venerdì 30 dicembre 2016

Theotokos, Mother of God

MARIA SS. MADRE DI DIO - OMELIA


MARIA SS. MADRE DI DIO - OMELIA 

«Nella pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna....»

Che dopo aver concentrato quasi esclusivamente la propria attenzione sul Figlio che ci è stato «donato» (cf Is 9,3), la Chiesa inviti oggi, ottava di Natale, i fedeli a rivolgere la loro mente e il loro cuore alla Madre di Gesù, mi sembra una cosa ovvia. Ogni nascita mette in evidenza, almeno immediatamente, due protagonisti: il figlio e la madre. Questo poi è tanto più vero nel nostro caso, in cui la nascita «verginale» di Cristo esalta in un modo anche più sublime la divina maternità di Maria.
Però è anche significativo che tale festa di fatto cada proprio all';inizio del nuovo anno civile e in occasione della «giornata mondiale della pace», che già dal 1968 il papa Paolo VI ha fissato per tale data, quasi come un augurio di felicità per tutti i giorni che ci stanno, ancora intatti, davanti: la luce di Maria può e deve riempirli con tutta la ricchezza di amore che essa ha riversato sul mondo dandoci Cristo, «nostra pace» (cf Ef 2,14).
Mi sembra che le odierne letture bibliche colgano un po'; tutti questi aspetti e vogliamo davvero fornirci come una specie di viatico per il nuovo anno, che stiamo per intraprendere sotto il sorriso benedicente di Maria.

«Andarono e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino»
Maria, pur essendo messa in evidenza dalla Liturgia, di fatto è sempre un po'; oscurata dal Figlio, come le stesse letture bibliche che esamineremo dimostrano. Ma è proprio questa la grandezza di Maria, che nella storia della salvezza non ha un ruolo autonomo, ma subordinato a quello di Cristo: la stessa divina maternità non è per la sua esaltazione personale, ma per la glorificazione di Dio in Cristo e per la salvezza degli uomini.
«Redenta in modo sublime in vista dei meriti del Figlio suo e a lui unita da uno stretto e indissolubile vincolo, è insignita del sommo officio e dignità di madre del Figlio di Dio, e perciò figlia prediletta del Padre e tempio dello Spirito Santo... Per questo è anche riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa, e sua figura, ed eccellentissimo modello nella fede e nella carità, e la Chiesa cattolica, edotta dallo Spirito Santo, con affetto di pietà filiale la venera come madre amatissima».1
Il brano di Vangelo ci descrive l';andata dei pastori alla ricerca del «Salvatore», annunciato loro dall';Angelo (Lc 2,11).
È evidente dal racconto di Luca che l';interesse dei pastori è tutto concentrato sul «bambino che giace nella mangiatoia»; è lui che cercano, è di lui che parlano dopo averlo contemplato con i loro occhi, generando «stupore» in tutti quelli che li ascoltano. Però, parlando di lui, non avranno taciuto della madre che hanno visto in atteggiamento così discreto e meditabondo accanto al figlio, infinitamente lieta che ci si interessi più di lui che di se stessa.
In ogni modo, è certo che a Luca, così attento a cogliere gli stati d';animo dei suoi personaggi, ha fatto una enorme impressione l';atteggiamento riservato di Maria, che «serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (v. 19).
Direi che Maria è l';antitesi dei pastori: essi vedono, sono presi dall';entusiasmo, annunciano a tutti l';accaduto contagiando gli altri della loro esultanza. Maria, invece, è come sopraffatta dalla grandezza e dalla misteriosità dei fatti che si sono svolti in lei e per mezzo di lei, e cerca di penetrarne il senso più segreto e le indicazioni che la Provvidenza le fornisce anche attraverso le reazioni e i commenti degli altri. Anche più tardi, dopo il racconto dello smarrimento di Gesù nel tempio, Luca annoterà: «Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore» (2,51).
Con questa espressione Luca vuol darci come una dimensione più profonda della maternità di Maria: è una maternità «adorante» la sua, che cerca di penetrare sempre più a fondo nel mistero del Figlio, un';ardua prova anche per la sua fede. Perciò direi che la sua maternità «cresce» giorno per giorno e che lei stessa deve continuamente assimilare in estensione sempre più vasta, fino alla maternità crocifiggente dal Calvario.
È a questa, infatti, che mi sembra si faccia un velato accenno nel versetto che chiude l';odierno brano evangelico: «Quando furono passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall';Angelo prima di essere concepito nel grembo della madre» (2,21).
È bensì vero che la «circoncisione» nell';Antico Testamento era un segno del patto tra Dio e Israele (cf Gn 17,11) ed era pure segno, per un maschio, della sua appartenenza al popolo di Dio: per Gesù però essa era anche un';anticipazione profetica della sua passione, con la quale di fatto avrebbe salvato gli uomini. Maria ci ha donato un figlio destinato alla morte di croce: la sua maternità è piena di dramma e di sofferenza, e perciò anche più feconda. Infatti proprio ai piedi della croce essa ci assumerà tutti come suoi «figli» (cf Gv 19,26) germinati dal sangue di Cristo.

Figli «nel Figlio»
Questo speciale rapporto di Maria con Gesù, ma altresì con tutti noi, è messo in evidenza anche dalla seconda lettura, in cui san Paolo, contrapponendo la economia del Vangelo a quella della Legge, fa vedere come in Cristo noi diventiamo «figli» di Dio, superando il precedente regime di schiavitù.
È un brano molto denso, che fa vedere in rapidi scorci l';ampiezza di rinnovamento e di doni offertici da Cristo.
Prima di tutto egli ci «riscatta» (Gal 4,5), cioè ci libera dalla molteplice schiavitù a cui eravamo assoggettati dalla forza del male che ci suggestiona dal di dentro e che trova la sua manifestazione più virulenta nella opposizione alla Legge.
In secondo luogo, spezzate le catene della schiavitù, Cristo ci imprime come il contrassegno di questo nuovo stato di libertà, ci comunica cioè la sua stessa figliolanza divina: «Perché ricevessimo l';adozione a figli» (v. 5). L';adozione però, come la intende san Paolo, non è un mero titolo giuridico, ma una trasformazione interiore, che tocca e rigenera il nostro stesso essere, assimilandoci in tutto a Cristo, di cui riceviamo anche quello che gli è più proprio, cioè il «suo Spirito», mediante il quale e per il quale possiamo chiamare Dio con lo stesso appellativo intimo ed esclusivo con cui lui lo chiamava: «Abbà», cioè «Padre» (v. 6; cf Mc 14,36 e Rm 8,15-16).
Il cristiano, rinato con Cristo e in Cristo, è dunque un essere completamente rinnovato, trasferito già nel mondo di Dio, su cui ormai può accampare diritto di eredità: «Quindi non sei più schiavo, ma figlio; se poi figlio, sei anche erede per volontà di Dio» (v. 7).

«Dio mandò il suo Figlio, nato da donna»
La cosa interessante, però, è che, per attuare tutto questo grandioso disegno di rinnovamento in Cristo, Dio ha avuto bisogno di Maria. È questo il senso di quel fugace, e pur così significativo, accenno che fa san Paolo a Maria all';inizio del brano che abbiamo letto: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge...» (vv. 4-5).
È l';unico accenno a Maria nel ricco epistolario paolino. Forse una minore considerazione di Paolo, tutto «afferrato» da Cristo, per la Madre del Redentore? A mio parere quel fugace accenno mariano («nato da donna») è invece pieno di significato teologico, inserito com';è in un versetto che in pochissimi tratti condensa tutta la storia della salvezza: siamo nella «pienezza del tempo», cioè al culmine dell';attesa dei secoli in cui Dio deve attuare la salvezza; egli l';attua «mandando» il suo Figlio; per inserirsi nella nostra storia, però, Cristo aveva bisogno di prendere «carne e sangue» nel seno di Maria, così come aveva bisogno di nascere «sotto la legge» per infrangerne i ceppi e restituirci a libertà.
In questo contesto la «donna», di cui Paolo non ci dice neppure il nome, assume il rilievo di una figura determinante nel disegno salvifico di Dio:2 senza di lei il Cristo non sarebbe venuto a noi! E se Cristo non si fosse fatto uno dei nostri, neppure noi saremmo potuti diventare «figli di Dio». Non solo quella di Cristo, dunque, ma anche la nostra figliolanza divina deriva in qualche maniera dalla maternità di Maria.
A ragione perciò nel Postcommunio la Chiesa ci fa oggi pregare: «Con la forza del sacramento che abbiamo ricevuto guidaci, Signore, alla vita eterna insieme con la sempre Vergine Maria che veneriamo madre del Cristo e madre della Chiesa». Essendo inserita nel disegno salvifico, la maternità divina di Maria non può limitarsi solo a Cristo: nel «capo» e con il capo essa non può non abbracciare anche tutte le altre membra del «corpo».

