mercoledì 7 dicembre 2016

SERMONI PER L’AVVENTO - BERNARDO DI CHIARAVALLE


SERMONI PER L’AVVENTO - BERNARDO DI CHIARAVALLE

SERMONE I

Sei circostanze dell’Avvento
1. Oggi, fratelli, celebriamo l’inizio dell’Avvento. Questo nome, come quello delle altre solennità, è abbastanza celebre e noto al mondo, ma il suo significato non è forse altrettanto conosciuto. Infatti, i poveri figli di Adamo, trascurando di studiare le cose importanti e salutari, cercano piuttosto le cose caduche e transitorie. A chi paragoneremo gli uomini di questa generazione (Mc 4, 30; Lc 7, 31) che vediamo incapaci di staccarsi e separarsi dalle consolazioni terrene e caduche? Sono certamente simili a quei naufraghi che, in procinto di venir sommersi dalle acque, si aggrappano a qualsiasi cosa, la prima che capiti loro tra mano, e la tengono fortemente stretta, anche se si tratta di cose che in nessun modo possono portare aiuto (Is 30, 5), come radici di erbe e cose simili.
E se qualcuno viene in loro aiuto, capita talvolta che lo trascinano con sé, sicché non può più aiutare né loro, né se stesso. Così periscono in questo mare grande e spazioso (Sal 104 (103), 25), così periscono i miseri, mentre, seguendo le cose periture, perdono quelle solide, attaccandosi alle quali potrebbero riemergere e salvare la loro vita (Gc 1, 21). Non infatti della vanità, ma della verità è detto: La conoscerete ed essa vi farà liberi (Gv 8, 32). Voi dunque, fratelli, ai quali, in quanto piccoli, Dio rivela quelle cose che tiene nascoste ai sapienti e prudenti (Mt 11, 25), occupatevi di quelle cose che sono veramente salutari, facendone oggetto dei vostri assidui pensieri. Riflettete con cura al significato di questo avvento, investigando chi sia colui che viene, donde venga, dove vada, che cosa venga a fare, quando e per quale via egli venga. Certamente è questa una curiosità degna di lode e salutare: infatti la Chiesa universale non celebrerebbe questo Avvento con tanta devozione, se non si nascondesse in esso un qualche grande sacramento (Ef 5, 32).
2. Innanzitutto pertanto, insieme con l’Apostolo, pieno di stupore e di ammirazione (At 2, 12), considerate anche voi la grandezza di costui che viene: egli è infatti, secondo la testimonianza di Gabriele, il Figlio del Dio Altissimo (Lc 1, 32), e conseguentemente Altissimo anche lui. Non possiamo infatti pensare ad un Figlio di Dio degenere, ma dobbiamo confessarlo di uguale altezza e della medesima dignità. Chi non sa infatti che i figli di principe sono anch’essi principi, e i figli di re sono re anch’essi? Ma perché mai delle tre Persone che crediamo e confessiamo e adoriamo nell’eccelsa Trinità, non il Padre, non lo Spirito Santo, ma il Figlio è venuto? Io penso che questo sia stato fatto non senza una ragione. Ma chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore. O chi mai è stato suo consigliere (Rm 11, 34)? E certamente non fu senza il consiglio della Trinità che venisse il Figlio; e se consideriamo la causa del nostro esilio, forse possiamo capire, almeno un poco, come fosse conveniente che fosse soprattutto il Figlio a liberarci. Lucifero infatti, che si levava al mattino (Is 14, 12), per il fatto di aver tentato di usurpare la somiglianza dell’Altissimo, e di essersi attribuito ingiustamente di essere uguale a Dio (Fil 2, 6), il che è prerogativa del Figlio, venne punito all’istante e precipitato nell’inferno (Is 14, 12), perché il Padre vendicò l’onore del Figlio, e fu come dicesse: A me la vendetta, io darò il dovuto castigo (Rm 12, 19). E subito avresti potuto vedere Satana che come fulmine cadeva dal cielo (Lc 10, 18). Come osi insuperbirti tu, terra e cenere (Sir 10, 9)? Se Dio non ha perdonato agli angeli insuperbiti (Rm 11, 21), quanto più userà lo stesso rigore a tuo riguardo, putredine e verme (Sir 19, 3) che sei. Lucifero non ha fatto nulla, nessuna azione esterna: ha solo avuto un pensiero di superbia e in un istante, in un batter d’occhio (1 Cor 15, 52) fu irreparabilmente precipitato, perché, secondo il Profeta, egli non stette nella verità (Gv 8, 44).
