giovedì 16 marzo 2017

19 MARZO 2017 | 3A DOMENICA DI QUARESIMA A | LECTIO DIVINA


19 MARZO 2017 | 3A DOMENICA DI QUARESIMA A | LECTIO DIVINA

"Adorare Dio in spirito e verità" "Arriva una donna di Samaria ad attingere acqua "

Nella Liturgia di questa Domenica predomina il tema dell'"acqua", con accezioni e significati diversi, che però contribuiscono a dare contenuto teologico più denso al "mistero" quaresimale.
L'antifona di inizio ci rimanda a un noto passo di Ezechiele, in cui l'acqua compare come dono "messianico" che, insieme allo Spirito, monderà gli uomini dai loro peccati: "Quando manifesterò in voi la mia santità... vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati da tutte le vostre sozzure e vi darò uno spirito nuovo" (Ez 36,23.25-26).
Nella prima lettura si fa riferimento al miracolo dell'acqua scaturita dalla roccia, quando Israele "mormorò" contro Mosè perché moriva di sete nel deserto (Es 17,3-7).
Qui l'acqua è considerata come elemento essenziale di vita: le si contrappone il deserto come luogo di aridità e di essiccazione di ogni fonte di vitalità. Senza l'acqua si muore! "Perché ci hai fatti uscire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?" (Es 17,3). Pur nella disperazione, il popolo si ribella alla fatalità della morte e chiede a Dio il miracolo: saper chiedere da bere è segno che si desidera sopravvivere! È l'unico aspetto positivo in questa triste storia delle innumerevoli infedeltà di Israele nel deserto. All'acqua, con sottile allusione, rimanda anche il testo di Paolo che ci parla della "speranza" sempre viva nel cuore del cristiano, in forza dello Spirito che "ha riversato" nei nostri cuori "l'amore di Dio" e lo alimenta e rinfresca sempre da capo (Rm 5,5).
E poi c'è il meraviglioso brano evangelico dell'incontro di Gesù con la Samaritana. Si svolge tutto all'insegna dell'acqua, con sviluppi di "simbolismo" spirituale che aprono a orizzonti infinitamente più vasti, in cui Cristo e Dio stesso diventano la "sorgente" di vita che alimenta e inonda la terra. Con un rovesciamento di posizioni, però: non è l'uomo assetato che va alla ricerca di Dio, ma è Dio che ha "sete" dell'uomo e domanda di essere da lui accettato, come ha fatto Gesù con la Samaritana.

"Le disse Gesù: "Dammi da bere!""
L'episodio della Samaritana è uno dei tratti tipici in cui il quarto Evangelista sviluppa alcune delle tematiche che gli sono proprie e che in genere consistono nell'approfondimento del mistero "cristologico".
Esso comprende sostanzialmente due grandi dialoghi (prima con la Samaritana e poi con i discepoli: 4,7-26 e 31-38), inquadrati da alcuni versetti narrativi. I dialoghi, poi, si sviluppano secondo uno schema letterario ben noto in Giovanni: il progressivo rivelarsi di Gesù, che però non è compreso dagli uomini, i quali lo provocano così a manifestarsi nella sua vera identità. Al termine scatta la decisione dell'uomo davanti alla "luce" che gli viene da Dio: ed è sempre una decisione che cambia il cuore dell'uomo, gli fa mutare progetti di vita e gli fa assumere atteggiamenti totalmente diversi da quelli precedenti. È il dono della "conversione", mediante la quale Dio, rivelatosi in Cristo, diventa come lo "spirito" nuovo che guida i credenti.
Non potendo analizzare a fondo il bellissimo e lunghissimo brano ci limiteremo ad alcune osservazioni fondamentali.
Prima di tutto il mistero della "sete" di Gesù, che è anche una sete fisica, ma non solo quella. "In quel tempo Gesù giunse ad una città della Samaria chiamata Sicar... qui c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arriva intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: "Dammi da bere"" (Gv 4,5-7).
Intorno ai pozzi e alle sorgenti, nell'Antico Testamento, si sono svolti non pochi episodi determinanti nella vita dei Petrarchi,1 di Mosè2 e dello stesso popolo eletto durante l'Esodo.3 E se ne capisce il perché, data la preziosità e la rarità dell'acqua. Ponendosi a sedere "presso il pozzo", direi che Gesù riassume tutta quella storia passata e ne indica anche lo sbocco, perché in fin dei conti, come vedremo subito, l'acqua "vera" è lui.
Però in quel momento egli stesso ha davvero sete: siamo "verso mezzogiorno", lui è "stanco del viaggio" sotto il sole cocente della Palestina e, per di più, c'è una donna che proprio in quel momento viene ad "attingere" acqua con la sua ampia brocca. Di qui la sua spontanea e garbata richiesta: "Dammi da bere" (v. 7).