Maria «Madre e Regina della pace»
A questo punto è anche facile vedere come Maria, in quanto «madre di Cristo e della Chiesa», insieme al Figlio, «principe della pace» (cf Is 9,5), può essere per noi e per tutti gli uomini un augurio e un segno di «pace» per l';anno nuovo che sta per aprirsi.
Una pace da farsi proprio nel segno della «maternità», che genera dei «figli-fratelli». È risalendo perciò alle origini, anche semplicemente umane, dell';amore fecondo che gli uomini potranno ritrovare la capacità di comprendersi, di rispettarsi, di accettarsi, di perdonarsi, di servirsi reciprocamente. In fin dei conti, infatti, la «pace» è rispetto della «vita» come primo dono, offertoci proprio attraverso l';opera delle nostre mamme e che apre la porta a tutti gli altri doni che ci vengono da Dio.
È quanto ha affermato Giovanni Paolo II: «La guerra è sempre fatta per uccidere. È una distruzione di vite concepite nel seno della donna. La guerra è contro la vita e contro l';uomo. Il primo giorno dell';anno, che con il suo contenuto liturgico concentra la nostra attenzione sulla maternità di Maria, è già perciò stesso un annuncio di pace. La maternità, infatti, rivela il desiderio e la presenza della vita; manifesta la santità della vita. Invece la guerra significa distruzione della vita. La guerra nel futuro potrebbe essere un';opera di distruzione, assolutamente inimmaginabile, della vita umana».3
Ma la pace non si offende solo con la guerra! Qualsiasi forma di «violenza», che si tenta magari di giustificare per finalità politiche, è offesa alla pace e perciò offesa alla vita e perdita del senso della maternità. Tentando di dare una spiegazione alla spirale di violenza «sociale», che sta devastando oggi tanti paesi e sembra avere un sinistro fascino specialmente sui giovani, nel suo ultimo discorso per la «giornata della pace», il papa Paolo VI la trovava anche nella mancanza di autentico amore «materno» che molti di questi giovani soffrono, per cui provano un senso di vuoto e di ribellione contro tutti e contro tutto:
«Nel segreto del loro cuore, questi orfani; non aspirano forse dal fondo di questa società matrigna ad una società materna, ed infine alla maternità religiosa della Madre universale, alla maternità di Maria? La parola di Cristo in croce: "Donna, ecco il tuo Figlio, non si indirizzava a loro, attraverso san Giovanni: Ecco tuaMadre, ecco i tuoi figli...";? E non è ad essi che il Signore moribondo diceva: "Figli, ecco la vostra Madre, una madre che vi ama, una madre da amare, una madre al vertice della società dell'amore?».
In tal modo Maria diventa non soltanto simbolo, ma autentica «generatrice» di pace, dilatando all';infinito la sua maternità. Il Papa così continuava in quella occasione: «E nessuno pensi che la pace, di cui la Madonna è portatrice, sia da confondere con la debolezza e l';insensibilità dei timidi o dei vili. Ricordiamo l';inno più bello della Liturgia mariana, il 'Magnificat';, dove la voce squillante e fiera di Maria risuona per dare fortezza e coraggio ai promotori della pace:Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili».
In questi tristi momenti di violenza «generalizzata» abbiamo veramente bisogno di sentirci ripetere la benedizione del Sommo Sacerdote ebraico al suo popolo: «Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,24-26). Con ;augurio che la «benedizione» di Dio, sotto il sorriso di Maria e mediante la nostra collaborazione, diventi realtà.
Da: CIPRIANI Settimio, 

giovedì 29 dicembre 2016

OMELIA - LA SACRA FAMIGLIA, SUBITO ALLA PROVA


OMELIA - LA SACRA FAMIGLIA, SUBITO ALLA PROVA

mons. Antonio Riboldi

Sembra proprio che la famiglia, oggi, sia nel mirino di chi la vorrebbe o correggere o distruggere.
Si preferisce non parlare più di un vincolo indissolubile, come è l'amore nel sacramento del matrimonio, ma esaltare ?un amore senza controlli burocratici', andando ?dove ti porta il cuore',...troppe volte ?allo sbaraglio', come molte situazioni, a volte anche tragiche, dimostrano!
Infatti sappiamo tutti che l'amore non è un bene commerciabile, che può indifferentemente passare da un acquirente all'altro, ma ha bisogno di crescere e farsi prendere la mano dall'infinito, che è la sua natura, superando le inevitabili prove. Un vero amore, voluto e scelto, fondato sul sacramento, trova sempre la forza che Gesù, presente, assicura.
Non ho mai visto tanta serenità, tanto affetto, che superano la brevità del tempo in cui si vive insieme, come in matrimoni che celebrano le nozze d'argento, o d'oro e, a volte, di platino!
Oggi, sarà la mancanza di una vera formazione interiore, che ha come ingoiato i grandi valori, indissolubilmente legati alla capacità di amare, come la fedeltà, la gioia di fare della vita un dono, sarà il relativismo, il ?mondo', sarà quello che vogliamo, ma l'amore non è più ?l'alito di Dio' in noi, ma si dà il nome di ?amore' ad una merce ?usa e getta'.
È quello che piace al nostro mondo consumistico, ma mette a rischio la stessa civiltà.
Tutte le famiglie dovrebbero pensare bene a questo, chiudendo la porta del cuore alla ?grancassa' di chi predica un ?tale amore'.
C'è in atto uno scontro tra fedeltà nell'amore, che assicura felicità e santità, e una ?falsa libertà' nel rapporto, che può solo generare confusione e tanto, ma tanto, dolore.
La Chiesa, dopo aver celebrato il Natale di Gesù, celebra oggi la festa della Sacra Famiglia.
L'amore, per sua natura, crea altro amore e, nella famiglia, questa continuità o ?incarnazione dell'amore', siamo proprio noi: i figli.
È anche vero che la famiglia, come ogni persona, conosce gioie e sofferenze. Ogni famiglia sa bene che l'attendono numerose prove. Come è accaduto anche alla famiglia di Gesù.
Proprio il Vangelo di oggi ce ne offre un esempio:
"I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: ?Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo'. Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: ?Dall'Egitto ho chiamato mio figlio'.
Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: ?Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va' nella terra d'Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino'. Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d'Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazareth, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: ?Sarà chiamato Nazareno'." (Mt. 2, 13-23)
Fa davvero impressione come subito la Sacra Famiglia abbia conosciuto la cattiveria umana - generata dal timore che ?il bambino' potesse togliere il ?potere'! - e sia stata costretta ad una fuga durissima, dalla Giudea verso l'Egitto, attraverso il deserto, non avendo dove alloggiare: una sofferenza che ancora oggi tanti vivono, senza aiuti e anche sfruttati!
Ma quel Bambino celeste non era venuto, e non è tra noi, per un confronto con il potere umano, che scatena guerre, provoca stragi e carneficine, o con altri idoli del mondo. È venuto nella povertà ed insicurezza, che è di tanti oggi: vero uomo ?che conosce il nostro patire'.
Paolo VI, visitando Nazareth, il 5 gennaio 1967, così esortava le famiglie:
"Nazareth è la scuola in cui si è iniziato a comprendere la vita di Gesù, scuola del Vangelo. Vi si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa tanto umile, semplice manifestazione del Figlio di Dio. Forse si impara quasi insensibilmente ad imitare la lezione di silenzio.... O silenzio di Nazareth, insegnaci il raccoglimento, l'interiorità. Dacci la disposizione ad ascoltare le buone ispirazioni e le parole dei veri maestri. Insegnaci la necessità del lavoro, dello studio, della meditazione, della vita interiore personale, della preghiera, che Dio solo vede nel segreto. Nazareth ci insegni che cosa è veramente la famiglia, la sua comunione di amore, il suo carattere sacro e inviolabile. Impariamo da Nazareth come è dolce e insostituibile la formazione che essa dà. Impariamo come la sua funzione sia all'origine e alla base della vita sociale".
In questa festa della Sacra Famiglia preghiamo per tutte le famiglie, a cominciare da quelle che soffrono o sono in difficoltà, con le parole di Papa Francesco:
Gesù, Maria e Giuseppe, a voi, Santa Famiglia di Nazareth, oggi volgiamo lo sguardo con ammirazione e confidenza; in voi contempliamo la bellezza della comunione nell'amore vero; a voi raccomandiamo tutte le nostre famiglie, perché si rinnovino in esse le meraviglie della grazia.
Santa Famiglia di Nazareth, scuola attraente del santo Vangelo: insegnaci a imitare le tue virtù con una saggia disciplina spirituale, donaci lo sguardo limpido che sa riconoscere l'opera della Provvidenza nelle realtà quotidiane della vita.
Santa Famiglia di Nazareth, custode fedele del mistero della salvezza: fa' rinascere in noi la stima del silenzio, rendi le nostre famiglie cenacoli di preghiera e trasformale in piccole Chiese domestiche, rinnova il desiderio della santità, sostieni la nobile fatica del lavoro, dell'educazione, dell'ascolto, della reciproca comprensione e del perdono.
Santa Famiglia di Nazareth, ridesta nella nostra società la consapevolezza del carattere sacro e inviolabile della famiglia, bene inestimabile e insostituibile. Ogni famiglia sia dimora accogliente di bontà e di pace per i bambini e per gli anziani, per chi è malato e solo, per chi è povero e bisognoso.
Gesù, Maria e Giuseppe voi con fiducia preghiamo, a voi con gioia ci affidiamo.

mercoledì 28 dicembre 2016

Saint Paul

GESÙ CRISTO VIA DELLA SPERANZA - DI D.RINO FISICHELLA


GESÙ CRISTO VIA DELLA SPERANZA - DI D.RINO FISICHELLA

(relazione presso il Vicariato di Roma nell'anno pastorale 1994/95)

Premessa

“Cristo, mia speranza, è risorto e vi precede in Galilea”. E' con queste parole che viene dato l'annuncio pasquale. La sequenza, che ripercorre i grandi temi del triduo pasquale, si conclude con un annuncio di speranza che è, insieme, richiamo alla responsabilità ed elezione per una missione. E' interessante notare che nei racconti dei Sinottici l'annuncio della risurrezione è dato da un angelo. Il significato teologico sottostante è chiaro: il mistero della risurrezione è tale che può essere rivelato solo da Dio. Ancora una volta, fino alla fine, il credente è posto all'ombra del primato della Parola di Dio che indica non solo il fatto, ma anche la strada adeguata per poterlo raggiungere.
Mai nella storia dell'umanità vi fu annuncio più sconvolgente di quello che è preludio del mattino di Pasqua. Cristo è veramente risorto. L'identità tra il crocifisso e il risorto è il centro del kerigma apostolico e noi, da duemila anni, percorriamo le strade di questo mondo ripetendo in modo immutato lo stesso, identico, annuncio. Qui si scontrano le diverse concezioni della vita umana; qui devono convergere le differenti visioni religiose che esprimono il mistero; qui si risolve l'originalità della fede cristiana. Fuori da questo orizzonte Gesù di Nazareth sarebbe un grande evento della storia con un forte messaggio sapienziale, ma niente di più; lontano da questo scenario, la Chiesa sarebbe una grande società - per alcuni versi, forse, anche perfetta - ma non potrebbe più qualificarsi “sacramento o segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano” (LG 1). La speranza che Pasqua esprime ha nulla in comune con l'utopia e niente da spartire con il mito. Per la prima volta viene posto nella storia dell'umanità il criterio che abilita ognuno ad uscire dalle
tenebre della disperazione e della morte per entrare nel sereno della speranza e della vita.

