mercoledì 31 agosto 2016

Saint Anthony Abbot Tempted by a Heap of Gold,

IL PADRE ANTONIO DISSE: "IO NON TEMO PIÙ DIO, LO AMO. PERCHÉ L’AMORE CACCIA IL TIMORE" (1 GV 4, 18).


IL PADRE ANTONIO DISSE: "IO NON TEMO PIÙ DIO, LO AMO. PERCHÉ L’AMORE CACCIA IL TIMORE" (1 GV 4, 18).

Alcuni detti di Sant’Antonio del deserto, per conoscere l’iniziatore del monachesimo copto
di d.Andrea Lonardo

“Io non temo più Dio, lo amo. Perché l’amore scaccia il timore” (1Gv 4, 18). Queste parole appartengono alla collezione dei detti di Sant’Antonio Abate, Sant’Antonio del deserto, nato nel 251 d.C. e morto nel 355 circa. Dopo aver vissuto l’ultima grande persecuzione romana, quella di Diocleziano del 303/4 dopo Cristo, scelse la via del deserto, su di una montagna vicino all’odierna Hurghada, dalla quale si potesse vedere il monte Sinai[1]. Nel deserto non volle estraniarsi dalla vita della Chiesa del suo tempo, ma se ne allontanò per tornare, sia pur solo temporaneamente, in città, ad Alessandria d’Egitto, a difendere la fede nella natura divina di Cristo, durante la controversia ariana.
Così dirà parlando del rovesciamento dei valori:
Verrà un tempo in gli uomini impazziranno, e al vedere uno che non sia pazzo, gli si avventeranno contro dicendo: "Tu sei pazzo!, a motivo della sua dissimiglianza da loro".
Per lui, ogni giovane deve sapere bene quale vita vuole condurre, quali aspetti della vita cristiana vuole privilegiare. Ognuno deve imparare a scegliere:
Colui che batte un blocco di ferro, prima pensa a quel che vuole farne: se una falce, o una spada, o una scure. E anche noi dobbiamo sapere a quale virtù tendiamo, se non vogliamo faticare invano.
Deve però, insieme, avere l’umiltà, originata dalla consapevolezza di ciò che ancora non si sa, senza la quale è impossibile poter crescere desiderando di imparare:
Un giorno alcuni anziani fecero visita al padre Antonio; c’era con loro il padre Giuseppe. Ora l’anziano, per metterli alla prova, propose loro una parola della Scrittura e cominciò dai più giovani a chiederne il significato. Ciascuno si espresse secondo la sua capacità. Ma a ciascuno l’anziano diceva: "Non hai ancora trovato". Da ultimo, chiede al padre Giuseppe: "E tu che dici di questa parola?". Risponde: "Non so". Il padre Antonio allora dice: Il padre Giuseppe sì, che ha trovato la strada, perché ha detto: "Non so".
Dalla tradizione ci sono riferite due sue diverse e complementari risposte alla domanda su quale sia la via della volontà di Dio. Antonio invita a vivere alla presenza di Dio, alla necessità di mettere radici in un luogo preciso, con relazioni costanti, all’importanza di trascurare l’effimero, alla bellezza del saper tacere che accompagna il digiuno dei cibi:
Un tale chiese al padre Antonio: "Che debbo fare per piacere a Dio?". E l’anziano gli rispose: "Fa’ quello che ti comando: dovunque tu vada abbi sempre Dio davanti agli occhi; qualunque cosa tu faccia o dica, basati sulla testimonianza delle Sante Scritture; in qualsiasi luogo abiti, non andartene presto. Osserva questi tre precetti e sarai salvo".
Il padre Pambone chiese al padre Antonio: "Che debbo fare?". L’anziano gli dice: "Non confidare nella tua giustizia, non darti cura di ciò che passa, e sii continente nella lingua e nel ventre".
Senza preghiera nessuno riesce ad essere uomo in profondità e cristiano:
Disse ancora: "Come i pesci muoiono se restano all’asciutto, così i monaci che si attardano fuori della cella, o si trattengono tra i mondani, snervano il vigore dell’unione con Dio. Come dunque il pesce al mare, così noi dobbiamo correre alla cella; perché non accada che attardandoci fuori, dimentichiamo di custodire il di dentro".
Disse ancora: "Chi siede nel deserto per custodire la quiete di Dio è liberato da tre guerre: quella dell’udire, quella del parlare, e quella del vedere: Gliene rimane una sola: quella del cuore".
Un fratello disse al padre Antonio: "Prega per me". L’anziano gli dice: "Non posso io avere pietà di te, e neppure Dio, se non sei tu stesso ad impegnarti nel pregare Dio".
Senza l’amore ai fratelli tutto è perduto. Da questo punto di vista non c’è alcuna differenza fra il monaco che vive nel deserto ed il laico che vive la sua fede in città:
Il padre Antonio, nel deserto, ebbe questa rivelazione: "In città c’è uno che ti somiglia: è di professione medico, dà il superfluo ai bisognosi, e tutto il giorno canta il trisagio (cioè il canto: Santo, santo, santo) con gli angeli".
Disse ancora: "E’ dal prossimo che ci vengono la vita e la morte. Perché se guadagniamo il fratello, è Dio che guadagniamo; e se scandalizziamo il fratello, è contro Cristo che pecchiamo".
I giovani della sua generazione gli appaiono talvolta senza nerbo, senza vigore, senza carattere:
Dei fratelli fecero visita al padre Antonio e gli dissero: "Dicci una parola: come possiamo salvarci?". L’anziano gli dice: "Avete ascoltato la Scrittura? E’ quel che occorre per voi". Ed essi: "Anche da te, padre, vogliamo sentire qualcosa". L’anziano dice loro: "Dice il Vangelo: Se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra". Gli dicono: "Ma di far questo non siamo capaci". L’anziano dice loro: "Se non sapete porgere anche l’altra, tenete almeno ferma la prima". Gli dicono: "Neppure di questo siamo capaci". E l’anziano: "Se neppure di questo siete capaci, non contraccambiate ciò che avete ricevuto". Dicono: "Neppure questo sappiamo fare". Allora l’anziano dice al suo discepolo: "Prepara loro un brodino: sono deboli". E a loro: Se questo non potete e quello non volete, che posso fare per voi? C’è bisogno di preghiere".
Disse ancora: "Dio non permette che contro questa generazione si scatenino guerre come contro le antiche; perché sa che è debole e non ha forza di sopportare".
L’umiltà è, allora, la via della vera ascesi (parola che non vuol dire "salita" – si tratta piuttosto di una discesa – ma "esercizio"):
Il padre Antonio disse: Vidi tutte le reti del Maligno distese sulla terra, e dissi gemendo: "Chi mai potrà scamparne?" E udii una voce che mi disse: "L’umiltà".
Disse il padre Antonio al padre Poemen: "Questa è l’opera grande dell’uomo: gettare su di sé il proprio peccato; e attendersi tentazioni fino all’ultimo respiro".
Antonio è l’iniziatore del monachesimo. Propone con forza a tutti l’importanza di essere accompagnati da un padre spirituale, soprattutto se si vuole essere guida di altri. Se la persona confida troppo in se stessa certo peccherà o diventerà pazzo, pur volendo cercare Dio:
Tre padri avevano costume di andare ogni anno dal beato Antonio; due di loro lo interrogavano sui pensieri e sulla salvezza dell’anima; il terzo invece sempre taceva e non chiedeva nulla. Dopo lungo tempo il padre Antonio gli dice: "E’ tanto ormai che vieni qui e non mi chiedi nulla". Gli rispose: "A me, padre, basta il solo vederti".
Disse ancora: "Obbedienza e continenza ammansiscono le belve".
Disse anche: "Ho visto monaci dopo molte fatiche cadere e uscir di senno perché avevano confidato nella loro opera e trascurato quel precetto che dice: Interroga il padre tuo ed egli te lo annunzierà" (Dt 32, 7).
Disse ancora: "Quando è possibile, il monaco deve affidarsi ai padri riguardo al numero dei passi da fare e delle gocce d’acqua da bere nella sua cella; se in queste cose non vuole cadere".
Come ogni vero santo Antonio ha conosciuto il tempo della tristezza e dell’aridità:
Un giorno il santo padre Antonio, mentre sedeva nel deserto, fu preso da sconforto e da fitta tenebra di pensieri. E diceva a Dio: "O Signore! Io voglio salvarmi, ma i miei pensieri me lo impediscono. Che posso fare nella mia afflizione?" Ora, sporgendosi un po’, Antonio vede un altro come lui, che sta seduto e lavora, poi interrompe il lavoro, si alza in piedi e prega, poi di nuovo si mette seduto a intrecciare corde, e poi ancora si alza e prega. Era un angelo del Signore, mandato per correggere Antonio e dargli forza. E udì l’angelo che diceva: "Fa così e sarai salvo". A udire quelle parole, fu preso da grande gioia e coraggio: così fece e si salvò.
In una terra – quella dell’antico Egitto dei faraoni - che non aveva conosciuto le parole del Signore "Quando muore con sé non porta nulla, né scende con lui la sua gloria" o ancora "Tutto quello che hai messo da parte di chi sarà?" e che, cercando l’immortalità, aveva monumentalizzato le sepolture, Antonio vuole morire senza che nessuno sappia dove verrà sepolto. La nudità della sua morte ci appare simile a quella di Mosè, che lascia le persone da lui stesso liberate dall’Egitto ed abbandona ogni cosa che da quella terra di schiavitù ha salvato, per ridire il suo amore a Dio, prima di morire:
Com’è scritto io prendo la via dei miei padri. Sento di essere chiamato dal Signore. Voi siate giudiziosi, e non perdete il frutto della vostra lunga ascesi secondo la volontà del Signore, ma, come se cominciaste adesso, cercate di custodire con ogni cura il vostro zelo. Conoscete i demoni insidiosi. Avete visto come sono feroci e insieme deboli. Non temeteli dunque, ma respirate sempre Cristo, e credete in lui, e vivete come se doveste morire ogni giorno, osservando voi stessi e ricordatevi le cose che vi ho consigliato. Non abbiate rapporto con gli scismatici… Sapete quanto anch’io li evitassi, giacché essi, insegnando altre cose, combattono Cristo, invece di sostenerlo. Cercate di unirvi sempre prima di tutto al Signore e poi ai santi, affinché dopo la vostra morte vi accolgano nei tabernacoli eterni. Pensate a questo e comprendetelo. E se v’importa di me, non permettete a nessuno di portare il mio corpo in Egitto, affinché forse non venga messo in una casa. Per questo appunto sono salito sul monte, perché sedendo vicino al fiume e rendendo lo spirito presso gli eremiti, io non soffra questo destino. Sapete come io confondessi chi faceva così e raccomandavo loro di abbandonare questa consuetudine. Seppellite dunque il mio corpo e nascondetelo sotto terra; e custodite in voi la mia parola, perché nessuno sappia dov’è il mio corpo e in che luogo è stato messo. Nel giorno della resurrezione dei morti, io lo riceverò incorrotto dal salvatore…per il resto vi dico addio, o figli. Antonio lascia questo mondo, e non sarà più con voi.

