martedì 31 gennaio 2017

Love the tenderness in this picture

DONNE IMPORTANTI NEI PRIMI SECOLI DEL CRISTIANESIMO


DONNE IMPORTANTI NEI PRIMI SECOLI DEL CRISTIANESIMO

Da Francesco Agnoli

Torniamo dunque alla nuova concezione della donna introdotta dal cristianesimo. Quante sono le donne importanti dell’antichità, non solo romana, di cui si conserva il nome? Si contano sulle dita delle mani… e sovente sono ricordate più per la loro condizione di etere e di prostitute d’alto bordo, che per altri motivi. I primi tempi del cristianesimo invece pullulano già di donne protagoniste: le sante martiri, di cui tutti conoscono il nome, a cui vengono dedicate intere chiese e che vengono invocate e venerate nella preghiera: Tecla, Agata, Agnese, Cecilia, Lucia, Caterina, Margherita, la schiava Blandina…; santa Elena, la madre e la consigliera principale di Costantino; Santa Monica, l’amatissima mamma di Agostino, alle cui preghiera il santo attribuì la propria salvezza; Marcia, la concubina dell’imperatore Commodo che riuscì a convincerlo a liberare Callisto, futuro papa, che era destinato ai lavori forzati in Sardegna; poi le imperatrici Pulcheria, figlia dell’imperatore Arcadio, infaticabile promotrice della costruzione di chiese, di cui ben tre dedicate alla Madonna, di ospedali e ospizi per i pellegrini, che ebbe una parte importante nella vittoria antimonofisita del concilio di Calcedonia del 451, morta nel 453 lasciando i suoi beni ai poveri; l’imperatrice Eudoxia, che fa trasferire le reliquie di santo Stefano a Gerusalemme, fa costruire un palazzo episcopale, e ricoveri per i pellegrini…
“Al pari dell’uomo, scrive Teodoreto di Cyr, la donna è dotata di ragione, capace di comprendere, e conscia del proprio dovere; come lui essa sa ciò che deve evitare e ciò che deve ricercare; può darsi talvolta che essa giudichi meglio dell’uomo ciò che può riuscire utile e che essa sia una buona consigliera”. Così per Clemente Alessandrino le donne possono dedicarsi allo studio esattamente come gli uomini. Come fanno appunto molte delle donne che scelgono la vita claustrale e la verginità. Anche questa scelta della verginità, a ben pensarci, ha una valenza storica che spesso viene dimenticata. Significa infatti che una donna può dedicare la sua vita a Dio, invece che ad un uomo; che può decidere della sua vita al di fuori di quel rapporto di dipendenza che nella società antica era ineludibile. Nell’ antichità greca e romana, infatti, come d’altra parte nel mondo ebraico le donne erano destinate solo ed esclusivamente al matrimonio e alla maternità, nel senso che “sono pochissime, prima del cristianesimo, le testimonianze di donne rimaste nubili. Le donne non sceglievano nemmeno l’età in cui essere maritate. Il consenso della sposa non compariva nei contratti stipulati tra il padre della ragazza e il futuro marito”. Le donne  nubili insomma erano piuttosto inconcepibili e si vedevano private di molti, dei già scarsi diritti previsti per loro[1].
Donne sono anche alcune delle figure più importanti del cristianesimo dei primi secoli: le numerose aristocratiche romane che convertono i loro mariti; Clotilde, la moglie burgunda di Clodoveo, re dei Franchi, che lo spinge al cattolicesimo nel 496, segnando una svolta nella storia del suo popolo; Genoveffa, la monaca di Parigi che rassicura e incoraggia la popolazione di Parigi minacciata da Attila; la bavara Teodolinda, regina longobarda in Italia, che converte al cattolicesimo suo figlio Adaloaldo; la cattolica Teodosia, che sposa nel 573 il duca di Toledo, Leovigildo, convertendolo alla propria fede; Berta di Kent, che nel 597 ottiene che il re Etelberto si faccia battezzare; la moglie di Edvino re di Northumbria, che lo convince ad abbracciare la fede cattolica; Olga, principessa di Kiev, la prima battezzata di Russia; Edvige di Polonia, artefice della conversione dei Paesi Baltici… “Dappertutto, nota la storica Régine Pernoud, si constata il legame tra la donna e il Vangelo se si seguono, tappa dopo tappa, gli avvenimenti e i popoli nella loro vita concreta”. La Pernoud cita poi Jean Duché: “Il mistero della Trinità ha dunque un fascino sulle donne? …In Spagna come in Italia, come in Gallia, come in Inghilterra, ci voleva una regina per introdurre il cattolicesimo”[2].
E’ sempre una donna, Fabiola (morta nel 399), ricca e nobile aristocratica della stirpe dei Fabii, che una volta vedova prima segue san Girolamo, dedicandosi allo studio delle Scritture, e poi fonda il primo ospedale romano e uno dei primi luoghi di assistenza per pellegrini e stranieri, ad Ostia. Come Fabiola, anche la ricchissima Melania dedica la sua vita di convertita alle opere di bene: nel V secolo fonda monasteri, riscatta prigionieri, emancipa migliaia di schiavi e regala loro beni e ricchezze. Analogamente Olimpia, rimasta vedova nel 386 del prefetto di Roma Nebridio, pur essendo incalzata a sposarsi dall’imperatore Teodosio, rifiuta il nuovo matrimonio e dona parte dei suoi averi ai poveri di Costantinopoli, alla Chiesa beni fondiari e denaro, e accoglie nelle sue proprietà vedove ed orfani, vecchi, poveri e derelitti…
Sono in verità innumerevoli, all’inizio e nel corso dei secoli, le donne cristiane, nobili, nubili, sposate o vedove, che dimostrano la loro generosità verso la Chiesa, i chierici, i poveri, fondando monasteri, ordini religiosi, chiese, ospedali, scuole…. Per questo un avversario dei cristiani come Porfirio li accusa proprio di “persuadere le donne a dissipare la loro fortuna e i loro beni tra i poveri”, e di lasciare troppo spazio alle sciocche chiacchiere di “donnicciuole”[3].
Certamente anche dopo la conversione dell’Europa al cristianesimo ci saranno cristiani poco “accorti” che continuarono ad esprimere giudizi misogini, come quelli di Celso e Porfirio, giudizi assurdi al pari di quelli del femminismo contemporaneo, perché incapaci di cogliere la complementarietà tra uomo e donna prevista dal Creatore. Ma bisognerà aspettare il positivismo materialista e  ateizzante dell’Ottocento, per assistere alla diffusione da cattedre importantissime di tesi misogine presentate come verità scientifiche. Si pensi alla craniometria di Paul Broca, che facendo coincidere la superiorità intellettuale col volume cerebrale, identificava l’uomo bianco maschio come superiore, i vecchi, le donne e le altre razze come inferiori. Oppure a quanto scriveva Charles Darwin, esprimendo un pensiero diffuso nel mondo laico e positivista di quegli anni: “Si crede generalmente che la donna superi l’uomo nell’imitazione, nel rapido apprendimento e forse nell’intuizione, ma almeno alcune di tali facoltà sono caratteristiche delle razze inferiori e quindi di un più basso e ormai tramontato grado di civiltà. La distinzione principale nei poteri mentali dei due sessi è costituita dal fatto che l’uomo giunge più avanti della donna, qualunque azione intraprenda, sia che essa richieda un pensiero profondo, o ragione, immaginazione, o semplicemente l’uso delle mani e dei sensi…In questo modo alla fine l’uomo è divenuto superiore alla donna”[4].
Si pensi, infine, all’opera di Cesare Lombroso, il celeberrimo “scienziato”, violentemente anticristiano, convinto darwinista, che nel suo “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”, pubblicato nel 1893 con grande successo internazionale, spiegava che la donna è in tutto inferiore all’uomo, menzognera, stupida e cattiva, che “ha molti caratteri che l’ avvicinano al selvaggio, al fanciullo, e quindi al criminale: irosità, vendetta, gelosia, vanità”, e che “nella mente e nel corpo la donna è un uomo arrestato nel suo sviluppo”.