1. La speranza cristiana
In che cosa consiste la speranza cristiana? In una battuta, tanto semplice quanto densa di significato, lo dice l'apostolo Paolo: “Cristo in voi, speranza della gloria” (Col 1,27; 1 Tim 1,1: “Cristo Gesù nostra speranza). La presenza di Cristo nella vita di ogni credente - per Paolo il credente e la Chiesa sono spesso usati in modo intercambiabile senza distinzione alcuna - è il mistero pieno e totale che Dio ha voluto rivelare e questo è fonte e oggetto della speranza. All'origine della speranza cristiana, in altre parole, vi è un atto pieno e totale, quanto gratuito, dell'amore di Dio; esso consiste nella chiamata alla salvezza mediante la partecipazione alla sua stessa vita.
La speranza, quindi, nella prospettiva cristiana non nasce dall'uomo. Essa non è primariamente intesa come un desiderio che si apre al futuro, frutto della coscienza che tende ad andare sempre oltre se stessa in attesa di un compimento; al contrario, è intesa come una chiamata gratuita che parte dalla rivelazione di Dio. E' qui che si percepisce la novità della nostra concezione e si compie il discernimento su ogni altra forma di speranza che appartiene all'umanità come suo sforzo peculiare di tendere verso il futuro. Nella misura in cui si recepisce la ricchezza del nostro patrimonio di fede e lo si valorizza, si sarà in grado di compiere un passo in avanti sia nella conoscenza del mistero e, quindi, nell'approfondimento della fede, della preghiera e della testimonianza, sia, nello stesso tempo, nel contribuire in modo originale alla storia del pensiero.
Tutti possono sperare, ma è il contenuto della speranza che qualifica l'atto e lo fa comprendere diverso dal sentimento o dall'utopia. Anche il suicida - scriveva il filosofo Kierkegaard nei suoi Diari - spera in una vita migliore e in forza di questa speranza compie la follia del suo gesto; ma è davvero speranza quell'atto? La speranza cristiana non sorge nel momento del bisogno, della sofferenza o dello sconforto determinato da diverse motivazioni; se così fosse in nulla si distinguerebbe dal generico sentimento o dal desiderio di aggrapparsi a qualcosa come soluzione estrema al male. La speranza cristiana, al contrario, ha come compagne di viaggio che non l'abbandonano mai la fede e la carità. Essa sorge dalla fede e si nutre dell'amore. Senza questa circolarità non sarebbe possibile comprendere la specificità del sperare credente che vive di certezza e non di delusione.
La teologia paolina è estremamente chiara su questo punto; nei momenti cruciali in cui l'apostolo deve descrivere l'esistenza cristiana pone sempre insieme la triade di fede, speranza e carità. E' sufficiente il richiamo ai tre testi in cui esplicitamente ritorna questo insegnamento: “Memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra fatica nella carità e della vostra pazienza nella speranza nel Signore nostro Gesù Cristo” (1 Ts 1,3); “Rivestiti con la corazza della fede e della carità, avendo come elmo la speranza della salvezza” (1 Ts 5,8); “Queste, dunque, le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità” (1 Cor 13,13).
Essendo certezza del compimento della promessa, la speranza cristiana “non delude” perché affonda le sue radici nell'amore (Rm 5,5); e non potrà mai essere separata dall'amore: “Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcuna altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio in Cristo Gesù nostro Signore” (Rm 8,35-39). Uno sguardo più attento a questo testo, permetterà di comprendere ulteriormente le caratteristiche della speranza cristiana che Paolo descrive nonostante non appaia esplicitamente il termine. Alcuni versetti prima, l'apostolo aveva detto che per coloro che vivono della fede e della speranza la condizione di sofferenza del presente, pur con tutte le tribolazioni e malvagità, non è paragonabile alla gloria che sarà loro concessa. Questa gloria, non è altro che la rivelazione del Figlio di Dio, la conoscenza del suo volto o, se si vuole, la rivelazione piena del mistero che rapirà in una contemplazione senza fine. Il futuro che attende coloro che oggi sperano e credono, non solo compenserà il presente ma, soprattutto, lo supererà nell'intensità della felicità. Qui, però, sorge la domanda che accompagna ancora oggi molti di noi: chi potrà garantire tutto questo? Chi mai potrà dare garanzia del compimento di questa attesa e della soddisfazione di questa speranza? L'apostolo, per rispondere, introduce il concetto di libertà.
Sia la creazione che l'uomo attendono la liberazione dalla “schiavitù della corruzione” (Rm 8,21). Anche i cristiani, che già sono salvati nella morte di Cristo, attendono ugualmente la pienezza della loro salvezza. Questo tempo che viviamo, quindi, diventa il tempo della attesa paziente. “La pazienza - ricorda sempre Paolo - alberga in sé la speranza, la custodisce, la rafforza e la conduce ad un nuovo sperare” (Schlier). Ciò che dà certezza al nostro sperare e costituisce la garanzia della correttezza del nostro attendere, è il fatto che il credente, proprio perché tale, percepisce e “sente” dentro di sé che attende ancora qualcosa. La presenza dello Spirito di Cristo in noi, poi, non fa che confermare questa prospettiva. Poiché non sappiamo neppure che cosa sia importante chiedere per il nostro compimento, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza. C'è pertanto una duplice garanzia per la certezza della nostra speranza, quella soggettiva, che è il “sentire” di ognuno che tende al compimento; quella oggettiva, la presenza dello Spirito che dà forza nell'attesa.
Ritorniamo di nuovo al nostro testo, dove Paolo ripropone la stessa domanda che, in modo implicito, era stata rivolta precedentemente: chi dà garanzia della nostra speranza e della vittoria sulla sofferenza del presente? Chi o che cosa rende sicuro il cristiano che la sofferenza attuale non sarà definitiva, e deve sperare nella gloria che gli verrà data? La risposta è talmente chiara da non dare adito a equivoci di sorta: l'amore di Dio per noi è fondamento, garanzia e sostegno del nostro sperare. E' il suo amore che ci tiene saldi e legati strettamente a lui. E' in forza dell'amore che viene superato tutto ciò che è motivo di sofferenza. E Paolo ha ben diritto di parlare così, enucleando perfino le sette esperienze di sofferenza che abbiamo ascoltato. Sarebbe utile rileggere il brano di 2 Corinzi per capire fino in fondo che l'apostolo non parla di sofferenze immaginarie, ma di ciò che lui stesso ha provato: “Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso una notte e un giorno in balia delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità” (2 Cor 11,23-27).
Su tutte queste sofferenze, non c'è solo vittoria, ma “trionfo” (õðåñíéêùìåí); per quanto forti e potenti possano essere le forze del male, l'apostolo - e con lui ogni credente - “è persuaso” cioè vive della certezza indiscussa che niente potrà far crollare la speranza della fede nel presente. In una parola, si potrebbe dire che in questa prospettiva tutta la sofferenza che è presente nel mondo, rappresenta per il cristiano non il dolore dell'agonia, ma quello della partoriente! Questa è la certezza dell'amore.
L'atto della speranza cristiano, pertanto, si condensa intorno ad alcuni elementi che la esplicitano e definiscono: l'attesa, anzitutto, della rivelazione piena e definitiva del Signore; la fiducia nella sua promessa che verrà e dove è lui, là saremo anche noi; la pazienza, inoltre, che non cede allo scoraggiamento e che sa perseverare nella sofferenza; la libertà, infine, di agire con e nello Spirito che consente di muoversi in questo modo anticipando la liberazione totale del futuro.
Un'ultima connotazione merita di essere considerata: il carattere comunitario della speranza. Non c'è nulla di privato nella Chiesa. Ricevere il battesimo equivale ad inserirsi nella fede della Chiesa e, quindi, a divenire un soggetto ecclesiale. La speranza cristiana non è un fatto privato, ma azione di tutta la comunità credente che in questo modo si pone come segno per l'umanità intera. Ancora un testo di Paolo permette di fondare questa prospettiva. “Vi esorto io, il prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4,1- 6). Il tema di fondo di questo testo, come si vede subito, è quello dell'unità. La pace che i cristiani devono mantenere salda, indica nel linguaggio paolino la salvezza che si è ottenuta con la riconciliazione con Dio. Ciò che sostiene e promuove questa “pace”, viene elencato dall'apostolo: in primo luogo, egli pone l'unità della Chiesa di cui Cristo è il capo e che è sostenuta dallo Spirito Santo. Questa unità è fondamento della sola speranza che i credenti sono chiamati a vivere e testimoniare come loro vocazione peculiare. L'unità e l'unicità della speranza, appartengono all'unità della Chiesa, hanno lo stesso fondamento e non possono essere frammentate. La speranza, pertanto, può essere per i credenti solamente ecclesiale; sia perché è prima di tutto la Chiesa che spera e in essa ogni credente, sia perché è segno di unità dei credenti stessi tra di loro. Una conferma la si ritrova in un significativo testo di LG dove il concilio descrive la Chiesa: “Cristo unico mediatore, ha costituito sulla terra e incessantemente sostenta la sua Chiesa santa, comunità di fede, di speranza e di carità” (LG 8). La dimensione comunitaria della speranza è anche ciò che permette di affermare che il credente spera per tutti e per la salvezza di tutti. E' Tommaso d'Aquino che ha avuto la grande intuizione di sostenere che a fondamento della speranza per la salvezza universale vi è l'amore del prossimo. Ciò che speriamo per noi stessi, amando lo dobbiamo sperare per tutti (STh II-II,17,3). E' qui, alla fine, che diventa chiaro il paolino “sperare contro ogni speranza”, perché la speranza rimanda all'amore che tutto comprende e perdona.

