venerdì 4 novembre 2016

6 NOVEMBRE 2016 | 32A DOMENICA T. ORDINARIO - ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO


6 NOVEMBRE 2016 | 32A DOMENICA T. ORDINARIO - ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

" Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi"
A breve distanza dall'esaurirsi del ciclo liturgico e quasi in coincidenza con la Commemorazione dei fedeli defunti, la Liturgia odierna richiama alla nostra attenzione sia la realtà della morte sia, soprattutto, la sicura "speranza" che il cristiano ha di superarne le inchiodanti barriere. È una riflessione questa che non possiamo accantonare, quasi che il non pensarci elimini la morte. È un vecchio trucco, già denunciato da Pascal, che oggi però si è anche più raffinato a motivo dei progressi della biologia e della medicina, nonché a motivo di certe ideologie filosofiche e politiche: l'uomo moderno ha talvolta davvero l'impressione di poter dare scacco matto alla morte! E quando poi questa viene lo stesso, egli è anche più disilluso e quasi disperato!
Bene perciò fa la Chiesa ad aprirci gli occhi su questa realtà, non per ingenerare terrore nei nostri cuori ma speranza di sicura vittoria: infatti, essa vuol dirci che la nostra vita non termina con la morte, ma va oltre, la trascende, si apre al mistero della risurrezione che ci immette nel circuito vitale stesso di Dio, proprio perché egli "non è Dio dei morti, ma dei vivi, perché tutti vivono per lui" (Lc 20,38).

"Il Re del mondo ci risusciterà a vita nuova ed eterna"
La prima lettura, ripresa dal 2° libro dei Maccabei (7,1 2.9 14), ci riporta alcuni tratti dell'epico racconto del martirio dei "sette fratelli", detti appunto Maccabei: questo racconto, data la sua vivacità e drammaticità, ha avuto larga influenza su molti dei primitivi Atti dei martiri cristiani.
Siamo nel periodo della più feroce persecuzione di Antioco IV Epifane (175 164 a.C.) contro gli Ebrei, che resistevano al suo folle tentativo di "ellenizzazione" (cioè paganizzazione) delle loro tradizioni civili e religiose. Dopo averci narrato l'atteggiamento coraggioso del "vecchio" Eleazaro che preferisce la morte al tradimento della Legge mangiando carni suine (2 Mac 6,18-31), l'Autore ci descrive il martirio di sette "giovani" fratelli e della loro madre, che fino all'ultimo li incita alla disobbedienza civile, pur di non venir meno alle leggi dei padri.
Ciò che dà a questi giovani e alla loro madre tanta sicurezza di fronte alla morte e ai tormenti indicibili che la precedono e la provocano, non è né una forma di incoscienza, direi, infantile, né un atteggiamento di sprezzante stoicismo: è piuttosto la convinzione profonda di un misterioso ritorno alla vita mediante la "risurrezione" del loro stesso corpo, ora così tristemente dilaniato e spregiato dal carnefice.
Ecco, infatti, le parole del secondo figlio al tiranno: "Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il Re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna" (2 Mac 7,9).
Anche più esplicita la credenza nella risurrezione appare dalle parole del terzo figlio: "Da Dio ho queste membra e, per le sue leggi, le disprezzo, ma da lui spero di riaverle di nuovo" (v. 11). Chiarissima poi nelle parole del quarto figlio, ormai ridotto in fin di vita: "È bello morire a causa degli uomini, per attendere da Dio l'adempimento delle speranze di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te la risurrezione non sarà per la vita" (v. 14).
Più commovente ancora la confessione di fede della madre, mentre esorta i figli a essere forti e che l'odierno testo liturgico non ci riporta: "Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato lo spirito e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. Senza dubbio il Creatore del mondo... per la sua misericordia vi restituirà di nuovo lo spirito e la vita, come ora voi per le sue leggi non vi curate di voi stessi" (vv. 22 23).
È la prima volta che nella tradizione biblica veterotestamentaria appare in maniera esplicita la credenza nella "risurrezione dei morti". Un passo, più o meno equivalente, l'abbiamo in Daniele 12,2 3, anch'esso in riferimento alla persecuzione di Antioco IV Epifane (cf Dn 11).
Certe vaghe intuizioni precedenti si sviluppano in forma chiara soltanto adesso che ci si interroga da parte dei pii Giudei, in maniera drammatica, sul senso di tante morti inique, di tanti supplizi e di tanti eroismi: è possibile che il tiranno abbia partita vinta, che Dio non intervenga in favore dei suoi "martiri"? Da questo spasimo e da questa sofferenza dello spirito è esplosa, per luce di fede e non per forza di illusione, la credenza nella risurrezione dei morti, anche con il corpo. Il pensiero ebraico, infatti, è unitario e non si accontenta della semplice immortalità dell'anima, come era invece per il pensiero greco.

