venerdì 30 settembre 2016

immagine da un sito per domenica XXVII del T.O:

2 OTTOBRE 2016 | 27A DOMENICA T. ORDINARIO - ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO


2 OTTOBRE 2016 | 27A DOMENICA T. ORDINARIO - ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

"Se aveste fede quanto un granellino di senapa..."
Il tema fondamentale delle letture bibliche di questa Domenica è quello della "fede". Ad essa fa esplicito riferimento la prima lettura con la notissima sentenza: "Il giusto vivrà per la sua fede" (Ab 2,4). Il Vangelo poi riporta addirittura una preghiera degli Apostoli a Gesù, espressa in termini accorati: "Aumenta la nostra fede" (Lc 17,5). Anche la seconda lettura, con l'esortazione dell'apostolo Paolo al discepolo Timoteo a "custodire il buon deposito con l'aiuto dello Spirito Santo che abita in noi" (2 Tm 1,14), si muove praticamente tutta nell'ambito della fede: una fede, però, che è tale solo nella misura in cui ci libera dalle nostre paure o dalle nostre sicurezze, per "affidarci" esclusivamente a Dio e al suo disegno di amore sopra di noi.

"Il giusto vivrà per la sua fede"
Nella prima lettura il profeta Abacuc, più o meno contemporaneo di Geremia (VI secolo a.C.), ardisce quasi mettere sotto accusa Dio perché non interviene a ristabilire la giustizia fra gli uomini: "Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: "Violenza!" e non soccorri? Perché mi fai vedere l'iniquità e resti spettatore dell'oppressione? Ho davanti rapina e violenza, e ci sono liti e si muovono contese" (1,2-3).
Il quadro qui descritto potrebbe di per sé riferirsi ai disordini e allo squilibrio di una società in declino per motivi di logoramento interiore, qual era certamente il regno di Giuda poco prima della sua rovina finale con la distruzione di Gerusalemme (587 a.C.); a motivo però dei riferimenti specifici dei vv. 5-17 dello stesso capitolo esso pare aver di mira l'effettiva oppressione dei Caldei che, sotto la guida di Nabucodonosor, distruggeranno la nazione e deporteranno in Babilonia gli scampati alla strage. Sono essi che compiono "violenza", "rapina", "oppressione" nel paese.
Dio li aveva scelti come strumento per castigare il suo popolo, ma saranno a loro volta castigati per non aver capito che la loro "forza" non veniva da loro stessi, ma da Dio: "Egli (cioè il popolo dei Caldei) è feroce e terribile, da lui esce il suo diritto e la sua grandezza" (1,7). Sono diventati così adoratori della loro stessa forza (Cf 1,12-17)!
Al lamento del Profeta Iddio risponde con un oracolo solenne, in cui esorta ad aver fiducia. Anche se può sembrare che egli "ritardi", certamente verrà in aiuto a chi ha avuto fiducia in lui: "Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette, perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà! Ecco, soccombe colui che non ha l'animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede" (2,2-4).
Dio dunque si fa garante della salvezza di chi, nella situazione drammatica descritta dal Profeta, avrà continuato ad avere "fiducia" in lui; mentre invece preannuncia la rovina di chi "non ha l'animo retto", cioè di colui il quale, forse perché sopraffatto dalle difficoltà del momento, non ha avuto il coraggio di affidarsi completamente in Dio, oppure si è lasciato egli stesso trascinare dalla marea montante dell'ingiustizia e dell'iniquità.
C'è qualcuno che vede nel "giusto" gli Ebrei, e in "colui che non ha l'animo retto" i Caldei. Personalmente, credo che la discriminazione passi all'interno dello stesso popolo d'Israele, oppresso dai Babilonesi: fra di loro ci sono di quelli che, nonostante tutto, credono che Dio possa ancora salvarli e quelli che ormai si abbandonano alla fatalità degli eventi. Per questo sono già dei perduti!
E risaputo che su questo famoso testo di Abacuc ("il giusto vivrà per la sua fede"), riletto secondo la traduzione dei Settanta, S. Paolo ha elaborato tutta la sua grandiosa teologia della "giustificazione" per mezzo della fede. 
A noi però interessa in questo momento, senza entrare in dettagli esegetici, far vedere come la "fede" abbia veramente forza di dar "vita" al credente: qui nel contesto si parla di vita "fisica" e di vita "spirituale" nello stesso tempo. Di vita fisica, nel senso che si promette la sopravvivenza dalle violenze dei Caldei a coloro che sarebbero stati fedeli a Dio e alla sua promessa proprio in quella situazione disperata; di vita spirituale, nel senso che solo attraverso la fiducia più totale in Dio e nella sua Parola essi avrebbero avuto la forza di vincere la tentazione dell'infedeltà e dell'abbandono di Jahvèh.
La fede, dunque, crea una "compattezza" tale nel cuore del credente da renderlo imprendibile da parte di tutte le aggressioni della malvagità, della violenza e perfino alle seduzioni del comodo, dell'opportunistico, di quello che si vede e si tocca con mano. Nel caso della fede, invece, tutto è rimandato al di là dei confini della nostra esperienza immediata. Perciò il testo insiste sull'attesa, sulla fiducia: "È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà" (2,3).
Tutto il problema è di dar credito alla Parola: se l'uomo è capace di "scommettersi" con Dio (Pascal). Altrimenti, è sicuro che egli "soccomberà" spiritualmente, moralmente e anche fisicamente.

"Aumenta la nostra fede!"
In questo sfondo si colloca molto bene il racconto evangelico, che continua la narrazione lucana e sembra sia da collegare con i precedenti ammaestramenti circa l'uso delle ricchezze: "Non potete servire a Dio e a mammona" (Lc 16,13).
Davanti a questo distacco così radicale dalla ricchezza e davanti alle esigenze del regno gli Apostoli si sono forse sentiti come scoraggiati, e perciò rivolgono al Signore la preghiera: "Aumenta la nostra fede!". La risposta di Gesù è immediata e, come al solito, sconcertante: "Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e piantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe" (Lc 17,5-6).
Ho detto che la risposta di Gesù è piuttosto sconcertante: essa, infatti, più che un'accettazione della preghiera sembra un rimprovero! Gli Apostoli avevano chiesto di "aumentare" la loro fede, pensando così di averne in qualche misura: Gesù risponde che non ne hanno neppure quanto "un granellino di senapa", che è il più piccolo di tutti i semi (cf Mc 4,31), grande appena quanto una capocchia di spillo. Infatti, se ne avessero quanto "un granello di senapa", avrebbero la forza di far sradicare una pianta di gelso e trapiantarla nel mare. È risaputo che il gelso palestinese ha radici molto profonde e non è sradicabile né da venti né da tempeste: perciò Gesù ha preso un'immagine molto realistica per i suoi ascoltatori.
Allora, che cosa vuol dire Gesù con la sua risposta? Pur apprezzando la richiesta degli Apostoli, egli intende dire che la fede è una realtà non misurabile quantitativamente: al limite, si potrebbe solo dire che essa c'è, o non c'è!
Ma se c'è, ha una forza e un dinamismo prodigiosi, fino a sradicare o a "trasportare le montagne", come afferma Matteo (17,20). È la "qualità" e la integralità della fede che conta: il granello di senapa vale non per la sua mole, ma per l'intensa vitalità che porta dentro e che lo fa crescere in maniera addirittura sproporzionata in rapporto alla piccolezza del seme. Perciò, sembra dire Gesù ai suoi Apostoli: "Guardate se avete davvero la fede; se l'avete, opererete anche prodigi".
Oltre questo, l'immagine adoperata da Gesù sembra suggerire un'altra idea: la fede è una realtà "intima", che non ha nulla di appariscente, non compie gesti spettacolari, non ambisce a particolari riconoscimenti, vive e si inserisce nella quotidianità più ordinaria: però ha in sé la forza di rendere "straordinario" tutto ciò che fa nella semplicità e nell'umiltà, cercando di attuare la volontà di Dio in tutto ciò che compie. In questo senso direi che la fede compie "miracoli" tutti i giorni e tutti i momenti, e non soltanto in certe situazioni di particolare importanza che, del resto, nella vita del cristiano non mancheranno mai.

"Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare"
La parabola dell'agricoltore, che Gesù aggiunge subito dopo, illustra il senso vero della fede e dimostra come non sia cosa facile possederla, come forse ritenevano gli Apostoli, per i quali l'unico problema era quello di "crescere" in essa: "Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare" (vv. 7-10).
L'immagine è piuttosto urtante e quasi offende la nostra sensibilità moderna; ma Gesù la prende dalla vita sociale del tempo, quando non vigevano contratti di lavoro che fissassero limiti di orario o riconoscessero lo straordinario! L'operaio, più che un dipendente, era uno schiavo alla totale mercé del suo padrone, che aveva diritto di esigere da lui qualsiasi prestazione e in qualsiasi momento.
Gesù non dà alcuna valutazione morale su tali abitudini sociali; solo se ne serve per farne delle applicazioni al mondo dello Spirito nella rinnovata realtà del "regno" di Dio, da lui introdotto fra gli uomini.
Orbene, nel regno di Dio, che è totale "gratuità" e dono di amore, non ci sono registri di benemerenze e orari di servizio, né limiti di prestazioni o diritti acquisiti: l'uomo non può "vantarsi" di nulla davanti a Dio, proprio perché siamo nel regno della pura gratuità. Quando tutto sembra finito, bisogna ricominciare da capo, senza esigere un premio speciale di "produzione"! "Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare" (v. 19).
La "inutilità" del nostro servizio risulta oltre tutto, se vogliamo essere realistici, dal fatto che, nonostante tutto, il regno di Dio non sembra progredire troppo fra gli uomini: abbiamo davvero "fatto tutto quanto dovevamo fare" (v. 19)? Ma se questo fosse anche vero, rimane che già la stessa "capacità" di fare qualcosa per il regno è pura "grazia" di Dio: "Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto?" (1 Cor 4,7).
L'uomo, dunque, deve abbandonarsi alla pura gratuità del regno, mettendosi lui stesso in atteggiamento di gratuità. Questa è la vera fede che Gesù domanda ai suoi e che neppure gli Apostoli possedevano, anche se stranamente gli chiedono di "aumentargliela". Difatti, anch'essi più tardi, per bocca di Pietro, rivolgeranno a Gesù questa domanda: "Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?" (Mt 19,27). Una "fede", dunque, legata ancora al calcolo!
La parabola del servo, se per un verso smantella ogni pretesa di diritto davanti a Dio, la quale cambierebbe i nostri rapporti di amore con lui in rapporti di giustizia, dove saremmo eternamente perdenti, per un altro verso dimostra che la fede deve essere "operosa": pur senza pretendere nulla, deve impegnarsi a fare tutto il possibile, e più del possibile.
Una ragione in più, questa, che induce anche noi a pregare con gli Apostoli: "Aumenta la nostra fede!", nel senso però più realistico, che abbiamo sopra veduto, di richiesta cioè del "dono" della fede semplicemente, quella che ci fa muovere i primi passi verso il Signore. La "crescita" verrà in un secondo tempo!

Settimio CIPRIANI  (+)

giovedì 29 settembre 2016

The three Archangels

CAPPELLA PAPALE PER L’ORDINAZIONE EPISCOPALE DI SEI ECC.MI PRESULI E SANTI ARCANGELI


CAPPELLA PAPALE PER L’ORDINAZIONE EPISCOPALE DI SEI ECC.MI PRESULI E SANTI ARCANGELI

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Sabato, 29 settembre 2007

Cari fratelli e sorelle,

siamo raccolti intorno all’altare del Signore per una circostanza solenne e lieta ad un tempo: l’Ordinazione episcopale di sei nuovi Vescovi, chiamati a svolgere mansioni diverse a servizio dell’unica Chiesa di Cristo. Essi sono Mons. Mieczyslaw Mokrzycki, Mons. Francesco Brugnaro, Mons. Gianfranco Ravasi, Mons. Tommaso Caputo, Mons. Sergio Pagano, Mons. Vincenzo Di Mauro. A tutti rivolgo il mio saluto cordiale con un fraterno abbraccio. Un saluto particolare va a Mons. Mokrzycki che, insieme a all’attuale Cardinale Stanislaw Dziwisz, per molti anni ha servito come segretario il Santo Padre Giovanni Paolo II e poi, dopo la mia elezione a Successore di Pietro, ha fatto anche a me da segretario con grande umiltà, competenza e dedizione. Con lui saluto l’amico di Papa Giovanni Paolo II, il Cardinale Marian Jaworski, a cui Mons. Mokrzycki recherà il proprio aiuto come Coadiutore. Saluto inoltre i Vescovi latini dell’Ucraina, che sono qui a Roma per la loro visita "ad limina Apostolorum". Il mio pensiero va anche ai Vescovi greco-cattolici, alcuni dei quali ho incontrato lunedì scorso, e la Chiesa ortodossa dell’Ucraina. A tutti auguro le benedizioni del Cielo per le loro fatiche miranti a mantenere operante nella loro Terra e a trasmettere alle future generazioni la forza risanatrice e corroborante del Vangelo di Cristo.

Celebriamo questa Ordinazione episcopale nella festa dei tre Arcangeli che nella Scrittura sono menzionati per nome: Michele, Gabriele e Raffaele. Questo ci richiama alla mente che nell’antica Chiesa – già nell’Apocalisse – i Vescovi venivano qualificati "angeli" della loro Chiesa, esprimendo in questo modo un’intima corrispondenza tra il ministero del Vescovo e la missione dell’Angelo. A partire dal compito dell’Angelo si può comprendere il servizio del Vescovo. Ma che cosa è un Angelo? La Sacra Scrittura e la tradizione della Chiesa ci lasciano scorgere due aspetti. Da una parte, l’Angelo è una creatura che sta davanti a Dio, orientata con l’intero suo essere verso Dio. Tutti e tre i nomi degli Arcangeli finiscono con la parola "El", che significa "Dio". Dio è iscritto nei loro nomi, nella loro natura. La loro vera natura è l’esistenza in vista di Lui e per Lui. Proprio così si spiega anche il secondo aspetto che caratterizza gli Angeli: essi sono messaggeri di Dio. Portano Dio agli uomini, aprono il cielo e così aprono la terra. Proprio perché sono presso Dio, possono essere anche molto vicini all’uomo. Dio, infatti, è più intimo a ciascuno di noi di quanto non lo siamo noi stessi. Gli Angeli parlano all’uomo di ciò che costituisce il suo vero essere, di ciò che nella sua vita tanto spesso è coperto e sepolto. Essi lo chiamano a rientrare in se stesso, toccandolo da parte di Dio. In questo senso anche noi esseri umani dovremmo sempre di nuovo diventare angeli gli uni per gli altri – angeli che ci distolgono da vie sbagliate e ci orientano sempre di nuovo verso Dio. Se la Chiesa antica chiama i Vescovi "angeli" della loro Chiesa, intende dire proprio questo: i Vescovi stessi devono essere uomini di Dio, devono vivere orientati verso Dio. "Multum orat pro populo" – "Prega molto per il popolo", dice il Breviario della Chiesa a proposito dei santi Vescovi. Il Vescovo deve essere un orante, uno che intercede per gli uomini presso Dio. Più lo fa, più comprende anche le persone che gli sono affidate e può diventare per loro un angelo – un messaggero di Dio, che le aiuta a trovare la loro vera natura, se stesse, e a vivere l’idea che Dio ha di loro.
Tutto ciò diventa ancora più chiaro se ora guardiamo le figure dei tre Arcangeli la cui festa la Chiesa celebra oggi. C’è innanzitutto Michele. Lo incontriamo nella Sacra Scrittura soprattutto nel Libro di Daniele, nella Lettera dell’Apostolo san Giuda Taddeo e nell’Apocalisse. Di questo Arcangelo si rendono evidenti in questi testi due funzioni. Egli difende la causa dell’unicità di Dio contro la presunzione del drago, del "serpente antico", come dice Giovanni. È il continuo tentativo del serpente di far credere agli uomini che Dio deve scomparire, affinché essi possano diventare grandi; che Dio ci ostacola nella nostra libertà e che perciò noi dobbiamo sbarazzarci di Lui. Ma il drago non accusa solo Dio. L’Apocalisse lo chiama anche "l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusa davanti a Dio giorno e notte" (12, 10). Chi accantona Dio, non rende grande l’uomo, ma gli toglie la sua dignità. Allora l’uomo diventa un prodotto mal riuscito dell’evoluzione. Chi accusa Dio, accusa anche l’uomo. La fede in Dio difende l’uomo in tutte le sue debolezze ed insufficienze: il fulgore di Dio risplende su ogni singolo. È compito del Vescovo, in quanto uomo di Dio, di far spazio a Dio nel mondo contro le negazioni e di difendere così la grandezza dell’uomo. E che cosa si potrebbe dire e pensare di più grande sull’uomo del fatto che Dio stesso si è fatto uomo? L’altra funzione di Michele, secondo la Scrittura, è quella di protettore del Popolo di Dio (cfr Dn 10, 21; 12, 1). Cari amici, siate veramente "angeli custodi" delle Chiese che vi saranno affidate! Aiutate il Popolo di Dio, che dovete precedere nel suo pellegrinaggio, a trovare la gioia nella fede e ad imparare il discernimento degli spiriti: ad accogliere il bene e rifiutare il male, a rimanere e diventare sempre di più, in virtù della speranza della fede, persone che amano in comunione col Dio-Amore.
Incontriamo l’Arcangelo Gabriele soprattutto nel prezioso racconto dell’annuncio a Maria dell’incarnazione di Dio, come ce lo riferisce san Luca (1, 26 – 38). Gabriele è il messaggero dell’incarnazione di Dio. Egli bussa alla porta di Maria e, per suo tramite, Dio stesso chiede a Maria il suo "sì" alla proposta di diventare la Madre del Redentore: di dare la sua carne umana al Verbo eterno di Dio, al Figlio di Dio. Ripetutamente il Signore bussa alle porte del cuore umano. Nell’Apocalisse dice all’"angelo" della Chiesa di Laodicea e, attraverso di lui, agli uomini di tutti i tempi: "Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (3, 20). Il Signore sta alla porta – alla porta del mondo e alla porta di ogni singolo cuore. Egli bussa per essere fatto entrare: l’incarnazione di Dio, il suo farsi carne deve continuare sino alla fine dei tempi. Tutti devono essere riuniti in Cristo in un solo corpo: questo ci dicono i grandi inni su Cristo nella Lettera agli Efesini e in quella ai Colossesi. Cristo bussa. Anche oggi Egli ha bisogno di persone che, per così dire, gli mettono a disposizione la propria carne, che gli donano la materia del mondo e della loro vita, servendo così all’unificazione tra Dio e il mondo, alla riconciliazione dell’universo. Cari amici, è vostro compito bussare in nome di Cristo ai cuori degli uomini. Entrando voi stessi in unione con Cristo, potrete anche assumere la funzione di Gabriele: portare la chiamata di Cristo agli uomini.
San Raffaele ci viene presentato soprattutto nel Libro di Tobia come l’Angelo a cui è affidata la mansione di guarire. Quando Gesù invia i suoi discepoli in missione, al compito dell’annuncio del Vangelo vien sempre collegato anche quello di guarire. Il buon Samaritano, accogliendo e guarendo la persona ferita giacente al margine della strada, diventa senza parole un testimone dell’amore di Dio. Quest’uomo ferito, bisognoso di essere guarito, siamo tutti noi. Annunciare il Vangelo, significa già di per sé guarire, perché l’uomo necessita soprattutto della verità e dell’amore. Dell’Arcangelo Raffaele si riferiscono nel Libro di Tobia due compiti emblematici di guarigione. Egli guarisce la comunione disturbata tra uomo e donna. Guarisce il loro amore. Scaccia i demoni che, sempre di nuovo, stracciano e distruggono il loro amore. Purifica l’atmosfera tra i due e dona loro la capacità di accogliersi a vicenda per sempre. Nel racconto di Tobia questa guarigione viene riferita con immagini leggendarie. Nel Nuovo Testamento, l’ordine del matrimonio, stabilito nella creazione e minacciato in modo molteplice dal peccato, viene guarito dal fatto che Cristo lo accoglie nel suo amore redentore. Egli fa del matrimonio un sacramento: il suo amore, salito per noi sulla croce, è la forza risanatrice che, in tutte le confusioni, dona la capacità della riconciliazione, purifica l’atmosfera e guarisce le ferite. Al sacerdote è affidato il compito di condurre gli uomini sempre di nuovo incontro alla forza riconciliatrice dell’amore di Cristo. Deve essere "l’angelo" risanatore che li aiuta ad ancorare il loro amore al sacramento e a viverlo con impegno sempre rinnovato a partire da esso. In secondo luogo, il Libro di Tobia parla della guarigione degli occhi ciechi. Sappiamo tutti quanto oggi siamo minacciati dalla cecità per Dio. Quanto grande è il pericolo che, di fronte a tutto ciò che sulle cose materiali sappiamo e con esse siamo in grado di fare, diventiamo ciechi per la luce di Dio. Guarire questa cecità mediante il messaggio della fede e la testimonianza dell’amore, è il servizio di Raffaele affidato giorno per giorno al sacerdote e in modo speciale al Vescovo. Così, spontaneamente siamo portati a pensare anche al sacramento della Riconciliazione, al sacramento della Penitenza che, nel senso più profondo della parola, è un sacramento di guarigione. La vera ferita dell’anima, infatti, il motivo di tutte le altre nostre ferite, è il peccato. E solo se esiste un perdono in virtù della potenza di Dio, in virtù della potenza dell’amore di Cristo, possiamo essere guariti, possiamo essere redenti.
"Rimanete nel mio amore", ci dice oggi il Signore nel Vangelo (Gv 15, 9). Nell’ora dell’Ordinazione episcopale lo dice in modo particolare a voi, cari amici. Rimanete nel suo amore! Rimanete in quell’amicizia con Lui piena di amore che Egli in quest’ora vi dona di nuovo! Allora la vostra vita porterà frutto – un frutto che rimane (Gv 15, 16). Affinché questo vi sia donato, preghiamo tutti in quest’ora per voi, cari fratelli. Amen.