Da: Indagine sul cristianesimo, Piemme

lunedì 30 gennaio 2017

LA SCIENZA E LA LIBERTÀ DELL'UOMO NEL PENSIERO DI JACQUES MARITAIN

http://www.sacromontevarese.net/it/cronaca/uno-sguardo-dal-monte/1691-maritain

LA SCIENZA E LA LIBERTÀ DELL'UOMO NEL PENSIERO DI JACQUES MARITAIN

 2014  Categoria: Uno Sguardo dal Monte

“...La verità è che non è proprio della scienza il regolare la nostra vita, ma della saggezza; e che l’opera suprema della civiltà non è nell’ordine dell’attività transitiva, ma dell’attività immanente: per mettere realmente la macchina, l’industria e la tecnica al servizio dell’uomo occorre metterle a servizio di un’etica della persona, dell’amore e della libertà. Sarebbe un grave errore il ripudiare la macchina, l’industria e la tecnica, che sono buone in se stesse, e che occorre al contrario utilizzare per un’economia d’abbondanza. Ma l’illusione razionalistica è propria nel non capire che è necessario scegliere tra l’idea d’una civiltà essenzialmente industriale e quella d’una civiltà essenzialmente umana, per la quale l’industria è realmente solo uno strumento: è dunque sottoposta a leggi che non sono le sue. La nozione di piano muta allora di senso. Essa sussiste, dal momento che l’economia deve essere organizzata e razionalizzata; ma questa organizzazione e questa razionalizzazione devono essere l’opera di una saggezza politica ed economica che è prima di tutto una scienza della libertà, procedendo secondo il dinamismo dei mezzi al fine, e in continuità colla natura dell’essere umano, e non già una sedicente previsione matematica universale; d’una saggezza che si applichi a regolare l’industria non secondo le sole leggi dell’industria stessa, ma secondo le leggi…”.
Il pensiero del filosofo francese Jacques Maritain è straordinariamente umano e cristiano contemporaneamente, è dentro la storia dell’uomo e in quella del mondo nel quale l’uomo vive e opera, è come se ci ricordasse che nulla dell’intelligenza positiva deve essere aprioristicamente rifiutato, ma che non basta fruire, occorre un’etica della fruizione, una consapevolezza che si rafforza nell’identità cristiana, dove tutto si riconduce all’Intelligenza primaria, che sovrintende l’umanità con le sue ricchezze e le sue fragilità. Il pensiero di Maritain, oltre che essere profondamente cristiano e profondamente umano è giustamente razionale, di un razionalismo umanizzato, che conosce i propri limiti e che è consapevole della sua subordinazione temporale. L’uomo al centro della storia dunque, l’uomo con la sua libertà, con le sue consapevolezze, le sue responsabilità, con la sua dose di eticità, un uomo attivo e operativo, dinamico e intraprendente, capace di migliorare la condizione umana della collettività perché cosciente della propria missione morale, dalla quale non disgiunge mai il proprio umano operare. E’ l’uomo che mette a frutto la forza delle sue doti affettive e intellettive, guidato da una radicata e profonda consapevolezza del proprio servizio.
Affermava in questa direzione Papa Montini, rivolgendosi al mondo industriale: “Chi fa della tecnica ed è occupato come voi a costruire degli stupendi strumenti; chi, come voi, è riuscito a scoprire forze segrete fino a pochi anni fa, e strapparle dal regno della natura, imprigionandole e domandole, spesso non può trattenersi dal dire: “Obbedisci natura a me: sono io che comando! Io uomo, io primo scopritore, io scienziato, io ingegnere, io tecnico, io operaio!Ho potuto capire le tue forze silenziose e vaganti, le ho estratte dal tuo seno, le ho poste al mio servizio, me ne servo e sono diventato il padrone del mondo”. Questa padronanza, questa vostra stupenda abilità nel mettere le forze naturali a servizio dell’uomo può farvi credere di essere molto bravi; ma bravi al punto da dimenticare che le forze e le leggi di cui vi siete impadroniti non le avete create voi. Voi le avete trovate; voi avete saputo leggere dentro il regno della natura. Lo avete creato? Lo avete inventato voi? Da chi è stato creato? E’ una fantasia? E’ una poesia?E’ una cosa che germina nel vostro spirito? No! E’ una realtà a cui dovete obbedire per comandarla!”.
Un monito auspicabile e verificabile, soprattutto oggi, un tempo dominato dalla profonda crisi di un sistema che si è illuso di costruire la propria fortuna sull’economia, come se si trattasse di un corpo staccato dall’umanesimo della persona. Quella odierna è una storia che tende a sopprimere l’aspetto antropologico, per sostituirlo con quello di natura prettamente illuministica, dove il diritto si assolutizza e non lascia spazio ad alcuna forma di dinamismo pensante. Montini, come Maritain, coglie la forza evolutiva dell’intelligenza umana, ma anche i limiti di un materialismo che l’uomo molto spesso subisce, rimanendo schiavo di un delirante edonismo economico. E’ contro questo tipo di sudditanza che il filosofo francese e il Papa italiano collocano la loro posizione religiosa, mentale, culturale e spirituale, posizione che riflette l’essenza cristiana della storia. Il pensiero di Jaques Maritain è fortemente attuale e alternativo rispetto alla corruzione storica del costume che condanna la condizione umana ad uno stato di schiavitù economica, morale, politica e culturale.
Maritain preserva il valore fondante della libertà dai vincoli di una strumentalizzazione politica delle idee, come avveniva nei paesi ad economia socialista, dove l’uomo era costretto a subire il pensiero dominante incarnato dallo stato, dalla sua burocrazia e dai suoi burocrati. E’ il concetto di libertà di cui ha estremamente bisogno l’uomo di oggi, più che mai schiavo di una sofisticatissima dipendenza, dalla quale non riesce a riemergere. E’ il concetto di libertà che Montini esprimeva con chiarezza al Sacro Monte di Varese in un incontro con giovani lavoratori: ““...E’ l’idea che guida l’uomo. E’ l’idea che gli dà la nozione delle cose e degli scopi da raggiungere. E’ l’idea che genera la forza dell’uomo. E’ l’idea che fa l’uomo militante. Un uomo senza idea è un uomo senza personalità. E’ l’idea la fonte della libertà. Non dimentichiamo la parola di Cristo: la verità vi farà liberi. Per l’idea si vive, per l’idea si combatte, per l’idea si muore...”. In un altro discorso Papa Montini rafforza la bellezza e l’importanza del lavoro: “Dare lavoro all’uomo è creare in lui e nella società una prima pace, un primo ordine.
Chi provvede compie azione altamente benemerita. L’iniziativa privata giustifica socialmente se stessa ogni qualvolta crea nuova fonte di lavoro; e la comunità, che si impegna a non lasciare alcuno disoccupato, esercita uno dei suoi più impellenti e benefici doveri. Il beneficio non è soltanto pubblico, è altresì personale, psicologico; entra nell’animo di chi, impiegando le proprie energie, gode di sperimentare le proprie capacità operative e sente di formare e possedere se stesso: la fatica, che ha in sé qualche castigo, genera però in chi la compie un’esplicazione vitale, che la redime e la nobilita”. Ci troviamo di fronte ad un Papa che rafforza il pensiero cristiano sottolineandone la sua forza liberatrice, unita alla forza liberatrice del lavoro, espressione dell’intelligenza creativa dell’uomo figlio della creazione. Con Montini il disegno ripropone tutte le sue sfaccettature, la sua capacità di ricondursi al Principio. Sempre Maritain, nel suo libro, Umanesimo Integrale afferma : “La politica, in particolare, mira al bene comune del corpo sociale: ecco la misura. Questo bene comune, come lo indicavamo or ora, è un bene principalmente morale, e perciò è incompatibile con qualunque mezzo intrinsecamente cattivo”.
Quanta saggezza nelle parole di questo pensiero e quanta attualità. La politica mira al bene comune, non all’arricchimento personale e il bene comune è principalmente morale, quindi non ammette mezzi o strumenti contrari alla legalità e alla giustizia. I nostri politici si sono ampiamente dimenticati di tutto questo, hanno costruito la politica a loro immagine somiglianza e non si rendono conto neppure oggi, che la loro immagine crea disapprovazione, rifiuto, vergogna. Se Maritain fosse vivo inorridirebbe di fronte all’imperversare degli effetti collaterali prodotti dalla subordinazione della politica alla corruzione, al consumismo, alla tecnologia, alla macchina, a tutto ciò che mira a cancellare l’umanesimo, con la sua parte di saggezza umana e cristiana. Assistiamo pressoché inermi alla distruzione della saggezza, alla schiavitù dell’uomo, alla corruzione dei valori, sostituiti con il richiamo all’egoismo, al potere per il potere, alla ricchezza fine a se stessa.
Il filosofo francese mette il dito sulla piaga, sulla nostra impreparazione a sottoporre a giudizio etico la realtà che ci sta di fronte, col pericolo conclamato di essere incapaci di dare un volto e un fine alla nostra identità. Politica ed economia hanno viaggiato e continuano a viaggiare al di fuori dell’ umanesimo integrale, si propongono come fenomeni alternativi fini a se stessi e in qualche caso diventano prigioni dentro le quali si urla la propria estraneità. Forse è necessario ripensare il valore della persona, come ci hanno proposto Maritain e Montini nelle loro osservazioni e prendere atto che la vera libertà sta nella capacità di riconoscere i propri errori, nell’accettarli, nel permettere che la società faccia un passo avanti verso una sostanziale riappropriazione di credibilità.

Felice Magnani

sabato 28 gennaio 2017

A MARGINE DI UNA SCOPERTA SUL CERVELLO UMANO - IL VALORE DELLA MERAVIGLIA (2013)


A MARGINE DI UNA SCOPERTA SUL CERVELLO UMANO - IL VALORE DELLA MERAVIGLIA (2013)

di Augusto Pessina

Uno studio pubblicato sulla rivista statunitense "Cell" del 6 giugno scorso ha riconosciuto il tenace lavoro di un gruppo internazionale di studiosi che - grazie a una geniale metodologia basata sulla misurazione di un isotopo del carbonio liberato nell'atmosfera dagli esperimenti nucleari - avrebbero dimostrato che cellule dell'ippocampo nel cervello umano sono in grado di rinnovarsi. L'osservazione, sebbene già ipotizzata da molti, suscita stupore e meraviglia perché attesterebbe l'esistenza della cosiddetta neuroplasticità (almeno di parti subcorticali del cervello umano).
Se questa ipotesi verrà confermata, aprirà interessanti prospettive alla comprensione di alcune patologie e della relazione tra le funzioni biologiche e l'esperienza vissuta. In questa prospettiva anche un certo determinismo biologico dovrebbe fare i conti con quell'elemento ignoto che rende ancora più misterioso il rapporto tra la vita biologica e l'autocoscienza che trova la sua sintesi in quell'unicum irrepetibile che è la persona umana. E proprio alla riaffermazione dell'inviolabilità della persona umana è dedicata l'enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II, il cui messaggio è più che mai attuale e decisivo oggi in un contesto in cui il mistero della vita rischia di essere ridotto a meccanismi biologici.
Nel 2005 celebrando il decennale di questa enciclica il teologo Juan José Pérez-Soba Diez del Corral ricordava che "la scomparsa dello stupore davanti al mistero e al valore della vita umana è all'origine della impossibilità odierna di percepirla e capirla come un dono". Nell'Anno della fede e a quindici anni da un'altra enciclica di Papa Wojtyla, è il caso di ricordare quanto il Pontefice, spingendosi ancora più a fondo, vi scriveva: "Le conoscenze fondamentali scaturiscono dalla meraviglia suscitata nell'uomo dalla contemplazione del creato" e "senza meraviglia l'uomo cadrebbe nella ripetitività e, poco alla volta, diventerebbe incapace di un'esistenza veramente personale" (Fides et ratio, n. 4).
Con questa affermazione il Papa indica chiaramente che la radice di questa meraviglia sta nel mistero stesso dell'essere persona. La realtà infatti non cessa mai di produrre meraviglia perché la capacità di meravigliarsi è caratteristica unica, e in qualche modo rivelatrice, dello stesso essere umano. La meraviglia nasce infatti da un rimando che si sperimenta sia quando la realtà è indagata per avere risposte sia quando essa è semplicemente "osservata". La stessa radice latina della parola "meraviglia" (mirabilia) ha un chiaro riferimento al fatto che essa è insita nella stessa azione dell'"osservare".
Nell'esperienza della scoperta scientifica - sia essa di natura fisica, biologica o altro - lo stupore e l'entusiasmo rivelano sempre una corrispondenza e una sintonia tra la realtà indagata e qualcosa di se stessi. Nel 2006 Benedetto XVI ha sottolineato questo aspetto a Ratisbona affermando che esiste una "corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura". Come quando un diapason che vibra ci fa sentire quella nota e non un'altra.
La tradizione ha chiamato "anima" questa cassa di risonanza. Questo è vero anche nell'esperienza che ognuno vive ogni giorno. Vale quindi per un ricercatore di fronte alla realtà scientificamente indagata, ma vale anche nei rapporti quotidiani dove i desideri e i sentimenti fanno i conti con la realtà.
Una condizione essenziale per fare esperienza di questo stupore e di questa meraviglia - perché non sfumino in un'eterea forma di tipo sentimentale o in un sogno - è il realismo. Solo un realista è infatti capace di forti emozioni di fronte alla scoperta e solo un realista prova grande meraviglia. Senza realismo resta, al contrario, solo un'esperienza di noia e di vuoto, di cose che si ripetono e basta. Perfino un certo grado di fastidio per quello che non si capisce o che non è come vogliamo noi.
I quotidiani, puntuali e concreti interventi di Papa Francesco in questo Anno della fede sono un forte richiamo a ciascuno di noi a questo realismo, a guardare in faccia la realtà. Egli continua, sin dall'inizio del pontificato, a indicare le cose reali di cui dobbiamo occuparci. E nulla è più realistico di ciò verso il quale Francesco sta richiamando tutta la Chiesa. E cioè che la vita è un dono, come quando ha affermato: "Pensiamo questo, è bello: la misericordia di Dio dà vita all'uomo, lo risuscita dalla morte".