Note
[1] Sant’Antonio è ritenuto non solo l’iniziatore del monachesimo copto – potremmo tradurre “copto” più semplicemente con “egiziano”, poiché il termine Coptos è l’evoluzione fonetica del suo equivalente Egyptos, con l’evoluzione del suono “g” in “c” – ma del monachesimo tout court. La Chiesa, appena uscita dalle persecuzioni, scopre immediatamente, con lui e con i monaci suoi contemporanei, la via della preghiera e della ricerca di Dio anacoretica e cenobitica. La Vita di Antonio è il testo scritto dal suo grande contemporaneo il vescovo Atanasio di Alessandria d’Egitto, l’odierna al-Iskandariyyah, grande difensore del dogma della divinità di Gesù dopo il Concilio di Nicea del 325: è questo testo la fonte principale di ciò che sappiamo della vita e dell’insegnamento di Antonio. Rapidamente, in quei decenni, il cristianesimo che già si era profondamente radicato in Egitto, divenne la fede dell’intera popolazione egiziana e la Chiesa copta è oggi quella che ha resistito di più all’islamizzazione iniziata con la conquista araba del Medio Oriente con un numero di cristiani egiziani, gli eredi di Antonio ed Atanasio, che si può quantificare in 6/8 milioni di fedeli. E’ possibile oggi visitare i quartieri copti del Cairo, con il Museo copto della città, recarsi ad Alessandria d’Egitto in pellegrinaggio ai luoghi di San Marco evangelista ed alle rovine delle antiche basiliche di Atanasio, come visitare i monasteri di Wadi Natrun, non lontano da al-Iskandariyyah, o quelli di Sant’Antonio e di San Paolo vicino Hurghada, solo per citare i luoghi più famosi, per rendersi conto dell’importanza della storia della Chiesa egiziana e della sua vitalità, pur in un contesto di non piena libertà.

venerdì 26 agosto 2016

Luca 14,11

28 AGOSTO 2016 | 22A DOMENICA T. ORDINARIO - ANNO C | OMELIA


28 AGOSTO 2016 | 22A DOMENICA T. ORDINARIO - ANNO C | OMELIA

Per cominciare
Gesù è un grande catecheta, un grande maestro di spirito. Sia sistematico che occasionale. Questa volta parte dall'accalcarsi ambizioso dei farisei nello scegliere per sé i primi posti, per parlare della astuzia dell'umile, che è realistica e dà dignità.

La parola di Dio
Siracide 3,17-18.20.28-29. Tra i messaggi di saggezza che contiene il libro del Siracide, c'è questo invito pieno di realismo in ogni tempo: "Quanto più sei grande, tanto più fatti umile". Perché l'uomo saggio che si comporta con mitezza è amato sia da Dio che dagli uomini. 
Ebrei 12,18-19.22-24a. Nell'antica alleanza Dio si è rivelato attraverso fenomeni naturali straordinari e sconvolgenti che incutevano timore. Grazie a Gesù invece, nella nuova alleanza, il rapporto con il mondo di Dio e la salvezza si è fatto diretto e facile. 
Luca 14,1.7-14. Gesù accetta spesso inviti a pranzo. È uno dei segni dell'essersi fatto uomo tra gli uomini. Ma non perde l'occasione, in quel contesto particolarmente favorevole, di lasciare il suo insegnamento profondo e alternativo. Questa volta è invitato da uno dei capi dei farisei e punzecchia gli invitati raccontando una parabola sulle conseguenze dell'arrivismo e dell'ambizione.

Riflettere
Continuano i grandi temi dell'estate, temi impegnativi e controtendenza, soprattutto in tempo di vacanza. Nelle domeniche scorse si è parlato di distacco dall'avidità, di "sequela", anche quando questa si fa dura, di scelta della "porta stretta". 
Anche in questa domenica, dopo aver ascoltato il vangelo, verrebbe da dire "Questo discorso è assurdo, non fa per me". Quelle di Gesù non sono parole per gente normale, che lotta ogni giorno per sopravvivere in una società che tende a emarginare chiunque non sappia imporsi mostrando i muscoli. E poi, come si può chiedere a famiglie normali di invitare a pranzo e a cena poveri, storpi, zoppi e ciechi? 
Riflettiamo sul vangelo. Gesù ogni tanto è invitato a pranzo da qualche fariseo, ma si direbbe che ha con loro sempre il conto aperto. Ogni volta approfitta per lasciare qualche insegnamento speciale: l'amore che ottiene il perdono nel caso della peccatrice, la solidarietà e la carità più importanti del lavarsi le mani, la salute a un ammalato più importante del rispetto del sabato. E come al solito Gesù lo fa da grande maestro di spirito, partendo da una situazione di vita. 
Questa volta è un capo dei farisei che invita Gesù. È sabato e nei cinque versetti che non sono stati proposti nel brano evangelico di questa domenica, Gesù guarisce un idropico davanti al gruppo dei farisei e dei maestri della legge. E provoca: "Se a uno di voi cade nel pozzo un figlio o un bue, voi lo tirate fuori subito, anche se è sabato, non è vero?". 
Gli invitati tacciono e Gesù li osserva mentre fanno a gara a garantirsi i primi posti a tavola. Gesù sa bene che i farisei sono particolarmente attaccabili a proposito di umiltà e vanità. 
Gesù comincia con un insegnamento che sa semplicemente di comportamento socialmente corretto, ma anche astuto: "Se ti metti al primo posto, rischi di sentirti invitare a cederlo a un altro invitato di riguardo. Mettiti invece al fondo e lo sposo potrebbe invitarti a prendere un posto migliore!". 
Gesù conclude: "Ricordate: chi si esalta sarà abbassato e chi si abbassa sarà esaltato", riprendendo in qualche modo un insegnamento biblico tradizionale, presentato anche dal brano del Siracide che abbiamo proclamato oggi. 
Ma la catechesi di Gesù non si ferma qui. E al padrone di casa, che ha invitato a pranzo solo persone ragguardevoli, consiglia di invitare quelle persone scartate dalla società che nessuno invita. In questo modo sarà disinteressato, non si aspetterà la restituzione dell'invito e avrà, conclude Gesù, "la ricompensa dei giusti nel giorno della risurrezione".

Attualizzare
L'umiltà e la mancanza di ambizione sono qualità rare nella nostra società. Sin da quando si è bambini, la parola d'ordine è apparire, contare, vestirsi per farsi notare, uscire dalla massa, non vivere con gli altri, ma al di sopra degli altri, essere i primi in campo e in classe, essere assolutamente speciali. Senza chiedersi se l'essere speciali non possa voler dire proprio essere semplicemente se stessi, senza doversi mettere in competizione con gli altri.
È anche un discorso dell'essere e dell'avere. Perché le qualità personali si acquistato senza denaro, ma solo con un impegno della volontà e una scelta di vita, mentre per apparire devi preoccuparti dei vestiti, della bella macchina, devi farti largo a gomitate nel mondo del lavoro, considerare gli altri degli avversari nella scuola.
Si guarda a volte con sospetto all'umiltà, perché fa pensare a una diminuzione, a uno sforzo per nascondere o non sviluppare le belle qualità che la natura ci ha dato. Ma è falso.
Umiltà è guardasi con verità, giudicarci con l'occhio di Dio, considerare noi e gli altri con realismo. Diceva san Francesco d'Assisi: "Siamo quello che siamo davanti a Dio, e niente di più". 
Solo il cristiano può essere veramente umile, perché sperimenta e riconosce il proprio peccato e il bisogno di essere perdonato.
In realtà il vero peccato è l'orgoglio. San Giovanni Bosco diceva ai suoi giovani: "Il superbo è uno stupido ignorante". 
Quando Gesù parla di umiltà, si riferisce a un modo di vivere, a una nuova moralità. Gesù non propone come modello un mezzo uomo, un timido o un impacciato che si fa sempre da parte. Ma una persona che ha degli ideali, dei programmi di vita, che desidera costruirsi una personalità migliore e non l'affida a cose esteriori appariscenti, per comperare a poco prezzo una superiorità fasulla.
Gesù praticamente ancora una volta propone come esempio se stesso, che "pur essendo di natura divina, umiliò se stesso e prese la condizione di servo" (Fil 2,6-11), presentandosi alla gente del suo tempo come un uomo "mite e umile di cuore" (Mt 11,29). 
Quanto a non invitare gli amici e i famigliari, ma gli "ultimi", questa è sicuramente una cosa difficile da fare. Ma ancora una volta è l'esempio di Gesù che ci deve guidare, lui che non si è negato a nessuno e ha dato la propria preferenza agli ultimi. Come diceva don Giovanni Barra, sacerdote e scrittore, basta aprire la propria agenda (oggi potremmo aggiungere la nostra mailing-list di posta elettronica o i numeri del cellulare) e controllare quali sono i nomi delle persone che frequentiamo, per capire qual è la qualità delle nostre relazioni e dove si indirizzano le nostre preferenze. 