sabato 24 settembre 2016

PAPA FRANCESCO - 19. POVERTÀ E MISERICORDIA (CFR LC 16,19-31)


PAPA FRANCESCO - 19. POVERTÀ E MISERICORDIA (CFR LC 16,19-31)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 18 maggio 2016 

19. Povertà e Misericordia (cfr Lc 16,19-31)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Desidero soffermarmi con voi oggi sulla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro. La vita di queste due persone sembra scorrere su binari paralleli: le loro condizioni di vita sono opposte e del tutto non comunicanti. Il portone di casa del ricco è sempre chiuso al povero, che giace lì fuori, cercando di mangiare qualche avanzo della mensa del ricco. Questi indossa vesti di lusso, mentre Lazzaro è coperto di piaghe; il ricco ogni giorno banchetta lautamente, mentre Lazzaro muore di fame. Solo i cani si prendono cura di lui, e vengono a leccare le sue piaghe. Questa scena ricorda il duro rimprovero del Figlio dell’uomo nel giudizio finale: «Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero […] nudo e non mi avete vestito» (Mt 25,42-43). Lazzaro rappresenta bene il grido silenzioso dei poveri di tutti i tempi e la contraddizione di un mondo in cui immense ricchezze e risorse sono nelle mani di pochi.
Gesù dice che un giorno quell’uomo ricco morì: i poveri e i ricchi muoiono, hanno lo stesso destino, come tutti noi, non ci sono eccezioni a questo. E allora quell’uomo si rivolse ad Abramo supplicandolo con l’appellativo di “padre” (vv. 24.27). Rivendica perciò di essere suo figlio, appartenente al popolo di Dio. Eppure in vita non ha mostrato alcuna considerazione verso Dio, anzi ha fatto di sé stesso il centro di tutto, chiuso nel suo mondo di lusso e di spreco. Escludendo Lazzaro, non ha tenuto in alcun conto né il Signore, né la sua legge. Ignorare il povero è disprezzare Dio! Questo dobbiamo impararlo bene: ignorare il povero è disprezzare Dio. C’è un particolare nella parabola che va notato: il ricco non ha un nome, ma soltanto l’aggettivo: “il ricco”; mentre quello del povero è ripetuto cinque volte, e “Lazzaro” significa “Dio aiuta”. Lazzaro, che giace davanti alla porta, è un richiamo vivente al ricco per ricordarsi di Dio, ma il ricco non accoglie tale richiamo. Sarà condannato pertanto non per le sue ricchezze, ma per essere stato incapace di sentire compassione per Lazzaro e di soccorrerlo.
Nella seconda parte della parabola, ritroviamo Lazzaro e il ricco dopo la loro morte (vv. 22-31). Nell’al di là la situazione si è rovesciata: il povero Lazzaro è portato dagli angeli in cielo presso Abramo, il ricco invece precipita tra i tormenti. Allora il ricco «alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui». Egli sembra vedere Lazzaro per la prima volta, ma le sue parole lo tradiscono: «Padre Abramo – dice – abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Adesso il ricco riconosce Lazzaro e gli chiede aiuto, mentre in vita faceva finta di non vederlo. - Quante volte tanta gente fa finta di non vedere i poveri! Per loro i poveri non esistono - Prima gli negava pure gli avanzi della sua tavola, e ora vorrebbe che gli portasse da bere! Crede ancora di poter accampare diritti per la sua precedente condizione sociale. Dichiarando impossibile esaudire la sua richiesta, Abramo in persona offre la chiave di tutto il racconto: egli spiega che beni e mali sono stati distribuiti in modo da compensare l’ingiustizia terrena, e la porta che separava in vita il ricco dal povero, si è trasformata in «un grande abisso». Finché Lazzaro stava sotto casa sua, per il ricco c’era la possibilità di salvezza, spalancare la porta, aiutare Lazzaro, ma ora che entrambi sono morti, la situazione è diventata irreparabile. Dio non è mai chiamato direttamente in causa, ma la parabola mette chiaramente in guardia: la misericordia di Dio verso di noi è legata alla nostra misericordia verso il prossimo; quando manca questa, anche quella non trova spazio nel nostro cuore chiuso, non può entrare. Se io non spalanco la porta del mio cuore al povero, quella porta rimane chiusa. Anche per Dio. E questo è terribile.
A questo punto, il ricco pensa ai suoi fratelli, che rischiano di fare la stessa fine, e chiede che Lazzaro possa tornare nel mondo ad ammonirli. Ma Abramo replica: «Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro». Per convertirci, non dobbiamo aspettare eventi prodigiosi, ma aprire il cuore alla Parola di Dio, che ci chiama ad amare Dio e il prossimo. La Parola di Dio può far rivivere un cuore inaridito e guarirlo dalla sua cecità. Il ricco conosceva la Parola di Dio, ma non l’ha lasciata entrare nel cuore, non l’ha ascoltata, perciò è stato incapace di aprire gli occhi e di avere compassione del povero. Nessun messaggero e nessun messaggio potranno sostituire i poveri che incontriamo nel cammino, perché in essi ci viene incontro Gesù stesso: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40), dice Gesù. Così nel rovesciamento delle sorti che la parabola descrive è nascosto il mistero della nostra salvezza, in cui Cristo unisce la povertà alla misericordia. Cari fratelli e sorelle, ascoltando questo Vangelo, tutti noi, insieme ai poveri della terra, possiamo cantare con Maria: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,52-53).

Lazarus and rich man

25 SETTEMBRE 2016 | 26A DOMENICA T. ORDINARIO - ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO


25 SETTEMBRE 2016 | 26A DOMENICA T. ORDINARIO - ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

"C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e bisso
Abbiamo detto, introducendo i brani liturgici della passata Domenica, che essi hanno una continuazione in quelli di oggi e intendono ammaestrare i cristiani sui "rischi" della ricchezza: se essa non serve a gettare ponti di fraternità fra gli uomini e a crearci "amici" fra la gente povera e bisognosa, imitando in ciò l'abilità dell'amministratore infedele (Lc 16,1-8), può diventare strumento di perdizione e offesa a Dio e ai fratelli.
Le letture di oggi stanno a dimostrarci che il "rischio" non è puramente immaginario, ma reale. Soprattutto il racconto evangelico, al di là del linguaggio parabolico in esso adoperato, ci dà l'impressione di trovarci davanti a una storia vera, che Gesù prende a simbolo di come la ricchezza possa inaridire il cuore dell'uomo di fronte ai bisogni dei fratelli.

"Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri!"
Ma già la prima lettura si muove su questa linea. È un altro brano di feroce denuncia del profeta Amos, il tutore dei poveri, sul lusso sfacciato di coloro che si erano rapidamente arricchiti in tempi di facili guadagni: "Guai agli spensierati di Sion / e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! / Essi su letti d'avorio e sdraiati sui loro divani / mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla... / ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. /Perciò andranno in esilio in testa ai deportati / e cesserà l'orgia dei buontemponi" (Am 6,1.4-7).
Gli ultimi versetti fanno riferimento alla imminente fine del regno del Nord, che avrà luogo di lì ad appena 25 anni circa con l'assedio e la capitolazione di Samaria (722-721 a.C.). Gli "spensierati buontemponi", di cui qui si parla, stanno giocando sulla bocca di un vulcano che è lì lì per esplodere e che essi stessi hanno contribuito ad accendere. La ricchezza, soprattutto quando diventa stupida "ostentazione" di lusso e di grandezza, è strumento di provocazione e di ribellione: crea la divisione fra i membri di una stessa società civile, che perciò si presenta più debole agli attacchi di qualsiasi genere, provenienti sia dall'esterno che dall'interno. Anche per questo si indebolì il regno di Samaria e fu più facile preda dell'invasore assiro.
Si pensi anche oggi all'inquietudine sociale provocata dal lusso sfrenato di gente dai facili e improvvisati guadagni, che poi alimentano disordini morali d'ogni genere, generano risentimento nei più poveri e spingono a comportamenti analoghi tante altre persone deboli, facilmente plagiabili.
È così che il "consumismo" stupido e dilapidatorio è oggi diventato costume diffuso di tutti gli strati sociali, anche di quelli che non hanno neppure il necessario per vivere: tutto avviene per contagio e per mimetismo, provocando alla fine un deludente senso di frustrazione e una rabbia feroce contro i pochi privilegiati, che sembrano gli unici fortunati al banchetto della vita. È così che la ricchezza può diventare un'autentica "maledizione" sociale, quando non è rettamente usata ed equamente distribuita.

"Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo"
La parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro propone, in forma drammatica, tutta la forza "rovinosa" della ricchezza, quando è ridotta a essere solo mezzo di soddisfazione e di affermazione personale: essa chiude talmente il cuore ai bisogni degli altri, da non farceli neppure vedere e sentire!
"C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe" (Lc 16,19-21).
Il contrasto fra i due protagonisti della storia non potrebbe essere più stridente: il ricco, a cui tutto è di sopravanzo, dalla veste sfarzosa ai banchetti lautissimi; il povero, che non può neppure sfamarsi delle molliche di pane che venivano usate per pulirsi le mani dopo aver mangiato e quindi venivano gettate sotto la tavola; anche i cani randagi si sfogavano contro di lui "leccandogli" le ferite, che si riaprivano così sempre da capo aumentandogli la sofferenza. Possibile che il ricco non sia mai accorto di lui, dal momento che "giaceva alla sua porta"? Oppure per lui era naturale che egli fosse nato per star bene e l'altro per soffrire?
La scena però cambia d'improvviso al momento della morte: "Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui" (vv. 22-23).
Qui è tutto capovolto: Lazzaro viene portato nel "seno di Abramo", espressione giudaica per dire la felicità eterna, raffigurata in un banchetto, in cui finalmente il povero può saziare per sempre la sua fame: il ricco invece precipita "nell'inferno", in mezzo ai dolori e alle sofferenze più atroci. Ora è lui ad avere bisogno di Lazzaro, di cui non si era mai accorto durante tutta la sua vita, come apparirà dal fantasioso dialogo fra lui e Abramo, che Gesù propone con somma arte nei versetti che seguono. È ancora la mentalità del ricco, a cui tutti si inchinano, che qui si manifesta: egli pensa di poter comandare anche di là, perfino ad Abramo!
Difatti, "guardando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi" (vv. 24-26).
Non si deve prendere alla lettera questa descrizione puramente immaginaria, dell'aldilà: Gesù si adatta alla mentalità corrente dei Giudei, che si raffiguravano il mondo di là diviso come in due scomparti, di gioia l'uno e di sofferenza l'altro, da cui ci si poteva anche vedere e parlare. "Dopo il giudizio apparirà la fossa dei tormenti e, di fronte a essa, il luogo del refrigerio; si renderà visibile la fornace dell'inferno e, di fronte a essa, la beatitudine dell'Eden", leggiamo nell'apocrifo IV libro di Esdra (7,36). La visione della felicità dei giusti sarà per i peccatori come un supplemento di pena (ivi 7,58), che consiste nella sete e in una grande angustia (ivi 8,59).
Perciò la parabola del ricco epulone non vuol essere una specie di "Divina Commedia" che ci porta a spasso per il regno dei morti, ma, utilizzando immagini tradizionali, ci vuol solo dire come la giustizia di Dio "riequilibri" gli scompensi e le ingiustizie della vita: chi ha fiducia in Dio non perde mai, anche se qualcuno può pensarlo, visto che non sempre egli sembra intervenire durante lo svolgersi delle vicende umane. In questo senso è significativo anche il nome che Gesù ha dato al povero, trascurato e oppresso: Lazzaro. Esso infatti significa in ebraico "Dio aiuta" (El-'azàr).

"Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita"
Su questo "riequilibrio" della giustizia insiste Abramo nella sua risposta al ricco, come abbiamo già sentito: "Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti" (v. 25).
Bisogna però ben intendere queste espressioni, per non farne un alibi per la inerzia rassegnata dei cristiani: non importa darsi da fare, perché tanto ci pensa Iddio a ristabilire gli equilibri alterati dagli uomini! Questo è vero: ed è una immensa speranza sapere che l'ultima parola è di Dio. Però la religione non può essere un "sedativo" di fronte alle ingiustizie o alle oppressioni degli uomini: se mai, deve risvegliare le coscienze perché si ribellino alle situazioni in cui possono prosperare sia l'alterigia del ricco che la paura e il sottosviluppo del povero.
E questo come? Invitando tutti alla "conversione" del cuore, al distacco dalle cose, all'amore fraterno e alla condivisione dei beni. È in fin dei conti quanto intravede, dal fondo della sua infelicità, il ricco che supplica Abramo di inviare Lazzaro a casa di suo padre onde ammonisca i suoi cinque fratelli, "perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormenti" (v. 28). Egli è dunque convinto che i suoi fratelli possano cambiare vita, evitando di piombare anch'essi nell'inferno.
È chiaro a questo punto che il cristiano non può sopportare le ingiustizie solo perché Dio farà giustizia nell'aldilà, come abbiamo appena accennato; egli, invece, deve combattere e rendere testimonianza che i rapporti fra gli uomini possono e debbono essere cambiati già da questa terra: la giustizia e l'amore devono incominciare con gli sforzi di tutti fin da questo momento!
Solo che non è necessario aspettarsi segni, od occasioni spettacolari, per questa conversione all'amore fraterno e alla condivisione dei beni: basta semplicemente porgere ascolto alla "parola di Mosè e dei Profeti", e per noi, oggi, soprattutto alla parola di Cristo. È quanto Abramo risponde al ricco che gli aveva chiesto di inviare Lazzaro: "Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro... Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi" (vv. 29-31).
Chi non ascolta la parola di Dio, non si lascerà convincere nemmeno se verrà un messaggero dall'altro mondo! Anche Lazzaro, il fratello di Marta e di Maria, fu risuscitato dai morti: eppure i Giudei indurirono maggiormente il loro cuore e deliberarono di ucciderlo insieme a Cristo.

"Avere o essere?"
Questo discorso, valido per tutte le situazioni, è valido soprattutto per quanto riguarda la ricchezza. Perché il ricco epulone ha chiuso il proprio cuore al grido del povero? Perché prima l'aveva chiuso alla Parola di Dio, che ripetutamente esorta a "dividere il proprio pane con l'affamato, a ospitare i miseri senza tetto, a non sottrarsi al proprio fratello bisognoso" (Is 58,7).
Perché si è così ostinatamente chiuso davanti alla Parola di Dio? Perché ha pensato, avendo la ricchezza, di avere tutto: si è identificato con le cose da lui possedute e perciò si è "alienato" in esse e ha cessato di essere una "persona".
"Secondo la modalità dell'avere, non c'è rapporto vivente tra me e quello che ho. Questo e l'io sono divenuti cose, e io ho le cose perché ho la forza di farle mie. C'è però anche una relazione inversa: le cose hanno me, perché il mio sentimento di identità, vale a dire l'equilibrio mentale, si fonda sul mio avere le cose (e quante più possibile). La modalità dell'esistenza secondo l'avere non è stabilita da un processo vivente, produttivo, tra soggetto e oggetto: essa rende cose sia il soggetto che l'oggetto".

