stesso è presente nel loro amore sponsale («l’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto» Mc 10,9). 
Proprio il dolore che si scatena alla scoperta del tradimento manifesta quanto l’amore sia nato per durare, perché solo la «carità resta»: essa sola può entrare nell’eternità. Dinanzi al tradimento dell’amore, la persona percepisce che la fine della relazione attenta al senso stesso della vita. Se l’amore finisce, allora tutto muore, allora niente ha significato.
E quando domandano al Cristo perché Dio abbia permesso nell’antica alleanza tramite Mosè il divorzio, Gesù risponde facendo riferimento al grande nemico dell’uomo: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma» (Mc 10,5).
L’amore si può corrompere proprio perché esiste il male nel cuore dell’uomo, ma, per questo, può anche ritrovare la sua linfa vitale, nel mistero della croce di Cristo e del perdono che essa conferisce.
L’indissolubilità dell’amore sponsale di Cristo per gli uomini si consumerà il venerdì santo, nel dono totale che Cristo farà di sé, dinanzi all’umanità dimentica di lui. Di quell’amore l’amore umano diviene sacramento.
Come canterà Iacopone da Todi: 

«O Amor, devino Amore,
Amor, che non èi amato!» (Lauda 39).

Come gli farà eco Santa Maria Maddalena de’ Pazzi che ripeterà: «Amore, Amore! O Amore, che non sei né amato né conosciuto! O anime create d’amore e per amore, perché non amate l’Amore? E chi è l’Amore se non Dio, e Dio è l’amore? Deus charitas est!».