"Se tu conoscessi il dono di Dio"
Soltanto davanti alla meraviglia della donna, sorpresa perché un Giudeo le chiedesse da bere (v. 9), le rivela che la persona veramente bisognosa d'acqua fresca, in quel momento, era proprio lei.
Qui le parti si invertono, e il discorso volge all'allegorico: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice "Dammi da bere", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva" (v. 10). La donna però non capisce o, meglio, tenta di ridurre il "dono" immenso di Dio in Cristo a qualcosa di molto banale e utilitaristico: "Signore, dammi di questa acqua perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua" (v. 15). I desideri della creatura umana sono sempre meschini e tentano di rinchiudere l'infinito nella pozzanghera angusta e paludosa del proprio cuore.
Gesù cerca allora di sospingere la donna, ormai incuriosita, più in alto, prima aprendole le porte dell'infinito e poi scoprendole gli abissi della sua miseria morale: "Chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna... Hai detto bene "Non ho marito"; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito: in questo hai detto il vero" (vv. 14.17-18). C'è sempre qualche ostacolo all'ingresso di Dio nel cuore dell'uomo: la difficoltà non nasce dalla grandezza dei suoi doni, ma dalla resistenza sottile e avviluppante del male che si sente minacciato dalla "rischiarante" presenza della "verità" e dell'"amore".
Perché, in ultima analisi, questo vuol significare l'immagine dell'acqua viva che "zampilla per la vita eterna" (v. 14).
Per un verso, infatti, essa allude a Cristo in quanto si rivela come il Figlio di Dio che ci dà la "vita": "Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10,10). Per un altro verso, l'acqua allude anche al "dono" dello Spirito, che Cristo riverserà abbondantemente su di noi al momento della sua dipartita, come Colui che dovrà portare a compimento la sua stessa opera di salvezza: "Nell'ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: "Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me. Come dice la Scrittura, fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno". Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato glorificato" (Gv 7,37-39).
Con il dono dello Spirito i credenti hanno ormai la possibilità di essere "introdotti" in tutta la "pienezza" della verità e dell'amore, in un dinamismo e in una crescita continua che non hanno limiti se non nella piccolezza del nostro cuore.

"I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità"
Dal simbolismo dell'acqua il discorso si spinge anche più in profondità, sempre però in chiave "cristologica": Cristo non è soltanto "l'acqua" che disseta e dà vita, ma anche il "luogo" del nuovo incontro con Dio, il Profeta degli ultimi tempi che non solo Israele ma anche i Samaritani aspettavano.
Ed è ancora la donna che provoca Gesù a ulteriori rivelazioni quando, vistasi scoperta persino nei risvolti più segreti della sua vita, per distrarre l'attenzione su di sé intavola una discussione sul luogo del vero culto da dare a Dio: "I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte4 e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare" (v. 20). Accanto agli altri, era questo uno dei motivi che contrapponevano Samaritani e Giudei (cf v. 9).
A questo punto Gesù fa la sua affermazione più solenne, in cui culmina tutto il movimentato dialogo con la donna: "Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità" (vv. 21-24).
Non si tratta di cambiare "luogo" per adorare in maniera giusta il Signore! Il problema è molto più grosso, ed è che ormai il "culto" stesso è cambiato di contenuto e di significato. Dio non è più il Dio "lontano", che gli uomini devono cercare di avvicinare e di propiziare con i loro sacrifici e le loro preghiere; egli ormai in Cristo si è fatto "vicino" a ognuno di noi e ci cerca addirittura, come sta facendo con la Samaritana, donandoci il suo Spirito e la sua parola di verità. L'espressione "in spirito e verità", infatti, non significa tanto un culto interiore e spirituale in contrapposizione a uno puramente materiale ed esteriore, come era il più delle volte il culto dell'Antico Testamento, quanto un culto animato e prodotto dallo "Spirito di Dio" che abita in noi e trasforma la nostra vita alla luce della "verità" rivelataci da Cristo.
Un culto totalmente "nuovo", dunque, che incomincia proprio adesso, in "questo momento" in cui Gesù si rivela alla donna.
Il che significa che è proprio lui il motivo di questa "novità", di questa capacità che gli uomini hanno di incontrare Dio in maniera diversa: infatti, è solo accettando lui che ormai gli uomini possono incontrare Dio. Il culto nuovo passa dunque per lui; anzi è lui stesso il "nuovo culto". "Così il tema posto dalla donna al v. 20 non viene tralasciato. La risposta di Gesù tratta sempre del luogo del vero culto, del vero tempio. Ma, ora, Gesù è il nostro tempio, che sostituisce da questo momento il santuario del monte Garizim e quello di Gerusalemme".5

