giovedì 3 novembre 2016

LOTTATORI E PODISTI NELLO STADIO DI DIO (TRA ATENE E SAN PAOLO)


LOTTATORI E PODISTI NELLO STADIO DI DIO (TRA ATENE E SAN PAOLO)

di Piero Viotto
  
Dal 13 al 29 agosto Atene ospita i Giochi a cinque cerchi. 
È l’occasione per rileggere le lettere che san Paolo scrisse di ritorno dalla Grecia. In queste epistole, lo sforzo dell’atleta per conquistare la vittoria è paragonato al cammino del cristiano verso l’eternità.
  
A guardare da spettatori il ritorno ad Atene dei campioni olimpici sembra di ritrovarsi davanti a una inutile festa profana, che esalta la forza e la bellezza del corpo in una serie di competizioni, che non hanno altro scopo che la vittoria sugli avversari per compiacersi del proprio successo. Siamo ben lontani dalle competizioni medioevali, dal palio di Siena o dalle regate venete, vissute in un clima di festa religiosa in onore dell’Assunta o di san Marco.
Ma guardando con più attenzione a questo avvenimento, con la gelida liturgia della fiaccola olimpica, che arde per tutto il tempo delle competizioni, senza alcun riferimento a valori religiosi, si può ancora scoprire un’implicita istanza religiosa nello sforzo ascetico, che ogni atleta deve fare su se stesso e nella gratuità del suo gesto sportivo, che una commercializzazione selvaggia dello spettacolo non ha ancora del tutto guastato. Anche san Paolo, come raccontano gli Atti degli apostoli, quando nei suoi viaggi giunge ad Atene nel discorso all’Areopago loda la religiosità degli ateniesi, che pur perdendosi dietro agli idoli di marmo e di bronzo, hanno riservato un altare al Dio ignoto, e annuncia loro questo Dio «che ha fatto il mondo e tutto ciò che esso contiene, che è signore del cielo e della terra... In Lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto» (Atti 17,22-28).
Se l’artista, come scrive Maritain a Jean Cocteau, con le sue opere completa e arricchisce la creazione di Dio, lo sportivo la prolunga, perché è lui stesso la sua opera d’arte, perché porta al massimo della perfezione possibile, in agilità e forza, in scioltezza e vigore, il corpo umano, che è il capolavoro della creazione.
Lo sport è nato a Olimpia, dove si tenne la prima olimpiade nel 776 avanti Cristo per celebrare la gloria degli dei dell’Olimpo, ma questi dei della mitologia greca non erano che una proiezione inconscia dell’uomo, che in essi esaltava se stesso con la conseguenza di considerare il corpo un valore per se stesso, un valore assoluto, che l’arte di Fidia esaltava nella bellezza delle forme. È questa l’illusione del paganesimo, dalla quale san Paolo vuole liberare gli ateniesi, parlando della incarnazione del Figlio di Dio e della resurrezione della carne, rilevando del corpo umano, che è il tempio dello Spirito Santo, la precarietà, da cui sarà liberato solo dopo la morte, conseguenza del peccato. Ma a questo punto del discorso gli ateniesi – leggiamo negli Atti – non stettero più a sentirlo: a loro questo discorso era incomprensibile e insensato.
Per il paganesimo è impossibile accettare la precarietà della vita e l’attesa di una riuscita definitiva solo dopo la morte. San Paolo nelle sue Lettere si dimostra esperto di gare, di lotte, di corse, riconosce il valore dell’attività sportiva, come capacità di superare l’ostacolo e di vincere rispettando le regole: «Anche nelle gare atletiche non riceve la corona se non chi ha lottato secondo le regole» (2Timoteo 2,5), ma sottolinea la precarietà dei risultati, perché anche dopo la vittoria la corsa continua («Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti», Ebrei 12,1), perché il traguardo si sposta sempre più in là, il premio ricevuto è provvisorio, ed è in gioco una salvezza che va oltre la gara. Lo evoca nella lettera ai Filippesi: «Non è che abbia già ricevuto il premio, o che sia già perfetto, ma continuo a correre per conquistare quello per il quale anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Però fratelli, non credo d’averlo ancora conseguito, ma non faccio altro che dimenticare quello che ho dietro alle spalle e slanciarmi sempre in avanti, per avvicinarmi alla mèta, al premio della suprema vocazione di Dio in Gesù Cristo» (3,12-14).
La mèta per l’apostolo non è il segno, che era posto ad Atene a metà del percorso nello stadio per la corsa dei cavalli, con una colonna al termine della spina, che divideva in due il terreno della gara; ma è il fine oltre il fine. Non è la vittoria su stessi in uno sforzo in cui compiacersi, ma la perfezione cristiana, che va oltre il successo temporaneo ed è un dono di Dio.