2. C'è ancora speranza?
In quanto la speranza è sempre stata collegata al futuro, essa ha affascinato non poco la mente e la fantasia degli uomini. Alcuni esempi non stoneranno; consentiranno, invece, di evidenziare ulteriormente la peculiarità della speranza cristiana.
Un primo esempio lo troviamo nell'antichità. Il mito del vaso di Pandora è ben conosciuto. Fuggita dalla presenza di Zeus, Pandora aprì il vaso sulla terra e ne uscirono disgrazie, malattie e pestilenze, insieme ad ogni sorta di malvagità. Alla fine, Zeus rinchiuse all'ultimo momento il vaso e vi rimase imprigionata la speranza, ultimo dono fatto agli uomini per consolarli di tante miserie. Per chi va a visitare il battistero di Firenze, una ulteriore immagine lo colpirà, permettendogli di avere un ulteriore visione della concezione della speranza. Andrea Pisano ha ritratto la speranza come una giovane donna seduta, con le ali, che nonostante queste, tende le mani verso un frutto che non raggiunge mai. Il significato sottostante è anch'esso chiaro: la speranza rimane prigioniera dell'utopia; il suo tendere rimane tale, ma non può pensare di raggiungere il frutto che resta, per sempre, irraggiungibile. Un ultimo esempio può essere preso da alcune pagine di un autore contemporaneo, Cesare Marotta, che scrive un interessante Intervista con la speranza.
“Riconobbi subito la speranza, era lei. Silenziosa ed assorta, sedeva al capezzale di un giovane suicida. Costui non aveva ancora vent'anni: si era sdraiato sul lettino e come uno che si faccia una fotografia con 1'autoscatto aveva contato fino a dieci... La speranza sembrava vegliarlo, ed era indiscutibilmente la speranza: un volto bianco lunare, capelli lisci e quieti come l'acqua nelle vasche, sulle labbra il sorriso gelido e bruciante della Gioconda, le mani in grembo, se non erano serpi, celate dalle pieghe della veste. Non si sa, è inutile, che cosa abbia in mano la speranza. Magari nasconde tutto il piacere del mondo, nei suoi pugni chiusi, oppure l'antico trucco finirà un giorno, la vedremo agitare nell'aria due rossi moncherini e ridere definitivamente di noi. Le dissi, indicando il povero giovinetto: “Eccone uno che non vi appartiene più. Forse avreste potuto aiutarlo, ma siete arrivata tardi?” La speranza disse: “Al contrario. Non l'ho mai abbandonato. Ero con lui quando ha irreparabilmente agito; anzi, vedete, sono ancora qui”. A partire da qui inizia un dialogo tra l'autore e la speranza fatto da reciproche incomprensioni, fino a quando di nuovo rivolgendosi alla speranza viene detto: “E voi.., qualsiasi imbecille, qualsiasi pezzente vi chiami, voi gli date retta. Non negatelo siete stata vista con un mendicante, con un gobbo, con un negro”. “Era un negro?” “Vorreste farmi credere che non lo sapevate?”. La speranza non rispose.... “I miei occhi, li avete veduti?”... Cercai lo sguardo della speranza, ma non c'era: lontani e vuoti, i suoi occhi di un tenue azzurro non ricevevano né immagini né colori; mi resi conto che la speranza è cieca. Continuò a sorridere, mi salutò dicendo: “Hanno commesso un gravissimo errore i vostri artisti di ogni tempo. Non la fortuna dovevano raffigurare bendata. La fortuna trova sempre, a colpo sicuro, gli individui più immeritevoli dei suoi doni. Non sbaglia mai, è ben raro che si comprometta, come me, con mendicanti e negri. Rettificate, vi prego: diffondete la notizia che la speranza è cieca: la speranza non sa di chi siano, ditelo, le braccia che le si tendono; chiunque può ingannarla e chiunque lo fa”.
Questa esemplificazione permette di verificare le grandi differenze che intercorrono tra la visione pagana della speranza e quella cristiana. La prima la vede come ultimo appiglio concesso all'umanità per non naufragare nel mare delle difficoltà e dei disastri - si pensi al vaso di Pandora - la seconda la vede, invece, come provocatrice e sorgente di senso. Per la prima, la speranza si collega spesso e volentieri all'utopia come un qualcosa di irraggiungibile e costitutivamente esposta all'incertezza e alla delusione, perché rimane un tendere senza avere certezza di poter raggiungere; per la seconda, la speranza è legata al presente e chiede di rimanere fedele ad essa nella certezza della fede.
Uno dei problemi fondamentali che il cristianesimo oggi vive, è certamente quello della comunicazione. Abbiamo vissuto per secoli all'ombra dell'imperativo petrino: “Siate sempre pronti a rendere ragione della speranza presente in voi a chiunque ve lo domandi” (1 Pt 3,15) e oggi dobbiamo costatare che, nell'indifferenza generale, siamo nella condizione che più nessuno chiede della nostra speranza, obbligandoci così a provocare la stessa domanda. E' in questo orizzonte che sorgono i problemi più urgenti per l'evangelizzazione. Abbiamo un linguaggio capace di comunicare la verità della fede, perché vicino al linguaggio del nostro contemporaneo? Ho timore a rispondere, conoscendo già il contenuto negativo della risposta. Abbiamo anzitutto bisogno di conoscere il nostro contemporaneo - senza dimenticare che il cristiano stesso è il nostro contemporaneo perché respira la stessa aria culturale - e di porlo davanti a noi con tutta la crudezza dell'analisi possibile.
Vi è una scritta che campeggia sulla riva destra del Tevere all'altezza di Ponte Garibaldi: Keine Schönheit ohne Gefahr! Senza pericolo non c'e bellezza alcuna. Vorrei tentare di descrivere il nostro contemporaneo, nella sua attesa di speranza, proprio a partire da questa scritta. Fino ad alcuni decenni fa per provare i brividi del pericolo e, quindi, l'ebbrezza della bellezza, bisognava trasmigrare in terra straniera, verso popoli e culture diverse dalla nostra. Oggi, invece, la paura e il pericolo sono entrati a pieno titolo nel centro delle nostre città e nel mezzo della nostra vita, senza consegnarci, in cambio, bellezza alcuna. Venendosi a modificare il rapporto con la “vita” ne è derivato, conseguentemente, un modificato rapporto con la speranza.
Non è retorica affermare che il nostro contemporaneo vive una situazione paradossale e per molti versi contraddittoria nei confronti della speranza. Da una parte, caduto nella trappola dell'efficientismo, egli rincorre solo l'immediato senza più avere progetti per il futuro; dall'altra, se appena è in grado di alzare i propri occhi per guardare al di là dell'efficienza, scopre che ha una sete immensa di speranza. E' necessario fare dei passi indietro per capire Io stato di questa crisi, perché i movimenti culturali che oggi viviamo hanno sempre radici più profonde di quanto pensiamo. Le delusioni per la speranza iniziano per noi all'inizio di questo secolo. Come inizio di ogni secolo, anche il nostro si presentava foriero di buoni auspici. Il progresso, soprattutto, appariva come la vera conquista che avrebbe fatto compiere un salto nella qualità della vita. Ma non sono passati che pochi anni e il 1914 ricorda a tutti lo scoppio della prima guerra mondiale. Al di là delle interpretazioni, essa indica che la società, pur avanzata, non riesce a trovare forme di convivenza internazionale che sappiano rispettare le peculiarità di ognuno. Ciò che emerge è il predominio dell'una sull'altra. La seconda guerra mondiale non farà che radicalizzare questa prospettiva. Non è un caso che i] marxismo come ideologia, prima, e come sistema politico, poi, si sia costruito proprio sulla volontà di creare ed attuare un progetto che fondasse la sua consistenza sulle relazioni sociali come perno per il cambio della società. L'internazionale socialista non era che il preludio per una visione mondiale che abbandonati gli schemi borghesi delle classi, attuava l'unicità della classe.
Se Auschwitz aveva rappresentato il sogno folle di esaltare la razza, il Gulag diventava nei decenni successivi il segno della follia del dogmatismo autoritario marxista. Si era puntato tutto sul collettivismo e ci si ritrova a fare i conti con l'individualismo che ha in Nietzsche il suo maestro più rappresentativo. A tutto questo si aggiunga l'evoluzione avvenuta nelle scienze. Fino alla fine della seconda guerra mondiale la certezza era la parola d'ordine della scienza. Ciò che la scienza raggiunge e produce è sicuro, certo e vero. Dovevano sorgere le teorie di K. Popper per mostrare che anche la scienza, anzi soprattutto la scienza, non ha carattere di certezza, ma solo di provvisorietà e probabilità. L'unica certezza che si può raggiungere è quella probabilistica e coloro che ne sono più sicuri sono proprio gli scienziati! Ai problemi nazionali, subentrano oggi quelli mondiali e planetari. I fallimenti delle diverse organizzazioni delle Nazioni Unite sono sotto gli occhi di tutti e mostrano l'incapacità a risolvere problemi che spaziano da quelli economici a quelli armamentari e della sicurezza. Un ultimo riferimento in questo orizzonte, va fatto obbligatoriamente sulla situazione internazionale attuale che vede conflitti sempre più profondi a livello delle determinazioni etiche del vivere sociale. La speranza per la vita e per diverse forme di vita che partirebbero dalle determinazioni degli individui, ha aperto lo spazio alla ricerca biogenetica e non sappiamo ancora dove essa andrà a parare; dall'altra parte la sfiducia nella continuazione della vita in uno stato di sofferenza, porta a valutare la determinazione della propria morte. E' falso affermare che vi è neutralità nelle scienze e, pertanto, tutto è lecito. Non solo si deve giudicare l'uso che viene fatto della scienza, ma insieme ad esso si deve considerare il fatto che ogni scoperta, persa la neutralità, ha alle sue spalle una particolare antropologia o visione del mondo. La conseguenza che ne deriva, nell'ordine pratico legislativo e sociale-politico è quella di una mancanza di normatività etica che obbliga a rinchiudere il tutto nella sfera del privato. Al soggettivismo culturale si aggiunge l'individualismo della determinazione etica senza rendersi conto della micidiale miscela che si viene ad innescare.
Sembriamo persone che stanno sognando a occhi aperti e confondiamo tutto non distinguendo più tra realtà e fantasia, tra il bene e il male, tra ciò che è frutto della fede e ciò che è solo prodotto ideologico. Più lo sguardo si affaccia sul futuro e più sembrano crescere i dubbi e la confusione. Dovremo pur chiederci perché l'occidente mostra con sempre più accentuazione i segni di una follia generale. C'è in molti una situazione patologica di angoscia che nasce dal dubbio e sfocia nella disperazione. Ciò che viene vissuto non è più dramma, ma tragedia che impedisce di vedere una soluzione positiva.
Ciò che sta davanti ai nostri occhi è, comunque, una società vecchia. Non solo per il problema della natalità, ma perché incapace di progettare il futuro. I segni di una Società vecchia sono facilmente riconoscibili: si percepiscono nella paura che accompagna ogni decisione e nell'incapacità a saper scegliere il rinnovamento. Il timore del generare è essenzialmente paura del futuro e di ciò che esso riserva, perché non si è più in grado di guidarlo e progettarlo a partire da noi. Solo la coscienza che si sta mentendo è in grado di definire “progresso” ciò che è invece decadenza. In quelli che vivono solo di nostalgia - puntando tutto sul passato e rompendo quindi la relazione passato-presente - e sono tanti, la paura ha il sopravvento sulla speranza e questa viene combattuta in nome della tradizione, senza rendersi conto che la tradizione o è viva e produttrice di futuro o non è tradizione. Parliamo di crisi, ma con onestà dobbiamo ammettere che più che altro noi fotografiamo la crisi senza avere molta determinazione per uscirne né molta forza per contrastarla. Qui entra di nuovo in gioco la missione dei credenti come testimoni di speranza. In questo orizzonte diventa maggiormente comprensibile l'esperienza dell'uomo biblico che non riusciva più a credere agli annunci di speranza che gli venivano rivolti dai profeti. Per l'uomo veterotestamentario, la promessa della terra e di un popolo erano condizione di vita. Jhwh era stato conosciuto come il Dio della promessa. Ora, però, loro non hanno più né patria né famiglia, né tempio né desiderio di credere ancora... Come è possibile sperare se nel presente vedo solo deportazione ed esilio? E' qui che si gioca la grande sfida della fede biblica e il profeta pone la sua credibilità. Sorgeranno allora Isaia, Geremia ed Ezechiele per ridare speranza ad un popolo in piena crisi di fede. Questa, analogicamente, è la stessa condizione che vive il cristiano nel mondo contemporaneo. In un periodo in cui nel nostro vocabolario sono entrate con impeto parole come: precarietà, degradazione... come si potrà di nuovo porre fede alla parola di salvezza? Il sorgere di nuovi profeti che, nella Chiesa e a nome della Chiesa annunciano un rinnovato esodo e l'entusiasmo per la terra promessa è ciò che serve per rinforzare la speranza.