ACNS, THE SERMON.

29 GENNAIO 2017 | 4A DOMENICA - TEMPO ORDINARIO A | LECTIO DIVINA


29 GENNAIO 2017 | 4A DOMENICA - TEMPO ORDINARIO A | LECTIO DIVINA

" Beati i poveri in spirito..."
Anche se la Liturgia odierna è dominata dalla sinfonia grandiosa delle Beatitudini, nella redazione più conosciuta del Vangelo di Matteo, è chiaro che è soprattutto sulla prima che essa vuole attirare la nostra attenzione: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli" (Mt 5,3). Ad essa, infatti, fanno eco sia la prima che la seconda lettura e anche il Salmo responsoriale, che è una commossa celebrazione della bontà di Dio verso i più poveri e abbandonati: "Egli dà il pane agli affamati / e libera i prigionieri. / Il Signore ridona la vista ai ciechi, / il Signore rialza chi è caduto, / il Signore ama i giusti... / ma sconvolge le vie degli empi" (Sal 145,7-9).
Pur tenendo presente il quadro generale del brano evangelico, anche noi privilegeremo questo aspetto specifico del suo messaggio proprio per la attualità del tema e per la necessità che i cristiani hanno, oggi soprattutto, di riscoprire le istanze più vive e più originarie del Vangelo, che è un annuncio di salvezza specialmente per i "poveri".

"Ricercate il Signore, voi tutti, umili della terra"
E incominciamo proprio dal testo di Sofonia, che è più o meno contemporaneo di Geremia, avendo egli profetato sotto il re Giosia (640-609 a.C.).
Il messaggio di Sofonia si riassume in un annuncio procelloso del "giorno di Jahvè" (cf 1,14-18), che colpirà sia le nazioni pagane che gli abitanti di Giuda e di Gerusalemme: da questo universale castigo si salverà soltanto un piccolo "resto" di persone umili e povere, che avranno avuto fiducia nel Signore. Questo sarà come il "seme" del popolo rinnovato, che il Signore riprenderà a "pascolare" sui monti d'Israele e per tutta la terra.
Il primo versetto ("Ricercate il Signore...") è un invito alla conversione, che sola potrà garantire salvezza nel "giorno" della collera del Signore, ormai pronta a scatenarsi; gli altri due (Sof 3,12-13) si muovono su uno sfondo di promesse e riguardano ciò che avverrà dopo che Dio avrà fatto giustizia dei "superbi" e degli "orgogliosi" (Sof 3,11). È il preannuncio di quello che opererà nei suoi giorni il Messia per tutti quelli che aderiranno a lui in spirito di povertà e di semplicità.
A confessione di tutti gli studiosi abbiamo in questi versetti una delle più perfette descrizioni dello "spirito di povertà" nell'Antico Testamento, che poi sarà ripreso da Cristo e portato al suo vertice nel discorso delle Beatitudini.
È indubbio che i "poveri" occupano un grande posto nella Bibbia, e la stessa legislazione mosaica si preoccupa di proteggerli contro possibili e facili abusi.
Così, ad esempio, è prescritto di restituire il pegno al povero che non ha la possibilità di pagare il debito, qualora il pegno sia per lui una cosa indispensabile: "Quando presterai qualsiasi cosa al tuo prossimo, non entrerai in casa sua per prendervi il suo pegno... Se quell'uomo è povero, non andrai a dormire con il suo pegno. Dovrai assolutamente restituirgli il pegno al tramonto del sole, perché egli possa dormire con il suo mantello e benedirti; questo ti sarà contato come una cosa giusta agli occhi del Signore tuo Dio" (Dt 24,10-13).
Proprio per la mancanza di protezione, il povero si identifica più frequentemente con alcune categorie di persone particolarmente bisognose, come lo "straniero", l'"orfano" e la "vedova", ai quali si deve usare uno speciale riguardo: "Non lederai il diritto dello straniero e dell'orfano e non prenderai in pegno la veste della vedova, ma ti ricorderai che sei stato schiavo in Egitto e che di là ti ha liberato il Signore, tuo Dio; perciò ti comando di fare questa cosa" (Dt 24,17-18).
È interessante la motivazione etica di questa prescrizione: l'esperienza di miseria e di povertà, che Israele ha fatto durante la "schiavitù" egiziana.
Soprattutto i Profeti si schiereranno decisamente dalla parte dei "poveri", denunciando ingiustizie, oppressioni, sfruttamenti, raggiri ai loro danni: "Per tre misfatti d'Israele e per quattro non revocherò il mio decreto, perché hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali; essi che calpestano come la polvere della terra la testa dei poveri e fanno deviare il cammino dei miseri" (Am 2,6-7).

La "povertà" come "dimensione spirituale"
Con Sofonia, però, il vocabolario sulla povertà incomincia ad assumere una coloritura notevolmente diversa: da mero dato sociologico esso passa a significare una dimensione "spirituale", quella cioè del totale "abbandono" in Dio, di cui si ricerca a tutti i costi la volontà e al cui "giudizio" ci si abbandona fiduciosamente.
Non è certamente dimenticata la prima e più ovvia accezione, anche perché in genere proprio chi è "effettivamente" povero si abbandona con più facilità al Signore; però si accentua la dimensione "spirituale" della povertà, allargandone il significato, ma anche rendendone più difficile la conquista. In questa prospettiva, infatti, la povertà non è più una maledizione da fuggire, ma una "mèta" altissima da raggiungere.
Mi sembra che il testo di Sofonia dica tutto questo mirabilmente. Egli, infatti, invita tutti a "cercare" la "giustizia" e "l'umiltà" (Sof 2,3). Il che significa almeno due cose: prima, che nessuno parte da una posizione di povertà (anche chi è povero sociologicamente), se è vero che dobbiamo "ricercarla" con sforzo e generosità; secondo, che la "povertà" deve accoppiarsi sempre alla "giustizia", cioè all'impegno di attuare la volontà di Dio.
Come se questo non bastasse, il Profeta aggiunge altre specificazioni per chiarire meglio il suo concetto di "povertà": il popolo umile e povero, "che resterà", "confiderà nel nome del Signore" (Sof 3,12) ed eviterà di commettere "iniquità" e di proferire "menzogna e inganno" (3,13). Di nuovo, siamo davanti a particolari disposizioni dello spirito che nascono da una prospettiva di fede. Come si sarà già notato dalla traduzione, i termini "povero" e "umile" incominciano a equivalersi. Gli 'anawîm (anche 'anijîm), di cui parla il Profeta, sono perciò tutti coloro che nell'umiltà, nella semplicità, nella povertà e nel distacco da tutto quello che sono e che hanno, si affidano a Dio, perché attui in loro il progetto del suo amore.
È in questo atteggiamento di umiltà e di povertà, perfino di oppressione (cf Is 53,4), che alcuni Profeti preannunciano il Messia: "Esulta grandemente figlia di Sion... Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro, figlio d'asina" (Zc 9,9; cf Mt 21,5). Egli sarà il modello degli "'anawîm" di tutti i tempi, tanto da poter dire di se stesso: "Imparate da me che sono mite e umile di cuore" (Mt 11,29).

Il "paradosso" delle Beatitudini
Prima di proclamarle, però, Cristo ha vissuto personalmente nella forma più intensa e drammatica le Beatitudini. Come potrebbero, infatti, gli uomini accettare un messaggio così paradossale, che sconvolge il più normale e anche più "sano" modo di pensare e di comportarsi, se Cristo stesso non ne avesse dato l'esempio? Sarebbe facilissimo verificare, una per una, le Beatitudini nella vita di Cristo quale ce le presentano i Vangeli. Si pensi solo all'ultima: "Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli" (Mt 5,10).
Proprio per questo le Beatitudini non possono inserirsi in uno schema di pura riforma morale: qui siamo al di là di tutte le regole, dove la normale saggezza umana viene frantumata e può ricuperarsi solo facendosi "stolta" davanti a Dio, come ci ricorda, nella seconda lettura, san Paolo (1 Cor 1,27), cioè "convertendoci". Il messaggio delle Beatitudini è solo per uomini che hanno accettato, o sono disposti ad accettare, l'invito alla "conversione" che Gesù ha appena lanciato: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino" (Mt 4,17).
Ci sarebbero infinite cose da dire sul presente testo evangelico, sia dal punto di vista critico-letterario, sia dal punto di vista dei contenuti; e noi non possiamo dirne che poche. Vorremmo però dire le più importanti.
Prima di tutto si deve ricordare che solo Luca (6,20-26) riporta un testo analogo al nostro, con notevoli differenze però, sia di numero che di formulazione. Luca, infatti, invece che otto beatitudini, come Matteo, ne riporta solo quattro, seguite da quattro antitetiche "maledizioni". Inoltre, san Luca accentua di più la connotazione "sociale" delle situazioni, mentre san Matteo tende a "spiritualizzarle": così in Luca abbiamo solo "Beati voi, poveri", mentre Matteo aggiunge "in spirito", ecc.
Al di là delle differenze, però, è ancora possibile raccogliere un messaggio originalissimo e sconvolgente che "stupì" tutti coloro che lo ascoltarono (cf Mt 7,28): le due diverse redazioni evangeliche non lo hanno né falsificato, né attenuato, ma semmai reso più esigente.

