lunedì 31 ottobre 2016

Jour de la Toussaint

1 NOVEMBRE 2016 | TUTTI I SANTI - T. ORDINARIO - ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO


1 NOVEMBRE 2016 | TUTTI I SANTI - T. ORDINARIO - ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

"Dopo ciò apparve una moltitudine immensa che nessuno poteva contare..."
C'è una sola tristezza al mondo, "quella di non essere santi" (Léon Bloy, La femme pauvre). Se questo è vero, è altrettanto vero che la festa di oggi è fatta apposta per fugare tale tristezza, mostrandoci appunto come tanti nostri fratelli e tante nostre sorelle la santità l'hanno raggiunta. E se loro questo itinerario l'hanno percorso, perché non potremmo e non dovremmo percorrerlo anche noi?
La tristezza allora diventa gioia, esaltazione dello spirito, fiducia nell'amore benevolente del Padre, impegno generoso di fedeltà a Cristo, volontà di imitazione, sicurezza di aiuto e di intercessione non di uno solo ma di "tutti i Santi", piccoli e grandi, di ieri e di oggi, perché anche noi realizziamo fino in fondo il "disegno" di Dio sulla nostra vita. Perché, in realtà, questa è la "santità": permettere a Dio di portare a compimento in noi il suo progetto di amore.
Una festa, dunque, quella di oggi, dai molti significati: un richiamo pressante alla santità, un invito alla gioia come per una festa di famiglia, una nostalgia verso la città celeste, un bisogno di supplica presso chi può aiutarci a raggiungere la mèta altissima della nostra assimilazione a Cristo, un desiderio di contemplare e di imitare dei "modelli" in cui Dio stesso sembra essersi rispecchiato ed anche compiaciuto.
È quanto, almeno in parte, mette in evidenza il bellissimo Prefazio odierno: "Oggi ci dài la gioia di contemplare la città del cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre, dove l'assemblea festosa dei nostri fratelli glorifica in eterno il tuo nome. Verso la patria comune noi, pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa di questi nostri membri eletti della Chiesa, che ci hai dato come amici e modelli di vita".
Anche la orazione dopo la comunione riecheggia tutti questi motivi, collegandoli con il mistero dell'Eucaristia quale "fonte" di ogni santità: "O Padre, unica fonte di ogni santità, mirabile in tutti i tuoi santi, fa' che raggiungiamo anche noi la pienezza del tuo amore, per passare da questa mensa eucaristica, che ci sostiene nel pellegrinaggio terreno, al festoso banchetto del cielo".

"Poi udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo"
Particolarmente significative sono poi le letture bibliche, che chiariscono ciascuna aspetti, contenuti, motivazioni e anche itinerari della santità.
Prendiamo, ad esempio, la prima lettura, che costituisce l'intermezzo della sezione così detta dei "sette sigilli", la quale dà come l'avvio a tutto il dramma divino-umano, storico ed escatologico, nello stesso tempo, descrittoci dall'Apocalisse. Prima che l'Agnello "immolato" apra l'ultimo sigillo, simbolo della collera e della "giustizia" di Dio, vincitore e dominatore della storia, vengono "segnati" gli eletti, i "servi" del Signore, coloro che otterranno in maniera definitiva la "salvezza".
È San Giovanni che ci descrive in prima persona la grande visione: "Vidi allora un angelo che saliva dall'oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: "Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi". Poi udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila da ogni tribù dei figli di Israele" (Ap 7,2-4).
Il "sigillo" sta ad esprimere la speciale appartenenza a Dio dell'Israele ideale, composto dai numerosi membri delle dodici tribù: il numero 144.000, infatti, si ottiene moltiplicando "dodici", elevato al quadrato, per mille. Dunque un numero immenso di "eletti" facenti parte ormai della Chiesa, nuovo Israele, che Dio preserverà dalla perdizione ultima, di cui gli esecutori saranno i suoi "angeli".
Questo numero, già così grande, si infittisce ancora nella visione successiva di Giovanni: "Dopo ciò apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani. E gridavano a gran voce: "La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all'Agnello"" (vv. 9-10).
Le "palme" sono segno di trionfo dopo una grande "lotta": quella lotta, che verrà evocata esplicitamenle verso la fine della visione, quando uno dei 24 vegliardi, che circondano il trono dell'Altissimo, domanderà all'Evangelista: ""Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?". Gli risposi: "Signore mio, tu lo sai". E lui: "Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello"" (vv. 13-14).
In questa visione fantastica, così ricca di simboli e di allegorie, mi sembra che siano individuabili alcuni "elementi" rappresentativi e costitutivi della santità.
Prima di tutto, essa non è il risultato dei soli sforzi umani, sia pur nobili e generosi. È Dio che la dona e la porta a maturazione per mezzo di Cristo, come una manifestazione gratuita della sua bontà e del suo amore. È per questo che la moltitudine immensa dei salvati grida con voce possente: "La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all'Agnello" (v. 10). E ad essa fanno coro gli angeli, i vegliardi e i quattro esseri viventi: "Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen!" (v. 12). E del resto, il "sigillo" impresso sui salvati, per preservarli dalla grande "devastazione", sta a dire in forma anche più plastica che la salvezza è opera esclusiva dell'Altissimo, come già abbiamo accennato.
La via, però, attraverso la quale passa la salvezza, non è facile: è la via della "grande tribolazione" (v. 14), che non designa soltanto la "persecuzione", ma tutte le prove che i fedeli devono affrontare per entrare nel regno. La santità vera è sempre una forma di martirio!
Per questo uno dei vegliardi risponde che i redenti "hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello" (v. 14). Il "sangue" sta a rappresentare l'efficacia della "morte" di Gesù, che ogni cristiano deve "portare" e come riprodurre nel proprio corpo, per essere degno del suo Maestro. E questa è la parte che tutti noi dobbiamo saper mettere nell'opera della santità: in questa neppure Dio può sostituirsi a noi!

"Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio"
La seconda lettura, ripresa dalla prima lettera di Giovanni (3,1-3), ci insegna che la santità non è una realtà da attendere per la fine della vita, quasi che essa rappresenti un traguardo sempre al di là di noi. È vero anche questo: e ciò crea un continuo "dinamismo" nel nostro vivere cristiano, che non ci lascia mai tregua.
Ma se fosse solo questo, la santità sarebbe più frutto dei nostri sforzi, che non "dono" dell'amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, come abbiamo detto sopra. Essa è piuttosto una realtà già presente ed operante nella nostra vita, nella nostra mente, nel nostro cuore, nel nostro stesso corpo, perché si identifica con il fatto di essere noi, fin dal presente, "figli di Dio".
È l'annunzio giubilante che ci dà San Giovanni nei brevi, ma stupendi versetti della Liturgia odierna: "Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!..." (1 Gv 3,1).
Per San Giovanni, dunque, la nostra santità si identifica con la stessa "filiazione" divina, che è una realtà già presente ed operante, anche se in continuo sviluppo. Più che dalla immagine di un traguardo perciò essa può essere rappresentata dalla immagine della vita, o, se si vuole, del "seme": qualcosa che già è, ma, nello stesso tempo, deve ancora crescere, dilatarsi, arricchirsi, maturarsi.
E questo è collegato con il pieno rivelarsi di Dio: "Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è" (v. 2). D'altra parte, Dio ci si svelerà nella misura in cui noi ci saremo resi sempre più "somiglianti" a lui.
La santità è un reciproco "rincorrersi" di Dio e dell'uomo per rendere sempre più trasparente la presenza del divino nella nostra vita. Proprio per questo essa è un impegno di sempre, e non il fortunato accadere di certi gesti eroici durante l'arco della nostra esistenza. Mi sembra che sia questo il significato delle ultime parole dell'Apostolo: "Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso come egli è puro" (v. 3).

