domenica 18 dicembre 2016

PAOLO VI - IL DESTINO DELL'UOMO NELLA PROSPETTIVA CRISTIANA


PAOLO VI - IL DESTINO DELL'UOMO NELLA PROSPETTIVA CRISTIANA

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 4 dicembre 1974 

Noi siamo nel periodo liturgico che precede la celebrazione del Natale, cioè della venuta del Salvatore nel mondo, della Incarnazione del Verbo di Dio, di Colui che avrà nome Gesù il Cristo, il Messia; siamo nel periodo chiamato Avvento, che significa aspettativa, preparazione, desiderio, speranza dell’arrivo nel mondo, nel tessuto storico del Popolo eletto e nel disegno universale dell’umanità di Colui verso il quale, per secoli ed in mezzo alle più tormentate esperienze, si è tesa l’ansia della salvezza, la visione del Re vincitore, dell’instauratore della giustizia e della pace: «sarà un bambino, profetizza Isaia, sarà un figlio (della nostra stirpe); e il principato è stato posto sulle sue spalle, e sarà chiamato col nome di Ammirabile, di Consigliere, Dio, forte, padre del secolo venturo, principe della pace. Il suo impero crescerà, e la pace non avrà più fine . . .» (Is. 9. 6-7).
Questa spiritualità, rivolta verso un avvenire nuovo, felice, indescrivibile, e verso un Personaggio straordinario, che riassume in sé la figura di Davide, il re ideale, e la trasfigura in una personalità trascendente, liberatrice, salvatrice, e misteriosa, percorre l’Antico Testamento, facendosi sempre più chiara e sempre più librata sulla infelice e deludente realtà storica della Nazione, da cui era coltivata, e la sorregge questa Nazione in una fiducia, che sembra sfidare gli avvenimenti più avversi: è la speranza messianica, la quale mantiene viva nel Popolo la memoria delle vicende secolari passate, gli impegni religiosi e morali ereditati dai Padri, fa della legge da loro ricevuta la norma testuale del proprio costume, e trae dalla fedeltà alla tradizione l’energia per vivificare la propria identità.
Così è stato aspettato Gesù. Conosciamo il Vangelo. Le promesse furono, nelle apparenze umane, deluse dalla figura e dalla missione che Gesù rivestì, sebbene anche questa kenosis, cioè questa umiltà del Signore fosse stata anch’essa documentata dalle celebri profezie del «Servo di Jahve» (Cfr. Is. 53), ma furono sorpassate nella realtà esistenziale di Cristo, vero Figlio di Dio e vero Figlio dell’uomo, che proprio in virtù di questa sua duplice natura, divina ed umana, viventi nell’unica Persona del Verbo, Figlio di Dio, consumò l’opera della redenzione, morendo e risuscitando per la nostra salvezza.
Ora questo Vangelo è tal cosa che dovrebbe alimentare in ciascuno di noi e in tutta la comunità universale della Chiesa una analoga spiritualità, quale ci è illustrata dall’antico Testamento, cioè la spiritualità della nostra convergenza in Gesù, nostro Signore, Salvatore, Redentore, nostro Maestro, Pastore ed Amico, nostro centro, nostro cardine dei destini umani, nostro Messia unico, necessario e sufficiente, nostro amore e nostra felicità. Per noi l’attesa ha solo valore pedagogico; è reminiscenza della secolare economia preparatoria alla venuta di Cristo. Ma Cristo è venuto. La realtà messianica per noi è compiuta.
Questa è la spiritualità del Natale, nella quale la storia, la teologia, il mistero dell’Incarnazione, il nostro destino umano e soprannaturale si fondono e diventano celebrazione, cioè liturgia, una liturgia che si alimenta di tutta la terra, di tutta la storia, e che s’innalza, con ampiezza cosmica, nei cieli, nella gloria divina.Ed è tutto per sé, se non sentissimo l’obbligo di aggiungere due osservazioni. La prima è questa. Sì, Cristo è venuto; ma per una misteriosa e terribile sventura non tutti l’hanno conosciuto, non tutti lo hanno accolto: il prologo del Vangelo di San Giovanni lo dice drammaticamente: «. . . Egli era la luce vera, che illumina ogni uomo che viene a questo mondo, . . . e il mondo non lo conobbe. Egli è venuto nella sua proprietà, ed i suoi non lo accolsero» (1, 9-11). È il quadro dell’umanità, quale noi, dopo venti secoli di cristianesimo, abbiamo davanti. Come mai? che cosa diremo? Non pretenderemo di sondare una realtà immersa in misteri che ci trascendono: il mistero del Bene e del Male. Ma possiamo ricordare che l’economia di Cristo, per la diffusione della sua luce, si dispiega in una subalterna, ma necessaria cooperazione umana: quella della evangelizzazione, quella della Chiesa apostolica e missionaria, che, se registra risultati incompleti, tanto più deve da tutti essere aiutata e integrata.
E possiamo concedere alle nostre curiosità storico-sociologiche di indagare se questo nostro mondo moderno, come quello indicato nella Bibbia, non riveli da sé, inconsciamente, sintomi d’un messianismo insoddisfatto e angosciosamente teso verso una insaziata speranza d’una venuta messianica.
Che cosa significa questa implacata inquietudine verso le mutazioni economico-politiche, verso il miraggio di sempre nuove rivoluzioni se non la disperata attesa d’un ordine superiore che l’uomo da sé non sa creare se non mortificando la libera espressione dell’uomo stesso? E che cosa significa questa nausea della prosperità, risultante dal progresso tecnico-scientifico e respinta dalle giovani generazioni, se non il bisogno d’un messianismo dello spirito e non della abbondanza materiale?
E la tendenza, quasi di moda, di esaltare il Povero come il tipo bisognoso d’una nuova giustizia, che lo sviluppo economico non sa di per sé generare, ma piuttosto trascurare ed offendere? quando viene il Vangelo dei Poveri? Eccetera. Un mito messianico sembra denunciare follemente, ma non senza segreta sapienza, un bisogno autentico, quello di Uno che dice con forza di verità: «Io verrò, e lo guarirò!» (Matth. 8, 7)
E la seconda osservazione è quest’altra. Cristo è venuto, sì; ma questa sua venuta, piena e felice sotto certi aspetti sostanziali, non è definitiva, non è l’ultima. Gesù verrà alla fine di questo mondo «a giudicare i vivi ed i morti». Un avvento escatologico, la «parusia», è ancora nelle attese del tempo e delle nostre anime. L’avvento che stiamo celebrando diventa, a sua volta, profetico e preparatorio.
A che cosa? al desiderio di Cristo, all’amore di Cristo, all’estimazione giusta e saggia di questa vita presente, che tanto vale quanto ci guida e ci prepara per quella eterna e futura.
Da ricordare sempre; con la nostra Apostolica Benedizione.

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