sabato 4 febbraio 2017

05 FEBBRAIO 2017 | 5A DOMENICA - TEMPO ORDINARIO A | LECTIO DIVINA


05 FEBBRAIO 2017 | 5A DOMENICA - TEMPO ORDINARIO A | LECTIO DIVINA

"Voi siete il sale della terra e la luce del mondo"

"Voi siete... la luce del mondo"
Come nella precedente terza Domenica del tempo ordinario, anche in questa predomina il tema della "luce". Con un capovolgimento, però, molto ardito di significato: mentre là la "luce" era Cristo, che incominciava la sua predicazione nelle regioni "immerse nelle tenebre" dell'errore (cf Mt 4,12-16), qui "luce del mondo" diventano i suoi discepoli.
Non si tratta soltanto di un richiamo a un senso altissimo di responsabilità davanti al "mondo", come vedremo subito, ma anche di una profonda intuizione ecclesiologica: i discepoli di Cristo sono un po' come il suo "riflesso", il prolungamento della sua identità fra gli uomini. Tutto questo, ovviamente, esigerà da loro un forte impegno di coerenza e di coraggio.

"Voi siete il sale della terra"
L'odierno brano di Vangelo segue immediatamente le Beatitudini e fa parte, con esse, del più ampio "discorso della Montagna".
Anche se non ci è possibile ricostruire la situazione "vitale" precisa in cui Gesù pronunciò queste parole, dato che gli altri Sinottici le scompongono fra di loro e le collocano in contesti diversi,1 è significativo che Matteo le aggiunga direttamente alle Beatitudini. Ciò vuol dire che, per lui, solo il cristiano in quanto è "povero in spirito", "mite", "misericordioso", "operatore di pace", ecc., può diventare "luce del mondo". La vita di tutti quelli che Gesù chiama "beati" si muta così in "splendore della nuova realtà" (J. Dupont), cioè del "regno di Dio" che ha già fatto irruzione nei loro cuori. I cristiani non annunciano solo la luce, ma "si dimostrano" luce!
Come si vede, le immagini per definire la natura del cristiano sono due: quella del "sale" e quella della "luce", anche se è la seconda che domina il quadro.
Non è facile vedere il rapporto fra le due immagini, che, in realtà, gli altri Sinottici riportano isolatamente, come abbiamo sopra notato. Significando però più normalmente la "sapienza", il "sale" era assai ben indicato ad esprimere l'atteggiamento di intelligenza "critica" con cui il cristiano deve comprendere e attuare la sua missione nel mondo. Ad esempio, sarebbe un palese gesto di "stoltezza" quello di accendere una lucerna "per metterla sotto il moggio" (Mt 5,15)! In tal modo le due immagini già dicono un certo rapporto fra di loro.
Ma forse, più che nella rassomiglianza esterna, il rapporto è da ricercare nella funzione, diciamo così, di "relazionalità" che sia il sale che la luce includono in sé. Il sale non serve per se stesso: non si mangia il sale! Serve invece per dar sapore ai cibi, per preservarli dalla corruzione, per fertilizzare la terra; ci si serviva del sale anche per pattuire certe alleanze. Tutto questo deve aver inteso Gesù quando ha detto ai suoi discepoli: "Voi siete il sale della terra" (v. 13), dove il termine "terra", raffrontato al seguente "mondo" (v. 14), certamente significa l'universo intero, cioè tutti gli uomini.
Come essere "sale" per tutti gli uomini? È qui il problema. Però, se noi cristiani riuscissimo anche semplicemente a far amare a ciascuno la vita propria e quella degli altri nelle manifestazioni di ogni giorno, nell'umiltà e ferialità degli infiniti gesti che si ripetono sempre, senza andare a cercare gesti spettacolari o atteggiamenti strani, non daremmo forse un "sapore" nuovo alle cose? Un cristiano che semina gioia, serenità e contentezza anche nel dolore, profumo di bontà e di comprensione, adempie già alla sua funzione di "sale della terra", anche senza dire grandi parole. Egli farà così rinascere il "gusto" e il "desiderio" delle cose semplici e "genuine", come proviamo tutti davanti agli infiniti cibi sofisticati che ci vengono ammanniti quotidianamente.
Proprio perché il sale non serve per se stesso ma per dare sapore, diventa inutile qualora si rendesse "insipido": "A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini" (v. 13). Non sembra, però, che il sale naturale possa diventare "insipido". Quello che non avviene nel campo della natura, può invece drammaticamente verificarsi per i cristiani, se non mantengono intatta la loro forza di insaporimento e di contagio salvifico che deriva loro dal Vangelo.

"Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio"
Molto più comprensibile e traducibile anche in atteggiamenti concreti è l'immagine della "luce", che è resa ancora più trasparente dalle due piccole parabole che la completano: la parabola della città posta "sul monte", che non può essere nascosta (molto probabilmente si ispira a Is 2,2-3), e quella della "lucerna" che non si accende "per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa" (v. 15).
Anche qui l'accento è posto sulla funzione "relazionale" della luce: essa non è data, né è stata fatta per far festa soltanto a se stessa! La luce serve per riempire le pupille degli uomini e degli animali, che non possono svolgere la loro vita se non vedendosi fra di loro e misurando i giusti rapporti con gli oggetti, valutando distanze, vicinanze, contorni, proporzioni, colori, sentieri, ecc.
Anche la luce, per compiere la sua funzione, ha solo bisogno di essere se stessa; se non la si imprigiona o non si nasconde "sotto il moggio", sarà visibile a tutti, comunicando a tutti vita, gioia, libertà di movimenti e di azione. Come per legge fisica la luce deve risplendere e dilatarsi raggiungendo velocità e distanze fantastiche (si pensi agli anni luce!) così il vero discepolo di Cristo non può non risplendere davanti al mondo. Tutti sono costretti a posare i loro sguardi sulla "città collocata sopra un monte" (v. 14): Dio ha dato ai cristiani un posto "che non è lecito loro di abbandonare".2
La conclusione del brano evangelico ci dice anche quale testimonianza di luce dobbiamo dare al mondo: "Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre che è nei cieli" (v. 16). Si tratta dunque della testimonianza delle "opere", più che dell'annunzio stesso del Vangelo.
Ed è chiaro da tutto il contesto che qui le "opere" sono quelle che derivano dallo spirito delle Beatitudini, come già abbiamo accennato: le opere della "povertà", della "mitezza", della "misericordia", della "purezza del cuore", della "pace", della serenità nelle "persecuzioni", ecc. Davanti a queste "opere" il mondo non può non riconoscere che vengono da Dio: lui soltanto, infatti, può dare la luce e la forza di compiere azioni che non rientrano per niente negli schemi della "saggezza" umana. Per questo tutta la "gloria" deve risalire al "Padre che è nei cieli" (v. 16).
In questi versetti è esaltata la missione della Chiesa nel mondo: l'essere "sale" e l'essere "luce" è per gli altri, abbiamo detto. È solo mettendosi "a servizio del mondo", aiutandolo a scoprire la presenza di Dio nella propria intensità di vita e nella testimonianza del proprio amore, che la Chiesa potrà riflettere sul suo "volto" la "luce" stessa di Cristo ed essere riconosciuta come "universale sacramento di salvezza".3

"Spezza il tuo pane con l'affamato"
Alla testimonianza delle "opere" richiama molto energicamente anche la prima lettura, ripresa da un capitolo di Isaia in cui il Profeta, reagendo contro un certo "ritualismo" cultuale che faceva consistere tutta la religione in digiuni, cerimonie, penitenze, ecc., contrappone il primato dell'amore.
"Non è piuttosto questo il digiuno che io voglio? ...Spezza il tuo pane con l'affamato, / introduci in casa i miseri, senza tetto, / vesti chi è ignudo / senza distogliere gli occhi dalla tua gente. / Allora la tua luce sorgerà come l'aurora, / la tua ferita si rimarginerà presto. / Davanti a te camminerà la tua giustizia, / la gloria del Signore ti seguirà... / Se toglierai di mezzo a te l'oppressione, / il puntare il dito e il parlare empio, / se offrirai il pane all'affamato, / se sazierai chi è digiuno, / allora brillerà fra le tenebre la tua luce, / la tua oscurità sarà come il meriggio" (Is 58,6-10).
Il brano propone alcune delle classiche "opere di misericordia", così spesso richiamate da papa Giovanni XXIII. Anche qui ricorre per ben due volte l'immagine della "luce": "Allora la tua luce sorgerà come l'aurora... Allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua oscurità sarà come il meriggio" (vv. 8.10). C'è, tuttavia, un crescendo nello sviluppo dell'immagine: prima è la luce al suo sorgere, poi la luce sfolgorante del pieno meriggio.
La luce però nasce dalle opere dell'amore: "Se toglierai di mezzo a te l'oppressione... allora brillerà fra le tenebre la tua luce". L'amore ha bisogno di essere dimostrato, non proclamato a parole: quando c'è, esso esplode, si afferma, è accettato, convince, diventa una fiamma che scalda e illumina tutti e testimonia che Dio opera in quelli che amano. Perciò è scritto che "la gloria del Signore ti seguirà" (v. 8).La nostra Chiesa forse è diventata troppo la Chiesa del culto, della pietà ritualistica, dei Sacramenti, cioè la Chiesa per se stessa, dimenticando di essere soprattutto la "Chiesa dell'amore", cioè la Chiesa per gli altri, "per il mondo", come del resto è stata nei tempi più belli della sua storia. È questa vocazione che oggi soprattutto essa va riscoprendo nelle infinite occasioni di servizio che il mondo, più che reclamare, supplica da lei. Allora anche per la Chiesa "brillerà fra le tenebre la sua luce, la sua oscurità sarà come il meriggio" (v. 10).

"Io ritenni di non sapere altro se non Cristo crocifisso"
Del resto, basta che essa rifletta sulla "centralità" del messaggio, che da sempre annuncia agli uomini, per riscoprire la sua vocazione all'amore. È ciò che Paolo ricordava ai cristiani di Corinto, che cercavano una specie d'autocompiacimento in certi "doni", o "carismi", che davano loro una sorta di ebbrezza spirituale e persino di fanatismo: "Io, fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola e di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso" (1 Cor 2,1-2).

Ma "Cristo crocifisso" è l'annuncio dell'amore offerto gratuitamente a tutti, della salvezza per il mondo. È da questo gesto di "debolezza" e di impotenza che è esplosa la più grande "luce" che la Chiesa ha il compito di testimoniare, con la forza dello Spirito (cf 1 Cor 2,4), a tutte le generazioni.

Da: CIPRIANI Settimio,

Nessun commento:

Posta un commento

se mi scrivete mi fate piacere