mercoledì 22 giugno 2016

Golgotha altar

ORIGINE DELLA CUSTODIA DI TERRA SANTA


ORIGINE DELLA CUSTODIA DI TERRA SANTA 

Siamo agli inizi del secolo XIII. Il piccolo gruppo dei seguaci di S.Francesco è diventato un grande Ordine religioso animato da grande fervore e da irrefrenabile dinamismo.
Al Capitolo generale del 1217 - i "Capitoli generali" sono i raduni periodici (come gli odierni "congressi") che ne puntualizzano lo stato e ne fissano le linee di sviluppo - i francescani decisero di portare l’annuncio evangelico e la testimonianza della loro vita in tutto il mondo.
Decisione che nasceva dallo spirito profetico ed ecumenico di S.Francesco. "Tutti gli uomini - sintetizzerà il Concilio Vaticano II - sono chiamati a formare il nuovo popolo di Dio". Tutti: cattolici e non cattolici, cristiani e non cristiani, credenti e non credenti (islamici, buddisti, ecc).
Nel Capitolo generale del 1217 il mondo intero venne diviso in "Province" francescane e i frati sciamarono da Assisi verso i quattro punti cardinali.
L’iniziativa ridette vitalità all’impulso missionario della Chiesa che si servì spesso dei francescani. Nei secoli XIV, XV e XVI alcuni Legati mandati dai Papi nelle nazioni dei greco-ortodossi e in quelle più lontane - geograficamente e ideologicamente - degli "infedeli", furono frati minori. Basti ricordare Giovanni del Pian dei Carpini, Odorico da Pordenone, Giovanni da Montecorvino, Giovanni dei Marignolli, che furono nel secolo XIV messaggeri del vangelo e della Chiesa fino all’interno della Russia, fino al Tibet, fino a Pechino.
Una delle ‘Province’ costituite nel Capitolo del 1217 fu la Provincia di Terra Santa, chiamata anche di Siria, di Romania, o, con termine più generico, Ultramarina. Si estendeva a tutte le regioni gravitanti sul bacino sud-orientale dle Mediterraneo, dall’Egitto fino alla Grecia e oltre.
Comprendendo la patria di Cristo, questa Provincia fu considerata la perla delle missioni francescane. S.Francesco vi soggiornò parecchi mesi, fra il 1219 e il 1220. Esemplare fu il contatto che stabilì con quello che era allora l’antagonista ‘storico’ del cristianesimo: l’Islam. Propose in tono umile il mistero di Cristo, soltanto nel quale c’è salvezza. Nello stesso tempo confortò l’insediamento dei suoi frati, che sarebbe durato ben oltre il tormentato periodo crociato.
La Provincia di Terra Santa continuò nei tempi successivi ad essere trattata dalle Autorità dell’Ordine con le attenzioni dovute alla creatura prediletta di S.Francesco. Nel Capitolo generale di Pisa, tenutosi nel 1263 sotto il generalato di S.Bonaventura, si constatò che la grande estensione ostacolava l’organizzazione di un lavoro apostolico e capillare. Per cui la Provincia di Terra Santa venne ristretta a Cipro, Siria, Libano e Palestina: cioè ai territori corrispondenti al dominio crociato.
Come in altre Province religiose, anche la Provincia di Terra Santa era suddivisa in più sottocircoscrizioni chiamate "Custodie", che comprendevano i conventi di una determinata regione. Durante il secolo XIII era formata dai conventi di Acri, Antiochia, Sidone, Tripoli, Tiro, Gerusalemme e Giaffa. L’apostolato dei frati si svolgeva in gran parte, anche se non esclusivamente, entro l’ambiente crociato.
La caduta di S.Giovanni d’Acri in mano musulmana il 18 maggio 1281 segnò pure la fine della primitiva presenza francescana in Terra Santa.
Instaurato di nuovo e definitivamente il dominio islamico in Palestina, i frati minori si rifugiarono a Cipro, sede del Superiore provinciale della Provincia d’Oriente. Da Cipro venne avviata, diretta e gradualmente potenziata la successiva presenza francescana a Gerusalemme e nelle altre zone dei santuari palestinesi. Una bolla di Papa Giovanni XXII (9 agosto 1328) concedeva al Ministro provinciale residente in Cipro facoltà di inviare ogni anno due suoi frati nei luoghi santi.
Da vari indizi storici si rileva la presenza di alcuni francescani al servizio del S.Sepolcro già entro il periodo 1322-1327.