Dal Diario del luterano Dag Hammarskjöld, ex segretario dell'Onu
"Gli "uomini del giorno", i presuntuosi che si pavoneggiano tra noi nella sonante bardatura del loro successo e della loro importanza, questi non possono certamente irritarti. Lascia che godano del loro trionfo, al livello che loro compete".

Valentino Rossi, sulla moto e nella vita 
Qualche tempo fa, Valentino Rossi, al colmo del successo, ha affermato in un'intervista: "Io fuori dalle corse sono uno normale, che frequenta gente che la mattina si sveglia e va a lavorare come tutti gli altri. Quando mi hanno attribuito storie leggere, di quelle storie lì non potevo più vivere. Alla fine era una gran fatica e basta. A me il gossip mi fa vomitare. Che ci posso fare? Per me è davvero così. Quelli dei reality mi fanno ridere. Ma anche provare un po' di tristezza".

Don Umberto DE VANNA sdb

lunedì 22 agosto 2016

Angels wings

LA SALVEZZA IN UNA CIFRA - GIANFRANCO RAVASI


LA SALVEZZA IN UNA CIFRA - GIANFRANCO RAVASI

23 luglio 2012

Anche chi non ha una grande assuefazione coi testi sacri sa che essi sono costellati di numeri che spesso non devono essere computati quantitativamente, ma valutati qualitativamente, cioè come simboli. Così, che la creazione dell’universo sia dalla Genesi distribuita nei sette giorni della settimana, destinata ad avere il suo apice nel sabato liturgico, è legato al fatto che il sette è un segno di pienezza e perfezione, naturalmente coi suoi multipli. In questa luce si comprende perché si scelgano nell’Apocalisse sette chiese, perché Gesù ci ammonisca di perdonare non solo sette volte, ma settanta volte sette, perché l’oro puro sia «raffinato sette volte», come si dice nel Salmo 12,7, perché settanta siano gli anziani del «senato» costituito da Mosè, settanta i discepoli inviati in missione da Gesù, settanta siano gli anni dell’esilio babilonese e settanta settimane d’anni scandiscano l’avvento finale del regno messianico, secondo il libro di Daniele (9, 24).
Ugualmente al tre viene assegnato un valore di pienezza, come appare in modo supremo nella Trinità cristiana, ma come si aveva già in tante altre distinzioni ternarie bibliche: tre erano le parti dell’universo (cielo, terra, inferi), tre le feste principali di Israele (Pasqua, Settimane, Capanne), tre preghiere marcavano la giornata, tre giorni Gesù rimane nella tomba (anche se questo computo è in realtà solo su frazioni giornaliere). Il quattro, evocando i punti cardinali, propone una totalità: ecco perché quattro sono gli esseri viventi misteriosi che stanno accanto a Dio Onnipotente secondo l’Apocalisse, così come i quattro fiumi che scorrono dall’Eden rappresentano tutto il sistema idrografico della terra, mentre Qohelet-Ecclesiaste nel capitolo 3 del suo libro tratteggia l’intera storia in ventotto (7 x 4) «tempi e momenti». 
È dal quattro che fluisce il multiplo quaranta, intrecciato con un altro numero che indica pienezza, il dieci (si pensi al Decalogo): quaranta sono i giorni e le notti del diluvio, gli anni dell’esodo di Israele nel deserto, i giorni delle tentazioni di Gesù, i colpi della fustigazione del condannato e così via elencando. Altrettanto significativo è il dodici che ritroviamo nelle tribù di Israele, nel parallelo degli apostoli di Gesù e nel multiplo 144.000 (12 x 12 x 1000) degli eletti dell’Apocalisse. Altre volte i giochi simbolici si fanno più complessi, come accade nella formula x/x+1: «Tre cose sono troppo ardue per me, anzi quattro, che non comprendo affatto: la via dell’aquila nel cielo, la via del serpente sulla roccia, la via della nave in alto mare, la via dell’uomo verso una giovane donna» (Proverbi 30, 18-19).
Le cose si complicano ulteriormente nel giudaismo successivo, quando appare una particolare numerologia chiamata “gematria”, deformazione della parola “geometria”. Essa cercava di intuire il significato recondito e segreto delle parole basandosi sulla corrispondenza numerica delle lettere. 
Questo esercizio trionferà nella cosiddetta Qabbalah (letteralmente “realtà trasmessa”, “tradizione”), una teoria mistica giudaica fiorita a partire dal XII secolo e che ha lasciato una traccia in vari movimenti esoterici moderni e in forme popolari, anche contemporanee, di taglio spesso cialtronesco e illusorio. Un esempio celebre di “gematria“ cristiana è il famoso 666, il «numero della Bestia», proposto dall’Apocalisse (13, 18), forse il libro biblico più ricco di simbolismi numerici (tra cardinali, ordinali e frazionali in quelle pagine si contano ben 283 cifre!). Si tratta ovviamente di un multiplo di sei, il numero imperfetto per eccellenza, dato che esso rappresenta il sette privato di un’unità e il dodici dimezzato. Siamo, dunque, in presenza di un concentrato di limite e imperfezione il cui valore “gematrico” è stato variamente interpretato. La più comune decifrazione vede in esso la somma dei valori numerici del nome “Nerone Cesare”, trascritto in ebraico come NRWN QSR (N 50 + R 200 + W 6 + N 50 + Q 100 + S 60 + R 200 = 666), il grande persecutore dei cristiani. Alla base di tutta la numerologia biblica rimane, comunque, la convinzione che il Signore – come si legge nel libro della Sapienza che forse evoca una frase di Platone – «ha disposto ogni cosa con misura, calcolo e peso» (11, 20).

1. L’unità Il numero 1 è la cifra della divinità per eccellenza: Dio è unico. «Ascolta, Israele, il Signore è nostro Dio, il Signore è uno» (Dt 6,4) 
3. La totalità Il simbolo della Trinità (Padre, Figlio e Spirito Santo). Ma anche le tre tentazioni che Gesù subisce da parte del diavolo nel deserto e che indicano i principali rischi dell’uomo: potere, ricchezza, fama. 
4. La terra e il cosmo I punti cardinali sono 4. Così, quando la Genesi (2, 10-14) descrive i 4 fiumi che bagnavano i lati dell’Eden, vuol dire che il cosmo nella sua totalità era un paradiso. Prima del peccato di Adamo ed Eva... 
6. L’uomo e le opere Sette meno uno: è il numero che rappresenta la perfezione mancata, ma anche le opere dell’uomo: non per caso «Dio ha creato l’uomo il sesto giorno» (Gn 1,26) 
7. La perfezione Sette è invece il numero che segnala la perfezione delle opere di Dio: la settimana della creazione come «cosa buona» si completa infatti solo col sabato. Anche nel libro di Giosuè le mura di Gerico crollano dopo una processione di 7 giorni.
10. La memoria 10 come le piaghe d’Egitto (Es 7-12), 10 come gli antenati che stanno fra Adamo e Noè e fra Noè e Abramo (Gn 5)... Soprattutto 10 come i comandamenti dati da Dio a Mosè (Es 20,1-17): da ricordare contandoli sulle dita delle mani. 
12. L’elezione È la cifra che sta a significare la scelta del Signore, il numero dell’elezione: le 12 tribù d’Israele, i 12 apostoli… Per estensione, è il numero che designa il popolo di Dio (dell’Antico e del Nuovo Testamento) nella sua totalità. 
40. Il cuore, le generazioni Sono gli anni di una generazione e dunque il tempo necessario per un cambiamento, una conversione radicale. Per questo il Diluvio universale si prolunga 40 giorni e 40 notti (è il passaggio a un’umanità nuova) e gli israeliti soggiornano 40 anni nel deserto.

domenica 21 agosto 2016

Little girl praying

CHE SIGNIFICA «ACCOGLIERE IL REGNO DI DIO COME UN BAMBINO»?


CHE SIGNIFICA «ACCOGLIERE IL REGNO DI DIO COME UN BAMBINO»?

