martedì 28 febbraio 2017

Israel In The Wilderness























DALLE CENERI AL FUOCO, RITIRO PER LA QUARESIMA


DALLE CENERI AL FUOCO, RITIRO PER LA QUARESIMA 

PREDICATO DA P.PIETRO MESSA, 

O.F.M., alla parrocchia di S.Melania, domenica 5 marzo 2006 (tpfs*)

Meditazione di p.Pietro Messa: “Dalle ceneri al fuoco”

E’ stato un po’ difficile arrivare qui, all’AXA, perché per far svolgere la maratonina hanno chiuso la via Cristoforo Colombo e nessuno di noi conosceva bene questa zona. Abbiamo fatto più di una volta le stesse strade ed ogni tanto ci ritrovavamo al bivio di partenza. Riflettevo che così è la vita, nel senso che uno nasce, poi arriva il tempo dell’adolescenza, parte pieno di entusiasmo, cerca di raggiungere la pienezza della vita, poi pian piano si accorge che forse la strada che aveva preso era sbagliata, si ritrova di nuovo allo stesso incrocio, dopo dieci, venti, trenta, cinquanta anni. Uno si ritrova a settant’anni allo stesso incrocio che aveva lasciato a vent’anni! E a quell’incrocio ti dici, forse a settant’anni: “Avevi girato a destra, devi girare a sinistra!”.
Di solito la strada che uno evita è la strada della croce, della sofferenza, del dolore, la strada stretta. E ti ritrovi di nuovo a quell’incrocio. E dici di nuovo: “Sono libero di imboccare un’altra strada”. Uno magari a vent’anni si è trovato a quell’incrocio e ha preso la strada larga, quella che fanno tutti, e si è perso, si è smarrito, a trent’anni si ritrova allo stesso incrocio e riprende la strada larga e di nuovo si smarrisce. Dopo dieci anni si ritrova ancora lì e, forse a ottant’anni si sceglie la via stretta. Certo, se uno avesse l’umiltà di intraprenderla a venti o trent’anni, non sprecherebbe tante energie. Ma ci vuole umiltà e l’umiltà è un dono.
Noi siamo in questo cammino quaresimale e, per questo ritiro, vi sono stati distribuiti dei brani tratti dal Vangelo e dalla lettera di S.Paolo ai Corinzi. Ci serviranno per questo itinerario, questa riflessione per la quale ho pensato ad uno slogan: “Dalle Ceneri al fuoco”. Di solito noi vediamo un fuoco, che può essere un fuoco di paglia, che dura pochi minuti, o che può essere più sostanzioso, ma comunque l’itinerario è dal fuoco alle ceneri. Il momento bello, luminoso, fonte di energia, pian piano va scemando e lascia solo la cenere. La cenere è fredda, di colore grigio. Noi, nel tempo quaresimale, facciamo il cammino inverso, dalla cenere, con il mercoledì delle Ceneri, fino al fuoco della veglia pasquale. Un cammino da morte a vita, un cammino dall’aridità a giardino fiorito, dal deserto ad una sorgente. Allora facciamo questo itinerario insieme.
Questa cenere siamo noi. L’umiltà viene da humus, terra: “Ricordati che sei polvere e polvere ritornerai”. Questa è la realtà dell’uomo, questo uomo che è un mare di contraddizioni. Ognuno di noi sperimenta che dentro di sé c’è il Male.
All’inizio, nella vita, ci accorgiamo che nel mondo esiste il male. Poi vediamo la sofferenza nei bambini, il dolore innocente, e scopriamo che il male non è solo nel mondo, ma attorno a noi. E poi scopriamo che il male è tra di noi, nella nostra famiglia, nel nostro quartiere, nel nostro ambiente di lavoro, il male nel senso di malvagità. Andando avanti scopriamo che il male sta dentro di noi. Questa realtà umana che è la cenere, questa umanità ferita dal peccato.
Come ci narra il primo brano che vi propongo - Lc 10, il buon Samaritano - noi siamo questo uomo che è incappato nei ladroni. Ad un certo punto noi siamo incappati nel peccato. Ci portiamo dentro questo cuore che è un cuore complesso, contraddittorio, persino assurdo, questo cuore che porta in sé le ferite delle passioni malvagie, che ci distolgono dalla pace: la superbia, l’invidia, l’ira, l’accidia, cioè quella morte interiore, la gola, cioè quella voracità che ci portiamo dentro. Le altre passioni cattive sono ancora l’avarizia, possiamo dire anche quella bramosia del possedere, la lussuria, che è anche il voler possedere le persone. Noi ci ritroviamo così, persone ferite a causa di questi ladroni, delle passioni malvagie.
Quello che siamo chiamati a compiere è consegnare questo cuore, questa cenere, questo nostro mondo così contraddittorio, così ferito, al Signore, consegnarlo a Lui, come è scritto in Ez 37: “Presentate a Dio le vostre ossa aride”. Vorrei scrivere un libro di teologia partendo dai detti popolari. Voi a Roma ne avete diversi: “Chi sta meglio ha la rogna”. E’ un detto bellissimo! Vale per tutti, per chi è sacerdote, per chi è sposato, per chi è frate come me. Nessuno escluso. A volte ci si illude: “Ma no, padre. Mio nipote quanto è buono, quanto è bravo, studia tanto!” “Pure lui c’ha la rogna!” “Ma il mio nipotino...” “Pure lui c’ha la rogna!”. Questa è una cosa che noi proprio abbiamo smarrito, a volte siamo ingenui. L’uomo certamente è creato da Dio. Certamente quando Dio creò l’uomo vide che era cosa molto bella e buona. Ma quell’uomo lì ora è ferito dal peccato. E questo riguarda tutti, anche quel bambino tanto buono... anche lui ha i suoi capricci, il suo egocentrismo.
Conosco il caso di un bambino che, quando gli hanno portato a casa il fratellino appena nato, ha detto alla madre, dopo un po’: “Ora, mamma, caccialo via!”. Cosa possiamo fare allora? Rimboccarci le maniche? Cercare di eliminare il male da noi stessi? Ci sono state delle ideologie che hanno tentato di fare questo, di costruire un paradiso in terra con gli sforzi dell’uomo. Hanno causato milioni di morti. Coloro che vogliono costruire il paradiso in terra sono quelli che causano più morti, perché cominciano a tagliare la testa o a mandare nei campi di concentramento o nei gulag, tutti quelli che non rientrano nel modo in cui hanno progettato questo paradiso in terra. Li accusano di essere colpevoli del fatto che, qui ed ora, questo paradiso non si realizza.
Ma chi di noi è senza peccato? Allora questo prendere consapevolezza della nostra cenere, delle nostre ossa aride, di questo essere incappati nei ladroni, di essere persone bisognose di salvezza, e consegnare questo bisogno di salvezza a Colui che è il Salvatore, che è Gesù. Gesù è il buon samaritano che si avvicina a noi e cura le nostre ferite. Lasciamoci curare da Gesù, lasciamoci guarire.
Il secondo brano che vi ho proposto per la meditazione è Gv 13 e ci racconta la lavanda dei piedi. Quello che Gesù ci chiede è di lasciarci lavare i piedi da Lui. Questo brano è bellissimo; ci dice che Gesù depose le vesti e cominciò a lavare i piedi e lavò i piedi agli Apostoli e, a un certo punto, questo brano inizialmente tranquillo, diviene agitato. Pietro dice: “No, tu non laverai mai i piedi a me!”. C’è questa discussione tra Gesù e Pietro. Noi siamo invitati a lasciarci lavare i piedi, lasciarci amare. Questo è molto importante, perché dobbiamo lasciare che Gesù guarisca le nostre ferite, perché Lui ci ama così come siamo.
Questa cenere, questa polvere, queste ossa aride, questo uomo così contraddittorio, è amato da Dio. Lui ti ama profondamente così come sei, con le tue assurdità. Ed è bellissimo. Io non so come voi abbiate vissuto il mercoledì delle Ceneri, ma è uno dei giorni più belli dell’anno perché finalmente uno può smettere di starsela a raccontare. Noi ce la stiamo sempre a raccontare - vi ricordate quella canzone: “E ti vedi già vecchio e cadente, raccontare a tutta la gente, del tuo falso incidente”. Siamo sempre pronti: “Scusami, ma sono vecchia, sono troppo giovane, sono stanco, ecc.”. Nessuno di noi dice: “Guarda, sono malvagio, sono vorace, ho bramosia di possesso, sono avaro, ho ira, ho voglia di vendetta”. Ognuno di noi se la racconta. Bellissimo il mercoledì delle Ceneri, un giorno dove è possibile smettere di raccontarsela, andare da Gesù e dire: “Questa è la mia cenere, queste sono le mie ossa aride, le mie contraddizioni, questo è il mio “retrobottega”, non la vetrina per la mostra, ma il retrobottega per gli affarucci”.
E Lui cosa fa? Non è il demonio, l’accusatore che dice: “Hai visto che hai fatto?”, l’accusatore, i sensi di colpa che ci attanagliano, per giorni, mesi, anni. “Adesso vuoi fare la devota? Ma quando eri giovane... Adesso vuoi fare la brava persona, ma ricordati...” - questo è il demonio, l’accusatore. Gesù è il contrario, Lui ti ama, ti vuole bene con la tua cenere, si prende cura di te, si china sulle tue ferite. Veramente è appassionato della tua povertà, della tua miseria, ti cura con olio e vino, con il suo amore misericordioso. Ma la cosa importante è che Lui non solo ti ama come sei, ma non ti lascia come sei perché il suo è un amore trasformante. Tutti ne facciamo esperienza: l’amore trasforma, trasfigura. Una giornata uggiosa, un cielo plumbeo, una giornata di mestizia, dove ad un certo punto arriva un sorriso, una telefonata di un amico, un gesto di amore... e quella giornata diventa straordinaria. Pensate alla vita di un ragazzo. Io conoscevo un ragazzo che vestiva sempre di nero. Un giorno inizia a vestirsi in modo colorato, addirittura con colori sgargianti. Cosa era successo? Aveva conosciuto una ragazza.
Tutti facciamo l’esperienza che l’amore cambia... una giornata, una festa, i vestiti. Cambia! Pensate quanto può essere trasformante l’amore di Dio. Allora dobbiamo consegnare queste ceneri, queste ossa aride, questa povertà, all’amore misericordioso di Dio perché Lui lo trasforma.
E come lo trasforma? Nel primo brano che vi ho dato c’è il samaritano che si china su un uomo ferito e gli cura le ferite e questo buon samaritano che è Gesù cura le nostre ferite. E come fa a curarci? Prendendo su di sé il male. Lui è quello che prende su di sé il male del mondo. Quelle ferite diventano le sue ferite. Ecco Gesù sulla croce, quelle ferite dei chiodi, della lancia, della corona di spine: quelle ferite sono le mie ferite, le tue ferite, che Gesù ha preso su di sé. Gesù diventa lui peccato perché noi possiamo diventare persone che vivono nella misericordia. Allora questa cenere presentata a Dio è trasformata dal suo amore misericordioso. Qual è l’esito di questa trasformazione? Certamente la conformazione a Gesù. Gesù ci ama, ci trasforma, ci conforma a sé. Ci dà la sua forma, la sua vita. E qual è la vita di Gesù che lui vuole comunicare a noi, perché nell’adesione a quella vita lì c’è la pienezza della nostra vita? C’è una bellissima frase del profeta Geremia (Ger 15,16):

Quando le tue parole mi vennero incontro,
le divorai con avidità;
la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore,
perché io portavo il tuo nome.