Conclusione
A partire dalla ristrutturazione urbanistica del Settecento, quando i pellegrini arrivavano a Roma, la prima vista che avevano della città erano i quattro obelischi che indicavano loro la collocazione delle quattro basiliche maggiori. Allo sguardo affaticato del pellegrino l'obelisco indicava che la meta era stata raggiunta, nonostante la fatica e i mille pericoli che il viaggio comportava. Nei giorni successivi si sarebbe messo di nuovo in viaggio, attraversando la città eterna, per raggiungere la meta del suo pellegrinaggio; la speranza che lo aveva accompagnato, ora diventava realtà. Era giunto a Roma, alla tomba di Pietro, per professare la fede e celebrare l'anno Santo. Il sogno che lo aveva guidato gli permetteva adesso di godere della sua presenza a Roma come di un'oasi in mezzo al deserto.
Nella grande città del mondo, vedo oggi diversi obelischi che dovrebbero riportare alla mente di questo uomo affaticato e affannato, tanto da non avere più neppure il tempo per pensare a se stesso, uno spazio di silenzio e di contemplazione. Questi obelischi potrebbero essere i diversi santuari che si ergono ancora come spazi di speranza per quanti hanno ancora forza per sognare e coraggio per testimoniare.
Non si dimentichi, che la speranza oggi, per molti che non credono, potrebbe essere il nuovo nome della fede e, in ogni caso, una speranza vera non è altro che un cammino verso la professione della fede. Mi fa compiere questa considerazione il romanzo postumo di I.Silone, l'uomo che fino alla fine ha voluto esprimere la sua ricerca di Dio senza poter arrivare a professare la fede ecclesiale. Nel suo ultimo romanzo autobiografico, Severina, narra di una suora che in preda ad una crisi di fede lascia il convento. La sua vita è una continua ricerca di Dio; questi, però, poco alla volta diventa solo un'idea e non le dice più nulla. Severina partecipa a diverse attività, si mostra utile agli altri e un giorno, intervenendo a una manifestazione, per sbaglio viene colpita a morte. E' portata in ospedale. Al suo capezzale accorre immediatamente una consorella di un tempo, presa dalla preoccupazione di farle professare la fede. A Severina ormai morente, la suora chiede con insistenza:
“Severina, Severina, credi?” E Severina rivolgendole lo sguardo risponde: “No, però, spero”. Ecco il dramma della nostra epoca e, nello stesso tempo, l'offerta di una mediazione per poter continuare a comunicare e ad annunciare il vangelo. Non trovo conclusione migliore del rimando a due espressioni che tutti conoscono e che potrebbero facilmente divenire i pilastri che aiutano nella comprensione di un progetto di evangelizzazione che accompagna la Chiesa in questo pontificato di Giovanni Paolo Il. Il santo Padre iniziava il suo servizio petrino nell'ottobre del 1978 con le parole: “Non abbiate paura, aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo”. Era un invito pressante al coraggio della fede nel Signore risorto. Sotto la forza della fede e la costanza della testimonianza le porte si sono aperte e perfino dei muri sono caduti. Molte porte, purtroppo rimangono ancora chiuse perché non c'è limite all'egoismo e la gelosia per un riduttivo concetto di libertà vieta di saper guardare al di là di noi stessi. Ecco che in questi giorni viene di nuovo l'invito pressante a saper “Varcare le soglie della speranza”. Vi è tanta poesia e tanto realismo in questa espressione che si coglie intuitivamente. Varcare la soglia dice tutto: coraggio per non rimanere fermi in sé; entusiasmo per sapere che la soglia è il luogo dell'ingresso verso un mondo che permetterà di gustare in pienezza i frutti della promessa; libertà di compiere un gesto, il primo passo che compete a noi e a nessun altro in prima persona... Ritornano alla mente le parole dell'Apocalisse: “lo sto alla porta e busso”. Nel coraggio di aprire quella porta e varcare la soglia per mettersi alla sua sequela vi è il senso di tutta una vita e una missione ecclesiale che, nei diversi ministeri. ci rende tutti responsabili per la salvezza di questo mondo.

