venerdì 31 marzo 2017

02 APRILE 2017 | 5A DOMENICA DI QUARESIMA A | LECTIO DIVINA


02 APRILE 2017 | 5A DOMENICA DI QUARESIMA A | LECTIO DIVINA

"Io sono la resurrezione e la vita" "Allora gridò a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori!"
C'è stata una progressione nel "rivelarsi" di Gesù in queste ultime Domeniche di Quaresima, se le ripercorriamo alla luce di certi episodi particolarmente significativi e "simbolizzanti" del Vangelo di Giovanni: egli è "l'acqua" che disseta il nostro bisogno di felicità e d'infinito (l'incontro con la Samaritana); egli è la "luce" che rischiara le nostre tenebre (la guarigione del cieco nato). Oggi ci viene presentato come Colui che possiede la "vita" e dà la "vita", in un gesto concreto di potenza e di esplosione delle forze che sono in lui: la risurrezione di Lazzaro.
Tutto questo, ovviamente, viene inteso e presentato dalla Liturgia quaresimale come un modello di trasformazione interiore per cui anche noi, sospinti dalla grazia del Signore, siamo invitati a muoverci verso la sorgente dell'"acqua" e della "luce" che è Cristo, per ricevere da lui la "pienezza" della vita (cf Gv 10,10).
Come si vede, i vari "simboli" si unificano in Cristo e trovano la loro massima espressione in quello della "vita", ciò che noi tutti più desideriamo, perché facciamo quotidianamente l'esperienza della sua fragilità e della sua fugacità. Anche il Salmista pregava Dio gridandogli: "In te è la sorgente della vita, alla tua luce noi vediamo la luce" (Sal 36,10).
La Quaresima non può chiudersi in se stessa: essa marcia prepotentemente, sia pure attraverso molteplici esperienze di morte e di "mortificazione" (per riprendere il linguaggio paolino: Rm 8,13, ecc.), verso il luminoso traguardo della "risurrezione" pasquale.

"Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe"
In realtà tutta la Liturgia di questa domenica è centrata sulla celebrazione della "vita": non però della vita allo stato puro, direi, ma della vita che nasce, o rinasce, da una esperienza di morte, e perciò è anche più bramata e sognata. È come riacquistare la salute dopo essere stati ammalati: tutto sembra più bello, più saporoso, più nuovo, più entusiasmante e gioioso! Si apprezza sempre di più ciò che ci è costato rischio o fatica.
La prima lettura ci riporta solo la parte conclusiva della grande visione delle "ossa aride" di Ezechiele (37,1-14). Esse stanno a rappresentare la situazione degli Ebrei deportati in esilio a Babilonia e il "disseccarsi" ormai della loro speranza di un prossimo ritorno in patria: "Figlio dell'uomo, queste ossa sono tutta la gente d'Israele. Ecco, essi vanno dicendo: Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti" (Ez 37,11).
È a questo punto che si inserisce il tratto liturgico odierno, in cui il Profeta preannuncia la restaurazione d'Israele, dopo le sofferenze dell'esilio, e il prossimo ritorno nella terra dei padri. E tutto questo viene detto con un'immagine grandiosa, piena di fascino e di commozione: è come se si scoperchiasse la "tomba" di un immenso esercito di morti!
"Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d'Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L'ho detto e lo farò" (Ez 37,12-14). Il rendere la vita ai "morti" è come compiere un gesto di creazione, che è proprio soltanto di Dio. Ecco perché si dice: "Riconoscerete che io sono il Signore" (v. 13). Ed ecco anche perché si fa appello alla potenza dello "spirito", che qui è soprattutto lo "spirito" della vita che anima e vivifica tutta la creazione (cf Gn 1,2; 2,7): "Tu mandi il tuo spirito e sono creati, rinnovi la faccia della terra" (Sal 104,30).
Pur trattandosi della restaurazione "collettiva" d'Israele, è chiaro che questa immagine così potente ed evocatrice orienta, in qualche maniera, anche al concetto della risurrezione "personale",1 che troverà l'espressione più clamorosa nella risurrezione di Cristo, di cui quella di Lazzaro è un segno anticipatore. In ogni modo, è evidente anche qui che la restaurazione d'Israele sarà prima di tutto un fatto "spirituale". Perciò nel capitolo immediatamente precedente il Profeta aveva preannunciato da parte di Dio: "Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne" (Ez 36,26). Nella prospettiva biblica la vita e la morte sono soprattutto eventi dello spirito.

Dio "che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali"
È quanto ci ricorda anche san Paolo nel breve tratto ripreso dalla Lettera ai Romani, in cui esorta i cristiani a "vivere" non secondo la carne ma secondo lo Spirito. Proprio per la forza che lo Spirito ha di congiungerci a Dio, che è la sorgente di ogni vita, ci riscatta dalla morte, anche da quella che fatalmente travolgerà il nostro corpo: "Se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi" (Rm 8,10-11).
Abbiamo qui, in un certo senso, la realizzazione della profezia di Ezechiele (37,14): "Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete". Però la cosa nuova e interessante è che già fin da ora lo "Spirito di Dio", che è nello stesso tempo "lo Spirito di Cristo" (Rm 8,9), "abita in noi", alimentando la nostra vita spirituale. Proprio per questa ricchezza di vita che egli produce in noi, lentamente lo Spirito riduce lo spazio della morte, preparando così il terreno alla stessa nostra risurrezione "corporale".
Per i cristiani, perciò, il problema è quello di "vivere" nella "potenza" dello Spirito, lasciandosi da lui "guidare" (Rm 8,14): è l'unico modo per vincere la morte, "meritando" e anticipando così la nostra stessa "risurrezione" finale.

"Signore, il tuo amico è malato"
Tutto questo è detto, in una forma anche più convincente perché testimoniata da un fatto clamoroso, dal miracolo della risurrezione di Lazzaro, riferitoci dal solo san Giovanni (11,1-45). Data la lunghezza del brano, che però si svolge in una forma molto piana, dovremo accontentarci di alcune annotazioni fondamentali.
E la prima è la seguente: la tenerezza dei rapporti di Gesù con Lazzaro e la sua famiglia. Infatti le due sorelle mandano ad avvisare Gesù della malattia del fratello con queste parole: "Signore, ecco, il tuo amico (letteralmente, "colui che tu ami") è malato" (v. 3). Annunziando la morte di Lazzaro ai suoi Apostoli, Gesù dirà: "Il nostro amico Lazzaro si è addormentato; ma io vado a svegliarlo" (v. 21). Davanti poi alla tomba del morto Gesù si turberà fino al punto di scoppiare in lacrime, tanto che molti commentarono: "Vedi come lo amava!" (vv. 33-36). San Giovanni, per conto proprio, osserva: "Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro" (v. 5).
Questa intensità di affetti sembra contrastare con l'apparente disinteresse iniziale di Gesù verso il caso penoso, fattogli annunziare dalle due sorelle.
Infatti non ha nessuna fretta di andare a Betania, come annota intenzionalmente il testo: "Quand'ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava" (v. 6). Quando poi arriverà a Betania, sono già quattro giorni che Lazzaro è stato posto nel sepolcro (v. 17). Se prima si poteva fare qualcosa, adesso non c'è proprio più nulla da fare, sembrano pensare le stesse sorelle, pur così fiduciose in Gesù: "Signore, se tu fossi stato qui, nostro fratello non sarebbe morto!" (vv. 21.32). E quando egli preannuncia che Lazzaro risusciterà, Marta non nega questo, ma rimanda tutto alla risurrezione finale: "So che risusciterà nell'ultimo giorno" (v. 24). Anche molti dei presenti rimproverano a Gesù il suo ritardo: "Costui che ha aperto gli occhi al cieco nato, non poteva far sì che questi non morisse?" (v. 37).
Come spiegare questo atteggiamento, apparentemente antitetico, di Cristo? C'è indubbiamente una finalità letteraria dell'Evangelista, che si dimostra abilissimo nel creare situazioni di forte tensione psicologica e di attesa del prodigioso.

"Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio"

Ma al di là di questo c'è anche una precisa intenzione teologica, che consiste nella "sdrammatizzazione" della morte. Gesù non s'affanna, non si precipita al letto dell'amico, quasi si sentisse anche lui prigioniero della "paura" della morte (cf Eb 2,15). Pur sentendone il dramma, l'orrore anche fisico per lo smacco che essa rappresenta nell'ordine della creazione, fino a "piangere" di tristezza e di dolore, egli sa e vuol dimostrare che ormai anche la morte può essere vinta. Perciò subito all'inizio, quando riceve la notizia della malattia mortale dell'amico, commenta: "Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato" (v. 4).
E Gesù sarà "glorificato", indubbiamente, dal miracolo che compirà richiamando a vita Lazzaro. È quanto egli ribadisce a Marta, che rimane incerta quando Gesù ordina di rimuovere la "pietra" dalla tomba e si affretta a dirgli che "già manda cattivo odore" (v. 39): "Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?" (v. 40).
Ma egli sarà soprattutto "glorificato" dalla sua propria morte, che verrà accelerata e provocata, almeno più immediatamente, proprio dal miracolo della risurrezione di Lazzaro, come ci dirà subito dopo l'Evangelista: "Che facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione" (vv. 47-48). Ma proprio dalla sua morte, che sarà coronata dalla risurrezione, Gesù riceverà il massimo della "gloria", secondo tutta la tematica teologica del quarto Vangelo.
Cosicché è evidente che nella intenzione di Giovanni il miracolo della risurrezione di Lazzaro non solo vuol dimostrare che Gesù ha potere sulla morte, ma vuole in un certo senso anche prefigurare e anticipare la storia della sua imminente passione, morte e risurrezione. Lazzaro diventa così come il "tipo" o, meglio, la "profezia" della risurrezione di Cristo.

"Io sono la risurrezione e la vita"
Alla luce di queste considerazioni possiamo comprendere anche meglio la densità delle solenni affermazioni di Gesù, in risposta alle richieste di Marta, e che rappresentano il punto culminante di tutto il racconto: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno" (vv. 25-26).
Gesù è la "risurrezione" non soltanto perché risuscita Lazzaro, ma soprattutto perché risusciterà se stesso e diventerà così fonte di risurrezione per tutti. Ed è "risurrezione" perché è "la vita", cioè la sorgente da cui scaturisce l'esistenza di ogni essere creato, e non soltanto degli uomini.
È chiaro che tutto questo è possibile solo a condizione di "credere" che egli viene da Dio, l'autore di ogni "vita". È per questo che egli pone a Marta la domanda, che è la chiave di volta di tutto il miracolo e anche del "significato" che esso porta con sé: ""Credi tu questo?". Gli rispose: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo"" (vv. 26-27). Cosicché questa richiesta di fede, che sembra quasi estranea alla logica del testo, in realtà ne rappresenta l'elemento risolutore ed illuminante.
Proprio la "fede" fa sì che la "risurrezione" sia già presente e operante in ogni vero discepolo di Cristo, senza dover attendere l'ultimo giorno, come pensava anche Marta (v. 23): "Chi crede in me, anche se muore, vivrà". E questo perché la vicenda del cristiano ripete la vicenda stessa di Cristo, che è ormai l'eterno Risorto.
Richiamare la risurrezione, però, significa richiamare anche il suo contrario, cioè la morte. Pur nella certezza della vittoria, che celebreremo nella Pasqua ormai imminente, non è male che anche noi come Cristo piangiamo la morte, nostra e degli altri: quella fisica, ma soprattutto quella spirituale. È il senso amaro e forte, nello stesso tempo, della Quaresima che vuole educarci alla speranza, senza nasconderci però la precarietà e anche le difficoltà e sofferenze del nostro vivere quotidiano.

Da: CIPRIANI Settimio, 

domenica 19 marzo 2017

giovedì 16 marzo 2017

La Samaritana

19 MARZO 2017 | 3A DOMENICA DI QUARESIMA A | LECTIO DIVINA


19 MARZO 2017 | 3A DOMENICA DI QUARESIMA A | LECTIO DIVINA

"Adorare Dio in spirito e verità" "Arriva una donna di Samaria ad attingere acqua "

Nella Liturgia di questa Domenica predomina il tema dell'"acqua", con accezioni e significati diversi, che però contribuiscono a dare contenuto teologico più denso al "mistero" quaresimale.
L'antifona di inizio ci rimanda a un noto passo di Ezechiele, in cui l'acqua compare come dono "messianico" che, insieme allo Spirito, monderà gli uomini dai loro peccati: "Quando manifesterò in voi la mia santità... vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati da tutte le vostre sozzure e vi darò uno spirito nuovo" (Ez 36,23.25-26).
Nella prima lettura si fa riferimento al miracolo dell'acqua scaturita dalla roccia, quando Israele "mormorò" contro Mosè perché moriva di sete nel deserto (Es 17,3-7).
Qui l'acqua è considerata come elemento essenziale di vita: le si contrappone il deserto come luogo di aridità e di essiccazione di ogni fonte di vitalità. Senza l'acqua si muore! "Perché ci hai fatti uscire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?" (Es 17,3). Pur nella disperazione, il popolo si ribella alla fatalità della morte e chiede a Dio il miracolo: saper chiedere da bere è segno che si desidera sopravvivere! È l'unico aspetto positivo in questa triste storia delle innumerevoli infedeltà di Israele nel deserto. All'acqua, con sottile allusione, rimanda anche il testo di Paolo che ci parla della "speranza" sempre viva nel cuore del cristiano, in forza dello Spirito che "ha riversato" nei nostri cuori "l'amore di Dio" e lo alimenta e rinfresca sempre da capo (Rm 5,5).
E poi c'è il meraviglioso brano evangelico dell'incontro di Gesù con la Samaritana. Si svolge tutto all'insegna dell'acqua, con sviluppi di "simbolismo" spirituale che aprono a orizzonti infinitamente più vasti, in cui Cristo e Dio stesso diventano la "sorgente" di vita che alimenta e inonda la terra. Con un rovesciamento di posizioni, però: non è l'uomo assetato che va alla ricerca di Dio, ma è Dio che ha "sete" dell'uomo e domanda di essere da lui accettato, come ha fatto Gesù con la Samaritana.

"Le disse Gesù: "Dammi da bere!""
L'episodio della Samaritana è uno dei tratti tipici in cui il quarto Evangelista sviluppa alcune delle tematiche che gli sono proprie e che in genere consistono nell'approfondimento del mistero "cristologico".
Esso comprende sostanzialmente due grandi dialoghi (prima con la Samaritana e poi con i discepoli: 4,7-26 e 31-38), inquadrati da alcuni versetti narrativi. I dialoghi, poi, si sviluppano secondo uno schema letterario ben noto in Giovanni: il progressivo rivelarsi di Gesù, che però non è compreso dagli uomini, i quali lo provocano così a manifestarsi nella sua vera identità. Al termine scatta la decisione dell'uomo davanti alla "luce" che gli viene da Dio: ed è sempre una decisione che cambia il cuore dell'uomo, gli fa mutare progetti di vita e gli fa assumere atteggiamenti totalmente diversi da quelli precedenti. È il dono della "conversione", mediante la quale Dio, rivelatosi in Cristo, diventa come lo "spirito" nuovo che guida i credenti.
Non potendo analizzare a fondo il bellissimo e lunghissimo brano ci limiteremo ad alcune osservazioni fondamentali.
Prima di tutto il mistero della "sete" di Gesù, che è anche una sete fisica, ma non solo quella. "In quel tempo Gesù giunse ad una città della Samaria chiamata Sicar... qui c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arriva intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: "Dammi da bere"" (Gv 4,5-7).
Intorno ai pozzi e alle sorgenti, nell'Antico Testamento, si sono svolti non pochi episodi determinanti nella vita dei Petrarchi,1 di Mosè2 e dello stesso popolo eletto durante l'Esodo.3 E se ne capisce il perché, data la preziosità e la rarità dell'acqua. Ponendosi a sedere "presso il pozzo", direi che Gesù riassume tutta quella storia passata e ne indica anche lo sbocco, perché in fin dei conti, come vedremo subito, l'acqua "vera" è lui.
Però in quel momento egli stesso ha davvero sete: siamo "verso mezzogiorno", lui è "stanco del viaggio" sotto il sole cocente della Palestina e, per di più, c'è una donna che proprio in quel momento viene ad "attingere" acqua con la sua ampia brocca. Di qui la sua spontanea e garbata richiesta: "Dammi da bere" (v. 7).