La teologia di san Paolo utilizza il vocabolario della lotta dei gladiatori per raccomandare al cristiano di impegnarsi nella corsa della vita, per combattere l’avversario, che è il diavolo, con strumenti adeguati, soprattutto contando sulla forza di Dio, che ha vinto il mondo.
Agli Efesini (6,13-17) scrive: «Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo avere superato tutte le prove. State dunque fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagandare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio».
Nella sua ultima lettera a Timoteo (4,6-8), accomiatandosi da questo mondo, Paolo usa ancora un linguaggio sportivo, parla di lotta e di corsa, della corona che deve ricevere in premio, del giudice di gara: «Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno».
Le considerazioni paoline riconoscono alla gara un valore autenticamente umano, perché nello sport non si tratta tanto di confrontarsi con un altro, quanto con se stessi, e in questo confronto bisogna rispettare le regole con lealtà, perché chi vince eludendo la regola sa di non avere vinto, anche se ha ricevuto il premio tra gli applausi della folla.
Gli avversari nella competizione non sono i nemici da abbattere, quanto i compagni di una lotta comune, l’aggressività nei loro riguardi fa parte del gioco, e la stretta di mano dopo la gara, o al termine della partita, non è solo un segno di ripacificazione ma soprattutto il riconoscimento di una vittoria, che ha permesso un traguardo su se stessi, superando l’ostacolo e coinvolgendo l’avversario.
Lo sport si presenta così come una forma di ascetismo, nella quale ciascuno è solo nella lotta contro il tempo e contro lo spazio, al termine della quale ha raggiunto un traguardo intermedio, un successo precario, perché ci si troverà di nuovo alle prossime gare per superare i risultati raggiunti. Anche la più sfolgorante vittoria passa e si resta soli con se stessi, se la speranza cristiana in un traguardo definitivo non ci viene in soccorso.
Mi sono venuti in mente questi pensieri sfogliando i cataloghi dei viaggi in Grecia di un artista, Michel Ciry, che ha fatto della solitudine non solo uno stile di vita personale, ma l’oggetto della sua rappresentazione artistica per cogliere la precarietà delle vicende di questo mondo, in una luce che illumina e inonda le rovine delle cose, che finiscono nel tempo, e consola lo spettatore, che sa guardare oltre il tempo. Michel Ciry è un artista cristiano, che in Grecia è stato più volte, ha descritto le sue emozioni in un Diario, in cui quotidianamente si confessa, che ha tratto dagli appunti disegnati sul posto ispirazione per grandi acquerelli, che sono ora in collezioni private o nei musei di tutto il mondo.
Quanto Michel Ciry scrive sulla solitudine dell’artista davanti alla sua opera, del suo impegno per migliorarsi con il suo lavoro, vale a maggior ragione per lo sportivo, perché nello sport l’atleta è direttamente impegnato a fare del suo corpo un’opera d’arte: «Bisogna dunque unire ad una certa tempra d’animo una ricerca della solitudine, che è soltanto una delle sfaccettature della pietra meravigliosa di cui Dio ci ha affidato il taglio. Eccoci orafi a levigare senza mai stancarsi questo unico gioiello, nostro unico bene, avendo la missione di rimetterlo nelle più insigni delle mani nell’ultimo giorno del nostro lavoro. Cesellato nel migliore modo possibile, per tutta la nostra vita, questo dono dev’essere ineguagliabile, perché non possiamo farne un altro. Dev’essere il nostro capolavoro, anche se non sempre è un capolavoro. È il conto che dovremo pagare al termine di un fugace momento, di cui noi dovevamo fare il migliore uso e che passa come un lampo nell’infinito dell’eternità» (Riflessioni sul mio mestiere, 1981).
Sembra di leggere un commento alle lettere paoline, perché Ciry mi ricorda che se non mi metto in dirittura d’arrivo, verso il traguardo finale, che è la vita eterna, lotto inutilmente, corro per correre in un fugace momento, batto l’aria, non raggiungo la vittoria, che sta al di là del successo immediato. Infatti la pietra preziosa che debbo coltivare e cesellare, non sono le mie opere, ma me stesso. L’atleta nello sforzo ascetico per raggiungere una buona performance, cura se stesso, si perfeziona, e non deve riposare sui risultati, perché questi sono provvisori, destinati inesorabilmente a perire come i monumenti della Grecia classica, che Ciry visita nei suoi viaggi, cogliendo tutta la precarietà della loro bellezza.