Il senso della "beatitudine"
La "beatitudine" è una formula di felicitazione, spesso ricorrente nell'Antico Testamento, che promette e, nello stesso tempo, realizza un particolare stato di benessere e di gioiosità, soprattutto spirituale, da parte di Dio: "Beato l'uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti" (Sal 112,1).1
Orbene, il rovesciamento introdotto da Cristo sta proprio qui: quelli che gli uomini normalmente emarginano, oppure dimenticano, se anche non calpestano, hanno essi pure diritto ai "beni" e alla felicità che vengono da Dio. Anche nel pianto ci può essere la gioia, anche nella povertà ricchezza, anche nella fame speranza di essere satollati! Ormai non ci sono più situazioni "maledette" nella vita, o uomini condannati alla disperazione; perfino la persecuzione e la calunnia "per causa" di Cristo possono diventare motivo di "grande" gioia, non soltanto per il futuro ma già nel presente (vv. 11-12).
Ma c'è di più! Le Beatitudini promulgate da Cristo non intendono soltanto riscattare, diciamo così, situazioni individuali o anche sociali già "precostituite", aiutandoci a scoprire in esse degli aspetti positivi da rivalorizzare: vogliono anche "contestare" una felicità a poco prezzo, che si avrebbe soltanto perché si è nati o ci si trova in una determinata situazione. Non si è beati perché si è poveri, ma perché ci si sforza di "diventare" poveri secondo lo spirito. Non si è beati perché ci perseguitano semplicemente, ma perché ci perseguitano "a causa della giustizia" (v. 10).

La povertà "nello spirito"
Abbiamo detto sopra che nelle Beatitudini Gesù propone traguardi altissimi, che tutti dobbiamo conquistare "convertendoci".
Proviamo a esaminare, in questa luce, la prima beatitudine: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli" (v. 3). La "Bibbia di Gerusalemme" traduce qui più liberamente, ma in maniera eccellente: "coloro che hanno un'anima da poveri". Più che Luca, Matteo ci riporta così a quella dimensione spirituale della "povertà", di cui abbiamo prima sentito parlarci Sofonia (2,3; 3,12-13). Avere "un'anima da poveri" significa non essere attaccati alla ricchezza, anche se per caso la si avesse, perché non è quella che ci fa felici o ci rende graditi a Dio; significa non essere attaccati neppure a se stessi per tutto quello che potremmo possedere di bene, come la nostra intelligenza, le nostre idee, i nostri progetti, perfino la nostra santità, se l'avessimo.
Il "povero secondo lo spirito", perciò, è colui che non possiede nulla, neppure se stesso, e perciò si affida a Dio, che lo rende infinitamente ricco di sé e comunicativo agli altri di tutti i doni che possa aver ricevuto. Proprio come diceva san Paolo di se medesimo: "Siamo poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!" (2 Cor 6,10).
Questo ci invita a renderci conto di come noi tutti, poveri o ricchi secondo la carne, possiamo essere lontani dallo "spirito" delle Beatitudini, specialmente della prima, che poi riassume in sé tutte le altre.
Di qui la necessità di una "conversione" radicale di tutta la Chiesa a queste prospettive così esaltanti, ma anche terribilmente impegnative, del Vangelo. Lo ricordava molto incisivamente in un suo discorso Paolo VI: "Donde un cambiamento radicale nella valutazione dei beni propri della sfera naturale della vita presente; questo cambiamento qualifica il cristianesimo, dove l'umiltà e la povertà troveranno espressioni ignote nelle concezioni naturali del vivere umano, ma avranno in compenso la conquista soprannaturale del Regno di Dio, della nuova vita promessa agli umili di cuore e ai poveri di spirito".2

"Dio ha scelto quello che è stolto"
È questo lo stile costante di Dio, che sconvolge gli schemi della presuntuosità e delle sicurezze umane, come ricordava san Paolo ai cristiani di Corinto, che Dio aveva chiamato nonostante che non fossero niente agli occhi del mondo: "Guardate la vostra chiamata, fratelli; infatti, non sono molti tra voi i sapienti secondo la carne, non molti i potenti, non molti i nobili. Ma Dio ha scelto quello che è stolto per il mondo per confondere i sapienti..." (1 Cor 2,28-30).
E tutto questo perché nessuno sia tentato di "dar gloria" a se stesso, quasi che fosse lui personalmente "ricco" di qualcosa, mentre ogni bene viene dall'alto, così come sta scritto: "Chi si gloria, si glori nel Signore" (v. 31).

Da: CIPRIANI Settimio

giovedì 26 gennaio 2017

27 Gennaio Giorno della memoria


IL SILENZIO DI DIO RICCARDO DI SEGNI, RABBINO CAPO DI ROMA, PER IL 27 GENNAIO GIORNO DELLA MEMORIA (2003)


IL SILENZIO DI DIO RICCARDO DI SEGNI, RABBINO CAPO DI ROMA, PER IL 27 GENNAIO GIORNO DELLA MEMORIA (2003)

Direttore del Collegio Rabbinico Italiano

Il tema del silenzio e dell'assenza di Dio davanti alle sofferenze dell'umanità è salito improvvisamente alla ribalta per un motivo quasi casuale, un recente intervento del Papa che lo ha affrontato nel corso di un'omelia. 
Parlare di quest'argomento ha sorpreso un po' tutti, sia per la natura del tema, così difficile e speciale, che per la forza con cui è stato trattato. Ma per la sensibilità ebraica non si è trattato di una novità né di una sorpresa.

Oltre le tenebre, la luce
È un tema importante della teologia biblica che viene costantemente ripreso ed elaborato nel corso della storia e che davanti a fenomeni di particolare gravità, come la Shoà, esplode travolgendo le coscienze. Esaminando le pagine bibliche si può vedere come l'interrogativo sulla presenza divina accompagni la storia ebraica dal momento stesso in cui nasce come popolo.  
La Bibbia cerca di dare qualche risposta, anche molto precisa a questa domanda terribile, ma la questione evidentemente non è semplice da risolvere per le coscienze turbate. Il tema trova espressione in una grande metafora antropomorfica, quella del panim, del volto divino. 
Nel rapporto tra esseri umani guardarsi in faccia è un modo di comunicare, anche se non necessariamente benevolo, mentre volgersi la faccia, rivoltarsi, è segno di chiusura, di interruzione, di comunicazione, di rifiuto. 
Sono pertanto sinonimo di speciale benedizione, simpatia, protezione, benevolenza le espressioni iaer haShem panaw elekha e issà haShem panaw elekha, "che il Signore illumini e volga te il suo volto", che compaiono nella benedizione sacerdotale di Numeri 6:25-26, che quotidianamente ripetiamo nella nostra liturgia. 
Al contrario è il celarsi, il nascondersi del volto divino il segno di allontanamento. Leggiamo in proposito un brano fondamentale:
" La mia ira divamperà contro di lui in quel giorno e li abbandonerò e nasconderò loro il mio volto (letteralmente: mi nasconderò il volto da loro) e diventerà preda di chi vuole divorarlo e lo incontreranno numerose disgrazie e cose cattive e in quel giorno dirà 'è perché il mio Dio non è in mezzo a me che mi sono capitate queste brutte cose'. Ma Io avrò nascosto il mio volto in quel giorno per tutto il male che aveva fatto, perché si era rivolto ad altri dei". (Deuteronomio 31:17-18).
In questo brano c'è la prefigurazione dell'evento (l'abbattersi delle sciagure nazionali, il diventare preda dei nemici), la sua rappresentazione teologica (Dio che si nasconde all'uomo), la constatazione umana dell'abbandono (Dio non è in mezzo a me) e l'interpretazione teologica (il volto si nasconde perché l'uomo si è ri-volto altrove). 
Che non si vadano a cercare responsabilità divine primarie nel male; questo dipende in primo luogo dall'uomo e dal dono che gli è stato fatto di poter scegliere tra bene e male, tra premio e punizione. E all'uomo viene quindi chiesto di fidarsi e scommettere. 
Non a caso, in un brano che per molti versi è l'anticipazione di quest'interpretazione del Deuteronomio, la domanda su dove è Dio nasce in un contesto storico preciso: usciti dall'Egitto, dopo tutti i miracoli cui hanno assistito, gli ebrei si trovano nel deserto senza acqua; e allora, immemori e ingrati dei beni precedenti, protestano, fino a minacciare Mosè di lapidazione.