Lettera da Taizé: 2006/2

Un giorno, delle persone conducono da Gesù dei bambini affinché li benedica. I discepoli vi si oppongono. Gesù s’indigna e ingiunge loro di lasciare che i bambini vadano a lui. Poi disse loro: «Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Marco 10,13-16).
È utile ricordarsi che, un po’ prima, è a questi stessi discepoli che Gesù aveva detto: «A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio» (Marco 4,11). A causa del regno di Dio, hanno lasciato tutto per seguire Gesù. Cercano la presenza di Dio, vogliono far parte del suo regno. Ed ecco che Gesù li avverte che respingendo i bambini, stanno giustamente per chiudere davanti a loro la sola porta d’ingresso a quel regno di Dio tanto desiderato!
Ma che significa «accogliere il regno di Dio come un bambino»? In generale si comprende così: «accogliere il regno di Dio come lo accoglie un bambino». Questo risponde ad una parola di Gesù che troviamo in Matteo: «Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Matteo 18,3). Un bambino si fida senza riflettere. Non può vivere senza fidarsi di chi lo circonda. La sua fiducia non ha nulla di una virtù, è una realtà vitale. Per incontrare Dio, ciò che abbiamo di meglio è il nostro cuore di bambino che è spontaneamente aperto, osa domandare con semplicità, vuole essere amato.
Però si può anche comprendere la frase così: «accogliere il regno di Dio come si accoglie un bambino». In effetti, il verbo greco ha in generale il senso concreto d’«accogliere qualcuno», come si può costatare qualche versetto prima dove Gesù parla d’«accogliere un bambino» (Marco 9,37). In questo caso, Gesù paragona all’accoglienza di un bambino l’accoglienza della presenza di Dio. C’è una connivenza segreta tra il regno di Dio e un bambino.
Accogliere un bambino vuol dire accogliere una promessa. Un bambino cresce e si sviluppa. È così che il regno di Dio non è mai sulla terra una realtà completa, ma piuttosto una promessa, una dinamica e una crescita incompiuta. Poi i bambini sono imprevedibili. Nel racconto del Vangelo, essi arrivano quando arrivano, e a quanto sembra non è al buon momento secondo i discepoli. Tuttavia Gesù insiste che, poiché sono lì, bisogna accoglierli. È così che dobbiamo accogliere la presenza di Dio quando si manifesta, che sia il buono o cattivo momento. Bisogna stare al gioco. Accogliere il regno di Dio come si accoglie un bambino significa vegliare e pregare per accoglierlo quando viene, sempre all’improvviso, a tempo e fuori tempo.

Perché Gesù ha mostrato un’attenzione particolare ai bambini?
Un giorno, i dodici apostoli discutono per sapere chi è il più grande (Marco 9,33-37). Gesù, che ha capito le loro riflessioni, dice loro una parola disorientante che sconvolge e scuote le loro categorie: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti».
Alla sua parola Gesù unisce il gesto. Egli va a prendere un bambino. È forse un bambino che trova abbandonato all’angolo di una strada di Cafàrnao? Lo prende, lo «pone in mezzo» a quella riunione di futuri responsabili della Chiesa e dice loro: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me». Gesù s’identifica con il bambino che ha appena abbracciato. Afferma che «uno di questi bambini» lo rappresenta il meglio, a tal punto che accoglierne uno di loro è come accogliere lui stesso, il Cristo.
Poco prima, Gesù aveva detto questa parola enigmatica: «Il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini» (Marco 9,31). «Il figlio dell’uomo» è lui stesso, e allo stesso tempo sono tutti i figli d’uomo, cioè tutti gli esseri umani. La parola di Gesù può essere così compresa: «Gli esseri umani sono consegnati al potere dei loro simili». Durante l’arresto e nei maltrattamenti inflitti a Gesù, si verificherà una volta di più, e in maniera drammatica, che gli uomini fanno ciò che vogliono con i loro simili che sono senza difesa. Che Gesù si riconosca nel bambino che è andato a prendere, non è allora motivo di stupore, poiché, così spesso, anche i bambini sono consegnati senza difesa a coloro che hanno potere su di essi.
Gesù mostra un’attenzione particolare ai bambini perché vuole che i suoi abbiano un’attenzione prioritaria per quanti mancano del necessario. Fino alla fine dei tempi, saranno i suoi rappresentati sulla terra. Quel che si farà a loro, è a lui, il Cristo, che lo si farà (Matteo 25,40). I «più piccoli dei suoi fratelli», quelli che contano poco e che si trattano come si vuole perché non hanno potere né prestigio, sono la via, il passaggio obbligato, per vivere in comunione con lui.
Se Gesù ha posto un bambino in mezzo ai suoi discepoli riuniti, è anche affinché essi accettino d’essere piccoli. Lo spiega loro nell’insegnamento che segue: «Chiunque vi darà un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa» (Marco 9,41). Andando sulle strade per annunciare il regno di Dio, anche gli apostoli saranno «consegnati nelle mani degli uomini». Non sapranno mai prima come saranno accolti. Tuttavia anche per coloro che li accoglieranno con un semplice bicchiere d’acqua fresca, senza prenderli molto seriamente, saranno portatori di una presenza di Dio.


venerdì 19 agosto 2016

The narrow door

OMELIA (21-08-2016) - CUORE, IMPEGNO E BUONA VOLONTÀ


OMELIA (21-08-2016) - CUORE, IMPEGNO E BUONA VOLONTÀ

padre Gian Franco Scarpitta

Che soltanto Israele potesse salvarsi, mentre l'umanità pagana e miscredente era destinata alla dannazione eterna, era comune concezione dell'antico popolo ebraico. Forse per questo lo sconosciuto individuo, che interpella Gesù che cammina verso Gerusalemme, gli pone questo quesito: "Sono pochi quelli che si salvano?" Tradotto in altri termini: "Quanti si salveranno, visto che non tutti sono Israeliti e anche nella stessa nazione non tutti conoscono e applicano la legge di Mosè?" La risposta di Gesù, come sempre, è lungimirante e non verte a soddisfare una semplice curiosità. Piuttosto espone un insegnamento rivoluzionario e per certi versi sovversivo, perché scardina la falsa idea che la salvezza sia destinata a un solo popolo circoscritto e che essa riguardi l'adempimento o meno di prescrizioni appositamente predisposte. Già i testo del profeta Isaia di cui alla Prima Lettura di oggi ci illustra che, nell'imperscrutabile progetto di Dio, la salvezza è destinata ai popoli di ogni nazione, lontani e vicini: "Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. Io porrò in essi un segno e manderò i loro superstiti alle popolazioni di Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros, Tubal e Iavan, alle isole lontane che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunceranno la mia gloria alle genti. "
La volontà esplicita che il Signore esprime attraverso il profeta è quella per cui tutti i popoli della terra, dovunque si trovino, anche nelle isole e nelle zone più disparate e irraggiungibili, vengano raggiunti dal divino messaggio di salvezza, soprattutto le nazioni che non hanno mai udito parlare del Signore: proprio esse, benché lontane e di differente estrazione e cultura, sono destinatarie principali della salvezza. Dio fa anzi una promessa che avrà il suo compimento certo e definitivo nell'incarnazione del suo Figlio Gesù Cristo: in un solo popolo si radunerà l'umanità.
Anche fra i pagani quindi vi sono coloro che si salveranno anche prima degli Israeliti, perché Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità (1Tm 2, 3 - 4). Questo è lo scopo della rivelazione, cui Dio raggiunge l'uomo e questo è il messaggio dello stesso Dio che si è incarnato in Cristo: svelare a tutti gli uomini gli "arcana celorum", i misteri del Regno dei Cieli. Il problema allora non si pone in termini numerici o di quantità matematica, ma in termini di qualità. In un racconto parabolico specifico, Gesù insegnava che tutti sono invitati alla festa di nozze del Regno, chi non indossa l'abito nuziale, simbolo della purità e della perfezione morale, ne verrà espulso, perché tanti sono i chiamati, pochi gli eletti (Mt 20, 1 - 16). Ogni uomo viene messo in condizioni di amare Dio e il prossimo, ma a decidere di farlo o meno dev'essere lui stesso. Ogni uomo viene messo in condizione di esercitare umiltà e altre virtù, ma sta a lui decidere se cimentare la propria volontà in tal senso. Ogni persona umana è messa al corrente da Dio sulle decisione che le conviene intraprendere, ma la scelta spetta unicamente a noi. Siamo liberi di scegliere: amare o non amare? Credere o non credere? Vivere in coerenza e ottemperanza o persistere nel lassismo e nell'abitudinarietà perfida? Come si diceva la settimana scorsa il "tesoro del Regno dei Cieli immune dalla corrusione e dalla ruggine, è una questione di cuore: "dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore" e di conseguenza soltanto nella misura in cui ci si dispone liberamente e con amore a fare la volontà di Dio ci si salva. Solo chi nella deliberazione del cuore sceglie di amare e di servire, di sperare, di credere, di vivere e di progredire ottiene la salvezza e tante volte questo comporta una tappa sacrificata, la coraggiosa scelta dello sforzo nella virtù, l'impegno estenuante della croce nella perseveranza nei buoni propositi. Insomma, comporta che si passi per la porta stretta. Un antro ristretto e rasente solitamente lo si evita, soprattutto quando ce n'è un altro più comodo in alternativa, eppure non è difficile entrarvi e transitarvi. Occorre solamente sforzarsi e adoperare decisione e buona volontà. Passare per la "porta stretta" per quanto impegnativo non è impossibile e ciò che da parte nostra ci viene chiesto è appunto lo "sforzo", non il passaggio. A farci transitare sarà certamente l'aiuto stesso del Signore e la grazia con cui garantisce la sua continua assistenza e vicinanza. Sarà Dio stesso a spianarci il cammino per il passaggio, quello che conta è che ci adoperiamo diligentemente e con serietà d'impegno, evitando l'atteggiamento vile e deplorevole di coloro che fuggono di fronte agli ingressi angusti cercando portali e smisurati ingressi per raggiungere lo stesso obiettivo.
Nel luogo dove, durante l'estate trascorro la mia villeggiatura in famiglia, per raggiungere il mare partendo da casa occorre percorrere un tratto a piedi e per raggiungere la spiaggia tante volte ho percorso una strada vasta e spaziosa, che però mi faceva percorrere quasi mezzo miglio in più per giungere all'arenile. Mi sono accorto in una certa occasione che, in alternativa a questo lungo tragitto vi era, nascosto fra erbacce, canneti e vegetazione spontanea crescita a dismisura, un minutissimo passaggio cosparso di pietre, cocci di vetro abbandonati, spazzatura maleodorante e numerosi ceppi di sterpaglie pruriginose. Imboccando questo passo occorre prestare molta attenzione a non ferirsi e sgomitare fra la vegetazione selvatica, ma si raggiunge il mare quasi immediatamente, senza lunghi percorsi. L'ultima volta che lo imboccavo pensavo che tante volte le scorciatoie della nostra vita sono le più ardue e faticose, ma lo sforzo con cui ci si cimenta ad attraversarle è ripagato molto meglio che non quando si scelgono delle vie di comodo inconcludenti. Come nel caso della porta stretta di cui ci parla la liturgia di oggi: c'è molta più garanzia di successo nella scelta di transito per la porta stretta che non per una via vasta e larga che tante volte può condurre alla perdizione. Sforzarsi di entrare per la porta stretta è proprio di chi fa' una scelta di cuore, cioè di carità e di speranza la quale, per quanto sacrificata e impegnativa, ci conquista sempre il premio della vita e della comunione con Dio. E la salvezza definitiva