lunedì 26 dicembre 2016

San Esteban, Luis de Morales

BENEDETTO XVI - STEFANO IL PROTOMARTIRE


BENEDETTO XVI - STEFANO IL PROTOMARTIRE

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 10 gennaio 2007 

Cari fratelli e sorelle,

dopo il tempo delle feste ritorniamo alle nostre catechesi. Avevo meditato con voi le figure dei dodici Apostoli e di san Paolo. Poi abbiamo cominciato a riflettere sulle altre figure della Chiesa nascente e così oggi vogliamo soffermarci sulla persona di santo Stefano, festeggiato dalla Chiesa il giorno dopo Natale. Santo Stefano è il più rappresentativo di un gruppo di sette compagni. La tradizione vede in questo gruppo il germe del futuro ministero dei ‘diaconi’, anche se bisogna rilevare che questa denominazione è assente nel Libro degli Atti. L’importanza di Stefano risulta in ogni caso dal fatto che Luca, in questo suo importante libro, gli dedica due interi capitoli.
Il racconto lucano parte dalla constatazione di una suddivisione invalsa all’interno della primitiva Chiesa di Gerusalemme: questa era, sì, interamente composta da cristiani di origine ebraica, ma di questi alcuni erano originari della terra d'Israele ed erano detti «ebrei», mentre altri di fede ebraica veterotestamentaria provenivano dalla diaspora di lingua greca ed erano detti «ellenisti». Ecco il problema che si stava profilando: i più bisognosi tra gli ellenisti, specialmente le vedove sprovviste di ogni appoggio sociale, correvano il rischio di essere trascurati nell'assistenza per il sostentamento quotidiano. Per ovviare a questa difficoltà gli Apostoli, riservando a se stessi la preghiera e il ministero della Parola come loro centrale compito decisero di incaricare «sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza» perché espletassero l'incarico dell’assistenza (At 6, 2-4), vale a dire del servizio sociale caritativo. A questo scopo, come scrive Luca, su invito degli Apostoli i discepoli elessero sette uomini. Ne abbiamo anche i nomi. Essi sono: «Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola. Li presentarono agli Apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani» (At 6,5-6).
Il gesto dell’imposizione delle mani può avere vari significati. Nell’Antico Testamento il gesto ha soprattutto il significato di trasmettere un incarico importante, come fece Mosè con Giosuè (cfr Nm 27,18-23), designando così il suo successore. In questa linea anche la Chiesa di Antiochia utilizzerà questo gesto per inviare Paolo e Barnaba in missione ai popoli del mondo (cfr At 13,3). Ad una analoga imposizione delle mani su Timoteo, per trasmettergli un incarico ufficiale, fanno riferimento le due Lettere paoline a lui indirizzate (cfr 1 Tm 4,14; 2 Tm 1,6). Che si trattasse di un’azione importante, da compiere dopo discernimento, si desume da quanto si legge nella Prima Lettera a Timoteo: «Non aver fretta di imporre le mani ad alcuno, per non farti complice dei peccati altrui» (5,22). Quindi vediamo che il gesto dell’imposizione delle mani si sviluppa nella linea di un segno sacramentale. Nel caso di Stefano e compagni si tratta certamente della trasmissione ufficiale, da parte degli Apostoli, di un incarico e insieme dell’implorazione di una grazia per esercitarlo.
La cosa più importante da notare è che, oltre ai servizi caritativi, Stefano svolge pure un compito di evangelizzazione nei confronti dei connazionali, dei cosiddetti “ellenisti”, Luca infatti insiste sul fatto che egli, «pieno di grazia e di fortezza» (At 6,8), presenta nel nome di Gesù una nuova interpretazione di Mosè e della stessa Legge di Dio, rilegge l’Antico Testamento nella luce dell’annuncio della morte e della risurrezione di Gesù. Questa rilettura dell’Antico Testamento, rilettura cristologica, provoca le reazioni dei Giudei che percepiscono le sue parole come una bestemmia (cfr At 6,11-14). Per questa ragione egli viene condannato alla lapidazione. E san Luca ci trasmette l'ultimo discorso del santo, una sintesi della sua predicazione. Come Gesù aveva mostrato ai discepoli di Emmaus che tutto l'Antico Testamento parla di lui, della sua croce e della sua risurrezione, così santo Stefano, seguendo l'insegnamento di Gesù, legge tutto l'Antico Testamento in chiave cristologica. Dimostra che il mistero della Croce sta al centro della storia della salvezza raccontata nell'Antico Testamento, mostra che realmente Gesù, il crocifisso e il risorto, è il punto di arrivo di tutta questa storia. E dimostra quindi anche che il culto del tempio è finito e che Gesù, il risorto, è il nuovo e vero “tempio”. Proprio questo “no” al tempio e al suo culto provoca la condanna di santo Stefano, il quale, in questo momento — ci dice san Luca— fissando gli occhi al cielo vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra. E vedendo il cielo, Dio e Gesù, santo Stefano disse: «Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio» (At 7,56). Segue il suo martirio, che di fatto è modellato sulla passione di Gesù stesso, in quanto egli consegna al “Signore Gesù” il proprio spirito e prega perché il peccato dei suoi uccisori non sia loro imputato (cfr At 7,59-60).
Il luogo del martirio di Stefano a Gerusalemme è tradizionalmente collocato poco fuori della Porta di Damasco, a nord, dove ora sorge appunto la chiesa di Saint-Étienne accanto alla nota École Biblique dei Domenicani. L'uccisione di Stefano, primo martire di Cristo, fu seguita da una persecuzione locale contro i discepoli di Gesù (cfr At 8,1), la prima verificatasi nella storia della Chiesa. Essa costituì l'occasione concreta che spinse il gruppo dei cristiani giudeo-ellenisti a fuggire da Gerusalemme e a disperdersi. Cacciati da Gerusalemme, essi si trasformarono in missionari itineranti: «Quelli che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la Parola di Dio» (At 8,4). La persecuzione e la conseguente dispersione diventano missione. Il Vangelo si propagò così nella Samaria, nella Fenicia e nella Siria fino alla grande città di Antiochia, dove secondo Luca esso fu annunciato per la prima volta anche ai pagani (cfr At 11,19-20) e dove pure risuonò per la prima volta il nome di «cristiani» (At 11,26).
In particolare, Luca annota che i lapidatori di Stefano «deposero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo» (At 7,58), lo stesso che da persecutore diventerà apostolo insigne del Vangelo. Ciò significa che il giovane Saulo doveva aver sentito la predicazione di Stefano, ed essere perciò a conoscenza dei contenuti principali. E san Paolo era probabilmente tra quelli che, seguendo e sentendo questo discorso, «fremevano in cuor loro e digrignavano i denti contro di lui» (At 7, 54). E a questo punto possiamo vedere le meraviglie della Provvidenza divina. Saulo, avversario accanito della visione di Stefano, dopo l’incontro col Cristo risorto sulla via di Damasco, riprende la lettura cristologica dell'Antico Testamento fatta dal Protomartire, l'approfondisce e la completa, e così diventa l'«Apostolo delle Genti». La Legge è adempiuta, così egli insegna, nella croce di Cristo. E la fede in Cristo, la comunione con l'amore di Cristo è il vero adempimento di tutta la Legge. Questo è il contenuto della predicazione di Paolo. Egli dimostra così che il Dio di Abramo diventa il Dio di tutti. E tutti i credenti in Gesù Cristo, come figli di Abramo, diventano partecipi delle promesse. Nella missione di san Paolo si compie la visione di Stefano.
La storia di Stefano dice a noi molte cose. Per esempio, ci insegna che non bisogna mai disgiungere l'impegno sociale della carità dall'annuncio coraggioso della fede. Era uno dei sette incaricato soprattutto della carità. Ma non era possibile disgiungere carità e annuncio. Così, con la carità, annuncia Cristo crocifisso, fino al punto di accettare anche il martirio. Questa è la prima lezione che possiamo imparare dalla figura di santo Stefano: carità e annuncio vanno sempre insieme. Soprattutto, santo Stefano ci parla di Cristo, del Cristo crocifisso e risorto come centro della storia e della nostra vita. Possiamo comprendere che la Croce rimane sempre centrale nella vita della Chiesa e anche nella nostra vita personale. Nella storia della Chiesa non mancherà mai la passione, la persecuzione. E proprio la persecuzione diventa, secondo la celebre frase di Tertulliano, fonte di missione per i nuovi cristiani. Cito le sue parole: «Noi ci moltiplichiamo ogni volta che da voi siamo mietuti: è un seme il sangue dei cristiani» (Apologetico 50,13: Plures efficimur quoties metimur a vobis: semen est sanguis christianorum). Ma anche nella nostra vita la croce, che non mancherà mai, diventa benedizione. E accettando la croce, sapendo che essa diventa ed è benedizione, impariamo la gioia del cristiano anche nei momenti di difficoltà. Il valore della testimonianza è insostituibile, poiché ad essa conduce il Vangelo e di essa si nutre la Chiesa. Santo Stefano ci insegni a fare tesoro di queste lezioni, ci insegni ad amare la Croce, perché essa è la strada sulla quale Cristo arriva sempre di nuovo in mezzo a noi.