Attorno al 1333 Fra Ruggero Garini riuscì ad ottenere dal Sultano d’Egitto il S.Cenacolo presso il quale fondò, grazie alla generosità della regina Sancia di Napoli, un convento per i suoi confratelli. Contemporaneamente le autorità musulmane riconoscevano ufficialmente la presenza dei francescani, come officianti abituali, nella basilica del S.Sepolcro.
Il definitivo ritorno dei figli di S.Francesco in Terra Santa, in possesso legale di determinati santuari e con il diritto d’uso per altri, si deve alla munificenza di Roberto d’Angiò re di Napoli e della sua consorte, la già ricordata regina Sancia. Dopo laboriose trattative con il sultano d’Egitto condotte tramite il citato Fra Ruggero Garini, i reali acquistarono con denaro sonante il Cenacolo e il diritto di funzionamento del S.Sepolcro. E ottennero che i francescani godessero di tali diritti "in nome e per conto" della Chiesa cattolica. Papa Clemente VI con le bolle "Gratias agimus" e "Nuper carissimae" del 21 novembre 1342, approva l’operato dei Reali di Napoli ed emana disposizioni per il buon funzionamento del nuovo organismo ecclesiastico-religioso.
Le due bolle sono in pratica l’atto costitutivo della nuova Custodia di Terra Santa di cui enunciano il basilare principio giuridico-ecclesiastico. I frati possono provenire da tutte le Province dell’Ordine (internazionalità della Custodia). E una volta al servizio dei Luoghi Santi, sono sotto la giurisdizione del Padre guardiano (=superiore) del convento del Monte Sion in Gerusalemme , dipendente a sua volta dal Ministro provinciale di Terra Santa con sede a Cipro.
Nel 1347 i francescani si insediano definitivamente anche a Betlemme presso la basilica della Natività di Nostro Signore.
I primi Statuti di Terra Santa, che risalgono al 1377, prevedevano non più di venti religiosi al servizio del S.Cenacolo, del S.Sepolcro e di Betlemme. Dovevano assicurare la vita liturgica nei santuari e l’assistenza religiosa ai pellegrini europei.
In questo primo periodo ufficiale della sua storia la Custodia ebbe il sigillo del martirio. Ricordiamo i quattro canonizzati da Paolo VI il 21 giugno 1970: Nicolò Tavelic’ (croato), Stefano da Cuneo (italiano), Deodato da Rodez e Pietro da Narbona (francesi). Appartenevano al convento del Monte Sion in Gerusalemme. Furono uccisi il 14 novembre del 1391.
Nel Capitolo generale di Losanna del 1414 venne riconosciuta la necessità di aumentare il numero dei frati destinati al servizio dei Luoghi Santi.
Nel 1430 fu stabilito che il Padre guardiano del Monte Sion, vale a dire il ‘Custode di Terra Santa’, venisse eletto dal Capitolo generale: si faceva così notare l’importanza dell’ufficio e l’interesse di tutto l’Ordine alla Custodia. Tre secoli dopo l’elezione del Custode venne attribuita al Definitorio generale (cioè al Ministro generale e al suo Consiglio permanente). Nel 1517 la Custodia, pur mantenendo la sua denominazione, acquistò piena autonomia con configurazione di Provincia, caratterizzata sempre però da prerogative del tutto speciali.
In concomitanza al progressivo definirsi della sua figura giuridica, ebbe dalla S.Sede particolari facoltà e autorizzazioni in vista di una più dinamica presenza in Terra Santa, specialmente nell’assistenza spirituale dei pellegrini, e più ancora nell’attività ecumenica. La riconciliazione fra cristiani separati d’Oriente e Chiesa cattolica raggiunta al Concilio di Firenze (1431-43) doveva ben presto rivelarsi effimera. E così per circa due secoli i francescani rapresentarono pressoché l’unica possibilità ‘in loco’ di relazioni dirette e autorizzate del mondo cattolico con le Chiese separate del Vicino e Medio Oriente.
Altra attività, rimasta piuttosto in ombra, è quella, sviluppatasi soprattutto dal secolo XV in poi, dell’assistenza spirituale ai commercianti europei residenti o di passaggio nelle principali città d’Egitto, di Siria e del Libano. Da attività temporanea, specie in occasione dell’avvento e della quaresima, con la seconda metà del ‘500 essa diventò più o meno continuativa, fino ad assumere nel secolo XVII carattere stabile con residenze fisse. I francescani, entrati dapprima come cappellani di consoli di colonie commerciali europee, vi rimasero come apostoli a servizio di tutti. E irradiarono la luce del vangelo attorno alle loro residenze, che un po’ alla volta finirono per configurarsi come vere e proprie parrocchie.