sabato 13 agosto 2016

Church of Dormition of Theothokos, Albania

DORMIZIONE DELLA MADRE DI DIO. IL SEPOLCRO DIVENTA SCALA VERSO IL CIELO


ELEOUSA magazine Aprile '16

DORMIZIONE DELLA SANTISSIMA MADRE DI DIO. IL SEPOLCRO DIVENTA SCALA VERSO IL CIELO

Nella nostra tradizione Ortodossa di solito stiamo molto attenti a distinguere tra la “Dormizione” della Madre di Dio e la sua “Assunzione” in cielo. La prima la sentiamo propriamente ortodossa, mentre la seconda ci appare come una designazione puramente occidentale, derivata da una “malcomprensione” cattolico romana del significato di questa festa, celebrata il 15 (28) agosto. 
È vero che sia negli scritti spirituali cattolici che nelle icone occidentali contemporanee si possono trovare alcune interpretazioni davvero molto fuorvianti della morte di Maria e della sua esaltazione: una tendenza, ad esempio, a esaltare la Vergine Santa ad un livello di “divinità” che di fatto cancella la distinzione fondamentale e assoluta tra vita umana e divina. I teologi ortodossi insistono sul fatto che la “deificazione” (theosis) conosciuta dalla Madre di Dio in nessun modo comporta una trasformazione ontologica del suo essere creato dall’umanità alla divinità. Lei è stata e rimarrà sempre una creatura umana: la più alta tra tutti coloro che portano l’immagine di Dio, ma sempre una creatura umana, la cui gloria appare nella sua umiltà, nel suo semplice desiderio di “lasciare che sia” secondo la volontà divina. 
Le icone ortodosse tradizionali della sua “dormizione”, quindi, si concentrano soprattutto sulla sua morte e sepoltura. I discepoli, “riuniti da tutte le estremità della terra”, la circondano in un atteggiamento di dolore e di lamento. Dietro la bara su cui lei è deposta si erge suo Figlio glorificato, che stringe tra le braccia un bambino vestito di radianti vesti bianche, l’immagine dell’anima di sua Madre. Questo è un tema di inversione. Su ogni iconostasi ortodossa vi si trova una sacra immagine della Madre di Dio, che tiene in braccio il suo bambino appena nato, il Dio-Uomo che “si è fatto carne” per salvare e santificare un mondo caduto, peccaminoso, frantumato. Qui, nell’icona della Dormizione, il Figlio abbraccia e offre a questo mondo la sua santa Madre, come lei ha fatto con Lui al momento della sua nascita. Al suo addormentarsi riceve la sua anima, la sua vita, per esaltare ciò in Se stesso e con Se stesso, per la gloria, la bellezza e la gioia della vita eterna. 
In molte icone ortodosse, tuttavia, questa immagine principale è completata da un’altra: la raffigurazione della Madre di Dio che ascende al cielo, accompagnata da una schiera di angeli. Troviamo questo duplice motivo soprattutto in icone post-bizantine come la koimesis (Dormizione) del monastero Koutloumousiou del Monte Athos, datata intorno al 1657. Vladimir Lossky rileva altre rappresentazioni simili nel suo commento sulla Dormizione (Il significato delle icone, Boston, 1969, p. 215). Dovremmo concludere che questo duplice tema, che rappresenta sia la Dormizione che l’Assunzione della Madre di Dio, è semplicemente il risultato dell’influenza Occidentale? 
Infatti, sia che la definiamo “Assunzione” o “Ascensione” della Madre di Dio, questa immagine è complementare a quella della koimesis in un modo che è in perfetto accordo con la teologia ortodossa. Proprio come Cristo è morto ed è stato deposto nel sepolcro, per risorgere ed essere esaltato in cielo, così la sua santa Madre “si addormenta”, ed è risuscitata dal suo Figlio ed esaltata con Lui in cielo. Con la sua Risurrezione ed Ascensione, Egli offre i mezzi con cui la “Madre della Vita”, insieme a tutti quelli che dimorano in Lui, possono essere risuscitati dalla morte ed elevati alla vita trascendente. 
Se comprendiamo la “Assunzione” della Madre di Dio alla luce dell’Ascensione del suo divin Figlio, allora possiamo apprezzare la duplice rappresentazione della Dormizione e Ascensione che si trova in molte delle nostre icone ortodosse. La Santa Madre di Dio, la Theotókos o “portatrice di Dio”, è la primizia del compimento escatologico che porterà a termine tutta l’opera creativa e salvifica di Dio. Lei è la nave in cui la Seconda Persona della Santissima Trinità “si è fatta carne” ed è diventata (un) uomo, per dare la salvezza al genere umano. Il suo grembo, “più vasto del cielo”, ha contenuto il Dio incontenibile. Ha tratto la sua esistenza umana da lei, e lei lo ha accompagnato con amore e preghiera per tutto il tempo del Suo ministero terreno, fino ai piedi della Croce. Ha condiviso la sua sofferenza fino in fondo, portando la sua crocifissione e morte nelle profondità della sua anima. Di conseguenza, è l’immagine perfetta della Chiesa, la comunione eterna di tutti coloro che vivono e muoiono in Cristo. 
Essi, come lei, verranno elevati in Lui ed esaltati nella gloria stessa in cui ha elevato e trasformato la loro natura umana decaduta. È quindi una precorritrice della loro salvezza, un’ immagine profetica della vita glorificata che attende tutti coloro che portano Cristo nelle profondità del loro essere interiore, come lei lo ha portato nelle profondità del suo grembo. 
Eppure è più di questo. Lei non è solo un modello del comune destino del popolo cristiano. Si accompagna anche ad ogni passo del loro cammino, offrendo loro - offrendoci - la sua preghiera incessante e l’amore. Nella sua dormizione e nella sua esaltazione al cielo, lei “non ha abbandonato il mondo”, ma rimane, come gli inni liturgici della festa proclamano, la Madre della Vita, che è “costante nella preghiera” e “nostra ferma speranza”, “che con le sue preghiere” salva le nostre anime dalla morte!” 1. 
Del resto, basti pensare alla storia dell’icona della Santa Dormizione, che è alla base della costruzione della cattedrale della Dormizione alle Grotte di Kiev, e all’origine miracolosa dell’icona della Madre di Dio delle Grotte di Kiev per avere conferma di quanto detto sinora. 
L’icona della Santa Dormizione fu portata a Kiev nel 1073 da quattro artisti greci, ai quali la Madre di Dio apparve nella chiesa delle Blacherne a Costantinopoli dicendo loro: “Voglio costruire una chiesa in Russia, a Kiev” e al tempo stesso diede l’icona e l’oro per la costruzione del tempio, nonché le reliquie di sette martiri da mettere nelle fondamenta della chiesa. 
I quattro artisti greci, in obbedianza alla volontà della Madre di Dio, si recarono a Kiev, la “madre delle città russe” e si presentarono ai monaci Antonio e Teodosio del monastero delle Grotte, riferendo loro quanto richiesto dalla Santissima Madre di Dio. 
Nel 1085, mentre la cattedrale della Dormizione veniva decorata, apparve sulla parete dell’altare, tra lo stupore dei due pittori, l’immagine della Madre di Dio seduta in trono con il Divino Bambino in braccio e i monaci Antonio e Teodosio inginocchiati al suo cospetto. Da allora, prese il nome di icona della Madre di Dio delle Grotte. 
La sacra icona della Dormizione che la Madre di Dio aveva dato ai quattro artisti greci a Costantinopoli venne collocata sulle porte regali del santuario. 
Nel 1941, dopo l’esplosione della Cattedrale da parte delle truppe tedesche, si persero le tracce di questa icona. Al momento attuale una copia dell’antica immagine si trova nella chiesa della Santa Croce del monastero delle Grotte, collocata sulle porte regali. 
Secondo il filosofo russo Evgenij Trubeckoj “l’uomo sulla terra è chiamato ad essere collaboratore nella costruzione della casa di Dio e da questo scopo deve servire tutta la cultura umana, la scienza e l’arte, addirittura l’attività sociale”. 
La cultura così acquisisce due sue funzioni importanti, teurgica ed iconica (P. Evdokimov), diventa cioè un segno, un simbolo di ciò che proviene dall’altra dimensione, e quindi ritrova le sue origini liturgiche, la sua genesi cultuale. 
La realtà infatti si esplica sempre su due piani collegati dal simbolo l’uno materiale, l’altro invisibile, l’uno complesso e transeunte, l’altro semplice, perfetto e perdurante. Tale è la costituzione del cosmos e dell’esperienza umana in ciò che ha di più autentico e veridico. Per questo Pavel Florenskij rifiutò sempre sia l’ideologismo che l’economismo e chiamò cultura vera quella che è cosciente della propria genealogia celtica o cultuale, e sostenne che la lingua universale dell’umanità è numerica e geometrica in quanto la sola a consentire “il passaggio dalla confusione delle apparenze alle idee indefettibili e invisibili”. 