"Beati i poveri in spirito..."
Un discorso anche più lungo dovremmo farlo sulla bellissima pagina del Vangelo di Matteo, che ci ripropone lo stupefacente annuncio delle "beatitudini". Ma non ne abbiamo più il tempo e, d'altra parte, l'abbiamo già commentato (4ª Domenica del Tempo Ordinario A). Ci preme piuttosto di cogliere alcune indicazioni di un "itinerario" di santità, che qui è ridotto alle cose veramente essenziali.
E prima di tutto questa: la santità si realizza soltanto là dove l'uomo non ha nulla da far valere davanti a Dio, se non la propria debolezza e l'estremo "bisogno" che ha di lui. È questo il significato fondamentale di tutte e nove le "beatitudini" riportateci da San Matteo (le ultime due, però, sono parzialmente identiche).
Ad esempio, "i poveri in spirito" non solo non confidano nelle ricchezze, ma neppure in se stessi, nelle loro capacità, nella loro intelligenza e neppure nella loro bontà; i "miti" non cercano di far valere i loro diritti con la prepotenza o con la forza; gli "operatori di pace" non la costruiscono con la guerra, ma con la benevolenza, l'amore e il perdono; i "perseguitati per causa della giustizia" affidano soltanto a Dio la difesa della loro innocenza.
Questo affidarsi totalmente a Dio è espresso soprattutto nella quarta beatitudine: "Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati" (v. 6). Non basta "desiderare" il regno di Dio e la sua giustizia, bisogna addirittura "averne fame e sete", cioè sentirne il bisogno vitale. Come senza cibo l'uomo muore, così senza la "ricerca" ansiosa e spasimante di Dio egli è nella delusione e nella tristezza, e non può realizzarsi neppure come uomo. È per questo che gli unici uomini "veri" sono i santi!
Una seconda indicazione la cercherei in quest'alternarsi di tempo presente e di tempo futuro per esprimere le diverse motivazioni della "beatitudine", che fondamentalmente è unica, ed è la "gioia" di sapersi protetti e come vigilati dal Signore: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli; beati gli afflitti, perché saranno consolati...".
Non è priva di significato questa variazione grammaticale: essa sta a dire che la santità, pur attendendo il premio "futuro", è già premio a se stessa. È rinunciando a me stesso e ad ogni desiderio di ricchezza, che già possiedo "il regno dei cieli": anzi, esso sta proprio in questa rinuncia! Se gli uomini vivessero lo spirito delle "beatitudini", il mondo già sarebbe diventato un "paradiso", cioè la patria dei santi.

La "universale" vocazione alla santità
Un'ultima segnalazione, infine, vorrei fare: dal testo di Matteo è chiaro che Gesù propone l'ideale delle beatitudini, cioè l'ideale della santità, a tutti i suoi discepoli indistintamente: "Gesù, vedendo le folle, salì sulla montagna... Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo..." (Mt 5,1-2).
Anche se nella Chiesa c'è diversità di compiti e di missione, c'è però "identica" chiamata alla santità. A ragione perciò il Concilio Vaticano II dedica l'intero capitolo V della Costituzione Lumen Gentium a trattare della "universale vocazione alla santità nella Chiesa": "Tutti i fedeli quindi sono invitati e tenuti a perseguire la santità e la perfezione del proprio stato. Perciò tutti si sforzino di rettamente dirigere i propri affetti, affinché dall'uso delle cose di questo mondo e dall'attaccamento alle ricchezze, contrariamente allo spirito della povertà evangelica, non siano impediti di tendere alla carità perfetta; ammonisce infatti l'Apostolo: "Quelli che si servono di questo mondo, lo facciano come se non ne godessero; poiché passa la scena di questo mondo" (cf 1 Cor 7,31)". 
È quello che diceva in altre e più sferzanti parole un grintoso nostro grande scrittore nella prefazione ad un arditissimo libro, uscito postumo a 21 anni dalla morte (1956): "Questo libro è il poema dell'occhio chiaro e della speranza disperata. Far manifesto che tutti siamo bestie e colpevoli, ma nello stesso tempo che c'è in ognuno di noi un genio intristito, un santo soffocato, un angelo prigioniero e che da noi soltanto dipende risuscitarli e liberarli".

Settimio CIPRIANI  (+)

sabato 29 ottobre 2016

La Terre au centre des sphéres de l’universe

SAPIENZA 11,22-12,2 - COMMENTO BIBLICO


SAPIENZA 11,22-12,2 - COMMENTO BIBLICO

22 Signore, tutto il mondo davanti a te, è come polvere sulla bilancia,
come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra.
23 Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi, 
non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento.
24 Poiché tu ami tutte le cose esistenti 
e nulla disprezzi di quanto hai creato; 
se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata.
25 Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? 
O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza?
26 Tu risparmi tutte le cose, 
perché tutte son tue, Signore, amante della vita,
12,1poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose.
2 Per questo tu castighi poco alla volta i colpevoli 
e li ammonisci ricordando loro i propri peccati, 
perché, rinnegata la malvagità, credano in te, Signore.


COMMENTO
Sapienza 11,23 - 12,2 

La misericordia di Dio
Il libro alessandrino della Sapienza si divide in tre parti. Nella prima si presenta la sapienza come speranza del giusto (1,1-6,25); nella seconda si descrive la natura della sapienza (7,1-10,21); infine nella terza si racconta l’opera della sapienza nella storia della salvezza (11,1–19,22). Quest’ultima parte è una riflessione (midrash) sulle vicende riguardanti l’uscita degli israeliti dall’Egitto, così come sono narrate nel libro dell’Esodo. Dopo un’introduzione (11,1-3) nella quale si indica il tema dell’assistenza prestata dalla sapienza agli israeliti «per mezzo di un santo profeta», Mosè, l’autore elabora sette dittici, in cui contrappone il comportamento di Dio nei confronti degli israeliti a quello da lui riservato agli egiziani. Nel primo dittico (11,4-14), dopo aver enunciato il principio generale secondo il quale Dio punisce i malvagi servendosi degli stessi elementi con cui viene in aiuto ai giusti, la sua attenzione si focalizza sul primo tema, quello dell’acqua che, trasformata in sangue per punire gli egiziani, è fatta scaturire dalla roccia per dissetare gli israeliti. A questo punto si inseriscono due digressioni riguardanti rispettivamente il modo di agire di Dio nella storia (11,15 - 12,27) e l’assurdità dell’idolatria (13,1 - 15,19). Infine l’autore riprende la serie dei dittici riguardanti i fatti dell’esodo (16,1-19,9). Il midrash termina alcune riflessioni conclusive (19,10-21).
Nella prima digressione successiva al primo dittico l’autore mette in luce la moderazione di Dio nei confronti degli egiziani (11,15 - 12,2) e dei cananei (12,3-18). Alla fine dal comportamento divino si ricava una lezione di vita per Israele (12,19-27). Il testo liturgico riporta gli ultimi versetti riguardanti la moderazione di Dio verso gli egiziani. In essi l’autore esprime il suo pensiero rivolgendosi direttamente a Dio in forma di preghiera. Si noti che la liturgia segue la numerazione latina, che è superiore di un numero a quella greca.
Nei versetti precedenti (11,18-22) l'autore aveva sottolineato come, in forza della sua onnipotenza, Dio avrebbe potuto colpire a suo piacimento i peccatori. Il potere divino che si estende a tutte le cose, viene da lui sintetizzato nella prima frase del testo liturgico: «Tutto il mondo infatti davanti a te è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra» (11,23). Ma in contrasto con tutto ciò, egli afferma che Dio agisce, sì, ma con misericordia: «Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento» (11,24). Dio compatisce tutti (cfr. Sir 18,13) proprio perché è onnipotente (cfr. Sap 12,16). L'amore di Dio verso la creazione, si manifesta soprattutto nei confronti degli esseri umani. Egli infatti chiude gli occhi sui loro peccati, cioè li perdona: solo chi detiene il potere può esercitare la grazia del perdono. Lo scopo di tale amore è quello di portare l'uomo peccatore alla conversione (cfr. Ez 33,11; 2Pt 3,9; Rm 2,4). 
Dopo aver affermato in via di principio la compassione divina, l’autore ne spiega il motivo: «Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata» (11,25). L’unico movente della creazione è stato la bontà di Dio: il suo amore perciò si esercita verso tutti gli esseri così come essi sono, escludendo qualsiasi tipo di odio, avversione, disprezzo e indifferenza. E questo fin da prima della creazione, poiché se Dio avesse avuto avversione per qualcosa non l’avrebbe neppure creata. 
L’argomentazione procede poi con due domande retoriche: «Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza?» (11,26). Naturalmente la risposta è negativa. Gli esseri di questo mondo non esisterebbero se Dio non li avesse creati e non potrebbero sussistere se Dio non avesse cura di loro. L'amore di Dio per le sue creature non è dunque un amore statico, che si è manifestato una sola volta, nel passato, o che si ferma unicamente alla contemplazione della sua opera; al contrario, l'amore di Dio è attuale, in quanto si rivela in una creazione continua. Il fatto che le creature permangano nell'esistenza, e che si conservino nella loro molteplicità in modo attivo e misterioso, è la prova più tangibile dell'amore continuo di Dio. Ciò dimostra la radicale e continua dipendenza delle creature dal loro Creatore; la sua sovranità e il suo influsso non annullano proprietà e leggi della natura, né le rendono divine nel senso panteistico, bensì le fanno essere ciò che sono. 
Lo stesso principio dell’amore di Dio per le sue creature è ripetuto subito dopo con espressioni diverse: «Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita (11,27). Torna qui il tema della clemenza (cfr. 11,24); questa volta, però, oggetto della bontà, della cura o del perdono divino sono tutte le cose, proprietà di Dio. Il fondamento di questa affermazione è stato dato nei versetti precedenti: Dio è creatore di tutto, è il Signore. Egli si qualifica perciò come «amico della vita»: nel linguaggio comune questa espressione si riferisce a colui che ama la propria vita, in senso piuttosto peggiorativo, in quanto implica la paura di morire. Applicato a Dio, ha qui il senso di amore per la vita degli altri, cioè di tutti gli esseri viventi. 
Un’altra ragione dell’amore di Dio per tutte le creature è indicata nel versetto seguente: «Poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose» (12,1). Lo spirito o soffio divino, incorruttibile e imperituro come Dio stesso, è presente in tutti e in tutte le cose. L'autore aveva già affermato l'idea della presenza vivificante di Dio in tutte le cose per mezzo del suo spirito, identificato con la sapienza (cfr. Sap 1,7; 7,22.24 e 8,1). Il principio della vita, il soffio vitale, viene da Dio; il suo spirito anima ogni vivente: se Dio lo ritira, tutto perisce (cfr. Gn 2,7; 6,3; Gb 27,3; 33,4; 34,14-15; Qo 12,7). Il salmista estende l'azione dello spirito a tutte le cose (cfr. Sal 104,29-30). Nell'ambiente alessandrino questo modo di pensare non poteva destare meraviglia, poiché era nota la concezione stoica di Dio come anima del mondo, come spirito che tutto penetra. L'autore sa cogliere l'aspetto positivo delle dottrine contemporanee, liberandolo dalla loro connotazione panteistica e servendosene per arricchire il pensiero biblico. 
La riflessione giunge a termine con una considerazione sulla pedagogia divina nei confronti dei peccatori: «Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore» (12,2). Certamente Dio punisce coloro che sbagliano, li ammonisce con prove e sofferenze, ma non lo fa tutto d’un colpo, bensì a poco a poco, in modo da dare loro la possibilità di rendersi conto dei loro sbagli e di cambiare vita; il tema è quello della pazienza divina che sa attendere e da tempo al peccatore perché possa giungere alla conversione. In Dio quindi il castigo è sempre medicinale, tende alla salvezza e non alla preservazione dell’ordine costituito e tanto meno alla vendetta. Nella sua pedagogia, Dio vuole staccare il peccatore dalla sua malvagità, conquistarne nuovamente la fiducia, e portarlo alla dedizione totale e assoluta verso di sé, cioè alla fede. La pericope termina con il vocativo «Signore», invocazione rispettosa e fiduciosa nei confronti di colui che è creatore e che tutto può, ma che è anche misericordioso. 