"Egli è veramente il Salvatore del mondo"
A questo punto la rivelazione è completa. Alla donna che rimanda al futuro Messia dei Samaritani la rivelazione o la conferma delle cose dettele da quello strano Giudeo, Gesù risponde: "Sono io che ti parlo" (v. 26). Essa allora, piena di gioia e di stupore, corre in città a dire a tutti: "Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse lui il Messia? Uscirono allora dalla città e andarono da lui" (vv. 29-30).
È evidente in tutto questo brano l'interesse universalistico di Giovanni: anche se rimane vero che "la salvezza viene dai Giudei" (v. 22), come afferma in maniera solenne Gesù, essa abbraccia tutti, a incominciare da quelli che sono più vicini ai Giudei, cioè i Samaritani. È la confessione di fede di questi ultimi, infatti, che lo proclamerà in maniera esplicita: "Noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il Salvatore del mondo" (v. 42).

"Guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura"
Un'ultima parola vorremmo dire sul più breve dialogo con Gesù dei discepoli al loro ritorno dalla città, dove erano andati per cercare il cibo per sé e per il Maestro. Anch'essi non afferrano le sue parole, un po' come la Samaritana: il mistero è arduo anche per chi già crede! Al loro invito a mangiare, rivolto al Maestro, Gesù risponde rifiutando: "Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete" (v. 32). Tanto che essi pensano che qualche altro gli abbia portato da mangiare (v. 33).
Gesù allora si sforza di far capire il senso recondito delle sue parole: "Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e di compiere la sua opera. Non dite voi: Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché ne goda insieme chi semina e chi miete. Qui infatti si realizza il detto: Uno semina e uno miete. Io vi ho mandato a mietere ciò che voi non avete lavorato; altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro" (vv. 34-38).
Dalla immagine dell'acqua a quella del "cibo": sono tutti e due elementi vitali. Il mondo della fede trova il suo punto di innesto nelle nostre esperienze di ogni giorno, che non hanno mai una spiegazione sufficiente in se stesse. Anche il nostro mangiare trascende se stesso!
Ma a noi interessa qui cogliere il rapporto di Cristo con la "volontà" del Padre che "lo ha mandato" e con l'"opera" che gli resta da compiere (v. 34). Qual è questa "opera"? Da tutto il contesto risulta essere la "missione", a cui egli invia i suoi Apostoli e il cui successo in mezzo ai Samaritani è come una anticipazione prefigurativa: "Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura" (v. 35).
C'è dunque un desiderio fremente di essere salvati, talvolta allo stato inconscio, mescolato forse con altri fermenti che sono soltanto di rabbia, di rivolta, o di disperazione. Come risponde la Chiesa a queste "attese" della "povera gente", siano essi giovani frustrati o delusi, poveri sfruttati o emarginati, malati messi da parte o dimenticati, intellettuali disorientati o smarriti pur nella loro presunzione, gaudenti ormai nauseati della loro stessa sazietà e della loro ricchezza? È proprio vero che il mondo è sordo al messaggio di Cristo, oppure siamo noi cristiani sordi al grido di aiuto che ci viene da chi ha fame e sete di amore e di verità?
L'episodio della Samaritana sta a dirci che nel cuore della gente apparentemente più lontana o più disperata c'è ancora un desiderio di salvezza e un filo di speranza. La Quaresima dovrebbe renderci non solo più cristiani ma anche più "missionari"! Il che, poi, è la stessa cosa.

Da: CIPRIANI Settimio,

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