Quando Gesù, che è la parola di Dio, il logos, viene incontro a noi, ecco che il desiderio, la domanda profonda del nostro cuore trova la risposta in Gesù. Perché noi portiamo il suo nome. Siamo stati creati in vista di Gesù, in vista del grande mistero, come dice S.Paolo. Allora questo amore trasformante ci conforma a Gesù.
E qual è questa vita di Gesù che era nascosta? Fondamentalmente la vita di Gesù è l’Eucaristia, quella che ci ha descritto S.Paolo nella 1Cor che trovate come terzo brano che vi ho indicato. Nell’Eucaristia è sintetizzata tutta la vita di Gesù. Infatti nell’Eucaristia Gesù “prese il pane, rese grazie”. Questo rendere grazie, la gratitudine, la consapevolezza di essere amati, la gratitudine per ogni dono. Ogni cosa è un dono. Il dono della salute, della famiglia, di essere qui in questo momento. Quanti doni abbiamo continuamente. In Gesù e con Gesù possiamo acquisire questa consapevolezza di essere amati dal Padre e quindi la gratitudine, questo rendere grazie. E’ molto importante la gratitudine, saper dire grazie.
Anche perché dire grazie significa fare un passaggio, vuol dire passare dal dono al donatore. E’ fondamentale educare un bambino a dire grazie. Perché quando dici grazie riconosci che quel dono, per esempio la scatola di cioccolatini, la dolcezza del cioccolato, è soltanto espressione dell’amore di un donatore. E quello che sente il cuore di un uomo non è certamente la dolcezza dei cioccolatini, ma la dolcezza dell’amore espresso attraverso quei cioccolatini. Capite allora l’importanza del dire grazie?
Tutti i santi dicevano: “Il più grande inganno delle persone che fanno un cammino del Vangelo è che a un certo punto si affezionano al dono di Dio e non al Dio del dono”. In poche parole non dicono grazie. In Gesù e con Gesù questa gratitudine diventa gratuità, capacità di donare, di dare la vita. Questo passaggio dalla gratitudine alla gratuità è un amore ordinato - l’amore eucaristico - è un amore bello e rende le cose belle.
Perché dico è un amore ordinato? Spesso succede, e soprattutto in gente che fa un cammino di fede, che si veda un amore disordinato, che non è un amore eucaristico e che quindi non trasmette fascino, bellezza. Non è un amore trasfigurante e trasfigurato. Questo amore disordinato si verifica quando c’è la gratuità non preceduta dalla gratitudine. Quando uno spezza il pane senza prima aver reso grazie. Quando uno si dona senza aver avuto prima la gioia di qualcuno che si sia donato a lui.
Succede spesso. Per esempio in famiglia o in parrocchia o nel quartiere, quando uno si dà da fare, si sacrifica. E allora sentiamo frasi del tipo “Possibile che nessuno in questo quartiere si preoccupi degli altri, che in questa parrocchia non si trovi uno disponibile?” Quando uno dice queste frasi sta vivendo un amore disordinato. E’ fuori strada, parla con rabbia, c’è dentro qualcosa che non funziona.
L’amore eucaristico coniuga due parole che noi nella nostra mentalità abbiamo dissociato: amore e sacrificio. Ma se noi operiamo una disgiunzione tra queste due parole cosa succede? L’amore senza sacrificio è romanticismo. Un esempio è il ragazzo che al telefono con la sua ragazza le dice: “Ti amo tantissimo, sei tutto per me, darei la mia vita! Ci vediamo domani... se non piove”. Se quella ragazza è intelligente risponderà: “Stai a casa tua... pure se non piove!”. Un amore che non si sacrifica sono chiacchiere, è romanticismo.
D’altra parte un sacrificio senza amore porta a frasi del tipo: “Io qui per te faccio tanto!”. Il sacrificio senza amore fa essere frustrati, arrabbiati, grigi, pieni di voglia di fartela pesare. L’amore eucaristico è un amore che si esprime con il sacrificio, un sacrificio motivato dall’amore. In fondo chi fa morire Gesù sulla croce non sono i romani, non è chi lo tradisce, ecc. ecc., ma l’amore! Un sacrificio motivato dall’amore, un amore che si sacrifica. Una persona che ama così diventa veramente un altro Gesù. Un esempio è S.Francesco. Le fonti antiche dicono che la gente che vedeva passare Francesco vedeva Gesù. Giovanni Paolo II diceva che Francesco ha rappresentato Gesù alla società del XIII secolo. Anche noi se ci lasciamo trasformare dall’amore trasformante di Gesù diventiamo memoria vivente di Gesù, testimoni (in greco martiri). Oggi leggevo su Avvenire l’ultima lettera che don Andrea Santoro ha scritto e pensavo che quest’uomo è stato memoria vivente di Gesù. Un uomo che aveva grande gratitudine per la vita che aveva ricevuto, diventata gratuità, donarsi. Il donarsi si è poi concretizzato completamente nel dare la vita. Ma ognuno di noi se presenta la sua cenere, la sua polvere, il suo cuore contraddittorio a Gesù, ecco che Gesù lo ama, lo trasfigura, lo trasforma, lo introduce in un amore ordinato, eucaristico, un amore bello. Questo amore è il fuoco che non si consuma. C’è un salmo (84,8) che dice:

Cresce lungo il cammino il suo vigore.

Di solito è il contrario. Due si sposano pieni di un entusiasmo che poi va scemando. Tempo fa sono stato ad un matrimonio e al momento del lancio del bouquet una donna si è allontanata dicendo: “Potete tenervelo! Se volete vi regalo il mio!”. Questa disillusione che subentra all’iniziale entusiasmo! Chi si lascia trasfigurare da questa vita di Gesù vedrà invece crescere il suo vigore. Più va avanti più cresce l’entusiasmo. E’ un fuoco che non si consuma perché è la vita stessa di Dio.
Come concretamente vivere questo? Prima di tutto consegnare la nostra cenere a Gesù. Come si fa concretamente? Confessandosi. Mettetelo nei vostri programmi: prima di Pasqua una bella confessione dove tu vai da un prete e presenti tutta la tua cenere. La confessione è il luogo della misericordia. Anzi datevi come regola quella di confessarvi una volta al mese. A volte sento dire: “Io cerco un prete che mi dica una parola buona”. Ogni prete ti dice due paroline buone: “Io ti assolvo dai tuoi peccati”, parole più belle di queste non le puoi trovare.
Il secondo punto è lasciarci trasformare dalla parola e dall’Eucaristia. Questa familiarità con la Parola di Dio. Ogni giorno leggere un brano del vangelo. Possibilmente quello che viene donato dalla Chiesa nella liturgia. Io ho degli amici che la mattina quando arrivano in ufficio per prima cosa dopo aver acceso il computer vanno su un sito internet dove possono leggere il vangelo. Poi non sempre se lo ricordano, ma magari ricordano una parola che li accompagna tutto il giorno. Familiarità dunque con la Parola di Dio e con l’Eucaristia, andare a messa la domenica o anche a volte durante la settimana
Terzo aspetto è chiedersi dove il Signore ci chiama a vivere questo amore eucaristico. Forse studiando all’università, coinvolgendomi in un fidanzamento, fissando la data per il matrimonio, o prendendomi cura dei miei nipoti. Chiedermi qual è la mia vocazione, dove Gesù mi chiama a vivere questo amore eucaristico.

lunedì 27 febbraio 2017

imm di Greta Maria Lesko


MERCOLEDÌ DELLE CENERI


MERCOLEDÌ DELLE CENERI

1 marzo (celebrazione mobile)

Il mercoledì delle Ceneri, la cui liturgia è marcata storicamente dall’inizio della penitenza pubblica, che aveva luogo in questo giorno, e dall’intensificazione dell’istruzione dei catecumeni, che dovevano essere battezzati durante la Veglia pasquale, apre ora il tempo salutare della Quaresima.
Lo spirito comunitario di preghiera, di sincerità cristiana e di conversione al Signore, che proclamano i testi della Sacra Scrittura, si esprime simbolicamente nel rito della cenere sparsa sulle nostre teste, al quale noi ci sottomettiamo umilmente in risposta alla parola di Dio. Al di là del senso che queste usanze hanno avuto nella storia delle religioni, il cristiano le adotta in continuità con le pratiche espiatorie dell’Antico Testamento, come un “simbolo austero” del nostro cammino spirituale, lungo tutta la Quaresima, e per riconoscere che il nostro corpo, formato dalla polvere, ritornerà tale, come un sacrificio reso al Dio della vita in unione con la morte del suo Figlio Unigenito. È per questo che il mercoledì delle Ceneri, così come il resto della Quaresima, non ha senso di per sé, ma ci riporta all’evento della Risurrezione di Gesù, che noi celebriamo rinnovati interiormente e con la ferma speranza che i nostri corpi saranno trasformati come il suo.
Il rinnovamento pasquale è proclamato per tutta l’umanità dai credenti in Gesù Cristo, che, seguendo l’esempio del divino Maestro, praticano il digiuno dai beni e dalle seduzioni del mondo, che il Maligno ci presenta per farci cadere in tentazione. La riduzione del nutrimento del corpo è un segno eloquente della disponibilità del cristiano all’azione dello Spirito Santo e della nostra solidarietà con coloro che aspettano nella povertà la celebrazione dell’eterno e definitivo banchetto pasquale. Così dunque la rinuncia ad altri piaceri e soddisfazioni legittime completerà il quadro richiesto per il digiuno, trasformando questo periodo di grazia in un annuncio profetico di un nuovo mondo, riconciliato con il Signore.
Martirologio Romano: Giorno delle Ceneri e principio della santissima Quaresima: ecco i giorni della penitenza per la remissione dei peccati e la salvezza delle anime. Ecco il tempo adatto per la salita al monte santo della Pasqua. 

«Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris», ovvero: «Ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai». Queste parole compaiono in Genesi 3,19 allorché Dio, dopo il peccato originale, cacciando Adamo dal giardino dell’Eden lo condanna alla fatica del lavoro e alla morte: «Con il sudore della fronte mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!».
Questa frase veniva recitata il primo giorno di Quaresima, quando il sacerdote segnava la fronte dei fedeli con la cenere. Dopo la riforma liturgica, seguita al Concilio Vaticano II, la frase è stata mutata con la locuzione: «Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15). Tradizionalmente le ceneri rituali si ricavano bruciando i rami d’ulivo benedetti la domenica delle Palme dell’anno precedente.
Per il mercoledì delle ceneri è previsto il digiuno e l’astensione dalle carni, astensione che la Chiesa ha sempre richiesto per tutti i venerdì dell’anno, ma che negli ultimi decenni si limita ai venerdì del periodo quaresimale. Inizia dunque il tempo della penitenza, delle rinunce e del colore viola per la Liturgia Sacra al fine di prepararsi alla Passione e alla Morte del Salvatore, che vinse il peccato e la morte. Difficile per il cattolico contemporaneo vivere seriamente la Quaresima. Mentre per i musulmani si richiede rispetto per il loro Ramadan, per i cattolici non solo non viene dato similare rispetto, ma a molti di essi non viene neppure insegnato il reale significato della Quaresima.
Il Figlio di Dio digiunò, cacciò le tentazioni di Satana e subì la Passione e la Morte esclusivamente per noi. A noi resta il compito di vivere nella grazia di Dio, per sostituire le abitudini viziose, sorte con il peccato originale, con le virtù, che si acquisiscono e si coltivano grazie ai Sacramenti, alla preghiera, alle rinunce, ai fioretti, alle penitenze e alle buone opere. Non ci sono altri sistemi. Tuttavia, mancando la Fede autentica, la Quaresima non è più periodo essenziale per la vita del credente, bensì momento di laica solidarietà, che prende le distanze dalla carità evangelica; essa, infatti, non è più correlata alla Croce e si limita a divenire un mero esercizio sociale.
Insegna Sant’Agostino: «Il cristiano anche negli altri tempi dell’anno deve essere fervoroso nelle preghiere, nei digiuni e nelle elemosine. Tuttavia questo tempo solenne deve stimolare anche coloro che negli altri giorni sono pigri in queste cose. Ma anche quelli che negli altri giorni sono solleciti nel fare queste opere buone, ora le debbono compiere con più fervore. La vita che trascorriamo in questo mondo è il tempo della nostra umiltà ed è simboleggiata da questi giorni nei quali il Cristo Signore, il quale ha sofferto morendo per noi una volta per sempre, sembra che ritorni ogni anno a soffrire. Infatti ciò che è stato fatto una sola volta per sempre, perché la nostra vita si rinnovasse, lo si celebra tutti gli anni per richiamarlo alla memoria. Se pertanto dobbiamo essere umili di cuore con tutta la forza di una pietà assolutamente verace per tutto il tempo di questo nostro pellegrinaggio, durante il quale viviamo in mezzo a tentazioni: quanto più dobbiamo esserlo in questi giorni nei quali non solo, vivendo, stiamo trascorrendo questo tempo della nostra umiltà, ma lo simboleggiamo anche con un’apposita celebrazione? L’umiltà di Cristo ci ha insegnato ad essere umili: nella morte infatti si sottomise ai peccatori; la glorificazione di Cristo glorifica anche noi: con la risurrezione infatti ha preceduto i suoi fedeli. Se noi siamo morti con lui ? dice l’Apostolo ? vivremo pure con lui; se perseveriamo, regneremo anche insieme con lui (2 Tim. 2, 11. 12)» (Sermoni, 206, 1).
Per avere la forza di vivere e sostenere le prove (le croci), senza esserne sopraffatti o, peggio, cercando di scappare da esse trovandone altre e di più pesanti, occorrono pratica e allenamento: il tempo di Quaresima è la miglior palestra per il corpo e per l’anima.

Autore: Cristina Siccardi





L'origine del Mercoledì delle ceneri è da ricercare nell'antica prassi penitenziale. Originariamente il sacramento della penitenza non era celebrato secondo le modalità attuali. Il liturgista Pelagio Visentin sottolinea che l'evoluzione della disciplina penitenziale è triplice: "da una celebrazione pubblica ad una celebrazione privata; da una riconciliazione con la Chiesa, concessa una sola volta, ad una celebrazione frequente del sacramento, intesa come aiuto-rimedio nella vita del penitente; da una espiazione, previa all'assoluzione, prolungata e rigorosa, ad una soddisfazione, successiva all'assoluzione".

La celebrazione delle ceneri nasce a motivo della celebrazione pubblica della penitenza, costituiva infatti il rito che dava inizio al cammino di penitenza dei fedeli che sarebbero stati assolti dai loro peccati la mattina del giovedì santo. Nel tempo il gesto dell'imposizione delle ceneri si estende a tutti i fedeli e la riforma liturgica ha ritenuto opportuno conservare l'importanza di questo segno.

La teologia biblica rivela un duplice significato dell'uso delle ceneri.

1 - Anzitutto sono segno della debole e fragile condizione dell'uomo. Abramo rivolgendosi a Dio dice: "Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere..." (Gen 18,27). Giobbe riconoscendo il limite profondo della propria esistenza, con senso di estrema prostrazione, afferma: "Mi ha gettato nel fango: son diventato polvere e cenere" (Gb 30,19). In tanti altri passi biblici può essere riscontrata questa dimensione precaria dell'uomo simboleggiata dalla cenere (Sap 2,3; Sir 10,9; Sir 17,27).

2 - Ma la cenere è anche il segno esterno di colui che si pente del proprio agire malvagio e decide di compiere un rinnovato cammino verso il Signore. Particolarmente noto è il testo biblico della conversione degli abitanti di Ninive a motivo della predicazione di Giona: "I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere" (Gio 3,5-9). Anche Giuditta invita invita tutto il popolo a fare penitenza affinché Dio intervenga a liberarlo: "Ogni uomo o donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore" (Gdt 4,11).

La semplice ma coinvolgente liturgia del mercoledì delle ceneri conserva questo duplice significato che è esplicitato nelle formule di imposizione: "Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai" e "Convertitevi, e credete al Vangelo". Adrien Nocent sottolinea che l'antica formula (Ricordati che sei polvere...) è strettamente legata al gesto di versare le ceneri, mentre la nuova formula (Convertitevi...) esprime meglio l'aspetto positivo della quaresima che con questa celebrazione ha il suo inizio. Lo stesso liturgista propone una soluzione rituale molto significativa: "Se la cosa non risultasse troppo lunga, si potrebbe unire insieme l'antica e la nuova formula che, congiuntamente, esprimerebbero certo al meglio il significato della celebrazione: "Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai; dunque convertiti e credi al Vangelo".
Il rito dell'imposizione delle ceneri, pur celebrato dopo l'omelia, sostituisce l'atto penitenziale della messa; inoltre può essere compiuto anche senza la messa attraverso questo schema celebrativo: canto di ingresso, colletta, letture proprie, omelia, imposizione delle ceneri, preghiera dei fedeli, benedizione solenne del tempo di quaresima, congedo.
Le ceneri possono essere imposte in tutte le celebrazioni eucaristiche del mercoledì ma sarà opportuno indicare una celebrazione comunitaria "privilegiata" nella quale sia posta ancor più in evidenza la dimensione ecclesiale del cammino di conversione che si sta iniziando.

Autore: Enrico Beraudo

sabato 25 febbraio 2017

IL SABATO È STATO FATTO PER L’UOMO


IL SABATO È STATO FATTO PER L’UOMO

This entry was posted on 8 ottobre, 2010, in Cristianesimo e dintorni. 

«Il sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato»: chi non ricorda quest’incisiva sentenza di Gesù, riportata dal Vangelo di Marco (2,27)?