Ma la presenza dei frati in Terra Santa è soprattutto legata ai santuari e alla loro custodia. Tutte le altre attività trassero origine da questo motivo e furono finalizzate a questo servizio di importanza primaria per tutta la Chiesa. Una presenza, che si affermò gradualmente, grazie a successive acquisizioni.
Insieme alle acquisizioni e agli ampliamenti di possesso, però, non mancarono perdite e limitazioni, imposte dai governanti turchi il più delle volte dietro istigazione delle comunità cristiane dissidenti. Basterà ricordare l’espulsione dal S.Sepolcro nel 1551; e le alterne vicende di perdite e di parziali recuperi di diritti nelle basiliche del S.Sepolcro e di Betlemme, vicende che si protrassero per tre secoli, in forma drammatica per tutto il ‘600 e con acute recrudescenze nel ‘700 e nell’ ‘800.
Lungo i secoli i francescani chiesero, direttamente o tramite la S.Sede, protezione alle potenze cattoliche che avevano rapporti diplomatici con i sultani musulmani (nei primi secoli il sultano d’Egitto, poi dal 1517 il sultano di Costantinopoli). Con una bolla del 1623, papa Urbano VIII ribadisce che è dovere di tutti i principi cattolici oltre che dei Sommi Pontefici, proteggere i francescani di Terra Santa perché i giusti titoli del possesso antichissimo dei Luoghi Santi da parte dei frati minori sono titoli di possesso per tutta la Chiesa cattolica e per questo devono interessare tutti i figli della stessa Chiesa.
Naturalmente il rapporto fra la Custodia e l’Occidente cattolico ebbe anche carattere economico. A motivo della sua organizzazione francescana priva di capitali e senza possibilità di proventi nella zona di attività, la Custodia ha sempre avuto necessità di finanziamenti dall’esterno. Lungo i secoli, i papi non cessarono di ricordare a tutta la Chiesa "il dovere di Terra Santa" prescrivendo periodiche raccolte di offerte in tutte le diocesi. Anche l’aiuto economico di alcuni governi europei fu provvidenziale, benché non sempre adeguato alle reali necessità.
Va ricordato comunque che proprio nei secoli difficili che vanno dalla fine del ‘500 a tutto l’ ‘800 i francescani crearono svariate opere religiose, culturali, sociali e assistenziali. Alcune di esse, dati i tempi i luoghi e le circostanze, potrebbero considerarsi opera di pionieri.
Non poche, dal ‘500 all’ ‘800, le variazioni che la figura giuridica della Custodia ebbe nel campo ecclesiastico; variazioni in pratica corrispondenti all’evoluzione della figura giuridica del Padre Custode. Il domenicano P.Felice Fabri, che fu in Terra Santa due volte (1480 e 1483) presenta il P.Custode di Terra Santa con titolo e qualifica di "Provisor" per la Chiesa latina in Oriente, incarico che, come egli dice, il Papa frequentemente gli conferiva.
"Responsabile" della S.Congregazione di Propaganda Fide in quasi tutto il Medio Oriente. È uno dei titoli - che compare la prima volta nel 1628 - dati al Custode di Terra Santa. Altri titoli: "Prefetto delle Missioni" di Egitto, Cipro ecc.; "Commissario Apostolico della Terra Santa e dell’Oriente". Tutti questi titoli e incarichi cessarono con la ricostituzione del Patriarcato Latino di Gerusalemme nel 1847.
I francescani continuano, ancora oggi, la loro missione di "custodia" dei santuari e più genericamente di testimonianza cattolica nei paesi del Medio Oriente. Si tratta di attività potenziate o ristrette, ristrutturate o variate, secondo le esigenze dei tormentati ultimi secoli. Nei decenni anteriori alla prima guerra mondiale, per esempio, sono state sviluppate in maniera cospicua le attività sociali. Negli ultimi cento anni è stato dato notevole impulso all’attività scientifico-culturale nel campo della ricerca biblica e archeologica.

