venerdì 9 dicembre 2016

11 DICEMBRE 2016 | 3A DOMENICA - AVVENTO A | APPUNTI PER LA LECTIO


11 DICEMBRE 2016 | 3A DOMENICA - AVVENTO A | APPUNTI PER LA LECTIO

"Sei tu colui che deve venire,o dobbiamo attenderne un altro?"
Il Natale già bussa alle porte e la sua luce incomincia ad avvolgerci nel suo splendore: di qui il senso di "gioia" che pervade tutta la Liturgia di questa terza Domenica d'Avvento. L'antifona d'ingresso, infatti, fa riecheggiare il commosso invito di Paolo ai cristiani di Filippi: "Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino" (Fil 4,4-5). Anche la colletta vuol ravvivare gli stessi sentimenti di attesa e di esultanza nel cuore dei credenti: "Guarda, o Padre, il tuo popolo, che attende con fede il Natale del Signore, e fa' che giunga a celebrare con rinnovata esultanza il grande mistero della salvezza".
Le letture bibliche si muovono nella stessa linea, ovviamente su uno sfondo più articolato e più ricco di pensieri, proprio perché la loro composizione originaria intendeva cogliere situazioni concrete, diverse dalle nostre. Rimane però in esse predominante il motivo della "gioia", giustificata dal fatto che Dio e la sua salvezza sono ormai vicini: "Coraggio. Non temete; ecco il vostro Dio... Egli viene a salvarvi" (Is 35,4).
Non si tratta dunque di una "gioia" superficiale, o puramente emotiva davanti a qualcosa che ci impressiona o ci esalta; ma di una gioia profonda che ci tocca nell'intimo del nostro essere, perché il suo motivo non sta fuori ma dentro di noi. È la gioia del sentirsi "salvati" dal Cristo che ci viene incontro e ci strappa dalle potenze del male e della morte; una gioia più donata, perciò, che conquistata; una gioia che è già essa stessa "frutto" e "segno" della salvezza. Per questo, forse solo i grandi santi vivono in un mare di gioia, pur in mezzo alle difficoltà e ai dolori della vita: si pensi a san Paolo, a san Francesco, a papa Giovanni, a Madre Teresa di Calcutta. "Egli viene e con lui che viene, viene la gioia. Se lo vuoi, ti è vicino. Ti parla anche se non gli parli; se non l'ami, ti ama ancora di più. Se ti perdi, viene a cercarti; se non sai camminare, ti porta. Se tu piangi, sei beato per lui che ti consola" (don Primo Mazzolari).

"Si rallegrino il deserto e la terra arida"
La prima lettura fa parte della cosiddetta "piccola apocalisse" di Isaia (cc. 34-35), in cui si trova una descrizione degli ultimi terribili combattimenti che il Signore dovrà sostenere contro le nazioni e in modo particolare contro Edom (c. 34), seguita dall'annuncio festoso della restaurazione di Gerusalemme in tutto il suo antico splendore (c. 35).
Certamente il Profeta, che tradisce evidenti contatti con il Deutero-Isaia (40,29-31; 41,19, ecc.), ha davanti a sé il quadro della Città santa devastata dal nemico, ridotta a una desolante solitudine, popolata solo da sciacalli (35,7). Improvvisamente però il quadro cambia e la città torna a "rifiorire" con il ritorno dei suoi figli dai luoghi dell'esilio. Qualcuno stenta perfino a credere che la vita possa riprendere in una città come quella; è troppo demoralizzato per i rovesci nazionali fin qui subiti. Soprattutto a questi "smarriti di cuore" è diretta la parola confortatrice del Profeta.
Il brano di oggi è tutto un "giubilo" che afferra gli uomini e le cose. La "salvezza" di Dio riguarda direttamente soltanto i "riscattati" che ritornano da lontano (v. 10), e che egli raduna dai luoghi della schiavitù e dell'esilio; però di fatto sembra afferrare tutta la creazione che viene come trasfigurata, come dicono le molteplici immagini poetiche del testo: il deserto che fiorisce e si riveste della "gloria del Carmelo", cioè di alberi verdeggianti e ombrosi; "la terra bruciata" che "diventerà una palude", e il suolo riarso che "si muterà in sorgenti di acqua" (v. 7).
Per rendere ancora più plastica l'idea della "salvezza", che produce a sua volta la "gioia", il Profeta ci parla di ciechi che vedono, di sordi che odono, di muti che parlano: "Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto" (v. 6). Sono immagini per dire che la salvezza afferra tutto l'uomo, anche nella sua parte corporea: la "malattia" infatti, di qualsiasi genere, sta ad accusare una situazione di squilibrio nella creazione e nei rapporti delle singole parti con il tutto. Non solo questo, però: le immagini stanno anche a dire come siano "mescolate" la gioia e la salvezza. È la salvezza che fa qui esplodere la gioia, o è la gioia che dilata la salvezza, allargandola anche a certe situazioni che noi saremmo tentati di considerare irrecuperabili? Il "miracolo" (si pensi ai "ciechi" e ai "sordi" guariti da Gesù!) è il segno di una salvezza che va molto al di là dei confini di quello che noi riteniamo normale: perciò, quando avviene, esso provoca stupore e gioia nello stesso tempo.

"Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete..."
È quanto si ricava dal brano di Vangelo di Matteo (11,2-11), in cui si descrive l'ambasceria di Giovanni Battista in prigione per sapere se Gesù era il Messia che "doveva venire". È una pagina non facile, questa, che però a noi interessa sia per il clima di attesa che presuppone e provoca nello stesso tempo, sia perché ci ripropone la figura del Battista in quanto è anche per tutti noi colui che "prepara la via del Signore" (cf Mt 3,3).
Ci stupisce tuttavia di ritrovarlo qui in atteggiamento quasi dubbioso nei riguardi di Cristo: infatti, mentre era in carcere, "avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: "Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?"" (Mt 11,2-3). Pur non essendo questa ultima una designazione propriamente messianica,1 di fatto qui nel contesto indica il Messia: anche in 3,11 Giovanni aveva parlato di "uno che viene dopo di me ed è più potente di me". Che si tratti di un atteggiamento dubbioso di Giovanni mi sembra che non si possa negare, dal momento che la risposta di Gesù si chiude proprio con un invito a "non scandalizzarsi" di lui (v. 6).
Che cosa c'era, allora, in Gesù che aveva "scandalizzato" Giovanni? Probabilmente il fatto che egli non si era ancora manifestato come il giudice escatologico, che adopera il "ventilabro", "pulisce" la sua aia e "brucia la pula con un fuoco inestinguibile" (Mt 3,12). Il Messia che Giovanni aspettava doveva essere più energico e più deciso nell'instaurare il regno di Dio! Direi che anche Giovanni era tentato di "suggerire" a Dio quello che è meglio per l'avvento del suo regno! D'altra parte, lui si trovava in quel momento in prigione nella fortezza di Macheronte:2 non poteva il Messia far proprio nulla per lui, che l'aveva "annunciato" ad Israele?
Se questa interpretazione è giusta, c'è da dire che Giovanni Battista ci aiuta ad andare incontro a Cristo senza schemi precostituiti: dobbiamo accettare Gesù come è e come si presenta, non come lo vorremmo. Si pensi, in concreto, allo "scandalo" che suscita ancora in noi il fatto che Gesù sia nato nello squallore di una stalla, condannando così la nostra ricerca del benessere, della sicurezza economica, del prestigio sociale, dell'affermazione, del successo. Sarebbe certo più comodo, per tutti noi, un Messia con i segni della potenza che con quelli dell'umiltà e della debolezza!
Eppure, a saperli leggere, quelli che sembrano i "segni" della debolezza manifestano anche più fortemente la potenza di Dio. È quanto Gesù risponde ai messi del Battista: "Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me" (vv. 5-6).
È evidente in queste parole di Gesù il riferimento ad alcuni testi di Isaia (26,19; 29,18; 61,1), fra cui un passo che abbiamo ascoltato proprio nella prima lettura (Is 35,5-6). Prima che Messia "giudice", Gesù è Messia "salvatore" e "liberatore". E proprio perché tale, egli si avvicina alla gente più povera e abbandonata, quelli su cui, oltre che l'ingiustizia degli uomini, sembra che si sia accanita anche la sciagura o la malasorte: i ciechi, gli storpi, i lebbrosi, i sordi, i poveri, perfino i morti. È vero che i "miracoli" che egli compie su di loro sono anche gesti di "potenza"; ma per lui sono soprattutto gesti di amore, di partecipazione, di salvezza, di immersione nella massa degli infelici. Egli sarà anche giudice "escatologico", ma prima deve essere colui che "prende le nostre infermità e si addossa le nostre malattie" (Mt 8,17; cf Is 53,4). Per questo Giovanni è invitato a rileggere meglio i "segni" messianici proposti da Gesù, che coincidono in pieno con il messaggio dei Profeti, e non avrà più motivo di "scandalizzarsi" di lui!
L'episodio porge l'occasione a Gesù di tessere l'elogio di Giovanni Battista, mentre i suoi discepoli se ne ritornano dal maestro. "Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re! E allora che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta. Egli è colui, del quale sta scritto: "Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te". In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui" (vv. 7-11).
La "grandezza" di Giovanni sta certo nella sua forza d'animo e nel suo spirito di austera penitenza, per cui egli non è né una "canna sbattuta dal vento", né un rammollito cortigiano; soprattutto però sta nel fatto di essere il "precursore" del Messia, come risulta da due passi dell'Antico Testamento, uno ripreso dall'Esodo (23,20) e l'altro dal profeta Malachia (3,1), che Gesù combina insieme per farne vedere la realizzazione in Giovanni. Nel primo si parla del Signore che manderà il suo "messaggero" a fare da guida al popolo di Israele nel cammino verso la terra promessa; nel secondo Dio promette che farà precedere la sua venuta finale da un messaggero che prepari gli uomini ad accoglierlo. Proprio per questa missione così alta Giovanni è il più grande di tutti "i nati di donna" (v. 21), quantunque di fatto egli non appartenga al "regno", che solo con Cristo si realizza: i tempi del regno trascendono totalmente quelli che lo hanno preceduto e preparato. Infatti, "il più piccolo nel regno dei cieli è più grande" dello stesso Giovanni Battista!
Ma non per questo la sua gioia è stata diminuita. Suo compito era di annunciare la venuta dello Sposo, e questo è ciò che ha fatto: "Chi possiede la sposa, è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io diminuire" (Gv 3,29-30).