Di solito, però, se ne sottolinea sempre la conclusione negativa (l’uomo non è stato fatto per il sabato), senza considerare l’enorme importanza della premessa che la sostiene (il sabato è stato fatto per l’uomo). La libertà rivendicata da Gesù nei confronti del sabato, di contro alle posizioni rigoriste imputate ai farisei, viene quindi messa in primo piano, rischiando di farci perdere di vista la natura fondamentalmente “conservatrice” della posizione assunta dal Nazareno
Gesù, per quanto si può ricavare dai testi evangelici, non pensò mai di abolire il sabato. La complessità della sua posizione si può forse intuire partendo da un detto trasmesso all’interno di una variante manoscritta del Codex Bezae, inserita fra i versetti 4 e 6 del capitolo sesto di Luca:
In quello stesso giorno, scorgendo un tale che lavorava di sabato, (Gesù) gli disse: «Uomo, se tu sai quello che fai sei beato; ma se non lo sai, sei maledetto e trasgressore della Legge».
Con queste parole di sapore enigmatico, Gesù sembra quasi indicare che l’osservanza di un precetto (ad es. il precetto del riposo sabbatico) non è da sola sufficiente, per garantirne la corretta esecuzione: occorre che il fedele abbia sempre una piena coscienza del significato degli atti che sta compiendo. Da questo punto di vista, persino la trasgressione di un precetto, qualora ispirata e determinata dal senso profondo di quel precetto, potrebbe risultare come un atto di maggiore fedeltà rispetto a una sua esecuzione pura e semplice.
Come ha osservato Joachim Jeremias, questo parallelismo tra conoscenza e beatitudine ci permette di cogliere «la posizione assunta (da Gesù) nei riguardi del sabato sotto un aspetto del tutto diverso da quello che troviamo nei Vangeli canonici».
A differenza di quanto accade in altre narrazioni evangeliche, qui il principio ispiratore degli atteggiamenti di Gesù nei confronti del sabato emerge in maniera più chiara. Si tratta di un principio che scaturisce innanzitutto dalla volontà di una «genuina santificazione» del riposo sabbatico. Il caso presentato dalla variante è quello di chi, unito nell’intimo della coscienza a Dio, infrange il sabato perché sa quello che fa: «Beato colui che infrange il sabato in questo modo! Ma chi lo infrange per leggerezza o indifferenza è maledetto. Questa è la decisa e impressionante concezione che Gesù aveva della santificazione del riposo festivo» (Jeremias, Gli agrapha di Gesù, tr. it. Paideia, Brescia 1965, p. 87).
Ma quali dovrebbero essere, allora, le caratteristiche di un «sabato» realmente «fatto per l’uomo»? Uno splendida pagina di Pavel Florenskij ci aiuterà a capirlo:
«Il distacco dalle circostanze usuali e dalle abitudini di vita si accompagna a un vivo senso di eccitazione: il nettare dell’inaspettata libertà. Camminare per le vie di una città sconosciuta, ritrovarsi soli in mezzo alla natura, oppure a una guerra o a una festa, se la si intende come una frazione di tempo consacrato, qualitativamente nuovo: tutti questi eventi agiscono in maniera simile, ovvero spezzando le catene delle minute, infinite preoccupazioni quotidiane, lasciando spazio a quelle linee sfrenate grazie alle quali anche la fiacchezza naturalistica della vita si trasforma in arte. È proprio allora che si manifestano le forze più recondite del nostro essere, abitualmente soffocate dalla meschinità; energie troppo significative per l’uggiosa ferialità o, forse, persino invise a quest’ultima. “Vacanza” deriva da vacuum, ossia vuoto, non ingombro; e molto spesso basta scrollarsi di dosso la zavorra delle solite minutaglie quotidiane per liberare ciò che giace sotto, soffocato: la consapevolezza profetica, il senso di un legame radicato con il mondo, una gioia di vivere prossima all’estasi» (Pavel Florenskij, Sul teatro dei burattini degli Efimov [1924], in Stratificazioni. Scritti sull’arte e la tecnica, cur. N. Misler, trad. V. Parisi, Diabasis, Reggio Emilia 2008, pp. 181-194: cit. pp. 188-189).
L’invito al rispetto di un «sabato» fatto per l’uomo è questo: ergiamo degli steccati attorno ai nostri tempi di riposo, difendiamoli a spada tratta, facciamone un’area protetta, rendiamoli esempi di tempo liberato.

venerdì 24 febbraio 2017

BRANO BIBLICO SCELTO - ISAIA 49,14-15


BRANO BIBLICO SCELTO - ISAIA 49,14-15

14 Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato,
 il Signore mi ha dimenticato».
15 Si dimentica forse una donna del suo bambino,
così da non commuoversi per il figlio del suo grembo.
 Anche se vi fosse una donna che si dimenticasse,
 io invece non ti dimenticherò mai.

COMMENTO 

Isaia 49,14-15

Un amore materno indefettibile
La seconda parte del libro di Isaia (Is 40-55), chiamata anche Deuteroisaia, si distacca nettamente dalla precedente in quanto non si situa nel periodo storico in cui è vissuto il profeta ma contiene una serie di oracoli rivolti ai giudei esuli in Mesopotamia per annunziare loro il ritorno nella loro terra. Il libro si apre con il lieto annunzio del ritorno (40,1-11) e termina con un poema sulla parola di Dio (55,1-13). Il corpo del libro contiene una serie di oracoli in cui manca un chiaro sviluppo tematico, ma possono dividersi in due blocchi, quelli composti prima della conquista di Babilonia da parte di Ciro (Is 41,12 - 48,22) e quelli che invece hanno visto la luce dopo questo evento (Is 49,1 - 54,17). Il brano liturgico si situa all’inizio della seconda parte, dopo il secondo carme del Servo di JHWH (49,1-6) e una piccola collezione di oracoli riguardanti il ritorno (49,7-13) ed è seguito da una raccolta di oracoli che hanno come tema la salvezza (49,16-26). Sullo sfondo si coglie il tema dello scoraggiamento, al quale il profeta invita a reagire prospettando un avvenire radioso.
Lo scoraggiamento del popolo appare subito all’inizio del brano liturgico: «Sion ha detto: Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato» (v. 14). Il termine «Sion» indica una località geografica, cioè il monte su cui è costruito il tempio di Gerusalemme, ma al tempo stesso designa la nazione giudaica e i suoi membri. Il contesto del Deuteroisaia porta a supporre che lo scoraggiamento derivi dal prolungarsi dell’esilio babilonese, a causa del quale la terra di Israele è rimasta priva dei suoi abitanti e abbandonata alla desolazione. Questa situazione provoca una crisi di fede circa il rapporto strettissimo che unisce Israele al suo Dio. Il dubbio è che non soltanto Dio abbia castigato il suo popolo permettendo che cadesse sotto il dominio straniero, ma che addirittura la abbia abbandonato a se stesso e si sia dimenticato di lui. Per coloro a cui si rivolge il profeta ciò che fa problema non è tanto la sofferenza dell’esilio ma la lontananza di Dio e la rottura del legame che li unisce a lui.
Alla triste constatazione degli esuli il profeta risponde con una domanda: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?» (v. 15a). È chiaro che si tratta di una domanda retorica. Essa si rifà al fatto che spesso nella Bibbia l’alleanza tra Dio e il suo popolo è rappresentata come un rapporto tra un padre, descritto con tratti chiaramente materni, e il proprio figlio (cfr. Is 54,8; Os 11,8; Ger 31,20; Sal 103,8; Es 34,6-7). Qui invece è la madre stessa che viene presa come esempio del comportamento di Dio. Il suo atteggiamento nei confronti del figlio viene espresso con il verbo «commuoversi» (dalla radice rhm) che rievoca il seno materno, simbolo dell’amore speciale che lega una donna al suo bambino. Può darsi che una madre dimentichi il proprio figlio, ma sarebbe una eventualità fuori dell’ordinario, che non è facilmente immaginabile, e quindi non dovrebbe essere neppure presa in considerazione.
Alla domanda retorica viene data questa risposta: «Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (v. 15b). Anche se nell’ambito umano si può verificare il caso limite di una madre che dimentica il suo figlio, il Signore non dimenticherà mai il suo popolo. Proprio perché dipende da una decisione irrevocabile di JHWH, l’alleanza non può essere rotta, e di conseguenza l’amore che lo ha spinto a scegliere Israele come suo popolo non potrà mai venire meno. Questo amore indefettibile di Dio deve essere la luce che guida Israele nel difficile compito che lo attende, quello cioè del ritorno nella terra promessa e della sua rinascita come comunità che attesta nel mondo l’amore di Dio per tutti.

Linee interpretative
In questi due versetti è contenuta una delle espressioni più belle e significative dell’esperienza religiosa di Israele. L’intuizione che sta alla base del messaggio biblico è quella di un Dio che va alla ricerca di un popolo, lo libera e lo unisce a sé in un rapporto d’amore. Quello che è dipinto in questa visione religiosa non è un Dio che si impone con la sua potenza infinita ed esige un’obbedienza servile alla sua legge, ma un Dio che interviene in forza di un amore tenero e materno. In questa prospettiva anche la sofferenza, presentata spesso come un castigo, si trasforma in una prova il cui scopo è quello di rendere più autentica la risposta del popolo, che non può essere se non quella dell’amore. Solo la fede in un Dio amore rende possibile l’impegno per un mondo migliore, in cui predomini la fraternità e la solidarietà.
Il fatto che l’amore di Dio si concentri su Israele non deve fare dimenticare che il piano divino abbraccia tutta l’umanità. Dio ama un popolo particolare non per fare di esso un privilegiato, ma per renderlo testimone del suo amore per tutti. In questa prospettiva i rapporti di Dio con Israele sono una pedagogia con la quale si vuole mettere in luce una volontà salvifica universale. Dio è veramente tale se riserva a tutti lo stesso amore. Ciò che Israele ha sperimentato nella storia vale in chiave escatologica per tutta l’umanità. Non per nulla proprio al ritorno dall’esilio viene elaborata l’immagine, più usata precedentemente (cfr. Is 2,1-5), del pellegrinaggio escatologico di tutte le nazioni al monte Sion (cfr. Is 60-62). È questo il messaggio che sarà ripreso da Gesù, per il quale l’amore paterno/materno di Dio diventa il lieto annunzio per il quale egli dona tutto se stesso.


26 FEBBRAIO 2017 | 8A DOMENICA - TEMPO ORDINARIO A | LECTIO DIVINA


26 FEBBRAIO 2017 | 8A DOMENICA - TEMPO ORDINARIO A | LECTIO DIVINA

"Guardate gli uccelli del cielo...Osservate i gigli del campo"

Contrariamente a certi sogni utopistici di un nuovo progetto di società in cui molti, soprattutto giovani, hanno creduto, specialmente alla fine degli anni '60, oggi gli uomini sono di nuovo afferrati dalla paura per il loro presente e soprattutto per il futuro. Alla fiducia nelle possibilità quasi infinite dell'uomo di autocostruirsi e di ridurre tutte le ricchezze dell'universo, anche quelle inesplorate, sotto il suo controllo, allo scopo di rendere più sicuro il "suo" regno, è subentrato un senso di sfiducia, addirittura di pessimismo circa la sua stessa sopravvivenza.