Linee interpretative
In questo brano si sviluppa il secondo polo del binomio onnipotenza-misericordia di Dio. L'autore parla con Dio, in stile dialogico, dei motivi della sua benignità che si manifesta nel suo modo di agire verso tutti gli uomini. Egli vuole mostrare come la benevolenza di Dio non è effetto di debolezza, ma si basa sulla sua stessa onnipotenza. Un potente di questo mondo è ingiusto perché ambisce maggior potere, teme di perderlo, è dominato dall’avidità, dal timore; è rigido perché non ama il colpevole, teme che gli sfugga. Soprattutto la giustizia umana tende alla conservazione dell’ordine stabilito, colpendo con una pena vendicativa colui che lo trasgredisce. 
Dio invece ha il potere supremo non teme nulla, non deve render conto a nessuno, ama i colpevoli, ha tempo, non sbaglia mai. Questi versetti sono un libero commentario alla professione liturgica: «Dio è clemente e compassionevole, paziente e misericordioso» (Es 34,6; Sal 86,15; 103,8; Nm 14,18). Da questo brano emerge dunque un insegnamento positivo e ottimistico. I giudizi storici hanno già reso testimonianza alla volontà salvifica di Dio, che solo in ultima istanza dà luogo al castigo finale. Ciò che l’autore afferma per l’umanità del suo tempo vale anche per quella di oggi: nella sua misericordia Dio vuole la salvezza di tutti e dà a tutti la possibilità di salvarsi. L’elezione di Israele e della Chiesa deve quindi essere vista sempre nel contesto di una salvezza messa a disposizione di tutti, senza eccezioni. 


venerdì 28 ottobre 2016

Zachée et Jesus

30 OTTOBRE 2016 | 31A DOMENICA T. ORDINARIO - ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO


30 OTTOBRE 2016 | 31A DOMENICA T. ORDINARIO - ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

"Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua"
È bellissima la definizione di Dio come "Signore, amante della vita", dataci dal libro della Sapienza (11,26).
La "vita" qui è intesa ovviamente in senso fisico, come risulta dal riferimento al "soffio" vitale, diffuso da Dio nelle sue creature, che segue immediatamente: "Poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose" (12,1). Ma è intesa anche in senso spirituale, in quanto possibilità offerta da Dio agli uomini di aderire alla sua benevolenza e al suo amore, che si manifestano soprattutto nel perdono dei peccati. Anzi, per poter perdonare agli uomini, egli "pazienta" e in più "modera" la sua collera, come ha fatto con gli Egiziani al tempo dell'Esodo (11,15 21). La sua gioia è nel dispensare e dilatare la "vita", anche se ha potere sulla "morte", che però "è entrata nel mondo per invidia del diavolo" (Sap 2,24).

"Signore, amante della vita"
Tutte queste idee sono mirabilmente espresse nell'odierno brano il quale, con tratti molto efficaci, mette in evidenza l'universalità della misericordia di Dio verso i peccatori e il ruolo determinante del suo "amore" nella creazione e conservazione degli esseri: "Tutto il mondo davanti a te è come polvere sulla bilancia... Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi, non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento. Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? O conservarsi, se tu non l'avessi chiamata all'esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte sono tue, Signore, amante della vita, poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose..." (Sap 11,22-12,2).
La creazione, dunque, è la manifestazione primordiale del fatto che Dio è "amante della vita": altrimenti, che senso avrebbe avuto il creare e, attualmente, che senso avrebbe il mantenere nell'esistenza le cose (11,24 25)? Proprio perché "amante della vita", egli non vuole neppure punire subito e sempre i peccatori: infatti, la "vita" si manifesta soprattutto nell'offrir loro tempo e occasione "perché, rinnegata la malvagità, credano in te, Signore" (12,2).

"Oggi la salvezza è entrata in questa casa"
L'episodio di Zaccheo che si converte e ospita nella sua casa il Signore è l'esemplificazione concreta di questa ricchezza di "vita", che dal cuore stesso di Cristo, "immagine del Dio invisibile" (Col 2,15), si travasa nel cuore dell'uomo "rinnovandolo".
"Entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: "Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua". In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: "È andato ad alloggiare da un peccatore!". Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: "Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto". Gesù gli rispose: "Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch'egli è figlio di Abramo; il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto"" (Lc 19,1 10).
Gerico era un po' la sosta obbligata per i pellegrini che dal nord si dirigevano verso Gerusalemme: nello stesso tempo era una cittadina di frontiera e di collegamento con i paesi a sud est della Palestina. Questa è la ragione per cui vi prosperavano i funzionari della dogana e del dazio. Zaccheo è precisamente uno di questi, come dice il testo evangelico: "capo dei pubblicani e ricco" (v. 2). È interessante quest'ultima annotazione, che del resto era scontata: un esattore capo non poteva non essere "ricco"!
Come mai allora Luca lo mette così in evidenza? Indubbiamente perché poco prima ci ha riportato l'episodio del "notabile ricco" che, proprio perché attaccato alle sue ricchezze, si era rifiutato di seguire Gesù (18,18 23), e le dure parole di commento da parte del Maestro: "È più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio" (18,25). Tutto questo contribuiva a creare un caso "difficile" sia per Zaccheo che per Gesù il quale, ovviamente, dopo quelle parole non poteva dimostrarsi troppo indulgente verso un ricco. Eppure il "difficile", anzi "l'impossibile per gli uomini" (cf 18,27), avviene! Cristo non esclude nessuno dal suo regno, che è offerto a tutti, ricchi e poveri, a condizione di "cambiare" il proprio cuore, cioè di "convertirsi".
Questo processo di "conversione" in Zaccheo è evidente, sollecitato e provocato dall'amabilità invadente di Cristo. Quella sua curiosità di vedere Gesù, quel suo arrampicarsi su un albero di sicomoro, dato che era "piccolo di statura" (Lc 19,3), pur di vederlo a tutti i costi, dicono di un certo interesse verso il Profeta di Nazaret. Anche quel suo mescolarsi alla folla, quel non badare per niente alla sua dignità, che poteva anche venire ridicolizzata dal suo strano comportamento, rivelano una liberazione quasi totale dai pregiudizi sociali e di casta: un uomo come questo, se trova qualcuno che l'aiuti, può fare un cammino molto lungo nel rinnovamento di se stesso!
E l'aiuto gli venne inaspettatamente proprio da Gesù, che già in parte era entrato nel cuore del pubblicano, costituendone motivo di curiosità e di interesse. Dimostrandosi nei fatti quel "profeta" che la gente sospettava che lui fosse, egli legge il desiderio di Zaccheo, lo invita a scendere e gli propone di "fermarsi" a casa sua: allora il pubblicano "in fretta scese e lo accolse pieno di gioia" (v. 6).
Questa "gioia" contrasta con la ristrettezza di cuore e forse, più ancora, con un certo risentimento della folla nei riguardi dell'odiato daziere. Infatti, "vedendo ciò, tutti mormoravano: "È andato ad alloggiare da un peccatore"" (v. 7).
Anche altrove si rimprovera a Gesù di andare a "mangiare e a bere" con i peccatori; ma in tutti questi casi si tratta degli scribi e dei farisei, che si scandalizzano perché Gesù familiarizzava con la gente che essi ritenevano "perduta". Qui, invece, si tratta della folla che si rammarica di questo atteggiamento di benevolenza di Gesù verso Zaccheo, "capo dei pubblicani e ricco": è forse soprattutto la sua ricchezza che lo rende detestabile, nonché facile oggetto di invidia e di rancore. Ognuno tenta di accaparrarsi Cristo, facendone un motivo di contrapposizione agli altri!
Gesù però non si presta al gioco. Come ama i poveri, così egli ama anche i ricchi, a condizione però che "mutino" il loro atteggiamento nei riguardi della ricchezza, non ritenendola la cosa più importante nella vita e utilizzandola per il bene di tutti, specialmente dei più poveri: a questo punto essa non è più un ostacolo per entrare nel regno, ma può diventare addirittura uno strumento di dilatazione dell'amore.
È il miracolo di trasformazione interiore che si è verificato, per l'azione preveniente di Cristo, in Zaccheo il quale, alzatosi, così gli dice: "Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte" (v. 8).
Nella sua volontà di rinnovamento e di riparazione di eventuali ingiustizie, egli va molto al di là di quanto la legge prescriveva o anche solo consigliava. Infatti essa prevedeva la riparazione del quadruplo solo nel caso di furto di bestiame minuto, venduto o ucciso (Es 21,37); nei casi normali invece l'indennizzo era solo del doppio (Es 22,3.6). Anche nel diritto romano la restituzione è del quadruplo solo per i "furta manifesta". Nella tradizione giudaica poi si consigliava di dare una parte del proprio avere ai poveri, nella misura di un quinto dei propri beni e del reddito.
Come si vede, siamo davanti a un capovolgimento di situazioni: l'uomo avaro, egoista, profittatore diventa in un momento generoso, distaccato dal denaro e da se stesso. Sono gli "altri" e soprattutto i "poveri" che ormai prendono rilievo nella sua vita: egli è diventato davvero discepolo di Cristo!
Difatti Gesù stesso gliene darà atto, dichiarando solennemente: "Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch'egli è figlio di Abramo" (v. 9).
Non bisogna emarginare nessuno: anche un daziere, ricco e forse ladro come Zaccheo, continua a essere "figlio di Abramo", cioè oggetto dell'amore e della chiamata di Dio. E tanto più è "figlio di Abramo" se, come il grande Patriarca, avrà la forza di "credere" e di affidarsi a Dio totalmente: "Credette Abramo a Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia" (Gn 15,6).

