venerdì 18 novembre 2016

34A DOMENICA: CRISTO RE - T. ORDINARIO - ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO


20 NOVEMBRE 2016 | 34A DOMENICA: CRISTO RE - T. ORDINARIO - ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

"Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno"
l significato spirituale e teologico della festa di Cristo Re, che si pone a coronamento di tutto il ciclo liturgico, è messo in evidenza dall'orazione che apre l'odierna Liturgia: "Dio onnipotente ed eterno, che hai voluto rinnovare tutte le cose in Cristo tuo Figlio, Re dell'universo, fa' che ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato, ti serva e ti lodi senza fine".
Mi sembra che le idee fondamentali qui espresse siano due: a) Cristo è "Re dell'universo" in quanto in se stesso, polarizzandole, "rinnova" tutte le cose (in latino abbiamo il più efficace "instaurare", o "restaurare"); b) gli uomini partecipano alla "regalità" di Cristo "liberandosi", per la sua grazia, dalla "schiavitù del peccato" e offrendosi a lui come sacrificio di "lode". Cristo è Re non per asservire, ma per rendere liberi e "sovrani" tutti gli uomini. Le letture bibliche ci aiutano ad approfondire e ad articolare meglio questi concetti.

Dio "gli darà il trono di Davide, suo padre"
La prima lettura ci descrive uno degli avvenimenti fondamentali della storia ebraica, e cioè il riconoscimento e l'unzione di Davide come re di tutto Israele e non della sola tribù di Giuda, come era già avvenuto in precedenza: "Ecco noi ci consideriamo come tue ossa e tua carne. Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele. Il Signore ti ha detto: Tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele" (2 Sam 5,1 2).
Certo, la regalità di Davide non ci aiuta gran che a comprendere quella di Cristo, perché siamo davanti a due realtà di significato e di contenuto diversi: quella di Davide, pur rientrando in un piano di interventi salvifici, rimane una regalità terrena, con tutti i limiti e con tutte le colpevolezze dell'uomo; quella di Cristo è di ordine divino e trascendente, e si realizza nella misura in cui allontana dal cuore dell'uomo il male e il peccato.
Ciò nonostante, nel N. Testamento Gesù viene chiamato più d'una volta "figlio di Davide"; l'Angelo annuncia a Maria che "Dio gli darà il trono di Davide, suo padre" (Lc 1,32), ecc. C'è dunque un rapporto di prefigurazione "profetica" tra Davide e Cristo, soprattutto per quanto riguarda la durata "eterna" del suo regno, il senso religioso della regalità, la elezione da parte di Dio, il compimento delle promesse salvifiche, ecc.
A noi basti qui l'averlo accennato, per cogliere il senso di "continuità" fra A. e N. Testamento, ma anche per sottolineare la "superiorità" di quest'ultimo, a cui intendiamo adesso rivolgere tutta la nostra attenzione.

"Egli è immagine del Dio invisibile..."
Particolarmente ricca, per affermare la fondazione teologica della regalità di Cristo, è la seconda lettura, ripresa dalla lettera di S. Paolo ai Colossesi (1,12 20).
I primi tre versetti contengono un ringraziamento a Dio Padre per aver preso l'iniziativa della salvezza e averci "trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati" (vv. 13 14). Il "regno" di Cristo qui è visto in antitesi con "il potere delle tenebre" (v. 13), cioè con il regno di Satana, che si esercita appunto "soggiogando" gli uomini; nel regno di Cristo, invece, essi acquistano la vera "libertà" (ivi).
I rimanenti versetti contengono il famoso inno "cristologico", che pare di composizione prepaolina e che reca in sé una quantità di problemi che non stiamo qui ad analizzare. Ci preme soltanto far notare la centralità "cosmica" di Cristo: in lui trovano "senso" tutte le cose create, appunto perché egli ne è stato l'ideatore e il "creatore". Un filo d'erba, che oggi c'è e domani è seccato dal sole, ha il suo perché in questo disegno mirabile della creazione, così come lo hanno l'uomo e il mondo sterminato delle galassie: tutto in qualche modo è "immagine" di lui, come lui è "immagine" perfetta del Padre.
Così infatti ce lo presenta in forma altamente poetica, che non cessa peraltro di essere rigorosamente teologica, S. Paolo: "Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui" (vv. 15 17).
Cristo però non è solo all'inizio delle cose, ma anche al termine: egli infatti le fa "sussistere" e le indirizza a se stesso come a "fine" ultimo di tutto il creato. È quanto ci dicono le ultime parole: "Tutte le cose sono state create... in vista di lui" (v. 16). Non c'è solo un "exitus" della creazione da Cristo, ma ci deve essere anche un "reditus" di tutte le cose a lui, evidentemente stimolate e guidate dall'uomo. Qui può aprirsi uno spiraglio immenso sull'impegno del cristiano nel mondo, che già come creazione porta il sigillo della "cristicità" e deve perciò ritornare alla sua sorgente.
La "sovranità" di Cristo non può rinchiudersi all'interno degli spiriti, pena l'abbandono e il ritorno di tutta la creazione sotto il "potere delle tenebre" (cf v. 13)!
È certo, però, che fin da adesso Cristo ha uno "spazio" privilegiato, in cui già esercita la sua regalità, ed è la Chiesa: "Egli è anche capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli" (vv. 18 20).
L'immagine di Cristo come "capo del corpo", cioè della Chiesa, sta a dire la sua forza di unificazione e di plasmazione di questa realtà di salvezza che è la Chiesa: tutta la sua vita e tutta la sua ricchezza direi che si trovano in questo "prolungamento" di se stesso che è la Chiesa. Essa dice però anche la sua "sovranità": il "capo", infatti, ha anche funzione di coordinamento e di controllo di tutte le attività vitali del "corpo". Ma questo è un pensiero, oltre che bello, estremamente compromettente: c'è da domandarsi se la Chiesa sempre e in tutti i suoi membri, dai semplici fedeli ai pastori, si fa dominare e guidare da Cristo "capo", se si assoggetta sempre e incondizionatamente alla "signoria" del suo Re!
E un altro pensiero mi sembra emergere da tutto il contesto: mediante la Chiesa, che è il suo "corpo", il Cristo tende a conquistare di fatto, oltre che di diritto, "il primato su tutte le cose" (v. 18); così come mediante la Chiesa si dilata la "riconciliazione" di "tutte le cose", che egli ha operato "con il sangue della sua croce" (v. 20).
La "regalità" di Cristo non può essere solo un'affermazione di principio, ma deve diventare un'esperienza di vita per tutta la Chiesa e per il mondo intero.