"Se tu conoscessi il dono di Dio"
Soltanto davanti alla meraviglia della donna, sorpresa perché un Giudeo le chiedesse da bere (v. 9), le rivela che la persona veramente bisognosa d'acqua fresca, in quel momento, era proprio lei.
Qui le parti si invertono, e il discorso volge all'allegorico: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice "Dammi da bere", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva" (v. 10). La donna però non capisce o, meglio, tenta di ridurre il "dono" immenso di Dio in Cristo a qualcosa di molto banale e utilitaristico: "Signore, dammi di questa acqua perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua" (v. 15). I desideri della creatura umana sono sempre meschini e tentano di rinchiudere l'infinito nella pozzanghera angusta e paludosa del proprio cuore.
Gesù cerca allora di sospingere la donna, ormai incuriosita, più in alto, prima aprendole le porte dell'infinito e poi scoprendole gli abissi della sua miseria morale: "Chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna... Hai detto bene "Non ho marito"; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito: in questo hai detto il vero" (vv. 14.17-18). C'è sempre qualche ostacolo all'ingresso di Dio nel cuore dell'uomo: la difficoltà non nasce dalla grandezza dei suoi doni, ma dalla resistenza sottile e avviluppante del male che si sente minacciato dalla "rischiarante" presenza della "verità" e dell'"amore".
Perché, in ultima analisi, questo vuol significare l'immagine dell'acqua viva che "zampilla per la vita eterna" (v. 14).
Per un verso, infatti, essa allude a Cristo in quanto si rivela come il Figlio di Dio che ci dà la "vita": "Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10,10). Per un altro verso, l'acqua allude anche al "dono" dello Spirito, che Cristo riverserà abbondantemente su di noi al momento della sua dipartita, come Colui che dovrà portare a compimento la sua stessa opera di salvezza: "Nell'ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: "Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me. Come dice la Scrittura, fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno". Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato glorificato" (Gv 7,37-39).
Con il dono dello Spirito i credenti hanno ormai la possibilità di essere "introdotti" in tutta la "pienezza" della verità e dell'amore, in un dinamismo e in una crescita continua che non hanno limiti se non nella piccolezza del nostro cuore.

"I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità"
Dal simbolismo dell'acqua il discorso si spinge anche più in profondità, sempre però in chiave "cristologica": Cristo non è soltanto "l'acqua" che disseta e dà vita, ma anche il "luogo" del nuovo incontro con Dio, il Profeta degli ultimi tempi che non solo Israele ma anche i Samaritani aspettavano.
Ed è ancora la donna che provoca Gesù a ulteriori rivelazioni quando, vistasi scoperta persino nei risvolti più segreti della sua vita, per distrarre l'attenzione su di sé intavola una discussione sul luogo del vero culto da dare a Dio: "I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte4 e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare" (v. 20). Accanto agli altri, era questo uno dei motivi che contrapponevano Samaritani e Giudei (cf v. 9).
A questo punto Gesù fa la sua affermazione più solenne, in cui culmina tutto il movimentato dialogo con la donna: "Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità" (vv. 21-24).
Non si tratta di cambiare "luogo" per adorare in maniera giusta il Signore! Il problema è molto più grosso, ed è che ormai il "culto" stesso è cambiato di contenuto e di significato. Dio non è più il Dio "lontano", che gli uomini devono cercare di avvicinare e di propiziare con i loro sacrifici e le loro preghiere; egli ormai in Cristo si è fatto "vicino" a ognuno di noi e ci cerca addirittura, come sta facendo con la Samaritana, donandoci il suo Spirito e la sua parola di verità. L'espressione "in spirito e verità", infatti, non significa tanto un culto interiore e spirituale in contrapposizione a uno puramente materiale ed esteriore, come era il più delle volte il culto dell'Antico Testamento, quanto un culto animato e prodotto dallo "Spirito di Dio" che abita in noi e trasforma la nostra vita alla luce della "verità" rivelataci da Cristo.
Un culto totalmente "nuovo", dunque, che incomincia proprio adesso, in "questo momento" in cui Gesù si rivela alla donna.
Il che significa che è proprio lui il motivo di questa "novità", di questa capacità che gli uomini hanno di incontrare Dio in maniera diversa: infatti, è solo accettando lui che ormai gli uomini possono incontrare Dio. Il culto nuovo passa dunque per lui; anzi è lui stesso il "nuovo culto". "Così il tema posto dalla donna al v. 20 non viene tralasciato. La risposta di Gesù tratta sempre del luogo del vero culto, del vero tempio. Ma, ora, Gesù è il nostro tempio, che sostituisce da questo momento il santuario del monte Garizim e quello di Gerusalemme".5

"Egli è veramente il Salvatore del mondo"
A questo punto la rivelazione è completa. Alla donna che rimanda al futuro Messia dei Samaritani la rivelazione o la conferma delle cose dettele da quello strano Giudeo, Gesù risponde: "Sono io che ti parlo" (v. 26). Essa allora, piena di gioia e di stupore, corre in città a dire a tutti: "Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse lui il Messia? Uscirono allora dalla città e andarono da lui" (vv. 29-30).
È evidente in tutto questo brano l'interesse universalistico di Giovanni: anche se rimane vero che "la salvezza viene dai Giudei" (v. 22), come afferma in maniera solenne Gesù, essa abbraccia tutti, a incominciare da quelli che sono più vicini ai Giudei, cioè i Samaritani. È la confessione di fede di questi ultimi, infatti, che lo proclamerà in maniera esplicita: "Noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il Salvatore del mondo" (v. 42).

"Guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura"
Un'ultima parola vorremmo dire sul più breve dialogo con Gesù dei discepoli al loro ritorno dalla città, dove erano andati per cercare il cibo per sé e per il Maestro. Anch'essi non afferrano le sue parole, un po' come la Samaritana: il mistero è arduo anche per chi già crede! Al loro invito a mangiare, rivolto al Maestro, Gesù risponde rifiutando: "Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete" (v. 32). Tanto che essi pensano che qualche altro gli abbia portato da mangiare (v. 33).
Gesù allora si sforza di far capire il senso recondito delle sue parole: "Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e di compiere la sua opera. Non dite voi: Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché ne goda insieme chi semina e chi miete. Qui infatti si realizza il detto: Uno semina e uno miete. Io vi ho mandato a mietere ciò che voi non avete lavorato; altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro" (vv. 34-38).
Dalla immagine dell'acqua a quella del "cibo": sono tutti e due elementi vitali. Il mondo della fede trova il suo punto di innesto nelle nostre esperienze di ogni giorno, che non hanno mai una spiegazione sufficiente in se stesse. Anche il nostro mangiare trascende se stesso!
Ma a noi interessa qui cogliere il rapporto di Cristo con la "volontà" del Padre che "lo ha mandato" e con l'"opera" che gli resta da compiere (v. 34). Qual è questa "opera"? Da tutto il contesto risulta essere la "missione", a cui egli invia i suoi Apostoli e il cui successo in mezzo ai Samaritani è come una anticipazione prefigurativa: "Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura" (v. 35).
C'è dunque un desiderio fremente di essere salvati, talvolta allo stato inconscio, mescolato forse con altri fermenti che sono soltanto di rabbia, di rivolta, o di disperazione. Come risponde la Chiesa a queste "attese" della "povera gente", siano essi giovani frustrati o delusi, poveri sfruttati o emarginati, malati messi da parte o dimenticati, intellettuali disorientati o smarriti pur nella loro presunzione, gaudenti ormai nauseati della loro stessa sazietà e della loro ricchezza? È proprio vero che il mondo è sordo al messaggio di Cristo, oppure siamo noi cristiani sordi al grido di aiuto che ci viene da chi ha fame e sete di amore e di verità?
L'episodio della Samaritana sta a dirci che nel cuore della gente apparentemente più lontana o più disperata c'è ancora un desiderio di salvezza e un filo di speranza. La Quaresima dovrebbe renderci non solo più cristiani ma anche più "missionari"! Il che, poi, è la stessa cosa.

Da: CIPRIANI Settimio,

giovedì 9 marzo 2017

Trasfigurazione del Signore

12 MARZO 2017 | 2A DOMENICA DI QUARESIMA A | LECTIO DIVINA


12 MARZO 2017 | 2A DOMENICA DI QUARESIMA A | LECTIO DIVINA

"E Gesù fu trasfigurato davanti a loro"
La seconda Domenica di Quaresima di ognuno dei tre cicli liturgici ci presenta la scena della Trasfigurazione secondo il racconto di uno dei tre Vangeli sinottici. Come mai questa scena di fulgore e di esultanza messianica proprio all'inizio del periodo quaresimale austero e meditativo, invitante più a pensieri di ravvedimento e di penitenza che non di giubilo festoso e perfino incontrollato, come capitò a Pietro in quella occasione?
Credo che la risposta l'abbiamo nel bellissimo "prefazio" proposto per la Liturgia odierna: Cristo "dopo aver dato ai discepoli l'annunzio della sua morte, sul santo monte manifestò la sua gloria e, chiamando a testimone la legge e i profeti, indicò agli Apostoli che solo attraverso la passione possiamo giungere con lui al trionfo della risurrezione".
È dunque una ragione di carattere "pedagogico" quella che spinge la Chiesa a proporci oggi il racconto della Trasfigurazione: essa vuol farci capire il senso della Quaresima attraverso il suo sbocco finale, che è quello della "gloria" della Risurrezione, che condivideremo anche noi con Cristo nelle festività pasquali. E questo, ovviamente, non per eludere l'austerità, o l'impegno duro e rigoroso, ma per viverlo più intensamente, perché più intensa sia anche la "gioia" della Pasqua.