DOPO IL “BUIO” DEL PECCATO, LA “LUCE” DELLA BELLEZZA - RAVASI


DOPO IL “BUIO” DEL PECCATO, LA “LUCE” DELLA BELLEZZA -  RAVASI

Dall’Uomo senza Dio all’Uomo sapiente e felice: proseguono le meditazioni del cardinale Ravasi negli Esercizi Spirituali per la Quaresima davanti al Papa e alla Curia Romana

22 FEBBRAIO 2013

SALVATORE CERNUZIOPAPA & SANTA SEDE
Continua l’itinerario tracciato dal cardinale Gianfranco Ravasi, nelle predicazioni degli Esercizi spirituali per la Quaresima davanti al Papa e alla Curia Romana. Un itinerario finora “negativo”, ha detto il porporato, che dalla “notte della creatura umana”, ovvero il dolore nella sua forma fisica e morale, giunge ad una nuova tappa: il peccato.
Concentrandosi sul peccato come “aberrazione che ci allontana da Dio”, il presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, nella sua XI meditazione, ha rotto il tradizionale binomio proposto da Dostoevskij del “Delitto e Castigo”, evolvendolo, alla luce della “genuina spiritualità biblica”, nel trinomio: “Delitto Castigo Perdono”.
La riflessione inizia “sceneggiando” un pensiero di Pascal, dove un’anima in dialogo con Dio, chiede al Divino Creatore di non illuminarla così in profondità da mostrarle i suoi peccati, perché questo l’avrebbe portata alla disperazione. Ma il Padre eternamente buono risponde: “Non disperare perché i tuoi peccati ti saranno rivelati nel momento stesso in cui tutti saranno perdonati”.
È in questo modo che si introduce “la stretta componente di base del sacramento della riconciliazione” ha detto Ravasi. “I peccati devono apparire in tutta la loro rottura, in tutta la loro forza, negatività e oscurità”; se però – ha aggiunto – si confessano a Dio, Egli “li ripresenta nel momento stesso in cui li perdona”.
Nelle Sacre Scritture, ha poi spiegato il porporato, “il peccato è visto sempre come un atto personale che nasce dalla libertà umana”. È una realtà “che può avere anche risvolti psicologici, ma è, prima di tutto, teologica”. Per questo – ha sottolineato – il Sacramento della Riconciliazione “non potrà mai essere equiparato ad una seduta psicanalitica, perché è assolutamente fondamentale la consapevolezza di Dio che il peccatore ha”.
Il peccato non è altro che “lo smarrimento della strada giusta” ha precisato il cardinale. Convertirsi significa, dunque, “cambiare rotta”, “cambiando mentalità” e “lasciando alle spalle le cose alle quali siamo aggrappati”.
“Nella società non sempre si dà la possibilità di ricominciare – ha poi osservato – alcuni sono ormai bollati. Anche se nella legislazione ci sono tentativi di ricomporre e riproporre ancora alla società uno che ha sbagliato, rimane sempre questa sorta di timbro sulla persona che è stata giudicata peccatrice”.
Questo invece “nella Bibbia non esiste”, ha affermato il Capo Dicastero, ricordando l’immagine proposta da Isaia di un Dio che “getta alle spalle i tuoi peccati, in modo che non li guarda più, quindi non ci sono più. È la cancellazione vera”.
Proseguendo il filone nella riflessione pomeridiana, il cardinale ha approfondito il tema (riproposto anche nei Salmi 14 e 53) de “L’assenza e il nulla”, due mali che portano l’uomo a vivere lontano da Dio e lo conducono “nel mondo dell’ateismo pratico”.
Nonostante un’apparente sinonimia, l’assenza e il nulla sono due termini che indicano significati diversi. Se l’assenza – ha spiegato Ravasi – è la “nostalgia di Dio”, il nulla è invece “il vero male della cultura odierna”.
Esso rappresenta “l’indifferenza, la superficialità, la banalità”, è “una cosa molle che però non ha nessuna nostalgia” e, proprio per questo, molto più pericolosa. “Pastoralmente – ha affermato – noi incontriamo più spesso purtroppo questa seconda forma di ateismo”, ed “è per questo che io continuo a pensare come si può incidere in qualche modo in questa sorta di nebbia, di mucillagine”.
Si unisce poi un termine affine: il silenzio di Dio, un orizzonte oscurato che spesso, anche al credente, è capitato di provare. “Pensiamo anche a noi stessi – ha detto Ravasi – tutte le volte che abbiamo provato, magari attraverso la tiepidezza, attraverso lo scoraggiamento, il silenzio di Dio. Per noi non era del tutto scomparso dall’orizzonte però non Lo sentivamo più”.
A ciò si aggiunge “la società contemporanea” che “ha creato nelle nostre città una folla di solitudini”, ha detto il porporato. Il pensiero è andato, in particolare, ai tanti preti che “vivono questa esperienza”, verso cui Ravasi ha invocato una maggiore attenzione da parte dei vescovi.
Tuttavia la speranza c’è: lo dice il Salmo 22, dove il salmista, dopo aver provato il silenzio di Dio, riesce ad esclamare: “Tu mi hai risposto!”. È la preghiera infatti l’ancora di salvezza, perché “le nostre suppliche non cadono mai nel nulla”. Tanto che – ha ricordato il cardinale – anche un ateo come il drammaturgo Eugene Ionesco, prima di morire scrisse: “Pregare. Non so chi. Spero Gesù Cristo”.Come nel ciclo della natura, alla ‘notte’ succede la ‘luce dell’alba’. Dopo aver parlato del “buio” del peccato e dell’assenza di Dio, il presidente del Dicastero per la Cultura, nella XII meditazione, si è soffermato infatti sulla “luce”, alimentata dal “sapore della felicità”.
Un sapore dato dalla sapienza e dalla bellezza. “Il verbo ‘sápere’ – ha spiegato Ravasi – in latino ha come primo significato avere sapore. Ed è successivo, il significato di sapere. È avere gusto. Per questo motivo, lo stolto si dice anche insipiente e, per certi versi, anche insipido, perché il vero sapiente è colui che dà senso alla vita”.
Questa insipienza si verifica spesso oggi, il più delle volte in una forma scadente di “mera volgarità”. Anche il mondo della comunicazione di massa segue questa scia, ha denunciato il cardinale, “prediligendo spesso, come in questi giorni, la pula al grano, il ‘chiacchiericcio’ alla verità”.
Infine c’è la bellezza che, nelle sue forme più alte, è anch’essa strada per la salvezza. In particolare i Salmi, secondo il porporato, “sono poesia, canto e musica” che seguendo la “via della bellezza”, portano “a pregare e parlare di Dio”. La bellezza però “porta anche inquietudine” – ha concluso Ravasi –  perché “non lascia indifferenti”.  E soprattutto – come disse il cardinale Ratzinger – “la bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l’uomo al suo destino ultimo”.