"In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso"
Il brano di Vangelo ci aiuta a comprendere, in maniera molto concreta, la "natura" di questa misteriosa regalità di Cristo, che sembra fatta di aspetti contrastanti e antitetici; per un verso, infatti, attira prepotentemente gli uomini, per un altro sembra allontanarli da lui.
È un tratto della storia della Passione che, accanto a elementi comuni (Lc 23,35 38), riporta materiale esclusivamente lucano (vv. 39 43). Il tema della regalità di Cristo domina tutta la scena; e la domina proprio con i suoi aspetti contrastanti, come abbiamo appena accennato. Per i capi del popolo e per i soldati che assistono alla esecuzione capitale, Gesù è motivo di scherno e di irrisione: "Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto... Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso" (vv. 35.37).
L'irrisione nasce da un doppio motivo: primo, un vero re, come i Giudei potevano immaginarlo ed attenderlo, non poteva finire sulla croce; secondo, in ogni caso Dio avrebbe potuto sempre salvarlo, sia pure all'ultimo momento. Non si dimentichi infatti che nel caso concreto il "re", di cui qui si parla, è uno che si è presentato come "il Cristo di Dio" (v. 35), cioè il Messia inviato a salvare Israele. È l'impotenza e l'apparente fallimento di quest'uomo che accusa la sua impostura: tutt'al più un "re da burla" può essere uno che finisce sulla croce!
Anche il "titulus" che è apposto in cima alla croce: "Questi è il re dei Giudei" (v. 38), più che esprimere il motivo vero della condanna a morte, nella sua ambiguità è un gesto di estrema irrisione.
Eppure c'è qualcosa, in tutta questa tragedia, che permette di intravedere delle luci insospettate di autentica e grandiosa regalità: la regalità dell'amore, dell'offerta gratuita di se stesso per gli altri, della salvezza e del riscatto donati inaspettatamente a un assassino che si pente, della libertà assoluta davanti all'ingiustizia degli uomini, della sicurezza di fronte alla morte.
È quanto risulta dall'episodio, esclusivo di Luca, dei due ladroni, uno dei quali proclama l'innocenza di Cristo e ne riconosce la dignità regale: "Neanche tu hai timore di Dio, benché sia condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male". E aggiunse: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno" (vv. 40 42).
Queste ultime parole del ladrone sono non tanto un gesto di fiducia in Gesù, quanto una "preghiera" rivolta a lui: e infatti non poche preghiere dell'A. Testamento, in cui ci si rivolge a Dio in casi di estremo abbandono, sono formulate proprio in questa maniera. Per il ladrone, dunque, Gesù si muove ormai nella sfera del divino e la sua morte imminente è solo l'inaugurazione del vero e unico "regno": quello escatologico, in cui la "sovranità" di Dio sarà assoluta.
La risposta di Gesù non si fa attendere: "In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso" (v. 43). È l'assicurazione di una salvezza, che incomincia già da quel momento: l'"oggi" della sua sofferenza e della sua morte, accettate come espressione suprema dell'amore, fa già esplodere il "regno", lo fa irrompere nel mondo, e vi fa entrare per primo un assassino pentito, a significare non solo che esso è aperto a tutti, ma anche la sua forza di trasformazione e di novità. Non è il ladrone che si è conquistato il regno, ma Gesù morente che lo ha fatto "nascere" nel suo cuore!
È lo stesso "dono" che noi tutti con la Chiesa vogliamo chiedere a Dio nella festa di Cristo Re: "O Dio nostro Padre... fa' che obbediamo con gioia a Cristo, Re dell'universo, per vivere senza fine con lui nel suo regno glorioso" (Preghiera dopo la Comunione).

Settimio CIPRIANI  (+

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