Il racconto della Trasfigurazione in Matteo
Pur dipendendo da Marco (9,2-10), Matteo rielabora i dati della tradizione in forma abbastanza libera, accentuando soprattutto i tratti letterari "apocalittici" nel suo racconto e attingendo non poco da Daniele (cf 10,1-11, ecc.): così, ad esempio, il volto di Gesù diventa luminoso come il sole e le sue vesti come la luce; i discepoli cadono bocconi a terra assaliti da timore; Gesù li tocca e li rincuora, invitandoli ad alzarsi e a non temere, ecc. Tutto questo serve a creare il senso del mistero e della "trascendenza". Gesù si manifesta come uno che appartiene a un "mondo" e a una realtà diversi da quelli della nostra esperienza. Il "regno di Dio", sia pure per un attimo, in lui si manifesta in totalità e pienezza con tutti i "segni" che lo costituiscono e lo caratterizzano.
Quel "regno di Dio", a cui non soltanto rendono testimonianza i più significativi personaggi del passato, come Mosè ed Elia, ma di cui fanno anche parte: il che equivale a dire che esso è una realtà "omnicomprensiva" che, pur trovando in Cristo la sua pienezza, si compone e si arricchisce della presenza e dell'apporto di tutti. In questo senso è evidente che Cristo da solo non basta a costituire il regno di Dio!
Il mistero non è però sufficiente a spiegarsi da solo: nelle visioni apocalittiche, infatti, ricorre come costante letteraria il suono di una "voce" che viene dal cielo a illustrare il senso delle cose e dei personaggi in gioco, proprio come capita nel nostro caso: "Ed ecco una voce che diceva: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo"" (Mt 17,5).
Ciò nonostante il senso del mistero rimane, per il semplice fatto che subito dopo i tre discepoli, che Gesù aveva prescelti per questa singolare esperienza, e cioè Pietro, Giacomo e Giovanni, si ritrovano davanti al Gesù di tutti i giorni: "All'udire ciò i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore, ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: "Alzatevi e non temete". Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo" (vv. 6-8). Quello che avevano visto e udito sembrava loro niente più che un incantesimo, o un'illusione!
Tanto più che Gesù stesso interviene per proibire di divulgare questo fatto prima della sua Risurrezione: "E mentre discendevano dal monte Gesù ordinò loro: "Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti"" (v. 9).

La Trasfigurazione come "anticipazione" della gloria pasquale
Perché questo? La ragione di tale proibizione non è per niente chiara. Io ritengo che il motivo sia da ricercare nel fatto che la Trasfigurazione, per un verso è come un'anticipazione, sia pure ancora incerta, del mistero della Risurrezione che immette già nella gloria definitiva del mondo "futuro"; e, per un altro verso, solo attraverso la futura esperienza della Risurrezione i discepoli di Gesù potevano afferrare il mistero di quei pochi attimi di gloria e di felicità, che Pietro era stato invece tentato di prolungare all'indefinito: "Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia" (v. 4).
Bisognava perciò attendere la Risurrezione per penetrare fino in fondo il mistero e comprendere la "continuità" fra il Gesù "terreno" e il "Signore della gloria". La Trasfigurazione rappresenta precisamente l'anello di saldatura fra le due esperienze che gli Apostoli hanno avuto di Cristo: dal sepolcro non è venuto fuori un personaggio fantastico, inventato dalla immaginazione amorosa dei suoi discepoli e neppure creato dalla onnipotenza di Dio, ma un personaggio "concreto" che, se soltanto adesso rifulge della "gloria" abbagliante della divinità, questa "gloria" la possedeva già prima, come mostra appunto l'evento misterioso della Trasfigurazione. Per questo molti studiosi parlano di essa come di una esperienza pasquale "anticipata".
Tutto questo si capisce anche meglio se si pensa alla precisa collocazione del nostro testo. Esso viene subito dopo l'annuncio della passione e morte del Figlio dell'uomo, dopo le rimostranze di Pietro e l'invito ai discepoli a seguire il Maestro sulla via della croce: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mt 16,21-28). Con ciò si vuol dire che al di là della passione esiste per Gesù un futuro di gloria e che in lui non c'è frattura tra la sua missione di Servo sofferente di Jahvè e quella di giudice glorioso ed escatologico, che gli compete in quanto "Figlio dell'uomo" già predetto da Daniele (7,13-14).
Solo l'esperienza di Pasqua poteva perciò aiutare i discepoli a mettere insieme questi due aspetti così contrastanti dell'unica personalità e dell'unica esperienza salvifica di Cristo.
Tutto questo, del resto, non è facile neppure per noi dopo duemila anni di cristianesimo, almeno a livello esistenziale. Ed è per questo che la voce, che proclamò solennemente al mondo Gesù come "Figlio prediletto" del Padre (cf Is 42,1 e Mt 3,17), aggiunse anche: "Ascoltatelo" (v. 5).
Il riferimento corre qui al Profeta futuro, atteso come un secondo Mosè, per proclamare al popolo la Parola ultima e definitiva di Dio: "Il Signore tuo Dio susciterà per te... un profeta pari a me; a lui darete ascolto" (cf Dt 18,15).
L'"ascoltare", però, ha un'ampiezza ben più vasta, come risulta da tutto il contesto: è la capacità di accettare Cristo, alla luce della fede, come colui nel quale si incrocia il mistero della umiliazione e della gloria, della sofferenza fino alla morte e della risurrezione, e di seguirlo su questa via di apparente contraddizione ma di profonda armonia di valori e di esperienze vitali. È un "ascoltare" che si traduce in un "riesperimentare" e in un "rivivere". Direi che qui abbiamo anche tutto il senso della Quaresima, con i suoi elementi di tensione e di luminosa armonia nello stesso tempo.

"Vattene dal tuo paese verso il paese che io ti indicherò"
In fin dei conti, è lo stesso messaggio della prima lettura, che ci descrive in rapidi tratti la vocazione di Abramo.
Anche qui tensione e sofferenza, per arrivare a un risultato di gloria e di "benedizione", che trascende all'infinito il destinatario primo e diretto di questo appello di Dio, fino ad abbracciare "tutte le famiglie della terra". Bisognava che Abramo lasciasse il "suo" padre, per avere un nuovo paese, una nuova terra, per diventare lui stesso "padre" di una stirpe numerosa più delle stelle del cielo che non si possono contare (cf Gn 15,5). Il segreto della sua "fecondità" sta tutto in questa sua capacità di "sradicamento" e di distacco perfino dalle fonti "fisiche" della vitalità della sua razza!
Tutto questo, però, unicamente per affidarsi a Dio, rimettendo nelle sue mani il proprio destino. Quando il brano conclude molto asciuttamente dicendo che "Abramo partì, come gli aveva ordinato il Signore" (v. 4), afferma il "positivo" di questa vicenda: non è lo sradicamento in sé e per sé che è fecondo, ma l'accettazione eroica di un nuovo progetto di vita elaborato non dalle deboli forze della intelligenza e preveggenza umana, ma dalla sapienza e dalla onnipotenza di Dio.
La fede, perciò, non è una contrazione o una mortificazione delle energie umane, ma un loro potenziamento mediante l'apertura alle infinite luci e alle infinite forze che vengono da Dio.
Abramo ha saputo "ascoltare" la parola che veniva dall'alto, ha bruciato i ponti dietro le sue spalle, si è messo in cammino verso l'ignoto alla ricerca della Terra promessagli da Dio, iniziando un ciclo storico "nuovo" che, passando per Cristo, è arrivato fino a noi e si spingerà fino alla consumazione finale: il ciclo storico di tutti coloro che credono che la "salvezza" vera viene soltanto da Dio, e perciò si fanno docili strumenti dei suoi voleri per trasformare il mondo da un'"aiuola" (Dante) angusta di ferocia e di rancore in un "preludio" radioso del regno.
Anche noi, sull'esempio di Abramo, "aspettiamo, secondo la sua promessa, nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia" (2 Pt 3,13). La fede non attende da Dio tutto, ma "si mette in cammino" per compiere, insieme a Lui, il prodigio della nascita di realtà e di situazioni più conformi al suo progetto di amore e di giustizia. Per questo, soltanto la fede ha le chiavi del futuro e ciò che sembra "utopia" può trovare ancora "posto", prima che sulla terra, nel cuore degli uomini.