Racconta la Bibbia:
"(Mosè) chiamò quel luogo Massà e Merivà (contesa e lite) per la lite dei figli d'Israele e per aver loro messo alla prova il Signore dicendo: 'se Dio è in mezzo a noi o no' " (Esodo 17:7).
E subito dopo ecco quello che succede:
"Arrivò Amaleq e combattè con Israele a Refidim" (ibid, v. 18).
Amaleq è il nemico mortale perenne d'Israele, senza pietà per i più deboli. Amaleq arriva e colpisce non in un momento qualsiasi, ma quando Israele non è più capace di avvertire la presenza divina dentro di sé. Dio fugge e si nasconde secondo il Deuteronomio dopo che gli ebrei gli si rivoltano contro; ma la prima fuga - quella che apre il varco al nemico divoratore - avviene nella coscienza degli uomini che diventano sordi e incapaci di avvertire la presenza divina. 
Prima ancora di un volto che si nasconde c'è l'incapacità umana di vederlo quando c'è. L'importanza di questa storia supera il caso isolato, diventa emblematica. Non a caso nella Torà uno dei comandi più importanti che si riferiscono all'uso della memoria, riguarda proprio la storia di Amaleq: "ricorda cosa ti ha fatto Amaleq" (Deuteronomio 25:17). Ricorda cosa ti ha fatto, ma anche che cosa può averlo provocato.
Il celarsi del Deuteronomio non è isolato, ma lo ritroviamo in tanti altri brani biblici,da Isaia (8:17, 54:8), Ezechiele 39 (23,24,29), ai Salmi ("non nascondermi il tuo volto": 27:9, 102:3, 143:7; e ancora 13:2, 30:8, 44:25 ecc), espressioni di una angoscia e di una ricerca costante. Di fatto il tema del Dio che si nasconde diventa la costante dell'esperienza successiva, specialmente diasporica. 
Giocando sulla lingua, la radice satar che indica il celarsi (da cui forse anche il mistero) viene riscontrata dai Maestri nel nome dell'eroina biblica Ester: un nome che in realtà dovrebbe essere collegato a Astarte e Aster-Astro, ma che per i Maestri non indica il fulgore ma il buio. Con una consolazione: perché la regina Ester opera in un periodo storico in cui il Volto non è più visibile e accessibile, e per questo può sempre sorgere qualcuno che decide di distruggere l'intero popolo ebraico; ma anche se la presenza diretta, la visione luminosa del volto non c'è più, la presenza divina, la sua provvidenza, la sua assistenza non mancano mai e al momento giusto intervengono nella storia e liberano. 
Per questo motivo consolatorio e di speranza gli ebrei celebrano ancora oggi (e continueranno a farlo anche quando tutte le altre feste saranno abolite), per una volta all'anno, con gioia fisica quasi sfrenata, la festa del Purim, per segnalare che anche in un regime di volto nascosto la protezione non viene mai meno. È sul filo di questa speranza che si gioca un'esperienza drammatica, una domanda con tante risposte sempre insufficienti, una provocazione alla fede che coinvolge quasi quotidianamente la vita di ogni ebreo, che sia religioso o no.
Nel momento in cui lo Stato si accinge a celebrare il Giorno della Memoria, con importanti intenti memoriale ed educativi, lo spirito ebraico partecipa con un ricordo sconsolato e con il peso di una domanda e di una ricerca che ha più di 32 secoli di storia.

mercoledì 25 gennaio 2017

una benedizione


PAOLO «CHIAMATO A ESSERE APOSTOLO»: L’INCONTRO SULLA VIA DI DAMASCO


(non metto le due appendici)

PAOLO «CHIAMATO A ESSERE APOSTOLO»: L’INCONTRO SULLA VIA DI DAMASCO

del prof. Giancarlo Biguzzi 

Mettiamo a disposizione il testo della relazione tenuta dal prof. Giancarlo Biguzzi il 7 novembre 2008 in occasione dell’inaugurazione della mostra La Bibbia a Roma organizzata dall’Ufficio catechistico della Diocesi di Roma, presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore. In quella occasione il regista ed attore Francesco Brandi ha letto i testi dell’apostolo commentati dal prof. Biguzzi.
Il catalogo della mostra sarà tra breve on-line su questo stesso sito. Alcune immagini della mostra sono disponibili on-line al link Immagini della mostra La Bibbia a Roma

L’Ufficio catechistico della diocesi di Roma (24/11/2008)
1. I testi di Paolo sull’evento di Damasco
a. Primo testo: 1Corinzi 9,1-18
b. Secondo testo:1Corinzi 15,1-11
c. Terzo testo: Galati 1,11-16
d. Quarto testo: Filippesi 3,2-14
e. L’evento di Damasco, sintesi
2. I Appendice: sintesi a cura dell’ufficio catechistico delle ulteriori riflessioni al termine della relazione
3. II Appendice: schema distribuito prima della relazione
L’anno paolino sta suscitando grande interesse e grande fervore a tutti i livelli nella Chiesa Cattolica. Il motivo è che, per la concettosità dei suoi scritti e per le controversie con Lutero e i protestanti, Paolo è tra noi cattolici poco conosciuto e ora lo si vuole imparare a conoscere.
Nella sua complessa personalità c’è anche qualche elemento di disturbo e di antipatia (è accusato di “egomania”, talvolta è focoso, mordace, sarcastico), ma nella storia cristiana, dopo Gesù, senza alcun dubbio Paolo è il numero due. Questa sera propongo a voi la sua figura come esemplare. È esemplare per il fatto di essere unitaria, – non miscellanea, eterogenea, raccogliticcia. Paolo ha avuto un centro attorno al quale ha saputo disporre i valori in gerarchia, e ha avuto una sorgente inesauribile da cui attingere per le battaglie della sua vita e per la sua vorticosa corsa apostolica.
Joachim Jeremias, noto studioso tedesco del secolo scorso (+ 1979), in uno scritto brevissimo (= Per comprendere la teologia dell’apostolo Paolo, Brescia 1973) esprime in modo incisivo quella che è la convinzione comune, che cioè a spiegare Paolo, la sua opera e il suo pensiero, non sono né Tarso dove è nato, né Gerusalemme dove è stato educato alle Scritture, né Antiochia di Siria dove è stato coinvolto in modo decisivo nel movimento cristiano. Ma soltanto Damasco. Su tutte le componenti della personalità di Paolo (ellenismo di Tarso, giudaismo di Gerusalemme, chiesa primitiva di Antiochia di Siria), domina dunque l’evento di Damasco, solitamente detto ‘conversione’ ma che è meglio definibile come ‘vocazione’.
Siamo informati su quello che accadde a Damasco: (a) dai tre racconti lucani in At 9,1-22 (narrazione dello scrittore, 22 versetti), At 22,6-21 (autodifesa di Paolo nell’episodio dell’arresto a Gerusalemme, 18 versetti), At 26,9-18 (autodifesa di Paolo davanti al re Agrippa, 10 versetti); (b) – da testi che si trovano in lettere considerate di solito deutero-poaoline (Ef 3,1-12; 1Tm 1,12-16); (c) da brevissimi accenni dello stesso Paolo nelle sue lettere (1Cor 9,1ss; 15,8ss; Gal 1,15-16; Fil 3,12ss).
 Sono evidentemente questi testi i più illuminanti perché costituiscono una testimonianza diretta, anche se sono stati scritti almeno venti anni dopo i fatti. Sono però preziosi proprio perché il tempo che è intercorso tra i fatti e lo scritto ha condotto Paolo a una comprensione sempre più profonda dell’evento damasceno.

1. I testi di Paolo sull’evento di Damasco

a. Primo testo: 1Corinzi 9,1-18
In 1Cor 8 Paolo scrive di essere pronto ad astenersi in eterno dal mangiare carne, per riguardo a qualsiasi fratello cristiano. Ma quella rinuncia alla libertà poteva essere facilmente criticata dagli avversari Corinzi che potevano obiettare: «Se non ha autorità e libertà, Paolo non è apostolo!». Paolo previene questa possibile obiezione con quattro domande retoriche (1Cor 9,1), tutte introdotte da particelle interrogative che lasciano in attesa di una riposta affermativa:
1: «Non sono forse libero, io?». Il senso della domanda è che, come ogni cristiano, Paolo è libero; in particolare, come ogni apostolo. È libero, se lo vuole, di farsi mantenere economicamente.
2: «Non sono io forse un apostolo?». Mentre Luca negli Atti degli Apostolo non dà a Paolo il titolo di “apostolo”, Paolo rivendica quel titolo con grande forza e insistenza. Qui, per dare fondamento alla sua pretesa di essere apostolo, nella terza domanda retorica, quella che segue, Paolo si richiama all’evento di Damasco:
3: «Non ho io forse visto Gesù, Signore nostro?». Nell’ultima domanda Paolo aggiunge una seconda prova della sua apostolicità, che è la sua stessa opera:
4: «E non siete voi la mia opera nel Signore?».
Nel contesto seguente poi Paolo rivendica con molti argomenti di avere i diritti dell’apostolo: (i) Ogni lavoratore (soldato, vignaiolo, pastore, aratore, trebbiatore) vive del suo lavoro; (ii) Anche la Legge mosaica chiede che il bue possa mangiare del suo lavoro (Deut 25,4), per cui a fortiori l’apostolo ha quel diritto; (iii) Il Signore stesso ha detto che chi annuncia il Vangelo, da quell’annuncio ha diritto di trarre il sostentamento.
Paolo poi fornisce i motivi per cui non si avvale di quel diritto: perché egli non vuole porre ostacoli al Vangelo, e perché annuncia il Vangelo non di sua volontà ma, come gli antichi profeti (Amos 3,8; Ger 1,6; 20,7-9), per necessità: perché non può resistere o sottrarsi all’azione di Dio in lui.
In 1Cor 9 l’episodio di Damasco è fondamento dell’apostolicità di Paolo ed è l’investitura apostolica di Paolo e la sua opera missionaria ne è la comprova. Paolo dunque pensava l’evento di Damasco più in chiave di chiamata al ministero apostolico che di conversione.
b. Secondo testo:1Corinzi 15,1-11
Il problema che Paolo discuterà sino alla fine del lungo capitolo XV della Prima lettera ai Corinzi è esposto in 15,12: «Se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste resurrezione dei morti?». Infatti come gli altri apostoli, così anche Paolo («Sia io che loro, così predichiamo», 15,11) annuncia un Vangelo incentrato su Morte-Sepoltura di Gesù e Resurrezione-Apparizioni (1Cor 15,3-3-8).
Per noi è importante il fatto che nell’elenco dei destinatari delle apparizioni del Risorto, Paolo mette anche se stesso: «… apparve (i) a Kefa- Pietro, e (ii) ai Dodici; in seguito apparve (iii) a più di 500 fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti; inoltre apparve (iv) a Giacomo, e quindi (v) a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me (= vi), come a un aborto». Anche qui l’evento di Damasco è per Paolo investitura apostolica, nonostante che egli occupi l’ultimo posto nell’elenco dei destinatari delle apparizioni, anzi nonostante sia indegno di quel titolo perché ha perseguitato la Chiesa (15, 11).
In 1Cor 15 l’evento di Damasco più che visione è apparizione (Paolo è passivo, mentre in 1Cor 9 era attivo: «Io ho visto il Signore»). La cristofania è fondamento dell’apostolicità e – elemento nuovo che si trova nei versetti seguenti – è “grazia” (v. 10a: «Per grazia di Dio sono quello che sono e la sua grazia in me non è stata vana»): è l’iniziativa gratuita e misericordiosa di Dio che da un persecutore trae un apostolo travolgente. Quella grazia lo ha lanciato in un impegno apostolico senza pari: proprio il feto abortivo, in virtù della grazia che ha ricevuto e assecondato, è colui che per il Vangelo si è affaticato più di tutti (15,10).