Le "paure" dell'uomo
La cosa più tragica, poi, è che è l'uomo stesso la causa della sua paura.
"L'uomo d'oggi sembra essere minacciato da ciò che produce, cioè dal risultato del lavoro delle sue mani e, ancor più, del lavoro del suo intelletto, dalle tendenze della sua volontà... L'uomo, pertanto, vive sempre più nella paura. Egli teme che i suoi prodotti, naturalmente non tutti e non nella maggior parte, ma alcuni e proprio quelli che contengono una speciale porzione della sua genialità e della sua iniziativa, possano essere rivolti in modo radicale contro lui stesso; teme che possano diventare mezzi e strumenti di una inimmaginabile autodistruzione, di fronte alla quale tutti i cataclismi e le catastrofi della storia, che noi conosciamo, sembrano impallidire".1
Così l'uomo, abbandonato alle sole sue forze, sia pure spettacolari, ha paura di se stesso e guarda con diffidenza al proprio avvenire.
Proprio in una situazione del genere acquista rilevanza l'invito della Liturgia ad avere "fiducia", perché l'uomo non è solo lungo il suo cammino: Dio lo previene, l'accompagna e lo segue perché non si smarrisca nelle piste insidiose della storia. L'uomo sarà "più uomo" se si appoggerà meno a se stesso e più a Dio.
Questo messaggio scardina certi modi di pensare che sembrano aver permeato di sé la cultura contemporanea, sia a Occidente che a Oriente; ma è l'unico modo che abbiamo ancora a disposizione per salvare noi stessi e la creazione, fatalmente legata al nostro destino. Se l'uomo non si affida di nuovo a Dio e alla sua Provvidenza, è perduto!

Dio ci ama come una "madre"
Questo messaggio di fiducia e di speranza ci è trasmesso, oltre che dallo stupendo brano di Vangelo, dalla prima lettura, breve ma carica di tenerezza materna (Is 49,14-15).
Il brano è ripreso da un contesto in cui Jahvè promette al popolo di Israele la liberazione dalla schiavitù babilonese. Davanti alla diffidenza di alcuni e alla disperazione di altri, che ritenevano impossibile un tale evento (v. 14), il Profeta ricorda la forza infrangibile dell'amore di Dio, che è più grande dello stesso amore materno.
Infatti, si possono purtroppo verificare gravi eccezioni nell'amore delle madri verso le loro creature: si pensi solo ai mostruosi e frequenti casi di aborto! Dio, però, non tradirà mai il suo amore verso Israele: "Anche se vi fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai" (v. 15).
L'amore di Dio verso il suo popolo (cf Is 54,8) altrove viene paragonato all'amore di un padre verso i suoi figli (Os 11,1-11), o a quello di uno sposo per la sua sposa.2 Il confronto con l'amore "materno" è anche più commovente perché ci riporta a qualcosa di completamente gratuito e che esprime anche il massimo di tenerezza.
È importante poi sottolineare che il quadro ci richiama non a una "provvidenza" generica, ma storica, legata a certe situazioni concrete, da cui Israele sembrava non avere altre vie di scampo che la disperazione o la rassegnazione fatalistica. Eppure Dio interviene e capovolge le più normali previsioni umane: la storia non è mai bloccata in vicoli ciechi, non appena gli uomini lascino spazio a Dio per costruirla insieme a lui.

"Solo in Dio riposa l'anima mia"
Anche il Salmo responsoriale è un grido gioioso di fiducia in Dio, perché a lui soltanto appartengono il "potere" e la "grazia" (Sal 62,12): con il primo egli garantisce l'esito positivo di ogni suo intervento; con la "grazia" ci assicura il suo amore per sempre. Il suo, infatti, non è un amore debole e fragile, ma un amore "potente" (62,2-3.9-12).
Anche qui è importante notare che non è solo a livello personale, ma comunitario e collettivo che dobbiamo aver fiducia in Dio: è il "popolo" d'Israele in quanto tale che è invitato dal Salmista a confidare nel Signore. Proprio perché i destini degli uomini si giocano insieme, è l'umanità in quanto tale che deve riscoprire la sua dipendenza da Dio: senza di lui la storia è condannata al fallimento!
È quanto chiediamo nella Colletta: "Concedi, o Signore, che il corso degli eventi nel mondo si svolga secondo la tua volontà, nella giustizia e nella pace, e la tua Chiesa si dedichi con serena fiducia al tuo servizio". Con la sua serena fiducia in Dio, la Chiesa è un segno di speranza per tutti gli uomini.
Tutto è "Provvidenza"
Nel brano di Vangelo Gesù approfondisce il senso di fiducia in Dio e lo cala nella realtà di ogni giorno con immagini fresche e piene di poesia.
Non è necessario che vengano i grandi momenti della storia per affidarsi a Dio e sfuggire così alla disperazione o alla paura che ci soffoca: giorno per giorno dobbiamo costruire la nostra fiducia nella Provvidenza, proprio perché essa è presente in ogni momento della nostra vita.
Non è forse dono del suo amore l'aria che respiriamo, il sole che ci illumina e ci scalda, l'acqua che zampilla dalle viscere della terra per dissetarci, l'erba che cresce nei campi per nutrirci, la legge della gravitazione universale per cui rimaniamo attaccati alla piccola parte di superficie terrestre che ci sorregge senza essere scaraventati nell'immenso spazio cosmico che ci disintegrerebbe? Se il nostro cuore batte regolarmente e il nostro sangue circola nell'organismo, dilatando e conservando la nostra energia vitale, non è forse perché la Provvidenza vigila ad ogni attimo sopra di noi?
Sono cose molto semplici, a cui forse non pensiamo neppure, proprio perché le riteniamo scontate. Eppure la Provvidenza è tutto questo e noi viviamo in questo immenso respiro di amore, che tiene in piedi l'universo intero.
Proprio a queste cose semplici ci richiama il brano evangelico odierno: Gesù ci aiuta a guardare con occhio limpido tutta la creazione, per cogliervi i segni e la espressione dell'amore del Padre e avere così fiducia per il domani.

"Nessuno può servire a due padroni"
Gli occhi limpidi, però, li possiamo avere a condizione di non appoggiarci agli "idoli" costruiti dalle nostre mani, che poi diventano i nostri tiranni e "padroni". Si pensi alla tirannia del denaro, che inganna l'uomo proprio perché gli dà un senso di falsa sicurezza: con il denaro si pensa di poter ottenere tutto; ci dà quasi un senso di onnipotenza. Lo stesso si dica del potere, del prestigio sociale, della cultura, della scienza, del fascino della bellezza, del piacere, del sesso, ecc.
Perciò Gesù incomincia subito con lo spazzare via le false sicurezze, che soffocano ed emarginano la fiducia nella Provvidenza: "Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro; non potere servire a Dio e a mammona" (v. 24).
"Esiste un'impossibilità concreta di servizio a due padroni. Indubbiamente si suppone una totalità di dedizione. Si potrebbe pensare allo schiavo: non può appartenere che a un solo padrone, essendo tutto suo. Infatti la cura degli interessi dell'uno è inconciliabile con la cura degli affari dell'altro. Avvicinarsi al primo vuol dire allontanarsi dal secondo, aderire a quello equivale a distaccarsi da questo. Ciò vale di Dio e del denaro. Le esigenze divine contrastano con quelle della ricchezza. Servire Dio vuol dire fare la sua volontà, cioè obbedire al suo comandamento di amare concretamente il prossimo. Servire il denaro, invece, significa chiudersi egoisticamente al bisogno del fratello e accumulare ricchezze per se stessi.
Implicito appare l'invito a scegliere con decisione il servizio di Dio, cioè la libertà dall'asservimento egoistico al denaro. L'idolo va frantumato, amando fattivamente gli altri, donando perciò ai bisognosi".3
"Non affannatevi di quello che mangerete o berrete"
Liberati dalle false sicurezze, costruite con le nostre stesse mani, potremo abbandonarci fiduciosamente, come fanciulli, nelle mani del Padre celeste, che non ci farà mancare nulla di quello che ci serve per vivere nella serenità e nella gioia. Gesù porta qui due esempi, ripresi dalla esperienza quotidiana, per rafforzare quello che viene dicendo: l'esempio degli uccelli dell'aria (vv. 26-27) e quello dei gigli4 del campo (vv. 28-30). Se Dio pensa a delle creature così piccole e quasi insignificanti, non provvederà del necessario i suoi figli? Come si vede, sono due argomenti a fortiori molto efficaci.
Gesù non fa l'apologia della pigrizia o della imprevidenza, quasi che il credente sia invitato a disertare gli impegni del lavoro quotidiano: condanna soltanto la "preoccupazione" e l'affanno per le cose materiali, quasi che queste fossero le più importanti nella vita e l'uomo bastasse da solo a garantire il proprio futuro. In tal modo Dio viene completamente emarginato dalla coscienza dell'uomo, che si sente arbitro del suo destino. Proprio perché si appoggia esclusivamente a se stesso, egli perde la dimensione della "fede". Perciò Gesù ci chiama "gente di poca fede" (v. 30).
D'altra parte, il non aver più fede in Dio porta a una effettiva "paura" e preoccupazione per il domani. L'invito a "non affannarsi" viene ripetuto in questo brano per ben quattro volte (vv. 25.28.31.34): il termine greco corrisponde (merimnáo) significa appunto "essere ansiosi" e anche "fare sforzi affannosi".
La mancanza di fede genera, dunque, l'affanno; l'affanno poi avvelena e intristisce la vita, che viene così a ricadere tutta sulle fragili spalle dell'uomo, il quale, oltre tutto, non può prolungarla di un'"ora sola" (v. 27), né proteggerla, pur con tutte le cure mediche, da un male inguaribile che ci potesse eventualmente colpire.
A che serve allora tutto il nostro "affannarci" per assicurarci il domani, quando questo appartiene solo a Dio? "Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena" (v. 34). Non è forse più saggio vivere serenamente la "pena" dell'oggi, senza aggravarla con la "pena" del domani?

"Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia"
Come conclusione di questo accorato invito a riscoprire il senso della Provvidenza, che ci avvolge e ci si rivela ad ogni momento, Gesù propone ai suoi discepoli una regola di condotta che riepiloga tutto il Vangelo e riequilibra tutte le dimensioni e i valori della vita: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (v. 33).
C'è dunque una gerarchia tra le cose. Prima di tutto viene "il regno di Dio", che sta a designare la "sovranità" di Dio nella nostra vita: "sovranità", che in concreto si manifesta nell'accettare e nel fare sempre la sua "volontà". Questo significa in Matteo (cf 5,10-20; 6,1; ecc.) il termine "giustizia" (dikaios´yne), e non un mero rapporto di dare e avere. Al secondo posto vengono "tutte le altre cose", cioè i beni materiali, necessari per vivere nella serenità, giorno per giorno. Gesù ci assicura che essi non ci mancheranno, se però "cercheremo" prima i beni celesti.
Ecco una prospettiva di fede, capace di risolvere anche i problemi della fame, o del sottosviluppo, o della cattiva distribuzione delle ricchezze. Se i cristiani prendessero sul serio queste parole del Vangelo, come pur sarebbe loro dovere, non scomparirebbe forse la empia "fame" dell'oro, che porta individui e nazioni ad ammassare ricchezze per il domani, riducendo in povertà e miseria tanti altri?
Una maggiore "fiducia" nella Provvidenza insegnerebbe ad essere più giusti verso i fratelli e ci libererebbe dalle angosce per il nostro futuro, che è minacciato, oltre tutto quello che abbiamo detto all'inizio, anche dalla "collera dei poveri" (Paolo VI) e dalle tensioni che l'ingiusto accumulo delle ricchezze provoca nel mondo.
Il "non preoccuparsi per il domani" significa vivere bene "l'oggi"; ma il vivere bene "l'oggi" significa credere che Dio pensa a noi più di quello che noi potremmo pensare a noi stessi. È così che tutti potremo vincere le nostre "paure" e riacquistare fiducia nell'avvenire e in una società più giusta: solo la fede rende possibile quella "utopia" che gli sforzi umani, anche i più giganteschi, non riusciranno mai a realizzare.

"Ognuno ci consideri come ministri di Cristo"
Al di là dei meri calcoli umani, ad affidarsi unicamente a Dio esorta anche la seconda lettura, ripresa da san Paolo. Ai cristiani di Corinto, che parteggiavano chi per Paolo, chi per Apollo, chi per Cefa (cf 1 Cor 1,12), egli ricorda che tutto questo è sbagliato, perché ognuno di loro è portatore di un messaggio e di un "ministero" non "proprio", ma derivato da Dio, datogli come "in economia": "Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio" (1 Cor 4,1).
Perciò è a lui soltanto che devono rendere conto i suoi "ministri", al di là di quello che i Corinzi molto approssimativamente possono presumere di valutare: "A me poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso... Il mio giudice è il Signore! Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore..." (4,3-5).
Tutto è Provvidenza, anche all'interno del "servizio" ecclesiale. Perché non ringraziare allora Dio per tutti i "doni" che egli concede alla sua Chiesa, evitando meschine divisioni, rivalità, contrapposizioni? Anche nella Chiesa quello che importa è "cercare prima di tutto il regno di Dio". Il resto ci sarà certamente "dato in aggiunta" (Mt 6,33).

Da: CIPRIANI Settimio, 

giovedì 23 febbraio 2017

23 FEBBRAIO - SAN POLICARPO VESCOVO E MARTIRE


23 FEBBRAIO - SAN POLICARPO VESCOVO E MARTIRE

Smirne (attuale Turchia), anno 69 - 23 febbraio 155

Nato a Smirne nell'anno 69 «fu dagli Apostoli stessi posto vescovo per l'Asia nella Chiesa di Smirne». Così scrive di lui Ireneo, suo discepolo e vescovo di Lione in Gallia. Policarpo viene messo a capo dei cristiani del luogo verso il 100. Nel 107 è testimone del passaggio per Smirne di Ignazio, vescovo di Antiochia, che va sotto scorta a Roma dove subirà il martirio. Policarpo lo ospita e più tardi Ignazio gli scriverà una lettera divenuta poi famosa. Nel 154 Policarpo va a Roma per discutere con papa Aniceto sulla data della Pasqua. Dopo il suo ritorno a Smirne scoppia una persecuzione. L'anziano vescovo (ha 86 anni) viene portato nello stadio, perché il governatore romano Quadrato lo condanni. Policarpo rifiuta di difendersi davanti al governatore, che vuole risparmiarlo, e alla folla, dichiarandosi cristiano. Verrà ucciso con la spada. Sono circa le due del pomeriggio del 23 febbraio 155. (Avvenire)

Etimologia: Policarpo = che dà molti frutti, dal greco

Emblema: Bastone pastorale, Palma
Martirologio Romano: Memoria di san Policarpo, vescovo e martire, che è venerato come discepolo del beato apostolo Giovanni e ultimo testimone dell’epoca apostolica; sotto gli imperatori Marco Antonino e Lucio Aurelio Commodo, a Smirne in Asia, nell’odierna Turchia, nell’anfiteatro al cospetto del proconsole e di tutto il popolo, quasi nonagenario, fu dato al rogo, mentre rendeva grazie a Dio Padre per averlo ritenuto degno di essere annoverato tra i martiri e di prendere parte al calice di Cristo.   

E’ stato istruito nella fede da "molti che avevano visto il Signore", e "fu dagli Apostoli stessi posto vescovo per l’Asia nella Chiesa di Smirne". Così scrive di lui Ireneo, suo discepolo e vescovo di Lione in Gallia. Policarpo, nato da una famiglia benestante di Smirne, viene messo a capo dei cristiani del luogo verso l’anno 100. Nel 107 è testimone di un evento straordinario: il passaggio per Smirne di Ignazio, vescovo di Antiochia, che va sotto scorta a Roma dove subirà il martirio, decretato in una persecuzione locale. Policarpo lo ospita durante la sosta, e più tardi Ignazio gli scrive una lettera che tutte le generazioni cristiane conosceranno, lodandolo come buon pastore e combattente per la causa di Cristo.
Nel 154 Policarpo dall’Asia Minore va a Roma in tutta tranquillità, per discutere con papa Aniceto (di origine probabilmente siriana) sulla data della Pasqua. E da Lione un altro figlio dell’Asia Minore, Ireneo, li esorta a non rompere la pace fra i cristiani su questo problema. Roma celebra la Pasqua sempre di domenica, e gli orientali sempre il 14 del mese ebraico di Nisan, in qualunque giorno della settimana cada. Aniceto e Policarpo non riescono a mettersi d’accordo, ma trattano e si separano in amicizia.
Periodi di piena tranquillità per i cristiani sono a volte interrotti da persecuzioni anticristiane, per lo più di carattere locale. Come quella che appunto scoppia a Smirne, dopo il ritorno di Policarpo da Roma, regnando l’imperatore Antonino Pio. Undici cristiani sono già stati uccisi nello stadio quando un gruppo di facinorosi vi porta anche il vecchio vescovo (ha 86 anni), perché il governatore romano Quadrato lo condanni. Quadrato vuole invece risparmiarlo e gli chiede di dichiararsi non cristiano, fingendo di non conoscerlo. Ma Policarpo gli risponde tranquillo: "Tu fingi di ignorare chi io sia. Ebbene, ascolta francamente: io sono cristiano". Rifiuta poi di difendersi di fronte alla folla, e si arrampica da solo sulla catasta pronta per il rogo. Non vuole che lo leghino. Verrà poi ucciso con la spada. E’ il 23 febbraio 155, verso le due del pomeriggio. Lo sappiamo dal Martyrium Polycarpi, scritto da un testimone oculare in quello stesso anno. E’ la prima opera cristiana dedicata unicamente al racconto del supplizio di un martire. E anzi è la prima a chiamare “martire” (testimone) chi muore per la fede.
Tra le lettere di Policarpo alle comunità cristiane vicine alla sua, si conserverà quella indirizzata ai Filippesi, in cui il vescovo ricorda la Passione di Cristo: "Egli sofferse per noi, affinché noi vivessimo in Lui. Dobbiamo quindi imitare la sua pazienza... Egli ci ha lasciato un modello nella sua persona". Policarpo quella pazienza l’ha imitata. Ed ha accolto e realizzato pure l’esortazione di Ignazio, che nella sua lettera prima del martirio gli scriveva: "Sta’ saldo come incudine sotto i colpi".

mercoledì 22 febbraio 2017

IL CONCETTO DI «PERSONA» SECONDO LA CHIESA


IL CONCETTO DI «PERSONA» SECONDO LA CHIESA

 risponde il teologo

Il concetto di persona è fondamentale nel pensiero della Chiesa. Credevo però che fosse un concetto ormai acquisito e accettato anche dalla scienza e dalla cultura «laica». Secondo le dichiarazioni di un medico, che ho letto in questi giorni sui giornali, evidentemente non è così: il neonato, il malato, l'anziano non sono persone perché non hanno coscienza e volontà. Mi farebbe piacere sapere cosa intende esattamente la Chiesa per «persona», e se questo può essere un concetto valido universalmente e non solo per i cristiani.
Angelo Lupi