Cristo "ha fatto risplendere la vita per mezzo del Vangelo"
Questa forza di rinnovamento e di trasformazione san Paolo rivendica al Vangelo, se sarà annunciato con fedeltà e coraggio, proprio perché in esso c'è la proclamazione della "salvezza" che Cristo soltanto e non più le "nostre opere" possono compiere. È quanto l'Apostolo scrive, ormai vicino alla morte, al discepolo Timoteo, forse intimidito per le troppe difficoltà che incontrava nella sua missione. "Soffri anche tu insieme con me per il Vangelo, aiutato dalla forza di Dio. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia... che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall'eternità... Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e la immortalità per mezzo del Vangelo" (2 Tm 1,8-10).
La luce che risplendette in quel giorno lontano "sul volto di Cristo" (cf 2 Cor 4,6), nel monte Tabor, egli la fa "risplendere" oggi "per mezzo del Vangelo", che genera e porta "vita e immortalità" per tutti. Questo vuol dire che la "trasfigurazione" deve continuare in ogni cristiano alla luce e in confronto con la Parola, sempre viva, di Dio.

Da: CIPRIANI Settimio, 

lunedì 6 marzo 2017

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IL LIBRO DI PREGHIERA DELLA BIBBIA - DIETRICH BONHOEFFER


IL LIBRO DI PREGHIERA DELLA BIBBIA - DIETRICH BONHOEFFER

Frammenti con note di Cristoforo

“Signore insegnaci a pregare”. Così i discepoli dicevano a Gesù, riconoscendo in tal modo di non saper pregare con le proprie forze. 
Niente è più significativo ed indicativo di un cuore aperto al Signore della preghiera.
Non si può amare una persona e non sentire il desiderio di rivolgergli la propria parola e di ascoltare la sua. Non c’è sintonia e comunione vera fra i due quando la parola che è detta non ritrova se stessa nella parola che è ascoltata e viceversa. I momenti di silenzio rappresentano  momenti di crisi che vanno rimossi al più presto, prima che rendano la lingua incapace di parlare e l’orecchio incapace di ascoltare. Quando tutto fila liscio, la parola scorre veloce e pronta, quasi per moto proprio, e ci si può anche illudere che dire la parola ed ascoltare la parola, non solo sia immensamente bello, ma anche incredibilmente facile. Ma non è così. Ben presto tutto si complica e la parola non esce più in maniera spontanea ed immediata, ma per ritrovare se stessa deve cercare e scoprire il proprio fondamento divino.
Senza Gesù non c’è nessun vero dialogo: non tra creatura e creatura, ancor meno tra creatura e Creatore.  Tutto è illusione ed inganno.
Può essere che il cuore umano che si sente tradito e non compreso dalle creature si rifugi in un dialogo esclusivo col Creatore, pensando che in questo modo tutto sia più semplice e più vero.
Perché di persone che rivolgono in Alto la loro preghiera in determinate occasioni e per le più svariate ragioni ce ne sono tante. Lo spirito di preghiera non è esclusivo della fede in Cristo, ma accompagna l’umanità dai suoi albori. Possiamo dire che è qualcosa di strutturale all’uomo, perché l’uomo è fatto per dire la parola e per ascoltare la parola.
Ma una domanda innanzitutto? Una preghiera vale l’altra? Qualsiasi parlare ad un qualsiasi dio può definirsi preghiera a Dio? La preghiera è quantificabile nel tempo e per un tempo o deve ritrovare una dimensione diversa?  
E’ nota la polemica di Gesù con i farisei che facevano lunghe orazioni. Gesù non li rimprovera per la mancanza di preghiera, ma per una preghiera sbagliata. Un prolungamento nel tempo della propria preghiera non conferisce ad essa maggior efficacia, al contrario può rappresentare un impedimento ed un intralcio nel cammino verso la conversione.
La domanda che gli apostoli pongono a Gesù, “Signore insegnaci a pregare”, non manifesta affatto l’assenza in loro di qualsiasi forma e volontà di preghiera.  Vi è qualcosa di più e di diverso. Alla sequela di Gesù hanno finalmente compreso che si può pregare anche in maniera infondata ed ingannevole. Quando non si sa e non si comprende, a chi rivolgersi se non all’unico vero maestro?
Essi avevano necessità di imparare. Imparare a pregare: l’espressione ci suona contradditoria. Infatti ci sembra che il cuore o sarà così traboccante da iniziare da solo a pregare, o non imparerà mai. Ma è un pericoloso errore, oggi in effetti molto diffuso nella cristianità, quello di ritenere che il cuore sia naturalmente portato a pregare. Scambiamo la preghiera con i desideri, le speranze, i sospiri i lamenti, la gioia; tutte cose queste che il cuore sa esprimere per conto suo. Ma così scambiamo la terra con il cielo, l’uomo con Dio. Pregare non significa semplicemente dare sfogo al proprio cuore, ma significa procedere nel cammino verso Dio e parlare con lui, sia che il nostro cuore sia traboccante oppure vuoto. Ma per trovare questa strada non bastano le risorse umane ed è necessario Gesù Cristo.
I discepoli vogliono pregare, ma non sanno farlo. Può diventare un grande tormento il voler parlare con Dio senza sapere come, l’esser costretti al mutismo davanti a lui, il rendersi conto che l’eco di ogni nostra invocazione resta confinato all’interno del nostro io, che il cuore e la bocca parlano una lingua stravolta, cui Dio non vuole prestare ascolto.
In questa penosa situazione ricorriamo ad uomini che possono aiutarci, che sappiano qualcosa della preghiera. Se uno che sa pregare ci coinvolgesse, ci consentisse di partecipare alla sua preghiera, ne avremmo un aiuto! Certamente qui possono aiutarci molto quei cristiani che hanno già percorso molta strada, ma solo per mezzo di Colui che deve aiutare anche loro ed al quale essi ci indirizzeranno, se sono autentici maestri di preghiera, cioè per mezzo di Gesù Cristo. Se Egli ci coinvolge nella sua preghiera, se ci consente di pregare con lui, se ci fa percorrere in sua compagnia il cammino verso Dio e ci insegna a pregare, allora saremo liberati dal tormento dell’impossibilità di pregare. Ed è questo che Gesù Cristo vuole. Vuol pregare con noi; noi partecipiamo alla sua preghiera e perciò possiamo avere la certezza e la gioia che Dio ci presterà ascolto. E’ corretta la nostra preghiera se tutta la nostra volontà, tutto il nostro cuore fa tutt’uno con la preghiera di Cristo. Solo in Gesù Cristo possiamo pregare, e con Lui saremo esauditi anche noi. Dunque è necessario che impariamo a pregare. Il bambino impara a parlare in quanto il padre gli parla. Impara la lingua del padre. Allo stesso modo impariamo a parlare con Dio, in quanto Dio ci ha parlato e ci parla. Sulla base del linguaggio del Padre celeste i figli imparano a parlare con lui. Nel ripetere le parole stesse di Dio, noi iniziamo a pregarlo. Non dobbiamo parlare a Dio, né egli vuol ascoltare da noi il linguaggio alterato e corrotto del nostro cuore, ma il linguaggio chiaro e puro che Dio ha rivolto a noi in Gesù Cristo.
Il linguaggio di Dio in Gesù Cristo lo incontriamo nella Sacra Scrittura…
Ora nella sacra Scrittura c’è un libro che si distingue da tutti gli altri per il fatto di contenere solo preghiere. E’ il libro dei Salmi. A un primo sguardo è molto sorprendente trovare nella Bibbia un libro di preghiera. Infatti la Sacra Scrittura è Parola di Dio a noi, mentre le preghiere sono parole umane. Come mai entrano nella Bibbia? Non lasciamoci trarre in inganno: la Bibbia è parola di Dio anche nei salmi. Ma allora le preghiere a Dio sono Parola di Dio? E’ qualcosa che ci sembra difficilmente comprensibile. Se ci pensiamo, l’unica cosa che possiamo capire è che solo da Gesù si può imparare a pregare nel modo giusto, che in lui siamo in presenza della Parola del Figlio di Dio,vivente in mezzo agli uomini, che si rivolge al Padre, che vive nell’eternità.
Gesù Cristo ha portato al cospetto di Dio ogni miseria, ogni gioia, ogni gratitudine ed ogni speranza degli uomini. Sulle sue labbra la parola umana diventa Parola di Dio, e nel nostro partecipare alla sua preghiera la parola di Dio si fa a sua volta parola umana. Così tutte le preghiere della Bibbia sono preghiere in cui noi partecipiamo alla preghiera di Gesù Cristo, in cui egli ci coinvolge, portandoci al cospetto di Dio; altrimenti non sono le preghiere giuste, perché possiamo pregare solo in e con Gesù Cristo.
Se la preghiera ha valore ed è efficace solo in Cristo e per Cristo allora quale importanza possiamo attribuire all’immediatezza ed alla sincerità del chiedere, quale peso alle necessità ed ai bisogni che avvertiamo così forti e prepotenti nel nostro cuore?
Nella preghiera non dobbiamo piegare Dio alla nostra volontà, ma dare il libero assenso alla Sua.
Anche nella preghiera dunque deve esprimersi la nostra volontà continua di conversione al Signore ed al suo eterno progetto d’amore. Perché “sia fatta la tua  volontà” e non la nostra, così come  ci insegna Gesù stesso nel Padre nostro. La preghiera è dunque molto di più del  semplice impegno del dire a Dio. È atto e volontà di conversione perennemente rinnovata e rinnovantesi nella rinuncia a chiedere ciò che noi riteniamo buono per lasciare parlare in noi e per noi Colui che  è unicamente buono.
L’autenticità della preghiera non ha nulla a che vedere con la sua dimensione emotiva. Certo ogni preghiera ha un suo stato d’animo, ma questo non è l’essenza della preghiera, suo fondamento o presupposto, semplicemente fa da corona o corollario al nostro abbandono nelle mani di Dio.
Si prega male, non quando si procede a stento e con fatica, ma quando non si chiede ciò che è conforme alla volontà del Signore. “Lo Spirito stesso viene incontro alla nostra debolezza, perché noi non sappiamo cosa chiedere”, ma quale parola lo Spirito può mettere sulla nostra bocca se non l’eterno Logos, da Lui stesso generato in concorso col Padre?
Allorchè ci rivolgiamo al Padre nostro che è nei cieli, diamo alla parola il giusto indirizzo; l’abbandono all’azione dello Spirito Santo è garanzia di un  vero recapito; l’invocazione in Cristo e per Cristo ci dà la certezza di essere esauditi. Bisogna pregare il Padre, attraverso lo Spirito Santo, con la Parola.
Se partiamo da questo presupposto, se vogliamo leggere e pregare le preghiere della Bibbia, ed in particolare i salmi, non dobbiamo cominciare col chiederci che riferimento essi abbiano a noi, ma che riferimento abbiano a Gesù Cristo… Non ha  nessuna importanza che i salmi esprimano proprio il sentimento presente nel nostro cuore. Forse è addirittura necessario pregare opponendoci al nostro cuore, se vogliamo pregare bene. L’importante non è ciò che risponde al nostro volere, ma ciò che Dio vuole sia detto nella nostra invocazione…
Se dunque la Bibbia contiene anche un libro di preghiera, questo ci insegna che la Parola di Dio non è solo quella che Dio ci dice, ma anche quella che egli vuol udire da noi, in quanto Parola del Figlio che Egli ama. E’ grazia di grande rilievo il fatto che Dio ci dica come poter parlare e comunicare con Lui. Questo ci è consentito in quanto preghiamo nel nome di Gesù Cristo…
Alla richiesta dei discepoli Gesù ha corrisposto insegnando il Padre nostro. In esso è contenuta ogni preghiera. Ciò che rientra nelle richieste del Padre nostro è corretto, ciò che non vi rientra non è preghiera. Ogni preghiera della Sacra Scrittura è ricapitolata nel Padre nostro, nella sua infinita capacità di comprenderle tutte. Le altre preghiere dunque non vengono rese superflue dal Padre nostro, ma ne esplicitano l’inesauribile ricchezza, così come il Padre nostro ne costituisce il culmine e l’unità.
Dice Lutero circa il salterio: “ Il salterio si richiama al Padre nostro e il Padre nostro al salterio, in modo tale che si può benissimo interpretare l’uno in base all’altro e stabilire felicemente la reciproca concordanza”. E’ la preghiera della comunità di Gesù Cristo, rientra nel Padre nostro.
Nel salterio la preghiera di ognuno diventa la preghiera di tutti.
Non c’è vera comunione dei cuori se non quando si invoca Dio Padre con l’unica Parola che esce dalla bocca del Figlio. Quando si dicono parole diverse, non c’è possibilità di intesa e neppure si cresce in unità. Quando ci si rivolge a Dio Padre con l’Unica parola, diventiamo un cuor solo ed un’anima sola. E’ la caparra e l’anticipazione dell’eterna comunione di tutti i fratelli in virtù del primogenito dei fratelli: Cristo Gesù, Figlio di Dio.
Fin dai suoi primordi la chiesa prega con i salmi, perché riconosce in essi la potenza e la grazia che ci sono date attraverso la Parola. 
Il rosario con le sue 150 Ave Maria, non può essere l’alternativa alla recitazione dei 150 Salmi. E’ un prodotto della chiesa che nasce in un tempo in cui i cristiani non hanno più l’originaria familiarità con la Bibbia. La recita del rosario può stare soltanto insieme ed accanto alla proclamazione dei salmi. Finchè ci sarà chiesa i salmi saranno la sua preghiera per eccellenza, non per volontà dell’uomo, ma per volontà di Dio.
I salmi vengono  attribuiti dalla tradizione ebraica al re Davide. Nel salmo 72,20 si parla di tutti i salmi precedenti come di “preghiere di Davide”.
Sono preghiere destinate alla recitazione individuale, ma sono anche inni per la proclamazione corale. I salmi erano cantati per lo più a cori alterni, con accompagnamento musicale.
“Vi si adattava in modo specifico anche la forma del versetto, per cui le due parti che lo compongono sono così strettamente collegate tra di loro, che esprimono in parole diverse più o meno lo stesso pensiero. E’ il cosiddetto parallelismo degli emistichi, forma non casuale, ma avente lo scopo di non fare interrompere la preghiera ed inoltre di favorire la dimensione collettiva di questa”… Nella chiesa antica non era inconsueto sapere a memoria tutto Davide. .. Un padre della Chiesa, Girolamo, racconta che ai suoi tempi si sentivano cantare i salmi nei campi e nei giardini. Il salterio riempiva la vita della giovane cristianità. Ma più importante di tutto ciò è il fatto che Gesù è morto sulla croce con le parole dei salmi. Una comunità cristiana perde un tesoro incomparabile se non ricorre al salterio, mentre scopre in sé una forza insospettata, quando lo ritrova”.