3. Fuggite la superbia, fratelli miei, ve ne prego; fuggitela con orrore. La superbia è alla base di ogni peccato, essa che ha sprofondato nelle tenebre eterne (Gb 3, 9) così velocemente lo stesso Lucifero che rifulgeva più splendido di tutte le stelle, e da primo degli angeli lo mutò in diavolo. E così, subito ardente d’invidia per l’uomo, ingenerò in lui l’iniquità che aveva concepito in se stesso (Gb 15, 35; Sal 7, 15), persuadendolo a mangiare il frutto proibito, per diventare così simile a Dio, mediante la conoscenza del bene e del male (Gen 3, 5-6). Che cosa offri, che cosa prometti, disgraziato, dal momento che il Figlio dell’Altissimo (Lc 1, 32) ha la chiave della scienza (Lc 11, 52), anzi, è egli stesso la chiave, la chiave di Davide che chiude e nessuno può aprire (Ap 3, 7)? In lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2, 3); tu saresti capace di rubarli per darli all’uomo? Vedete che veramente, come dice il Signore, costui è bugiardo e padre della menzogna (Gv 8, 44). Fu infatti bugiardo quando disse: Sarò simile all’Altissimo (Is14, 14), e padre della menzogna allorché trasfuse anche nell’uomo il germe avvelenato della sua falsità, dicendo: Sarete come dei (Gen 3, 5). Anche tu, o uomo, vedendo un ladro, corri con lui (Sal 50 (49), 18). Avete notato fratelli, quello che è stato letto questa notte nel profeta Isaia, che riferisce le parole del Signore: I tuoi principi sono infedeli, ovvero, secondo un’altra versione: disobbedienti, compagni dei ladri (Is 1,23).
4. In realtà i nostri principi Adamo ed Eva, capostipiti della nostra razza, sono stati disobbedienti, soci di ladri; essi tentano per consiglio del serpente, anzi del diavolo che si serve del serpente, di rubare quello che appartiene al Figlio di Dio. E il Padre non dissimula l’ingiuria (Pr 12, 16) fatta al Figlio — egli infatti ama il Figlio (Gv 5, 20) —, ma subito anche nell’uomo vendica questa ingiuria (Dt 32, 43), e appesantisce la sua mano su di noi (Sal 32 (31), 4). Tutti infatti in Adamo abbiamo peccato (Rm 3, 23; 1 Cor 15, 22), e in lui tutti abbiamo ricevuto la sentenza di dannazione. Che cosa farà il Figlio vedendo che il Padre prende le sue difese, e non perdona ad alcuna delle sue creature? «Ecco, dice, per causa mia il Padre perde le sue creature. Prima l’Angelo ha ambito la mia eccellenza, e ha trovato compagni che lo seguissero; ma subito la gelosia del Padre si è scagliata contro di lui e contro i suoi seguaci, percuotendoli tutti con piaga incurabile (2 Mac 9, 5), con crudele castigo (Ger 30, 14). L’uomo ha voluto rubarmi anche la scienza, che appartiene a me, e neppure di lui ha avuto compassione (Dt 7, 16; Ez 16, 5), né gli ha perdonato. Dio si cura forse dei buoi (1 Cor 9, 9)? Aveva Dio fatto soltanto due nobili creature dotate di ragione, capaci di beatitudine, l’angelo cioè e l’uomo; ma per causa mia perse molti angeli e tutto il genere umano. Dunque, perché sappiano che anch’io amo il Padre (Gv 14, 31), riabbia per mezzo mio quelli che in qualche modo per causa mia sembra aver perduto. Se questa tempesta, dice Giona, è sorta per causa mia, prendetemi e buttatemi in mare (Gn 1, 12 sec. ant. vers.). Tutti mi portano invidia. Vengo, e tale mostro me stesso, che chiunque vorrà invidiarmi, chiunque desidererà di imitarmi, questa emulazione vada a bene suo. So tuttavia che gli angeli disertori si sono dati completamente alla malizia e alla nequizia (1 Cor 5, 8), e non hanno peccato per una qualche ignoranza o fragilità; perciò, non volendo essi pentirsi, è inevitabile che periscano. L’amore del Padre e l’onore del Re esigono la giustizia (Sal 99 (98), 4)».