"Il Figlio dell'uomo è venuto a salvare ciò che era perduto"
La frase conclusiva del racconto è tipica di Luca: "Il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto" (v. 10). Ricorre, più o meno identica, per ben quattro volte nelle "parabole della misericordia" (15,6.9.24.32). Essa giustifica l'atteggiamento anticonformista di Gesù, che rischia di alienargli la simpatia anche della gente più semplice e più povera. Egli non ha schemi precostituiti davanti a sé, non divide gli uomini secondo categorie né religiose né sociali: per lui esistono soltanto creature bisognose di "salvezza", siano essi farisei o pubblicani, poveri o ricchi, Ebrei o Romani.
Tutto questo è molto importante, perché ci sono oggi anche dei cristiani tentati di dividere gli uomini per classi, come ai tempi di Gesù: da una parte gli sfruttati e dall'altra gli sfruttatori, da una parte gli oppressi e dall'altra gli oppressori, da una parte i buoni e dall'altra i cattivi. In nome del Vangelo si predica la rivolta degli uni verso gli altri: la forza, se necessario anche violenta, opererà il prodigio del ristabilimento della giustizia fra gli uomini!
L'episodio di Zaccheo sta a dirci che la via da seguire è un'altra, cioè quella della "conversione interiore", indubbiamente molto più lenta e più faticosa. Solo per questa via l'oppressore cesserà di essere tale, e l'oppresso non diventerà a sua volta, per via di fatalità, oppressore, come la storia anche recentissima sta a testimoniarci in molte parti del mondo, a est e ovest, vicino e lontano.
Tutto questo non significa affatto proporre un rassegnarsi fatalistico alle situazioni di ingiustizia, ma solo il dovere di aggredirle secondo la forza dell'amore che viene dal Vangelo, sull'esempio di Cristo, come ha affermato Paolo VI: "La situazione presente deve essere affrontata coraggiosamente, devono essere combattute e vinte le ingiustizie che essa comporta. Lo sviluppo esige delle trasformazioni audaci, profondamente innovatrici. Riforme urgenti devono essere intraprese senza alcun ritardo. Ciascuno prenda generosamente la sua parte" (Populorum progressio).
Quest'impegno per una maggiore giustizia e fraternità fra gli uomini sarà anche più valido, se il cristiano vivrà in quel clima di attesa "escatologica" a cui ci richiama la seconda lettura, sia pure con le rettifiche introdotte da Paolo (2 Ts 1,11-2,2). Vivendo in tale clima, infatti, egli sentirà tutta l'urgenza di realizzare il massimo di amore e di volontà di trasformazione, "perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo" (2 Ts 1,12).

Settimio CIPRIANI  (+

giovedì 27 ottobre 2016

REVELATION 22_01-ALPHA AND OMEGA - CHRIST IN MAJESTY

CALAMITÀ NATURALI È DIO IL RESPONSABILE? (2008)


N. 8 - Agosto 2008 (XXXIX)

CALAMITÀ NATURALI È DIO IL RESPONSABILE? (2008)