lunedì 20 giugno 2016

The Valley of Dry Bones - Ezekiel 37: 1 - 14

IL RISVEGLIO


IL RISVEGLIO

E la parola dell'Eterno fu rivolta a Giona, figlio di Amittai, dicendo:
"Lèvati va' a Ninive, la grande città e predica contro di lei, perché la loro malvagità è salita davanti a me".
Ma Giona si levò per fuggire a Tarshish, lontano dalla presenza dell'Eterno. 
Così scese a Giaffa, dove trovò una nave che andava a Tarshish. Pagò il prezzo stabilito e 
s'imbarcò per andare con loro a Tarshish, lontano dalla presenza dell'Eterno.
Ma l'Eterno scatenò un forte vento sul mare e si levò una grande 
tempesta sul mare, sicché la nave minacciava di sfasciarsi.
I marinai spaventati, gridarono ciascuno al proprio dio e gettarono in mare il carico che era sulla nave per alleggerirla. 
Intanto Giona era sceso nelle parti più recondite della nave, si era coricato e dormiva profondamente.
Il capitano gli si avvicinò e gli disse: "Che fai così profondamente addormentato? 
Alzati, invoca il tuo DIO! Forse DIO si darà pensiero di noi e non periremo".

i) È un grido dello Spirito rivolto a ogni peccatore... Ma in questo tempo anche alla Chiesa. È un appello per questo tempo indirizzato a ogni singolo credente. È una necessità impellente per il popolo di Dio, ed è una esigenza improrogabile per la vita della chiesa.
1. – È il desiderio di Dio espresso fin dai tempi più remoti, è e deve essere il desiderio di ogni vero credente che ama il Signore e crede nel Suo imminente ritorno.
2. – È l'incombete pericolo che muove lo Spirito di Dio a gridare nel cuore di ognuno di noi... "Risvegliati!"
"Risvegliati tu che dormi... E Cristo ti inonderà di luce!"
Il tempo stringe; la luce della Parola brilla e illumina chi non vuole più vivere nelle tenebre dell'ignoranza, nell'oscurità del peccato, nella tomba della sonno. Ma qualcuno deve andare e annunciare la Parola. Giona invece preferisce andare in "vacanza". E dorme nella stiva mentre la nave sta per affondare. Il capitano della nave lo chiama, lo scuote e parla con lui: "Che fai qui, dormi? Alzati..."
3. – È Dio che parla: La scrittura dice... non è l'esigenza di un uomo o il bisogno di una organizzazione. È Dio stesso che si rivolge a noi e ci dice "Risvegliati..." Alla chiesa di oggi dice: Sorgi, risplendi, perché la tua luce è giunta, e la gloria dell'Eterno Si è levata su te. Poiché ecco, le tenebre ricoprono la terra e una fitta oscurità avvolge i popoli, ma su di te si leva l'Eterno e la sua gloria appare su di te.

A. - I PERICOLI DEL SONNO
1. - Nonostante chi dorme sia vivo, egli non è sensibile al pericolo che si avvicina... inconsapevole e ignaro di cosa succede attorno a lui.
2. - Egli non sente più le parole pronunciate dai suoi familiari, non vede più nessuna scena, bella o brutta che sia, ed è incosciente della sua condizione o dello stato in cui si trova.
3. È inattivo: non lavora, non produce, non porta nessun frutto.
4. Molte persone muoiono perché dormono. Per un incendio, per incidenti stradali, per un malore...

B. – PUÒ QUALCUNO SVEGLIARE SE STESSO?
1. – Quante volte abbiamo sentito questo commento: "Risvegliati... tu che dormi... siamo noi che dobbiamo svegliarci, non è Dio che manda il risveglio."
2. - Ma come può qualcuno svegliarsi se sta dormendo e forse profondamente immerso nel sonno? Persone dal sonno pesante sanno che per svegliarsi ci vuole una buona "sveglia", o qualcuno che vada vicino al letto e li "chiami" o li "scuota" e non sempre questo qualcuno è "gradito" in quel momento.
3. – A volte il risveglio è necessario perché altrimenti si fa tardi sul lavoro... a scuola... ad un appuntamento. Ma come abbiamo già detto il risveglio a volte è fatale, è questione di vita o di morte. Una mamma può svegliare "dolcemente" il suo bambino per mandarlo a scuola; ma lo sveglierà "bruscamente" se la casa sta bruciando.
4. – Se vedessimo un uomo profondamente addormentato mentre la sua casa sta per crollare cosa faremmo? E come mai alcuni stanno assistendo al crollo della loro stessa casa, del loro matrimonio, con impassibilità? E come mai non sentiamo l'urgenza di "svegliare" i peccatori che sappiamo stanno precipitando nell'abisso? Se non avvertiamo questa urgenza, se non facciamo questo nostro dovere, la risposta può essere una sola: anche noi stiamo dormendo!