5. Per questo infatti egli ha creato da principio gli uomini (Gen 1, 27-28; Mt 19, 4) affinché da essi fossero riempiti i posti rimasti vuoti, e venissero restaurate le rovine della (celeste) Gerusalemme (Is 61, 4). Sapeva infatti che per gli angeli era impossibile una via di ritorno. Conosce infatti la superbia di Moab (Is 16, 6; Ger 48, 29), che è grande, e non ammette rimedio di pentimento, e per questo esclude anche il perdono. Ma per gli uomini non ha creato nessuna creatura per sostituirli, dando a vedere con ciò che per l’uomo c’era ancora redenzione, essendo egli stato soppiantato dalla malizia altrui; per questo gli poteva giovare la carità di un altro. Così, Signore, ti supplico (Es 34, 9), ti piaccia di liberarmi (Sal 40 (39), 14) perché io sono infermo (Sal 6, 3), perché dalla mia terra sono stato dolorosamente strappato (Gen 40, 15), e buttato in questo carcere. Non del tutto innocente, a dire il vero, ma rispetto a colui che mi ha sedotto, un poco innocente. La menzogna mi è stata suggerita, o Signore: venga la verità, onde si scopra la falsità, e io conosca la verità, e la verità mi darà la libertà (Gv 8, 32), a condizione che, scoperta la falsità, io rinunzi completamente ad essa ed aderisca alla verità conosciuta. Diversamente non sarebbe più una umana tentazione (1 Cor 10, 13), né un peccato umano, ma sarebbe ostinazione diabolica: perseverare nel male, infatti, è cosa diabolica, e giustamente meritano di perire con il diavolo (Ap 12, 9) coloro che si ostinano nel peccato (Rm 6, 1).
6. Ecco, fratelli, avete sentito chi è colui che viene; considerate ora da dove venga, e dove vada. Viene egli dal cuore di Dio Padre nel grembo della Vergine Madre; viene dall’alto dei cieli (Sal 19 (18), 7) nelle inferiori parti della terra. E allora? Non dobbiamo anche noi vivere sulla terra (Bar 3, 38)? Certo, ma a condizione che vi rimanga anche lui. Dove mai infatti si può star bene senza di lui, o si sta male con lui? Chi altri avrò per me in cielo? fuori di te nulla bramo sulla terra, Dio del mio cuore e Dio è la mia sorte per sempre (Sal 73 (72), 25-26). Poiché, anche se dovessi camminare in mezzo alle ombre di morte, non temerò alcun male, se tu sei con me (Sal 23 (22), 4). Ma ora, come vedo, tu scendi sulla terra e agli stessi inferi (Sal 139 (138), 8), non come un prigioniero, ma come uno che è libero anche nell’inferno (Sal 88 (87), 6), come la luce che splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno accolta (Gv 1, 5). Perciò la sua anima non viene lasciata negli inferi (Sal 16 (15), 10; At 2, 27), né il suo sacro corpo nella terra vede la corruzione. Il Cristo infatti che è disceso, è il medesimo che è asceso (Ef 4, 10), per dar compimento a tutto, e di lui è stato scritto: Passò facendo del bene e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo (At 10, 38), e altrove: Esulta come un prode che percorre la via, egli sorge da un estremo del cielo, e la sua corsa raggiunge l’altro estremo (Sal 19 (18), 6-7). Giustamente perciò esclama l’Apostolo: Cercate le cose di lassù, dove Cristo siede alla destra di Dio (Col 3, 1). Non vi sarebbe infatti stata ragione per invitarci a sollevare al cielo i nostri cuori, se non ci assicurasse che là risiede l’autore della nostra salvezza (Eb 2, 10). Ma vediamo ora quello che segue. Perché, sebbene la materia sia abbondante e si presti a molte considerazioni, la ristrettezza del tempo non consente di prolungare troppo il sermone. Considerando dunque chi è colui che viene, ci è apparsa la sua grande e ineffabile maestà (Sal 29 (28), 3). Osservando di dove venga, ci è apparsa una lunga via (1 Re 19, 7), secondo la testimonianza di colui che, prevenuto da spirito profetico, disse: Ecco, il nome del Signore viene da lontano (Is 30, 27). Guardando poi dove fosse diretto, è apparsa la inestimabile e del tutto impensabile degnazione, che tanta grandezza si sia degnata di scendere nell’orrore di questo carcere.