di Carlo Siracusa

Tragedie come la catastrofe provocata dallo Tsunami in Asia, avvenuta nel dicembre del 2004, che ha ucciso circa 300.000 persone, o l’uragano Katrina, che nell’agosto del 2005 ha colpito il sud degli Stati Uniti , distruggendo interi paesi e uccidendo 970 persone… sicuramente ci coinvolgono, se non direttamente, ci provano emotivamente.
In questi casi, non è insolito sentire commenti in cui si coinvolge Dio nella questione, chiedendo: “perché non interviene; perché permette che accadano cose del genere?” 
Per capire le motivazioni che inducono la gente ad esprimere pensieri così forti, prendendosela con Dio, quasi fosse il responsabile di questi eventi, notate qual è il tipo di risposta che alcuni “addetti ai lavori” danno a quanti chiedono: “perché Dio non interviene?”. Un vescovo cattolico, alla domanda "Dov'era Dio?" quando lo tsunami seminava distruzione e morte, rispose: "Dio ci ama. Dio è sempre con noi. Noi non sappiamo perché succedono questi fatti. Ma sappiamo di sicuro che anche da queste tristi vicende Dio può trarre il bene". 
Davanti a una dichiarazione del genere, è assolutamente comprensibile che la gente si chieda: ‘ma quale bene può trarre Dio dalla morte e dalla distruzione? E quale bene possono trarne i parenti delle vittime, o chi è rimasto in mezzo a una strada, perché ha perso tutto ciò che si era fatto nel corso di una vita?
Cercano di dare conforto dicendo: “si faccia la volontà di Dio”, oppure: “Dio sta mettendo alla prova la nostra fede”, ma non si rendono conto che in tal modo presentano Dio come un essere insensibile, sadico, crudele. Per questo, migliaia di persone si allontanano sempre di più dalla fede, vedendo una netta contraddizione: da una parte la Bibbia, che descrive il        Creatore come un Dio d’amore, dall’altra calamità e terremoti, attribuiti a Dio, quali unità di misura per quantificare la grandezza della nostra fede!
Come stanno le cose? E’ davvero Dio il responsabile dei disastri e delle calamità?
 Secondo studi scientifici, alcuni ricercatori hanno notato che il tasso delle catastrofi naturali, negli ultimi anni è aumentato notevolmente: sia nella frequenza che nella distruttività. Si è riscontrato, inoltre, che le vittime non dipendono tanto dalla potenza distruttiva della calamità in sé stessa, quanto dalla condizione in cui vivono le persone! Infatti, di solito, ad averne la peggio, sono proprio quelli che vivono nei  paesi più poveri. 
Uno dei fattori che determina l’aumento delle vittime, in occasione delle calamità, è la crescita demografica, che è tipica dei paesi poveri. E poi c’è il fatto che spesso la gente non tiene conto degli avvertimenti. Secondo un sociologo, le responsabilità che ha l’uomo, in questi casi, non sono indifferenti: le forze della natura possono innescare il cataclisma, ma la responsabilità relativa al numero delle vittime e all’entità dei danni è da attribuirsi all’attività dell’uomo in campo sociale, economico e politico. Sarebbe necessario poter modificare le circostanze che non lasciano alle persone altra scelta che vivere in zone a rischio o in modi che rovinano l’ambiente.
In realtà, lo stato di salute del nostro pianeta, dipende molto dalle attività dell’uomo:
 - L’abuso dell’ambiente: il disboscamento, che provoca frane, terremoti;              
- L’inquinamento: distrugge l’ecosistema, scatenando quelle che poi chiamiamo ‘calamità naturali’, ma che di fatto sono delle manifestazioni di difesa della terra, contro le violenze e le forzature provocate dall’uomo. Ha contribuito persino all’aumento delle malattie tumorali, legate al buco dell’ozono, per il mancato filtraggio dei raggi ultravioletti;
- Il modo di vivere della gente: che costruisce nei pressi del letto di un torrente, sui vulcani, vicino alle dighe; (vedi ad esempio l’esperienza della Valle del Vajont, nel 1963).
 La terra è un pianeta attivo, e l’attività vulcanica lo dimostra: questa è essenziale, in quanto funge da valvola di sfogo! La terra ha il suo codice genetico, il suo “DNA”: quando l’uomo cerca di modificarlo, intervenendo contro la natura stessa, la terra reagisce ribellandosi, e manifestando la sua ribellione attraverso maremoti, uragani, terremoti, frane: segni di un malessere che vive l’ambiente. Attribuire, dunque, le responsabilità a Dio, è mancanza di conoscenza e superstizione, che hanno portato molti a credere in questi eventi della natura, come se fossero castighi di Dio.
 E’ vero che la Bibbia parla dei disastri e delle calamità, come di un “segno dei tempi”! - (Ap. 6:5-8)
Ma, il fatto che le Scritture profetizzavano l’avvento di catastrofi e disastri provocati dalle forze della natura, non vuol dire che sia Dio a provocarli e a volerli!
Un genitore può prevedere la fine che farà il proprio figlio, vedendo le compagnie malsane che frequenta; anche un meteorologo può prevedere il tempo di domani, sulla base delle correnti e dei venti. Questo non significa però che il genitore o il meteorologo abbiano voluto o siano in qualche modo responsabili di ciò che hanno previsto. Allo stesso modo, Dio può aver determinato in anticipo l’esito di ciò che sarà, a motivo della sua onniscienza. (Is. 46:9,10)  Le calamità non sono eventi voluti e causati da Dio, ma sono eventi previsti, annunciati, a motivo della tendenza dell’uomo nelle scelte che fa e nelle opere che compie. Non è onesto quindi, attribuire a Dio responsabilità che invece appartengono all’uomo, il quale, farebbe bene a soppesarne l’entità e la gravità, piuttosto che scaricarle a Dio, quale capro espiatorio!
 Qualcuno però, ha sollevato un’opportuna osservazione: la Bibbia non narra di calamità naturali come il diluvio, la pioggia di fuoco e zolfo su Sodoma e Gomorra, o le dieci piaghe d’Egitto? Queste calamità, non accaddero per volere di Dio? Come si fa, dunque, a stabilire i parametri per determinare se quello specifico evento sia opera di Dio o no?
 Dobbiamo partire dal presupposto che i castighi summenzionati, descritti nella Bibbia come causati o voluti da Dio, sono sempre preceduti da un avvertimento e da specifiche istruzioni su come salvarsi per sopravvivere all’evento apocalittico. A titolo d’esempio, analizziamo il racconto del diluvio, e vediamo in che modo questa specifica calamità risulti differente rispetto ai disastri comuni, chiamati ‘calamità naturali’:
 1. Scopo della calamità punitiva:  “… la malvagità degli uomini era grande sulla terra e  il loro cuore concepiva soltanto disegni malvagi in ogni tempo”. (Gn 6:5)
2. Non fu una punizione indiscriminata: “Noè trovò grazia agli occhi del Signore”. (Gn 6:8)
3. L’evento fu preannunciato: “Ecco, io sto per far venire il diluvio delle acque sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni essere in cui è alito di vita; tutto quello che è sulla terra perirà”. (Gn 6: 17)
4. Dio concesse una via di scampo: “Ma io stabilirò il mio patto con te; tu entrerai nell'arca: tu e i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli con te”. (Gn 6:18)
 Anche Gesù evidenziò che, il diluvio e il fuoco piovuto dal cielo su Sodoma e Gomorra, furono eventi voluti e provocati da Dio, per uno scopo ben preciso. Ciò non significa però che ogni cataclisma, ogni disastro o calamità sia da Dio, o che ne sia in qualche modo responsabile! 
Se guardassimo con maggior attenzione ai bisogni del pianeta in cui viviamo, sicuramente non avremmo motivo di scomodare Dio, addossandogli responsabilità che non Gli appartengono, e questo sguardo attento ci aiuterebbe a fare azioni concrete per ristabilire questo pianeta, ormai in prognosi riservata.

mercoledì 26 ottobre 2016

Lectio divina


PAPA FRANCESCO - SE L'UOMO PROVA A SALVARSI DA SOLO


PAPA FRANCESCO - SE L'UOMO PROVA A SALVARSI DA SOLO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 19 dicembre 2013 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 292, Ven. 20/12/2013) 

L’uomo non si salva da solo e chi ha avuto la superbia di provarci, anche tra i cristiani, ha fallito. Perché solo Dio può dare vita e salvezza. È questa la meditazione, nella prospettiva dell’Avvento, che Papa Francesco ha proposto durante la messa celebrata stamani, giovedì mattina 19 dicembre, nella cappella della Casa Santa Marta.
Prendendo spunto, come di consueto, dalla liturgia del giorno il Pontefice ha voluto ricordare che «la vita, la capacità di dare vita e la salvezza vengono soltanto dal Signore» e non dall’uomo che non ha «l’umiltà» di riconoscerlo e di chiedere aiuto. «Tante volte» nella Scrittura si parla «della donna sterile, della sterilità, dell’incapacità di concepire e dare vita». Ma sono anche tante le volte in cui avviene «il miracolo del Signore, che fa che queste donne sterili possano avere un figlio».
Papa Francesco ha fatto riferimento anzitutto alla mamma di Sansone, la cui storia è stata riproposta stamani dal passo del libro dei Giudici (13, 2-7.24-25a). E poi ha ricordato anche ciò che «accade alla moglie del nostro padre Abramo: lei non poteva credere» di avere un figlio a causa dell’età avanzata «e sorrideva dietro la finestra da dove spiava di cosa parlava il marito. E sorrideva perché non poteva crederlo. Ma ha avuto un figlio». Il vangelo di oggi (Luca, 5-25), ha proseguito il Papa, ricorda anche quanto «è accaduto a Elisabetta». Tutte storie bibliche di donne che, ha spiegato il Pontefice, mostrano come «dalla impossibilità di dare vita, viene la vita». Ed è accaduto anche a donne non sterili ma che non avevano più alcuna speranza per la loro vita «Pensiamo a Noemi — ha specificato il vescovo di Roma — che, alla fine, ha avuto un nipotino». In sostanza «il Signore interviene nella vita di queste donne per dirci: io sono capace di dare vita!».
Papa Francesco ha fatto notare che nelle parole dei «profeti c’è l’immagine del deserto: la terra deserta, incapace di far crescere un albero, un frutto, di far germogliare qualcosa». Eppure proprio «il deserto sarà come una foresta. Dicono i profeti: sarà grande, fiorirà!». Dunque «il deserto può fiorire» e «la donna sterile può avere la vita» soltanto nella prospettiva della «promessa del Signore: io posso! Io posso dalla vostra secchezza far crescere la vita, la salvezza! Io posso dall’aridità far crescere i frutti!». La salvezza «è l’intervento di Dio che ci fa fecondi, che ci dà la capacità di dare vita», che «ci aiuta nel cammino della santità».
Una cosa è certa: «Noi non possiamo salvarci da noi soli». In tanti ci hanno provato «anche alcuni cristiani», ha ricordato il Papa citando i pelagiani. Ma solo l’intervento di Dio ci porta la salvezza.
Da qui la domanda del Pontefice: «Ma da parte nostra cosa dobbiamo fare?». Innanzitutto, ha risposto Papa Francesco, «riconoscere la nostra secchezza, la nostra incapacità di dare vita». Poi «chiedere». E ha formulato così la richiesta che si fa preghiera: «Signore, io voglio essere fecondo; io voglio che la mia vita dia vita, la mia fede sia feconda e vada avanti e possa darla agli altri. Signore, io sono sterile; io non posso, tu puoi. Io sono un deserto; io non posso, tu puoi». E «questa, sia — è stato il suo auspicio — la preghiera di questi giorni prima del Natale».
Fa pensare, ha poi proseguito il Papa, «come i superbi, quelli che credono che possono fare tutto da sé, sono colpiti». E si è riferito in particolare «a quella donna che non era sterile, ma era superba e non capiva cosa fosse lodare Dio: Micol, la figlia di Saul. Rideva della lode. È stata punita con la sterilità». L’umiltà è una dote necessaria per essere fecondi. «Quante persone — ha rimarcato — credono di essere giuste, come lei, e alla fine sono poveracci!».
Invece è importante «l’umiltà, il dire “Signore sono sterile, sono un deserto”». Come è importante ripetere in questi giorni «quelle belle antifone che la Chiesa ci fa pregare: “O figlio di David, o Adonai, o Sapienza — oggi — o Radice di Iesse, o Emmanuel, vieni a darci vita, vieni a salvarci perché Tu solo puoi, io da solo non posso”».
Così, ha concluso il Pontefice, «con questa umiltà, umiltà del deserto, umiltà di anima sterile» dobbiamo «ricevere la grazia: la grazia di fiorire, di dare frutto e di dare vita».


