giovedì 15 dicembre 2016

18 DICEMBRE 2016 | 4A DOMENICA - AVVENTO A | APPUNTI PER LA LECTIO


18 DICEMBRE 2016 | 4A DOMENICA - AVVENTO A | APPUNTI PER LA LECTIO

"Ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio…"
Direi che la Liturgia odierna è tutta sotto il segno della meraviglia e dello "stupore": quando Dio "viene" nella nostra storia o nella nostra vita, lascia sempre le "tracce" della sua venuta. Altrimenti, come riconoscerebbero gli uomini che è veramente lui, e solamente lui, quello che è venuto a "visitarci"? In questo senso, il "prodigioso", o "miracoloso" che dir si voglia, fa parte essenziale della economia della salvezza.
La prima lettura, anche letterariamente, si regge tutta sulla offerta di un "segno" da parte di Dio, che però il re Acaz (736-716) rifiuta per paura di essere costretto ad abbandonare i suoi progetti di mero calcolo politico: "Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore" (Is 7,12).
Il brano di Vangelo ci fa vedere la realizzazione di quel "segno" prodigioso, allora non voluto dagli uomini, nel dono di Cristo, concepito verginalmente nel seno di Maria: "Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del Profeta: "Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, che sarà chiamato Emmanuele"" (Mt 1,23). Lo stesso Giuseppe si trova come spaesato in questo regno delle meraviglie!
Anche la seconda lettura, concentrando tutto il senso del Vangelo in Cristo, ce ne fa vedere la dimensione "prodigiosa": infatti, "nato dalla stirpe di Davide secondo la carne", egli viene "costituito figlio di Dio con potenza mediante la risurrezione dai morti" (Rm 1,3-4).

"Chiedi un segno dal Signore tuo Dio"
Ma passiamo ad analizzare più da vicino i testi, in questo sfondo di sorpresa e di meraviglia.
L'episodio, a cui fa riferimento la prima lettura, si inserisce nella più ampia storia della guerra siro-efraemitica. Avendo deciso Rezin, re di Damasco, e Pekach, re di Israele, di federarsi in una coalizione contro l'Assiria, volevano trascinarvi anche Acaz, re di Giuda. Essendosi egli opposto, costoro tentarono di invaderne il regno e progettarono di mettere al suo posto un ignoto "figlio di Tabeèl" (Is 7,6), probabilmente un arameo della corte di Damasco.
Spaventato per tutte queste manovre, nonostante gli avvertimenti di Isaia che lo esortava ad aver fiducia nel Signore, Acaz domandò addirittura aiuto agli Assiri, i quali sconfissero bensì i regni di Damasco e di Samaria ma ridussero, nello stesso tempo, Giuda a un duro vassallaggio (733-732). Quello che Acaz riteneva un vantaggio, di fatto si rivelò un disastro per il suo paese, soprattutto sotto il profilo religioso, nel senso di una più facile intrusione di pratiche idolatriche (cf 2 Re 16,1-20).
Ed era proprio questo che il Profeta voleva evitare, esortando il re ad avere fiducia solo in Dio: "Se non crederete, non avrete stabilità" (Is 7,9), neppure politica. La "fede", presso i Profeti, più che credenza astratta in Dio è la fiducia che lui, il quale ha scelto Israele, saprà anche proteggerlo e salvarlo da tutte le insidie dei nemici; così come manterrà la promessa fatta a Davide di una "discendenza" perpetua per il suo regno (cf 2 Sam 7,16). Perciò non c'era da aver paura davanti a quell'oscuro "figlio di Tabeèl", quasi che avesse potuto usurpare il trono di Davide!
Per indurre ancor più pressantemente Acaz ad avere fiducia nel Signore, Isaia gli propone di domandare un qualsiasi "segno", fosse pure dalle "profondità" della terra, come garanzia della protezione divina: "Chiedi un segno dal Signore tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure lassù in alto" (v. 11). Senonché il re con un pretesto pseudo-religioso, quello cioè di "non tentare" Iddio (cf Dt 6,16), rifiuta di chiedere il "segno", per paura di dover rinunciare ai suoi calcoli politico-diplomatici (alleanza con l'Assiria). La fede non si accorda quasi mai con le progettazioni umane!
Nonostante il rifiuto, Dio darà ugualmente un "segno", il quale, proprio perché vuole essere una risposta provocatoria alla mancanza di fede del re, dovrà muoversi nell'ambito della fede: "Ascoltate, casa di Davide! Non siete contenti di stancare la pazienza degli uomini perché ora vogliate stancare anche quella del mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele" (vv. 13-14).
Acaz voleva salvare il suo paese dall'invasione straniera: orbene, capiterà proprio il contrario! E l'oppressore sarà l'Assiria, cioè il paese dal quale egli sperava salvezza. Acaz temeva di essere sbalzato dal trono da un oscuro pretendente, che non aveva niente in comune con la linea davidica: Dio, che è fedele, alle sue promesse, manterrà la discendenza davidica, ma per una via straordinaria che non è quella che si sognava il re Acaz, cioè quella della normale generazione. Come si vede, Dio scompagina i progetti di accortezza umana, senza venir meno ai suoi impegni di amore e di fedeltà agli uomini: vorrebbe solo abituarli a camminare secondo le sue "vie" e a fidarsi di più delle sue promesse e della sua saggezza!