Settimio CIPRIANI  (+)

lunedì 19 settembre 2016

Heaven and Earth in The Icon

LA BELLEZZA E LA FEDE - PONTIFICIA COMMISSIONE PER I BENI CULTURALI DELLA CHIESA


PONTIFICIA COMMISSIONE PER I BENI CULTURALI DELLA CHIESA

DISCORSO DI S.E.R. MONS. MAURO PIACENZA

LA BELLEZZA E LA FEDE. 

Dall’adorazione e contemplazione del Mistero Eucaristico 
scaturisce l’amore per la bellezza nell’arte e nel culto

Roma, 21 aprile 2005 

Nella recente enciclica Ecclesia de Eucharistia del papa Giovanni Paolo II di venerata memoria, alla parte teologica, in cui è spiegato il fondamento teologico del Sacramento, fa seguito una parte liturgico-artistica in un capitolo intitolato «Decoro della celebrazione liturgica» (nn. 47-52), in cui si danno indicazioni molto interessanti per chi fa arte e ritiene che essa non sia secondaria per il culto eucaristico.
Un’affermazione molto interessante è che Cristo stesso ha voluto il decoro: per questo si ricordano la preparazione della sala per l’ultima Cena (cf Mc 14, 15; Lc 22, 12) e l’Unzione di Betania (cf Mt 26, 8 e paralleli), che anticipa l’istituzione dell’Eucarestia. In quest’ultimo episodio, di fronte all’obiezione scandalizzata di Giuda, «Si potrebbe con quei soldi aiutare tanti poveri», Gesù stesso dice che è necessario il decoro. Altrove il Papa cita il passo classico di san Giovanni Crisostomo, in cui si dice che il decoro non è lusso, e deve sempre essere rapportato ad una povertà essenziale: certamente non è giusto avere calici preziosi e innalzare colonne d’oro, mentre Cristo muore nel povero sulla strada. Tuttavia la Chiesa è sempre stata sia amante del decoro sia operosa nella carità. Certamente ci deve essere un equilibrio nel decoro, che non è lusso e ostentazione. La Chiesa, si legge nell’enciclica «non ha temuto di sprecare», di spendere soldi per la bellezza e il decoro. Esso infatti ha come scopo lo «stupore adorante di fronte al dono incommensurabile». Il decoro ha il fine di suscitare ammirazione per il mistero contenuto nell’Eucaristia.
Il decoro è ovviamente innanzitutto un atteggiamento interiore, ma l’arte rientra a pieno titolo in esso, perché in essa si esprime la percezione della Bellezza ed è al servizio del contenuto. Il decoro non deve pertanto essere ostentazione per non diventare fine a sé stesso e quindi un filtro e una distrazione. Esso è concepito per facilitare la preghiera e lo stupore per il mistero contenuto. Da questa stessa sorgente è nata la liturgia cristiana che scaturisce dal convito e quindi da un clima di festa e di bellezza.
Questa cena però non è una semplice cena, è anche il sacrificio di Cristo. È necessario comprendere che si tratta della cena in cui Cristo offre sé stesso. Per tale motivo occorre prestare attenzione a non banalizzare il convito. In tal senso anche l’arte sacra deve aiutare a far capire che si tratta del sacrificio di Dio fatto uomo, evitando che le cose attorno all’altare siano banali.
Talvolta l’arte sacra non riesce ad evitare due eccessi opposti: l’eccessivo simbolismo e il realismo esasperato. Da una parte, infatti, deve narrare, onde far capire ai fedeli che accade un Fatto, ma non può essere troppo banale, poiché si tratta del sacrificio dell’Uomo-Dio. Dall’altra, non si può ridurre tutto a simbolo e riempire la chiesa di simboli in modo che questi prevalgano sulla narrazione e sulle rappresentazioni realistiche.
Il senso del mistero che l’arte dovrebbe suscitare dovrebbe servire ai fedeli per mettersi nella giusta disposizione, essenzialmente quella penitenziale, di umiltà, di attesa, di desiderio umile nei confronti di questa presenza: «Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma dì soltanto una parola e io sarò salvato». L’arte sacra ha dunque il compito di creare quell’atmosfera, quel luogo fisico, che permetta sia la preghiera che il raccoglimento.
A tale proposito si può anche richiamare che una buona disposizione a vivere bene l’atteggiamento davanti all’Eucaristia è dato dal sacramento della Riconciliazione. Mi viene in mente a proposito la bella pala di Rogier Van der Weiden con la rappresentazione dei Sette sacramenti, la cui celebrazione è ambientata in diverse cappelle di una chiesa, con al centro naturalmente l’Eucaristia e, in primo piano, un grande crocifisso, perché da esso scaturisce la fonte della grazia. È un esempio mirabile di come l’arte possa suggerire un corretto atteggiamento spirituale: in questo caso la centralità di Cristo come sorgente di salvezza, fruibile attraverso i gesti della preghiera e della liturgia, in particolare dei sacramenti e sopra tutti l’Eucaristia. Tale osservazione potrebbe anche suggerire di tenere presente nella disposizione architettonica di una chiesa, nel suo arredo e nella decorazione il principio del raccordo fra le varie parti, in modo da dare l’idea dell’organicità dello spazio sacro. Ciò indurrebbe a considerare, ad esempio, la centralità della celebrazione liturgica e quindi dell’altare; ma anche che la “riserva” eucaristica non è meno centrale, e che quindi è lodevole riservare ad essa, dove possibile, uno spazio specifico di silenzio e di preghiera, immediatamente visibile dall’ingresso della chiesa.
Molte volte quando si fa architettura o arte sembra che un valore irrinunciabile sia l’originalità fine a sé stessa. In realtà la Chiesa non la pensa esattamente così. Certamente nemmeno la dottrina è statica e immutabile, ma fa dei progressi, cresce come un organismo, per dirla con Vincenzo di Lerins, ma ciò avviene dentro la tradizione. In realtà non c’è nulla di veramente nuovo, nel senso di originale e inaudito; si tratta piuttosto di sottolineature di un dato della tradizione, cioè della maggiore comprensione di quanto costituisce il deposito della fede, ciò che indica la vitalità di quest’ultima. Anche il programma della nuova devozione all’Eucaristia e quindi della nuova arte sacra è in realtà già presente nella tradizione: si tratta di conoscere, di apprezzare e portare avanti con la sensibilità di uomini di oggi quanto ci è stato consegnato già duemila anni fa.
In questo senso la trasformazione degli altari e dei tabernacoli durante i secoli, così come i soggetti delle pale d’altare, è dovuta non solo alla genialità degli artisti, ma soprattutto all’evolversi delle esigenze liturgiche e ai «dettami di una precisa comprensione del mistero» (n. 49).  Ad esempio nel Cinquecento si fece provvidenzialmente strada la necessità di una maggiore sottolineatura della presenza reale, perché questa era messa in discussione dai Protestanti. Il Concilio di Trento ha così codificato l’esigenza che il tabernacolo avesse una forma ben definita e solenne di tempio e una collocazione centrale e ben visibile sull’altare, per sottolineare la continuazione della presenza reale con il sacrificio della messa. In realtà la presenza reale non è certo una novità nella dottrina, ma convenne ad un dato momento sottolinearla in un certo modo per contingenze storiche; fu una formidabile intuizione pastorale conseguente alla dottrina innanzi a una situazione storica. In precedenza essa era evidenziata mediante altri espedienti, come l’Agnello mistico dipinto o scolpito sull’altare o nella volta del presbiterio, mentre l’altare aveva forma e collocazione diverse e così pure il tabernacolo.
La committenza ecclesiastica non ha mai avuto paura delle innovazioni, ma ha generalmente avuto cura che esse fossero coerenti con la dottrina immutabile e graduali nelle soluzioni, comprensibili ai fedeli, in altre parole nel solco della perenne Traditio Ecclesiae. L’arte cristiana è stata sempre al servizio della contemporaneità, perché l’Eucaristia altro non è che Cristo presente qui e ora. Lo esprime molto bene Raffaello nella cosiddetta Disputa del Sacramento, che è in realtà la rappresentazione della Chiesa nella sua completezza riunita attorno all’Eucaristia, non unico Sacramento, ma il più eccellente, l’”augustissimo”.
È proprio dell’artista cristiano cogliere questa essenza del sacramento di essere contemporaneo a ogni uomo. Ma chi è l’artista cristiano? È innanzitutto un cristiano in comunione con la Chiesa. Analogamente a quanto accade per la liturgia, le cui regole, che devono essere assolutamente rispettate, non soffocano la creatività del celebrante o della schola e fanno sì che la celebrazione sia qualcosa di vivo, ma posta entro una ritualità che è garanzia di fedeltà alla volontà del Signore, così è anche per l’arte sacra. Ciò avviene in maniera esemplare nella Chiesa d’Oriente ed è avvenuto anche in Occidente nei periodi d’oro dell’arte liturgica. Gli artisti non vengono meno alla loro identità se non pongono sé stessi e la loro genialità innanzi al mistero dell’Eucaristia, ma esaltano la loro arte anche se compiono con le rispettive opere un servizio ecclesiale. Nell’arte sacra, nell’arredo liturgico, non è questione anzitutto di abilità, di capacità dell’artista e della sua bravura, di fare qualcosa di diverso, di omologarsi a delle mode o di inventarle, ma è il problema di mettere queste capacità, che il vero artista comunque possiede e utilizza, a servizio del mistero. Questo è possibile se l’artista è in comunione con la Chiesa, se vive un’esperienza cristiana ed è commosso dal mistero. Chiunque contemplando la Trinità di Andrej Rublev si rende conto che l’artista è in grado di dire qualcosa perché egli ha messo innanzitutto al centro della sua vita di cristiano il mistero d’amore trinitario e quindi è in grado di parlarne (balbettarne qualcosa, come balbettio è ogni «discorso» su Dio) e aiutare altri a lasciarsi accendere di amore. Artisti di questo tipo esistono anche in occidente, come il Beato Angelico, frate profondamente devoto e pienamente inserito nella cultura figurativa del suo tempo, di cui è uno dei maestri; Van Eyck, con la stupenda Adorazione dell’Agnello mistico, in cui è compendiata tutta la dottrina eucaristica; Caravaggio, le cui opere sembrano plasmate dalla dialettica fra Grazia e peccato, di cui a quel tempo dibatteva anche la teologia.
Come diceva Paolo VI l’arte e la liturgia sono sorelle, ma come Marta serviva e Maria contemplava, così anche l’arte sacra deve servire il cristiano che adora nella chiesa. Fuor di metafora, l’arte autenticamente sacra, senza venire meno alla qualifica di arte alta, deve sentirsi strumentale e al servizio del mistero, che accetta di essere rivestito dalle sue forme, siano esse materiali, come nelle arti figurative, sia impalpabili come nella musica.
Tale strumentalità è difficile da essere accettata dall’artista moderno, abituato a sentirsi protagonista assoluto della sua creazione, ma era tranquillamente accettata senza complessi dagli artisti cristiani del passato. Anzi, cosa impensabile oggi, prima del tardo medioevo la maggior parte degli artisti ci sono ignoti, cosa che lascia intendere che a loro importava meno rendere imperituro il proprio nome che fare un’opera a servizio di Dio, un «opus Dei».
Questa visione dell’arte è basata anche sull’intuizione che la bellezza non è fine a sé stessa, ma strumento e modalità di espressione dell’Essere. Ne è prova il fatto che la bellezza fine a sé stessa dopo poco si corrompe e delude. Invece, se mantiene la sua relazione all’Essere, si rinnova sempre. Nell’arte sacra la strumentalità dell’arte è a servizio del culto, e in ultima istanza dell’Evento divino e, in particolare dell’Eucaristia. Esso ha bisogno di pochi, semplici segni che vadano diritti al cuore del fruitore e mettano in contatto con quell’Evento. In questo senso la bellezza nell’arte cristiana ha fondamentalmente una funzione di ordine: nella chiesa, luogo dell’incontro del divino con l’umano la confusione della vita viene chiarita dal suo senso ultimo.
Nell’arte sacra traspare quello che già si vede con gli occhi della fede e che è già presente e manifesto nella nuova realtà che è la Chiesa, nuova Gerusalemme.