Risponde padre Athos  Turchi, docente di Filosofia

La questione sollevata dal lettore è spinosissima. Sapere che cosa definisce esattamente la persona è un rebus millenario, ne sanno qualcosa i teologi di tutti i tempi. Intanto eliminiamo dal campo quanto riguarda la persona divina come attributo della Trinità, e le persone spirituali che gli angeli stessi sono, e limitiamoci agli uomini. S. Tommaso seguendo Boezio la definisce: rationalis naturae individua substantia (S.th. I,29,1,1ob): un individualissimo essere razionale (un uomo). E all'obiezione -appunto - che dice non darsi definizioni del singolare, S.Tommaso la giustifica come una definizione dello stato di singolarità? La difficoltà della questione, come si capisce, ci obbliga a considerazioni di fatto più che di principio.
Persona umana la indichiamo in un qualsiasi individuo umano, così non facciamo differenza nel dire: Pietro, o questo uomo o questa persona. Il problema sta nel capire che cosa vogliamo significare in Pietro coll'attributo di persona: posso dire Pietro è alto, e subito capisco che si riferisce alla quantità, Pietro è giusto a una sua qualità, e così via, ma quando affermo: Pietro è persona, che dico? Qui entra in ballo la definizione stessa dell'uomo che da sempre è detto: animale razionale. Ma anche qui, con animale razionale che s'intende?
Il concetto classico, al quale fa appello la Chiesa, intende un soggetto formato dall'anima e dal corpo in unione tra loro sostanziale. Tale sostanza è un qualcosa di stabile e assoluto al punto che la sua stessa vita o esistenza terrena, che ne deriva, è quasi «accidentale» rispetto al valore che l'uomo è nella sua qualità di sostanza-razionale conferitagli dall'anima. Ne è prova il pentimento: il buon ladrone in un minuto si è liberato di tutta la sua esistenza passata, presentandosi nuovo di fronte a Dio. Ora con persona la Chiesa vuol indicare quella dignità dell'essere umano che le conferisce la presenza dell'anima, imago Dei. E in forza dell'anima l'individuo umano ha valore assoluto, unico, irripetibile. Tutte cose, queste, che l'antichità fuori del Cristianesimo neppure aveva pensato.
La persona nell'uomo indica la sua soggettività, autodeterminazione all'esistenza, l'unicità del suo ruolo nel mondo e nella comunità umana, e da qui il suo diritto (si noti: diritto che nessuno gli dà, non viene a lui da fuori, ma è una sua peculiarità e una prerogativa del suo esser persona) alla vita, al pensare e al vivere secondo coscienza ecc. Tutte queste «qualità» strutturano l'individuo umano nella sua costituzione, sono attributi della sua essenza, e come tali lo seguono dal concepimento alla morte (e dopo). La persona dunque indica la dignità unica della natura umana che è in ogni individuo.
Il concetto di uomo che è venuto a maturarsi nella filosofia moderna, al di fuori dell'influsso religioso, è di tutt'altro pensiero. L'uomo non è una sostanza, non è una natura stabile che come dice Sartre precede l'esistenza, ma al contrario è un epifenomeno dell'essere, è un evento del flusso della natura, una manifestazione dell'essere. Non c'è un Pietro (essere umano) che sceglie e vive la sua vita; ma Pietro è la conseguenza di una evoluzione di un ente che in ragione di dove vive, di cosa sceglie e di come si relaziona con gli altri mostra di essere un uomo, Pietro, appunto. Questa visione possiamo esemplificarla con parole scientifiche.
L'uomo come una cosa tra le altre è chiamato «homo» e fa parte dei primati, sarebbe come una razza delle scimmie. L' homo sapiens è indicato quel primate che è propriamente uomo ma ancora non pienamente cosciente. L'homo sapiens sapiens è l'uomo in senso esatto del termine dove è presente la coscienza di esserlo. Bene! Quando nasce un bambino è «solo» un homo sapiens, infatti manca in lui la responsabilità, la coscienza, il per sé. Soltanto quando dimostra di avere coscienza e responsabilità esistenziale, che è capacità di piena autodeterminazione, allora diventa ed è considerato homo sapiens sapiens:  questa è la persona.
Per cui il concetto di persona - in certa cultura laica - è legato alla capacità dell'uomo di dimostrare la coscienza e la responsabilità del suo agire come uomo. Si capisce di conseguenza che nel concetto di persona non ci rientrano né i feti, né i bambini, né portatori di handicap, né i vecchi, né i malati né quanti dimostrano di non essere autosufficienti in toto, capaci di determinare da se stessi il senso della loro vita. L'uomo in questa linea è dunque identificato con la sua coscienza, con il «per sé» come lo chiama Sartre, e la coscienza non è una «natura» ma un'attività, un'operatività, che è sempre rivolta verso altro che non è essa stessa. La persona si identifica perciò con questa attività coscienziale, che se non c'è, non c'è persona.
Questi due modi d'intendere la persona, il primo come qualità dell'uomo, il secondo come l'attività che fa l'uomo, sono antitetici e dilaniano il nostro vivere sociale.

LA CULTURA DEI MURI DRITTI, DI LUIGINO BRUNI


LA CULTURA DEI MURI DRITTI, DI LUIGINO BRUNI          

 Riprendiamo da Avvenire dell'1/4/2012 un articolo scritto da Luigino Bruni. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (8/4/2012)
Di lavoro si discute molto, ma ci si sofferma troppo, se non esclusivamente, sui suoi aggettivi: precario, dipendente, autonomo, nero, eccetera. Mentre è elusa la domanda decisiva: che cosa è il lavoro? Eppure senza tentare di rispondere a questa domanda si resta solo sulla superficie del 'fatto tutto umano' del lavoro, terminando così il discorso proprio sull’uscio dei suoi luoghi più rilevanti. 
Innanzitutto, dovremmo ricordarci che il lavoro è sempre attività spirituale, perché prima e dietro una qualsiasi attività lavorativa, da una lezione universitaria alla pulizia di un bagno, c’è un atto intenzionale di libertà, che è ciò che fa la differenza tra un lavoro ben fatto e un lavoro fatto male. Ed è quindi attività umana altissima in ogni contesto nel quale si compie.
Persino, e paradossalmente, in un lager, come ricordava Primo Levi in una sua memoria molto nota: «Ma ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del 'lavoro ben fatto' è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i nazisti, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale».
Sono proprio la 'dignità professionale' e il 'bisogno del lavoro ben fatto' che si stanno progressivamente e inesorabilmente allontanando dall’orizzonte della nostra civiltà, che era stata invece fondata eminentemente su quei pilastri. L’etica delle virtù, che ha dato vita nei secoli anche all’etica delle professioni e dei mestieri, si basava su una regola aurea, una vera e propria pietra angolare dell’intera fabbrica civile: la prima motivazione del lavoro ben fatto si trova nella dignità professionale stessa.
La risposta alla ipotetica domanda: «Perché questo tavolo o questa visita medica vanno fatti bene?» era, in una tale cultura, tutta interna, intrinseca, a quel lavoro e a quella determinata comunità o pratica professionale. La necessaria e importante ricompensa, monetaria o di altro tipo, che si riceveva in contraccambio di quella opera, non era – e qui sta il punto – la motivazione del lavoro ben fatto, ma era solo una dimensione, certamente importante e co-essenziale, che si poneva su di un altro piano: era, in un certo senso, un premio o un riconoscimento che quel lavoro era stato fatto bene, non il suo 'perché'.
La cultura economica capitalistica dominante, e la sua teoria economica, sta operando su questo fronte una rivoluzione silenziosa, ma di portata epocale: il denaro diventa il principale o unico 'perché', la motivazione dell’impegno nel lavoro, della sua qualità e quantità. Tutta la teoria economica del personale, che si basa esattamente su questa ipotesi antropologica, sta producendo lavoratori sempre più simili alla teoria.
È questa la cultura dell’incentivo, che si sta estendendo anche ad ambiti tradizionalmente non economici, come la sanità e la scuola, dove è divenuto normale pensare, e agire di conseguenza, che un maestro o un medico diventano buoni (eccellenti), solo se e solo in quanto adeguatamente remunerati e/o controllati. Peccato che una tale antropologia, parsimoniosa e quindi errata, sta producendo il triste risultato di riavvicinare sempre più il lavoro umano alla servitù se non alla schiavitù antica, perché chi paga non compra solo le prestazioni, ma anche le motivazioni delle persone e quindi la loro libertà. E dopo oltre un secolo e mezzo in cui abbiamo combattuto battaglie epocali di civiltà per la difesa dei diritti dei lavoratori dalla loro mercificazione e asservimento, oggi restiamo silenti e inermi di fronte al capitalismo contemporaneo che nel silenzio ideologico sta riducendo veramente il lavoro a merce, e non solo quello degli operai ma anche dei manager, sempre più proprietà delle imprese che li pagano, e li comprano.
Il disagio del mondo del lavoro è anche il frutto del dilagare incontrastato di questa anti-cultura del lavoro, che non vedendo il 'bisogno del lavoro ben fatto' come la vocazione più radicale presente nelle persone, tratta i lavoratori come moderni animali domabili con bastone (sanzione-controllo) e carota (incentivo).
E se trasformiamo così i lavoratori, non dobbiamo poi stupirci se le imprese si ritrovano persone pigre, opportuniste e (o perché?) infelici. Il capitalismo, a causa degli 'occhiali antropologici' sbagliati che ha purtroppo inforcato, non capisce che quell’animale simbolico che chiamiamo homo sapiens ha bisogno di molto di più del denaro per dare il meglio di sé al lavoro, ha pensato di poterlo 'addestrare' (parola oggi di nuovo troppo usata da manager e ministri) e controllare, senza ancora riuscirci del tutto.
Grazie a Dio. C’è, allora, un urgente bisogno di una nuova-antica cultura del lavoro, che, senza guardare nostalgicamente indietro guardi politicamente avanti, torni a scommettere sulle straordinarie risorse morali presenti in tutti i lavoratori, che si chiamano libertà e dignità, che non possono essere comprate, ma solo donate dal lavoratore. Risorse morali che bisogna valorizzare e alle quali bisogna saper educare, con la parola (anche quella che transita per le leggi) e con l’esempio.
Senza questa nuova-antica cultura del lavoro, continueremo a discutere di articolo 18 e dintorni, ma resteremo troppo distanti dalle officine, dalle fabbriche, dagli uffici, che ancora vanno avanti perché, in barba alla teoria economica, tanti continuano a lavorare e a tirar su 'muri dritti' prima di tutto per dignità professionale, anche quando non dovrebbero farlo sulla base degli incentivi monetari. Fino a quando resisteranno?