c. Terzo testo: Galati 1,11-16
Secondo le accuse dei suoi avversari Paolo predicherebbe la libertà per i pagani dalla Legge mosaica “per piacere agli uomini”: «È forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? [Come è possibile pensare che] io cerchi di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!» (Gal 1,10).
Nella sua replica Paolo anzitutto nega di avere facilitato e addomesticato il Vangelo («il Vangelo da me annunziato non è secondo l’uomo [= addomesticato perché piaccia all’uomo]», v. 11). Poi nega di avere ricevuto il Vangelo da uomini, e cioè dalla catechesi di qualche apostolo o di qualche comunità (v. 12a). Prima di Damasco infatti era accanito persecutore della Chiesa (vv. 13-14), e quindi di certo non era catecumeno. Dopo Damasco si è recato in Arabia senza salire a Gerusalemme per incontrare gli Apostoli (vv. 16b-17). Egli invece ha ricevuto il Vangelo “per rivelazione, – di’apokalypse?s” (a Dio «è piaciuto rivelarmi il suo Figlio»). A questo scopo Dio lo ha selezionato «fin dal seno della madre» e lo ha «chiamato per grazia». Il tema della vocazione, quindi, qui è esplicito. Tutto questo in vista dell’annuncio ai pagani. In Gal 2,7-8 Paolo espliciterà il carattere particolare di questa sua missione mettendo a confronto il suo mandato ai gentili con quello di Pietro ai circoncisi.
In Gal 1 l’evento di Damasco è “apocalisse” o “rivelazione” a Paolo del Figlio, quale centro assoluto della storia salvifica (Gal 1,16a). È “apocalisse” o “rivelazione” dell’Evangelo o buona notizia che riguarda Gesù, e che Paolo ha ricevuto non dagli uomini ma direttamente da Dio (v. 12). Poi, è chiamata all’apostolato totalmente gratuita (v. 15b) e in nulla meritata. È chiamata all’apostolato dei pagani, come quella di Pietro è chiamata all’apostolato dei circoncisi (2,8). È chiamata profetica perché descritta con le parole della vocazione di Geremia (Ger 1,5: «Prima di formarti nel seno materno ti conoscevo… ti ho stabilito profeta delle nazioni»), o, ancora più, con le parole della vocazione del Servo di Adonay (Is 49,1: «Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunciato ecc.»).

d. Quarto testo: Filippesi 3,2-14
Nella serena lettera ai Filippesi che è la lettera della gioia (cf. le 15 ricorrenze di “gioia”, e “gioire”), il cap. 3 è, invece, duramente polemico contro missionari probabilmente cristiani, sostenitori della circoncisione. Nella replica contro di loro Paolo inserisce due allusioni a Damasco: nel v. 3,7 e nel v. 3,12.
 La prima volta Paolo si confronta con il loro vanto: «Se qualcuno ritiene di potere confidare nella carne, io più di lui» (3,4). Paolo allora elenca prima tre motivi di vanto «nella carne» ereditati dalla nascita, e poi tre motivi di vanto conquistati personalmente: egli è
a. circonciso l’ottavo giorno
b. Israelita della tribù di Beniamino
c. Ebreo da ebrei [= fedele alla cultura, alla lingua, allo stile di vita]
a. quanto alla Legge, fariseo (= osservanza radicale della Legge),
b. quanto allo zelo, persecutore,
c. quanto alla giustizia (all’essere giusto davanti a Dio), irreprensibile.
All’inizio del v. 7 c’è un «ma» che segna la svolta del ragionamento e che introduce la prima allusione all’evento di Damasco: «… ma quello che poteva essere per me un guadagno l’ho considerato una perdita, a motivo di Cristo». Quel rovesciamento di valori è avvenuto a Damasco. La contrapposizione di guadagno e di perdita dice che a Damasco si è operato un capovolgimento di giudizio circa i privilegi storici e morali del giudaismo.
Passando a parlare del presente, Paolo conferma quella mutazione di prospettiva e la rafforza dicendo di considerare come perdita e sterco non solo i privilegi del giudaismo, ma “ogni cosa”, di fronte alla conoscenza superiore o sublime di Gesù Cristo (v. 8). Lasciando perdere ogni altro valore, ora Paolo cerca di conquistare il Cristo, di esperimentare la potenza della sua resurrezione, e la comunione alle sue sofferenze «con la speranza di giungere alla resurrezione dai morti».
Con queste parole Paolo è passato a parlare del futuro, ed è passato al secondo confronto coi suoi avversari. Sembra che dal testo di Filippesi si possa ricavare che essi si consideravano già perfetti, pienamente salvati e partecipi della resurrezione di Cristo. Paolo, servendosi dell’immagine della corsa nello stadio, dice di sé invece di essere ancora impegnato nella corsa: «Non però che io abbia già conquistato il premio o che sia oramai arrivato alla perfezione. Solo mi sforzo di correre per conquistarlo». E aggiunge il secondo riferimento a Damasco scrivendo: «…perché anch’io sono stato conquistato dal Cristo» (v. 12).
In Fil 3 Damasco per Paolo in qualche modo, se si vuole, è conversione, perché è capovolgimento di valori e di scelte morali. Per questo i Filippesi, che possono essere disorientati da un insegnamento nuovo e da modelli di vita sbagliati come quelli introdotti dagli avversari di Paolo, hanno un esempio nell’Apostolo. Egli infatti sente il bisogno di invitarli alla sua imitazione: «Fratelli, fatevi miei imitatori, e guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi» (v. 17). Il cambiamento di vita in Paolo è avvenuto a motivo del Cristo (v. 7) e a motivo della sublimità della conoscenza di Gesù Cristo (v. 8). L’espressione significa probabilmente, come in Gal 1, la rivelazione del Cristo a Paolo per apocalisse. Dunque, Damasco è conoscenza (data gratuitamente e poi lentamente assimilata) del Cristo quale valore assoluto che relativizza i privilegi di Israele e tutto. Per Paolo l’evento di Damasco significa infine essere stato afferrato e conquistato dal Cristo, per cui ora, a sua volta, egli cerca di conquistare lui e la resurrezione.

e. L’evento di Damasco, sintesi
La ricchezza spirituale e storica dell’evento di Damasco è evidente anche dal linguaggio (o dai linguaggi, al plurale) cui Paolo ricorre per parlarne. Di volta in volta Paolo utilizza il linguaggio della vocazione profetica, delle teofanie, dell’apocalisse o rivelazione escatologica, della conquista militare o della vittoria sportiva, della conversione o cambiamento nella scala dei valori.
Nei testi di Paolo l’insistenza sulla conversione morale, in ogni caso, non è così forte come nella nostra catechesi, nell’iconografia paolina, e come al 25 gennaio del nostro calendario liturgico. A Damasco Paolo non è un peccatore che ritrova i sentieri del bene: di sé stesso lui diceva infatti: «Quanto alla giustizia, quella che viene dalla Legge, [io sono] irreprensibile!» (Fil 3,6). Non è neanche una conversione da una religione a un’altra, perché Paolo considera Damasco come il momento in cui la sua fede di israelita giunge a maturazione e pienezza: si sente giudeo che fa il passo oramai necessario ad ogni giudeo. Tutt’al più, più che al cristianesimo Paolo si convertì dalla Legge mosaica al Cristo. Più che un convertito, Paolo fu un chiamato. E fu cercato da Dio più di quanto egli cercasse.
L’Apostolo scrive a distanza di circa 20-25 anni, e questo dice come anche a distanza di decenni l’incontro di Damasco fosse la sua stella polare, sia per capire sé stesso, sia per perseverare tra le difficoltà innumerevoli della sua corsa apostolica. Quello di Damasco fu l’evento che divise la vita di Paolo in due. Paolo stesso parla di quello che era prima e di quello che fu poi: dunque Damasco ha una assoluta centralità nella esistenza e nella teologia di Paolo. Davvero, dunque, la personalità di Paolo, il suo pensiero, le sue lettere, la sua travolgente corsa apostolica per tutta la mezzaluna mediterranea (voleva andare in Spagna, Rom 15,24.28)… si spiegano non a partire dal luogo di nascita, né dagli studi fatti alla scuola di un grande maestro del giudaismo, né dalla catechesi ricevuta dalle fervorose comunità delle origini, ma dall’incontro con Gesù Risorto. Un solo giorno ha segnato, illuminato e determinato tutta una esistenza.
Sempre di nuovo Paolo tornava all’evento di Damasco come alla segreta sorgente del suo apostolato e della sua perseveranza in mezzo alle difficoltà apostoliche e personali, egli che scrive: «battaglie all’esterno, timori al di dentro»! (2Cor 7,5). Si richiama a Damasco quando lo criticano a Corinto e in Galazia, quando a Filippi qualcuno è subentrato a rovinare il suo lavoro apostolico, e quando qualcuno si vanta di titoli umani e di grandezze non vere. E soprattutto si richiama a Damasco quando gli vogliono negare il titolo di apostolo. Damasco è la sua risorsa inesauribile per superare scoraggiamenti, incomprensioni, ostilità, debolezze ecc. e per rilanciare sé stesso nell’annuncio evangelico, nella fondazione di Chiese là dove il vangelo non era stato ancora annunciato (Rom 15,20), per lanciarsi alla conquista perfino dell’estremo occidente della Spagna…
Il pudore con cui Paolo custodiva questo suo personalissimo segreto, il riserbo e la discrezione con cui ne parlava quando era costretto a farlo, non precludono a noi la possibilità di gettare lo sguardo su quell’evento spirituale che ha lasciato un segno profondo nella storia cristiana e delle religioni. Ed è allora difficile non sentirci invitati a tornare anche noi, sempre di nuovo, con il pensiero e con la preghiera, alla nostra vocazione, qualunque essa sia, come alla sorgente della forza e della luce di cui abbiamo bisogno nella battaglia della vita e del servizio al Vangelo. La nostra chiamata diventa allora anche per noi sorgente di giovinezza e di generosità, si conferma come baricentro della nostra vita, e come il punto di Archimede poggiando sul quale possiamo sollevare almeno il piccolo mondo in cui ci troviamo a vivere.

