martedì 20 giugno 2017

COMMENTO AL PADRE NOSTRO - BENEDETTO XVI DA GESÙ DI NAZARETH


COMMENTO AL PADRE NOSTRO  -  BENEDETTO XVI  DA  GESÙ DI NAZARETH

 (metto solo l'inizio, sul sito c'è tutto) 

Il Padre nostro ci è stato tramandato da Luca in una forma più breve, da Matteo nella forma accolta dalla Chiesa e utilizzata nella sua preghiera.
Il dibattito su quale testo sia più vicino all’origine non è superfluo, ma nemmeno decisivo. Nell’una come nell’altra redazione noi preghiamo insieme con Gesù e siamo grati che nella forma matteana delle sette domande si presenti chiaramente sviluppato ciò che in Luca sembra in parte solo accennato.
Prima di addentrarci nell’interpretazione delle singole parti, vediamo ora brevemente la struttura del Padre nostro, così come ci è stata tramandata da Matteo.
Consiste di un’invocazione iniziale e sette domande. Tre di queste sono alla seconda persona singolare, quattro alla prima persona plurale. Le prime tre domande riguardano la causa stessa di Dio in questo mondo; le quattro che seguono riguardano le nostre speranze, i nostri bisogni e le nostre difficoltà.
Si potrebbe paragonare la relazione tra i due tipi di domande del Padre nostro con quella tra le due tavole del Decalogo che, in fondo, sono spiegazioni delle due parti del comandamento principale – l’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo -, parole guida nella via dell’amore.
Così anche nel Padre nostro viene affermato dapprima il primato di Dio, dal quale deriva da sé la preoccupazione per il retto modo di essere uomo. Anche qui si tratta innanzitutto della via dell’amore, che è allo stesso tempo una via di conversione.
Perché l’uomo possa chiedere nel modo giusto, deve essere nella verità. E la verità è: “prima Dio, il regno di Dio” ( cfr. Mt 6,33 ).
Dobbiamo innanzitutto uscire da noi stessi e aprirci a Dio. Niente può diventare retto, se noi non stiamo nel retto ordine con Dio. 
Perciò il Padre nostro comincia con Dio e, a partire da Lui, ci conduce sulle vie dell’essere uomini. Alla fine scendiamo sino all’ultima minaccia per l’uomo, dietro cui si apposta il Maligno – può affiorare in noi l’immagine del drago apocalittico che fa guerra agli uomini  “che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù”. ( Ap. 12,17 ).
Ma sempre resta presente l’inizio “Padre nostro” – sappiamo che egli è con noi, ci tiene nella sua mano, ci salva…
Possano entrambi i cammini quello ascendente e quello discendente, ricordarci che il Padre nostro è sempre una preghiera di Gesù e che essa si dischiude a partire dalla comunione con Lui.
Noi preghiamo il Padre celeste, che conosciamo attraverso il Figlio; e così sullo sfondo delle domande c’è sempre Gesù, come vedremo nelle singole spiegazioni.
Infine, poiché il Padre nostro è una preghiera di Gesù, è una preghiera trinitaria: con Cristo mediante lo Spirito Santo preghiamo il Padre.

                               Padre nostro nei cieli
Iniziamo con l’invocazione “Padre”.
Nella sua interpretazione del Padre nostro Reinhold Schneider scrive a questo proposito: “Il Padre nostro inizia con una grande consolazione; noi possiamo dire Padre. In questa sola parola è racchiusa l’intera storia della redenzione.
Possiamo dire Padre, perché il Figlio era nostro fratello e ci ha rivelato il Padre; perché per opera di Cristo siamo tornati ad essere figli di Dio”. L’uomo di oggi, però, non avverte immediatamente la grande consolazione della parola “padre”, poiché l’esperienza del padre è spesso o del tutto assente o offuscata dall’insufficienza dei padri. Così dobbiamo imparare a partire da Gesù, innanzitutto che cosa “padre” propriamente significhi. Nei discorsi di Gesù il Padre appare come la fonte di ogni bene, come il criterio di misura dell’uomo divenuto retto  ( “perfetto” ): “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni…” ( Mt 5,44 s ).
“L’amore sino alla fine” ( cfr Gv 13,1 ), che il Signore ha portato a compimento sulla croce pregando per i suoi nemici, ci mostra la natura del padre: Egli è questo amore.
Poiché Gesù lo pratica, Egli è totalmente “figlio” e ci invita a diventare a nostra volta “figli” – a partire da questo criterio.
Prendiamo ancora un altro testo. Il Signore ricorda che i padri non danno una pietra ai loro figli che chiedono un pane e continua: 
“Se voi, dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!” ( Mt 7,9 ss ).
Luca specifica le “cose buone” che dà il Padre dicendo: “Quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono! ( Lc 11,13 ). Ciò vuol dire: il dono di Dio è Dio stesso. La “cosa buona” che Egli ci dona è Lui stesso.
A questo punto diviene sorprendentemente palese che cosa è in gioco quando si prega: non si tratta di questo o di quello, ma di Dio che vuole donarsi a noi – questo è il dono dei doni, la “sola cosa di cui c’è bisogno” ( cfr Lc 10,42 ).
La preghiera è una via per purificare a poco a poco i nostri desideri, correggerli e conoscere pian piano di che cosa abbiamo veramente bisogno: di Dio e del suo Spirito.