“... Pensiero espresso è già menzogna... Fonte: tu ad essa bevi e taci” (Fëdor Tjutcev). 
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1 Testo del Rev. John Breck, Dormizione o Assunzione? Tradotto per Tradizione Cristiana da E. M. agosto 2011


venerdì 12 agosto 2016

Luca 12,49-53,

OMELIA (14-08-2016) - LA VERITÀ E IL "FUOCO"


OMELIA (14-08-2016) - LA VERITÀ E IL "FUOCO"

padre Gian Franco Scarpitta

Avevo lasciato il seminario da alcuni mesi e mi trovavo in un'altra comunità religiosa della mia Provincia, dove attendevo come prossima l'ordinazione diaconale e al sacerdozio. In una circostanza mi trovai a frequentare un corso di pastorale sul Sacramento della Riconciliazione, dove in pratica si illustravano ai futuri sacerdoti le direttive sul comportamento da adottare con i penitenti durante il ministero della Confessione. Durante una conversazione a tavola, riferivo ai confratelli che, secondo quanto avevano raccomandato i relatori, il confessore non deve essere eccessivamente indulgente con i seminaristi che, avviati agli studi teologici, dimostrino tendenze o lacune preoccupanti dal punto di vista sessuale. Si può concedere loro l'assoluzione solo se promettono di lasciare quanto prima il seminario e di non aspirare più al sacerdozio e/o alla vita religiosa. E' superfluo spiegare la motivazione di una simile direttiva.
Improvvisamente un giovane che si trovava nella nostra comunità per un periodo di verifica vocazionale come aspirante religioso, balzò dalla sedia, mi apostrofò e mi aggredì con grida e imprecazioni, esattamente come se gli avessi rivolto accuse o parole vituperanti. Non si trovava assolutamente in quel discorso e per darmene dimostrazione si accaniva con me che vi avevo partecipato. Capii il motivo di questa sua reazione insolita circa due mesi dopo, quando questo giovane venne espulso dalla nostra comunità. Non aveva i requisiti necessari per proseguire verso la vita religiosa, lo si era in un certo qual modo smascherato e io in quella circostanza, pur senza accorgermene, gli avevo detto chiaramente la verità, collocandolo di fronte a se stesso. Perché la verità molte volte e amara, non sempre accettabile in se stessa e molte volte si preferisce che altri non ce la riferiscano. Anche quando conosciamo ciò che di noi stessi corrisponde al vero quanto ai nostri lati negativi, preferiamo tante volte non considerarli, tante altre volte anche giustificarli e puntare solo sui nostri pregi e sulle qualità. In una sua canzone Luigi Tenco diceva: "Vorrei essere una persona per vedere me stesso come mi vedono gli altri... La mia paura è che al vedere me come sono potrei rimanere deluso." Ci sono tanti difetti di cui siamo consapevoli e che preferiamo ignorare. Quando invece sarebbe più giusto accettare noi stessi anche nei limiti e nelle imperfezioni, onde potervi possibilmente porre rimedio. In altissima percentuale siamo soliti, in Italia, consultare gli oroscopi nell'illusione che ci rivelino il nostro prossimo futuro, ma quando gli "astri" ci preannunciano eventi negativi o difficoltà insormontabili immediatamente dubitiamo della loro attendibilità, ricorrendo ad altri oroscopi "migliori", perché ci annuncino ciò che noi desideriamo e questo segna quanto a volte l'uomo sia ridicolo e contraddittorio. La verità è piacevole solo quando ci annuncia ciò che a noi interessa o ciò che è di giovamento. Non è più "verità" quando invece ci lascia presagire cose nefaste, difficoltà o sacrifici.
Nella prima Lettura il profeta Michea di Imla viene consultato dal re d'Israele e dal re Giosafat su una decisione da prendere in fatto di guerra: espugnare la città di Ramot o rinunciarvi? Il profeta è già guardato con pregiudizio, perché è solito predire delle sventure e sa benissimo che se dovesse riferire quanto avverrà davvero, otterrà quantomeno la riprovazione dei due monarchi. Quindi profetizza il falso per non deludere i due interlocutori e solo dopo una breve insistenza predice ciò che realmente il Signore comunica loro per suo mezzo: la sconfitta nella battaglia contro Ramot di Galaad. Al re non va a genio che Michea predica "qualcosa di avverso" e alla fine questi viene imprigionato. Annunciare la verità in nome di Dio gli costa così molto caro(1 Re 22, 14 - 28), e non è l'unico annunciatore della Parola che nella Bibbia è costretto a subire una simile sorte. Anche Geremia, profeta sincero e compito, che non può fare a meno di annunciare la verità sulla Parola di Dio, viene disprezzato e gettato nella cisterna (Ger 38, 4 - 6).
Che dire poi di Gesù, Figlio di Dio, che è venuto a rendere testimonianza alla verità e a prometterci lo Spirito che ci guiderà alla verità tutta intera, per renderci liberi? (Gv 19, 37 - 38; 8, 27)? Incontrerà le opposizioni di quanti lo decifreranno un impostore e un bestemmiatore, come quando nella sinagoga di Nazareth proclamerà, una volta letto il libro del profeta Isaia, che "oggi si è adempiuta questa parola che avete sentito con i vostri orecchi". Sarà sempre oggetto di esecrazione e di brutale persecuzione a motivo della sua parola e del suo messaggio e otterrà anche il distacco e la fuga dei suoi astanti nell'occasione del discorso sul "pane vivo disceso dal cielo", perché proferirà un linguaggio duro e incomprensibile (Gv 6). Quanti gli muoveranno avversione misconosceranno perfino l'evidenza dei miracoli con i quali si proclama Figlio di Dio, come nel caso del cieco nato alla piscina di Siloe. Adesso però Luca ci illustra l'inverosimile quanto alla figura e al messaggio di Gesù, perché ci ravvisa che, oltre ad essere egli stesso vittima di odio e di persecuzione, sarà anche causa di dissidi e di scontri, anche bellicosi. Nel "suo nome anche all'interno di ogni singola famiglia e in ogni società si fomenteranno scontri e divisioni perché fra quanti lo accolgono come Salvatore e Messia e quanti come tale non lo accolgono vi sono inevitabili divergenze. Le ripercussioni di questi scontri nel nome di Gesù sono state purtroppo all'origine di ingiustificati e obbrobriosi conflitti fra cristiani e mussulmani nelle guerre di religione e nelle crociate, e ancora oggi sono alla base di scontri fra cattolici e protestanti. Il messaggio di Gesù e la sua figura comportano inevitabili divisioni e aberranti conflittualità che il Signore in verità vorrebbe evitare, ma che pur tuttavia si mostrano ineluttabili. Del resto il vecchio Simeone lo aveva previsto, al momento della comparsa di Gesù bambino nel tempio: "sarà segno di contraddizione"E questo sempre a motivo del fatto che il prezzo della verità è troppo elevato, soprattutto per chi ama crogiolarsi nel comodismo che la menzogna assicura.
Gli esegeti tuttavia sono molto più ottimisti in merito alla sconsolante affermazione di Gesù. Nelle parole "Madre contro figlia e figlia contro madre, padre contro figlio e figlio contro padre", peraltro proferite anche da Michea, non ci si riferisce agli scontri familiari, ma alla lotta dirompente fra il vecchio e il nuovo: Gesù annuncia la conflittualità che il suo messaggio e la sua Parola stanno per apportare nel passaggio fra quanto appartiene alla vecchia sfera e quanto dovrà concernere la vita rinnovata. L'uomo, in ogni situazione ambientale dovrà lottare parecchio per fuggire l'uomo vecchio intriso di vizi, passionalità e ambizioni e assumere connotati nuovi, ma questo comporterà combattimenti spirituali ad oltranza.
In tutta questa prospettiva Gesù ci offre comunque un valido supporto perché in ogni caso sappiamo accettare umilmente la verità, aderirvi e lasciarci da essa condurre: egli parla di un "fuoco"che lui è venuto a portare sulla terra e che brama che sia acceso al più presto, unitamente a un "battesimo" che egli dovrà ricevere. E' risaputo che il battesimo riguarderà la sua morte e la sua risurrezione, tappe necessarie perché il Figlio di Dio realizzi il piano di redenzione e di salvezza dell'umanità e pertanto urgenti dal suo punto di vista: egli attende con ansia di poter adempiere il progetto divino di salvezza nella morte e nella resurrezione. Ma proprio queste due tappe determineranno per tutti il "fuoco" purificatore, che nell'Antico Testamento viene identificato con la parola di Dio, ma che dopo la vittoria sulla morte riguarderà lo Spirito Santo. Sarà questo "fuoco", lo Spirito, a suscitare in noi la verità e ad inculcare nei nostri animi l'amore per tutto ciò che non è falso e irrisorio. Lo Spirito stesso ci condurrà alla verità e tuttora suggerisce che essa sia la vera prospettiva di vita e di sussistenza. Se pertanto accogliere la verità è sacrificato, in forza dello Spirito che scaturisce dal sacrificio del Cristo, non sarà difficile che noi vi entriamo e vi perseveriamo.