martedì 21 febbraio 2017

CHRIST IN GETHSEMANE

LE PERSONE CHE GESÙ INCONTRA


LE PERSONE CHE GESÙ INCONTRA 

(Maurizio Gronchi - Germano Scaglioni)

Editoriale

Il proposito di dedicare un fascicolo della rivista a Gesù Cristo, Signore delle relazioni nasce dalla semplice intuizione della fede che considera la persona di Gesù sotto il profilo dei diversi legami che si vengono a stabilire con lui. Al lemma relazione, tra le varie accezioni, il dizionario fa corrispondere una definizione di questo tipo: «Connessione o corrispondenza che intercorre, in modo essenziale o accidentale, tra due o più enti; con riferimento a persone o a gruppi, come rapporto, legame o vincolo reciproco». Si tratta, dunque, di tentare una ricognizione fenomenologica del ventaglio di relazioni che videro coinvolte con Gesù le persone del suo tempo e coloro che oggi continuano a confidare nella sua presenza attraverso la fede. Tra le relazioni è quella tra Gesù e la sua chiesa che ne sigilla con certezza la permanenza indissolubile, nel cui seno i credenti sono generati, custoditi e accompagnati lungo i sentieri della storia.
La prospettiva che caratterizza l’indagine è la signoria di Gesù, il suo essere Signore crocifisso, risorto e vivente, cui – oggi come in ogni tempo – si volge lo sguardo del credente, nella speranza di incrociare quegli occhi che scrutano con amore le profondità del cuore umano, con ardente desiderio di offrire salvezza, di donare gioia, di rinnovare la vita. Come ha affermato papa Francesco in occasione del recente Convegno nazionale della chiesa italiana:
È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo. Facciamoci inquietare sempre dalla sua domanda: «Voi, chi dite che io sia? (Mt 16,15)»[1].
Da come si risponde a questo interrogativo derivano conseguenze esistenziali, come la sequela, l’indifferenza, l’opposizione. I Vangeli ci danno ampia prova di queste variazioni. Come in ogni relazione tra persone avviene una reciproca esposizione: sia chi domanda sia chi risponde rivela in certo modo se stesso, si consegna all’altro, si scopre; accettando di incontrare il volto dell’altro ognuno manifesta il proprio. Nei giorni della sua vita terrena, Gesù ha fatto questa esperienza di reciprocità incontrando volti, toccando cuori, accostando corpi. Dentro la reciprocità si affaccia la rivelazione: nell’incontro con l’uomo Gesù si svela il Figlio di Dio agli occhi della fede.
Questa esperienza è possibile anche per noi oggi? Possiamo davvero entrare in relazione con Gesù in modo simile a quello di coloro che lo hanno incontrato duemila anni fa?
Una via per approfondire la relazione credente con Gesù consiste nel riprendere alcune tracce evangeliche e storiche che la tradizione ci ha consegnato, nella prospettiva della contemporaneità. Pertanto, l’intento dei contributi del fascicolo è di introdurre il lettore a ciò che sant’Ignazio di Loyola definisce come la composizione di luogo:
Qui è da notare che nella contemplazione o meditazione visiva, come sarebbe contemplare Cristo che è visibile, la composizione consisterà nel vedere con la vista dell’immaginazione il luogo materiale dove sta la cosa che voglio contemplare. Dico il luogo materiale come sarebbe un tempio o un monte dove si trova (secondo ciò che voglio contemplare) Gesù Cristo o la Madonna[2].
Si tratta dunque di ripercorrere alcuni luoghi in cui Gesù si manifesta come Signore delle relazioni, in modo da percepirne l’attualità, per coglierne la provocazione e recepire lo stimolo ad avanzare nella sua sequela come discepoli.
Il primo contributo del fascicolo su Le relazioni personali di Gesù, ai margini della Third Quest, di Carlo Bazzi, prende in esame alcuni autori (M.J. Borg, H. Moxnes, A. Destro, M. Pesce) che delineano una visione ricca della persona umana e delle sue relazioni intorno a Gesù. Queste quattro facce dell’uomo evangelico possono allargare orizzonte e esistenza all’uomo contemporaneo a una dimensione.
L’intento del contributo di Massimo Nardello su Cristo, Signore e servo della relazione è quello di mettere in evidenza come la natura divina di Gesù e il suo singolare rapporto con il Padre non rappresentino affatto degli ostacoli al suo rapporto con le persone, ma al contrario siano la condizione della sua originale e unica capacità di amarle.
Nell’articolo di Mario Bracci su Gesù, colui che nello Spirito si è detto Figlio e ci ha dato il Padre suo è la relazione come mistero di vita divina trinitaria a essere presa in considerazione: il Figlio la rivela come reciprocità che vive nel dono libero che il Padre fa di sé in lui per lo Spirito, e come dono che Gesù nello Spirito liberamente fa di sé al Padre e agli uomini.
Il saggio di Paolo Mascilongo, La relazione tra Gesù e i Dodici. Un’indagine di narrativa biblica, studia la relazione tra Gesù e i Dodici, avvalendosi degli strumenti dell’analisi narrativa. In particolare, l’articolo si concentra sul Vangelo di Marco, alla ricerca delle principali caratteristiche della trama e della caratterizzazione del personaggio dei Dodici.
Le relazioni tra Gesù e le donne nella tradizione evangelica, prese in esame da Annalisa Guida, sono caratterizzate da autenticità, rispetto, promozione, misericordia. Le donne sono incontrate, liberate, esaudite, guarite, riportate alla vita, inviate e responsabilizzate. La portata innovatrice e liberatrice dell’atteggiamento di Gesù verso di loro non trova eguali né nel giudaismo coevo né nel cristianesimo primitivo (e successivo).
Nel quadro de La relazione di Gesù con i poveri e i ricchi, offerto dal saggio di Enzo Galli, emerge con chiarezza la sua predilezione per gli emarginati, per coloro che agli occhi degli uomini contano poco o niente, i più vulnerabili, ai quali Gesù mostra la particolare premura di Dio attraverso due fondamentali atteggiamenti: la compassione e la libertà.
L’articolo di Amaury Begasse de Dahem indaga La relazione salvifica universale di Gesù Cristo. Iniziata nella creazione ordinata all’uomo, dispiegata nella storia delle alleanze, mediante l’elezione di uno per i molti, la salvezza storico-cosmica, universale e singolare, è una visitazione trasfigurante e un incontro liberante. Voluta dal Padre, realizzata in Gesù Cristo, “universale concreto” e nel suo corpo ecclesiale, comunicata dallo Spirito, la comunione salvifica al mistero pasquale è inclusivamente offerta alla libertà di ogni uomo, in modo da poter “sperare per tutti”.
Paolo Trianni illustra La comprensione odierna di Cristo nella relazione con le religioni, mostrando come, a partire dal Concilio Ecumenico Vaticano II, oggi è possibile impostare una cristologia aperta, dialogica e improntata all’interculturalità. Al suo interno, infatti, è nata una teologia delle religioni che presenta la figura di Gesù in termini universali. La comprensione attuale di Cristo è legata – e non può non legarsi – alla sfida rappresentata dalle religioni non cristiane.
Nel saggio conclusivo, Laura Capantini, affronta Il momento dell’incontro. L’intersoggettività come categoria interpretativa della spiritualità di Cristo e dei cristiani. Le più recenti ricerche in ambito di neuroscienze e psicologia dello sviluppo rivelano che l’intersoggettività costituisce una dimensione fondamentale e ineludibile per lo sviluppo della mente e della coscienza dell’essere umano. L’autrice propone di considerarla come una categoria interpretativa utile a gettare luce sul peculiare percorso di formazione della coscienza e della spiritualità di Gesù e come elemento caratterizzante il momento dell’incontro con Cristo per le donne e gli uomini di ogni tempo.
Nella Documentazione, curata da Pierluigi Sguazzardo, viene esposta La cristologia della Parola in Verbum Domini, 12-13, attraverso il concetto di Verbum abbreviatum. Con questa espressione, i padri della chiesa hanno inteso mostrare come Gesù Cristo sia la Parola breve, cioè Colui che, mediante l’Incarnazione, ha reso visibile e definitivamente comprensibile ciò che prima era sparso e ancora oscuro nella molteplicità delle precedenti Scritture.
L’Invito alla lettura, a cura di Pierluigi Sguazzardo, presenta un ottimo repertorio bibliografico di cristologia, ripartito tra il problema del metodo, i manuali, alcune proposte sistematiche e altri studi.

Maurizio Gronchi
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Con questo fascicolo, «CredereOggi» inaugura la «quarta serie» della sua storia ormai più che trentennale e si presenta ai lettori con una nuova veste grafica, risultato di un accurato lavoro di restyling. Nuova copertina con nuovi colori, pagina più ariosa e leggibile per assicurare alla nostra rivista un «movimento» grafico complessivo che indichi apertura verso il nuovo, ma in continuità con lo stile sobrio e «pulito» di sempre.
La proposta del nuovo aspetto grafico, tuttavia, guarda oltre la mera cifra estetica: è una vera e propria scommessa sul nostro futuro. Nelle tormentate condizioni attuali dell’editoria religiosa, «CredereOggi» va in controtendenza e rilancia. L’avvio di una nuova fase significa anzitutto fiducia nella «missione» della rivista e della sua specificità nel panorama teologico ed ecclesiale italiano e, al tempo stesso, un rinnovato impegno nei confronti dei lettori, ai quali si intende offrire un servizio sempre più qualificato e autorevole.
Ringraziamo l’editrice, la redazione e tutti coloro che hanno favorito, incoraggiato e reso possibile la realizzazione del nuovo progetto grafico, ma il ringraziamento più grande è – ancora una volta – per i lettori che hanno accompagnato fedelmente il cammino di «CredereOggi» in questi anni. Confidiamo che il loro sostegno non venga meno, particolarmente attraverso la sottoscrizione dell’abbonamento e l’aiuto per la sua diffusione.
Buona lettura.

Germano Scaglioni
direttore

[1] Francesco, Discorso ai rappresentanti del V Convegno nazionale della chiesa italiana (Firenze, 10 novembre 2015).
[2] Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, 47, b-c, Paoline, Cinisello B. (MI) 1978, 82-83.