martedì 24 gennaio 2017

L’EREDITÀ DI SAN PAOLO? LA «BUONA BATTAGLIA» ADESSO TOCCA A NOI (2008)


L’EREDITÀ DI SAN PAOLO?  LA «BUONA BATTAGLIA» ADESSO TOCCA A NOI (2008)

ENZO BIANCHI

("Avvenire", 8/6/’08)

La storia ormai "bimillenaria" della presenza del cristianesimo in Italia ci porta a volte a dimenticare le vicende della sua prima diffusione, quel prodigioso dilatarsi della "buona notizia" del Signore Gesù morto e risorto, a partire da Gerusalemme e dalla Galilea fino al cuore dell’impero romano. Così diamo per scontate la radici cristiane del nostro continente e riconosciamo senza eccessiva fatica il contributo determinante che la fede cristiana e il comportamento quotidiano dei discepoli di Gesù di Nazareth hanno offerto nel corso dei secoli all’edificarsi e al definirsi del continente europeo. Ma siamo tentati di dimenticare i primi passi di questa «corsa della Parola di Dio», rimuoviamo più o meno inconsciamente il dato che intere regioni del bacino del Mediterraneo, che avevano conosciuto e abbracciato la fede cristiana nell’età apostolica, si ritrovano oggi con "sparute" presenze cristiane, legate a rare "vestigia" di un passato che appare non più riproponibile ai nostri giorni. Che ne è delle sette Chiese dell’Apocalisse o della Tarso nativa di Paolo; cosa resta di Antiochia, sede della prima "cattedra petrina", o dei luoghi dei primi "concilii ecumenici" come Nicea e Calcedonia; dov’è il "pullulare" di fervore cristiano, di dibattito teologico, di presenze monastiche che caratterizzavano la Cappadocia? E ancora: come vivono le più o meno esigue minoranze cristiane nella regione di Damasco, testimone della rivelazione del Signore Gesù al fariseo Saulo, o nelle agostiniane Ippona e Tagaste, o in quella prodigiosa Alessandria, dove la sapienza di Origene si era innestata nella ricchezza culturale di una città che aveva dato la versione greca dell’Antico Testamento e custodito il patrimonio di una biblioteca ineguagliabile? Sì, in quella a volte stanca consuetudine con cui ci diciamo e sentiamo appartenenti a una terra «cristiana», finiamo per scordarci che nulla di tutto ciò è scontato, che non vi è nessuna garanzia che le vicende storiche che hanno segnato quanti ci hanno preceduto nel cammino della fede possano ripetersi anche ai nostri giorni o in quelli delle generazioni che verranno. Davvero la trasmissione della fede riposa sulla fragile testimonianza di uomini e donne semplici, guidati dallo Spirito e alimentati dal "cibo" della Parola e dell’Eucarestia, ma anche esposti ai "rovesci" di eventi più grandi di loro: l’esile "filo rosso" tessuto da quanti hanno camminato dietro a Gesù sulle strade di Galilea e poi dipanatosi negli scritti "neotestamentari" e giunto fino a noi è affidato alle mani e al cuore di generazioni di cristiani «ordinari», di eroi del quotidiano, di oscuri testimoni della speranza. Ripercorrere il cammino apostolico compiuto dall’infaticabile San Paolo, nell’anno a lui dedicato, può significare allora riandare ai fondamenti della nostra fede e fare memoria non solo di questo «gigante» del pensiero e del vissuto cristiano, ma anche di quella miriadi di battezzati che ci ha preceduto e ora ci attendono, di quanti hanno saputo mostrare anche fino al martirio che vale la pena vivere e morire per Cristo.
Commemorare, allora, non sarà banale nostalgia di una "mitica" stagione delle origini, né curiosità "archeologica", ma autentica esperienza di fede, azione di grazie per quanto il Signore ci ha dato di vivere e di sperimentare: «la corsa della Parola» avviata da Paolo, la «buona battaglia», la conservazione e la trasmissione della fede dipende anche da noi, qui e oggi, e dal nostro agire quotidiano teso a una conformità sempre maggiore al vivere e all’agire di Gesù, passato in mezzo agli uomini facendo il bene.


lunedì 23 gennaio 2017

PAPA FRANCESCO - LA LOTTA NEL CUORE


PAPA FRANCESCO - LA LOTTA NEL CUORE

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 19 gennaio 2017 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.15, 20/01/2017) 

Il cuore di ogni cristiano è teatro di una «lotta». Ogni volta che il Padre «ci attira» verso Gesù, c’è «qualcun altro che ci fa la guerra». Lo ha sottolineato Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì 19 gennaio, durante la quale, commentando il vangelo del giorno (Marco, 3, 7-12) si è soffermato sulle ragioni che spingono l’uomo a seguire Gesù. E ad analizzare come questa sequela non sia mai priva di difficoltà, anzi se non si combattesse ogni giorno con una serie di «tentazioni», si rischierebbe una religiosità formale e ideologica.
Nel passo evangelico, ha notato il Pontefice, per ben tre volte «si dice la parola “folla”: lo seguì molta folla da tutte le parti; una grande folla; e la folla si gettava su di lui, per toccarlo». Una folla «calda di entusiasmo, che seguiva Gesù con calore e veniva da tutte le parti: da Tiro e Sidone, dall’Idumea e dalla Transgiordania». In tanti «facevano questo cammino a piedi per trovare il Signore». E di fronte a tale insistenza viene da chiedersi: «Perché veniva questa folla? Perché questo entusiasmo? Di cosa aveva bisogno?». Le motivazioni suggerite da Francesco possono essere molteplici. «Lo stesso Vangelo ci dice che c’erano ammalati che cercavano di guarire» ma c’erano anche molti che erano giunti «per ascoltarlo». Del resto «a questa gente piaceva sentire Gesù, perché parlava non come i loro dottori, ma parlava con autorità. Questo toccava il cuore». Di sicuro, ha sottolineato il Papa, «era una folla di gente che veniva spontaneamente: non la portavano nei bus, come abbiamo visto tante volte quando si organizzano manifestazioni e tanti devono andare lì per “verificare” la presenza, per non perdere poi il posto di lavoro».
Quindi questa gente «andava perché sentiva qualcosa». Ed erano talmente numerosi «che Gesù ha dovuto chiedere una barca e andare un po’ lontano dalla riva, perché questa gente non lo schiacciasse». Ma il vero motivo, quello profondo, quale era? Secondo il Pontefice «Gesù stesso nel Vangelo spiega» questa sorta di «fenomeno sociale» e dice: «Nessuno può venire da me se non lo attira il Padre». Infatti, ha chiarito Francesco, se è vero che questa folla andava da Gesù perché «aveva bisogno» o perché «alcuni erano curiosi» il vero motivo si ritrova nel fatto che «questa folla la attirava il Padre: era il Padre che attirava la gente a Gesù». E Cristo «non rimaneva indifferente, come un maestro statico che diceva le sue parole e poi si lavava le mani. No! Questa folla toccava il cuore di Gesù». Proprio nel vangelo si legge che «Gesù era commosso, perché vedeva questa gente come pecore senza pastore».
Quindi, ha spiegato il Pontefice, «il Padre, tramite lo Spirito Santo, attira la gente a Gesù». È inutile andare a cercare «tutte le argomentazioni». Ogni motivo può essere «necessario» ma «non è sufficiente per far muovere un dito. Tu non puoi muovere» fare «un passo solo con gli argomenti apologetici». Ciò che è davvero necessario e decisivo invece è «che sia il Padre a tirarti a Gesù».
Lo spunto decisivo per la riflessione del Pontefice è giunto quando ha preso in esame le ultime righe del breve stralcio evangelico proposto dalla liturgia: «È curioso» — ha notato — che in questo passo mentre si parla «di Gesù, si parla della folla, dell’entusiasmo, anche con quanto amore con cui Gesù li riceveva e li guariva» si trovi un finale un po’ insolito. È scritto infatti: «Gli spiriti impuri quando lo vedevano cadevano ai suoi piedi e gridavano “Tu sei il Figlio di Dio!”».
Ma proprio questa — ha detto il Papa — «è la verità; questa è la realtà che ognuno di noi sente quando si avvicina Gesù» e cioè che «gli spiriti impuri cercano di impedirlo, ci fanno la guerra».
Qualcuno potrebbe obbiettare: «Ma, padre, io sono molto cattolico; io vado sempre a messa... Ma mai, mai ho queste tentazioni. Grazie a Dio!». E invece no. La risposta è: «No! Prega, perché sei su una strada sbagliata!» poiché «una vita cristiana senza tentazioni non è cristiana: è ideologica, è gnostica, ma non è cristiana». Succede infatti che «quando il Padre attira la gente a Gesù, c’è un altro che attira in modo contrario e ti fa la guerra dentro!». Non a caso san Paolo «parla della vita cristiana come di una lotta: una lotta di tutti i giorni. Per vincere, per distruggere l’impero di satana, l’impero del male». Ed proprio per questo, ha aggiunto il Papa, che «è venuto Gesù, per distruggere satana! Per distruggere il suo influsso sui nostri cuori».
Con questa notazione finale nel brano evangelico si sottolinea l’essenziale: «sembra che, in questa scena», spariscano «sia Gesù, sia la folla e soltanto restino il Padre e gli spiriti impuri, cioè lo spirito del male. Il Padre che attira la gente a Gesù e lo spirito del male che cerca di distruggere, sempre!».
Capiamo così — ha concluso il Pontefice — che «la vita cristiana è una lotta» nella quale «o tu ti lasci attirare da Gesù, per mezzo del Padre, o puoi dire “Io rimango tranquillo, in pace”... Ma nelle mani di questa gente, di questi spiriti impuri». Però «se tu vuoi andare avanti devi lottare! Sentire il cuore che lotta, perché Gesù vinca».
Perciò, è la conclusione, ogni cristiano deve fare questo esame di coscienza e chiedersi: «Io sento questa lotta nel mio cuore?». Questo conflitto «fra la comodità o il servizio agli altri, fra divertirmi un po’ o fare preghiera e adorare il Padre, fra una cosa e l’altra?». Sento «la voglia di fare il bene» o c’è «qualcosa che mi ferma, mi torna ascetico?». E ancora: «Io credo che la mia vita commuova il cuore di Gesù? Se io non credo questo — ha ammonito il Papa — devo pregare tanto per crederlo, perché mi sia data questa grazia».