venerdì 3 marzo 2017

Mat 4,1 Tentation et liberte

5 MARZO 2017 | 1A DOMENICA DI QUARESIMA A | LECTIO DIVINA


5 MARZO 2017 | 1A DOMENICA DI QUARESIMA A | LECTIO DIVINA

"Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato…"
La Quaresima è tutta polarizzata verso la Pasqua, che è la festa primordiale: attraverso il più intenso ascolto della Parola di Dio, la preghiera e la penitenza i catecumeni si preparavano a ricevere il Battesimo nella "vigilia" pasquale.
Un lungo itinerario, dunque, per arrivare al traguardo della "vita nuova" in Cristo, contrassegnato da un numero, "quaranta", che nella tradizione biblica rappresenta sempre un periodo di particolare impegno e di particolare tensione prima dell'incontro con Dio: si pensi ai quarant'anni di peregrinazione d'Israele nel deserto (cf Es 34,28; Dt 9,9), ai quaranta giorni e alle quaranta notti di Mosè sul monte (cf Dt 8,24) e di Elia in cammino verso l'Oreb (cf 1 Re 19,8).
Non è facile per nessuno raggiungere Dio, neppure per Gesù. È necessario far silenzio, far vuoto attorno a sé e dentro di sé; c'è bisogno di lasciarsi invadere dalla Parola del Signore, quasi di lasciarla scolpire nel nostro cuore, come Mosè la scolpì sulle pietre nella solitudine del Sinai; è necessario soprattutto vincere Satana, cioè "l'avversario" (cf Gb 1,6), che tenta continuamente di ingenerare in noi il "sospetto" che il disegno di Dio non sia buono e disinteressato nei nostri riguardi.
Sono queste le esigenze fondamentali che la Quaresima intende riproporre a ognuno di noi, prendendoci oggi per mano per condurci, in una lenta peregrinazione interiore, a un nuovo e più esaltante incontro con Cristo "nostra Pasqua" (1 Cor 5,7).