7. Ormai non c’è più dubbio che sia in gioco qualcosa di grande, se tanta maestà si è degnata di venire tanto da lontano e scendere in un luogo così indegno. E davvero si tratta di cosa grande, una grande misericordia, una profonda compassione, una carità immensa (Sal 86 (85), 13; Sir 17, 28 ecc). Che cosa pensiamo infatti sia venuto a fare? Questo è quanto dobbiamo chiarire secondo l’ordine che ci siamo proposti. E non abbiamo da faticare a questo riguardo, perché le parole di Cristo e le sue opere manifestano chiaramente lo scopo della sua venuta. È venuto cioè a cercare la centesima pecorella che si era smarrita (Mt 18, 12), scendendo con premura dai monti, ed è venuto per noi, affinché più apertamente sia lodato il Signore per la sua misericordia e per i suoi prodigi a favore degli uomini (Sal 107 (106), 8.15.21). Grande degnazione che Dio venga in cerca dell’uomo, grande dignità dell’uomo così cercato! Di questa dignità se egli volesse gloriarsi, non sarebbe insipiente (2 Cor 12, 6); non che sembri essere qualcosa per se stesso, ma perché ne ha fatto tanto conto colui che lo ha creato. Tutte le ricchezze, tutta la gloria del mondo, infatti, e tutto quanto in esso è oggetto di bramosia, sono cose di nessun conto di fronte a questa gloria; anzi, è un nulla a paragone di essa. Signore, che cosa è un uomo perché te ne curi, un figlio d’uomo perché te ne dia pensiero (Sal 144 (143), 3; Gb 7, 17)?
8. Tuttavia, vorrei sapere perché mai egli stesso è venuto a noi, e non piuttosto noi siamo andati a lui. Eravamo infatti noi che avevamo bisogno; e non è consuetudine dei ricchi andare ai poveri, anche se volessero farlo. È così, fratelli; era giusto che noi piuttosto andassimo da lui; ma vi erano due difficoltà. Erano offuscati infatti i nostri occhi (Gen 27, 1; 48, 10 ecc), egli invece abita la luce inaccessibile (1 Tm 6, 16); eravamo paralitici giacenti nella barella (Mt 9, 2), e non ci era possibile arrivare alla sua divina altezza. Per questo il benignissimo Salvatore e medico delle anime discese dalla sua altezza, e adattò il suo splendore all’infermità dei nostri occhi. Si rivestì di un corpo glorioso e immune da ogni macchia come di una lampada. Questo è quella lievissima e fulgentissima nuvola (Is 19, 1), sulla quale il Profeta aveva predetto che sarebbe salito per scendere in Egitto.
9. Ed è ormai da considerare anche il tempo nel quale è venuto il Salvatore. Venne infatti, penso che non lo ignorate, non all’inizio, non a metà, ma alla fine dei tempi. Né a caso, ma veramente con sapienza la Sapienza dispose (Sap 8, 1) di recare l’aiuto quando era maggiormente necessario, non ignorando che i figli di Adamo sono inclini all’ingratitudine. Veramente infatti calava la sera e il giorno volgeva al suo termine (Lc 24, 29), era quasi tramontato il Sole di giustizia (Mal 3, 20), sicché i suoi raggi davano poca luce, e poco calore irradiavano sopra la terra. Era difatti molto scarsa la luce della conoscenza di Dio, e abbondando l’iniquità, si era raffreddato il fervore della carità (Mt 24, 12). Non c’erano più apparizioni di angeli, non più parola di profeta; cessava la loro presenza, quasi vinti dalla disperazione, a causa della eccessiva durezza e ostinazione degli uomini. «Ma io, dice il Figlio, allora ho detto: Ecco, io vengo (Sal 40 (39), 8). Proprio così, mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente, o Signore, dal tuo trono regale è venuta (Sap 18, 14). Anche l’Apostolo a questo proposito dice: Quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figlio (Gal 4, 4). La pienezza e l’abbondanza delle cose temporali aveva fatto dimenticare e trascurare le cose eterne. Venne dunque opportunamente l’eternità, quando maggiormente prevalevano le cose transitorie. Infatti, per accennare solo a questa, tanto grande fu anche la pace temporale in quel tempo, che bastò l’ordine di un solo uomo per fare il censimento di tutto il mondo (Lc 2, 1).