martedì 25 ottobre 2016

Gesù in croce


SUPERARE LA TEOLOGIA DELLA GUERRA GIUSTA


SUPERARE LA TEOLOGIA DELLA GUERRA GIUSTA

Emmanuel C. Mac Carthy

Sacerdote statunitense ed ex generale dell'esercito 

   Per gran parte della mia vita, certamente gli anni in cui indossavo l’uniforme di generale dell’esercito, pensavo in modo diametralmente opposto a quanto ora esporrò.
   Il presupposto di queste riflessioni è che Cristo ha qualcosa d’importante da dirci sul modo di vivere la vita cristiana. Lo scopo è di ricercare la verità di Cristo, con la comunità dei cristiani e all’interno di essa. È un testo serio perché il problema è serio: si tratta della guerra e di ciò che Cristo attende nei suoi confronti da coloro che lo seguono. Non procede da uno spirito ostile verso qualcuno nella comunità cristiana. Ma vi sono fatti terribili e spiacevoli nella storia cristiana e nella vita cristiana di oggi, che dobbiamo esaminare. Abbiamo 1.600 anni di cristianità postcostantiniana che hanno giustificato la guerra e la violenza. Ogni secolo ha visto un crescendo di brutalità e di vittime della guerra. Una percentuale impressionante di queste distruzioni disumane può essere attribuita a coloro che si confessano cristiani, discepoli del Principe della pace.
   Ma non fu sempre così. Durante i primi tre secoli del cristianesimo, la chiesa era nonviolenta. Poi, all’inizio del quarto secolo, accettò di collaborare, cioè di partecipare alla guerra e alla violenza del dittatore di Roma, allora non cristiano, Costantino; iniziò la costantinizzazione della chiesa.
   Alla fine del ventesimo secolo, i cristiani continuano a uccidere e a costruire strumenti di morte, giustificando il tutto con la morale e la teologia, nel nome di Cristo. Ma è davvero questo che Gesù pensava per i suoi discepoli? Se non è così, come può la chiesa approvare che i cristiani accettino questo sistema?

IL COMANDAMENTO DI CRISTO
  Certo sarebbe più confortevole per la comunità di Cristo, specie per chi esercita un ruolo di guida, dedicarsi solo ai problemi di giurisdizione episcopale. Ma questi non sembrano così pressanti come quello della giustificazione cristiana della violenza e della guerra in un mondo di distruzione tecnologica avanzata. Proclamare il Vangelo, ma facendo eccezione quando tocca le questioni centrali del nostro tempo, è tradirlo.
   Il nemico di una nazione non è nemico di Dio. Il nemico di una persona o di un gruppo, chiunque esso sia, è un figlio di Dio, che dev’essere amato come Gesù lo ama. Gesù è Dio incarnato, è l’immagine del Dio invisibile. Non è solo una dimensione della vita cristiana: è la norma ultima per tutto l’agire del cristiano. E ha esplicitamente chiesto ai suoi seguaci di "osservare tutto quello che ha comandato" e di "amare come lui ha amato".
   Il comandamento di Gesù "amate i vostri nemici" è sempre all’imperativo, al plurale e non conosce eccezioni. L’amore dei nemici, con Gesù per modello, è il contrario della morale comune. Si può dire con certezza, secondo gli esperti biblici, che l’espressione è dovuta a Gesù stesso. Risulta anche che è la più citata nei primi due secoli del cristianesimo. Non è dunque possibile sbagliarci: l’amore incarnato in Gesù, che i cristiani sono chiamati a condividere e ad imitare, è l’amore nonviolento verso tutti, nemici compresi.
   Se Gesù Cristo è la norma ultima della condotta cristiana, risulta chiaro che vi sono degli assoluti etici nei comportamenti del discepolo cristiano. Per esempio, a chi deve cercare di "vivere Gesù Cristo", non è lecito l’omicidio di massa, cioè la guerra. Vi sono attività alle quali il cristiano non può partecipare, perché contrarie alla volontà di Dio rivelata da Cristo.
   Osservo che non si tratta della sola guerra nucleare, ma del rigetto totale e senza equivoci, teorico e pratico, di ogni guerra. Nella vita e nell’insegnamento di Gesù non c’è nulla che possa far pensare che, mentre non è lecito incenerire un popolo con testate nucleari, sarebbe lecito incenerirlo con il napalm. È la guerra che il cristiano mette in questione, non solo la guerra nucleare.

IL MONDO HA BISOGNO DI VERI DISCEPOLI DI CRISTO
   L’equilibrio del terrore è una morale che Cristo non ha mai insegnato. L’etica delle stragi di massa non c’è nell’insegnamento di Gesù. La storia della giustificazione della guerra è un continuo sfoggio di eufemismi: la strage di massa è chiamata "dimostrazione di forza" o "azione cautelare". Con questo tipo di linguaggio, il Principe della menzogna è invitato a nozze. Nella dottrina della guerra giusta, Gesù Cristo, che è il tutto della vita cristiana, è spiazzato. Potrebbe benissimo non essere mai esistito. La dottrina della guerra giusta non ha niente a che fare con la sua persona e il suo insegnamento.
   Siamo chiari. Tagliare in quattro un capello a proposito della moralità dei tipi di strumenti usati ai fini della strage di massa, non è ciò di cui il mondo ha bisogno, da parte della chiesa. Ha invece bisogno della presenza di cristiani disposti a pagare di persona insieme a Cristo. Il mondo ha bisogno di cristiani che proclamino: "Il discepolo di Gesù non può partecipare alla strage di massa; deve amare come Cristo ha amato, vivere come Cristo è vissuto e, se necessario, morire come Cristo è morto, amando il proprio nemico".
   Alcuni cercano di far apparire l’insegnamento di Gesù sulla nonviolenza ingenuo e ridicolo: come se la nonviolenza cristiana fosse un’interpretazione di Gesù e del suo insegnamento teologicamente semplicista, assurda e impraticabile. Cristiani con simili idee sembrano oggi essere la maggioranza nelle chiese. L’autentica nonviolenza cristiana viene raramente messa alla portata della comunità cristiana. Quando in chiesa, o in scuola o in seminario si presenta l’occasione di riflettere sull’amore nonviolento, lo si fa normalmente in termini così vaghi e superficiali da far pensare che nessuno, neppure Cristo in persona, saprebbe difendere una tale posizione.

LA CHIESA DEI PRIMI SECOLI
  Eppure, durante i primi 300 anni, la chiesa ebbe dovunque una visione di Gesù e del suo insegnamento come nonviolenti. La chiesa insegnò questa etica di fronte ad almeno tre tentativi dello stato di liquidarla, nonostante i rischi di torture e di morte. Se mai c’è stato motivo di rappresaglie giustificate e di uccisioni difensive, nella forma di dottrina della guerra giusta oppure di rivoluzione violenta giusta, fu allora: le élites economiche e politiche di Roma miravano ad una politica di sterminio della comunità cristiana. Invece la chiesa insisteva senza riserve sul fatto che, disarmando l’apostolo Pietro, Gesù aveva disarmato tutti i cristiani. Questi continuavano a credere che Cristo era, come dice un’antica liturgia, "la loro fortezza e la loro forza", e poiché Cristo era tutto ciò di cui avevano bisogno in fatto di difesa e di sicurezza, non avrebbero cercato altro.
   Quando venivano offerte ai cristiani delle occasioni di ammansire lo stato romano unendosi ai suoi eserciti, le respingevano, perché la chiesa primitiva vedeva un’incompatibilità totale tra l’amare come Cristo ama e l’uccidere. Il Dio della comunità cristiana non era Marte, ma Cristo. Era dunque Cristo, non Marte, a determinare il modo di vedere e di vivere del cristiano. Era Cristo, non Marte, che dava la sicurezza e la pace. Durante questi 300 anni, la chiesa continuava a diffondersi. Sopravvisse senza mai ricorrere alla guerra e alla violenza.
   Nella chiesa primitiva nonviolenta nessuno disse che i cristiani dovessero ignorare il male o "lasciar correre". Il cristiano sapeva di dover lottare contro il male: ma doveva vincere il male con il bene; se fosse stato necessario, doveva persino "dare la sua vita" in questa lotta. Per la chiesa primitiva, il martirio era un’attività sociale vera e propria, al massimo livello.