domenica 25 dicembre 2016

IL SOLE DI NATALE - HUGO RAHNER


IL SOLE DI NATALE - HUGO RAHNER

II secondo esempio [dopo la Pasqua di Resurrezione] in cui, disponendo d'un migliore stato delle fonti, si potrà mostrare ancora più chiaramente, confutando le interpretazioni erronee, in quale senso abbia avuto luogo il confronto tra culto cristiano ed eliolatra antica, è la preistoria delle due feste della nascita di Gesù, l'Epifania e il Natale.
Prima di presentare i relativi contatti cultuali occorre ancora una volta delineare in maniera chiara e precisa le convinzioni dommatiche fondamentali, cui venne a sovrapporsi, come un meraviglioso drappeggio, il rivestimento delle forme cultuali. Fa parte dei fondamenti della primitiva fede cristiana quel che viene espresso nel Simbolo Apostolico: Natus de Spiritu Sancto ex Maria Virgine; e le pietre angolari di quelle fondamenta sono i racconti di Matteo e Luca, in cui vengono esplicitate le fondazioni bibliche di quella fede. I vari sistemi di ricerche storico-religiose che tentarono d'interpretare la fede nella nascita verginale di Gesù basandosi sui miti e sui sistemi teosofici dell'ambiente ellenistico hanno finito con l'eliminarsi a vicenda, e le cognizioni, peraltro di gran valore, da essi acquisite nel campo della comune storia delle religioni, alla fin fine offrono solo «una critica applicabile ai risultati insufficienti ottenuti da coloro che hanno battuto per l'innanzi lo stesso spinoso sentiero per dare la loro interpretazione storico-religiosa del parto verginale». Indubbiamente in questo caso il rapporto fra convinzione dommatica e rivestimento cultuale si coglie ancora più chiaramente che nel capitolo sul sole pasquale, poiché è certo che le prime forme cultuali in cui si celebrava il mistero del Natale emergono più di due secoli dopo il sorgere del cristianesimo, per cui la semplice credenza nel mistero della nascita umana di Gesù, credenza non ancora espressa in forme immaginose cultuali, ma esposta in termini dommatici dei più rigorosi, non è già il risultato d'un contatto con il culto solare dell'antichità, sebbene la base su cui la Chiesa primitiva del III e del IV secolo poté compiere con perfetta sicurezza l'operazione d'appropriarsi di pensieri, desideri e forme della pietà solare e della tarda antichità e servirsene per esprimere liturgicamente il mistero che era stato sempre suo proprio.
In un primo momento la fede nella nascita, veramente umana eppur verginale, del Signore è connessa nel modo più stretto al mistero della Resurrezione e, pertanto, prenderemo le mosse da quanto si è detto nel paragrafo precedente. La Resurrezione dai morti fu per Gesù l'esordio di una vita nuova e destinata a non più finire: «La morte non ha più dominio su di lui» [Rom. 6,9]. II Cristo è davvero il Sol invictus, la sua aurora è una nuova nascita, e questo era un pensiero familiare anche all'uomo antico, poiché ogni mattina rinasce Helios: aliusque et idem nasceris, canta Orazio nel Carmen saeculare. Resurrezione e nascita sono viste come una sola realtà già nella teologia del Nuovo Testamento: il vincitore del mattino pasquale e «il primogenito dei morti» [Col. 1, 18; Ap. 1, 5] e Paolo applica senz'altro al Risorto dai morti il versetto di Ps. 2, 7: «Mio figlio sei tu; io quest'oggi ti ho generato»[At. 13,33 Sal. 2]. E gli fa eco, come si è visto, Clemente Alessandrino, cantando il Cristo come «Sole della Resurrezione, generato prima della stella mattutina, elargitore di vita con i suoi raggi». II sepolcro è come l'utero: l'uno e l'altro sono la notte da cui sorge il Sole. «Di notte il Cristo nacque a Bethlehem, di notte rinacque in Sion», proclama un'omelia greca per il Sabato Santo.
Un tale paragone si basa sull'idea, del tutto comune nell'antichità, che il giorno della nascita è un'aurora. «La luce del sole è un simbolo della nascita», affermava già Plutarco [Quaestiones Romanae, 2], e lo stesso leggiamo nel cristiano Clemente: «L'aurora è l'immagine del giorno natale». [S. Clemente d'Alessandria, Stromata VII, 7, 43]. Così per Gesù quel mistero della luce che era stato proclamato la notte della sua nascita terrena ha il suo compimento nell'aurora della sua nascita pasquale: egli è il «Sole che sorge dall'alto», la «luce che rischiara i pagani» [Lc. 1,78; 7, 43].
Ma v'è di più: quando, nel mistero cristiano del Battesimo, la grazia del Risorto viene comunicata agli uomini, anche questi diventano una «nuova creatura», [Cor. 5,17] la grazia battesimale è una nuova nascita, il Cristo nasce in modo nuovo nel cuore del credente. La vigilia pasquale tutta piena della luce irradiata dal Sole notturno che è il Cristo, è in realtà la notte della nascita, e coloro che hanno da poco ricevuto il battesimo sono bimbi neonati, infantes, secondo un'espressione paleocristiana applicata a coloro che sono risorti dal grembo materno della vasca battesimale [Pt. 2, 2].
Sussistono dunque rapporti schiettamente e profondamente dommatici fra il mistero pasquale e quello natalizio. Ma se ci si pone nel punto di vista storico-cultuale, si può affermare senz'altro che le forme della primissima festività del Natale sono esemplate indiscutibilmente su quelle della più antica festività pasquale: e la base comune ad ambedue è il mondo della simbolica solare, con cui viene simboleggiato il mistero dell'una e dell'altra notte, e certo in espressa antitesi sebbene in evidente parentela con le forme della pietà solare della tarda antichità. A questo proposito ha ragione Karl Prümm quando afferma: «Poiché il Natale coincide con la Pasqua in un ampio strato d'idee comuni (quella della redenzione e quella della grazia d'adozione), ad ambedue le feste è comune anche la robusta vena della simbolica della luce» [K. Prümm, Zur Entstehung der Geburtsfeier des Herrn in Ost und West, in: Stimmen der Zeit, CXXXV, 1939, pp. 207-225]. La Pasqua non è altro che il perpetuarsi di quella nuova vita che ha avuto inizio con il Natale, per il Cristo nel senso pieno, per i fedeli battezzati in senso sacramentale. II Cristo è ora e per sempre «irraggiamento dello splendore del Padre», mentre il battezzato, che è stato reso luminoso da questo irraggiamento solare del Cristo è d'ora in poi figlio della luce» il che non significa altro che «figlio del sole». Il battezzato è un «figlio del Sole» come dice la citata iscrizione sepolcrale. Perciò il Natale non è altro che una Pasqua celebrata in anticipo, l'inizio d'una meravigliosa primavera, una festa del sole, poiché con esso si leva sul mondo per la prima volta, sebbene ancora profondamente nascosto, il «Sole di giustizia». Un anonimo greco ha descritto questo mistero primaverile del Natale con parole stupende, che hanno un senso solo se rapportate alla festa primaverile del Sole pasquale:
«Allorché, dopo la fredda stagione invernale, sfolgora la luce della mite primavera, la terra germina e verdeggia di erbe, si adornano i rami degli alberi di nuovi germogli, e l'aria comincia a rischiararsi dello splendore di Helios. La schiera degli uccelli si slancia verso l'etere, tutta traboccante dei suoi melismi. Ma, badate, per noi v'è una celeste primavera, ed è il Cristo che sorge come un sole dall'utero della Vergine. Egli ha messo in fuga le fredde nubi burrascose del diavolo e i sonnacchiosi cuori degli uomini ha ridestato alia vita dissolvendo con i suoi raggi solari la nebbia della ignoranza. Per tanto eleviamo lo spirito alla luminosa e beata magnificenza celeste di questa splendore!»[Ps. Crisostomo, In Christi Natalem, (PG 61, 763)].
Nelle pagine seguenti ci proponiamo di presentare la preistoria della celebrazione cultuale della nascita del Signore, come ci è consentito dallo stadio attuale delle ricerche che in questo campo sono quanto altre mai fervide: il primo argomento di cui tratteremo sarà l'origine della festa natalizia del Cristo nell'oriente ellenistico, cioè del giorno dell'Epifania. II secondo, le origini della festa tipicamente romano-latina, cioè del giorno di Natale fissato al 25 dicembre.
[...]
Il Natale
Il culto solare della tarda antichità, in polemica con il quale in Oriente era stata introdotta, rivestita di forme arieggianti le celebrazioni misteriche, la festa dell'Epifania, a Roma, nel corso del III secolo, si diede un assetto splendido sotto la guida politica dell'autorità imperiale, fino a diventare la vera e propria religione ufficiale. E con lo stesso ritmo, rifiutando e detronizzando, consacrando e cristianizzando, si sviluppa anche, nella sua ultima fase, il confronto tra cristianesimo e liturgie solari romane: ne risulta l'esistenza e la struttura liturgica della festa natalizia del 25 dicembre, che ancor oggi affascina i cuori cristiani e non cristiani.
Per comprendere il mondo spirituale da cui sorse quel culto solare imperiale, che la Chiesa dovè sentire come una minaccia nella tregua fra le persecuzioni di Decio e di Diocleziano, bisognerebbe recarsi nell'enorme tempio del Sole, che sorgeva sui Campus Agrippae e che fu edificato dall'imperatore Aureliano dopa la vittoria sui Palmireni, vi troveremmo il maestoso Collegium dei Pontifices Solis e tutto lo splendore della nuova festa, che da allora in poi fu celebrata il giorno del solstizio, il 25 dicembre, come Natalis Invicti. Si legga nei frammenti di Cornelio Labenone conservatici da Macrobio come quel teologo del culto solare equipari lo Helios-Sol allo Jao ebraico e a Dioniso, se si vuol misurare il pericolo del sincretismo solare che si vede di fronte al cristianesimo, per non dir nulla della vittoriosa espansione che ebbero le liturgie mitriache, per lo meno nell'esercito romano.
Quasi un profondo simbolo di quest'ultimo confronto tra Chiesa e culto solare, è la notizia, relativa al medesimo giorno del 25 dicembre, che ci ha serbata il cosiddetto Cronografo dell'anno 354: [Corpus Inscriptionum latinarum, cit., vol. I, p. 256 ] «Ottavo giorno prima della Kalende di gennaio: Festa del Sole invitto. L'ottavo giorno prima delle Kalende di gennaio è nato il Cristo a Bethlehm, in terra di Giuda».
Questa data indicata dal Cronografo dimostra che, almeno nel 354 a Roma, il 25 dicembre si era celebrata una vera e propria festa liturgica della nascita del Signore; da altri dati del Cronografo si può provare, poi, che lo si faceva già nel 336, e dal fatto che i Donatisti africani solennizzavano la stessa festa, si può ben conchiudere con sufficiente sicurezza che la si era ricevuta da Roma prima della persecuzione di Diocleziano. Pertanto l'instaurazione della festa va situata alla fine del III secolo, cioè quasi alla stessa epoca dell'Epifania orientale ed ambedue le feste ebbero origine dalle esigenze liturgiche ed apostoliche della lunga tregua che precedette l'ultima persecuzione e sono la più profonda risposta della Chiesa alle aspirazioni che gli antichi esprimevano con l'adorazione del sole.
Questo tentativo di datazione potrà sembrare alquanto temerario. Ma in ogni caso vi è un punto fermo, che risulta dalle fonti testuali del IV secolo: la festa natalizia del 25 dicembre è stata concepita sempre come una festa cristiana del sole e vi si è vista sempre la risposta della Chiesa al culto solare dell'antichità morente. In un trattato latino di enorme interesse, datato dal suo riscopritore Dom Wilmart, allo spirare del III secolo, [A. Wilmart, La collection des 38 homélies de St. Jean Chrisostome, in "Journal of Theological Studies, XIX 1918, pp. 305-327] ma che più probabilmente risale ai primi decenni del IV, si parla della questione del solstizio invernale e del suo rapporto col giorno natale del Cristo. Verso la fine, a proposito del 25 dicembre, si dice:
«Ma (questo giorno), essi lo chiamano anche 'Natale del Sole invitto'. Ma che cosa è così invitto come nostro Signore, che annientò e vinse la morte? E se quelli chiamano questo giorno il 'Natale del Sole', Egli è il Sole di giustizia, di cui il profeta Malachia ha detto: 'Divinamente terribile si leverà da: vanti a voi il suo nome come sole di giustizia e scampo è sotto le sue ali'».