domenica 18 settembre 2016

Consecration " inspired by: Eph 2:6.

COSA È LA PROFEZIA BIBLICA


COSA È LA PROFEZIA BIBLICA

aymon de albatrus

"sapendo prima questo: che nessuna profezia della Scrittura è soggetta a particolare interpretazione. Nessuna profezia infatti è mai proceduta da volontà d’uomo, ma i santi uomini di Dio hanno parlato, perché spinti dallo Spirito Santo." (2Pi 1:20-21)
"Ora, avendo noi doni differenti secondo la grazia che ci è stata data, se abbiamo profezia, profetizziamo secondo la proporzione della fede;" (Rom 12:6)
"Non trascurare il dono che è in te che ti è stato dato per profezia, con l’imposizione delle mani da parte del collegio degli anziani." (1Ti 4:14)
"Desiderate l’amore e cercate ardentemente i doni spirituali, ma soprattutto che possiate profetizzare," (1Co 14:1)
"Tutti infatti, ad uno ad uno, potete profetizzare affinché tutti imparino e tutti siano incoraggiati. Gli spiriti dei profeti sono sottoposti ai profeti perché Dio non è un Dio di confusione, ma di pace; e così si fà in tutte le chiese dei santi." (1Co 14:31-33)

La definizione generale per Profezia data dal dizionario è:

1.    una ispirata espressione da un profeta,
2.    una funzione o vocazione del profeta, specialmente l'ispirata dichiarazione del divino volere e scopo di Dio,
3.    una predizione di qualcosa a venire.
Nel Nuovo Testamento l'attività appare 19 volte: Profezia 16 e Profetizzare 3.

Il significato Biblico di Profezia è:
Profezia (dal Greco ‘propheteia’) "dono di interpretazione del volere di Dio"

Un discorso emanato da divina ispirazione che dichiara lo scopo di Dio, sia per rimproverare o ammonire i malvagi o per confortare gli afflitti, o per rivelare cosa nascoste, specialmente pronosticare i futuri eventi,
Usato nel Nuovo Testamento dei pronunciamenti dei profeti del Vecchio Testamento,
Delle predizioni di eventi riferiti al Regno di Cristo e il Suo rapido trionfo, assieme alle consolazioni e ammonimenti pertinenti al regno, lo spirito di profezia, la mente divina alla quale la facoltà profetica è dovuta,
Del dono e parole degli insegnanti Cristiani chiamati profeti,
I doni e espressioni di questi profeti, specialmente dei lavori che, essendo stati separati per insegnare il Vangelo, porteranno a termine per il Regno di Cristo.
Nel Vecchio Testamento la profezia era vincolante come la diretta Parola di Dio e il profeta doveva essere provato se era un vero profeta di Dio.  Il profeta era elevato da Dio stesso e i suoi pronunciamenti venivano implementati come se fosse la Parola di Dio: "io susciterò per loro un profeta come te di mezzo ai loro fratelli e porrò le mie parole nella sua bocca, ed egli dirà loro tutto ciò che io gli comanderò. E avverrà che se qualcuno non ascolterà le mie parole che egli dice in mio nome, io gliene domanderò conto." (Deu 18:18-19)
Il profeta doveva esse testato con un profezia a breve tempo e se quella non si avverava egli veniva messo a morte perché aveva presunto di parlare per il Signore, ma era un bugiardo: "E se tu dici in cuor tuo: "Come faremo a riconoscere la parola che l’Eterno non ha proferito?". Quando il profeta parla in nome dell’Eterno e la cosa non succede e non si avvera, quella è una cosa che l’Eterno non ha proferito; l’ha detta il profeta per presunzione; non aver paura di lui»." (Deu 18:21-22) "Ma il profeta che ha la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire o che parla in nome di altri dèi, quel profeta sarà messo a morte" (Deu 18:20).
Questo stato di cose era perché lo Spirito Santo non era stato ancora versato so ogni credente ma solo su alcuni, come su i profeti.  Nel Nuovo Testamento lo Spirito Santo viene versato su tutti i credenti come Pietro testimonia: "Ma questo è ciò che fu detto dal profeta Gioele: E avverrà negli ultimi giorni, dice Dio, che spanderò del mio Spirito sopra ogni carne; e i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri giovani avranno delle visioni e i vostri vecchi sogneranno dei sogni. In quei giorni spanderò del mio Spirito sopra i miei servi e sopra le mie serve, e profetizzeranno." (Att 2:16-18)
Paolo conferma questo e incoraggia fortemente i santi che oltre all'esercitare l'amore noi dobbiamo cercare i Doni spirituali, specialmente la profezia: "Desiderate l’amore e cercate ardentemente i doni spirituali, ma soprattutto che possiate profetizzare," (1Co 14:1)
Perciò nel NT ogni credente può profetizzare e perché ogni credente ha lo Spirito Santo essi sono richiesti di giudicare se la profezia è stata espressa correttamente: "Parlino due o tre profeti, e gli altri giudichino." (1Co 14:29)  Questo significa che con questo equilibrio fra i credenti il profeta nel NT non viene messo a morte se quello che dice non si avvera, ma la sua profezia viene dichiarata falsa e non messa in atto.
Il dono della profezia nel NT è leggermente differente perché è sopratutto per il beneficio dei santi: "Chi profetizza, invece, parla agli uomini per edificazione, esortazione e consolazione." (1Co 14:3) Come per gli altri Doni che dobbiamo esercitare, profetizziamo secondo la Grazia che Dio ci da: "Ora, avendo noi doni differenti secondo la grazia che ci è stata data, se abbiamo profezia, profetizziamo secondo la proporzione della fede;" (Rom 12:6):
E a proposito l'ufficio del Profeta esiste ancora come Paolo testimonia nel Nuove Testamento: "Ed egli stesso ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti e altri come pastori e dottori," (Efe 4:11)
Questo non può essere negato perché questi uffici furono dati nel NT (il nostro lato della Bibbia) e per quale ragione?: "per il perfezionamento dei santi, per l’opera del ministero e per l’edificazione del corpo di Cristo," (Efe 4:12) Per il perfezionamento e l'edificazione dei santi, cioè il corpo di Cristo (i Suoi eletti), e il corpo di Cristo su questa terra no ha bisogno di perfezionamento e edificazione? SI certamente! Perciò questa chiara dichiarazione Biblica va contro e discredita quelli che dicono che questi speciali ministeri sono stati aboliti nel Nuovo Testamento. Ma NON E' COSI', perché sia Paolo come Pietro lo confermano proprio nel NT. 
Per quanto riguarda le donne che la Bibbia richiede che stiano zitte in chiesa: "Tacciano le vostre donne nelle chiese, perché non è loro permesso di parlare, ma devono essere sottomesse, come dice anche la legge." (1Co 14:34), a loro è permesso di profetizzare nel senso generale se lo fanno con capelli lunghi e il capo coperto (velo): "Ma ogni donna, che prega o profetizza col capo scoperto, fa vergogna al suo capo perché è la stessa cosa che se fosse rasa." (1Co 11:5) Però non è permesso a loro di occupare l'Ufficio di Anziano/Profeta perché Dio ha chiamato solo gli uomini a quella posizione ufficiale (1Ti 2:13; 3:2).
Lo scopo della Profezia nel NT è sopratutto quello di edificare il popolo di Dio e di perfezionare i santi a fare il lavoro che il Signore ha preparato per loro prima che il tempo fosse (Efe 2:10). La profezia serve anche a predire certi problemi che succedono/succederanno nella chiesa e fuori di essa e dare modi di rimediare queste cose. Questa informazione è intesa a portare più devozione dal popolo di Dio, ricordando loro di quello che devono fare nella loro religione di essere eretti e ben saldi nella loro fede.  Questo incoraggia in diversi modi: predicazione da certi individui unti dallo Spirito e anche presentata da credenti Cristiani che hanno il dono della parola da Dio e sono abili di esporla alla gente.
La  profezia Cristiana viene solitamente espressa nella chiesa locale ed ha cose specifiche da dire. Questo è un dono specifico che viene dato ai profeti, cioè l'abilità di esprimere le parole di Dio. Tuttavia la profezia Cristiana può essere male usata, perciò bisogna far bene attenzione ad essa; per questa ragione Paolo dice "gli altri giudichino" (1Co 14:29), e sotto NESSUNA circostanza uno che ha il dono della Profezia faccia lucro di essa, perché il dono è gratis per il popolo, come disse Gesù: "Guarite gli infermi, mondate i lebbrosi, risuscitate i morti, scacciate i demoni; gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date." (Mat 10:8)
Tante chiese moderne non credono nella Profezia nei nostri tempi e certamente rigettano ogni idea che il popolo della chiesa può profetizzare o essere profeti.  Queste chiese fanno una gilda per se stesse e vanno direttamente contro l'esplicito insegnamento della Bibbia che dice: "Tutti infatti, ad uno ad uno, potete profetizzare ... " (1Co 14:31).
Generalmente il popolo pio e religioso deve ascoltare le parole dei loro Anziani e Sovraintendenti perché loro sono stimati di essere uomini di Dio per guidare il popolo in tutta santità e bontà. Le loro parole sono prese come provenienti da Dio, ma allo stesso tempo il popolo deve essere buoni Bereani nel ricevere le loro parole con tutta premura ma di confermarle con la Parola di Dio per assicurarsi che sia veramente così. Una buona regola è che le parole dette siano in perfetta sintonia con la Paola di Dio, come lo Spirito illumina.
Lo Spirito di Dio dirà a quelli che hanno un orecchio per ascoltare se le parole dette sono buone o false e non da Dio e il Suo popolo non ascolterà le parole del falso profeta. Il Cristiano deve fare sempre attenzione a qualsiasi impropria profezia e la valuterà per assicurarsi che sia allineata con la "Fede che è stata trasmessa una volta per sempre ai santi" e non agirà su quella falsa e nemmeno sarà imbrogliato da falsa profezia. Allo stesso tempo bisogna considerare che certe volte una buona profezia può essere presa per falsa dovuto a certi pregiudizi nella nostra mente, allora facciamo ben attenzione che con Dio non si deve camminare ne a destra ne a sinistra, ma dritti come Lui comanda.
Il Cristiano che profetizza deve fare attenzione di vivere una vita sempre in accordo con la Parola di Dio e rimanere  veritiero ad essa, e che nonostante qualsiasi cosa egli persevererà nella sua fede e credenza in Dio rimanendo fermo sulla Sua via.
Il vero proposito della profezia è quello di rafforzare, ammonire e stimolare, incoraggiare e sollevare dal dolore e sconforto, e di abilitare il popolo a conoscere e capire il battito del cuore del loro Dio per se stessi.
La profezia deve entrare in questi parametri, se no non è vera profezia.  Se l'effetto della profezia è confusione, condanna o scoraggiamento, allora quella profezia non può essere accettata and in certi casi deve essere fortemente rigettata per prevenire che una maledizione prenda possesso nella vita di qualcuno. 
Lo scopo finale della profezia è sempre positivo, non negativo. Certe volte parole negative vengono usate, però il principio concernete i doni spirituali e per uso di leadership è sempre quello di costruire la chiesa (2Co 10:8).  Perciò anche se parole negative sono dette, la motivazione dietro quelle parole è sempre quella di costruire il lavoro nel Signore, sempre.
Allora cosa la profezia intende fare? La risposta generale, veloce e facile è che la profezia intende dimostrare o dire qualcosa su i futuri eventi.  Ma è questo il tutto della profezia?
Ci sono tantissimi medium che leggono le mani, le carte, fanno oroscopi, o guardano nelle sfere di cristallo, e che pretendono di essere capaci a predire futuri eventi, ma noi certamente non chiamiamo quella "Profezia".
Diamo una breve occhiata alla profezia e impariamo quello che Dio intende fare con quella per il Suo popolo:

PER RIVELARE UN MESSSAGGIO DA DIO
Come nell'antico Israele, certa gente oggi reclama di avere un messaggio da Dio.  Certamente Dio parla ancora al Suo popolo e attraverso la Sua gente, ma dobbiamo essere molto attenti prima di dire che qualcuno è il portavoce di Dio. Come si può essere certi che qualcuno parla per il Signore?
Ci sono due modi: il primo è l'antico test per giudicare i profeti, ed è di testare se quello che il presunto profeta ha detto nel passato si è avverato. Il secondo di misurare le sue parole contro la Bibbia. Dio non si contraddice MAI, perciò se qualcuno dice qualcosa che non è supportata dalla Bibbia, possiamo essere ben certi che quella persona non parla per Dio.

PER INCORAGGIARE ALL'UBBIDIENZA
Vediamo che Giona porta un messaggio da Dio alla gente di Ninive. Questo popolo viveva una vita corrotta e peccaminosa ma Dio decise di dar loro una possibilità di cambiare prima di affrontare una terribile punizione. Essi furono esortati da Giona ad essere obbedienti alle Leggi di Dio per evitare la distruzione che Giona diceva sarebbe venuta su di loro se non avessero ubbidito. Essi riconobbero che Giona parlava veramente da Dio e lo credettero, perciò questa volta ubbidirono le sue parole e furono salvati dall'ira di Dio.
La Profezia non è intesa per noi di sederci e indovinare quando queste cose saranno adempiute, ma piuttosto essere coscienti di quello che succederà quando il tutto sarà adempiuto. Se noi sappiamo quello che succederà nel futuro sappiamo anche come vivere meglio nel presente. Conoscendo quello che è stato profetizzato su i tempi futuri, noi non saremo sorpresi dagli eventi correnti, ma cominceremo a riconoscerli come il compimento della profezia, come i segni di quando il Cristo ritornerà, precisamente come Lui promise e saremo preparati per il suo ritorno rimanendo fedeli ed obbedienti a Gesù e ai Suoi insegnamenti.

PER INCORAGGIARE IN NOI FIDUCIA IN DIO
Con la profezia c'è di più che parlare di futuri eventi. Dietro ogni predizione ci sono principi sul carattere di Dio e le Sue promesse. Quando leggiamo una profezia dobbiamo guardare anche quello che viene detto del Signore, non soltanto guardare a come predire il futuro.
Con ogni profezia che è stata adempiuta e ogni promessa che è stata mantenuta noi abbiamo ragioni per avere veramente fiducia in Dio per quello che è stato annunziato ma ancora non realizzato.  Possiamo guardare indietro attraverso i secoli nella storia dell'umanità e non trovare nessuna situazione dove Dio non è stato fedele alle Sue promesse. Di Dio ci si può fidare ciecamente perché Egli è il Dio Onnipotente.  "Poiché tutte le promesse di Dio hanno in lui il «sí» e «l’amen», alla gloria di Dio per mezzo di noi." (2Co 1:20)

PER DARCI SPERANZA PER IL FUTURO
Le Profezie sia nel VT e nel NT hanno sempre con loro un messaggio di speranza.
Anche quando la profezia è intesa come un castigo o come un avvertimento agli Israeliti di una imminente sconfitta e schiavitù perché avevano abbandonato Dio, il messaggio porta con se sempre una assicurazione o speranza, che se ritornano a Dio egli ritornerà a loro e li farà liberi.
Come guardiamo attorno al mondo d'oggi cominciamo a domandarci con apprensione dove stiamo andando. Leggiamo, vediamo e ascoltiamo notizie drammatiche in timore e incredulità che queste cose possono succedere per davvero. Sentiamo rapporti pieni di violenza, dispute politiche, scandali,  agitazioni sul lavoro, guerre, crimini e ogni tipo di degrado. Questa discesa nel paganesimo e caduta libera nella degradazione più totale può essere molto depressiva a volte.
Ma nel Vecchio Testamento leggiamo profezie del Salvatore che verrà. Nel Vangelo vediamo questa profezia adempiuta nel Signore Gesù Cristo. Sia nel VT come nel NT vediamo profezie concernenti il Regno di Dio e la maestà del Messia. Nel Nuovo Testamento abbiamo profezie sul ritorno di Cristo a prendere coloro che appartengono a Lui, per essere con Lui per l'eternità nel Suo Regno dei Cieli. Queste promesse ci danno forte speranza per il nostro futuro.
Non importa quanto brutto il mondo sembra, noi abbiamo sempre fiducia che Cristo compierà tutto quello che ha promesso e di portarci con Lui, proprio come ha detto che farà. E' il tipo di speranza che dice: "Quando tutto attorno a me è fallito io ho sempre fiducia e credo che Dio farà buone le Sue promesse di portarmi di sicuro in Paradiso".
La nostra fiducia è costruita sulla assicurazione del ritorno di Cristo. Possiamo stare sicuri che Gesù ritornerà perché ha detto che lo farà in Apo 22:12 e di nuovo in Apo 22:20 "Ecco, io vengo presto   ... Si! Ecco, io vengo presto".  E' una assicurazione che Cristo non si è dimenticato di quelli che appartengono a Lui e che il Dio Onnipotente compierà le Sue promesse al Suo popolo come ha sempre fatto nel passato.  Gloria a Dio nel più alto.