Il significato delle "tentazioni" di Gesù 
E siccome anche Gesù ha vissuto una sua drammatica e sofferta esperienza "quaresimale", è chiaro che la Liturgia non poteva aiutarci meglio che riproponendola alla nostra attenzione e alla nostra "fede". C'è bisogno, infatti, di un radicale atteggiamento di fede per accogliere il messaggio di quel misterioso e sconvolgente racconto delle "tentazioni" di Gesù nel deserto.
Quest'anno il racconto ci viene presentato nella redazione di san Matteo che è molto più diffusa della scarna redazione di Marco (1,12-13: appena due versetti!) e coincide invece quasi sostanzialmente con quella di Luca (4,1-13).
I problemi che questa narrazione propone sono molteplici, sia di carattere critico-letterario che storico, e noi non possiamo affrontarli qui. Vorremmo solo notare che gli studiosi sono sostanzialmente d'accordo nel sottolineare la forte "drammatizzazione" con cui vengono presentate le singole tentazioni, le quali perciò non devono essere intese come se fossero davvero la descrizione "fotografica" di quanto avvenne nell'animo di Gesù in quel suo drammatico confronto con Satana.
"Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal Diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame" (Mt 4,1-2).
È interessante notare che è lo "Spirito" di Dio, che da poco è disceso sopra di lui "come una colomba" (3,16) dopo essere stato battezzato da Giovanni, che lo "conduce" nel deserto "per esservi tentato". Ciò indica anzitutto che la "tentazione" qui descritta rientra nel piano di Dio ed è benefica sia per Cristo che per noi; in secondo luogo, che è una tentazione di tipo "messianico", seguendo essa immediatamente la proclamazione del Padre, che aveva dichiarato al mondo: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto" (3,17). Satana, infatti, si avvicinerà a Cristo cercando di "saggiarlo" per ben due volte su questa precisa identità messianica: "Se sei Figlio di Dio..." (vv. 3.5).
E non solo di "saggiarlo", ma anche di "sollecitarlo" a una precisa scelta di messianismo. Nella fremente attesa di quei tempi, c'era spazio per tutte le speranze e per tutte le illusioni: data la particolare situazione politica della Palestina, sottoposta al dominio degli odiati Romani, era prevalente il desiderio di un rovesciamento violento delle cose. Un Messia potente, che facesse ricorso anche alla forza delle armi per ristabilire il prestigio e la dignità d'Israele era quanto i più sognavano in cuor loro: il movimento degli Zeloti, che oggi conosciamo anche meglio, sta a dirci quanto questa attesa fosse diffusa.
Ma anche a prescindere da questa coloritura di messianismo "politico", erano ben pochi (o forse non ce n'erano affatto) quelli che si aspettavano un Messia umile e sofferente, sul tipo di quello preannunciato da Isaia nei suoi famosi "canti" e a cui faceva riferimento la solenne proclamazione sopra ricordata: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto" (cf Is 42,1). Quando Gesù predirà agli Apostoli la sua morte, Pietro reagirà in maniera violenta rimproverandolo duramente: "Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai!" (Mt 16,22). E proprio in quella occasione Gesù lo respingerà con parole aspre, che indubbiamente richiamano la scena delle tentazioni nel deserto: "Lungi da me, satana. Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini" (16,23).
Pietro è chiamato "satana" perché tenta di allontanare Cristo dalla via della croce. Il Diavolo che "tenta" Cristo nel deserto cerca pure di sviare Gesù dalla "obbedienza" al Padre, proponendogli un messianismo facile, di successo immediato, di potenza e di prestigio; un messianismo per cui tutti possano battere le mani, senza che nessuno gli gridi "crucifige!".
Si capisce allora come le tentazioni di Satana fossero sottili e penetranti e come Cristo abbia dovuto combattere una battaglia drammatica per superarle. E si capisce anche come l'Evangelista, pur riducendo a un episodio "singolo" la storia delle tentazioni, abbia voluto di fatto "condensare" in esso l'esperienza di "tutta" la vita di Cristo: "Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato" (Eb 4,15). Fin sopra la croce Cristo fu tentato di seguire la via del messianismo facile: "Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d'Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo" (Mt 27,42). Anche qui la richiesta del gesto di potenza, del miracolo gratuito, per riceverne immediato vantaggio e trascinarsi dietro la folla, proprio come nelle tentazioni del deserto!

"Se sei Figlio di Dio, di' che questi sassi diventino pane"
È facile vedere nella descrizione dei vv. 2-10, così vivamente drammatizzata, una progressione di grande effetto: dalla cosa più semplice e innocente, come è quella di procacciarsi il pane dopo un lungo periodo di digiuno, fino a un vero e provocatorio invito a un gesto di "idolatria": "Tutte queste cose io ti darà se, prostrandoti, mi adorerai" (v. 9). L'ultima tentazione è la più grossolana, però solo apparentemente: in realtà è la più sottile, nel senso che è lo sbocco fatale di chiunque cerca a tutti i costi di affermare se stesso e il proprio prestigio. Quando l'uomo non si uniforma più al piano di Dio, è totalmente disponibile per un'altra signoria: quella di Satana. Soprattutto se essa si presenta con il fascino e l'attrattiva del potere e della ricchezza!
"Idolatria" è l'atteggiamento di ogni uomo che pone la sua fiducia in qualsiasi altra cosa all'infuori di Dio: anche il progresso può diventare un idolo, e così la politica, la scienza, il sesso, e perfino la "virtù" quando fosse una forma di autocompiacimento.

"Ma Gesù gli rispose: ""Sta scritto...""
Come vince Cristo le molteplici e sottili tentazioni insinuategli da Satana? Con una aderenza e una fedeltà incrollabile alla "Parola di Dio", che diventa davvero "luce ai suoi passi" (Sal 119,105) e "alimento" e forza per tutte le sue decisioni. Ad ogni proposta di Satana egli risponde con un rimando preciso alla volontà di Dio, espressa nella Bibbia. Quel martellante "Sta scritto", che ricorre puntualmente tre volte (vv. 4.7.10) sulla bocca di Gesù, vuole esprimere la sua decisione di non deflettere neppure di una virgola da un disegno già preordinato e che lo trascende.
E tutte e tre le citazioni di Gesù mettono in evidenza non solo la sovranità unica e assoluta della Parola, ma anche la "esclusività" di Dio come valore ultimo, dal quale quella stessa Parola desume tutta la sua forza. "Ma egli rispose: "Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (cf Dt 8,3)... Gesù gli rispose: "Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo" (cf Dt 6,16)... Ma Gesù gli rispose: "Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto" (cf Dt 6,13)" (vv. 4.7.10).
Particolarmente significative sono le parole della prima citazione, con le quali Mosè rimprovera il popolo d'Israele di essere diffidente verso Dio, che pur lo aveva saziato con la manna nel deserto: la "Parola" di Dio è più preziosa del "pane" che egli dona agli uomini! È di quella che Israele deve soprattutto cibarsi per avere vita, anche materiale. Se invece il rapporto con Dio si riduce a un rapporto di interesse solo materiale, già cadiamo in una forma di idolatria.
"Riducendo Dio a garante della prosperità materiale, del regno di questo mondo e del miracolo che sostituisce la fede, lo confondiamo con un idolo. Dimentichiamo che il pane è al servizio dell'uomo e del suo vero regno. Distruggiamo la fiducia e ignoriamo che il destino degli uomini è più grande che il mondo intero".1

La "tentazione" dei progenitori
L'atteggiamento di fedeltà radicale di Gesù alla Parola di Dio nella grande lotta dei quaranta giorni non solo contrasta con le molteplici infedeltà e ribellioni degli Ebrei nel deserto, a cui rimanda il tema della tentazione e lo stesso numero "quaranta", come mettono in evidenza gli studiosi, ma anche con l'atteggiamento dei progenitori. È quanto ha voluto sottolineare la Liturgia odierna, proponendo alla nostra attenzione una lettura abbreviata del racconto della creazione e della caduta dei primogenitori (Gn 2,7-9; 3,1-7).
Anche qui siamo davanti ad una prova, voluta da Dio, e che naturalmente poteva e doveva essere benefica. Anche qui compare Satana nella veste di "tentatore", che cerca di suggestionare i progenitori partendo dalle cose più innocenti e più scontate: perché non mangiare di un "frutto" che stava a portata di mano ed era "gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza"? (Gn 3,6). Anche qui c'è una "Parola" di Dio da osservare e a cui è legato tutto un disegno di salvezza o di rovina: "Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morrete" (Gn 3,3).
Però qui l'esito è disastroso. Satana riesce prima a far dubitare della veracità e della sincerità della Parola di Dio, e quindi induce a ribellarsi ad essa: "È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?... Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male" (Gn 3,1.4-5). In realtà gli occhi dei progenitori "si aprirono", dopo che ebbero mangiato del frutto dell'albero proibito, ma per accorgersi "di essere nudi" (v. 7). La disubbidienza ha portato amare conseguenze!
Il contrasto con l'atteggiamento di Cristo è drammatico: lui, che "pure era di natura divina, si fece obbediente fino alla morte di croce" (Fil 2,6-8); i progenitori invece, che erano soltanto povere creature umane, hanno sognato di "diventare come Dio", compiendo un gesto di ribellione e di autonomia. Hanno pensato che "l'obbedienza" alla Parola di Dio li mortificasse e togliesse loro ogni libertà. Per questo hanno trascinato nella rovina non solo se stessi, ma tutti noi.

"Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo..."
Anche il densissimo brano paolino richiama a questo drammatico contrasto fra l'atteggiamento di Cristo e quello del primo Adamo, con risultati totalmente inversi: "Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustizia che dà vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti" (Rm 5,18-19).
Penso che sostanzialmente questo sia la Quaresima: un faticoso incamminarci per la via della "giustizia", riconquistataci da Cristo, seguendo il suo esempio di assoluta fedeltà e "obbedienza" alla Parola di Dio, fino alla morte.

giovedì 2 marzo 2017

le ceneri


"SONO GIUNTE LE NOZZE DELL'AGNELLO, LA SUA SPOSA È PRONTA"


"SONO GIUNTE LE NOZZE DELL'AGNELLO, LA SUA SPOSA È PRONTA" 

Il tempo della Quaresima si apre con l’invito di Dio, espresso dal profeta Gioele: «Ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). È il desiderio più profondo del Padre: che i suoi figli tornino alla comunione con Lui; ed è il bisogno più autentico di ogni uomo e di ogni donna: ritornare alla bellezza delle origini, quando Dio «creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gn 1,27)
Se c’è una nostalgia divina nel cuore dei figli, tante volte inascoltata e inespressa, prima ancora ce n’è una che abita il cuore del Padre. È manifestata da subito, nell’istante stesso in cui la creatura con la sua disobbedienza rifiuta la vita divino-umana, infrange la sua ‘comunione’ con il Creatore, imbrattando la somiglianza con Lui, fino a renderla illeggibile nella sua esistenza. «Dove sei?» (Gn 3,9) è la domanda che il Padre rivolge al figlio che tenta di nascondersi per la vergogna della sua ‘nudità’, segno di fragilità e vulnerabilità di una umanità ‘individuale’ che ha smarrito la luce dell’identità ‘personale’ e ‘comunionale’ con la donna e, insieme a lei, con il Padre. Da quel momento Dio non ha mai smesso di cercare i suoi figli per ricondurli a sé. Si è messo sui nostri passi per inseguirci, facendosi vicino ai nostri fallimenti, piegandosi sulle nostre ferite, fino a «dare il Figlio unigenito» perché in noi tornassero a risplendere la sua ‘immagine’ e la sua ‘somiglianza’.
È il senso dell’icona - tratta dai mosaici della cupola della Genesi nella Basilica di San Marco a Venezia - che ci sta accompagnando durante questo anno e che contempleremo soprattutto in questa Quaresima. Come ha scritto il nostro Arcivescovo già nell’introduzione della traccia pastorale di quest’anno: “è il Signore stesso, nelle fattezze del Verbo, che guida. Pone delicatamente le mani sulle spalle; incoraggia senza forzare, resta indietro, quasi a proteggere, a non invadere, mentre si schiude la porta che chiama al cammino, al futuro, alla storia. Il Signore stesso «scende», fino alla soglia in cui il Regno dei Cieli diventa Regno della terra, e stende le sue mani sulla coppia: uomo e donna”. E per il tempo della Quaresima mons. F. Cacucci esplicita: “più che la cacciata dal paradiso terrestre, in questa scena vediamo descritta, in modo mirabile, la misericordia di Dio che si manifesta in Gesù, il quale, amorevolmente (non con la spada di fuoco) accompagna Adamo ed Eva verso il mondo, dopo aver ricoperto le loro nudità di vesti… Non è una fine, ma un nuovo inizio, e forse il vero inizio della storia: dal grembo della misericordia”. Proprio da questo grembo vogliamo ripartire perché a quel grembo, che è la Vita del Padre, la nostra umanità ferita deve tornare. La strada del ritorno, però, non è affidata alle nostre forze e ai nostri sforzi. Per realizzare questo il Figlio non si limita ad accompagnarci indicandoci la strada del ritorno, è Lui stesso che ci riapre l’accesso al “giardino” della comunione e della partecipazione a quella Vita alla quale da sempre siamo chiamati. L’immagine del “giardino” è richiamata nel tempo pasquale come segno del compimento dell’amore del Padre: è “il giardino della creazione, il giardino del Cantico, e il giardino del paradiso aperto dal Cristo: compimento dello sposalizio con l’umanità attraverso il giardino della passione (Gv 18,1), della crocifissione e morte (Gv 19-41-42) e della risurrezione (Gv 20,11-18)”
La Pasqua, alla quale la Quaresima conduce, ci ricorda che Cristo è il nuovo Adamo e Maria è la Donna nuova, la Chiesa. “Nell’ora della croce, talamo nuziale, viene alla luce la vera coppia originaria, archetipa: Cristo e la Donna sono, nella profondità del Mistero, il primo Adamo e la prima Eva” (G. Mazzanti).
Lo esprime in modo mirabile Giacomo di Sarug, autore siriaco e vescovo del V secolo:
«Il fianco dello Sposo è stato trafitto e da esso è uscita la Sposa, compiendo il tipo offerto da Adamo ed Eva (…). Il promesso Sposo fece entrare la figlia del giorno in un nuovo grembo, e le acque di prova del battesimo furono nelle doglie e la partorirono: Egli rimase nell’acqua e la invitò: essa scese si ammantò di luce e risalì; nell’eucaristia lo ricevette, e così le parole di Mosè che i due saranno uno furono provate. Dall’acqua deriva la casta e santa unione della Sposa e dello Sposo, uniti in spirito nel battesimo… Quale sposo muore per la sua sposa, tranne nostro Signore? Quale sposa ha scelto un trucidato per marito? Chi, dall’inizio del mondo, ha mai dato il suo sangue come dono nuziale, tranne il Crocifisso, che suggellò il matrimonio con le sue stesse ferite? (…) Egli morì sulla croce e dette il suo corpo alla Sposa resa gloriosa, che lo coglie e lo mangia ogni giorno alla sua mensa. Egli aprì il suo fianco e unì il suo calice al santo sangue per darlo a lei da bere così da farle dimenticare i suoi molti idoli. Lei lo unse con olio, lo indossò nell’acqua, lo consumò nel Pane, lo bevve nel Vino, affinché il mondo potesse conoscere che i due sono uno».
Nella luce della Pasqua Cristo si rivela pienamente come l’Amato che cerca l’Amata, lo Sposo «...che ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (cfr. Ef 5,25-32). A questo “mistero grande” l’apostolo riferisce l’amore del marito per la moglie. Questo amore, ferito perché donato, perso e ritrovato, dobbiamo testimoniare, immergendo la nostra vita in quella di Cristo per assumere la sua mentalità e lo stile del suo amore pasquale e sponsale. Senza cedere a rassegnate diagnosi, né a sterili ricette che inseguono una visione ‘ideale’ dell’amore e della vita cristiana, siamo invitati ad assorbire la vita divino-umana comunicata dal Crocifisso Risorto e a percorrere la strada indicata da Papa Francesco dell’accompagnare, del discernere e dell’integrare. Consapevoli che “la storia di Adamo ed Eva continua ancora oggi nelle nostre famiglie che sperimentano l’esperienza del peccato come fallimento, smarrimento, tradimento o diffidenza”, dobbiamo tornare ad annunciare a tutti, con gioia, la bella notizia che mai la caduta sarà l’ultima parola e che le ‘ferite’ possono diventare ‘feritoie’ della stessa luce della risurrezione di Cristo. “Il progetto originario di Dio si compie il mattino della risurrezione, quando il Risorto va verso la donna - la Maddalena - ferita e guarita dal suo amore, e la chiama per nome: «Maria»”. Lui vuole la bellezza riuscita della sua amata. Lei abbraccia il Cristo stringendogli i piedi come per trattenerlo nel suo giorno terreno, ma lui la fa entrare nel giorno glorioso delle Nozze eterne.
Nel suo Cantico Spirituale il grande mistico san Giovanni della Croce scriveva: «O notte più amabile dell’alba, o notte che riunisti l’Amato con l’amata, l’amata nell’Amato trasformata!». E anche noi con lui, insieme alla Maddalena, che tutti ci rappresenta, insieme a Maria e al veggente dell’Apocalisse, possiamo esultare perché: «Sono giunte le nozze dell’Agnello la sua sposa è pronta» (Ap 19,7). Sia questa la nostra gioia pasquale: quella sposa è la Chiesa, sono io, sono le nostre famiglie, è l’umanità redenta e salvata, …l’amata nell’Amato trasformata! 

Sac. Mario Castellano

Direttore Ufficio Liturgico e Ufficio Pastorale