C. - LA SVEGLIA
La sveglia di Dio suona ancora stasera per noi: RISVEGLIATI, grida lo Spirito.
La Parola di Dio è la Sua sveglia: "Suona la tromba in Sion, dai l'allarme..." sta dicendo il Signore ai predicatori della Sua parola.
È fastidioso tutto questo... è meglio rimandare, dormire ancora un po'... ancora un po'... c'è ancora tempo... non è poi così tardi, dormire ancora un po'... fino al letargo spirituale, e infine al coma.
Ma anche per chi è in coma c'è possibilità... c'è speranza, si studiano terapie e metodi per far "sentire" la voce dei familiari che vogliono "risvegliare" il paziente da quella triste condizione.... Si cerca in tutti i modi di risvegliarlo perché non è ancora morto. E così Dio, è scritto nella Parola, "non trita la canna rotta e non spegne il lucignolo fumante."
Ma da dove viene tutto questo sonno? Perché in questo tempo è difficile restare svegli? Si può dormire di sonno naturale, ma anche di sonno forzato o imposto. Un sonnifero viene propinato a chi si vuol far dormire... e in questo tempo gli "agenti del nemico", il ladro di ogni tempo, propinano anche ai credenti i loro sonnifero, figuratamente parlando, per intontire le menti dei figli di Dio con bevande "frizzanti" ma drogate.
Ognuno si guardi intorno e lasci che lo Spirito Santo faccia luce negli angoli più nascosti del cuore e della coscienza, affinché possiamo non essere ingannati, e possiamo sventare e smascherare le trame astute di Satana.
Il suo obiettivo in questo tempo è quello di tenere i cristiani storditi e intorpiditi nello spirito, come Giona, nel fondo di quella nave, mentre il mondo sta morendo.

D. - COME OSSA SECCHE
Ezechiele ebbe la visione di un grande risveglio: cap. 37 - "Possono queste ossa rivivere?" Possono essere risvegliati? La ragione umana, condizionata dal pessimismo e dal dubbio dice che ciò è impossibile, ma Dio dice: "Profetizza a queste ossa e di' loro: Ossa secche, ascoltate la parola dell'Eterno. Così dice il Signore, l'Eterno, a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e voi rivivrete."
Il risveglio non è opera dell'uomo, è opera di Dio. È Dio, per mezzo della Sua parola che ci sveglia, che sensibilizza la nostra coscienza, che ci libera dal torpore religioso... RISVEGLIATI. E quel grido ci fa saltare giù dal letto, perché dal tono di voce che Egli usa capiamo che è un ordine perentorio: il pericolo è imminente, Risvegliati, il tempo per lavorare è poco, Risvegliati, il sole è già alto (Isaia 60:1-2) e tu cosa fai ancora dormendo? Come Giona in quella stiva... dormiva profondamente. Il capitano gli si avvicinò e gli disse: "Che fai così profondamente addormentato? Alzati, invoca il tuo DIO!" In parole povere quel capitano è la sveglia per Giona: risvegliati Giona, la nave sta per affondare e se tu dormi affonderai insieme alla nave.
Romani 13:11 E questo tanto più dobbiamo fare, conoscendo il tempo, perché è ormai ora che ci svegliamo dal sonno, poiché la salvezza ci è ora più vicina di quando credemmo.
Risvegliarsi vuol dire prendere di nuovo coscienza e consapevolezza dei propri doveri, delle proprie necessità, di cosa siamo chiamati a fare e a eseguire. Ossa secche: non potevano fare molto, ma quando si risvegliarono, perché lo Spirito entrò di nuovo in loro allora si alzò un grande e poderoso esercito.

E. – IL FRUTTO DEL RISVEGLIO
1. – Guardiamo nella Parola:
a) Per Mosè significò la fine di un tempo di inutilità per passare ad un tempo di grandi avvenimenti guidati da Dio per la liberazione del Suo popolo.
b) Per Giosuè la fine di un pellegrinaggio estenuante in un deserto senza fine per passare alla conquista della terra promessa.
c) Per Gedeone la fine dell'oppressione dei Madianiti.
d) Per il popolo d'Israele sempre fu l'inizio di periodi di vittoria sui nemici e di benedizioni straordinarie.
e) Per il figliuol prodigo la fine delle sue sventure: non più guardiano di porci... e una nuova vita presso il Padre.
f) Per la chiesa primitiva la salvezza di intere moltitudini che trovarono in Cristo il loro Salvatore. E questo straordinario fenomeno si è ripetuto nei secoli, fino ai nostri giorni.
Siamo stanchi di un cristianesimo mediocre e senza frutto? Vogliamo vedere la gloria di Dio manifestata ancora in questi giorni? Risvegliamoci... Isaia 52:1-2 Risvegliati, risvegliati, rivestiti della tua forza, o Sion; indossa le tue splendide vesti, o Gerusalemme, città santa! Poiché non entreranno più in te l'incirconciso, e l'impuro. Scuotiti di dosso la polvere, levati e mettiti a sedere, o Gerusalemme; sciogliti le catene dal collo, o figlia di Sion che sei in cattività!