"E il nome della vergine era Maria"
Chi sia la famosa "vergine" (ha-'alm&hibar;ah), di cui parla il testo, non è chiaro; e noi non vogliamo entrare qui in merito a tutte le disquisizioni che fanno gli studiosi. Diciamo soltanto che nella "rilettura" che ne farà il Vangelo di Matteo (1,22-23), proprio nel brano che la Chiesa ci propone per la Liturgia odierna, essa è Maria, la madre di Gesù, in quanto concepirà "verginalmente", senza concorso maschile, il Figlio stesso di Dio. D'altra parte, san Matteo non forza minimamente il testo, in quanto cita dalla precedente versione greca dei LXX (III-II secolo a.C.), che già dava una interpretazione di tipo messianico: segno evidente che gli Ebrei già si muovevano su questa linea.
A parte il fatto che per un credente la "rilettura" dell'Antico Testamento, fatta dagli scrittori del Nuovo Testamento, diventa normativa, mi sembra che in realtà essa sia l'unica che dà significato "pieno" al passo di Isaia. La maternità di Maria, infatti, è un "segno" davvero grandioso, per diversi motivi: è una "vergine" che concepisce e partorisce il proprio figlio; questo figlio appartiene talmente a lei, che lei gli impone il nome; il suo nome, Emmanuele ("Dio con noi"), esprime nel simbolo quella che sarà la futura missione del Messia. Nessun altro personaggio nella storia, a partire dal pio re Ezechia, figlio di Acaz, a cui qualche studioso ha pensato che si facesse riferimento, ha mai realizzato cose per cui gli uomini sentissero che per mezzo di lui Dio si è fatto un "Dio con noi"!
Tutto questo, poi, non è come un'estrapolazione dal contesto: abbiamo visto che la grande preoccupazione di Acaz era la possibile interruzione della linea "davidica" mediante l'intrusione, nel regno, di un oscuro usurpatore di Damasco. Il Profeta gli preannuncia che la "casa di Davide" (cf v. 13) avrà la sua continuità e farà fiorire il Messia, che darà senso e compimento alle promesse di Dio; ma non saranno gli uomini a portare avanti il disegno di Dio, quasi che esso avesse bisogno della "carne e del sangue" per attuarsi.
Il Messia è puro "dono di Dio", e perciò verrà in mezzo a noi per le vie paradossali e misteriose che egli solo conosce: questo è il senso della sua concezione e nascita "verginale"!

"Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo"
Dopo tutto quello che abbiamo detto ci sarà più facile la comprensione del brano di Vangelo, che di fatto è la realizzazione e, in un certo senso, anche il commento della profezia isaiana.
Il "segno" qui incomincia a disvelarsi in tutti i suoi aspetti e risvolti misteriosi: c'è una "vergine", che diventa madre; c'è un figlio, "generato" per virtù dello Spirito Santo, e perciò in un modo unico ed esclusivo, imparentato con Dio e anche con noi uomini; c'è un discendente della casa di Davide, Giuseppe, che non darà per via di sangue la discendenza davidica al Messia, ma per via di un'accoglienza "giuridica", e soprattutto d'amore e di servizio disinteressato.
Un mondo di "sorprese" e di meraviglie, che Matteo ha descritto con lo stile controllato del teologo, intento a percepire il senso "misterioso" degli eventi, più che del narratore curioso, affascinato dal nuovo o dal drammatico che la strana situazione pur portava con sé. Di drammatico c'è lo stretto necessario per capire qualcosa dello stato d'animo di almeno uno dei personaggi di questa storia che, pur essendo divina, non cessa di essere anche totalmente umana.
Al di là del dato storico, il brano evangelico è carico di elementi di fede. E il primo elemento di fede è che Gesù, come già abbiamo accennato, è puro "dono" di Dio: perciò non ha padre umano e la stessa madre-vergine lo concepisce solo per virtù dello Spirito Santo; in un certo senso, neppure Maria gli è totalmente madre, almeno secondo i canoni della nostra esperienza umana.
Non dimentichiamo che questo brano narrativo segue immediatamente la lunga genealogia che apre il Vangelo di Matteo: "Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo" (1,1). Con tale genealogia l'Evangelista voleva riallacciare Gesù a tutta la precedente storia della salvezza. Adesso, quasi preoccupato che i suoi lettori pensassero a Gesù come a un anello "normale" di questa storia, sia pure prodigiosa, viene a dirci che egli è un elemento totalmente "eccentrico" in questo disegno di salvezza: pur essendo previsto e anche atteso, è completamente al di fuori e al di sopra della "norma". Egli viene da Dio! "Non è la casa di Davide che dà al Signore un figlio in adozione, ma Dio stesso genera il Messia come suo figlio fin dal seno materno e lo dà come figlio adottivo alla casa di Davide".1
Però, pur venendo da Dio, è a servizio di noi uomini: e questo è il secondo elemento di fede che l'Evangelista vuol suggerirci. È quanto risulta dal doppio nome, ugualmente simbolico, che verrà dato al Messia: "Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati" (v. 21). Sappiamo infatti che Gesù è la traduzione dell'ebraico Jehoshua', che vuol dire "Dio salva". Il "popolo" che Gesù salverà dai peccati è senz'altro la Chiesa, che fa continua esperienza del perdono di Dio (cf 9,8; 18,15-18).
E l'altro nome è Emmanuele, secondo la predizione di Isaia, di cui il Vangelo dà anche la traduzione: "Dio con noi" (v. 23). Più che il nome precedente, questo secondo nome ci rivela il mistero del Messia: con lui Dio è venuto in mezzo a noi, per essere uno di noi. Ed egli è "Dio con noi" non perché ci rappresenta Dio o ce lo annunzia, ma perché lo esprime in se stesso, essendo Dio e uomo nello stesso tempo.
Questa irruzione di Dio, mediante Cristo, nella nostra storia non mortifica però l'iniziativa dell'uomo, ma la esalta: ed è questo il terzo elemento di fede suggeritoci dall'Evangelista. È per questo che Dio ha richiesto l'opera di Maria, per niente facile o gratificante: essa ha corso il rischio di apparire donna infedele o spergiura perfino agli occhi di colui che, pur davanti all'evidenza della maternità, tenta ancora di salvarne l'onore (cf vv. 19-20). Ed ha richiesto l'opera di Giuseppe, non meno preziosa, per garantirgli la successione davidica e l'onorabilità umana, e non meno drammatica nello stesso tempo. È anche attraverso queste creature, dalla enorme fede e dalla sofferenza forse anche più grande, che Dio è venuto in mezzo a noi in Cristo.
Anche oggi la "venuta" di Cristo, il suo Natale ormai imminente, non si realizzano senza la cooperazione generosa di tutti quelli che credono al suo amore.

Settimio CIPRIANI  (+)

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