Quando il Signore insegna a conoscere la natura di Dio Padre a partire dall’amore per i nemici e a trovare in ciò la propria “perfezione” così da diventare noi stessi figli, allora la relazione tra Padre e Figlio è perfettamente manifesta. Allora diventa evidente che nello specchio della figura di Gesù noi conosciamo chi è e come è Dio: attraverso il Figlio troviamo il Padre.
“Chi ha visto me ha visto il Padre”, dice Gesù nel cenacolo a Filippo in risposta alla sua richiesta: “Mostraci il Padre” ( Gv 14,8s ).
“Signore, mostraci il Padre”, ripetiamo in continuazione a Gesù e la risposta, sempre di nuovo, è il Figlio: attraverso di Lui, solo attraverso di Lui impariamo a conoscere il Padre.
E così diventa poi evidente il criterio della vera paternità.
Il Padre nostro non proietta un’immagine umana nel cielo, ma a partire dal cielo – da Gesù – ci mostra come dovremmo e come possiamo diventare uomini.
Ora, però, dobbiamo guardare ancora meglio, per renderci conto che, secondo il messaggio di Gesù, in Dio l’essere Padre presenta per noi due dimensioni. Dio è innanzitutto nostro Padre in quanto è nostro Creatore. Poiché Egli ci ha creato, noi apparteniamo a Lui: l’essere come tale viene da Lui e perciò è buono, è partecipazione di Dio. Ciò vale per l’uomo in modo tutto particolare. 
Il salmo 33,15, secondo la traduzione latina dice: “Egli che ha plasmato i cuori di tutti… fa attenzione a tutte le loro opere”.
Il pensiero che Dio ha creato ogni singolo essere umano fa parte dell’immagine biblica dell’uomo. Ogni uomo, individualmente e come tale, è voluto da Dio. Egli conosce ciascuno singolarmente. In questo senso, già in virtù della creazione l’essere umano è in modo speciale “figlio” di Dio, Dio è il suo vero Padre: che l’uomo sia immagine di Dio è un altro modo di esprimere questo pensiero.
Questo ci conduce alla seconda dimensione della paternità di Dio. Cristo è in modo unico “immagine di Dio” ( cfr. 2 Cor 4,4; Col 1,15 ). In base a ciò i Padri della chiesa dicono che Dio, quando creò l’uomo “a sua immagine”, guardò in anticipo a Cristo e creò l’uomo a  immagine del “nuovo Adamo”, dell’Uomo che è il canone dell’umanità. 
Soprattutto, però, Gesù è “il Figlio” in senso proprio – è della stessa sostanza del Padre. Egli vuole accoglierci tutti nel suo essere uomo e così nel suo essere Figlio, nella piena appartenenza a Dio. Così la filiazione è divenuta un concetto dinamico: noi non siamo già in modo compiuto figli di Dio, ma dobbiamo diventarlo ed esserlo sempre di più mediante una nostra sempre più profonda comunione con Gesù. Essere figli diventa l’equivalente di seguire Cristo. La parola che qualifica Dio come Padre diviene così un appello per noi: a vivere come “figlio” e “figlia”.
“Tutte le cose mie sono tue”, dice Gesù al Padre nella preghiera sacerdotale ( Gv 17,10 ), e la stessa cosa ha detto il padre al fratello maggiore del figlio prodigo ( cfr. Lc 15,31 ).
La parola “Padre” ci invita a vivere sulla base di questa consapevolezza. Così viene superata anche la smania della falsa emancipazione che stava all’ inizio della storia del peccato dell’umanità. Adamo, infatti, sulla parola del serpente, vuole essere lui stesso dio e non avere più bisogno di Dio. Diviene evidente che “essere figli” non significa  dipendenza, ma quel rimanere nella relazione di amore che sostiene l’esistenza umana, le dà senso e grandezza.
Rimane infine ancora la domanda: Dio non è anche madre? Il paragone dell’amore di Dio con l’amore di una madre esiste: “Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò” ( Is 66,13 ).
“Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai” ( Is 49,15 ). In modo particolarmente toccante appare il mistero dell’amore materno di Dio nella parola ebraica “rahamim”, che originariamente significa “grembo materno”, ma poi diventa il termine per il con-patire di Dio con l’uomo, per la misericordia di Dio. Nell’Antico Testamento, organi del corpo umano vengono spesso impiegati per indicare atteggiamenti fondamentali dell’uomo o anche i sentimenti di Dio, così come “cuore” o “cervello” sono ancor oggi impiegati per esprimere qualche aspetto della nostra esistenza. In questo modo l’Antico Testamento illustra gli atteggiamenti fondamentali dell’esistenza non con termini astratti, ma con il linguaggio di immagini tratte dal corpo.
Il grembo materno è l’espressione più concreta dell’intimo intreccio di due esistenze e delle attenzioni verso la creatura debole e dipendente che, in corpo ed anima, è totalmente custodita nel grembo della madre.
Il linguaggio figurato del corpo ci offre così una comprensione dei sentimenti di Dio per l’uomo più profonda di quanto permetterebbe un qualsiasi linguaggio concettuale.
Se nel linguaggio plasmato a partire dalla corporeità dell’uomo l’amore della madre appare inscritto nell’immagine di Dio, è tuttavia vero che Dio non viene mai qualificato né invocato come madre, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento.
“Madre” nella Bibbia è un’immagine ma non un titolo di Dio. Perché? Solo a tastoni possiamo cercare di comprenderlo. Naturalmente Dio non è né uomo né donna, ma appunto Dio, il Creatore dell’uomo e della donna. Le divinità –madri, che circondavano il popolo d’Israele come anche la chiesa del Nuovo Testamento, mostravano un’immagine del rapporto tra dio e mondo decisamente antitetica rispetto all’immagine biblica di Dio. Esse includevano sempre e forse inevitabilmente concezioni panteistiche, nelle quali la differenza tra Creatore e creatura scompariva. Partendo da questo presupposto, l’essere delle cose e degli  uomini appare necessariamente come un’emanazione dal grembo materno dell’Essere che, entrando nella dimensione del tempo, si concretizza nella molteplicità delle realtà esistenti.
Al contrario, l’immagine del padre era ed è adatta a esprimere l’alterità tra Creatore e creatura, la sovranità del suo atto creativo. Solo mediante l’esclusione delle divinità-madri  l’Antico Testamento poteva portare a maturità la sua immagine di Dio, la pura trascendenza di Dio. Ma anche se non possiamo dare delle ragioni assolutamente cogenti, resta per noi normativo il linguaggio della preghiera di tutta la Bibbia, nella quale, come detto or ora, nonostante le grandi metafore dell’amore materno, “madre” non è un titolo di Dio, non è un appellativo con cui rivolgersi a Dio. Noi preghiamo così come Gesù, sulla sfondo della Sacra Scrittura, ci ha insegnato a pregare, non come ci viene in mente o come ci piace.
Solo così preghiamo nel modo giusto.