F. - IL RISVEGLIO CI RIPORTA AI VALORI DELLA CHIESA APOSTOLICA
- Erano perseveranti nell'insegnamento della Parola. La Parola era apprezzata, non giudicata. Oggi alcuni ascoltano la Parola e cercano solo di trovare l'errore, di giudicare il predicatore; è un tempo in cui, troppo spesso l'insegnante si sente alunno e l'alunno si erige a maestro. Tanti maestri... ma purtroppo maestri a se stessi. Verrà il tempo, infatti, in cui non sopporteranno la sana dottrina ma, per prurito di udire, si accumuleranno maestri secondo le loro proprie voglie... Altri sono come quel terreno roccioso... alla fine del culto hanno già dimenticato. Altri ancora sono entusiasti, accettano la Parola con zelo... ma poi durante la settimana le spine soffocano ogni pianticella che il seme della Parola aveva fatto spuntare. Ma il fondamento del risveglio è la Parola.... E riscoprire il valore della Parola di Dio ha sempre determinato risvegli in ogni epoca del nuovo, del vecchio testamento e della storia della chiesa.
– Erano perseveranti nella comunione; si amavano e si cercavano; il mondo riconosceva che erano persone speciali, per l'amore che avevano gli uni per gli altri.
– Erano perseveranti nel rompere il pane... ogni giorno, di casa in casa. Ricordavano la morte del Signore, e questo atto li univa nello Spirito per essere un corpo solo e fare ogni cosa nel pari consentimento.
- Perseveravano nella preghiera: un risveglio è sempre preceduto e seguito da una chiesa che prega tanto. Il segno più evidente del letargo spirituale della chiesa oggi è la mancanza di preghiera. Di quanto poco interesse questo soggetto eserciti sui credenti. Le riunioni di preghiera sono disertate dai più, diventano la cenerentola delle riunioni. Eppure dovremmo sapere che "il nostro combattimento non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori del mondo di tenebre di questa età, contro gli spiriti malvagi nei luoghi celesti." E dovremmo sapere anche che le armi della nostra guerra non sono carnali, ma potenti in Dio a distruggere le fortezze..." e questa battaglia si vince solo per mezzo della preghiera. Questa forza spirituale si ottiene solo nella preghiera. Quando i santi pregano, l'inferno trema, perché sa che il suo regno è in pericolo.

Conclusione:
- Vediamo i segni dei tempi: Gesù sta per tornare: le vicende del mondo ce lo attestano: guerre, rumori di guerre, conseguenze incalcolabili.
- Peccato dilagante e ormai senza più freni o inibizioni di sorta.
- Sette religiose e pseudoreligiose che si dichiarano "risvegliate", avanzano e conquistano i posti più importanti della politica e dell'economia.
- L'Islam si diffonde e si espande minacciosamente.
- Il terrorismo e la minaccia nucleare alimentano le paure e le ansie degli uomini.
- Come chiesa del Signore non possiamo restare inattivi, non possiamo "dormire" ma dobbiamo reagire al grido dello Spirito che ripete ancora: Risvegliati!
- Risvegliati Chiesa del Signore, alzati come un solo uomo e "combatti" per innalzare l'Evangelo di Gesù Cristo, unica speranza per questo mondo disastrato.
Sorelle e Fratelli cari, la nave di questo mondo sta per colare a picco! Non possiamo dire: "Si salvi chi può", "ognuno pensi per se". Gesù disse che chi tenterà di salvare la sua vita la perderà. Ma chi la perderà per il Signore la guadagnerà.
Aiutaci, Signore, a non dormire come Giona: che ci sia un vero risveglio nella nostra comunità e nella nazione. Che ognuno di noi sia coinvolto per portare un frutto eterno alla gloria di Dio, benedetto in eterno.