LA "RESPONSABILITÀ SOCIALE" DEI PRIMI CRISTIANI
  "Deporre la propria vita" (e non uccidere un’altra), rispondendo al male con il bene, era considerato atto supremo di responsabilità sociale. Si riteneva che il modo più efficace di essere socialmente responsabili era di rifiutare la collaborazione con il male sociale, la guerra e la strage di massa. E non era sufficiente opporsi al male a parole: era ritenuta condizione essenziale, nel proprio concreto, amare come Cristo ha amato, a costo anche di gravi pene, anche della vita.
   Questa spiritualità cristiana primitiva, consistente nel parlare chiaro e nel pagare di persona, dista anni luce dall’etica ambigua di chi con le parole dice di essere contrario alla guerra, ma poi vi partecipa, in attesa che tutti siano d’accordo di non più parteciparvi. I nostri padri dei primi tre secoli sapevano che Gesù, loro Dio e Signore, non permetteva a nessuno dei suoi discepoli di sostituire la violenza all’amore; e allora parlavano e agivano con coerenza, da cristiani socialmente responsabili.
   In concreto, la nonviolenza cristiana non era un ingenuo e sterile ricorso a un idealismo irrealistico. La nonviolenza cristiana è la volontà di Dio rivelata nella vita e insegnamento di Gesù Cristo. Le utopie sono sogni umani, l’insegnamento di Gesù è, invece, un mandato divino, al quale tutti i cristiani sono tenuti a prestare fede totale. Quando Dio parla, un’obbedienza incondizionata è la sola risposta giusta, perché la parola di Dio è potenza e saggezza. Obbedire alla volontà di Dio significa essere realisti e pragmatici. Mentre il rifiuto di obbedirgli è il colmo dell’ingenuità: è il non fidarsi della sua saggezza ad essere irrazionale. Adorare Cristo in pubblico, mentre in segreto si giudica come irrealistica la sua dottrina della nonviolenza, è aberrante.
   C’è chi ritiene che Gesù abbia bisogno delle loro rettifiche, perché incapace di esprimersi a riguardo della violenza e dei nemici. Per loro il martirio come attività socialmente responsabile non ha senso, quando si hanno le possibilità di eliminare il nemico: ecco la dinamica operativa dell’etica che giustifica l’omicidio. Per i cristiani vicini a Gesù, invece, combattere la guerra con la guerra è partecipare al male e accrescerlo.
   Siamo onesti: la ricerca di un Vangelo con delle scappatoie non ha senso. Non è la verità a motivare tale ricerca. È la paura; è lo spavento dinnanzi alla morte; è il rifiuto di credere che Cristo è risorto, e questo proprio attraverso la sua morte.

"RIVESTITEVI DI CRISTO"
  A rendere il comandamento "amatevi come vi ho amato" possibile e ragionevole è la coscienza che Gesù è in mezzo a noi. La risurrezione di Cristo e la sua presenza tra noi confermano la verità e la forza del suo amore. Senza conversione alla fede nella persona di Cristo, la fede nell’etica di vita che egli proclama è insostenibile. Senza la risurrezione della sua persona, la fede nell’etica della sua croce di amore nonviolento è vuota. Ma se Cristo è risuscitato, allora questa croce dell’amore nonviolento è davvero la Via e la Verità.
   Sapendo quante altre logiche cercano di imporsi, S. Paolo richiama al cristiano la necessità di "pregare senza sosta". Se si è uniti a Cristo nella preghiera, non si riesce più a giustificare la violenza e la guerra, come invece non dispiace a una certa teologia. Una continua coscienza della realtà di Dio come Amore è fondamentale in Gesù. È a questa coscienza che la preghiera ci converte, "rivestendoci del pensiero di Cristo".
   Lo spirito di Cristo non è primariamente centrato sul rifiuto della violenza, ma sull’amore. Il centro di questo amore è la comunità di amore che abita dentro di noi, la Trinità. Una spiritualità veramente cristiana ci conduce a una presa di coscienza crescente del totale coinvolgimento della nostra persona e di tutta la creazione nella comunione d’amore che è la Trinità. Chi è impegnato a "rivestirsi del pensiero di Cristo", a vivere alla presenza del Dio-Amore, compassionevole, è inconcepibile che possa arrivare a giustificare la guerra e la violenza, tantomeno a parteciparvi.
   La dottrina della guerra giusta è un tentativo di giustificare moralmente la strage di massa, che Gesù ha esplicitamente escluso dalla sua logica. È un cristianesimo senza Cristo. Giustificare la logica di Marte come compatibile con la sequela di Cristo è un abominio idolatrico, che continuerà a spargere caos e tragedie.
   La scelta è tra il "rivestirsi del pensiero di Cristo" o no. Impossibile rimanere neutrali. Non è facile "rivestirsi del pensiero di Cristo", richiede conversione. Ma è il prezzo della pace sulla terra. Se non si accetta di pagare il prezzo della pace, si pagherà il prezzo della guerra. Se non si vuole assumere la "santa violenza" (o ascesi) di una vita di preghiera incessante, con la quale impossessarsi del Regno dei Cieli, si dovrebbe almeno avere l’onestà di non giustificare come cristiana la violenza, da cui i regni di questo mondo sono inevitabilmente condotti alla distruzione.
   Da 1.600 anni il popolo di Dio è stato bloccato dalle giustificazioni cristiane al massacro di vite umane. Questo deve finire. La partecipazione cristiana alle barbarie della strage di massa è la negazione del Vangelo. La chiesa deve interdirsi di giustificare delle rappresentazioni false e grottesche di Cristo e della sua dottrina, in contraddizione con i suoi insegnamenti più chiari. Non c’è passo del Vangelo in cui Cristo dica che i suoi discepoli sono esenti dal seguirlo quando temono certe conseguenze. La sequela di Cristo include la fedeltà ai modi di agire di Cristo. Il suo cammino è quello della croce, è l’amore nonviolento, sempre.
   Siamo chiamati dal Principe della pace a essere un popolo di pace. Dobbiamo essere testimoni pacifici della risurrezione, contenti di pregare senza tregua, di amare alla maniera di Cristo. Non si pretende nulla di più da noi. Non c’è bisogno d’altro da parte nostra.

Centro per la nonviolenza cristiana di Baxter (USA), Pasqua 1982

lunedì 24 ottobre 2016

Pater noster




SANT'AGOSTINO PREGHIERE DA "LE CONFESSIONI"


SANT'AGOSTINO PREGHIERE DA "LE CONFESSIONI"

PARTE SECONDA - VERSO L'APPRODO

Il canto della lode
Accetta l'olocausto delle mie confessioni dalla mano della mia lingua, formata e sollecitata da te alla confessione del tuo nome. Risana tutte le mie ossa, e ti dicano: "Signore, chi simile a te?". Chi a te si confessa non ti rende nota la sua intima storia, poiché un cuore chiuso non esclude da sé il tuo occhio, né la durezza degli uomini respinge la tua mano, bensì tu la stemperi a tuo piacere, con la pietà o la punizione; e nessuno si sottrae al tuo calore. La mia anima ti lodi per amarti, ti confessi gli atti della tua commiserazione per lodarti. L'intero tuo creato non interrompa mai il canto delle tue lodi: né gli spiriti tutti attraverso la bocca rivolta verso di te, né gli esseri animati e gli esseri materiali, attraverso la bocca di chi li contempla. Così la nostra anima, sollevandosi dalla sua debolezza e appoggiandosi alle tue creature, trapassa fino a te, loro mirabile creatore. E 11 ha ristoro e vigore vero (5, 1, 1).

Ovunque sei presente
Vadano, fuggano pure lontano da te gli inquieti e gli iniqui. Tu li vedi, ne distingui le ombre fra le cose. Così l'insieme risulta bello anche con la loro presenza, con la loro deformità. Che male poterono farti? dove poterono deturpare il tuo regno, se è giusto e intatto dall'alto dei cieli fino ai lembi estremi della terra? Dove fuggirono fuggendo dal tuo volto? in quale luogo non li puoi trovare? Fuggirono per non vedere la tua vista posata su di loro e urtare, accecati, contro di te, che non abbandoni nulla di ciò che hai creato: per non urtare contro di te, e ricevere l'equo castigo della loro iniquità. Si sottrassero alla tua mitezza per urtare nella tua giustizia e cadere nella tua severità. Evidentemente ignorano che tu sei dovunque e nessun luogo ti racchiude, che tu solo sei vicino anche a chi si pone lontano da te. Dunque si volgano indietro a cercarti: tu non abbandoni le tue creature come esse abbandonano il loro creatore. Se si volgono indietro da sé a cercarti, eccoti già lì, nel loro cuore, nel cuore di chiunque ti riconosce e si getta ai tuoi piedi, piangendo sulle tue ginocchia dopo il suo aspro cammino. Tu prontamente ne tergi le lacrime, e più singhiozzano allora e si confortano al pianto perché sei tu, Signore, e non un uomo qualunque, carne e sangue, ma tu, Signore, il loro creatore, che le rincuori e le consoli. Anch'io dov'ero quando ti cercavo? Tu eri davanti a me, ma io mi ero allontanato da me e non mi ritrovavo. Tanto meno ritrovavo te (5, 2, 2).