Qui udiamo lo stesso grido di vittoria che nella lontana Siria Efrem cantò per la festa dell'Epifania: il sole ha vinto. D'ora in poi questo giubilo cristiano non sarà più ridotto al silenzio. Da questo inno corale, lasciamo che emerga qualche viva voce, che ancor oggi continua a risuonare nel classico accento di Roma, allorché la liturgia cattolica solennizza il suo notturno mistero natalizio.
Il significato del Natale romano si esprime anzitutto quando, nel corso del IV secolo, la nuova creazione liturgica comincia il suo viaggio trionfale attraverso la Chiesa intera, e allora, soprattutto nell'Oriente greco, soppianta lentamente la festa dell'Epifania che colà si era già legittimata come festa natalizia del Signore. Ci conduce nel bel mezzo di tale contrasto un'omelia tenuta ai suoi monaci da un Gerolamo in vena di spirito. Egli ha recato da Roma l'usanza di celebrare la nascita del Cristo il 25 dicembre, ma in Oriente trova praticata solo la festa del 6 gennaio.
Non senza fine ironia egli respinge la pretesa dei cristiani eli Gerusalemme e Bethlehem, residenti cola da lungo tempo i quali credevano di possedere nella festa del 6 gennaio una genuina tradizione locale di valore storico, per far poi rilevare che la natura stessa costituisce, con il suo solstizio, una prova a favore dell'usanza romana; e Gerolamo prosegue: [Hom. de Nativitate Domini: G. Morin, Hieronimi Presbyteri tractatus sive homiliae, in Anecdota Maredsolana III, 2, p,397]
«Perfino la creazione da ragione al nostro dire, l'universo testimonia la verità delle nostre parole. Fino a questa giorno aumenta la lunghezza del buio; a partire da questo giorno le tenebre decrescono. Aumenta la luce, si riducono le notti! II giorno cresce, decresce !'errore perché sorga la verità. Che oggi ci è nato il sole della giustizia.»
Nel parlare dell'errore notturno che cede alla luce, Gerolamo pensa al culto pagano, i cui misteri solari sopravvivevano ancora validamente; già il tentativo, compiuto dall'imperatore Giuliano, di ricostituire Helios Dominus Imperii, ne era una chiara riprova, e a Roma, ai tempi di Gerolamo, il mistico santuario di Adone sul Gianicolo poteva essere ancora visitato da devoti che cercassero conforto nel panteismo solare, in cui rivivevano le figure delle divinità siriache. Si comprende, allora, con quali pensieri un Gerolamo celebrasse la solennità notturna della nascita del Signore nella grotta di Bethlehem, nella stessa grotta che, dal tempo di Adriano, era un santuario di Adone.
Di lì egli scrive una lettera: «Bethlehem, quella dove siamo ora, il luogo più venerabile del mondo intero, un tempo fu adduggiata dal bosco sacro di Thamuz, cioè di Adone. E nella grotta in cui il Cristo vagì come bambinello, risuonarono le lamentazioni sul prediletto di Venere» [Epist. 58,3]. In verità i cristiani sentivano la loro notturna festa solare del 25 dicembre come una vittoria su tutti i misteri. In questi termini abbiamo già udito parlare per il giorno dell'Epifania Gregorio Nazianzeno; udiamo ora le stesse cose nel discorso che Firmico Manterno pone in bocca al sole, ed è anche questa, peraltro, una conferma di come, a quel tempo, i misteri fossero stati captati in qualche modo nell'orbita dell'eliolatria:
Se il sole, convocato tutto il genere umano, potesse parlare, desterebbe la vostra disperazione forse con questa discorso: '0 uomini deboli ed ogni dì ribelli a Dio in tutti i modi, chi vi spinse a sì gran delitto di dire con profano ed arbitrario errore d'insano capriccio ch'io nasco e muoio? ... Piangete Libero, Proserpina, Attis, Osiride, ma senza menomare la mia dignità... Nel principio del giorno Iddio mi creò, questo solo mi basta' [De errore profanarum religionum 8].
In un tempo in cui i misteri antichi erano ormai cosa morta, la festa del Natale continua ancora a contrastare e consacrare cristianamente l'antica sensibilità eliolatrica; nell'anima popolare, infatti, erano vive non solo le antiche denominazioni di Natalis e di Sol novus adoperate per il 25 dicembre, ma anche quello che potremmo chiamare il religioso timor reverenziale con cui si contemplavano gli eventi del cielo stellato e il corso di Helios. La Chiesa santifica questa sensibilità con il mistero del Natale.
«Nato dal Padre, il Cristo ha creato ogni giorno; nato dalla Madre, ha consacrato questo giorno», dice Agostino in un'omelia natalizia [Sermo 194, In natali Domini, 11].
La pazienza che al timor reverenziale degli antichi che dinanzi al sole che rinasce dà la verità cristiana, la si può cogliere ancora più chiaramente. Anzitutto nell'Oriente greco, dove verso la fine del IV secolo viene accettata la festività romana. Gregorio di Nazianzo la introduce personalmente a Costantinopoli, ed è fiero di ritenersi il corifeo del nuovo mistero. Un inizio stupendo ha la sua prima omelia natalizia, con i ritmi così caratteristici del suo greco: «Di nuovo si ritirano le oscure ombre invernali! Di nuovo la luce s'innalza verso l'alto!» [Oratio 38, 2]. II Crisostomo celebra la festa per la prima volta ad Antiochia, ed essa è per lui la metropolis, la fonte di luce e il punto di partenza di tutte le feste venture [Homilia in S. Philogonium]. In Alessandria, la città dei passati misteri del rinato Aion, il Natale penetra dopa il Concilio di Efeso del 431. Ma dal Koreion non risuonano più le parole: «La Vergine ha partorito, ora cresce la luce»; invece nella basilica inondata di luce Paolo da Emesa (l'antichissima città solare!) tiene la prima omelia natalizia e prorompe nel grido: «O prodigio! La Vergine ha partorito eppure resta vergine» [Homilia I (PG 77, 1436 A.)].
Immaginarsi quel che accadde nell'Occidente romano, dove la festa del Natalis Invicti era assai più popolare che presso i Greci! Quando a Roma sfrecciavano le trenta corse dell'Agon Solis, quando per il Natalis del Sole si accendevano dappertutto fuochi di gioia e quando, piena di tremebondo timore reverenziale, la gente si prostrava davanti allo splendente disco del sole aurorale, allora la Chiesa celebrava la sua vera festa del Sole. Mentre i pagani facevano clamori di gioia per il sole davanti alla chiesa, Agostino espone ai suoi fedeli il mistero del Cristo, il sole neonato. Natalis dies quo natus est dies: Cristo è il vero giorno di sole. «Rallegriamoci anche noi, fratelli, e lasciamo pure che i pagani esultino: poiché questo giorno per noi è santificato non dal sole visibile, bensì dal suo invisibile Creatore». E poi, nel seguente giorno di Natale: «Sì, fratelli miei, vogliamo considerare davvero santo questo giorno, ma non, come gli increduli, a motivo di questo sole, bensì in grazia di Colui che ha creato il sole».
Quanto opportuna fosse l'occasione, che il giorno del Natale offriva, di evidenziare e contrastare i resti dell'antico culto solare anche tra i cristiani, lo mostrano le parole che verso la metà del V secolo Papa Leone doveva ancora rivolgere ai fedeli per il Natale. V'è gente, egli dice, secondo cui «questa nostra celebrazione festiva sarebbe veneranda non a motivo della nascita di Cristo, ma piuttosto per il sorgere del nuovo sole». Certo, egli deve biasimare i suoi cristiani che in quel giorno dai gradini della basilica di San Pietro salutano il sole che sorge con un inchino del capo: «Prima di metter piede nella basilica del santo apostolo Pietro, si soffermano sui gradini, voltano la persona verso il sole che sorge e, piegando la nuca, s'inchinano per rendere omaggio al suo disco splendente». E conchiude la sua omelia natalizia con un inno alla bellezza degli astri, che sono solo un riflesso della luce di Cristo: «Lascia pure che la luce del corpo celeste agisca sui sensi del tuo corpo, ma con tutto l'amore infiammato dell'anima tua ricevi dentro di te quella luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo!».
Possediamo un'altra testimonianza ancora, d'epoca assai tarda, ma che, pur semplificando ingenuamente la questione ci dà l'intimo significato del contrasto fra Chiesa e culto solare. Un glossatore siriaco di Dioniso bar-salibi riferisce il motivo per cui la festa natalizia del Signore sarebbe stata spostata dal 6 gennaio al 25 dicembre e afferma a riguardo:
«La ragione per cui i Padri mutarono di posto la festa del 6 gennaio trasferendola al 25 dicembre fu, a quanto si dice la seguente: i pagani erano soliti festeggiare proprio il Natale del Sole e in questa ricorrenza accendevano fuochi. A questi riti invitavano persino il popolo cristiano. Allora i maestri della Chiesa, accortisi che anche dei cristiani si lasciavano indurre a prender parte alla festa, decisero di celebrare nello stesso giorno quella del vero Natale, continuando a celebrare la festa della Epifania il 6 gennaio. E quest'uso hanno conservato fino ad oggi, insieme al costume di accendere fuochi» [Cfr. testo in J. S. Assemani, Bibliotheca Orientalis, Roma, 1721, Vol. II, p. 164].
Ci sembra opportuno presentare un'ultima testimonianza sul contrasto che in Occidente si ha tra Natale cristiano e pensiero antico, poiché vi si vede in modo altamente significativo come da quell'epoca in poi l'idea cristiana prende il sopravvento e le posizioni spirituali sono per così dire rovesciate: il «popolo» ormai è cristiano, e i pochi pagani che sopravvivono in mezzo ad esso hanno l'aria d'esser debitori ai cristiani di quanto pensano sul sole. Nella metà del V secolo Massimo, vescovo di Torino, tiene un'omelia natalizia, il cui esordio consiste in queste parole:
«Davvero ottimo è l'uso popolare di chiamare questo santo Natale del Signore 'Sol Novus'. E, com'è noto, si può asserire decisamente che sotto questo rispetto s'incontrano anche Ebrei e pagani. Teniamolo presente volentieri. Infatti con il sorgere del Salvatore si restaura non solo la salvezza per l'intero genere umano, ma anche il chiaro splendore del sole. Se questo si oscura per la passione del Cristo, deve pur risplendere più luminoso che mai per la sua nascita»[De nativitate Domini II, PL 57, 537].
Ormai siamo alle soglie del Medio Evo. L'amore che gli antichi avevano per il sole, la Chiesa, dopo averlo santificato, lo reca nella sua liturgia natalizia fino ai popoli del Nord. Nel Messale Gothicum, il sacramentario che nel VII secolo insegnò a pregare ai Franchi, la messa notturna del 25 dicembre ha inizio con queste parole: «Ti sei levato su di noi, o Gesù Cristo, come vero sole di giustizia, dal cielo sei disceso come salvatore del genere umano» [Missale Gothicum, In nativitate Domini, Pl 72, 227 A]. E ancor oggi la liturgia romana parla, nei suoi moduli classici, dello stesso mistero del nuovo Sole, che è sorto nel Cristo: talento, cristianamente trasfigurato, proveniente dagli scrigni dell'antichità. L'oremus della messa notturna, stupendo nella intraducibile bellezza del suo latino, così suona nella nostra lingua:
«O Dio, che hai fatto questa notte radiosa della splendore della vera luce: concedi, ti preghiamo, che come abbiamo conosciuto i misteri della luce in terra, così pure godiamo delle sue gioie in cielo».
Tutte le volte che ci accostiamo ai testi liturgici del Natale, troviamo che dappertutto ci viene incontro sfavillante il mistero cristiano del Sole. Così si prega in un'antifona della Vigilia: «Sorgerà il Salvatore del mondo o sole, e scenderà nell'utero della Vergine». E nei primi vespri del nuovo giorno del Sole si canta: «Quando il sole sarà sorto dal cielo, vedrete il Re dei re che procede dal Padre come lo sposo dal suo talamo». Quel che del mistero del vero Sole fu scultoreamente espresso nel maestoso eloquio di Roma a pro dei popoli futuri, nell'Oriente annuncia il Crisostomo nel greco stupendo delle sue omelie natalizie antiochene, di quell'Antiochia, cioè, in cui un tempo un astrologo pagano aveva annotato al 25 dicembre: Genetliaco del sole: cresce la luce.
E proprio con le parole del Boccadoro ci piace conchiudere questa presentazione del mistero natalizio cristiano:
«Considera cosa voglia dire vedere il sole scendere dal cielo e muoversi sulla terra. Se è vero che ciò non potrebbe avvenire al luminare visibile senza far sbalordire coloro che vi assistessero, rifletti su cosa voglia dire: il sole della giustizia manda ora i suoi raggi nella nostra carne e irradia la sua luce nell'intimo delle anime nostre!» [In Christi Natalem PG 49, 351 A. Cfr. H. Usene, Das Wiehnachfest, Bonn, 1991, pp. 379-384].