giovedì 11 agosto 2016

The Assumption of the Virgin by Bergognone

LA SANTA VERGINE MARIA NEL CULTO E NELLA VITA DELLA CHIESA ORTODOSSA


 LA SANTA VERGINE MARIA NEL CULTO E NELLA VITA DELLA CHIESA ORTODOSSA

Breve esposizione confrontata con alcune corrispondenti convinzioni del Cristianesimo Occidentale 

La Santa Vergine Maria ha nella Chiesa Ortodossa un’attenzione particolare. Essa è venerata come Madre di Dio secondo la carne ed esistono molte con le quali l’Ortodossia chiede la composizioni poetiche sua intercessione presso Dio. Un esempio è l’Inno Akathistos alla Madre di Dio scritto [probabilmente] da San Romano il Melode. In questa composizione innografica Romano il che non ha eguali nel Cristianesimo, si trovano riflessi in forma precisa ed esaustiva i sentimenti e la dottrina della Chiesa Ortodossa sulla Theotokos (= la Genitrice di Dio). Un’altra composizione poetica Deìpara o particolarmente significativa è il Canone paracletico del quale esiste una forma sintetica e una estesa. Tale Canone viene celebrato ogni giorno lungo i quindici giorni che precedono la Dormizione della Theotokos (15 agosto).
La Chiesa Ortodossa preferisce chiamare Theotokos Colei che ha partorito Gesù Cristo. Definirla in termini più confidenziali, come talora alcuni fanno nella Chiesa Romano-Cattolica (“Maria” senz’alcun altro termine aggiuntivo) crea, nel credente ortodosso, la sensazione di trovarsi davanti ad un’espressione banale e secolarizzata.
Nonostante il grande rispetto e l’alta considerazione che l’Ortodossia Le attribuisce, la Theotokos non è assolutamente considerata una “super donna”. La sua natura non è per nulla differente da quella umana poiché Essa è dono dell’umanità a Dio in cambio del Dio che in Lei si è donato all’uomo.
Per i teologi ortodossi la Deìpara non è “superiore” o “diversa” dagli uomini ma è “luminosa”, ossia, “deificata”.
La Theotokos è l’unica creatura appartenente all’umanità che si unisce strettamente a Dio dopo la caduta di Adamo portando in grembo “Quanto i Cieli non possono contenere”, come afferma la Liturgia. Per questo la Chiesa Ortodossa La definisce con titoli di particolare onore e, a differenza di altri santi, Le rivolge la richiesta di salvezza: “Tuttasanta Genitrice di Dio salvaci!”. Con quest’affermazione non si attribuisce alla Tuttasanta il potere di salvare ma d’intercedere particolarmente verso Cristo, dal momento che ha un’intima comunione con Lui. La Theotokos è l’umanità deificata, rappresenta una pienezza di disponibilità verso Dio alla quale tutti i cristiani devono tendere. La sua obbedienza viene rinnovata in ogni persona che abbandona l’uomo vecchio con le sue abitudini e si riveste di Cristo (Gal 3, 27). Di Lei, lungo la storia del Cristianesimo, sono state tracciate molte immagini e discorsi edificanti. Tuttavia non sempre si è stati attenti a non cadere in evidenti esagerazioni. Così si è finiti per affermare due realtà opposte con le quali la Vergine Maria o viene declassata a “donna qualunque”, (come suggerirebbe l’utilizzo confidenziale del solo appellativo “Maria”), o viene esaltata come una semidea (ogni attributo di Cristo ha un suo corrispondente attributo nella Santa Vergine).
Il Cattolicesimo, oggi come ieri, tende ad attribuire alla Theotokos dei concetti sconosciuti alla Tradizione della Cristianità indivisa perché tende a fare gravitare il cristianesimo in concetti astratti. È per questo che pensa di poter pervenire ad una comprensione più profonda della Rivelazione divina. Questa mentalità si riflette inevitabilmente anche nelle cosiddette “devozioni a Maria”. Naturalmente tutto ciò suggerisce che la Rivelazione di Dio non si è data interamente il giorno di Pentecoste o che, in quel giorno, gli Apostoli non l’abbiano potuta “approfondire” bene, nonostante agisse in loro direttamente il Sigillo del Santo Spirito!
L’Ortodossia, invece, mantenendo l’antica prassi, pensa che sin dall’inizio tutto fosse chiaro e dato in totale pienezza. Tale pienezza deve essere scoperta purificandosi asceticamente e vissuta incarnandola, non intellettualizzandola! I concetti e i ragionamenti sono utili solo nel caso in cui si debba confutare un insegnamento errato che, in luogo di condurre all’incontro ineffabile con Dio, porta all’illusione o al narcisistico sentimentalismo religioso.
Le barocche immaginazioni e i romantici sentimenti sono molto pericolosi nell’ascesi e nella vita spirituale al punto che sono severamente condannati in quella raccolta di scritti spirituali denominata Filocalia. Ne consegue che l’atteggiamento del cristiano orientale verso la Theotokos è naturale, non artefatto o sdolcinato. Alla preghiera non vengono mai sovrapposte meditazioni o immaginazioni (come nel caso dei Misteri del Rosario) dal momento che l’unica attenzione da porre è alle parole che vengono scandite dalle labbra.
Contrariamente alla prevalente convinzione patristica, il Cristianesimo occidentale, da un certo periodo storico in poi, ha pensato di poter “approfondire” intellettualmente la Rivelazione e di poter far evolvere il suo pensiero e la sua conoscenza come fa la scienza. Così ogni affermazione potrebbe essere riformulata con maggiore profondità ed esattezza dopo ogni ulteriore approfondimento.
 Questa prospettiva si è applicata in un certo senso anche al Dogma dell’Immacolata Concezione, dal momento che quest’ultimo è scaturito direttamente dalla considerazione agostiniana del Peccato originale.
Sant’Agostino sosteneva che l’umanità eredita la colpa del peccato originale, e che tale colpa viene eliminata dal battesimo. L’Ortodossia con tutta la tradizione cristiana (ad eccezione di quella franco-agostiniana) ha sempre ritenuto che l’umanità non eredita una colpa ma le conseguenze della colpa stessa. Il presupposto della colpa ereditata ha posto la Cristianità occidentale agostiniana davanti ad una questione: “Come può la Madre di Dio avere questa colpa e incarnare il Salvatore?”. Tale dilemma se lo ponevano, ad esempio, all’Università di Parigi nel XIV secolo e, in quell’epoca, c’era chi negava l’idea d’una concezione “immacolata”. La risposta non tardò a venire e si basava su concetti agostiniani: la Deìpara sarebbe nata senza questa colpa in previsione dell’incarnazione e così “sarebbe stata predestinata” dalla nascita ad essere Madre del Salvatore.
Le apparizioni di Lourdes, nelle quali una veggente incontrava una “Donna vestita di bianco”, l’“Immacolata concezione”, sembrano quasi voler confermare una definizione che, in pieno XIX secolo, non pareva ancora totalmente assimilata.
A differenza di questa definizione nella quale si riscontra anche una certa mentalità giuridica, l’Ortodossia ha una concezione antropologica totalmente diversa. L’umanità di tutti i tempi, essendo della stirpe di Adamo, subisce le conseguenze del peccato originale. La maggiore di tali conseguenze è la morte. Da questa situazione viene strappata quando si unisce con il battesimo nella morte e risurrezione di Cristo e, quindi, si rende coerede e compartecipe d’una futura vita che si pregusta già in questo mondo. Tale vita futura non conosce il germe della corruzione.
L’Ortodossia confessa, dunque, che la Theotokos è nata da un vero rapporto tra i progenitori di Dio Gioachino ed Anna. Essa è naturalmente stirpe di Adamo anche se il suo seme, come afferma San Gregorio Palamas, è stato “purificato”. La purificazione non significa diversificazione rispetto all’umanità. L’affermazione cattolica dell’Immacolata concezione, crea un grosso problema all’Ortodossia poiché tale concetto è posto in un quadro di comprensione agostiniano. L’Ortodossia non nega che la nascita della Santa Vergine sia stata miracolosa, visto che è provenuta da persone d’una certa età. Aggiunge pure che il suo seme è stato purificato. Ma non può condividere l’idea che l’umanità prima della Theotokos vivesse separata da Dio, dal momento che lungo tutto l’Antico Testamento si riscontrano una serie di uomini giusti, santi e profeti. Nella Scrittura si giunge addirittura ad affermare che Elia non è morto!