Dio degli umili!
Tu sei grande, Signore, e volgi lo sguardo sugli umili, mentre gli eccelsi li vuoi conoscere da lontano e solo ai cuori contriti ti avvicini; non ti riveli ai superbi neppure se con la loro curiosa destrezza sappiano calcolare le stelle e l'arena, misurare gli spazi siderei ed esplorare le piste degli astri (5, 3, 3).

Felice chi conosce Dio
Signore, Dio di verità, basta la conoscenza di queste cose per piacerti? Infelice davvero chi conosce tutte quelle e ignora te; felice chi conosce te, anche se ignora quelle. Chi poi sa e di te e di quelle, non per quelle è più felice, ma per te solo felice, se, oltre a conoscerti, ti glorifica per ciò che sei e ti ringrazia, anziché disperdersi nei suoi vani pensieri. Chi sa di possedere un albero e ti è grato di goderlo, sebbene ignori i cubiti della sua altezza o la sua estensione in larghezza, è migliore di chi lo misura e ne conteggia tutti i rami, però non lo possiede né riconosce il suo creatore né lo ama. Così all'uomo di fede il mondo intero con i suoi tesori appartiene; forse non ha quasi nulla, eppure tutto possiede perché unito a te, padrone di tutto. Non importa se nemmeno conosce i giri delle Orse: solo uno stolto dubiterebbe che non sia in ogni caso migliore di chi sa misurare il cielo, enumerare le stelle, pesare gli elementi, però fa nessun conto di te, che ogni cosa hai disposto nella sua misura e numero e peso (5, 4, 7).

Tu guidi i miei passi
Le tue mani, Dio mio, nel segreto della tua provvidenza non abbandonavano invero la mia anima; d'altra parte dal cuore sanguinante di mia madre ti si offriva per me notte e giorno il sacrificio delle sue lacrime. Agisti verso di me in modi mirabili. Fu azione tua, Dio mio, perché dal Signore sono diretti i passi dell'uomo, e gli imporrà la via. Come ottenere la salvezza, se la tua mano non ricrea la tua creazione? (5,7,13).

Dove eri, o Dio?
O speranza mia fin dalla mia gioventù, dov'eri per me, dove ti eri ritratto? Non eri stato tu a crearmi, a farmi diverso dai quadrupedi e più sapiente dei volatili del cielo? Ma io camminavo fra le tenebre e su terreno sdrucciolevole; ti cercavo fuori di me e non ti trovavo, perché tu sei il Dio del mio cuore. Ormai avevo raggiunto il fondo del mare: come non perdere fiducia, non disperare di scoprire più il vero? (6, 1, 1).

Guarda il mio cuore, Signore!
Cercavo avidamente onori, guadagni, nozze, e tu ne ridevi. Per colpa di queste passioni soffrivo disagi amarissimi, ma la tua benignità era tanto più grande, quanto meno dolce mi facevi apparire ciò che tu non eri. Guarda il mio cuore, Signore, per il cui volere rievoco e ti confesso questi fatti. Si unisca ora a te la mia anima, che hai estratta dal vischio tenacissimo della morte. Quanto era misera! E tu stuzzicavi il bruciore della piaga perché, lasciando tutto, si rivolgesse a te, che sei sopra tutto e senza di cui tutto sarebbe nulla; perché si volgesse a te e fosse guarita. Quanto ero misero, dunque, e tu come hai operato per farmi sentire la mia miseria! (6, 6, 9).

Il mio riposo
Lode a te, gloria a te, fonte di misericordia. Io mi facevo più miserabile, e tu più vicino. Ormai, ormai era accostata la tua mano, che mi avrebbe tolto e lavato dal fango, e io lo ignoravo. Solo, a trattenermi dallo sprofondare ulteriormente nel gorgo dei piaceri carnali, stava il timore della morte e del tuo giudizio futuro, mai dileguato dal mio cuore pur nel variare delle mie opinioni. Guai all'anima temeraria, che sperò di trovare di meglio allontanandosi da te. Vòltati e rivòltati sulla schiena, sui fianchi, sul ventre, ma tutto è duro, e tu solo il riposo. Ed eccoti, sei qui, a liberi dai nostri errori miserabili e ci metti sulla strada e consoli e dia: "Correte, io vi reggerò, io vi condurrò al traguardo e là ancora vi reggerò" (6,16, 26).

Signore, giudice giusto
In realtà tu, Signore, regolatore giustissimo dell'universo, all'insaputa dei consultori e dei consultati, con un'ispirazione misteriosa fai sempre udire a chi si consulta, dall'abisso di giustizia del tuo giudizio, la risposta vantaggiosa per lui secondo gli occulti meriti delle anime. Nessun uomo ti domandi: "Che è ciò", "A che ciò?". Non lo domandi, non lo domandi, perché è un uomo (7, 6, 10).

Il mio pungolo
Ma tu, Signore, permani in eterno, e non ti adiri in eterno verso di noi. Hai sentito pietà di questa terra e cenere, piacque ai tuoi occhi di racconciare le mie sconcezze. Mi agitavi con pungoli interni per rendermi insoddisfatto, finché al mio sguardo interiore tu fossi certezza. Il mio tumore scemava sotto la cura della tua mano nascosta, la vista intorbidata e ottenebrata della mia mente guariva di giorno in giorno sotto l'azione del collirio pungente di salutari dolori (7, 8, 12).

O eterna verità e vera carità e cara eternità
Ammonito da quegli scritti a tornare in me stesso, entrai nell'intimo del mio cuore sotto la tua guida; e lo potei, perché divenisti il mio soccorritore. Vi entrai e scorsi con l'occhio della mia anima, per quanto torbido fosse, sopra l'occhio medesimo della mia anima, sopra la mia intelligenza, una luce immutabile. Non questa luce comune, visibile a ogni carne, né della stessa specie ma di potenza superiore, quale sarebbe la luce comune se splendesse molto, molto più splendida e penetrasse con la sua grandezza l'universo. Non così era quella, ma cosa diversa, molto diversa da tutte le luci di questa terra. Neppure sovrastava la mia intelligenza al modo che l'olio sovrasta l'acqua, e il cielo la terra, bensì era più in alto di me, poiché fu lei a crearmi, e io più in basso, poiché fui da lei creato. Chi conosce la verità, la conosce, e chi la conosce, conosce l'eternità. La carità la conosce. O eterna verità e vera carità e cara eternità, tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Quando ti conobbi la prima volta, mi sollevasti verso di te per farmi vedere come vi fosse qualcosa da vedere, mentre io non potevo ancora vedere: respingesti il mio sguardo malfermo col tuo raggio folgorante e io tutto tremai d'amore e terrore. Mi scoprii lontano da te in una regione dissimile, ove mi pareva di udire la tua voce dall'alto: "Io sono il nutrimento degli adulti. Cresa, e mi mangerai, senza per questo trasformarmi in te, come il nutrimento della tua carne; ma tu ti trasformerai in me". Riconobbi che hai ammaestrato l'uomo per la sua cattiveria e imputridito come ragnatela l'anima mia. Chiesi: "La verità è dunque un nulla, poiché non si estende nello spazio sia finito sia infinito?"; e tu gridasti da lontano: "Anzi, io sono colui che sono". Queste parole udii con l'udito del cuore. Ora non avevo più motivo di dubitare. Mi sarebbe stato più facile dubitare della mia esistenza, che dell'esistenza della verità, la quale si scorge comprendendola attraverso il creato (7, 10, 16).

Mi risvegliai in te e ti vidi...
Non c'è sanità di giudizio in coloro che non gradiscono qualche cosa del tuo creato, come non ce n'era in me quando non gradivo molte delle cose da te create. E poiché la mia anima non osava non gradire il mio Dio, si rifiutava di riconoscere come opera tua tutto ciò che non gradiva. Di qui era giunta alla concezione delle due sostanze, senza trovarsi soddisfatta e usando un linguaggio non suo; poi aveva abbandonato quell'idea per costruirsi un dio esteso dovunque negli spazi infiniti, che aveva immaginato fossi tu e aveva collocato nel proprio cuore, ricostituendosi tempio del proprio idolo, abominevole ai tuoi occhi. Quando però a mia insaputa prendesti il mio capo fra le tue braccia e chiudesti i miei occhi per togliere loro la vista delle cose vane, mi ritrassi un poco da me, la mia follia si assopì. Mi risvegliai in te e ti vidi, infinito ma diversamente, visione non prodotta dalla carne (7, 14, 20).

Verso il monte di Dio
Ero sorpreso di amarti, ora, e più non amare un fantasma in tua vece. Ma non ero stabile nel godimento del mio Dio. Attratto a te dalla tua bellezza, ne ero distratto subito dopo dal mio peso, che mi precipitava gemebondo sulla terra. Era, questo peso, la mia consuetudine con la carne; ma portavo con me il tuo ricordo (7, 17, 23).