Da ultimo dobbiamo ancora riflettere sulla parola “nostro”. Solo Gesù poteva dire “Padre mio” a pieno diritto, perché solo Lui è davvero il Figlio unigenito di Dio, della stessa sostanza del Padre. Noi tutti dobbiamo invece dire:
“Padre nostro”. Solo nel “noi” dei discepoli possiamo dire “Padre” a Dio, perché solo mediante la comunione con Gesù Cristo diventiamo veramente “figli di Dio”.
Così questa parola “nostro” è decisamente impegnativa: ci chiede di uscire dal recinto chiuso del nostro “io”. Ci chiede di abbandonare ciò che è soltanto nostro, ciò che separa. Ci chiede di accogliere l’altro, gli altri – di aprire a loro il nostro orecchio, il nostro cuore. Con questa parola “nostro” diciamo “sì” alla Chiesa vivente, nella quale il Signore ha voluto raccogliere la sua nuova famiglia.
Così il Padre nostro è una preghiera molto personale e insieme pienamente ecclesiale. Nel recitare il Padre nostro noi preghiamo totalmente col nostro cuore, ma preghiamo allo stesso tempo in comunione con l’intera famiglia di Dio, con i vivi e con i defunti, con gli uomini di ogni estrazione sociale, di ogni cultura, di ogni razza.
Il Padre nostro fa di noi una famiglia al di là di ogni confine.
A partire da questo “nostro” comprendiamo ora anche l’ulteriore aggiunta: “che sei nei cieli”.
Con queste parole noi non collochiamo Dio, il Padre, su un qualche astro lontano, ma affermiamo che noi, pur avendo padri terreni diversi, proveniamo tutti da un unico Padre, che è misura e origine di ogni paternità. “Io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome”, dice san Paolo ( Ef 3,14s ). Sullo sfondo udiamo la parola del Signore: “Non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo” ( Mt 23,9 ).
La paternità di Dio, è più reale della paternità umana, perché ultimamente il nostro essere lo abbiamo da Lui; perché Egli ci ha pensati e voluti fin dall’eternità; perché è Lui che ci dona l’autentica casa del Padre, quella eterna. E se la paternità terrena separa, quella celeste unisce: cielo significa dunque quell’altra altezza di Dio, dalla quale tutti noi veniamo e verso la quale tutti noi dobbiamo essere in cammino.
La paternità “nei cieli” ci rimanda a quel “noi” più grande che oltrepassa ogni frontiera, abbatte tutti i muri e crea la pace.

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