Per Agostino, e soprattutto per l’agostinismo, l’uomo è un “imputato” davanti a Dio e, come tale, non può fare nulla per essere assolto. Prima di Cristo l’uomo viveva nettamente separato da Dio. Per i Padri, invece, l’uomo non è mai stato un imputato ma ha patito le conseguenze delle sue scelte. Questo fatto non ha impedito ai giusti d’essere uniti a Dio. Così, lungo la linea genealogica della Theotokos, i Padri trovano tutta una serie di giusti che, in qualche modo, ne preparano l’avvento. La Deìpara non gode del privilegio d’essere unita a Dio per essere stata immacolata concezione, cioè senza peccato originale, mentre tutti gli altri uomini continuavano (e continuano!) a nascere con tale macchia senza meritarsela. Essa non ha ereditato una colpa come nessuno, in verità, la eredita. Essa ha ricevuto un corpo che, come quello di tutti, era soggetto al limite della stanchezza, del declino, della fame e del dolore. La Santa Vergine aveva ereditato, in ciò, una creazione indebolita dalla conseguenza della disobbedienza adamitica. A differenza della maggioranza degli altri uomini, si manteneva aderente ai comandi di Dio e “li meditava nel suo cuore”. Questo fatto unito alla particolare benedizione di Dio sul suo seme e all’evento catartico (= purificatore) dell’incarnazione del Verbo di Dio in Lei La esalta come “Immacolata”. Attraverso questi concetti si vede come i Padri, pur chiamando qualche volta la Theotokos con il termine di “Immacolata”, termine che ogni tanto ricorre pure nella Liturgia orientale, la considerino in maniera abbastanza diversa rispetto alla prospettiva giuridica franco-latina.
Tutti i giusti dell’Antico Testamento e la Theotokos stessa, che ne è il vertice, sono prototipo dell’umanità ascetica. Nella Deìpara non c’è peccato perché l’unione con Dio l’ha totalmente purificata rendendola modello per gli asceti. E’ in questi termini che viene descritta da vari autori patristici.
Nella considerazione della vita della Theotokos, l’Ortodossia ha una visione completamente cristocentrica, non “mariocentrica” come alcune recenti devozioni occidentali che mettono in rilievo l’esperienza del parto di Maria quale “prassi” d’unione con Dio.
Secondo queste devozioni, il cristiano deve fare crescere Cristo in sé per poi partorirlo come ha fatto la Deìpara. Quest’espressione presa come si presenta, coltiva solo pericolosi “dolci sentimentalismi”. Nella prospettiva patristica, si indicano modi concreti di vivere il cristianesimo, non immagini sentimentali! Così, l’uomo non deve pensare di poter “costruire” Cristo vicino a sé o dentro di sé (come in un utero), dal momento che può solo cercare di unirsi a Lui sul modello dell’obbedienza a Dio da parte della Santa Vergine. Solo in questo caso l’unione, come dice l’Apostolo Paolo, è profonda: “Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me” (Gal 2, 20). Essa non avviene attraverso fantastiche pie ed edulcorate aspirazioni ma attraverso la quotidiana lotta dell’ascesi, nella pratica dei comandamenti, nella costante preghiera e nella prassi sacramentale della Chiesa.
 Il dogma dell’Assunzione della Deìpara prima della morte è una logica conseguenza del dogma dell’Immacolata concezione. La morte è entrata nella creazione e nell’uomo a causa del peccato originale. La Theotokos è nata priva di peccato originale e quindi l’Occidente è tentato a credere che fosse priva della possibilità di morire. Dopo aver eseguito il suo compito sulla terra la Tuttasanta è stata rapita in cielo con il corpo. Pio XII, nella bolla con la quale proclamava il dogma dell’Assunzione, non affermava esplicitamente che la Santissima Vergine non sarebbe morta ma molti, al suo tempo, erano propensi a pensarlo e in quest’atmosfera fu redatta la bolla stessa. La Curia romana desiderava che le facoltà teologiche sottoscrivessero compatte una petizione per la dogmatizzazione dell’assunzione corporea di Maria in cielo ma ciò non avvenne. Dal punto di vista scientifico l’opposizione più netta alla possibilità d’una tale definizione venne da parte del patrologo di Würzburg, Berthold Altaner. Per una tale visione, secondo Altaner, non esiste alcun fondamento né nella Bibbia né nella tradizione. Nei primi cinque secoli del cristianesimo non si trova traccia di questa dottrina. Solo uno scritto apocrifo del sesto secolo il Transitus Mariae inizia a far circolare quest’idea. Tale scritto è però privo di qualsiasi valore storico. Altre fonti storiche, secondo Altaner, non esistono. Nonostante tali gravi obiezioni, la costituzione Munificentissimus Deus parla di “fede unanime della Chiesa fin dai primissimi tempi” e di prove tratte dalla Scrittura, dai Padri e dai teologi.
Tale costituzione evita prudenzialmente di affermare che la Tuttasanta sia morta ma non lo nega neppure; evita il problema lasciando ad ognuno la libertà di pensare come meglio ritiene.
Questa è la posizione cattolica difesa dal Magistero papale e alla quale i cattolici sono tenuti ad aderire, nonostante tutto. Esponiamo ora quella Ortodossa.
A parte l’esistenza della tomba di Maria, si sà che la devozione della sua morte è antichissima. Nella Scrittura è scritto che tutti gli uomini passeranno attraverso la morte. Cristo stesso non l’ha evitata anche se non ha potuto essere trattenuto da essa ed è risuscitato dai morti tracciando la Via che dalla terra porta al Cielo, dal buio alla luce, dalla Morte alla Vita. La morte non è più la realtà definitiva perché è stata distrutta. “Cristo è risorto dai morti diventando primizia dei defunti”, afferma il Crisostomo.
Così come Cristo, la Theotokos è morta ed è risorta. Se si leggono i testi liturgici della Dormizione e le splendide omelie dei Padri per questa festa (particolarmente quella di San Giovanni Damasceno) la morte e la risurrezione della Vergine appaiono come una grande celebrazione pasquale del Cristo risorto che dà vita all’umanità intera. La Vergine è perciò la prima fra i redenti.
Papa Giovanni Paolo II ha cercato di accorciare la distanza tra queste due posizioni affermando che la Vergine è morta per condividere l’amara sorte del Figlio. Quest’affermazione presuppone una certa “revisione” se non delle basi del dogma dell’Assunzione almeno della mentalità ad esso soggiacente. Comunque è lecito porsi una domanda: tale revisione va nel tradizionale senso antico dove si conservano certi equilibri o cerca di forzare le espressioni per fare un’ulteriore non richiesta equivalenza-parallelo tra Cristo e la Theotokos (affermando che esiste una Corredentrice perché c’è un Redentore)?
Nell’Ortodossia non è mai stato dogmatizzato questo punto. Perché si formuli un dogma è indispensabile che ci sia un’eresia e quindi la negazione d’una verità. Il dogma ha tutto il suo senso solo in questa situazione. Nella Liturgia la Chiesa Ortodossa celebra la Dormizione di Maria con un’allusione alla sua assunzione al terzo giorno dalla morte. È per questo che nell’icona della Dormizione di Maria gli apostoli circondano il suo corpo defunto che viene portato in processione. Dietro a tutti sta Cristo con in braccio una bambina in vesti bianche.
L’uso russo per questa festa prevede un epitafio (= un drappo sul quale è ricamata l’icona della S. Vergine dormiente) per Maria, simile a quello usato per il Cristo defunto nella Settimana Santa. Tale epitafio si colloca in mezzo al tempio. Dopo tre giorni, al Vespro, si celebra il “Funerale della Theotokos”. L’epitafio viene portato in processione e, dopo avergli fatto fare tre giri attorno al tempio, viene innalzato sotto la porta d’ingresso in modo da fare passare tutti i fedeli sotto di esso. Infine viene ricollocato nel luogo in cui era stato precedentemente disposto e, in tale posizione, innalzato verso il cielo. Attraverso questo gesto si indica esplicitamente l’assunzione e tutti sanno che la Vergine Maria è stata assunta con il corpo quale primizia dell’umanità. Non serve nulla di più.
Molti dei titoli alla Santa Vergine che hanno marcato la devozione occidentale sono totalmente sconosciuti all’Oriente cristiano. In ciò l’Ortodossia ha lasciato la Theotokos in quell’ombra di discrezione nella quale i Vangeli la collocano. Non c’è quindi il bisogno di parlare di un Cuore Immacolato di Maria, come succede nelle apparizioni di Fatima (Cuore che fa pandant al Sacro Cuore di Gesù), di Maria Corredentrice, come succede nelle apparizioni di Amsterdam (corredenzione che fa pandant a quella di Cristo) e della richiesta di molti vescovi americani di proclamare il dogma di Maria “consustanziale a Dio”: Figlia del Padre, Madre del Figlio, Sposa del Santo Spirito.
Non caratterizza l’Ortodossia neppure quella devozione mariana con la quale i fedeli cercano il sensazionale, i messaggi strani e segreti (Medjugorje), le rivelazioni terroristiche d’una Santa Vergine che trattiene a stento il braccio vendicatore di un Figlio divino antropomorficamente adirato contro l’umanità!
Tutto ciò esce dall’equilibrata prospettiva evangelica e patristica e non è né importante né essenziale.
La Theotokos è sempre stata conosciuta dal popolo di Dio attraverso le discrete testimonianze evangeliche. Per l’Ortodossia è prudente conoscerLa com’essa è sempre stata conosciuta dalla Tradizione del Cristianesimo indiviso senza pretendere di diventarLe più intimi di coloro che ne condividevano la vita.