10. Conoscete ormai la persona di colui che viene e ambedue i luoghi, quello da cui e quello in cui è venuto. Non ignorate anche la causa e il tempo. Rimane da sapere la via per cui è venuto, e anche questa la dobbiamo diligentemente cercare, come conviene, onde possiamo andargli incontro (Mt 2, 7-8). C’è da notare tuttavia, che, se è venuto una sola volta sulla terra in carne visibile (1 Gv 4, 2) per compiere l’opera della salvezza (Sal 74 (73), 12), ogni giorno viene spiritualmente in modo invisibile per salvare le anime dei singoli (Gc 1, 21; 5, 20), come sta scritto: Spirito è davanti a noi Cristo Signore (Lam 4, 20 sec. ant. vers.). E perché sappiamo che questo spirituale avvento è occulto, dice: Alla sua ombra viviamo tra le genti (ibid.). Perciò se un infermo è incapace di andare incontro ad un tale medico per un tratto di via troppo lungo, conviene tuttavia che alzi la testa e si alzi un poco verso colui che viene. Non ti è necessario, o uomo, passare i mari (Dt 30, 13; Is 23, 2 ecc.), non penetrare le nubi, non valicare i monti. Non ti si para dinanzi una lunga strada (1 Re 19, 7): va’ incontro al tuo Dio fino a te stesso. Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore (Rm 10,8). Vagli incontro fino alla compunzione del cuore e alla confessione della bocca (Rm 10, 10), onde uscire almeno dall’immondezza di una misera coscienza, perché è indegno dell’autore della purità entrare là. E questo sia detto di quella venuta con la quale egli si degna con invisibile potenza illustrare le menti dei singoli.
11. Ci piace però anche considerare la via della sua venuta manifesta, perché le vie del Signore sono vie deliziose, e tutti i suoi sentieri conducono al benessere (Pr 3, 17). Ecco, dice la sposa, viene saltando sui monti, scavalcando le colline (Ct 2, 8). Lo vedi venire, o bellissima, ma prima non potevi vedere dove riposava. Hai detto infatti: Mostrami, o amato dell’anima mia, dove pasci, dove riposi (Ct 1, 6). Riposando pasce gli angeli in quelle perpetue eternità, saziandoli con la visione della sua eternità e immutabilità. Ma non ignorare te stessa, o bellissima (Ct 1, 8), perché mirabile è per te quella visione, troppo alta e tu non la comprendi (Sal 139 (138), 6). Ma ecco, egli è uscito dal suo luogo santo (Ger 4, 7; Mi 1, 3); e lui che, riposando, pasce gli angeli, lui stesso ci ha rapiti e così ci salverà (Os 6, 2), e si vedrà venire e pascersi, lui che riposando e pascendo non era visibile prima. Eccolo che viene salendo sui monti e valicando le colline. Per monti e colline intendi i Patriarchi e i Profeti; e come sia venuto salendo e valicando, leggilo in quelle parole della genealogia di Gesù: Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, ecc. (Mt 1, 2). Da questi monti uscì, come trovi scritto, la radice di Jesse, dalla quale, secondo il Profeta, germogliò la verga (Is 11, 1-2) da cui spuntò un fiore, sul quale si posò il settiforme Spirito. E il medesimo Profeta spiega questo più chiaramente in un altro passo: Ecco, dice, una vergine concepirà e partorirà un figlio, e il suo nome sarà chiamato Emanuele (Is 7, 14), che significa Dio con noi (Mt 1, 23). Quello che prima ha detto fiore, ora lo chiama Emmanuele, e quella che aveva detto verga, spiegandola ulteriormente, chiama ora Vergine. Ma è necessario riservare a un altro giorno la considerazione di questo altissimo mistero, che presenta materia per un sermone a parte, tanto più che quello di oggi è già durato tanto a lungo.  

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