"Fratelli, siate pazienti fino alla venuta del Signore"
Una gioia, quella di Giovanni, che si compie nell'attesa, nonostante le incertezze e perfino i dubbi che possono sopraffarci. Talvolta, infatti, l'attesa appare sterile o dispersiva, e i "segni" che dovrebbero annunciarla sbiadiscono, o addirittura sembrano significare qualcosa di diverso. È proprio in queste situazioni, che poi costituiscono la trama della nostra vita, che il cristiano non si smarrisce: la sua attesa si fa "pazienza", cioè disponibilità ad attendere i tempi di Dio, che maturano lentamente.
È quanto san Giacomo ricordava ai suoi lettori, i quali dovevano fremere nell'attesa impaziente del "giudizio" di Dio sopra i ricchi che angariavano i poveri: "Fratelli, siate pazienti fino alla venuta del Signore. Guardate l'agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d'autunno e le piogge di primavera. Siate pazienti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina" (Gc 5,7-8).
L'immagine dell'agricoltore è preziosa, perché ci fa vedere il dinamismo della "pazienza" cristiana: essa non è fatalistica rassegnazione, ma collaborazione operosa e tenace con Dio perché si attui in noi e nel mondo il suo disegno di salvezza. E proprio in questo c'è una grande gioia: nel sapere che, nonostante tutto, Dio fa camminare la storia e "avvicina" i tempi del suo amore e del suo giudizio!

Settimio CIPRIANI  (+)

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