"Questa donna, nella risurrezione, di chi sarà moglie?"
Il brano di Vangelo è classico, relativamente al problema della risurrezione dei morti. Pur essendo sostanzialmente identico nei tre Sinottici, in Luca presenta delle caratteristiche di approfondimento teologico assai interessanti, che segnaleremo a suo tempo.
La questione sulla risurrezione dei morti era molto sentita ai tempi di Gesù e contrapponeva due gruppi antagonisti in seno al giudaismo: farisei e sadducei. Questi ultimi, ai quali facevano capo molti appartenenti alla classe sacerdotale, negavano "che vi sia la risurrezione", come annota il testo evangelico (Lc 20,27). Il caso riferito dai sadducei a Gesù è un esempio classico di discussione, tendente a ridicolizzare la fede dei loro avversari religiosi e anche politici, i farisei, nella risurrezione dei morti: fede che era seguita anche dalla grande maggioranza del popolo.
Partendo da una prescrizione della Legge, che fa obbligo al fratello non sposato di prendere in moglie la cognata, qualora il primo marito fosse morto senza averle dato dei figli, si potrebbe presentare il caso di una donna che ha avuto successivamente sette mariti. Di qui la situazione grottesca, che i sadducei propongono come quesito al Maestro: "Questa donna, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Perché tutti e sette l'hanno avuta in moglie" (v. 33).
La risposta di Gesù è articolata in due parti. Nella prima parte smentisce la raffigurazione grossolana che dell'aldilà si facevano i sadducei, immaginandolo come il prolungamento o la sovrapposizione materiale dell'aldiquà: a questa deformazione, del resto, si prestavano non poco certe immagini assai materializzate della tradizione farisaica. Così, per esempio, un dottore della Legge, molto celebrato, diceva che "allora (dopo la risurrezione) la donna partorirà ogni giorno".
Rifacendosi invece allo schema "apocalittico", che parlava di due "eoni", cioè di due "mondi", quello presente e quello futuro, Gesù contrappone le due realtà, facendone vedere la "rottura" e anche la "novità" di situazioni: "I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli Angeli, ed essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio" (vv. 34-36).
La difficoltà posta dai sadducei, dunque, non esiste, proprio perché la risurrezione introdurrà a un "nuovo modo di vivere", in cui lo stesso matrimonio scomparirà, perché le sue finalità si saranno esaurite: infatti, non ci sarà più bisogno di procreare (e precisamente a questo mirava la legge del "levirato", a cui avevano fatto riferimento gli avversari di Gesù), perché allora gli uomini non potranno "più morire", essendo stati fatti "uguali agli Angeli" (v. 36). Questo riferimento agli "Angeli" intende indubbiamente giustificare sia l'immortalità acquisita mediante la risurrezione, sia la nuova "qualità" di vita dei risorti, ormai liberati da tutti gli impulsi normali in questa fase terrena.
Ma nel testo, oltre alla rassomiglianza con gli "Angeli", c'è un'altra giustificazione di questo "nuovo" stato di vita dei risorti, che non è di facile spiegazione ed è esclusiva di Luca: "ed essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio" (v. 36). "Figli della risurrezione" è semitismo per dire "risuscitati".
Sembra che il testo voglia congiungere intimamente il fatto di essere destinati alla risurrezione con il fatto di essere "figli di Dio". Per un verso, infatti, solo la risurrezione ci farà apparire in senso pieno "figli di Dio", in quanto solo allora si manifesterà in noi la pienezza della sua gloria; per un altro verso, poi, solo perché già fin da questo momento siamo "figli di Dio", cioè comunichiamo in qualche modo alla sua vita, siamo anche predestinati alla risurrezione futura. Per questo Luca poco prima aveva parlato di "quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti" (v. 35): non tutti dunque parteciperanno alla "risurrezione" di gloria.

"Tutti vivono per Lui"
Tutto questo è estremamente importante perché fa vedere come, per il cristiano, ogni evento della sua vita non accade "meccanicamente", ma è come preparato e fatto emergere dalle profondità del suo spirito e della sua fede. Anche questo fatto grandioso della nostra risurrezione finale, che è la vittoria definitiva sulla morte mediante la nostra assunzione a partecipare la vita eterna di Dio, è possibile solo se avremo già "iniziato" la nostra esperienza di autentici "figli di Dio", morti e risorti in Cristo mediante il Battesimo. È quanto ci ricorda meravigliosamente S. Paolo: "Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova..." (Rm 6,4 5).
Solo chi ha incominciato a fare esperienza di "vita nuova" in Cristo, può credere e aspirare alla risurrezione finale. È questa la ragione per cui anche oggi perfino dei cristiani, come i sadducei del tempo di Cristo, non credono o mettono in dubbio che dopo la morte ci sia ancora la vita, anzi una vita più piena. La risurrezione, intesa come puro fatto "fisico" o "biologico", rischia di apparire una assurdità, smentita com'è clamorosamente dalla brutalità della morte. Solo intesa come sublimazione di una esperienza di vita con Dio e con Cristo, quaggiù appena iniziata, essa riacquista la sua credibilità e anche il suo senso di gioia per il credente.
Del resto, è in questa direzione che si muove la seconda parte della risposta di Gesù, in cui egli adduce la stessa autorità di Mosè, per dimostrare almeno la "convenienza" della risurrezione: "Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: "Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe". Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui" (vv. 37 38).
Il fatto che Dio si presenta a Mosè come il "Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe", vuol dire che nel momento stesso che gli parla egli si sente in rapporto "vitale" coi Patriarchi morti ormai già da centinaia di anni: questo sta a significare che essi devono continuare a vivere misteriosamente in comunione con lui, costituendone come la corte celeste. Sarebbe davvero strano per il Dio di Israele, che è "l'eterno Vivente", associarsi a dei morti quando egli è la sorgente di ogni "vita", dato che "tutti vivono per lui" (v. 38)!
Anche qui la risurrezione appare non tanto come semplice fatto fisico, ma come "vita di comunione" con Dio, al di là della nostra breve esperienza storica che già ci ha permesso di incontrarci con lui. "Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi" (v. 38), perché fin dal presente il cristiano può e deve "vivere" in comunione di amore con lui, nell'attesa che questa comunione si prolunghi e si trascenda, anche al di là della morte, nella gloria della "risurrezione" finale che afferrerà il nostro stesso corpo.
Per questo c'è bisogno che si verifichi l'augurio che Paolo faceva ai cristiani di Tessalonica, proprio in un contesto di attesa "escatologica": "Lo stesso Signor nostro Gesù Cristo e Dio Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene" (2 Ts 2,16 17).

Settimio CIPRIANI  (+)

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