CONCLUSIONE
La Profezia è un messaggio da Dio Onnipotente inteso ad incoraggiare obbedienza e fiducia e per darci speranza  per le cose a venire
In breve la profezia nel NT è: "la proclamazione di una ispirata dichiarazione del volere divino e scopo di Dio al Suo popolo eletto, come rivelato dallo Spirito Santo, adatto ai loro specifici bisogni del momento e comprensibile a loro".

sabato 17 settembre 2016

Adam & Eve in the Garden of Eden

LA CROCE, SCUOLA DI FIDUCIA IN DIO - (BENEDETTO XVI) 2012


LA CROCE, SCUOLA DI FIDUCIA IN DIO - (BENEDETTO XVI) 2012 

Si tratta di tre parole di Gesù sulla croce, due delle quali – la prima e la terza – sono invocazioni al Padre. La seconda, invece, è la promessa rivolta a quello che la tradizione chiama il buon ladrone: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». Il Papa ha esaminato una per una queste tre preghiere di Gesù. «La prima la pronuncia subito dopo essere stato inchiodato sulla croce...

          Proseguendo nella sua «scuola della preghiera» - dopo avere meditato il 9 febbraio sulla preghiera di Gesù sulla croce secondo i Vangeli di Marco e Matteo - nell'udienza generale del 15 febbraio Benedetto XVI ha proposto una riflessione sulle parole di Gesù nell'imminenza della morte così come ce le tramanda il Vangelo di Luca. Si tratta di tre parole di Gesù sulla croce, due delle quali – la prima e la terza – sono invocazioni al Padre. La seconda, invece, è la promessa rivolta a quello che la tradizione chiama il buon ladrone: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). 
           Il Papa ha esaminato una per una queste tre preghiere di Gesù. «La prima la pronuncia subito dopo essere stato inchiodato sulla croce, mentre i soldati si stanno dividendo le sue vesti come triste ricompensa del loro servizio. In un certo senso è con questo gesto che si chiude il processo della crocifissione». Ascoltiamo san Luca: «Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte» (23,33-34). Gesù, qui, «chiede il perdono per i propri carnefici», e «si rivolge direttamente al Padre intercedendo a loro favore», dando un sublime esempio di che cosa intendesse quando nel corso della sua predicazione invitava al perdono anche in circostanze estreme. Il Pontefice nota che questo insegnamento di Gesù fu subito messo in pratica dai martiri , a partire dal primo di loro, santo Stefano, il quale «piegò le ginocchia e gridò a gran voce: “Signore, non imputare loro questo peccato”. Detto questo, morì» (At 7,60). C'è però una differenza fra la preghiera di Gesù e quella di Stefano. Entrambi pregano per i loro persecutori, ma Gesù fa qualche cosa di più, «offre anche una lettura di quanto sta accadendo». I crocifissori, afferma, «non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). «Egli pone cioè l’ignoranza, il "non sapere", come motivo della richiesta di perdono al Padre, perché questa ignoranza lascia aperta la via verso la conversione». Come fa spesso in queste udienze del mercoledì, il Pontefice invita a leggere una pagina del suo secondo volume su Gesù di Nazaret: «Rimane una consolazione per tutti i tempi e per tutti gli uomini il fatto che il Signore, sia a riguardo di coloro che veramente non sapevano – i carnefici – sia di coloro che sapevano e lo avevano condannato, pone l'ignoranza quale motivo della richiesta di perdono – la vede come porta che può aprirci alla conversione» (Gesù di Nazaret, II, 233). 
           La seconda parola di Gesù sulla croce riferita da san Luca «è una parola di speranza, è la risposta alla preghiera di uno dei due uomini crocifissi con Lui. Il buon ladrone davanti a Gesù rientra in se stesso e si pente, si accorge di trovarsi di fronte al Figlio di Dio, che rende visibile il Volto stesso di Dio, e lo prega». Ascoltiamo le sue parole : «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (v. 42). Non solo Gesù risponde, ma «la risposta del Signore a questa preghiera va ben oltre la richiesta»: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (v. 43). «Gesù è consapevole di entrare direttamente nella comunione col Padre e di riaprire all’uomo la via per il paradiso di Dio. Così attraverso questa risposta dona la ferma speranza che la bontà di Dio può toccarci anche nell’ultimo istante della vita e la preghiera sincera, anche dopo una vita sbagliata, incontra le braccia aperte del Padre buono che attende il ritorno del figlio». 
           Infine, la terza parola. San Luca racconta: «Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo, spirò» (vv. 44-46). Il Papa fa notare che «alcuni aspetti di questa narrazione sono diversi rispetto al quadro offerto in Marco e in Matteo. Le tre ore di oscurità in Marco non sono descritte, mentre in Matteo sono collegate con una serie di diversi avvenimenti apocalittici, come il terremoto, l’apertura dei sepolcri, i morti che risuscitano (cfr Mt 27,51-53)». In Luca, invece, «le ore di oscurità hanno la loro causa nell’eclissarsi del sole, ma in quel momento avviene anche il lacerarsi del velo del tempio». Nel testo di Luca ci sono in realtà «due segni, in qualche modo paralleli, nel cielo e nel tempio. Il cielo perde la sua luce, la terra sprofonda, mentre nel tempio, luogo della presenza di Dio, si lacera il velo che protegge il santuario». Tutto questo è presentato come fattualmente e storicamente vero, ma ha insieme - le due cose non si escludono - un profondo significato simbolico. «La morte di Gesù è caratterizzata esplicitamente come evento cosmico e liturgico; in particolare, segna l’inizio di un nuovo culto, in un tempio non costruito da uomini, perché è il Corpo stesso di Gesù morto e risorto, che raduna i popoli e li unisce nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue». 
           Le parole di Gesù – «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» - esprimono «un forte grido di estremo e totale affidamento a Dio». Già la prima parola pronunciata dal Signore - «Padre» – «richiama la sua prima dichiarazione di ragazzo dodicenne. Allora era rimasto per tre giorni nel tempio di Gerusalemme, il cui velo ora si è squarciato». Quando aveva dodici anni, ai genitori che lo cercavano preoccupati aveva risposto: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo essere in ciò che è del Padre mio?» (Lc 2,49). «Dall'inizio alla fine, quello che determina completamente il sentire di Gesù, la sua parola, la sua azione, è la relazione unica con il Padre». Al Padre qui Gesù si rivolge con un'espressione del Salmo 31: «Alle tue mani affido il mio spirito» (Sal 31,6). Queste parole, però, «non sono una semplice citazione, ma piuttosto manifestano una decisione ferma: Gesù si "consegna" al Padre in un atto di totale abbandono». Il genere è quello della «preghiera di "affidamento", piena di fiducia nell’amore di Dio». «La preghiera di Gesù di fronte alla morte è drammatica come lo è per ogni uomo, ma, allo stesso tempo, è pervasa da quella calma profonda che nasce dalla fiducia nel Padre e dalla volontà di consegnarsi totalmente a Lui». Gesù ci rivela - rivela a noi, che lo ascoltiamo attraverso i secoli - «quali sono realmente le mani a cui Egli consegna tutta la sua esistenza. Prima della partenza per il viaggio verso Gerusalemme, Gesù aveva insistito con i suoi discepoli: "Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini" (Lc 9,44). Adesso, che la vita sta per lasciarlo, Egli sigilla nella preghiera la sua ultima decisione: Gesù si è lasciato consegnare "nelle mani degli uomini", ma è nelle mani del Padre che Egli pone il suo spirito». 
           Queste parole di Gesù sono per noi: «offrono indicazioni impegnative alla nostra preghiera, ma la aprono anche ad una serena fiducia e ad una ferma speranza». Troviamo qui, in particolare, due indicazioni molto concrete. La prima riguarda il perdono. «Gesù che chiede al Padre di perdonare coloro che lo stanno crocifiggendo, ci invita al difficile gesto di pregare anche per coloro che ci fanno torto, ci hanno danneggiato, sapendo perdonare sempre, affinché la luce di Dio possa illuminare il loro cuore; e ci invita a vivere, nella nostra preghiera, lo stesso atteggiamento di misericordia e di amore che Dio ha nei nostri confronti: "rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori", diciamo quotidianamente nel "Padre nostro"». 
           La seconda indicazione propone il tema fondamentale della fiducia in Dio. «Gesù, che nel momento estremo della morte si affida totalmente nelle mani di Dio Padre, ci comunica la certezza che, per quanto dure siano le prove, difficili i problemi, pesante la sofferenza, non cadremo mai fuori delle mani di Dio, quelle mani che ci hanno creato, ci sostengono e ci accompagnano nel cammino dell’esistenza, perché guidate da un amore infinito e fedele».

(Benedetto XVI) 2012 - autore: Massimo Introvigne