Non sono paesaggi di desolazione, non vogliono significare l’inutilità della fatica dell’uomo, dell’artista, dello sportivo, che costruisce nel tempo opere destinate alla rovina, successi provvisori, ma sono segni della precarietà dell’esistere a cui una luce, che viene da lontano, può dare un significato, che va oltre la caducità delle cose. Ciry è appassionato a questo tema della solitudine che vede in ogni albero, sempre scheletrito, spoglio di fiori e di foglie, nelle barche che si sfasciano sulla spiaggia corrotte dalla salsedine, nei ruderi dei monumenti antichi rovinati a terra.
Negli acquerelli e negli olii che l’artista dipinge, durante i suoi viaggi ad Atene, ad Eleusis, a Delos, a Patmos e in altre città e isole della Grecia, nella dolce malinconia dei paesaggi con le rovine archeologiche, si possono ritrovare questi sentimenti che l’uomo può provare nelle profondità della sua vita interiore, quando prende coscienza della precarietà dei suoi successi e ha bisogno di trovare nella contemplazione della bellezza una consolazione alla sua tristezza.
Nel grande acquerello del 1977, che rappresenta l’Acropoli di Atene, l’artista mette in primo piano le pietre rovinate a terra, frantumate, fessurate, incrinate dal tempo, ma la luce che inonda l’intera composizione significa che il passato non è tramontato, che persiste al di là delle apparenze di ciò che per natura nella vita è provvisorio, e comunica una sensazione di serenità, tanto che Michel Ciry scrive nel suo Diario: «La roccia non si fessura che al fine di lasciare scorrere l’acqua dolce di un sollievo completo» (26 agosto 1950).
L’acquerello del 1968, che illustra le rovine di Delos con il suo leone ruggente in primo piano e i resti archeologici sparpagliati del "Ginnasio" (da cui deriva il vocabolo ginnastica), dove i giovani praticavano lo sport e facevano gli allenamenti per le olimpiadi, sottolinea la fierezza dell’atleta pur nella solitudine della sua impresa, che ha avuto un successo e un applauso, che sono passeggeri.
Anche l’acquerello dedicato alle regate nella baia di Eleusis veicola questa sensazione della precarietà delle vicende umane, questo sentimento della solitudine di un uomo che lotta contro il mare scuro, utilizzando il soffio del vento, ma in un cielo pieno di luce.
Michel Ciry nei suoi viaggi in Grecia non poteva mancare di visitare le Meteore, i rilievi rocciosi a strapiombo della Tessaglia, dove i monaci per sfuggire alle invasioni dei turchi si sono rifugiati e hanno costruito monasteri inaccessibili, decorandoli con affreschi in stile bizantino.
L’acquerello del 1973 rappresenta queste ripide montagne in un gelido inverno, icona che sottolinea l’ascetismo di questi atleti dello spirito appollaiati sulle sommità dei rilievi, non solo per sfuggire alla furia degli eventi umani, ma anche per essere più vicino al loro Dio, termine ultimo della corsa.
Vertice conclusivo di questa ricerca pittorica di Michel Ciry non poteva essere che la rappresentazione di San Giovanni a Patmos, là dove l’evangelista ha ricevuto la visione della Gerusalemme celeste, della vittoria definitiva della Donna sul dragone, del premio per tutti quelli che hanno lottato contro il maligno. L’artista è tornato più volte su questo tema che l’affascina, la tavola ad olio del 1973 è tra le più belle. L’evangelista seduto tra le rovine, solo di fronte alla sua missione, lo sguardo sull’infinito, la penna in mano, il foglio è ancora bianco, è in tensione per ascoltare la parola di Dio. La luce lo illumina, i colori della sabbia e dei marmi lo circondano, all’orizzonte, dietro le spalle, una sottile striscia azzurra ricorda il mare, un tempo tempestoso, delle vicende umane.
I paesaggi che Michel Ciry ha disegnato durante i suoi viaggi in Grecia ci aiutano a comprendere le lettere che san Paolo scriveva alle prime comunità cristiane nei suoi viaggi ad Atene, a Corinto a Tessalonica, a Filippi; immagini e parole che sono un invito a guardare, con partecipazione e con distacco, alle competizioni olimpiche che quest’anno si svolgono in Grecia; gare che sono un segno e un simbolo della lotta che ciascuno deve intraprendere da solo per superare i traguardi della vita in vista del risultato finale, che è oltre le vicende della storia, ma che dipende dalle vicende della storia.
San Paolo ce lo ricorda nella prima lettera ai Corinzi (12,24-27): «Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Per questo ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi, invece, una incorruttibile. Io, dunque, corro, ma non come colui che è senza mèta; faccio il pugilato, ma non come uno che batte l’aria; anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù, perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga squalificato».

Piero Viotto

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