Conversione di San Paolo

BENEDETTO XVI - IN GESÙ CRISTO IL «SÌ» FEDELE DI DIO E L'«AMEN» DELLA CHIESA (2COR 1,3-14.19-20)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2012/documents/hf_ben-xvi_aud_20120530.html

25 GENNAIO CONVERSIONE DI SAN PAOLO

BENEDETTO XVI - IN GESÙ CRISTO IL «SÌ» FEDELE DI DIO E L'«AMEN» DELLA CHIESA (2COR 1,3-14.19-20)


UDIENZA GENERALE


Piazza San Pietro


Mercoledì, 30 maggio 2012 


Cari fratelli e sorelle,

in queste catechesi stiamo meditando la preghiera nelle lettere di san Paolo e cerchiamo di vedere la preghiera cristiana come un vero e personale incontro con Dio Padre, in Cristo, mediante lo Spirito Santo. Oggi in questo incontro entrano in dialogo il «sì» fedele di Dio e l’«amen» fiducioso dei credenti. E vorrei sottolineare questa dinamica, soffermandomi sulla Seconda Lettera ai Corinzi. San Paolo invia questa appassionata Lettera a una Chiesa che più volte ha messo in discussione il suo apostolato, ed egli apre il suo cuore perché i destinatari siano rassicurati sulla sua fedeltà a Cristo e al Vangelo. Questa Seconda Lettera ai Corinzi inizia con una delle preghiere di benedizione più alte del Nuovo Testamento. Suona così: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2Cor 1,3-4).
Quindi Paolo vive in grande tribolazione, sono molte le difficoltà e le afflizioni che ha dovuto attraversare, ma non ha mai ceduto allo scoraggiamento, sorretto dalla grazia e dalla vicinanza del Signore Gesù Cristo, per il quale era diventato apostolo e testimone consegnando nelle sue mani tutta la propria esistenza. Proprio per questo, Paolo inizia questa Lettera con una preghiera di benedizione e di ringraziamento verso Dio, perché non c’è stato alcun momento della sua vita di apostolo di Cristo in cui abbia sentito venir meno il sostegno del Padre misericordioso, del Dio di ogni consolazione. Ha sofferto terribilmente, lo dice proprio in questa Lettera, ma in tutte queste situazioni, dove sembrava non aprirsi una ulteriore strada, ha ricevuto consolazione e conforto da Dio. Per annunziare Cristo ha subito anche persecuzioni, fino ad essere rinchiuso in carcere, ma si è sentito sempre interiormente libero, animato dalla presenza di Cristo e desideroso di annunciare la parola di speranza del Vangelo. Dal carcere così scrive a Timoteo, suo fedele collaboratore. Lui in catene scrive: «la Parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, affinché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo, insieme alla gloria eterna» (2Tm 2,9b-10). Nel suo soffrire per Cristo, egli sperimenta la consolazione di Dio. Scrive: «come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così per mezzo di Cristo, abbonda la nostra consolazione» (2Cor 1,5).
Nella preghiera di benedizione che introduce la Seconda Lettera ai Corinzi domina quindi, accanto al tema delle afflizioni, il tema della consolazione, da non intendersi solo come semplice conforto, ma soprattutto come incoraggiamento ed esortazione a non lasciarsi vincere dalla tribolazione e dalle difficoltà. L’invito è a vivere ogni situazione uniti a Cristo, che carica su di sé tutta la sofferenza e il peccato del mondo per portare luce, speranza, redenzione. E così Gesù ci rende capaci di consolare a nostra volta quelli che si trovano in ogni genere di afflizione. La profonda unione con Cristo nella preghiera, la fiducia nella sua presenza, conducono alla disponibilità a condividere le sofferenze e le afflizioni dei fratelli. Scrive Paolo: «Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non frema?» (2Cor 11,29). Questa condivisione non nasce da una semplice benevolenza, né solo dalla generosità umana o dallo spirito di altruismo, bensì scaturisce dalla consolazione del Signore, dal sostegno incrollabile della «straordinaria potenza che viene da Dio e non da noi» (2Cor 4,7).
Cari fratelli e sorelle, la nostra vita e il nostro cammino sono segnati spesso da difficoltà, da incomprensioni, da sofferenze. Tutti lo sappiamo. Nel rapporto fedele con il Signore, nella preghiera costante, quotidiana, possiamo anche noi, concretamente, sentire la consolazione che viene da Dio. E questo rafforza la nostra fede, perché ci fa sperimentare in modo concreto il «sì» di Dio all’uomo, a noi, a me, in Cristo; fa sentire la fedeltà del suo amore, che giunge fino al dono del suo Figlio sulla Croce. Afferma san Paolo: «Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo annunziato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu “sì” e “no”, ma in lui ci fu il “sì”. Infatti tutte le promesse di Dio in lui sono “sì”. Per questo per mezzo di lui sale a Dio il nostro “amen”, per la sua gloria» (2Cor 1,19-20). Il «sì» di Dio non è dimezzato, non va tra «sì» e «no», ma è un semplice e sicuro «sì». E a questo «sì» noi rispondiamo con il nostro «sì», con il nostro «amen» e così siamo sicuri nel «sì» di Dio.
La fede non è primariamente azione umana, ma dono gratuito di Dio, che si radica nella sua fedeltà, nel suo «sì», che ci fa comprendere come vivere la nostra esistenza amando Lui e i fratelli. Tutta la storia della salvezza è un progressivo rivelarsi di questa fedeltà di Dio, nonostante le nostre infedeltà e i nostri rinnegamenti, nella certezza che «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!», come dichiara l’Apostolo nella Lettera ai Romani (11,29).
Cari fratelli e sorelle, il modo di agire di Dio - ben diverso dal nostro - ci dà consolazione, forza e speranza perché Dio non ritira il suo «sì». Di fronte ai contrasti nelle relazioni umane, spesso anche familiari, noi siamo portati a non perseverare nell’amore gratuito, che costa impegno e sacrificio. Invece, Dio non si stanca con noi, non si stanca mai di avere pazienza con noi e con la sua immensa misericordia ci precede sempre, ci viene incontro per primo, è assolutamente affidabile questo suo «sì». Nell’evento della Croce ci offre la misura del suo amore, che non calcola e non ha misura. San Paolo nella Lettera a Tito scrive: «È apparsa la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini» (Tt 3,4). E perché questo «sì» si rinnovi ogni giorno «ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori» (2Cor 1,21b-22).
E’ infatti lo Spirito Santo che rende continuamente presente e vivo il «sì» di Dio in Gesù Cristo e crea nel nostro cuore il desiderio di seguirlo per entrare totalmente, un giorno, nel suo amore, quando riceveremo una dimora non costruita da mani umane nei cieli. Non c’è persona che non sia raggiunta e interpellata da questo amore fedele, capace di attendere anche quanti continuano a rispondere con il «no» del rifiuto o dell’indurimento del cuore. Dio ci aspetta, ci cerca sempre, vuole accoglierci nella comunione con Sé per donare a ognuno di noi pienezza di vita, di speranza e di pace.
Sul «sì» fedele di Dio s’innesta l’«amen» della Chiesa che risuona in ogni azione della liturgia: «amen» è la risposta della fede che chiude sempre la nostra preghiera personale e comunitaria, e che esprime il nostro «sì» all’iniziativa di Dio. Spesso rispondiamo per abitudine col nostro «amen» nella preghiera, senza coglierne il significato profondo. Questo termine deriva da ’aman che, in ebraico e in aramaico, significa «rendere stabile», «consolidare» e, di conseguenza, «essere certo», «dire la verità». Se guardiamo alla Sacra Scrittura, vediamo che questo «amen» è detto alla fine dei Salmi di benedizione e di lode, come, ad esempio, nel Salmo 41: «Per la mia integrità tu mi sostieni e mi fai stare alla tua presenza per sempre. Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele, da sempre e per sempre. Amen, amen» (vv. 13-14). Oppure esprime adesione a Dio, nel momento in cui il popolo di Israele ritorna pieno di gioia dall’esilio babilonese e dice il suo «sì», il suo «amen» a Dio e alla sua Legge. Nel Libro di Neemia si narra che, dopo questo ritorno, «Esdra aprì il libro (della Legge) in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: “Amen, amen”, alzando le mani» (Ne 8,5-6).
Sin dagli inizi, quindi, l’«amen» della liturgia giudaica è diventato l’«amen» delle prime comunità cristiane. E il libro della liturgia cristiana per eccellenza, l’Apocalisse di San Giovanni, inizia con l’«amen» della Chiesa: «A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli. Amen» (Ap 1,5b-6). Così nel primo capitolo dell'Apocalisse. E lo stesso libro si chiude con l’invocazione «Amen, vieni, Signore Gesù» (Ap 22,21).
Cari amici, la preghiera è l’incontro con una Persona viva da ascoltare e con cui dialogare; è l’incontro con Dio che rinnova la sua fedeltà incrollabile, il suo «sì» all’uomo, a ciascuno di noi, per donarci la sua consolazione in mezzo alle tempeste della vita e farci vivere, uniti a Lui, un’esistenza piena di gioia e di bene, che troverà il suo compimento nella vita eterna.
Nella nostra preghiera siamo chiamati a dire «sì» a Dio, a rispondere con questo «amen» dell’adesione, della fedeltà a Lui di tutta la nostra vita. Questa fedeltà non la possiamo mai conquistare con le nostre forze, non è solo frutto del nostro impegno quotidiano; essa viene da Dio ed è fondata sul «sì» di Cristo, che afferma: mio cibo è fare la volontà del Padre (cfr Gv 4,34). E’ in questo «sì» che dobbiamo entrare, entrare in questo «sì» di Cristo, nell’adesione alla volontà di Dio, per giungere con san Paolo ad affermare che non siamo noi a vivere, ma è Cristo stesso che vive in noi. Allora l’«amen» della nostra preghiera personale e comunitaria avvolgerà e trasformerà tutta la nostra vita, una vita di consolazione di Dio, una vita immersa nell'Amore eterno e incrollabile. Grazie.